“Le stragi si fanno così” – L’Espresso 29.01.1984

“Ecco come nasce una strage. Ve lo racconto io”. Per la prima volta, un terrorista fascista, in carcere già con una condanna per omicidio e un’accusa di strage, parla degli eccidi “neri”, della strategia della tensione, spiega perché la strage è stata ed è il folle strumento della lotta armata d’estrema destra. Rivendica la matrice Fascista delle stragi. Ne parla in un clamoroso documento che “L’Espresso” ora pubblica. Il terrorista è Sergio Calore, 31 anni, già aderente a Ordine Nuovo, condannato all’ergastolo in primo grado per l’assassinio a Roma di Antonio Leandri. Calore ora è in carcere con l’accusa anche di aver fatto parte del gruppo che ammazzò il giudice romano Vittorio Occorsio e che organizzò il più terribile massacro della storia d’Italia: la strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Finora Calore non aveva mai parlato, e nessun altro terrorista fascista aveva mai discusso in pubblico delle tante stragi nere ancora impunite che hanno insanguinato l’Italia dal 1969. La testimonianza di Calore è il primo risultato di un vivacissimo dibattito che si sta sviluppando soprattutto in carcere tra i terroristi fascisti.
Un dibattito che finalmente può portare alla verità sulle stragi. Ecco la testimonianza di Calore che spiega la discussione in corso fra i fascisti e che è stata consegnala all’Espresso dai suoi avvocati difensori, Germano Sangermano di Firenze e Grazia Paola Camparini di Roma.

DOMANDA. Perché nell’ambiente neofascista si è aperto il dibattito sulle stragi?
RISPOSTA’- L’atteggiamento del nostro ambiente nei confronti delle stragi ha conosciuto una certa evoluzione. Prima si pensava che le stragi fossero attribuibili in blocco ai “servizi”, poi, sotto la spinta di dati inoppugnabili che dimostravano in modo chiaro le responsabilità neofasciste, si è ritenuto di paterne attribuire la paternità a poche persone isolate. A questo punto il problema de1le stragi non è stato, per lungo tempo più affrontato. Semplicemente si è cercato di negarne l’esistenza. Si è ritenuto che bastasse emarginare i personaggi coinvolti in queste strategie, o attaccarli con accuse generiche, per allontanare da se stessi ogni accusa di connivenza. In un quadro simile è chiaro che ogni discorso che miri a individuare le basi di quella che poi si è materializzata nella strategia stragista, per la mentalità dell’ambiente viene a rappresentare un discorso di rottura.

D. Un momento. Ma perché i fascisti accettano la strage come folle momento di lotta armata?
R. In un ambiente nel quale “gli altri” costituiscono il nemico, anche per il solo fatto di essere diversi da “noi”, non si sente alcuna esigenza etica a usare strumenti che rispettino quelli che vengono considerati gli oggetti dell’azione politica e “militare”. La strage viene rifiutata solo perché produce effetti visibilmente negativi per chi la provoca. Ma non esiste un rifiuto di principio. Gli “altri” sono solo nemici da schiacciare e, in questo senso, la strage viene a rappresentate il modo di essere normale della politica neofascista: sia quando viene materialmente consumata, sia quando la si compie solo verbalmente, negando a tutti coloro che sono diversi da “noi” il diritto alla loro esistenza. E’ chiaro però che un discorso simile non può essere facilmente accettato, perché tutti vengono chiamati in causa direttamente e non possono invocare l’alibi dell’«io non c’ero ». Comunque non credo si possano isolare le stragi dalla storia politica del decennio 1969-1978.
Un dato che balza immediatamente agli occhi in questa prospettiva è quello della concomitanza tra le campagne di attentati culminati con le stragi e le azioni golpiste. In questo quadro la strage non rappresenta più un evento occasionale, ma si colloca in un punto di intersezione tra diverse volontà e strategie, rivelandone connessioni e spiegandone origini e finalità.

D. Il discorso sulle stragi quindi comporta oggi una rottura nell’ambiente neofascista. Con quali effetti?
R. Da questa “rottura” non deriva alcuna presa di coscienza che permetta di costituire le basi di un diverso modo di intendere il rapporto fra se stessi e gli altri, cioè di far politica. Questo avviene perché il «collante ideologico” è costituito solo da fattori prepolitici o addirittura emotivi che rinsaldano i gruppuscoli al loro interno e ne impediscono ogni coagulazione in progetti di respiro appena più ampio della loro stessa sopravvivenza. Una rifondazione prevede la possibilità di una produzione-riproduzione di idee e pratiche politiche. Questo oggi non solo non si verifica, ma viene addirittura combattuto ferocemente. Tutti, o quasi, si battono solo per salvaguardare i loro piccoli poteri all’interno dell’ambiente. Questa situazione rende, ad esempio, impossibile una presa di posizione sulle stragi chiara e condivisibile da tutto l’ambiente.

