Verbale di confronto On. Andreotti – Amm. Casardi 25.06.1981

Andreotti: confermò l’interrogatorio testé reso, con le precisazioni di tempo e di luogo ivi contenute.
Casardi: Ricevuta lettura di quanto ho dichiarato l’11 novembre scorso al dott. Sica chiarisco che l’inizio degli accertamenti su Foligni si riferisce ad un incarico ricevuto non già agli inizi del 1975 come trovasi verbalizzato ma bensì intorno all’ottobre del 1974. Ritengo essersi trattato di una vera svista pedissequamente riportata nel verbale.
La data dell’ottobre 1974 la ricordo bene perché all’epoca il mandato dell’on. Andreotti a Ministro della Difesa era nel periodo finale. In sostanza il Ministro Andreotti mi chiese di accertare chi fosse questo Foligni e che cosa stesse facendo, e come mai si agitasse tanto. Su questa richiesta impostai l’incarico poi affidato al generale Maletti.
Andreotti: Le rammento che la mia richiesta fece seguito ad un appunto che io avevo ricevuto da parte del suo servizio e in cui si faceva sommario cenno sia al Partito Popolare che ai contatti da lui trattenuti con personale di ambasciate ed esponenti militari.
Casardi: Non conservo memoria di questo appunto, anche se non mi sento di poter escludere con certezza che esso sia esistito. Io ricordo bene che incontrandomi in quella sede con il Ministro Andreotti ebbi tra l’altro ad accennargli che il Foligni intratteneva dei rapporti col personale dell’ambasciata libica per ottenere finanziamenti per il suo movimento tramite affari di importazione di petrolio; aggiunsi a titolo informativo che in tali iniziative il Foligni risultava godere dell’appoggio di Miceli e che era emerso il nome del generale Giudice come di persona cui stava a cuore la delicata posizione in cui all’epoca si trovava il gen. Miceli.
Andreotti: Escludo di aver sentito nominare nella sede anzidetta i nominativi del gen. Miceli e Giudice per bocca dell’Ammiraglio Casardi.
Casardi: l miei ricordi sono nel senso testé riferito. Tali informative furono poi completate qualche mese dopo, quando incaricai il gen. Maletti di informare il Ministro Andreotti sullo sviluppo delle indagini, l’informativa fu data all’on. Andreotti quando non era più Ministro della Difesa. A Domanda dei GG.II. chiarisco che si era  deciso di fornire queste ultime informazioni al Ministro Andreotti sebbene egli non reggesse più il Ministero della Difesa, in quanto si trattava dell’esito di un’indagine da lui a suo tempo iniziata.
Andreotti: confermo che nell’incontro dell’aprile del 1975 il Gen. Maletti mi informò soltanto sulla portata del movimento politico promosso dal Foligni senza neppure far cenno dei nominativi del Miceli e del Giudice. Ripeto che né allora né dopo ricevetti informazioni negative sul conto del Gen. Giudice, né alcun accenno alla sua partecipazione alle iniziative assunte dal Foligni.

