Sulla figura di Pietro Rampulla – dichiarazioni Antonino Calderone

PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione la scelta di cui ha appena accennato di fare attentati dopo le assoluzioni di Catanzaro? Mi pare che i capi di Cosa nostra uscirono assolti, dopodiché si disse: “Ci dobbiamo ripresentare”.

ANTONINO CALDERONE. Sì, dobbiamo far sentire che siamo presenti, tanto è vero che poi si dovevano mettere le bombe. E’ venuto a Catania Francesco Madonia, quello di Palermo, portando una bomba ad orologeria, ma era un ordigno fatto artigianalmente. Si doveva mettere quando lo dicevano loro.
Avevano deciso di metterlo alla fine dell’anno, poi non erano d’accordo, fatto sta che noialtri non l’abbiamo messo. Luciano Liggio disse a mio cugino: “Senti, hai ancora quella bomba?”. “Sì”. “Perché non la metti dietro alla porta del palazzo di giustizia?”. Quello l’ha messa ed è scoppiata.

PRESIDENTE. Quando fu messa la bomba nella macchina di suo fratello non fu fatta intervenire la polizia perché un
uomo d’onore non deve farlo, ma venne chiamato Pietro Rampulla. Può spiegare chi era?

ANTONINO CALDERONE. Pietro Rampulla è il figlio di un grande uomo d’onore di Mistretta. Era quello che spingeva
molto per ammazzare il presidente della regione D’Angelo. Da ragazzo, frequentando la scuola, diventò fascista. Dice lui – ed io ci credo – che lo hanno istruito nel maneggiare il tritolo, le bombe. Nitto Santapaola ha portato questo signore per disinnescare la bomba, perché noialtri non ne capivamo niente. Lui ha staccato i fili e ci ha spiegato che era una bomba con comando a distanza. Era una piccola scatola da scarpe, l’abbiamo aperta e c’era una lampada: come faceva contatto si accendeva. C’erano una batteria e tanti fili. Ora, se non ho messo io la bomba non
la stacco così presto.

PRESIDENTE. Venne il sospetto che l’avesse fatta Rampulla?

ANTONINO CALDERONE. E’ logico.

PRESIDENTE. Come è possibile che un terrorista di destra fosse anche uomo d’onore?

ANTONINO CALDERONE. Non era più di destra. Era stato terrorista, aveva dato qualche coltellata, aveva un processo,
mi pare, ma poi era uscito.

PRESIDENTE. Quando Cosa nostra, dopo le assoluzioni di Catanzaro, decise di attuare la strategia della violenza per
rifarsi viva, era sola ad aver deciso o c’era qualcun altro che poteva aver interesse?

ANTONINO CALDERONE. Non so. Io sapevo che era Cosa nostra ad aver deciso così.

PRESIDENTE. Può dare alla Commissione i chiarimenti a sua conoscenza sulla questione del golpe Borghese?

ANTONINO CALDERONE. Sì. Qualcuno a Palermo ha fatto sapere che Valerio Borghese voleva fare un golpe e voleva gli uomini della mafia (non sapeva che si chiamava Cosa nostra).
Si sono riuniti ed hanno deciso. I fascisti non li hanno mai potuti vedere per il fatto di Mussolini, perciò si disse che
se riuscivano nel golpe per noialtri erano guai, allora tanto valeva prenderli in giro dicendo di sì, che accettavamo: se
vincono, abbiamo guadagnato, se non vincono non abbiamo perso niente. Si disse che uno poteva andare a conoscere come stavano le cose e mio fratello si recò a Roma ad un appuntamento. Fu preso da una persona che lo portò da Valerio Borghese, che gli chiese molti uomini e spiegò la strategia del golpe.

PRESIDENTE. Cosa gli disse?

ANTONINO CALDERONE. Che Roma era il centro e tutta l’Italia era periferia. Si doveva occupare prima di tutto il
Ministero dell’interno e la RAI. Dal Ministero dell’interno un loro uomo avrebbe diramato a tutti i prefetti l’ordine di
levarsi perché sarebbero stati sostituiti da altri uomini.
Dovevamo accompagnarli noialtri mafiosi o i fascisti per farli insediare: se i prefetti non si volevano levare dovevamo
intervenire noialtri. Borghese disse che dovevamo arrestarli e mio fratello rispose che non avevamo mai arrestato persone e che, se voleva, li potevamo ammazzare. Gli dissero che ci avrebbero dato delle armi, se mandavamo degli uomini a Roma, e che ci avrebbero fatto sapere la data. Hanno fissato la data ed è partito dalla Sicilia Natale Rimi con altri due. Gli hanno dato dei mitra, in quella famosa notte, dicendo: “Se sentite a Roma sparare qualche colpo…”. Noi aspettavamo all’aeroporto il ritorno di questo.

