“E il loro duce fa la spiegazione – colloquio con Clemente Graziani” – L’Espresso 01.12.1974

Roma. Clemente Graziani, capo riconosciuto di Ordine Nuovo, accetta di parlare: non con i magistrati che l’inseguono con gli ordini di cattura ma con i giornali. Il primo contatto telefonico avviene pochi giorni dopo la strage di Brescia: il cronista ha qualcosa da chiedere al dirigente del gruppo al quale, direttamente o indirettamente, si fa risalire la responsabilità dei più gravi attentati di questi ultimi anni? Certo: sarebbe interessante conoscere i rapporti di ON con la destra parlamentare e con alcuni corpi separati dello Stato, sapere quali stati e quali regimi mantengono rapporti amichevoli e danno rifugio ai latitanti dei gruppi neonazisti… Un anonimo militante di Ordine Nuovo raccoglie al telefono le domande, e dopo alcune settimane fa arrivare al giornale le risposte di Graziani. Eccone i passi principali, un’abile autodifesa, con molte omissioni, qualche sconfessione e la minaccia appena velata di rivelazioni, forse l’inizio di un “jeu de massacre” all’interno della destra eversiva.
D. Perché Rauti e la vecchia direzione del centro studi “Ordine Nuovo” sono rientrati nel MSI?
R. Nel novembre 1969, all’epoca del rientro di Rauti e di altri dirigenti di Ordine Nuovo nel MSI, il lavoro ideologico e dottrinale che da anni il Centro Studi andava elaborando era ormai concluso. Si poneva quindi il problema di tradurre in termini di lotta politica principi, idee, strategie messe a punto partendo da un’analisi critica del fascismo e del nazionalsocialismo. Come è noto, Rauti ed altri esponenti del Centro Studi hanno ritenuto di risolvere il problema entrando o rientrando nel MSI. Io ed altri camerati abbiamo invece deciso (con maggiore coerenza, crediamo) di dar vita ad una formazione politica rivoluzionaria ed extraparlamentare, quale è stato, appunto, il Movimento Politico Ordine Nuovo”.
D. Come valuta il fatto che Rauti sia rientrato nel MSI?
R. A cinque anni di stanza da questo infausto avvenimento credo sia possibile tirare un bilancio sull'”operazione rientro”. Questa operazione poteva avere soltanto una giustificazione: quella relativa alla necessità di effettuare una battaglia ordinovista anche all’interno del partito. Ma questa battaglia ordinovista non è stata affatto combattuta da Rauti e dai suoi seguaci. Ed era fatale che così fosse, era fatale che il partito fagocitasse questi sprovveduti ordinovisti. Questa fine indecorosa noi l’avevamo largamente prevista e i fatti oggi ci dicono che si è trattato di una previsione fin troppo facile. Per queste ed altre considerazioni, dunque, il rientro di Rauti nel MSI non può che essere valutato negativamente. D’altra parte è pur vero che Rauti, a seguito di circostanze straordinarie ed irripetibili, è diventato deputato. E quale deputato aveva la possibilità e il dovere di dare un saggio di come un nazional rivoluzionario può stare in un’assemblea democratica, Farinacci e José Antonio erano modelli da imitare. Questo Rauti non l’ha fatto. Per uno come lui, che ha teorizzato per anni l’abbattimento dello stato borghese, un siffatto atteggiamento è perlomeno singolare.
Per noi, dunque, Rauti è un uomo politico ormai integrato nel sistema e voi democratici dovreste esser lieti di questa sua “borghesizzazione” e dovreste smetterla di attaccarlo. Giacché se per noi è una perdita, per voi è senz’altro un acquisto. Teneteveli cari, lui e il suo capo, Almirante. In una “democrazia corretta” potrebbero entrambi tornarvi utili: sono uomini intelligenti. E lei sa come me quanto sia arduo rintracciare un qualche barlume d’intelligenza presso gli uomini politici italiani!
D. Nell’inverno ’70-71 Rauti fu aggredito e violentemente picchiato. Allora si disse da elementi di sinistra. Ma poi ha preso piede l’ipotesi che i responsabili dell’aggressione siano stati elementi di Ordine Nuovo, dissidenti. Cosa può dirci in proposito?
R. Anche io sono venuto a conoscenza di “voci” che indicavano che indicavano elementi di “Ordine Nuovo” quali responsabili dell’aggressione, voci che potrebbero avere qualche fondamento. Per quanto mi riguarda, sono assolutamente estraneo all’episodio. Se avessi avuto qualcosa da regolare con Rauti sul piano dello scontro fisico l’avrei regolata personalmente, viso a viso, e non attraverso un mandatario che sguscia, protetto dalle tenebre, da dietro un muro con un martello in mano. Tutto ciò non rientra nel mio stile di comportamento.