D. Ma come è formato l’ambiente neofascista? Si è trasformato negli anni?
R. Definire cosa è l’ambiente neofascista è un problema. In quest’area convivono elementi molto diversificati, sia dal punto di vista delle concezioni “politiche” che delle scelte di vita. Per chiarire, posso dire che si riscontrano nell’ambiente tutte le contraddizioni che già furono del fascismo storico. Tradizionalisti, populisti, elitari, corporativisti convivono uniti solo da vincoli di “amicizia” fra loro: questo spiega la struttura a “bande”. In fin dei conti, questi vincoli sono stati originati dall’unica motivazione di fondo comune a tutti, cioè dal rifiuto del mondo quale esso è e ciò spiega i fenomeni di misticismo e neopaganesimo esoterico. E il riconoscersi come diversi facilita l’aggregazione di persone e tendenze altrimenti inconciliabili. Il fascismo ha sempre rappresentato il nemico comune a tutte le forze dello Stato e quindi, per dimostrare la propria esternità nei confronti di questo, nulla di meglio che definirsi fascisti.
Negli ultimi anni, sulla spinta dei dibattiti aperti dalle più varie prese di posizione, in base all’esigenza di rompere con gli equivoci del passato, si è avuta una modificazione di questa situazione.
Ma non nel senso di una progressiva presa di coscienza e veri fica delle proprie idee e delle proprie aspirazioni (o almeno molto pochi hanno sentito questa esigenza di confrontarsi con la realtà). Si è arrivati invece a una sclerotizzazione delle “bande” preesistenti (anche se a volte hanno cambiato, per così dire, “ragione sociale”) che ha reso impossibile ogni processo di maturazione generale dell’ambiente e di chiarificazione delle sue motivazioni e aspirazioni.

D. Cosa è possibile fare allora per arrivare alla verità sulle stragi?
R. A questo punto, per chi sente l’esigenza di una reale chiarificazione, l’unica alternativa diventa l’iniziativa personale. Questo perché solo poche persone riescono a sfuggire da quelle autentiche trappole che sono diventati i gruppuscoli.
Fino a oggi queste energie sono state disperse, ma credo sia arrivato il tempo di indirizzarle verso la rottura degli equilibri esistenti. C’è da augurarsi che le forze che potranno liberarsi in seguito a questo scossone si rendano conto che occorre veramente lavorare moltissimo per sviluppare l’unico discorso di dissociazione che sia importante per il nostro ambiente. Mi spiego meglio. Parlare di dissociazione dalla lotta armata è per noi solo un falso problema. In teoria, la lotta armata in quanto tale è solo una tecnica di per sé neutra: ciò che rende una lotta giusta o sbagliata sono i suoi fini, i suoi risultati e i suoi mezzi e quindi ci può essere giustezza della lotta democratica o della lotta armata oppure una loro riprovazione a seconda dei casi. Ciò che per noi invece è importante è la dissociazione dal fascismo, prima come forma mentale, poi come prodotto politico. La chiarificazione dei discorsi sulle stragi può essere un momento determinante per affrontare e risolvere una volta per tutte il problema del fascismo.

D. Esattamente come è stato usato finora il dibattito sulle stragi fra i neofascisti? Cioè, coloro che sanno si sono serviti di quel che sanno?
R. Fino a oggi si è fatto un gran parlare sottovoce, smentendo o confermando di volta in volta le più grosse verità o le più infami menzogne, a seconda che il personaggio coinvolto era più o meno simpatico a chi ne parlava. Le stragi sono state usate come strumento di lotta interna, come bestemmia in grado di mettere fuori gioco gli avversari, di rafforzare il proprio gruppuscolo. Questa strategia del colpo di spillo, in sostanza del ricatto, è uno squallido sintomo di una realtà ancora più squallida. Questo deve finire. Chiarire vuol dire esplicitare chi sono gli uomini, le pratiche e il discorso politico che hanno permesso il successo della strategia delle stragi. Non si può essere neutrali. La scelta è tra la copertura di chi ha commesso le stragi, di chi le ha volute e il suo smascheramento. A questo punto non è più possibile rimandare ancora, Bisogna scegliere. Se si è contro le stragi, lo si dimostri con la chiarezza dei fatti e delle parole. Se no, ci si rassegni a esserne complici.

