“1974” – Alberto Cecchi

Era convinzione diffusa che il Quirinale, in un modo o nell’altro, sarebbe andato a Fanfani e che da lì sarebbe cominciato un riordinamento catartico della repubblica e della società sottostante, con la liberazione dall’angoscioso problema della presenza comunista. E’ in questo involucro, in questo clima, in questa esaltazione degli animi che il referendum sul divorzio, rinviato con le elezioni politiche del ’72, arrivò al nuovo appuntamento, nel maggio del ’74. Fanfani saldamente installato alla guida della Dc, era euforico, sicuro di sé. Aveva avuto tutto il tempo a disposizione per preparare le carte. La Dc, è vero, si trovava isolata nella campagna antidivorzista, ma alle spalle aveva l’esperienza del 1972: i “laici” restavano nel governo, il governo si dichiarava neutrale; l’elettorato comunista si sarebbe spaccato, dividendosi tra divorzisti e antidivorzisti. Una volta divisi i comunisti – non era mai accaduto dal 1945-46 – il blocco Dc-“laici” sarebbe diventato fortissimo, sull’anticomunismo si sarebbe rinsaldato… Forse si sarebbero fatte di nuovo le elezioni, con un altro scioglimento traumatico del parlamento a soli due anni dal 1972. Lino Salvini temé il “colpo di Stato” e lo disse apertis verbis in massoneria, asserendo di essere stato informato da Licio Gelli di questa probabilità. Anzi, non più di golpe, si parlò, ma di “possibili soluzioni politiche di tipo autoritario”. Era il golpe soft, il colpo di Stato “di centro”, il nuovo modo di fare politica reazionaria. Rispondeva meglio alla nuova strategia mondiale dei “piccoli passi”…
Chi ruppe tutto fu il voto del 14 maggio, la catastrofe per Fanfani, l’improvvisa fuga in tutte le direzioni. L’elettorato comunista aveva tenuto benissimo, il voto comunista era determinante per salvare la legge sul divorzio, comunisti e “laici” stavano da una parte, vincenti, la Dc e il Msi dall’altra, inchiodati accanto e perdenti. Restavano a Fanfani i cocci e pochi fedelissimi. Gli estremisti neofascisti furono i primi a rompere le righe, a sfuggire ad ogni controllo. Il 28 maggio 1974 fu la strage in piazza della Loggia a Brescia. La strage sul treno Italicus, nella galleria ferroviaria che divide la stazione di Vernio da quella di San Benedetto in val di Sambro, seguì a poco più di due mesi, il 4 agosto. Era quasi una riaffermazione polemica di volontà omicida.

Alberto Cecchi “Storia della P2”

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Su Sindona e sull’iniziativa privata