D. Resta aperto il capitolo dei rapporti di Ordine Nuovo con determinati settori  delle forze armate e con i servizi di spionaggio. Parliamo degli episodi più noti: nel 1964 il Sifar segnala che Graziani e Rauti sono in Portogallo “per trattare con la PIDE la costituzione dei centri informativi in Roma e in altre città italiane” e “la definizione d’un piano diretto a facilitare l’acquisto di armi in Italia per conto di quel paese)”: nel 1969 si svolge la visita di Rauti e Giannettini (anch’egli militante di ON, oltre che informatore del SID) a Coblenza, nelle installazioni militari tedesche…
R. Il viaggio a Lisbona con Rauti e i presunti contatti con la PIDE non ci sono mai stati. Naturalmente, a questo punto penserete che io voglia a tutti i costi tenere nascosti certi aspetti della mia attività “illegale”. Non è così. Dall’alto dei miei 5 o 6 mandati di cattura non ho più di queste preoccupazioni. Ed è per tali ragioni oggi non ho difficoltà a “confessare” di avere intavolato trattative con fabbriche italiane e straniere per una grossa fornitura di armi dell’OAS, organizzazione di cui ho fatto parte. Probabilmente, è trapelata qualche indiscrezione su questa operazione e da questa indiscrezione può essere nata la favola del mio viaggio a Lisbona con Rauti; persona, peraltro, notoriamente aliena dall’occuparsi di certi aspetti dell’attività rivoluzionaria… Quanto al viaggio di Rauti e Giannettini a Coblenza, si tratta di “normale attività professionale”: insieme con loro, “ci saranno stati a Coblenza altri giornalisti invitati dallo stato maggiore tedesco…”. I rapporti con il servizio segreto? Dei rivoluzionari seri, quali noi crediamo di essere, non amano stringere rapporti con certi ambienti… Lasciamo volentieri queste iniziative agli uomini politici dei partiti borghesi.
D. Da alcuni anni a questa parte si dà come imminente un’iniziativa golpista, il cui scopo finale sarebbe quello di spingere le forze armate ad intervenire, per instaurare un regime autoritario, di stampo gollista. Qual è il ruolo di Ordine Nuovo nella complessa geografia eversiva?
R. E’ effettivamente in atto, in Italia, un’azione eversiva condotta da certi ambienti della destra conservatrice, massonica e patriottarda. La documentazione che stiamo raccogliendo su questa operazione, credetemi, è sconvolgente, e mette a nudo responsabilità di uomini politici dello schieramento democratico, insospettati e insospettabili. Presto faremo pagare a costoro tutto, compreso lo scherzetto di Ordine Nero: un’operazione di bonifica che noi possiamo portare in porto prima e meglio di Santillo. I golpisti? Un ambiente ingenuo e folcloristico, col quale, per nostre necessità informative, abbiamo avuto contatti, restando costernati nel constatarne l’assoluta mancanza di qualsiasi logica politica… Così stando le cose, era inevitabile che questi sempliciotti cadessero prima o poi nelle mani dei “servizi” e venissero strumentalizzati ai fini dell’instaurazione di una dittatura clerico-marxista… Soluzioni tipo golpe, blocco d’ordine, repubblica presidenziale sono considerati dal movimento Ordine Nuovo come eventi controrivoluzionari, vere e proprie autocompensazioni delle contraddizioni in atto nello Stato e nella società democratica e borghese. Ciononostante, noi dobbiamo ancora difenderci, anche sul piano giudiziario, dall’accusa di golpismo e di connivenza con i vari Porta Casucci e Fumagalli…
D. E Ordine Nero, le stragi, i messaggi inviati in tutta Italia con questa firma?
R. Hanno inventato una nuova sigla per poterci addossare fatti criminosi cui siamo totalmente estranei. Di qui la persecuzione e la repressione dirette quasi esclusivamente contro di noi”.
D. Ora che in Portogallo e in Grecia è stata restaurata la democrazia, quali sono i riferimenti geografici e politici di Ordine Nuovo? In quali paesi è più facile la penetrazione del movimento?
R. Direi che la Libia e l’Argentina costituiscono oggi il riferimento geopolitico di cui abbiamo bisogno. La Grecia e il Portogallo, invece, non lo sono mai stati. Circa i paesi dove la penetrazione di Ordine Nuovo è più facile, sono quelli nei quali l’involuzione della società borghese e democratica è in fase avanzata. Per esempio l’Italia e la Francia.