“Resistere fino all’ultima sigaretta” – L’Espresso 01.12.1974

Roma. Guido Giannettini: 44 anni, amico di Freda, Ventura e Pino Rauti, legami con la destra oltranzista internazionale, teorico della guerra civile e dei colpi di Stato. Dal ’64 al ’67 “informatore” dello Stato Maggiore dalla Difesa, dal ’67 in poi agente tuttofare del SID. Oggi in carcere per la strage di piazza Fontana.
Il curriculum di Giannettini è ormai abbastanza completo. Restava solo un punto da chiarire: le circostanze che hanno deciso quest’uomo a costituirsi il 14 agosto scorso. Si erano avanzati molti interrogativi al proposito. Erano stati i “cervelli” della strage di piazza Fontana a consegnarlo al giudice D’Ambrosio per influenzare le indagini sulle “trame nere”? Giannettini aveva scelto la prigione per paura di essere eliminato dagli “amici” di un tempo? Era la vittima di oscuri giochi di potere ai vertici del SID?
Ma adesso anche questa lacuna può essere riempita. Un informatore ci ha raccontato infatti come sono andate esattamente le cose. Ha potuto seguire l’ultimo capitolo della storia Giannettini passo per passo. Il suo è un contributo più che attendibile. Dunque: Giannettini si allontanava improvvisamente dall’Italia, agli inizi del 1973, quando ancora le indagini sulle bombe di piazza Fontana non lo hanno nemmeno sfiorato. Come mai? “Era stato avvisato di come si mettevano le cose da alcuni amici dei servizi segreti”.
“Dove si rifugia?”. “Fa la spola tra la Svizzera e la Francia. Ma si mette subito in contatto con il SID. Telefona varie volte al capitano Labruna: chiede soldi e un nuovo passaporto per potersi muovere all’occorrenza con più tranquillità. Labruna si consulta con il suo superiore, il generale Maletti e Maletti dà disposizioni precise: ‘Niente soldi, è da un po’ di tempo che Giannettini non ci manda più nulla di interessante. Quanto al passaporto non se ne parla nemmeno. Hanno appena perquisito la sua casa a Milano, si parla di veline compromettenti che riguardano i suoi rapporti con Freda e Ventura. Niente da fare'”.
“E Giannettini?”. “Per un po’ sparisce. Torna a farsi vivo nel giugno del ’73. Telefona a Labruna da Parigi: ‘Ho delle importanti rivelazioni da fare’. Maletti consente che Labruna vada a trovarlo a Parigi. L’appuntamento è ad Orly. Labruna si trova di fronte un Giannettini trasandato, sporco, irriconoscibile, l’aria di un uomo che sta andando ala deriva. Giannettini gli consegna una lunga lettera che contiene più o meno le stesse cose che di lì a poco racconterà ai giornalisti dell'”Espresso” e dell'”Europeo” nelle sue interviste. Niente di nuovo per il SID. La Bruna ne ha tanta pena che di sua iniziativa, dice, gli regala 150 delle 200 mila lire che il SID gli aveva assegnato come fondo spese per il viaggio. Giannettini per un po’ se ne sta buono, poi si rifà vivo al telefono. Siamo a settembre del 1973. Chiede di nuovo un passaporto”.
gianadelio-maletti2“E questa volta il SID glielo dà?”. “Maletti è sempre contrario, Miceli è incerto. Dove vorrebbe andare Giannettini?, s’informa Miceli. Sembra in Spagna. Allora, ordina Miceli, informatevi dai servizi spagnoli cosa farebbero nel caso si vedessero arrivare Giannettini. I servizi spagnoli rimangono abbastanza sconcertati di fronte alla domanda: siamo buoni amici, dicono, faremo quello che vorrete. E arriviamo così al gennaio del 1974”.
“All’epoca del mandato di cattura”. “Esatto. Non appena ne ha notizia, Giannettini telefona ancora a Labruna. Guardate che adesso io scappo da Parigi, ma ho preparato per voi un documento eccezionale. In cambio del documento Giannettini chiede qualche milione e il solito passaporto. Si arriva ad un accordo più ristretto: niente passaporto e 400.000 lire. Il 27 aprile di quest’anno Labruna incontra per l’ultima volta Giannettini a Parigi sempre ad Orly e si fa consegnare il dossier che si rivela tutto sommato un ultimo bluff. Subito dopo di Giannettini si perdono le tracce…”.
“Dove era andato?”. “Era riuscito a ‘filtrare’ in Spagna, come voleva. Intanto in Italia scoppia ufficialmente il ‘caso Giannettini’. Miceli il quale ha nascosto al giudice D’Ambrosio che si trattava del collaboratore del SID finisce sotto accusa. D’Ambrosio vuole assolutamente mettere le mani su Giannettini. Ma intanto in Spagna Giannettini è riuscito a far perdere le sue tracce. Il SID non sa più dove sia…”.
“Come viene ritrovato?”. “Per puro caso. Un ufficiale dei servizi segreti spagnoli sente raccontare che alla facoltà di sociologia di Madrid da qualche tempo assiste, come auditore, ai corsi di Vintila Horia, un italiano, un certo Giannettini che recita la parte dello 007 internazionale e spende continuamente nei suoi discorsi il nome del SID. Informati della cosa quelli dell’ufficio D chiedono ai servizi spagnoli di consegnare all’Interpol Giannettini. La risposta è imbarazzata: ci dispiace ma la questione non dipende più da noi… Era successo che nel frattempo il dossier Giannettini era arrivato nientemeno che sul tavolo del generalissimo Franco. C’era stato l’attentato a Carrero Blanco e gli spagnoli avevano saputo che gli attentatori si erano rifugiati in territorio francese. Giannettini era diventato così la pedina di un curioso baratto tra il governo spagnolo e l’Interpol: noi vi diamo Giannettini e voi ci date i baschi che hanno fatto fuori Carrero Blanco… Lo scambio, naturalmente, non va in porto e allora la polizia spagnola prende Giannettini che era stato isolato in un albergo alla periferia di Madrid e per fare un ultimo dispetto all’Interpol gli offre un biglietto aereo per una città di sua scelta. E Giannettini parte per Buenos Aires…”.
“E il SID come lo sa?”. “Il SID viene informato dai servizi spagnoli e incarica l’addetto militare dell’ambasciata italiana a Buenos Aires di contattare Giannettini. Il compito non è difficile. L’ufficiale ha un incontro con Giannettini che si è installato nell’albergo più lussuoso della città. Giannettini gli racconta per filo e per segno la storia delle sue ultime peripezie. L’ufficiale registra tutto. Passano 15 giorni e Giannettini torna a trovarlo, ha perduto tutta la sua sicurezza, anzi è decisamente spaventato. Gli amici sui quali contava a Buenos Aires lo hanno scaricato, non ha più una lira e un conto d’albergo di 1 milione 300 mila lire da pagare. Chiede un prestito. L’ufficiale chiama Maletti gli suggerisce di proporre a Giannettini una resa onorevole: l’ambasciata gli pagherà il conto dell’albergo se accetta di costituirsi. Giannettini non ha più nemmeno i soldi per pagarsi le sigarette. Resiste una settimana. Poi accetta”.

