Angelo Izzo – verbale di udienza 25.11.1987 – quinta parte

Il Presidente: questo rapporto chi glielo ha riferito?

Izzo: Valerio diciamo, come fonte principale.

Il Presidente: cioe’ Valerio le parlo’ proprio di avere lui dei rapporti con ambienti massonici…

Izzo: si’, pero’ me li spiego’ diversamente da come diceva Terza Posizione, che lui era uno zozzone… e lui mi diceva che, siccome questo era un gruppo di potere esistente e chiunque volesse fare politica rivoluzionaria doveva fare i conti … Uno non puo’ fare finta di vivere in un altro mondo, cioe’ in un mondo in cui queste cose non ci sono. Lui diceva proprio cosi’: “non si puo’ fare la frittata senza rompere le uova”.
Il Presidente: queste sono parole di Valerio.

Izzo: si’.

Il Presidente: e diceva questo per giustificare i suoi rapporti…

Izzo: si’, per giustificare dei suoi rapporti con ambienti della massoneria.

Il Presidente: che funzione aveva mangiameli specificamente in questi rapporti?

Izzo: quello che mi ha detto Valerio era proprio rispetto all’omicidio Mattarella; mi aveva detto che era a conoscenza e manteneva dei rapporti, perche’ praticamente non e’ che abbia fatto l’omicidio direttamente…

Il Presidente interrompe: non vorrei parlare neanche dell’omicidio Mattarella, se non per questi rapporti…

Izzo: ho difficoltà a spiegarglielo allora.

Il Presidente: sono processi per cui si procede avanti ad altre AG e quindi….

Izzo: sono in istruttoria, lo so. Lui a Palermo era sceso su indicazione di gente Romana, cioe’ della Magliana e di ambienti dietro la Magliana; non e’ che ando’ a Palermo perche’ conosceva dei mafiosi, questo lo voglio dire, ma cosi’, per caso. Mangiameli gli aveva tenuto certi contatti rispetto a questa storia, e proprio per questo diceva che una volta eliminato Mangiameli questa storia non sarebbe piu’ venuta fuori. Questo pensava Valerio.

A d.p.r.: Si’, me lo disse esplicitamente come giustificazione dell’omicidio Mangiameli. Ripeto che Valerio mi diede una grande serie di giustificazioni, ogni tanto ne tirava fuori una.

Il Presidente: lei e’ stato a Paliano insieme con Cristiano Fioravanti.

Izzo: certo.

Il Presidente: lei ha riferito in un interrogatorio reso l’8/4/86 al g.i. Zincani, di alcune cose apprese da Cristiano Fioravanti, presente anche la Furiozzi, a proposito della strage. Ricorda di cosa si tratta?

Izzo: certo. Devo addirittura aggiungere una cosa che ho riferito in precedenza ad altra AG, pero’ ho letto sui giornali che forse riguarda anche la strage.

Il Presidente: cosa le disse Cristiano?

Izzo: la prima cosa che mi disse in tempi diversi, fu che il fratello gli aveva detto che la strage era avvenuta poiche’ era crollato il tetto della sala d’aspetto della stazione, senno’ non ci sarebbero stati tanti morti.

Un’altra volta, mi parlo’ della faccenda Ciavardini al processo amato e, in un’altra occasione in cui la Furiozzi non era presente, mi parlo’ della copertura a Ciavardini sia al processo amato che al processo Arnesano, cioe’ mi parlo’ due volte di questa storia.

Il Presidente: chi gliene parlo’, Cristiano?

Izzo: Cristiano. A me sembrava una cosa…. Cioe’ lo sapevano tutti che Cristiano… Anche Cavallini nell’ultimo periodo cercava di avvalorare l’ipotesi che fosse stato vale, lo disse anche a me. Cio’ non toglie che era cosa risaputissima che era Ciavardini a guidare la moto dell’omicidio Amato. Avendo io appreso dai giornali o anche da racconti che mi erano stati fatti, che lui accusava vale, gli dicevo: “Cristiano, com’e’ che accusi vale? A parte che non ti possono credere, ma perche’ lo accusi, se non e’ stato lui?”. Anche perche’ sapevo che tra lui e Ciavardini non c’era un grande rapporto di amicizia, praticamente non lo conosceva. Quando Cristiano e’ uscito dal carcere il 2 agosto, Ciavardini nei giorni immediatamente successivi si era distaccato dal gruppo. In piu’, Ciavardini aveva accusato la Mambro e Valerio dell’omicidio evangelista; tutto sommato non vedevo il motivo per cui coprire Ciavardini.