Il Golpe Borghese – Relazione Commissione Stragi 1995 – prima parte

Può ritenersi ormai certo che nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 si attivò in Roma un tentativo di vero e proprio colpo di Stato, che tuttavia durò soltanto poche ore e fu subito interrotto ben prima che si raggiungesse uno stato insurrezionale. In merito può ormai ritenersi sufficientemente accertato che:

a) Un gran numero di uomini era stato raccolto e organizzato da Junio Valerio Borghese sotto la sigla Fronte Nazionale in stretto collegamento con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

b) Sin dal 1969 il Fronte Nazionale aveva costituito gruppi clandestini armati e aveva stretto relazioni con settori delle Forze Armate.

c) Borghese stesso, con la collaborazione di altri dirigenti del Fronte Nazionale e di numerosi alti Ufficiali delle Forze Armate e funzionari di diversi Ministeri, aveva predisposto un piano, che prevedeva l’intervento di gruppi armati su diversi obiettivi di alta importanza strategica; sin dal 4 luglio 1970 era stata costituita una “Giunta nazionale”. Avrebbero dovuto essere occupati il Ministero degli Interni, il Ministero della Difesa, la sede della televisione e gli impianti telefonici e di radiocomunicazione; gli oppositori (e cioè gli esponenti politici dei diversi partiti rappresentanti in Parlamento), avrebbero dovuto essere arrestati e deportati. Il Principe Borghese avrebbe quindi letto in televisione un proclama, cui sarebbe seguito l’intervento delle Forze Armate a definitivo sostegno dell’insurrezione.

d) Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 il piano comincia ad essere attuato, con la concentrazione a Roma di alcune centinaia di congiurati e con iniziative analoghe in diverse città:

1) Militanti di Avanguardia Nazionale, comandati da Stefano Delle Chiaie e con la complicità di funzionari, entrano nel Ministero degli Interni e si impossessano di armi e munizioni che vengono distribuite ai congiurati.

2) Un secondo gruppo di militanti si riunisce in una palestra, in via Eleniana, ove attende la distribuzione delle armi, che dovrà avvenire a seguito dell’ordine di Sandro Saccucci (un tenete dei paracadutisti stretto collaboratore di Borghese) e a opera del Generale Ricci tra le persone radunate, in parte già in armi, vi sono anche ufficiali dei Carabinieri.

3) Lo stesso Saccucci (che avrebbe dovuto assumere il comando del SID) dirige personalmente un altro gruppo di congiurati, con il compito di arrestare uomini politici.

4) Il Generale Casero e il Colonnello Lo Vecchio (i quali garantiscono di avere l’appoggio del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Fanali) dovrebbero invece occupare il Ministero della Difesa.

5) Il Maggiore Berti, già condannato per apologia di collaborazionismo e ciò nonostante giunto ad alti gradi del Corpo forestale dello Stato, conduce una colonna di allievi della Guardia forestale, proveniente da Città Ducale presso Rieti, che attraversa Roma e va ad attestarsi non lontano dagli studi RAI-TV di via Teulada.

6) Il Colonnello Spiazzi (di cui si è già chiarito il ruolo nei Nuclei per la difesa dello Stato) muove con il suo reparto verso i sobborghi di Milano, con l’obiettivo di occupare Sesto San Giovanni, in esecuzione di un piano di mobilitazione reso operativo da una parola d’ordine.

7) L’insurrezione, già in fase di avanzata esecuzione, fu improvvisamente interrotta. Fu Borghese in persona a impartire il contrordine; ne sono tuttora ignote le ragioni, giacché Borghese rifiutò di spiegarle persino ai suoi più fidati collaboratori.