PRESIDENTE. Tutto il vostro contributo era rappresentato da tre persone?

ANTONINO CALDERONE. Sì.

PRESIDENTE. Se poi la cosa fosse andata bene vi sareste mossi?

ANTONINO CALDERONE. Sì. Comunque, agivamo così per farceli amici e perché ci promisero che avrebbero revisionato i processi di Liggio, Rimi e qualche altro. Naturalmente, non ci garantivano che poi avremmo potuto effettuare omicidi a nostro piacimento, poiché vi sarebbe stata comunque una legge. Intanto, però, si potevano revisionare i processi.

PRESIDENTE. Subire processi e condanne rappresenta un fatto grave per Cosa nostra?

ANTONINO CALDERONE. E’ gravissimo, non grave.

PRESIDENTE. Quindi, uno dei maggiori interessi di Cosa nostra è quello di ridurre la reclusione ed annullare i processi?

ANTONINO CALDERONE. E’ logico, perché in tal modo si comanda meglio e si acquista un certo carisma. Infatti, chi
riesce a far annullare un processo acquista, agli occhi degli uomini d’onore, un grande prestigio.

Dichiarazioni di Antonino Calderone in commissione parlamentare antimafia dell’11.11.1992

Le dichiarazioni di Gioacchino Pennino su Calvi e l’Ambrosiano

Parimenti, Giocacchino Pennino ha confermato che Calvi gestiva il denaro di Cosa Nostra, che il banchiere non aveva onorato l’impegno preso con Cosa Nostra, che non era stato più nelle condizioni di restituire il denaro e che l’organizzazione, per il tramite di Vitale, si stava attivando per recuperarlo. In particolare, ha articolato il suo racconto nei termini che seguono. Aveva appreso da Bontate e, soprattutto, da Giacomo Vitale che i proventi illeciti delle famiglie di Santa Maria del Gesù, di Uditore-Passo di rigano, le quali facevano capo, rispettivamente, a Bontate e a Inzerillo, erano stati convogliati nelle holding di Sindona. Erano stati fatti confluire anche soldi di altre famiglie, collegate alle due, ma che non sapeva indicare. Nella seconda metà degli anni ’80 aveva appreso da Giuseppe Marsala, il cui diminutivo era “u Pinuzzu”, e da Giacomo Vitale, il quale, in quegli anni, si era recato al suo laboratorio di analisi cliniche, in quanto “doveva recuperare i loro capitali, i capitali fuori famiglia mafiosa, della sua famiglia di sangue”. Costoro lo avevano reso edotto del fatto che Sindona ”quando vi fu il crack delle sue banche (…) canalizzò (…) il denaro presso il Banco Ambrosiano di Calvi”.