Izzo prosegue: e lui mi disse che lo faceva perche’ cosi’ voleva Valerio, perche’ Ciavardini lo avrebbe potuto inguaiare rispetto alla strage di Bologna. Non solo, la stessa cosa avvenne con l’omicidio Arnesano per il quale Cristiano non ha mai confessato la partecipazione di Ciavardini. Si tratta di una guardia uccisa praticamente sotto le finestre di casa Ciavardini; Ciavardini mi racconto’ personalmente che aveva visto dalla finestra l’omicidio, del quale mi diede tanti particolari; ad esempio mi disse che Valerio aveva tirato fuori la pistola da una cartelletta, di quelle che si usano per i documenti, che mentre sparava sorrideva, ecc… Per cui sono piu’ che sicuro che fosse presente, diciamo dalla finestra, a guardare a questo omicidio. E allora gli chiesi perche’ lo copriva per l’omicidio Arnesano; lui mi ripete’ nuovamente il discorso per cui, sia per amato che per Arnesano, glielo aveva chiesto Valerio con questo tipo di motivazione. Volevo dire un’altra cosa. Alcuni mesi fa, prima che uscisse questa notizia sui giornali, ho verbalizzato che Cristiano si preoccupo’ di far scappare, nel momento in cui la Digos gli stava arrivando addosso e servendosi del fatto di essere un pentito, per cui poteva avere qualche informazione in piu’, Pippi Bragaglia; questo e’ spiegabile poiche’ c’e’ grande amicizia tra Cristiano e Pippi Bragaglia.

Izzo prosegue: l’altro nome che mi fece, e allora non capii assolutamente il senso, era quello di Riccardo Brugia che non era grande amico di Cristiano; questo l’ho verbalizzato cinque o sei mesi fa avanti al dott. D’Ambrosio e al dott. Vigna in sede di confronto con Cristiano, intorno all’aprile dello scorso anno.

Il Presidente: cosa sa di Brugia?

Izzo: non so niente. So che non e’ particolarmente amico con Cristiano, so che e’ del loro gruppo… pero’ Cristiano ha accusato tantissimi del loro gruppo, e non capivo perche’ avesse coperto anche Riccardo Brugia. Ora leggendolo sul giornale questa storia di Brugia, mi e’ venuto in mente.

L’avv. Lisi: leggendo che cosa?

Izzo: leggendo che in questo processo era venuto fuori il nome di Brugia, su, mi sembra, su un documento, una cosa del genere… qualcosa letto sul giornale, ora non ricordo precisamente?

L’avv. Lisi: possiamo sapere che documento?

Izzo: mi pare di avere letto sul giornale che questo brugia aveva dato il nome a Picciafuoco, un documento di Picciafuoco, non so…. una storia del genere.

Il p.m. Chiede se Izzo abbia conosciuto le seguenti persone: Formisano.

Izzo: si’. E’ lo zio di Emanuele Macchi, un estremista di destra del mio quartiere che conosco da quando eravamo ragazzini e con il quale ho compiuto reati che ho confessato. Questo Formisano era molto legato a Francis Turatello, gli portava addirittura a spasso il figlio eros. In seguito a questo si lego’ anche alla Banda della Magliana. Turatello era stato imputato per gli stessi sequestri per i quali erano stati imputati Danilo Abbruciati, Bergamelli, nel famoso maxi processo di Imposimato ed io ero in sezione con loro a Rebibbia. Turatello strinse una forte amicizia con Danilo Abbruciati, con i Romani diciamo e gli passo’ Formisano come contatto.

Il p.m.: Loria.

Izzo: non ho conosciuto Loria. So che era un pregiudicato Romano assassinato da quelli della Magliana poiche’ spacciava droga senza il loro permesso.

Il p.m.: Ludovighetti.

Izzo: no.

Il p.m.: Balducci.

Izzo: so che Balducci era un usuraio, a Roma era conosciuto da molte persone come tale e legato alla malavita. Non so altro.

L’avv. Baldi: ha avuto modo di sentire parlare degli attentati compiuti nel ’74 e ’75 con la sigla ordine nero?

Izzo: si’. Siccome ero in rapporti abbastanza stretti con Zani, praticamente uno dei capi di ordine nero… Ho poi conosciuto quasi tutti quelli del gruppo milanese che erano tutti carcerati con me, praticamente, quindi ho sentito parlare spesso e volentieri di questa sigla Ordine Nero.

Anche perche’ c’era una storia abbastanza…. La vecchia inimicizia tra Zani e Signorelli risale addirittura ai tempi di Ordine Nero, in quanto Zani accusava Signorelli di essere uno dei capi di Ordine Nero e di averli poi rinnegati, mentre Signorelli invece spargeva la voce che Ordine Nero era un gruppo di provocazione, attribuibile a giri di avanguardia del nord, comunque era il solito gioco delle parti.

Il Presidente: come sa queste cose?

