“Operazioni sui cambi” – Estratto relazione di minoranza sulla P2

Illustriamo, prima di tutto, a beneficio dei “non addetti ai lavori”, che cosa è una operazione sui cambi. Si tratta sostanzialmente di speculazioni, più che lecite, che vengono attuate soprattutto tra banca e banca: la banca “X” si impegna con la banca “Y” di ritirare presso quest’ultima, di lì a qualche mese, una data somma in valuta (dollari, sterline, marchi e così via) a un prezzo che viene convenuto al momento della stipula del contratto. Che cosa succede, allora, al momento in cui scadono i termini della operazione? Molto semplice: mettiamo che la banca “X” abbia stabilito con la banca “Y” di acquistare, di lì a tre mesi, un milione di dollari al prezzo convenuto di 1.700 lire al dollaro (quotazione attuale). Ebbene, se alla scadenza dei termini il dollaro varrà più di 1.700 lire, la banca “X” avrà fatto un buon affare perché sarà entrata in possesso di un milione di dollari il cui valore risulterà maggiore del prezzo pagato. E ci avrà rimesso la banca “Y”. Se la quotazione, invece, sarà risultata inferiore, ci avrà rimesso la banca “X” (acquirente a 1.700 lire) e ci avrà guadagnato la banca “Y”, venditrice.
Chi gioca partite del genere, naturalmente, deve operare sulla base di complesse valutazioni e previsioni, di natura finanziaria, economica, politica, perché nulla vi è di più mutevole delle oscillazioni dei cambi sui mercati internazionali. Per di più, deve giocare avendo sempre a disposizione, in contanti, o comunque garantite, le somme necessarie per onorare gli impegni presi. Fornita questa spiegazione, veniamo ora alla operazione sui cambi che ci porta a Sindona.
Per operare in questo settore, Michele Sindona aveva costruito la “Moneyrex” (Euromarket Money Brokers), vale a dire una società di intermediazione monetaria, e ne aveva affidato la direzione tecnica a Carlo Bordoni, un tipo poco raccomandabile, già licenziato in tronco dalla filiale di Milano della “First National City Bank of New York” perché, quale responsabile della sezione cambi, aveva abusivamente speculato con il denaro della banca, dirottando i profitti sul suo conto personale e scaricando le perdite sull’istituto di credito. Un elemento, in definitiva, fatto su misura per Sindona che, in fatto di etica e di morale, ha sempre lasciato molto a desiderare. Ebbene, il 17 gennaio 1973, Carlo Bordoni, agendo per conto della “Moneyrex”, stipulò un contratto di compra-vendita di valuta con la “International Westminster Bank” di Francoforte (che fa parte del gruppo “National Westminster Bank” di Londra): dollari contro lire per un ammontare di circa 125 milioni di dollari.
Una tipica “operazione a termine” : con quel contratto, infatti, la “Moneyrex” si impegnava ad acquistare, di lì a sei mesi, tra il 19 e il 31 luglio successivo, 125 milioni di dollari al prezzo convenuto di 601,80 lire. Sempre nella stessa giornata, Bordoni stipulò un contratto identico con la filiale parigina della “First National Bank of Boston”: dollari contro lire, scadenza 19/31 luglio successivo, per un totale di 13 milioni di dollari a 601,80 lire al dollaro. Totale: 138 milioni di dollari del 1973, che, in lire attuali, rappresentano circa 500 miliardi. Ed ora, attenzione: alla data del 17 gennaio 1973, avviare una operazione sui cambi di quella portata, offrendo lire in cambio di dollari, costituiva una autentica pazzia. Il motivo è presto detto. Posto che l’obiettivo era quello di puntare su un aumento del valore del dollaro nei confronti della lira tra il gennaio e il luglio successivo, e quindi, in definitiva su una svalutazione della lira nei confronti del dollaro, si dava il fatto che, all’inizio del 1973, la moneta italiana era considerata una moneta sufficientemente solida, anche perché l’annata precedente (1972) si era chiusa in termini economicamente positivi, con un attivo di oltre 800 miliardi per quanto riguardava la bilancia dei pagamenti, partite correnti.
In altre parole: offrendo 601,80 lire (più spese) per dollaro in data 17 gennaio, Michele Sindona rischiava, il 19 luglio successivo, di pagare 601,80 lire (sempre più le spese) una moneta che, a lume di logica, avrebbe potuto valere alcune lire in meno.
Rimettendoci cosi, date le cifre in gioco, una barca di miliardi. Invece, guarda caso, tre giorni dopo, il 20 gennaio 1973 si verificò un fatto di eccezionale importanza, tale da offrire una logica giustificazione alla operazione sui cambi avviata da Sindona: il governo presieduto da Giulio Andreotti, sulla base di considerazioni di carattere monetario internazionale, decise di abbandonare l’ormai convalidato sistema dei “cambi fissi”, e varò quello del “doppio mercato dei cambi”. In poche parole, il governo Andreotti cessò di sostenere la lira nei confronti delle altre monete e lasciò che seguisse le oscillazioni di mercato: un provvedimento, questo, che venne subito interpretato come premessa ad una inevitabile svalutazione della moneta nazionale. E infatti la conseguenza immediata del provvedimento preso dal governo Andreotti fu che il dollaro, che al 20 gennaio 1973 oscillava attorno alle 600 lire, balzò in pochi giorni a quota 625. Il che, per Sindona, significava, sin dai primi giorni dell’operazione, un guadagno di circa 25 lire moltiplicato per 138 milioni di dollari, vale a dire 3 miliardi e mezzo di lire (circa 20 miliardi di oggi). Sembra quindi logico dedurne che Sindona fosse stato preventivamente informato del provvedimento che il presidente Andreotti stava varando. Il che spiega (e torniamo così ai motivi che ci hanno portato a ricostruire questa complessa “operazione sui cambi”) la facilità con cui Michele Sindona riuscì a ottenere, in quella circostanza, le indispensabili garanzie che gli erano necessarie, nei confronti delle due banche di Francoforte e di Parigi, per stipulare i relativi contratti per un totale, 10 ripetiamo, di 138 milioni di dollari (500 miliardi di lire attuali).

