“Varese in camicia nera” – Panorama 20.06.1974

A Mario Zagari, ministro socialista della Giustizia, è stato portato da un compagno di partito alla vigilia della crisi di governo. A Paolo Emi­lio Taviani, ministro democristiano dell’Interno, è arrivato lunedì 3 giu­gno, assieme al consueto rapporto informativo che ogni giorno la dire­zione di polizia gli prepara per ag­giornarlo sugli umori del Paese.

Scritto di notte, a botta calda, subito dopo la strage di Brescia da un cattolico del dissenso, l’avvocato varesino Luigi Campiotti, 44 anni, e sottoscritto da altri 39 avvocati, il documento lungo due cartelle è stato per la magistratura di Varese un vero e proprio atto d’accusa.

Con chiarezza, anche se con lin­guaggio sfumato e burocratico, i 40 legali varesini attaccano il loro tribunale, colpevole di aver usato in tutti questi anni « una insuffi­ciente vigilanza» contro il virulento neofascismo cittadino, contribuen­do. così a creare un « clima di con­nivenze omissive e silenziose nel quale si sono potute verificare le più sorprendenti e clamorose vicen­de giudiziarie » del risorgente squa­drismo locale. « Gli esempi non mancano », ha dichiarato a Panora­ma Campiotti. « Basta saper sfoglia­re i fascicoli dei picchiatori neri per vedere chi ha ragione ».

Pomeriggio del 28 novembre 1970. I giovani del Movimento Studente­sco, assieme a sindacalisti e uomini politici si riunirono nel salone della villa Mirabello, una vecchia residen­za patrizia al centro della città e di proprietà del Comune, per un di­battito sulla situazione economica. Saputa la notizia della riunione, un gruppo di fascisti armati di basto­ni, catene e mazze ferrate, organiz­zò una spedizione punitiva alla vil­la. Renato Camaiani, operaio e con­sigliere comunale del Pci, fu mal­menato e ferito alla testa con una chiave inglese ma tre aggressori ne­ri rimasero bloccati dentro la sala dagli studenti. Intervennero i carabinieri e i fascisti furono costret­ti ad abbandonare il campo. Nel corso dell’inchiesta giudiziaria pe­rò, il procuratore Giuseppe Cioffi incriminò per sequestro di persona gli studenti perché colpevoli di aver fermato i tre manganellatori.

Mattina del 21 gennaio 1971. Nel­l’aula della seconda sezione penale del tribunale di Varese, si aprì il processo per direttissima contro Giacomo De Sario, fondatore di un giornale nazista (Forza Uomo) e di un movimento (Costituente nazio­nale repubblicana) che ricalcava politicamente il programma della repubblica di Salò. L’accusa era di « tentata ricostituzione del disciolto partito fascista », sulla base della legge Scelba 20 giugno 1952.
Fischia il sasso. Messa alle stret­te, la difesa di De Sario sollevò ec­cezione di incostituzionalità e la corte, presieduta dal giudice Piero Dini, l’accetto anche se nel 1957 proprio la stessa Corte costituzionale aveva dichiarato perfettamente « costituzionale » il provvedimento.

Sera del 16 aprile 1972. Nell’im­minenza delle elezioni politiche, Giorgio Almirante, segretario del Msi-Destra nazionale, tenne un co­mizio a Varese. Finito il discorso, un gruppo di giovani fascisti assal­tò a colpi di pietre la sede del Mo­vimento Studentesco sotto gli occhi della polizia che non mosse un dito per impedire l’aggressione. Improv­visamente anche una camionetta della polizia fu colpita da un sasso e allora gli agenti entrarono nella sede del Movimento Studentesco e ne uscirono portando in questura 33 studenti, lasciando invece indisturbati i fascisti.
Incaricato di dirigere l’inchiesta, il sostituto procuratore della Repub­blica, Francesco Pintus (era di tur­no quel giorno in tribunale), ordinò immediatamente la liberazione de­gli studenti arrestati e nello stesso tempo cominciò a considerare sotto l’aspetto giudiziario il singolare comportamento della polizia. Ma non riuscì ad andare sino in fondo. Con una procedura che si applica solo in casi gravi ed eccezionali, il diretto superiore di Pintus, Giusep­pe Cioffi procuratore capo, tolse tutto di mano al suo sostituto, chie­dendo l’archiviazione delle indagini.

Avellinese, gran fumatore di pi­pa, eternamente vestito di grigio, assiduo lettore di Candido e del Borghese, i due settimanali dichia­ratamente missini, Cioffi è il vero, anche se mai nominato, bersaglio del documento firmato dai 40 avvo­cati varesini. Il secondo bersaglio (pure lui mai nominato) è Garibal­di Porrello, presidente da sei anni del tribunale di Varese. Uomo d’ordine per vocazione, pre­sente a quasi tutte le adunate degli ex-combattenti che si svolgono in città, affascinato dal mito dell’au­torità (nel suo ufficio color rosa ­antico al primo piano del tribunale fanno bella mostra un divano e due poltrone arabescate dove nessuno, compresi giudici e avvocati, può sedersi, a eccezione del prefetto, vescovo e questore quando gli fan­no visita), Porrello è rimproverato da molti leader dei partiti demo­cratici cittadini, per non voler fis­sare i processi contro 30 fascisti in libertà, rinviati a giudizio fin dal luglio 1972 dal giudice istruttore Vincenzo Rovello per associazione a delinquere, violenza privata con­tinuata e lesioni gravi.

I fascisti incriminati dal giudice Rovello sono gli stessi che Franco Maria Servello, deputato del Msi- Destra nazionale e capo del neo­fascismo milanese, elogiò pubblica­mente il 23 gennaio 1971 durante un comizio per « aver dimostrato che a Varese come a Reggio Cala­bria la piazza di destra non è un fatto velleitario ». Oltre all’attacco informale ma esplicito nei confronti dei due alti magistrati, il documento dei 40 avvocati ha voluto sottolineare soprattutto un pericolo reale.
Quello di veder ripetere in città il massacro di Brescia. Due mesi fa, per un sof­fio, a Varese è stata evitata la stessa tragedia di piazza della Loggia. Al­l’alba del 28 marzo, nella piazza del mercato, una bomba di notevole potenza è esplosa uccidendo un commerciante di fiori, Vittorio Bru­sa, e ferendo gravemente la moglie.

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Le indagini apparvero subito dif­ficili. Si affacciò persino l’ipotesi di un attentato nei confronti delle fer­rovie Nord-Milano. L’ordigno, infat­ti, era stato piazzato a dieci metri dai binari che delimitano un tratto di piazza. « Ma adesso », afferma uno degli avvocati firmatari del documento di Luigi Campiotti, « quel­la bomba ha un marchio: era tritolo fascista. Per questo non abbiamo più potuto sopportare in silenzio le negligenze del nostro tribunale ».

Romano Cantore, Panorama 20.06.1974

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