D. Essere contro le stragi vuol dire smascherarle, permettere allo Stato di arrivare alla verità. E’ questa una strada accettabile anche per chi, come voi, si è definito rivoluzionario e ha posto fra i suoi obiettivi proprio quello di lottare contro questo Stato?
R. Credo che la parola “rivoluzionario” sia quanto meno inflazionata e quindi non in grado di esprimere esattamente alcunché. Se poi la vogliamo ricondurre al sua significato politico originario, noi ex fascisti non possiamo rivendicarne l’uso. Noi ci siamo limitati a rivendicare il diritto di opporci come “noi stessi” al mondo intero. E questo non basta per chiamarsi rivoluzionari. Quanto al rapporto con lo Stato, il nostro discorso, come ogni discorso che vuol produrre effetti politici, vogliamo rivolgere alla pubblica opinione e le conseguenze penali non ci interessano. Ancora una volta è un problema di scelta: certi discorsi si può solo farli o non farli. Omettere in tutto o in parte la verità, serve solo a coprire e a diventare complici degli stragisti.

D. Chi, nell’ambiente neofascista, condivide queste posizioni, che evidentemente possono consentire allo Stato di arrivare alla verità?
R. Un’iniziativa di carattere politico generale, l’ho già detto, è impossibile nel nostro ambiente. Ciò non vuoi dire che ciascuno debba per forza fare la strada per conto suo. Anzi, capita di trovarsi in compagnia insospettata. Per esempio, su Queste posizioni si trovano anche Valerio Fioravanti [il killer fascista già condannato al carcere a vita per una lunga serie di delitti, ndr.] e Angelo Izzo [uno degli assassini del Circeo, all’ergastolo per aver massacrato la giovane Rosaria Lopez, ndr.]. Su quest’ultimo vorrei fare un breve inciso. So bene che si tratta di un nome “scomodo”, della persona che forse più di ogni altra viene identificata come il “cattivo”. Io l’ho conosciuto in carcere e posso dire che oggi non è così. E’ una persona che faticosamente sta conquistando equilibrio e coscienza delle sue idee dopo aver riconosciuto la gravità delle sue azioni passate. Io penso che debba essere valutato non solo per ciò che è stato, ma anche per quel che è oggi. Detto questo, voglio precisare che tra noi tre non si è stabilito alcun rapporto di dipendenza. So che è ancora di moda cercare capi o cose del genere. Noi cerchiamo di portare il nostro contributo di idee l’uno all’altro, ciascuno con il proprio bagaglio di esperienze e capacità.

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Valerio Fioravanti – dichiarazioni 15.02.1984

Le dichiarazioni che intendo fare nell’ambito della corretta ricostruzione delle attività dell’ambiente neofascista soprattutto romano nel corso degli anni fra il 1978 e l’83 muoveranno da un quadro storico, ma soprattutto culturale dell’ambiente che si era coagulato intorno alla sede romana del FUAN. Da quell’ambiente ritengo siano partite le idee per le quali e contro le quali si è lottato negli anni successivi. In seguito ritengo che si possa ridurre il fenomeno della cosiddetta lotta armata neofascista a qualcosa di molto diverso dalle eredità del FUAN e più specificatamente alle singole iniziative e posizioni politiche di un limitatissimo numero di individui fra i quali io stesso.
Chiedo di essere autorizzato a far pervenire a L’Espresso il documento da me firmato datato Ascoli Piceno 15.3.1984 che inizia con le parole “nel documento” termina con quelle “passa dall’altra parte”.
Il PM su tale istanza, rilevato che non vi sono ragioni astative, richiede al dirigente della Digos di Firenze, qui presente, che faccia pervenire a L’Espresso il documento in copia trattenendosi l’originale come allegato al presente verbale. Il verbale viene redatto in doppio originale uno dei quali ritirato dal PM di Roma.
Nel documento pubblicato su “L’Espresso”, Calore mi ha indicato come partecipe delle sue posizioni sulla necessità di fare chiarezza sulle stragi.
Questo è vero, anche se poi la diversità dei percorsi  politici e del carattere mi portano  a vivere questa scelta in modo diverso. Se da una parte non vedo altre strade che possano chiudere definitivamente il discorso sulla estraneità delle “nuove generazioni” agli ambienti e alla mentalità stragista, dall’altra ritengo altrettanto essenziale che queste posizioni vengano  recepite come “scelta politica” e non come semplice tatticismo e ricerca di particolari vantaggi personali. Questo perché un profondo legame di amicizia mi lega con le persone con cui ho vissuto questi anni di “politica”.
La cosa più difficile da realizzare in questo momento, e qui Calore è stato eccessivamente sbrigativo, è una rivolta contro parte del nostro passato, ma senza rinnegarlo nella sua interezza, rischiando così di “passare dall’altra parte”.