Ma circa le garanzie ottenute saremo più precisi nel quarto capitolo “I dollari facili”. Per concludere intanto questa documentazione sulla “operazione cambi ” condotta da Sindona nel 1973 è necessario aggiungere alcuni particolari che comprovano l’enorme, e misteriosa, disponibilità di mezzi a disposizione del banchiere siciliano in quel periodo.
Va detto, infatti, che quella specifica operazione ebbe dei risultati disastrosi, perché nel primo semestre del 1973, anziché rafforzarsi anche nei confronti della lira, il dollaro subì un tracollo su scala internazionale (per motivi che in questa sede sarebbe troppo lungo specificare), per cui alla data del 19 luglio, Sindona si trovò a pagare, oltre le perdite, anche le grosse somme determinate dall’accumularsi degli interessi. Ma questo insuccesso non lo fermò e, per rifarsi, si gettò in ulteriori operazioni sui cambi per cifre sempre più alte, fino ad un totale raggiunto nella primavera del 1974, di oltre quattro miliardi di dollari. Il che contribuirà non poco a determinare il suo crollo definitivo.

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“Arriva la P2” – Estratto commissione di minoranza sulla P2

Nello stesso periodo (estate del 1977) anche il ” Corriere della Sera ” passava sotto il controllo combinato di Marcinkus e di Roberto Calvi. E qui occorrono due righe di spiegazione. Il grande quotidiano milanese non era di proprietà diretta della ” Rizzoli “, ma dell’ ” Editoriale del Corriere della Sera “, società in accomandita semplice, che, a sua volta, era controllata da tre società per azioni di pari valore (33,33 per cento ciascuna): la “Alpi”, della famiglia
Crespi; la “Crema”, di Angelo Moratti; e la “Viburnum” di Gianni Agnelli.
Quando i Rizzoli, nel 1974, avevano deciso l’acquisto dell'” Editoriale Corriere della Sera “, avevano rilevato in contanti le quote della famiglia Crespi e di Angelo Moratti, mentre si erano impegnati con Agnelli per rilevare, in un secondo tempo, il 33,33 per cento della ” Viburnum “.
Poi, negli anni successivi, le crescenti difficoltà economiche della casa editrice avevano costretto i Rizzoli a cedere in garanzia alla ” Cisalpine “, in cambio di finanziamenti ricevuti, il 100 per cento della ” Alpi ” e il 50 per cento della ” Crema “. In altre parole, i Rizzoli avevano dato praticamente in mano alla ” Cisalpine ” (vale a dire al tandem Calvi-Marcinkus) il 50 per cento della proprietà del ” Corriere della Sera “. Restava ancora libero quel 33,33 per cento
in possesso di Gianni Agnelli che i Rizzoli non avevano ancora potuto riscattare. Ma sempre in quell’estate del 1977, Calvi, questa volta come ” Banco Ambrosiano “, si impadronì della quota Agnelli pagandola 22 miliardi e 500 milioni. E adesso tiriamo le somme. Alla fine dell’estate del 1977, la situazione si presentava come segue: la ” Rizzoli ” era, per l’80 per cento, nelle mani di Marcinkus. Il ” Corriere della Sera “, a sua volta, era così controllato: un 33,33 per cento direttamente da Calvi tramite l’ ” Ambrosiano “; un altro 33,33 (” Alpi “) era integralmente nelle mani della “Cisalpine ” (Calvi-Marcinkus); il restante 33,33 per cento della ” Crema ” era suddiviso in due parti: una metà alla ” Cisalpine ” (sempre Calvi-Marcinkus), l’altra metà, rimasta formalmente alla ” Rizzoli “, era in realtà, anche questa, controllata dallo IOR, che deteneva l’80 per cento della ” Rizzoli “.