Izzo: erano discussioni tra Zani e Signorelli. Io le ho sapute sicuramente da Tuti, da Bonazzi, da Azzi, da tutte le persone di quell’ambiente, questa era una cosa risaputa che esisteva, cioe’ la lite fra Zani e Signorelli, anche se poi esistevano tanti altri fatti seguenti, risaliva a quello… Signorelli tra l’altro accusava un certo Falica di Bologna di essere la persona che aveva millantato il suo nome. Signorelli si giustificava dicendo che non c’entrava e che era Falica, perche’ Signorelli diceva: “io nel periodo susseguente avevo organizzato il Fulas”, che erano bombe secondo lui mirate, cioe’ Signorelli diceva: “questi sono casini di Beppe Pugliese, io non c’entro niente”. Diciamo che accettava di aver guidato delle organizzazioni di tipo terroristico, pero’ negava di avere avuto a che fare con attentati di tipo indiscriminato, tipo treni e cose del genere.

L’avv. Baldi: Izzo ebbe modo di ricordare, a proposito e a dimostrazione del doppio gioco che rivestiva Signorelli nell’ambiente, anche un episodio in particolare con riferimento a due bombe, o due attentati dinamitardi compiuti in quel periodo, di cui uno mi sembra all’Eur. Ricorda questo particolare?

Izzo: si’, pero’ cadiamo nel solito discorso. Esiste una istruttoria, Signorelli ha un mandato di cattura per il fulas e queste fanno parte delle bombe del Fulas. Se volete posso raccontare quello che so sul fulas, pero’ e’ un’istruttoria…

L’avv. Baldi: a me interessa semplicemente il suo discorso con Signorelli.

Izzo: io difesi Signorelli all’interno dell’ambiente per un certo periodo, dopo esserci incontrati nel ’79 con Azzi, ecc… Questi mi raccontarono che Signorelli era implicato fino al collo nelle bombe e che buttava su Zani e sugli altri le colpe, quando poi era lui che li aveva organizzati, ecc. Quando incontrai Signorelli avevo un po’ il sangue agli occhi, perche’ avevo speso una parola in sua difesa… A questo proposito vorrei chiarire e cio’ serve nella valutazione della mia testimonianza, cioe’ voi dovreste riuscire ad entrare nella mentalita’ che esisteva nei bracci speciali in quegli anni; eravamo 500 detenuti e si verificavano 25-26 morti all’anno all’interno dei bracci speciali, cioe’ c’era una atmosfera di grande violenza, proprio per il fatto di essere chiusi e in queste condizioni e con un articolo 90 estremamente duro, ecc..; Ogni voce, ogni chiacchiera, ogni discorso, non era piu’ un “pour parler” diciamo tranquillo, diventava una cosa che non si sapeva come poteva andare a finire, per cui di conseguenza su ogni cosa si arrivava pure… in effetti, per esempio, io presi Signorelli abbastanza di brutto quando lo rividi a Roma, gli chiesi una spiegazione e lui scaricò completamente … Ammise soltanto di aver guidato il Fulas, che erano appunto le bombe dell’Eur, le bombe a casa di Moravia, le bombe giu’ in Sicilia. Disse che non sapeva nulla degli attentati al nord e della Toscana e che gli unici rapporti con quelli di Ordine Nero li aveva Giuseppe Pugliese di Ordine Nuovo e Falica avra’ fatto il mio nome con questi ragazzi, con Zani, ecc… dicendo che ero io. Pero’ Falica ha millantato credito, io non c’ero dietro a queste cose. Questo era piu’ o meno il discorso di Signorelli.

L’avv. Baldi: ha mai sentito parlare di un certo Gaggiano detto “Il Barba”?

Izzo: si’. Era il rappresentate dei libri delle Edizioni di AR a Milano, di Freda, ed era strettamente legato a tutto il gruppo milanese. Freda ultimamente ce l’aveva con lui, perche’ diceva che non gli aveva pagato una partita di libri…

L’avv. Baldi: e’ vero che era costui il contatto tra i gruppi milanesi e quelli veneti di Fachini, Ballan, Cagnoni e Rognoni?

Izzo: si’. Fachini e Ballan erano in continuo e stretto contatto per cio’ che mi dicevano Freda e gli altri, Concutelli per esempio. Riguardo al gruppo milanese, le due cose piu’ eclatanti che possono dimostrare questo contatto sono il tentativo di depistaggio di Nico Azzi relativo ai timers nella villa di Feltrinelli, il tentativo di attentato da attribuire a sinistra, e soprattutto e questa e’ la cosa piu’ grossa e’ la bomba dell’agente Marino…

Il Presidente invita Izzo a ritornare alla domanda.

L’avv. Baldi: il ruolo del Gaggiano nell’ambito di questi rapporti.

Izzo: il gruppo milanese di cui faceva parte Gaggiano era in stretto rapporto con i veneti, a dimostrazione….