Marco Affatigato – colloquio investigativo 09.07.1993

L’ Affatigato declinava l’offerta di fare il colloquio passeggiando o seduti in un parco o locale pubblico specificatamente che la conversazione avvenisse in struttura dell’Arma per non essere notati. Lo stesso precisava di dover sottostare a numerose cautele poiche’ il Delle Chiaie aveva intenzione di eliminarlo. Sapeva da anni di questa intenzione ma la notizia dell’attuale pericolo gli era stata data dal Falica, quindi estremamente attendibile poiche’ lo stesso aveva contatti sia col Delle Chiaie che col Ballan. Riteneva che la scaturigine delle intenzioni omicidiarie fosse da far risalire alla convinzione che egli avesse affidato a persona di fiducia materiale documentale su Ustica.

Il Falica lo aveva voluto incontrare per chiedergli di fare da relatore per cio’ che si sentiva di riferire allo scrivente. Egli aveva rifiutato poiche’, data l’importanza degli argomenti trattati, era necessario che lo scrivente li recepisse direttamente dal Falica, senza mediatori che in un futuro avrebbero potuto essere smentiti per ragioni di comodo. A questo punto l’Affatigato, sempre estremamente freddo e distaccato, consegnava allo scrivente nr.8 fogli dattiloscritti all’interno di una carpetta gialla. Spiegava che il materiale era relativo agli argomenti che lo scrivente avrebbe potuto affrontare con il Falica, argomenti di importanza straordinaria.

Precisava che il Falica desiderava come garanzia l’anonimato e la non deposizione avanti all’A.G. altrimenti gli avrebbero fatto la pelle. Lo scrivente offriva tale garanzia. A questo punto l’ Affatigato considerava il colloquio terminato, tuttavia lo scrivente lo tratteneva chiedendogli di esporre a voce cio’ che aveva dattiloscritto al fine di evitare incomprensioni. Si attesta che verra’ ora riportato solo quanto detto in più dall’ Affatigato rispetto a cio’ di cui e’ cenno nel dattiloscritto:

-l’ordigno di Piazza Fontana era stato materialmente confezionato da Enzo Siciliano. Chi lo aveva deposto era una persona gia’ condannata per cio’ e poi assolta, l’ Affatigato lasciava chiaramente intendere che si trattava di Giovanni Ventura tuttavia desiderava che il nome fosse pronunciato dal Falica. Il leader del gruppo originante la strage non era affatto Freda ma Pozzan, che era in stretto contatto con i Servizi;

– chiedeva se lo scrivente qualche mese fa aveva contattato il Siciliano, avuta risposta positiva (n.d.r. bluff) spiegava che era proprio come lui aveva immaginato in quanto il Siciliano era sparito dal territorio francese;

– Pozzan fu arrestato per spiata di Delle Chiaie, Spiazzi e Soffiati gli chiesero di vendicare Pozzan uccidendo il Delle Chiaie, quando seppe che questa era l’unica motivazione non dette seguito al progetto;

– Falica avrebbe potuto fornire indicazioni utili anche per Brescia;

– precisava che cio’ che Falica sapeva non era a sua conoscenza per sentito dire;