Abbiamo così dimostrato (anzi, lo dimostrano i documenti raccolti dalla Commissione) che la proprietà della ” Rizzoli ” e del ” Corriere della Sera “, a partire dall’estate del 1977, fu nelle mani di monsignor Marcinkus e di Roberto Calvi.

Estratto relazione di minoranza della commissione P2 – Giorgio Pisanò

“1974” – Alberto Cecchi

Era convinzione diffusa che il Quirinale, in un modo o nell’altro, sarebbe andato a Fanfani e che da lì sarebbe cominciato un riordinamento catartico della repubblica e della società sottostante, con la liberazione dall’angoscioso problema della presenza comunista. E’ in questo involucro, in questo clima, in questa esaltazione degli animi che il referendum sul divorzio, rinviato con le elezioni politiche del ’72, arrivò al nuovo appuntamento, nel maggio del ’74. Fanfani saldamente installato alla guida della Dc, era euforico, sicuro di sé. Aveva avuto tutto il tempo a disposizione per preparare le carte. La Dc, è vero, si trovava isolata nella campagna antidivorzista, ma alle spalle aveva l’esperienza del 1972: i “laici” restavano nel governo, il governo si dichiarava neutrale; l’elettorato comunista si sarebbe spaccato, dividendosi tra divorzisti e antidivorzisti. Una volta divisi i comunisti – non era mai accaduto dal 1945-46 – il blocco Dc-“laici” sarebbe diventato fortissimo, sull’anticomunismo si sarebbe rinsaldato… Forse si sarebbero fatte di nuovo le elezioni, con un altro scioglimento traumatico del parlamento a soli due anni dal 1972. Lino Salvini temé il “colpo di Stato” e lo disse apertis verbis in massoneria, asserendo di essere stato informato da Licio Gelli di questa probabilità. Anzi, non più di golpe, si parlò, ma di “possibili soluzioni politiche di tipo autoritario”. Era il golpe soft, il colpo di Stato “di centro”, il nuovo modo di fare politica reazionaria. Rispondeva meglio alla nuova strategia mondiale dei “piccoli passi”…
Chi ruppe tutto fu il voto del 14 maggio, la catastrofe per Fanfani, l’improvvisa fuga in tutte le direzioni. L’elettorato comunista aveva tenuto benissimo, il voto comunista era determinante per salvare la legge sul divorzio, comunisti e “laici” stavano da una parte, vincenti, la Dc e il Msi dall’altra, inchiodati accanto e perdenti. Restavano a Fanfani i cocci e pochi fedelissimi. Gli estremisti neofascisti furono i primi a rompere le righe, a sfuggire ad ogni controllo. Il 28 maggio 1974 fu la strage in piazza della Loggia a Brescia. La strage sul treno Italicus, nella galleria ferroviaria che divide la stazione di Vernio da quella di San Benedetto in val di Sambro, seguì a poco più di due mesi, il 4 agosto. Era quasi una riaffermazione polemica di volontà omicida.

Alberto Cecchi “Storia della P2”