Egli era a conoscenza del fatto che il Banco Ambrosiano “aveva nel suo statuto delle facoltà di gran lunga superiori” a quelle degli altri istituti. Gli era stato detto che vi erano dei “vantaggi legati alla gestione del denaro”, ma non poteva specificare quali perché non era un tecnico. Sindona aveva degli “impegni di carattere economico perché deteneva i soldi” delle famiglie mafiose e “quando ebbe il crack, li dovette restituire”. Una parte era riuscito a restituirli e la restante la “canalizzò” nel Banco Ambrosiano di Calvi… che era pur sempre di origine cattolica”. Sindona aveva rispettato i suoi impegni con Cosa Nostra. Sempre dalle stesse fonti aveva appreso che Calvi aveva preso degli impegni con appartenenti a Cosa Nostra e che “non aveva onorato.. l’impegno preso” e “non aveva restituito il denaro che… gestiva”. Calvi aveva ottenuto delle risorse finanziarie tramite lo IOR. Lo Ior è l’Istituto opere religiose, la banca del Vaticano, all’epoca diretta da mons. Marcinkus, e Calvi gestiva anche parte delle finanze di origine vaticana.
Giacomo Vitale si era recato da lui perché voleva sapere se fosse “nelle condizioni di reperire Licio Gelli”. Egli non era nelle condizioni di farlo e gli aveva risposto che non aveva la possibilità. Lo scopo che “si prefiggeva era quello di rientrare del denaro che era stato consegnato a suo tempo al banco Ambrosiano di Calvi” per rientrare “in possesso”. Agiva per sé, per la sua famiglia di sangue e per la famiglia di cui faceva parte. Vitale si era rivolto a lui perché “sapeva che era massone e che aveva avuto la possibilità di conoscere un po’ tutti i massoni dell’epoca”. Tali indicazioni sono state in buona sostanza ribadite nel prosieguo della sua deposizione in sede di controesame della difesa: riferiva che Vitale gli aveva dato l’impressione che cercasse Gelli per poter recuperare il denaro del banco Ambrosiano, e gli aveva detto che i loro capitali erano nel Banco Ambrosiano. Invitato a precisare se gli avesse dato l’impressione o se glielo avesse detto che vi era un nesso tra la ricerca di Gelli e il denaro del Banco Ambrosiano, ha sottolineato che erano trascorsi circa vent’anni e non poteva avere una visione precisa “di problemi” che non lo interessavano. Aveva ascoltato “mal volentieri fatti” che non lo riguardavano.


Gli veniva ricordato che, in data 10.2.2004 aveva dichiarato: “Nella circostanza di questo… di questo colloquio mi disse anche che cercava di mettersi in contatto con Licio Gelli per poter recuperare il denaro che ormai Calvi non poteva più restituire”. Pennino ribadiva che Vitale “doveva recuperare i soldi del Banco Ambrosiano”. (…) Non gli aveva spiegato cosa c’entrasse Gelli con il denaro di Calvi, con quali modalità Sindona aveva trasmesso i soldi a Calvi, quale fosse il quantitativo di denaro, e se la mancata restituzione di soldi da parte di Calvi fosse stata preceduta da richieste di restituzione. Egli si limitava ad ascoltare.
Aveva avuto per la prima volta notizia che i mezzi finanziari affluivano nelle holding di Sindona nella metà degli anni ’70. Sindona era un banchiere che si diceva operasse tanto in Italia quanto in Svizzera e all’estero, ove agiva con la Franklin Bank. Il fatto che il denaro confluisse nelle holding di Sindona lo aveva saputo da Bontate e da Vitale, nei momenti di frequentazione. Vitale non era un uomo d’onore, mentre Bontate era il capo mandamento della famiglia di Santa Maria del Gesù ed era suo coetaneo, entrambi erano nati nel 1938, e da sempre lo aveva frequentato. Entrambi si recavano nella casa di suo zio Gioacchino Pennino, che fu una delle persone più rappresentative di Cosa Nostra.
Aveva appreso soprattutto da Giuseppe Marsala – uomo d’onore della famiglia di Santa Maria del Gesù, che nel periodo in cui aveva avuto rapporti con lui ricopriva un ruolo di comando e di coordinamento in quella famiglia – che parte dei capitali consegnati a Sindona erano poi confluiti nelle holding di Calvi. Quando si era verificato il crack finanziario di Sindona aveva restituito una parte dei capitali a Cosa Nostra e la restante l’aveva dirottata, “certamente con il placet di coloro che gli avevano affidato il denaro al Banco Ambrosiano di Calvi”.

Estratto dalla requisitoria del pm Tescaroli riportata nel libro “Dossier Calvi”.

Claudio Sicilia – dichiarazioni 19.11.1986

Lo Iacolare aveva anche saputo dal medesimo canale che il Casillo aveva effettuato frequenti viaggi in Inghilterra e a Parigi, cosa che lo Iacolare sapeva anche per conoscenza diretta. Aveva saputo inoltre che il Casillo durante uno dei viaggi in Inghilterra aveva partecipato alla eliminazione di Calvi quale prima prova di fedeltà ai Nuvoletta; in proposito mi disse che un grande quantitativo di denaro dei mafiosi era stato investito per il tramite di Calvi in attività immobiliari.