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Sono questi fatti noti, di cui acquisizioni anche recenti hanno consentito una più ampia ricostruzione e una più approfondita lettura. E tuttavia gli stessi, anche per come percepiti nella immediatezza degli accadimenti, appaiono alla Commissione tali da non giustificarne la valutazione minimizzante che hanno avuto in sede giudiziaria (sentenza Corte d’Assise di Roma 14 novembre 1978 e Corte di Assise di Appello del 14 novembre 1984 che condussero al noto esito globalmente assolutorio) ed anche da gran parte dell’opinione pubblica, apparsa spesso orientata da aspetti velleitari dell’operazione e dallo scarso spessore di molti dei suoi protagonisti, a definire l’episodio come un “golpe da operetta”.
Per ciò che concerne la valutazione giudiziaria, scarsamente condivisibili appaiono alla Commissione innanzitutto le motivazioni con cui già in sede istruttoria furono prosciolti molti di coloro che si erano radunati, agli ordini del Fronte Nazionale; il proscioglimento fu infatti così motivato: “molte persone aderirono al Fronte Nazionale perché illuse e confuse da ingannevole pubblicità… Nei loro confronti non sono state avanzate istanze punitive nella presunzione che l’iscrizione, il gesto isolato e sporadico, il sostegno ‘esterno’, la convergenza spirituale di per sé rilevano, piuttosto che un permanente legame, un atteggiamento psicologico non incidente sulla ‘condizione’ processuale degli interessati”.
Indipendentemente dalla fondatezza giuridica di tale dichiarata presunzione, va rilevato che tra le posizioni così archiviate ve ne erano alcune riferibili a soggetti che negli anni successivi compariranno in momenti di rilievo dell’eversione di destra, quali Carmine Palladino, Giulio Crescenzi, Stefano Serpieri, Gianfranco Bertoli (autore della strage di via Fatebenefratelli a Milano), Giancarlo Rognoni, Mauro Marzorati, Carlo Fumagalli, Nico Azzi (autore della tentata strage del 7 aprile 1973 di cui si è già detto).

Analogamente alcuni dati di fatto – pur non contestati – furono incomprensibilmente svalutati nella decisione della Corte di Assise di primo grado, che accetto le più ridicole giustificazioni di condotte che apparivano ictu oculi di straordinaria gravità (come quella del Generale Berti nell’avere condotto un’intera colonna di militari armati di tutto punto e muniti di manette, acquistate senza autorizzazione ministeriale appena pochi giorni prima, fino a poche centinaia di metri dalla sede della radiotelevisione). Esito di tale complessiva lettura minimizzate può ritenersi la finale ricostruzione della vicenda, cui approda la Corte di Assise di Appello romana nella già ricordata sentenza, affermando: “che i ‘clamorosi’ eventi della notte in argomento si siano concretati nel conciliabolo di quattro o cinque sessantenni nello studio di commercialista dell’imputato Mario Rosa, nella adunata semi pubblica di qualche decina di persone nei locali della sede centrale del Fronte Nazionale (adunata cui potettero presenziare anche estranei al movimento, e cioè attivisti dell’M.S.I., incaricati dal loro partito di sorvegliare, senza neppure tanta discrezione, le attività di J. V. Borghese e dei suoi seguaci), nel dislocamento di uno sparuto gruppo di giovinastri in una zona periferica e strategicamente insignificante dell’agglomerato urbano, nel concentramento di un imprecisato numero di individui, alcuni certamente armati ma i più sicuramente non molto determinati, nella zona di Montesacro , in un cantiere impiantato dall’impresa di Remo Orlandini, e, da ultimo, nella riunione di cento o duecento persone, fra uomini e donne, senza armi in una palestra gestita dall’associazione paracadutisti nella via Eleniana di Roma”.