(…) Sindona non è “un finanziere spregiudicato”, che fa politica spregiudicatamente; è semmai un finanziere-politico, è il motore finanziario di un’operazione che è, insieme, economica e politica, e a momenti persino “ideologica”. Insomma il Sindona che , per difendersi, si vanta con gli americani di aver fatto tutto ciò che ha fatto per “salvare l’iniziativa privata” non è un millantatore. E’ uno che ha misurato con la propria esperienza quanto l’esclusivo e sfrenato assalto dell'”iniziativa privata” alla società storicamente determinata che in Italia è uscita dagli eventi 1943-45,  e si è organizzata in repubblica, sia antistorico e illecito. E perciò, naturalmente, ha scelto, in Italia, l’anti-Stato, e l’anti-storia: il potere occulto e la restaurazione. Lo confermerà John McCaffery, il suo complice e amico, scrivendo quel famoso affidavit, indirizzato alle autorità degli Stati Uniti per scongiurare l’estradizione di Sindona in Italia: un documento che sarebbe sbagliato leggere come l’allucinato messaggio di una mente ossessionata dall’anticomunismo. McCaffery non è un malato, che scambia una dichiarazione giurata con un capitolo di storia. Eppure nel suo affidavit, composto di 26 capoversi numerati, si può leggere:
“E’ un dato di fatto storico che il vero collasso dell’economia italiana ha inizio dall’enorme scandalo creato intorno al nome di Sindona e dal collasso provocato della fortezza finanziaria dell’impresa privata che egli aveva costruito”.
E anche: “Quando lo conobbi per la prima volta durante la guerra, La Malfa era l’elemento essenziale, la guida del Partito d’Azione. Il Partito d’Azione era un’organizzazione di sinistra. Le attività parlamentari dei suoi membri, sia nel partito originario sia nei suoi successori, dimostrano la parte che essi hanno avuto nel condurre l’Italia alla sua attuale situazione. Anche se pochi di numero, essi erano fortemente appoggiati. In un parlamento post-bellico, che presto si divise equamente – non fra Destra e Sinistra, ma fra Centro e Sinistra – la loro influenza si tradusse in decisioni dannose per le politiche occidentali e la libera iniziativa in Italia”.
La conclusione è nota: ha ragione Edgardo Sogno, altro “perseguitato” dai comunisti, ad opporsi a questo stato di cose anche se per questo fine ha “parlato con membri della polizia e delle forze armate sul penoso stato del paese e della direzione che stava prendendo”. Anzi, aggiunge McCaffery, “qualunque persona responsabile e patriottica che ne avesse l’occasione lo farebbe. Michele Sindona l’aveva certamente fatto, perché io stesso sono stato presente ad una occasione del genere in un albergo di Roma”. In altre parole: il processo va fatto alla storia degli italiani, a chi li dirige e li ha diretti; e per riportare in Italia il dominio dell'”iniziativa privata” senza i condizionamenti imposti dalla Costituzione repubblicana bisogna ricorrere a tutti i mezzi, ivi inclusa l’eversione. Non occorrono ulteriori dimostrazioni che ogni separazione tra “affarismo” e “finalità politiche”, a proposito della loggia P2, è arbitraria e fuorviante. Semmai, può essere accaduto che le malefatte di Sindona, essendo state scoperte prima del “bubbone” P2, abbiano fatto pensare a uno scandalo finanziario, a cui la loggia di Gelli desse una copertura. In realtà è vero il contrario: l’affare Sindona, come più tardi l’affare Calvi, sono soltanto episodi, risvolti finanziari della manovra a cui era finalizzata l’organizzazione segreta di Licio Gelli. Ossia: per distruggere il “primato della politica”, affermato nell’ordinamento repubblicano come suprema espressione dell’interesse pubblico e generale sugli interessi particolari, Sindona, Gelli, Ortolani hanno bisogno di “riprivatizzare” la politica, con il solo mezzo possibile: “comprarla”. Il “piano di rinascita democratica” di Licio Gelli si regge su un disegno di fondo: comprare, comprare pezzi di partito, o partiti interi, comprare sindacati, comprare ancora prima l’opinione pubblica comprando giornali, radio e televisioni private. Non è soltanto follia di megalomani. “Il suo obiettivo – ha scritto Cornwell di Sindona – era la creazione del maggiore gruppo finanziario, non solo d’Italia, ma d’Europa” e ci ha ricordato che col primo passo era riuscito a far sedere Roberto Calvi accanto a Evelyn de Rothschild e a Jocelyn Hambro, nel consiglio di amministrazione della Centrale. Si può restare increduli e sconcertati, ma le dimensioni del disegno erano queste, non altre. Si capisce che Sindona, Gelli, Ortolani e in genere il gruppo consapevole di direzione della loggia P2 intendesse “fermare il sole” alla stagione di Nixon, stabilizzare la sua “era”, farla durare indefinitivamente.

Estratto da “Storia della P2”, di Alberto Cecchi

Francesco Pazienza – “Senza nemmeno una perizia contabile”