L’avv. Bezicheri interrompe: a questo punto io mo oppongo alla domanda, perche’ Gaggiano non mi pare che sia un soggetto del processo. Quindi io formulo opposizione su qualsiasi domanda…

Il Presidente fa presente che Izzo ha gia’ risposto.

L’avv. Bezicheri chiede che non si tenga conto della risposta e formula opposizione ad ogni futura domanda che riguardi contatti fra gli imputati e personaggi che non sono del processo, perche’ non rientrerebbe in una deontologia processuale….

Il Presidente: il Barba e’ nominato in una delle sue deposizioni.

L’avv. Bezicheri: e’ nominato, ma non esiste, dov’e’ questo Barba? Quindi parliamo di contatti attraverso….? Il p.m. se vuole, ha tutti i mezzi, attraverso la p.g., per identificare persone, se la cosa e’ influente ed interessante; se il p.m. non l’ha fatto e’ segno che non l’ha ritenuto… Non fa parte del processo.

Il Presidente: ha mai conosciuto Smedile Antonio?

Izzo: no, non mi pare. Aspetti, penso di sbagliare. Conosco uno Smedile che ha accoltellato Tuti a Favignana, un pregiudicato catanese, ma non so se…..

Il Presidente: non credo si tratti di quella persona. E’ uno che ha un negozio in Campo dei Fiori a Roma, l’ha mai sentito nominare?

Izzo: no.
L’avv. Baldi: ha sentito parlare di un’arma in possesso di Esposti a pian del Rascino? Se ci puo’ dire cos’era quest’arma e che provenienza aveva.

Izzo: io frequentavo ascolani, in particolare Crocetti, Valerio Viccei, che erano legati al gruppo di Gianni Nardi, un gruppo ascolano: Piergiorgio Marini, Giuseppe Ortenzi, tutte queste persone che erano legate al gruppo di Nardi. Piergiorgio Marini all’epoca era fidanzato con Alba Nardi, sorella di Gianni. Io li frequentavo, tra l’altro io con Viccei avevo rapporti piu’ che buoni, abbiamo anche fatto una rapina insieme a Roma, abbiamo comprato armi insieme, avevo rapporti piu’ che buoni con queste persone e gia’ da fuori mi parlavano di rapporti con milanesi, ecc… Al tempo della morte di Esposti ebbi modi di vedere Viccei, in quei giorni, il quale era incavolato nero per la morte di questo suo grande amico, come lui diceva. Addirittura, potrei anche avere conosciuto Esposti, pero’ non ne sono certo. In occasione di una cena lui mi disse che c’ero anch’io e c’era questo qui, ma sinceramente non me lo ricordo; comunque anche se l’avessi conosciuto non conterebbe niente, perche’ sarebbe stata una cosa che stavamo ad una cena insieme. Comunque, in seguito, anche in carcere volli sapere cose su Esposti, ecc., anche perche’ Concutelli ne parlava piuttosto male; mi disse che era un provocatore e gli attribuiva strane abitudini sessuali, ma siccome era morto, era una cosa tra noi fascisti un po’ difficile, poiche’ di solito i morti vengono portati sugli altari, per cui qualche volta avemmo dei battibecchi. Una volta in presenza di Freda, appunto Freda disse che, anche se aveva fatto degli sbagli nella vita, con la morte che aveva fatto aveva ripulito tutto. Riguardo all’arma di cui mi viene chiesto, ho sentito parlare, sia da Freda che da Concutelli, di un mitra di produzione artigianale, progettato da Amos Spiazzi, che era tra le armi di Pian del Rascino e che poi sarebbe sparito da, ma non so se questa storia sia vera.

L’avv. Baldi: le dissero anche dove era stato fabbricato?

Izzo: si’, mi sembra fosse stato fabbricato in Veneto, ed e’ dello stesso modello delle armi che poi tenteranno di fabbricare in spagna quelli di ordine nuovo nel 1976, sempre disegnato da Spiazzi…

Il Presidente: lei l’ha visto? Chi le disse che era lo stesso modello?

Izzo: non l’ho visto. La notizia l’ho avuta da Concutelli e Freda che mi hanno raccontato la storia di questa arma che era sparita, ecc.; Invece di averlo visto me lo ha detto Viccei, ma in tempi recenti, non al tempo del fatto.

Il Presidente: fu Viccei a dirle che era lo stesso modello?

Izzo: no, me l’hanno detto Concutelli e Freda. Viccei non sapeva nulla di questo; me ne ha parlato a livello di armi, in quanto era appassionato di armi.