Il Calvi doveva essere eliminato perché era a conoscenza di molti fatti importanti e non era più affidabile in quanto non ci stava più con il cervello perché preoccupato di provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Lo Iacolare mi disse che aveva saputo dell’omicidio Calvi oltre che dal canale maranese da certi magliari, commercianti di biancheria, suoi amici napoletani di Londra.

Lo Iacolare mi disse che Calvi era stato impiccato dal Casillo e da altre persone che non conosceva; aveva sospettato che insieme al Casillo ci fosse anche il Cuomo. Chiesi spiegazioni su come si potesse far impiccare una persona a mo’ di esempio. Lo Iacolare mi disse se ricordavo l’episodio dell’impiccagione di tal Cartuccia e di un certo Di Matteo di S. Antimo, fatti verificatesi nel carcere di Ascoli Piceno.

Claudio Sicilia – dichiarazioni 17.11.1986

Ad un certo punto della comune detenzione lo ZAZA iniziò a parlami più esplicitamente della sua attività e ciò spesso in presenza del BONO; queste confidenze erano motivate dal fatto che in prospettiva io avrei potuto far parte di associazioni mafiose, in quanto ero persona fidata attese le mie parentele. Mi parlò in proposito di Danilo ABBRUCIATI che era appunto mafioso pur operando con altri gruppi i cui componenti erano all’oscuro della appartenenza alla mafia dell’ABBRUCIATI.

Mi raccontò che l’ABBRUCIATI pur avendo tolto a Umberto AMMATURO la donna, tale Toscano mi sembra comunque una brasiliana cognata di un altro mafioso Nunzio GUIDA, non aveva subito conseguenze proprio per la sua appartenenza alla mafia. Lo ZAZA era a conoscenza di tutti i fatti avvenuti a Roma in quanto gli erano riferiti dall’ABBRUCIATI il quale faceva parte della “famiglia” di Pippo CALÒ. Lo Zaza mi parlò delle vicende del suo processo a Roma; mi disse che si occupava da tempo del traffico dell’eroina, che per li traffico si serviva della struttura della sua organizzazione napoletana”.

Il delitto Mangiameli

Il 2 settembre Volo, Mangiameli e le rispettive compagne si muovono dalla Sicilia e vanno in Umbria, a Cannara, un paesino in provincia di Perugia: lì per una settimana sono ospiti di Salvatore Davì, che è un appartenente di Cosa nostra, in soggiorno obbligato in attesa degli esiti di un processo per l’omicidio di un poliziotto. Se non è già un esponente di rilievo, Davì lo diventerà, perché, scontate le condanne, salirà a capo della famiglia di Partanna-Mondello. I motivi per cui Mangiameli e Volo soggiornano proprio da Davì per una settimana non sono noti, si può solo supporre che Mangiameli avesse necessità di essere protetto, nella prospettiva di vedersi con il gruppo di Fioravanti. Oppure, per quanto fa capire Alberto Volo, lo scopo del viaggio sarebbe stato anche quello di «acquisire elementi per chiarire, attraverso canali diversi, tutti i sospetti che si erano accumulati, considerando le gravi vicende di quell’anno 1980». Più nello specifico, Volo riporta che «in effetti Mangiameli mi disse – il 9.9.80 durante il viaggio da Perugia a Roma – di sapere che vi era stata una riunione a casa di Gelli cui aveva partecipato Valerio Fioravanti e che aveva posto tale riunione in relazione con l’omicidio Mattarella, proprio perché già allora sospettava che il Fioravanti fosse stato autore materiale dell’omicidio». Questo spiegherebbe il motivo della fuga, ma presuppone rapporti occulti fra l’estrema destra e la mafia. Mangiameli decide di andare a Roma, appunto il 9 settembre, usando l’Alfa Sud del Davì. Dapprima si trova con Roberto Fiore, poi nel pomeriggio, verso le 15.30, arriva in piazza della Rotonda per l’appuntamento di chiarificazione con i Nar: lo vanno a prendere, Mangiameli sale su una Golf di colore argento, ma non lo fa Volo, che non si fida. Alla guida c’è Cristiano Fioravanti e con lui Dario Mariani. Mangiameli viene portato in una pineta di Castelfusano e lì viene ucciso con un macabro rito, ognuno gli spara un colpo, prima Cristiano, poi Valerio, quindi Giorgio Vale. La Mambro e Mariani provvedono a sbarazzarsi del cadavere, che viene buttato in un laghetto artificiale in località Spinaceto e qui zavorrato; poi raggiungono gli altri che sono a cenare in un ristorante. Il ritardo nel ritrovamento è funzionale perché, nelle intenzioni, c’è anche quella di uccidere ancora «per avere il tempo di rintracciare Fiore e Adinolfi nonché la stessa moglie di Mangiameli». Tale intento non si verifica, anche perché Mangiameli viene ritrovato già due giorni dopo, quando il corpo riemerge in superficie. Il delitto apre una faglia fra i Nar e Terza Posizione, che risponde con un documento, che è anche un’accusa: L’ignobile strage di Bologna, che tanto da vicino ricorda quella di Abadan ad opera della Savak o quelle di Piazza Fontana, di Brescia, di Peteano, del treno Italicus, ha forse fatto la sua 85a vittima?