A specifiche domande rispondeva:
– Soffiati era un agente della C.I.A. tant’e’ che gli aveva presentato un’antenna di quel Servizio;
– Serac era vivo ma non si trovava in territorio francese;
– Serac era chiaramente dietro Piazza Fontana ma non tramite gli operativi stranieri che dipendevano da lui in quanto aveva anche vari Italiani come suoi sottoposti;
– Serac non c’entrava con Bologna. Bologna era stata realizzata materialmente da gente di destra, concepita in Italia da gente di destra collegata ai Servizi ma, con mandante libico. Bologna non era stata fatta ne’ per coprire Ustica ne’ parallela ad essa, era in contrapposizione a Ustica. Americani e francesi si accordano per uccidere Gheddafi, il quale, invece, sopravviveva e veniva a conoscenza della copertura radar e del permesso di sorvolo concesso dall’Italia. Bologna non fa parte della strategia della tensione, e’ una semplice vendetta ed un segnale per far sì che tali fatti non avessero a ripetersi. Gli aerei che hanno buttato giu’ il DC9 non sono partiti dall’Italia ma dalla Francia ed e’ quindi giocoforza che quel Paese non risponderà mai alle richieste del Dr. Priore. L’Affatigato richiedeva per la continuazione del colloquio su Bologna e Ustica che lo scrivente si studiasse i suoi verbali resi al Dr. Priore. Non sapeva se il perito che aveva parlato di bomba fosse un semplice imbecille o stesse depistando;

– se era vero che il suo nome per Ustica lo aveva fatto il Soffiati cio’ significava che questi conosceva il Mannucci l’unico a conoscenza del particolare citato nella famosa telefonata;

– non conosceva ne’ Ciolini ne’ Sinibaldi;

– riteneva importantissima l’affermazione di Falica sulla continuita’ delle strutture deviate dei Servizi, certo non rappresentate dagli operativi: Giannettini, Maletti, Labruna etc.

– accettava di contattare il Graziani ma non di recarsi in Paraguay dove gli avrebbero fatto la pelle, il problema era che Graziani aveva vicino Massagrande;

– non conosceva Gianni Maifredi;

– per sapere se Mannucci era massone bisognava consultare altri elenchi; alla richiesta se alludesse ad elenchi occulti di piduisti casi’ come esistevano per Gladio, l’Affatigato rispondeva affermativamente e sosteneva che dietro a tutto v’era il Gladio (tracciava con il dito in aria la sagoma di un gladio);

– concordava con il progetto di contattare il Tuti, anche perché aveva segnali di una volonta’ di ricostruzione storica, avrebbe bloccato il suo tentativo di fargli arrivare un messaggio tramite il professore di agraria;

– non aveva nessun secondo fine l’appello a Delle Chiaie e non era paragonabile a quello verso Tuti, cio’ significava che lo scrivente aveva letto l’appello ridotto e non il suo originale di 6 pagine. Delle Chiaie era appena accennato e tuttavia lui era certo che il Delle Chiaie era disposto a parlare di episodi minori purche’ niente gli fosse chiesto dei suoi rapporti coi Servizi. Nell’appello aveva menzionato anche Concutelli che era solo un soldato, un mero esecutore di ordini. Gli era stato chiesto di eliminare Buzzi e Palladino e Concutelli aveva obbedito. Cosi’ se gli chiedessero di eliminare lo scrivente nel corso di un colloquio lo tenterebbe senz’altro.

Si fa presente che l’Affatigato affermava di aver riconosciuto lo scrivente e che la descrizione fisica del sottoscritto verosimilmente non gli era stata fatta dal Falica in quanto, nel contatto tra Affatigato e il Tenente Casagrande (N.O. Bologna Sud) antecedente a quello col Falica, gia’ l’Affatigato faceva presente al Tenente di sapere bene chi era lo scrivente.

Lo scrivente non aveva mai visto ne’ conosciuto prima di tale incontro l’Affatigato, e’ quindi chiaro che l’iniziativa in atto, come d’altronde confermato dallo stesso Affatigato, è nota. Si precisa che lo scrivente consegnava all’Affatigato un proprio biglietto da visita. L’Affatigato prima di congedarsi affermava che avrebbe chiamato il Falica alle ore 14.00 per dargli l’ok e combinare l’incontro nel pomeriggio. Il Falica non avrebbe chiamato scrivente ma era il sottoscritto che doveva contattarlo.

Lo scrivente riferiva all’Affatigato che il contatto sarebbe avvenuto alle 14.15. Il sottoscritto, per ragioni di sicurezza, si portava per l’ora concordata nei pressi del locale del Falica per verificare se lo stesso fosse solo o meno, non riuscendo, pero’, a vederlo. Effettuava la telefonata alle 14.45 e, difatti, il Falica non era nel Bar. Il tentativo a casa dava esito positivo, il Falica confermava essere stato contattato dall’Affatigato e che non poteva incontrare lo scrivente prima di mercoledi’ poiché doveva parlare con due persone di Milano.