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La sparatoria di Pian del Rascino – seconda parte

Esposti fu fatto oggetto di due colpi di moschetto dal brigadiere, questo me lo ricordo, gli sparò due colpi di moschetto molto velocemente, quello che mi è rimasto impresso è il fatto che Esposti ad un certo punto rimase con la pistola ancora in mano per un attimo come fermo, credo per i colpi che aveva ricevuto, in quella circostanza il maresciallo Filippi gli sparò questo colpo in testa. […] non fu il colpo di grazia, secondo me, perché comunque Giancarlo Esposti era ancora in piedi, forse stava già cadendo, ma era ancora in piedi, aveva la pistola in mano, per cui credo che chiunque al posto di […] gli avrebbe sparato in testa […]. Credo anche senza questo colpo alla testa sarebbe comunque morto perché sembra che i colpi di moschetto lo raggiunsero proprio. Questo è proprio quello che ricordo quel momento perché lo vidi in piedi con questa pistola per un attimo come colpito probabilmente però aveva la pistola in mano ancora.

Per Danieletti «chiunque gli avrebbe sparato in testa», ma nella realtà non dovrebbe essere così. Nelle voci di carcere, e non in aula, lui e D’Intino, avrebbero raccontato di un’«esecuzione». Le risultanze medico-legali hanno accertato che non vi siano stati colpi a bruciapelo ma, la dinamica che si può ricostruire, fa pensare a qualcosa di simile a un’esecuzione. Infatti nella memoria del Pm dell’ultimo processo della strage di Brescia, si trova scritto:

Molti testi hanno riferito di aver appreso da D’Intino e Danieletti notizie che riportano all’esecuzione. Se sono poco credibili quelle che fanno riferimento ad un palese concordato omicidio, appaiono abbastanza attendibili quelle che ci conducono a concludere che Esposti, già colpito, ormai fermo e non in grado di difendersi adeguatamente, fu ucciso dal M.llo Filippi con un autentico colpo di grazia, sparato alla testa, che poi è uno dei due colpi mortali emergenti dall’autopsia.

Oltre a tutto questo, oltre al fatto che l’azione non solo ha determinato la morte di Esposti, ma ha messo a repentaglio la vita di Mancini e Jagnemma, rimangono diversi altri dettagli, i quali dimostrerebbero che la realtà dei fatti sarebbe stata contraffatta e che sono state raccontate diverse falsità:

– Il maresciallo Filippi oltre alla pistola si porta dietro un fucile con cannocchiale fuori ordinanza. Prima della sparatoria lo avrebbe lasciato alla guardia De Villa. Dovendo giustificare il fucile, perché successivamente emerge la sua presenza, Filippi afferma, con una strana scusa, che avrebbe dovuto poi portarlo a riparare. Ma De Villa e De Angelis avevano scritto nel loro verbale che l’arma fosse «pronta all’uso».

– In base all’autopsia Esposti è stato attinto da otto colpi di arma da fuoco, tutti trapassanti, che hanno determinato sedici fori, otto in entrata e otto in uscita. Ma un colpo è di provenienza sconosciuta. «Stando ai verbali Muffini avrebbe esploso 2 colpi, mentre Filippi ne avrebbe esplosi 4; in realtà i colpi esplosi dal maresciallo furono 5, perché al momento del reintegro gli vengono restituiti 5 colpi, per un totale di 7 colpi sparati dai due militari». Sette colpi in totale, che non sono otto, e quindi il sospetto va al fucile fuori ordinanza.

– Il colpo che attinge Esposti alla tempia destra, secondo i periti, parte appunto da un fucile. Non collima con il racconto di Filippi, che dice di aver sparato con la sua pistola, uccidendo lui il neofascista. Chi uccise Esposti quindi: Muffini o Filippi? O forse anche qui si deve pensare al fucile fuori ordinanza?

-Il corpo di Esposti sarebbe stato spostato, secondo D’Intino, prima dei sopralluoghi e dell’arrivo del magistrato. D’Intino ha affermato «di aver avuto l’impressione, in sede di sopralluogo del P.M. che il cadavere di Esposti giacesse in un luogo un po’ spostato rispetto a quello in cui lo vide cadere e cioè più in basso verso il bosco e soprattutto in posizione diversa, bocconi e non supina». Il G.I. ha ipotizzato, forzatamente, che il corpo si sia potuto muovere per «forza dinamica propria». In realtà la posizione rannicchiata, in cui il cadavere di Esposti è stato trovato, appare abbastanza anomala, non concorde con i colpi subiti, che semmai avrebbero dovuto farlo cadere in una posizione supina, come lo ricorda D’Intino.

– Nel verbale di sopralluogo viene scritto che Esposti impugna la pistola browning con la mano sinistra, invece nella foto del sopralluogo si intravede il calcio dell’arma impugnato con la destra. Potrebbe trattarsi di una mera svista nella verbalizzazione, sicuramente è così, però c’è dell’altro. Le testimonianze delle forze dell’ordine indicano che Esposti avesse sparato con la sinistra. Quindi la foto fa pensare che l’arma sia stata posizionata artatamente nella mano destra.