 

Fonte: “La democrazia del piombo“, Luca Innocenti

Eugenio Cefis dichiarazioni 29.12.1995 – sentenza ordinanza Argo 16

“…io sono stato.. non sono stato.. sa, il grosso e non grosso è tutto da valutare, noi abbiamo aiutato tutti i partiti, nessuno escluso, ma erano tutte operazioni finalizzate a quelli che erano gli interessi del Gruppo, non per ragioni politiche o per ragioni, diciamo, di altra natura”.

I finanziamenti ammessi dal CEFIS: “passavano dal Consiglio di Amministrazione a cui io partecipavo, questo senz’altro … intanto, rispetto alla cifre di adesso, erano cifre molto più modeste, ma poi erano sempre, diciamo, la ragione fondamentale era sempre quella che… come si poteva dire, avevamo interesse a vivere in una società democratica, in cui il gioco, diciamo, democratico fosse.. cioè un idea è, che nell’ambito dell’economia la democrazia è il terreno più fertile e più adatto allo sviluppo dell’attività industriale e commerciale del Paese, che poi è la ragione del benessere che, tutto sommato, bene o male, tutti aspiravano, allora ed aspirano adesso a raggiungere”.

Quanto ai rapporti con il generale MALETTI: “era mio compagno di corso della Scuola Militare e Accademia … ma non era uno dei miei amici… eravamo di mentalità completamente differente …rapporti di buona amicizia, come si può dire, era una persona che tutti noi stimavamo come Ufficiale dell’Arma, ma quando è stato fatto Ufficiale del SID era la persona più negata, più completamente inadatta a fare quel mestiere lì, una persona che viveva nel mito del papà morto medaglia d’oro. suicida perché aveva perso la battaglia in Africa, un Ufficiale d’Arma combattente dai capelli ai piedi. Fare l’Ufficiale dei Servizi Segreti o robe del genere non era il mestiere suo, quindi ridevamo tutti quando, quando parlavamo di lui Ufficiale del SID, ecco, perché non ..e tutti; compagni, i compagni di corso, insomma era completamente fuori posto.. un uomo che se doveva dire una bugia diventava rosso, si immagina Capo dei Servizi Segreti.”

Nel corso della deposizione CEFIS oltre a negare di avere avuto come consulente per l’estero il cessato Capo della CIA, STONE, negava altresì di essere stato consapevole di avere assunto cessati Ufficiali del SID quale il predetto Efrem CAMPESE pur affermando di avere conosciuto e di avere parlato con Io STONE:
“…a Roma sicuramente abbastanza a lungo, nel senso che non è stato un incontro: non ricordo proprio di avergli.. di avergli promesso di lavorare o di lavorare per noi, mi ricordo che lui stesso mi avesse detto che stava lasciando il suo incarico, io ricordo che lo avevo conosciuto in quanto lui era responsabile, andava per l’uomo della CIA a Roma. Insomma non è che ci siamo trovati a tre con MINO e MINO me l’ha presentato, è stato il tramite per fissare un appuntamento di un colloquio che, come le ho detto, è stato abbastanza lungo, con niente di particolare; voleva sapere dal mio punto di vista come vedevo la situazione italiana dal punto di vista finanziario, industriale, soprattutto io andavo come si può dire, camminando sulle uova, perché con la CIA.. Beh abbiamo sempre avuto… con gli americani, dei rapporti molto, molto strani, parlo soprattutto dell’ENI: quindi noi sapevamo benissimo all’ENI che la CIA faceva il servizio di spionaggio pesante nei nostri confronti a favore delle “sette sorelle”, soprattutto.. la ESSO STANDARD …come… come l’Intelligence Service faceva nei nostri confronti un pesantissimo lavoro di spionaggio a favore della .. British Petrolium, la società di Stato inglese”.