(…) il cosiddetto crack del Banco Ambrosiano fu causato, secondo gli atti giudiziari italiani, dall’indebitamento delle sue filiali estere. Ma dei documenti della magistratura, nelle centinaia di migliaia di pagine che sono state scritte nel corso dei due processi di Milano, non esiste il documento più importante e decisivo per provare questa affermazione, e cioè la perizia generale contabile. Questo era il documento-chiave, l’unico che poteva quantificare l’entità del buco, dell’esposizione delle filiali estere del Banco, e quindi dimostrare se il crack esisteva veramente e aveva davvero una dimensione “gigantesca”. Molti non lo sanno, molti fingono di dimenticarlo, ma la mancanza della perizia generale contabile non era e non è dovuta allo smarrimento, alla scomparsa, alla distruzione di tale documento, ma al fatto che la magistratura non aveva richiesto un simile e importantissimo atto.
Si è trattato di un caso più unico che raro: al fallimento del Banco non è seguita una perizia contabile, quella perizia che viene disposta ed esperita, come un fatto ovvio e di routine, anche nel fallimento di un salumaio, di un negozio di calzature, di una fabbrichetta della Brianza. In sostanza, la perizia contabile è l’equivalente dell’autopsia sul cadavere di una persona morta in circostanze sospette. Così come l’autopsia , anche la perizia contabile serve ad accertare le cause del “decesso”, le origini, gli eventuali reati commessi, le modalità dell'”assassinio”, i tempi, il tipo di “arma”, gli eventuali tentativi messi in atto per accelerare o ritardare la morte. In parole povere, per i reati di tipo societario, la perizia contabile è una sorta di “conto della serva”, con l’elenco del dare e dell’avere. (…) L’osservazione fondamentale, che sta alla base di un procedimento giudiziario per fallimento, di qualunque tipo esso sia, è: se l’ammontare dei crediti e del valore del patrimonio è superiore all’ammontare dei debiti, è chiaro che probabilmente non ci si trova di fronte a un fallimento.

Il “conto della serva”
Nel caso del Banco, in assenza – misteriosa, sospetta, assurda, incredibile – di una perizia contabile disposta dalla magistratura, proviamo noi a fare il “conto della serva”. Cominciamo dalla fine: a quanto ammontava l’entità del crack? Siamo costretti ad affidarci alle notizie della stampa e alle sue fantasiose valutazioni: a seconda dei diversi organi di “informazione” italiani la voragine delle filiali estere del Banco sarebbe ammontata a mille, duemila, tremila miliardi. O forse più. Cifre sparate a casaccio e senza il minimo conforto di una prova o di una fonte attendibile. Il documento del Custom Service dunque era doppiamente importante, poiché permetteva anche di aprire per la prima volta uno squarcio di luce sulla vicenda: la valutazione dello “scoperto” veniva indicata in 450 milioni. La fonte di questo dato era seria, attendibile, autorevole: la Touche Ross & C. Anche in questo caso non si trattava di un circolo della caccia, ma di una società londinese talmente seria e affidabile che le autorità del Lussemburgo, dov’era domiciliata la Banco Ambrosiano Holding Company, con un decreto governativo  le avevano affidato l’amministrazione e la gestione del delicato caso.
A questo punto prendiamo carta e penna e cominciamo quel “conto della serva” che qualcun altro, al nostro posto, avrebbe avuto il dovere e il compito di effettuare. Dunque, secondo la Touche Ross, la voragine delle filiali estere del Banco ammontava a 450 milioni di dollari, l’equivalente di circa 540 miliardi di lire dell’epoca (un dollaro = 1200 lire). A questa cifra va sottratta la somma di 144 milioni di dollari, cioè il prezzo pagato dal gruppo giapponese Sumitomo per l’acquisto del Banco del Gottardo.
Il passivo a questo punto scende a 306 milioni di dollari (450 meno 144), che in lire  italiane rappresentavano circa 367 miliardi. Ma il calcolo non si ferma qui. Infatti, lo IOR, in un periodo immediatamente successivo all’incontro degli agenti federali coi giudici di Milano, avrebbe versato al Banco la somma di circa 300 miliardi di lire con la formula “Contribuzione volontaria e umanitaria”, a dimostrazione del fatto che la fantasia all’interno del minuscolo Stato al di là del Tevere è grande quanto la sua indiscussa potenza.
Dunque, 367 miliardi di lire meno 300, fa 67 miliardi di lire, cioè 55 milioni di dollari. Questi conti, non tengono in considerazione quanto era contenuto nelle filiali estere sotto la voce “attivi”. Eccezion fatta per la Banca del Gottardo, che era stata classificata come una delle prime dieci banche svizzere. E la confederazione elvetica, quanto a banche, non è certamente il Tibet o il Ciad. Dunque, ai 55 milioni di dollari di buco occorre aggiungere ovviamente i recuperi crediti per centinaia di milioni di dollari da parte della Touche Ross, una somma che non possiamo esattamente conoscere  perché il rapporto, come vedremo nel prossimo capitolo, è segreto.
La domanda sorge spontanea: è una voragine questa? La risposta è: certamente no.

Estratto da “Il Disubbidiente”