Così come analogamente minimizzate appare la valutazione che nella medesima sede viene operata del Fronte Nazionale e del suo organizzatore:
“La formazione creata e capeggiata da J. V. Borghese, con l’apporto determinante soprattutto di elementi legati, se non politicamente ed ideologicamente, almeno sentimentalmente al fascismo, ed al fascismo più deteriore, quello repubblichino, accolse nel suo seno esaltati, se non mentecatti, di ogni risma pronti a conclamare in ogni occasione la propria viscerale avversione al sistema della democrazia liberale, avversione condivisa dal loro capo, nonché ad alimentare deliranti segni di rivalsa e speranze e propositi illusori di rovesciare il regime creato dalle forze andate al potere dopo la disfatta del fascismo: conseguentemente è indubbio e risulta documentato in atti, che all’organizzazione del Fronte Nazionale appartennero individui che, in assenza di qualsiasi elemento che potesse conferire caratteri di concretezza ai loro discorsi, presero a farneticare di imminenti colpi di Stato, nei quali essi stessi e il movimento cui si erano affiliati avrebbero dovuto avere un ruolo determinante, o almeno significativo, a spingere le proprie sfrenate fantasie, apparse subito comiche alla generalità dei compari, un po’ meno sprovveduti di loro, sino al punto di vagheggiare spartizioni di cariche per sé e per i propri amici e conoscenti nell’amministrazione centrale e periferica dello Stato, a predisporre proclami da rivolgere al popolo dopo la auspicata instaurazione del fantasticato “ordine nuovo”, ad immaginare come imminenti sovvertimenti istituzionali….”.
Sorprendente appare alla Commissione che a valutazioni siffatte si sia potuto giungere nel 1984, cioè al termine del terribile quindicennio che ha insanguinato la Repubblica; e cioè dopo che una serie di eventi, con la tragicità della loro evidenza, avevano dimostrato la estrema pericolosità dei fenomeni, in cui la vicenda della notte dell’Immacolata veniva ad inserirsi, preannunciando in qualche modo episodi successivi, di cui molti degli aderenti al Fronte Nazionale furono, come già segnalato, i negativi protagonisti. Vuol dirsi cioè che una valutazione giudiziaria così minimizzante dell’episodio avrebbe avuto senso se lo stesso fosse venuto ad inserirsi in un contesto storico sociale assolutamente pacifico; e cioè affatto diverso da quello che caratterizzò il Paese per l’intero decennio degli anni ’70. In quel contesto la vicenda della notte dell’Immacolata non può meritare una così intensa sottovalutazione che stride, fino alla inverosimiglianza, con la stessa personalità del suo protagonista, (il Comandante Borghese), quale già all’epoca nota e quale meglio è venuta a precisarsi a seguito di più recenti acquisizioni: un coraggioso uomo d’armi, avvezzo a responsabilità di elevato comando, esperto di guerra e di guerriglia, conoscitore degli aspetti e dei profili occulti del potere, sia in ambito nazionale che internazionale. Appare francamente inverosimile che personalità siffatta si sia posta alla testa di un gruppo di “mentecatti” o di “giovinastri” quali alla autorità giudiziaria sono apparsi gli affiliati al Fronte Nazionale, per assumere i rischi di pesanti responsabilità senza alcun tornaconto personale ovvero senza alcuna concreta possibilità di successo.

Borghese junio

Peraltro è estremamente probabile che anche gli esiti giudiziari della vicenda sarebbero stati diversi se intense e molteplici non fossero state le condotte di occultamento della verità anche da parte degli apparati. Le varie fasi del tentativo insurrezionale furono infatti costellate da contatti tra uomini del Fronte Nazionale e pubblici funzionari, in cui è difficile distinguere le condotte partecipative di questi ultimi da quelle di mero favoreggiamento successivo. Con nota del 13 agosto 1971, infatti, il SID comunicò all’autorità giudiziaria che le notizie in possesso del Servizio “portavano all’esclusione di collusioni, connivenze o partecipazioni di ambienti o persone militari in attività di servizio”. Sin dal 1974 emerse, invece, che il SID aveva occultato rilevanti elementi di prova sugli avvenimenti della notte dell’Immacolata. Erano infatti state raccolte, nell’immediatezza dei fatti (e per alcuni versi persino prima che essi accadessero), informazioni assai particolareggiate sulla organizzazione del colpo di Stato e sulla identificazione di coloro che – a diverso titolo – vi avevano avuto parte. Tra queste informazioni ve ne erano di provenienza non meramente confidenziale, come le registrazioni dei colloqui avvenuti tra il Capitano del SID Antonio Labruna e uno dei congiurati, Remo Orlandini, nonché registrazioni di conversazioni telefoniche raccolte sin dal giorno successivo al fallimento dell’iniziativa. Nel settembre 1974 il Ministro della Difesa, Giulio Andreotti, impose al SID (e per esso al nuovo direttore Casardi e a quello del Reparto D, Gian Adelio Maletti) di comunicare all’autorità giudiziaria le informazioni in possesso del servizio.