CEFIS ha ricordato che suo capocorso in Accademia era stato LOCICERO, che ebbe a presentargli il generale MINO e “parecchi altri” tra cui il generale MICELI:
“me l’ha presentato LOCICERO che allora era alla NATO: buoni rapporti direi, ma non particolari, anche perché allora tutti i miei, tutti i miei autisti, erano tutti ex Brigadieri dei Carabinieri che venivano dal SID”.

Ricordava altresì tra i suoi amici l’Ufficiale dei Granatieri D’ADDARIO, D’AIETTI, LEDERE “poi ce n’è un altro che sta in Cile, adesso non ricordo più come si chiama; Renato RAMISTELLA che sta… anche lui in Cile …” ricordando anche il Generale MISSORI “che è stato Vice Comandante dell’Arma dei Carabinieri e il Generale DE LUCA dei Carabinieri e poi “conoscevo bene il Colonnello ARGENTON nonché: “io ho conosciuto bene, conosco bene, il responsabile operativo dei Servizi di Sicurezza di Montedison, che è stato per tanti anni finché è stato con me, un ex Ufficiale dei Carabinieri che si chiama … CAMPESE, ma credo che avesse lasciato l’Arma con il grado di Tenente o Capitano, ecco una cosa di questo genere, molto più giovane di me, e noi al Servizio ENI non avevamo per molto tempo, perlomeno che ricordi io, nessun servizio di sicurezza perché i momenti più importanti sono venuti… con i movimenti del 68-70, quando incominciavano a gambizzare, la protezione dei dirigenti, la protezione degli impianti, dagli atti di.. diciamo, di.. come si chiamavano quelli che facevano saltare gli impianti? sabotaggio? …io conoscevo CAMPESE perché CAMPESE era.. era la persona più, come si diceva. addetta alla sicurezza personale dei dirigenti, quindi io ero presidente, mi sceglieva gli autisti, gli uomini di scorta, queste cose… Quello che aveva i rapporti con le istituzioni e quindi aveva anche questi rapporti con i Carabinieri e con il SID… ma io penso che se era SID, era SID economico sul… non so se il SID ha diverse.. poteva essere.. noi avevamo all’ENI, fin dai tempi di MATTEI, perché anche lui era stato un partigiano nostro, era stato anzi paracadutato su nell’Ossola con me assieme al Generale PALUMBO perché la radice dell’ENI era una radice partigiana, sembra da ridere ma era proprio così.. che si chiamava Ugo NIUTTA ed era un giudice o per lo meno inizialmente era un giudice ed è morto però, purtroppo, è morto suicida qualche anno fa. E sotto NIUTTA… e purtroppo PALUMBO e NIUTTA erano quei due che avrebbero potuto avere dei rapporti, non dico istituzionali con STONE, perché con la CIA a quel livello lì sicuramente no.. mah, non saprei dovrei andare a vedere chi c’era con NIUTTA a quei tempi là, oppure I’AGIP Mineraria, non so, qualche consulenza in giro per il Medio Oriente, ma non.. che sappia io proprio assolutamente no… No, sapevo che esisteva il generale.. ecco. NIUTTA aveva rapporti con il Generale ROCCA, mi pare era l’omologo di FIAT, no?… NIUTTA mi ha detto che il signor ROCCA era morto suicidato, da terzi, e che aveva la responsabilità della security della FIAT”.

NIUTTA in realtà fu Consigliere di Stato poi transitato in Farmitalia. Coinvolto giudiziariamente in uno scandalo, che lambì anche un Ministro in carica, per episodi relativi all’ammanco di circa un miliardo poi riparò in Inghilterra dove mise fine ai propri giorni. ROCCA fu trovato morto, riverso sul pavimento del suo studio della Fiat in via Bissolati, ove era stato assunto a un anno dal congedo, attinto da un colpo di pistola. La fedele segretaria, che ne conosceva il narcisismo, dubitò subito che si trattasse di suicidio perché il cadavere del Colonnello, sempre attento al proprio aspetto fisico, era stato rinvenuto con i capelli molto scomposti.