– I terroristi, una volta arrestati, rendono un elenco preciso delle armi di cui disponevano e fra queste c’è una Beretta calibro 9, di provenienza da un contatto dei carabinieri che aveva Esposti. La pistola però non c’è fra le armi sequestrate. O meglio, è menzionata in alcuni dei primi atti, ma dopo sparisce.

– Danieletti e D’Intino avrebbero subito un trattamento particolarmente pesante, posto in essere per intimorirli.

Infine c’è il rintracciamento del gruppo Esposti: in parte è stato casuale, frutto dell’imprudenza di Vivirito e D’Intino, ma è anche vero che il gruppo era stato individuato già a Roiano. Ossia è possibile che i movimenti del gruppo di Esposti venissero seguiti da vicino costantemente. Per esempio poteva esserne informato il capitano dei carabinieri Giancarlo D’Ovidio, in servizio presso il SID. Dopo la sparatoria di Pian del Rascino, il 16 giugno Giancarlo D’Ovidio, arrivato a Lanciano da Roma la sera precedente, telefona a Luciano Benardelli (che è un suo confidente, oltre ad essere uno degli amici di Esposti) e lo invita a casa sua per un colloquio, dopo il quale l’estremista si allontana rendendosi latitante. Giusto in quelle ore è stato spiccato mandato di cattura verso Benardelli. Secondo quanto questi dichiarerà successivamente, in quell’occasione il capitano D’Ovidio, il cui padre è procuratore della Repubblica, lo avrebbe preavvertito consentendogli così la fuga. Ma non solo, nell’occasione gli avrebbe parlato anche della sparatoria di Pian del Rascino: che «il gruppo Esposti era già stato sorvegliato e che nel luogo della sparatoria erano state fatte delle mutazioni prima dell’arrivo dei magistrati». Le «mutazioni» sarebbero consistite nello «spostamento del cadavere di Esposti prima dell’arrivo del Magistrato ed il rifacimento dei verbali relativi alla dinamica del fatto».
Benardelli non poteva conoscere il contenuto dell’appunto dei servizi segreti, quello dove si scrive che vi fu un sopralluogo la sera prima della sparatoria, le dichiarazioni di D’Intino, le incongruenze dei verbali e il fucile fuori ordinanza. Il capitano D’Ovidio, anche se avesse convocato Benardelli solo per ottenerne informazioni, poteva invece essere a conoscenza di tutti gli elementi. Tra l’altro la sua figura è ben nota, il suo nome è risultato tra quelli degli iscritti alla P2 e ha condotto operazioni per il SID, tra cui la famigerata provocazione dell’arsenale di Camerino del 1972, dove un rinvenimento di un ingente quantitativo di armi fu utilizzato per accusare falsamente militanti dell’estrema sinistra. Secondo Viccei lo stesso Esposti era in contatto con D’Ovidio. Tutto questo per dire che esisteva un canale, e forse non era l’unico, fra il gruppo dell’estremista lodigiano e chi, da fuori, ne seguiva le mosse.

Estratto libro “Sciabole e tritolo

La sparatoria di Pian del Rascino – prima parte

(…) mentre Esposti è a Roma, D’Intino e Vivirito improvvidamente si esercitano con le armi nelle campagne, come dei ragazzini in gita, e fanno anche conoscenza con due persone che risiedono in un casale nella zona: uno di questi, impaurito, ne denuncia la presenza, consegnando quattro bossoli alle guardie forestali.

[…] ci recammo a Roma con la moto di Vivirito e non riuscimmo a tornare in giornata perché facemmo tardi, D’Intino e Vivirito con un’ingenuità che oggi sembra paradossale, però è la verità, si misero a sparare con un fucile con dei pescatori di frodo, fecero vedere questo fucile che anche il più sprovveduto avrebbe riconosciuto che questo non era fucile che poteva usare il primo che veniva, era un fucile Mauser con un cannocchiale Zais […] era un fucile da killer, era un fucile che un estraneo che l’avesse visto si sarebbe insospettito.[…] Perché noi arrivammo il 29 mattina presto, non appena cominciò ad albeggiare, durante la notte con la moto in queste montagne non riuscivamo a trovare il campo, riuscimmo a trovarlo solo alle prime luci dell’alba. Io ed Esposti arrivammo al campo e lo trovammo vuoto, con il sacco dell’esplosivo abbandonato, con le armi nella tenda, i mitra abbandonati, Giancarlo andò su tutte le furie, quando arrivano D’Intino e Vivirito si presero una bella lavata di capo da Giancarlo Esposti. Esposti, a ripensarci a posteriori, commise un errore che gli è stato fatale, avremmo dovuto smobilitare il campo in seduta stante (…)