Furono quindi inviate tre distinte memorie, che riguardavano rispettivamente il Golpe Borghese, la “Rosa dei Venti” e ulteriori fatti di cospirazione dell’estate 1974, a seguito delle quali fu infine esibito il materiale (che all’epoca si ritenne integrale) raccolto dl Reparto D. Già da questo materiale risultò evidente che il Servizio aveva seguito sin dalla nascita il Fronte Nazionale; risultano accuratamente descritti i contatti con i dirigenti di Ordine Nuovo (tra cui Pino Rauti) e di Avanguardia Nazionale (tra cui Stefano Delle Chiaie, definito “un tecnico della agitazione di massa e della cospirazione”); l’addestramento all’uso delle armi individuali; la preparazioni del colpo di Stato; la disponibilità di armi e i collegamenti con settori delle Forze Armate (ivi compreso il ricorso alle caserme per l’approvvigionamento delle armi e munizioni in caso di necessità). Nessuna contromisura risultò però essere stata predisposta e il disvelamento della condotta del Servizio al suo interno portò all’allontanamento del suo Direttore generale Miceli e al rafforzamento di Casardi e Maletti.
Fu però soltanto a seguito dell’assassinio del giornalista Mino Pecorelli (avvenuto in Roma il 21 marzo 1979) che si accertò come solo una parte delle informazioni fosse stata effettivamente posta a disposizione degli inquirenti: quelle concernenti il coinvolgimento di alti ufficiali delle Forze Armate e dello stesso Servizio di informazione erano state in realtà in larga parte soppresse. Nel colorito linguaggio del settimanale OP – che appare sempre di più un singolarissimo crocevia, un luogo fitto di intrecci di svariati “fiumi carsici” che attraversarono la vita del Paese – ciò verrà sintetizzato nella espressione “malloppone e mallopponi” a segnalare che da un originario, grande rapporto erano state ricavate più modeste, purgate informative.
I contenuti di OP, decrittati alla luce delle acquisizioni di cui oggi si è in possesso, convincono che tra le responsabilità da occultare vi fu anche con ogni probabilità quella di Lucio Gelli il cui ruolo sarebbe stato quello di consegnare la persona del Presidente della Repubblica in mano al Fronte Nazionale, avvantaggiato in ciò dai rapporti diretti con il Generale Miceli che davano a Gelli libero accesso al Quirinale. Questo è il ruolo che a Gelli sarebbe stato assegnato nel colpo di Stato del 1970 in danno del Presidente Saragat; analogo ruolo Gelli avrebbe dovuto svolgere in danno del Presidente Leone secondo un altro progetto eversivo del ’73-’74, di cui in seguito più ampiamente si dirà.

Andrea Brogi – dichiarazioni 21.02.1975 prima parte

Ammetto che nei precedenti verbali non ho detto tutta la verita’ ma ho taciuto alcune circostanze. In primo luogo ammetto di avere ricevuto la somma di lire 360000 in contanti, in tutte banconote da 10000 dal professore Rossi presente il Cauchi, con la quale avrei dovuto acquistare alcuni mitra, avendo io lasciato intendere che avevo simili possibilita’ .
La verità e che non sapevo come procurarmi queste armi che poi in effetti non procurai, in quanto, essendomi rivolto ad una persona di Firenze, seppi che c’ era disponibile solo roba “corta” (cioe’ pistole) e non roba “lunga” (cioe’ fucili o mitra) come desiderava il Rossi. La richiesta di armi mi venne formulata dal Rossi, presente anche l’Albiani, il Cauchi ed il Batani non ancora partito soldato, il quale fece capire che il gruppo non disponeva di una dotazione di armi adeguata alla eventualità che – in seguito di sconfitta del MSI nel referendum – si verificassero contrasti armati con i rivali politici. Per rendermi conto della serieta’ del discorso non mi volle molto, poiche’ il denaro mi venne versato anticipato.
D’ altro parte discorsi sulle armi erano abbastanza frequenti ancorche’ io non li considerassi particolarmente pericolosi e fossi convinto che si trattava di ragionamenti o di persone appassionate o comunque infantili.
Ad esempio l’ Albiani mi propose con la ingenuita’ di mostrare una sera, al bar, una rivoltella a tamburo di piccolo calibro, fatto che ritenni imprudente data la situazione essendo in un luogo pubblico.
Preciso che fui indotto ad accettare l’ offerta di danaro dallo assoluto stato di indigenza in cui mi trovavo, attesa la situazione della Daniela che fu ricoverata in ospedale.
In tale modo io fui completamente coinvolto dal gruppo aretino, che del resto promettendomi un’ attivita’ mi aveva fatto pensare che potesse sistemarmi in un certo qual modo. Andai ad abitare alla Verniana, su invito del Cauchi e collaborai alla preparazione delle elezioni presso la locale federazione MSI che del resto dettero la loro opera tutti i personaggi finora nominati.