Giuseppe Catalano, L’Espresso 01.12.1974

Verbale di Licio Gelli e Lino Salvini 28.09.1976 reso ai giudici Vigna e Pappalardo

Sono comparsi Lino Salvini e Licio Gelli già qualificati in atti. In riferimento alle richieste rivolteci dalle SSVV a seguito della convocazione del 20 settembre 1976 produciamo:
Gelli Licio n. 1 promemoria nonché 2 elenchi, documenti che sottoscrivo. Un elenco si riferisce a quanto indicato alla pagina n. 2 della memoria, lettera B, penultimo capoverso. L’altro elenco si riferisce a quanto indicato a pagina 3 della memoria, lettera D. Con riferimento a quest’ultimo elenco mi riservo di indicare il luogo di residenza per le persone per le quali esso non compare per l’elenco stesso.
Il prof. Lino Salvini produce un promemoria costituito da n 4 fogli dattiloscritti dei quali 2 solo parzialmente; n 4 elenchi il cui contenuto trova esplicazione nella memoria. Tali documenti vengono da me sottoscritti. Per l’elenco in cui sono indicati unicamente i nomi senza gli indirizzi mi riservo di indicare gli indirizzi stessi. Consegno, inoltre, due volumi, uno intitolato “Antichi doveri- Costituzione – Regolamento” e l’altro “1975 – List of Lodges”. Mi riservo di fornire alle SSLL le ulteriori documentazioni che mi vengono ora richieste, e cioè l’elenco degli appartenenti alla loggia “Lira e Spada”.

A domanda rivolta al professor Salvini risponde:
“Nessuno degli appartenenti alla vecchia loggia P2, dopo la sua demolizione, è passato alla mia memoria, e cioè un massone a memoria è colui che viene iniziato dal gran maestro e non entra a far parte della istituzione e viene tramandato da gran maestro a gran maestro solo a memoria”.
A domanda rivolta a Licio Gelli risponde:
“Durante il periodo in cui ho svolto l’attività di segretario organizzativo della P2 non ho mai iniziato nessuna persona. Tutti gli iscritti sono stati iniziati dal gran maestro”.