Vivirito viene via nel pomeriggio del 29, torna a Milano perché è in libertà condizionata, lo accompagnano alla statale, quindi tornerà usando l’autostop fino a Roma e poi con il treno. Si salva così da una minaccia imminente, perché quella stessa notte l’accampamento sarebbe stato avvistato dalle forze dell’ordine, come indica un appunto del centro CS di Roma a firma Federico Marzollo:

Nella sera del 29 maggio i militari della compagnia carabinieri Cittaducale ed elementi della stazione forestale di Fiamignano eseguivano una ricognizione nella zona mantenendosi a distanza dal punto segnalato che osservavano per qualche tempo con l’ausilio di binocoli, confermata la presenza di una tenda senza alcun segno di vita né veicoli visibili nei pressi, i militari rientravano nelle rispettive sedi e il comando compagnia Cittaducale disponeva per le prime ore del mattino e successivo l’invio di un robusto contingente di carabinieri integrato da 2 guardie forestali.

Tutti negheranno di aver fatto la ricognizione, carabinieri e forestali, ma la nota dei servizi segreti così recita. E comunque è poco credibile che possano muoversi tanti militari soltanto per dei sospetti bracconieri. Infatti la mattina del 30 alle 6.30 circa si danno appuntamento a Pian del Rascino sei uomini dell’Arma e due guardie forestali. Uno dei carabinieri, Bruno D’Angelo, resta di sentinella ai mezzi, gli altri arrivano alla tenda, in realtà sita più avanti, a Pian di Cornino. A una decina di metri dalla tenda c’è anche il Land Rover. In quel momento, mentre i tre neofascisti stanno dormendo, le forze dell’ordine si mettono a semicerchio rispetto all’ingresso, poi il maresciallo Antonio Filippi e il brigadiere Carmine Muffini invitano gli occupanti ad uscire per essere identificati. Non subito ma, dopo qualche minuto, esce Danieletti semi addormentato e già nel panico, che al momento non sa quali documenti dare. Per intanto cede quello fasullo di Esposti e quello di D’Intino:

Vidi subito due uomini in divisa dei carabinieri, uno aveva un’arma in mano, l’altro era quello che seppi poi essere il maresciallo, aveva le mani libere e la pistola nella fondina. Il maresciallo mi chiese di fargli vedere i documenti, rientrai nella tenda scossi e svegliai Esposti e D’Intino, dissi loro che c’erano i carabinieri. Preciso che quando vidi i carabinieri prima di uscire dalla tenda mi infilai i pantaloni e scarponi […], rientrai nella tenda ed a mia richiesta Esposti mi diede la sua patente falsa intestata a Costa Francesco, D’Intino mi diede la sua carta d’identità, i miei documenti erano nella valigia, uscii dalla tenda e porsi al maresciallo i due documenti, spiegando che per i miei dovevo aprire la valigia, perciò mi accinsi ad entrare dentro la tenda. Quando uscii dalla tenda la prima volta vidi che, oltre il maresciallo ed il carabiniere con il MAB che avevo notato quando mi ero affacciato prima piazzati sulla mia sinistra, c’era un altro carabiniere con il MAB al di là della tenda dalla parte opposta alla sua apertura tra la jeep e la tenda dietro un albero.

Dopo che esce dalla tenda anche Giancarlo Esposti, è difficilissimo ricostruire con certezza i fatti. In teoria con una decina di testimoni, quasi tutti appartenenti alle forze dell’ordine, si dovrebbe poter avere una dinamica dei fatti chiara e precisa, ma le dichiarazioni sono discordanti fra di loro. Ciascuno dei presenti racconta una o più versioni differenti e con una serie di contraddizioni non da poco, anche rispetto alle risultanze peritali e balistiche. Comunque, volendo provare a verificare, in aula al processo di Brescia il carabiniere Pietro Mancini spiega così la prima fase in cui gli estremisti vengono fatti uscire dalla tenda:

Guardando la tenda io potevo essere pressappoco sul lato sinistro ecco, a circa 4 metri, 5 metri, una cosa del genere. Allora i due sottufficiali hanno intimato, o per meglio dire, il brigadiere Muffini oppure il maresciallo Filippi ha detto «siamo i carabinieri, uscite fuori dalla tenda», lo ha ripetuto tre o quattro volte però nessuno, in pratica nessuno è uscito subito. A questo punto ha ripetuto mi pare la terza o quarta volta di uscire, e una persona ha fatto capolino dalla tenda e ha detto «sì, stiamo uscendo» e subito è uscito il primo, uscendo il primo i due sottufficiali lo hanno preso, lo hanno spostato dalla tenda davanti, portandoselo dietro cioè, lo hanno perquisito gli hanno fatto con le mani in alto […]. Il secondo è uscito dopo un paio di minuti ed è uscito anche questo, quindi hanno fatto la stessa operazione […]. Esattamente, il terzo è uscito, anziché portarsi verso la direzione dei due sottufficiali, perché credo che dall’interno lui ha potuto vedere i precedenti movimenti dei suoi colleghi, non si è diretto verso i due sottufficiali, addetti al controllo, ma bensì stava venendo verso la mia direzione, è uscito dalla tenda con le mani in tasca.[…] Sì, con le mani in tasca, e appena è uscito ripeto, stava prendendo la direzione verso dove io ero dietro l’albero, anziché portarsi verso i due sottufficiali che stavano di fronte alla tenda.