– prima di recarmi ad Arezzo, conoscevo, per contatti avuti a Firenze nel partito, il Batani, il Cauchi e il Ghinelli. Anzi a tale proposito riferisco che in Arezzo, fui coinvolto in un procedimento penale di Pretura, ove anche il Cauchi era imputato. Io e il Cauchi colpiti da mandato di cattura dovemmo darci alla fuga su consiglio dello stesso avvocato Ghinelli, il quale ci spiego’ che la cattura era eccessiva in rapporto alla entita’ delle lesioni, le quali in effetti si rivelarono “lievi” in seguito a perizia richiesta dallo stesso Ghinelli. L’avvocato ci forni’ anche il denaro necessario per allontanarci temporaneamente, il Cauchi ando’ a Perugia ed io a Siena. Dopo pochi giorni l’avvocato anzi il Capacci, con cui parlai per telefono, mi avverti’ che il mandato di cattura era stato revocato cosicche’ potemmo rientrare in Arezzo.
Avvenne poi che io non mi presentai al giudice Anania, il quale per avermi al processo emise un nuovo mandato e feci dieci giorni di carcere, per essere poi assolto in udienza.
E’ vero che i nomi dei presenti alla Verniana non furono riferiti esattamente ai CC, ma cio’ e’ conseguenza dei seguenti fatti: il giorno dopo o due giorni dopo l’ attentato di Moiano, il maresciallo di Monte San Savino venne alla Verniana per cercare il Cauchi, il quale era uscito, poco lontano da casa a cercare legna e visti i militi, si tenne lontano. Io fui convocato in caserma ed ivi attesi l’ arrivo del capitano Romano, al quale riferii verbalmente della riunione, peraltro facendo confusione tra nomi e giorni. Non accennai alla presenza del Rossi, dell’ Albiani e del Capacci. Cio’ feci perche’ il Cauchi, la sera stessa della riunione, ovvero della cena, oppure il giorno dopo, mi disse discretamente che, per ogni evenienza, era meglio non menzionare la presenza del Rossi e degli altri due, i piu’ anziani presenti, per il loro stretto contatto con la federazione MSI.

– ammetto che la mia reticenza sui tre nomi, oltre che all’ invito rivoltomi dal Cauchi, va spiegata con riferimento alla richiesta di armi fattami in precedenza dal Rossi, il che mi faceva pensare anche in rapporto alla sua età ad una pericolosita’ ben diversa rispetto agli altri che erano solo ragazzi e mio giudizio innocui. Fu cosi’ che rivolsi alla Daniela l’ invito di tacere i 3 nomi, cosa che essa fece quando fu sentita il 29 aprile dai CC.

– il discorso del Cauchi, di non fare menzione del Rossi e degli altri due, fu fatto, se mal non ricordo, presente il Batani prima che costui partisse.

– seppi che Batani era stato ad una manifestazione a Milano e la sua fotografia con i capelli lunghi era apparsa su un rotocalco e se ne parlava in Federazione. Non se quando fu scattata detta fotografia del Batani a Milano di cui si parlava in federazione ad Arezzo. Non so precisare se fu la manifestazione del 12.04.73 in cui mori’ un agente della Polizia.

– E’ vero che la dichiarazione a contenuto confessorio che mi fu estorta in Siena, e di cui ho detto nel precedente verbale testimoniale, fu conseguenza della mia impossibilità di restituire il denaro datomi per l’ acquisto delle armi.

Si sospende ad ore 18.00 diffidandolo a restare disponibile.

Letto confermato e sottoscritto