A questo punto viene licenziato il professor Salvini ed il Gelli a domanda risponde:
“Effettivamente in occasione della precedente convocazione del 20 settembre 1976 e nella quale mi riservavo di produrre gli elenchi oggi consegnati, feci come appartenente a tale loggia P2 il nome di certo Tilgher, aggiungendo che era un giornalista molto anziano residente a Roma, che non aveva versato le quote e che mi aveva scritto dicendomi che non aveva possibilità di versarle. Si è trattato di un mio equivoco. Infatti la persona cui mi riferivo è tale Tripepi Aurelio che abita a Reggio Calabria e che in data 6 luglio 1975 mi scrisse una lettera con la quale mi inviava regolarmente con assegno bancario la quota dovuta. Insisto nel dire che non conosco nessun Tilgher giornalista e, comunque, nessuna persona che abbia tale nome”. Richiesto dalle SSVV come io sia potuto cadere in tale equivoco rispondo: “non so dire, ritenevo che l’autore della lettera che produco fosse questo Tilgher e invece successivamente mi sono accorto dell’errore”. Chiestogli se pur senza conoscere alcun Tilgher abbia mai sentito e o letto questo nome risponde: “E’ uno dei tanti nomi che si legge sui giornali, ma che non suscitava in me alcun interesse, per cui non so come mai il suo nome compariva sulla stampa”.
ADR “Dopo l’arresto dell’avvocato Gianantonio Minghelli ho avuto occasione di incontrare più volte, anzi due o tre volte, il padre generale Minghelli. In occasione di tali incontri il generale Minghelli ha sostenuto sempre che suo figlio era completamente estraneo alle accuse a lui mosse e per le quali era stato tratto in arresto. Si mostrava rammaricato per il fatto che il gran maestro Salvini in un’intervista lasciata ad un giornale aveva definito il figlio come pecora nera, mentre egli sosteneva l’innocenza completa del figliolo. Proprio in occasione di tale incontro io mi arrabbiai e gli dissi che lui poteva dire tutto quello che voleva ma che il figlio era in carcere da 5 o 6 mesi e che io per colpa sua stavo passando le pene dell’inferno. So che il generale Minghelli, perché egli ce l’ha detto più volte, che dopo il suo collocamento in pensione frequentava lo studio del figlio collaborando nel suo lavoro. Anzi diceva soltanto che stava nello studio del figlio e che ci stava anche la figlia e la nuora anch’esse avvocatesse”.
ADR “La guardia notturna per cui mi servo per la vigilanza della mia villa è tale Pierini, di cui non ricordo il nome di battesimo, ex carabiniere, che mi venne segnalato dal colonnello Mazzei che allora comandava il gruppo carabinieri di Arezzo all’epoca dell’assunzione del Pierini stesso, e cioè intorno al 1969. Come ho già detto nella mia precedente dichiarazione per la sorveglianza della villa, anche in occasione da parte di personalità italiane e straniere, mi sono servito occasionalmente del Pierini, e solo di sera. Non mi sono rivolto ad altre persone, né ho detto al Pierini di servirsi della collaborazione di terze persone”.

tanassi

ADR “Il Miceli, generale, fu iniziato alla massoneria prima che andasse al SID. Egli fu da me conosciuto intorno al 1968-1969 durante un ricevimento dato, penso, dal Comiliter di Roma. Si trattò di un incontro casuale e non ricordo esattamente chi mi abbia presentato. Successivamente ebbi altri contatti con il Miceli ed in seguito gli proposi l’ingresso nella massoneria che egli accettò anche perché un suo nonno era stato massone. Il Miceli venne iniziato formalmente dal gran maestro Salvini. Mi pare che durante lo stesso periodo il Miceli aveva posto la sua candidatura alla direzione del SID. Tale circostanza era nota anche al generale Siro Rosseti mio amico ed anche lui membro della loggia P2. Il Rosseti mi fece presente che il generale Miceli era un ottimo elemento e che meritava da parte nostra di appoggiare la sua candidatura alla direzione del SID. In quel tempo ministro della Difesa era l’on. Tanassi ed io ero amico del suo segretario dottor Palmiotti. Mi recai da quest’ultimo e raccomandai il Miceli per la designazione a capo del SID. Il Palmiotti non era massone, era soltanto un mio amico personale”.

L.C.S.