Quindi nella versione descritta, Esposti non viene immobilizzato (come accaduto per Danieletti e D’Intino), ma è lasciato libero di muoversi: non è una gestione consona in un’operazione così delicata. Il brigadiere Muffini dice che Esposti tergiversa parecchio poi, uscito dalla tenda, si sposta verso la posizione di Mancini, o meglio cerca di andare verso il Land Rover. La guardia forestale De Angelis in quel frangente si rende conto che l’estremista ha indosso un’arma, notando «una protuberanza che sporgeva leggermente da sotto il lembo posteriore sinistro del giubbotto». De Angelis dice di non aver fatto in tempo ad avvertire nessuno ma, secondo l’altra guardia forestale De Villa, avrebbe addirittura urlato per avvisare gli altri. Poi arriva il primo sparo. Il maresciallo Filippi dice di averlo sentito mentre sta verificando l’interno della tenda: «[…] vidi, verso il fondo della tenda, il calcio di una carabina. Mi rialzai immediatamente per fare un cenno di allarme ai militari, ma nel frattempo udii colpi di arma da fuoco». Anche qui le versioni dei presenti sono discordanti: chi vede Esposti sparare all’impazzata (De Angelis), chi lo vede sparare con le mani in tasca (Jagnemma), chi sente solo partire un colpo e vede del fumo vicino alla jeep. È però spendibile l’ipotesi che non abbia sparato per primo l’estremista lodigiano: mentre Esposti si sta spostando verso la Land Rover (o mentre sta per aversi la colluttazione con Mancini), avviene un primo sparo verosimilmente «esploso da uno dei presenti quando Esposti aveva le mani in tasca». Questo colpo, sfiorando l’estremista lodigiano alla testa, va a infilarsi nella ruota di scorta del Land Rover. Questo lo si può sostenere anche in base alla perizia balistica: Esposti aveva una pistola Browning calibro 9 lungo, mentre potrebbe appartenere ai carabinieri il proiettile finito contro la ruota di scorta: «I frammenti repertati sulla ruota di scorta della Land Rover si riferiscono a proiettile di tipo “blindato” molto verosimilmente di calibro 9 corto».
Comunque il fatto origina la sparatoria, inducendo Esposti a reagire, come un animale in gabbia, d’istinto e non di ragione. Racconta ancora Mancini:

[…] volevo chiaramente indirizzarlo verso dove stavano i due sottufficiali, però lui immediatamente ha sparato, perché mi ha visto, evidentemente lui non si aspettava la mia presenza, forse non mi aveva visto, io stavo dietro l’albero. A questo punto ho subito il colpo, ho accusato il primo colpo, ho buttato, ripeto, il mitra per terra, buttato, lasciato per terra, istintivamente mi sono scagliato contro di lui […] sono riuscito ad afferrarlo, me lo sono messo anche sotto, gli ho anche preso il polso, sono riuscito a prendergli il polso che impugnava la pistola, però c’è stata una colluttazione, ci siamo ruzzolati due volte, uno sopra all’altro, e lui, mio malgrado, è riuscito a sparare un secondo colpo che mi ha ferito […] al gomito, quindi già ferito precedentemente, quando mi sono visto ferito anche il braccio ho perso, ho sentito subito che le forze del braccio non c’erano più, a questo punto ancora lucido mi sono ricordato che c’era un mio collega di guardia ai mezzi, lasciato lì apposta, sono uscito dall’immediata periferia, perché la tenda era nell’immediata periferia del bosco, e mi sono diretto verso questo collega.

In aula, a Brescia, Mancini ha spiegato che avrebbe buttato il mitra per terra in contemporanea con il primo sparo di Esposti. Sarebbe illogico pensare che Mancini si sia gettato contro un uomo armato, per di più che sta sparando, lasciando cadere il proprio mitra. Quindi in teoria il primo colpo di Esposti arriva quando il militare lo sta, coraggiosamente, fermando. Poi c’è la colluttazione, il secondo sparo su Mancini, e quindi il terzo su Jagnemma, che sta sopraggiungendo per aiutare il collega, attinto all’addome in una ferita molto grave. Sia Mancini che Jagnemma, pur essendo armati avrebbero, in questa ricostruzione, cercato di evitare lo scontro a fuoco. Poi invece il terrorista viene ammazzato senza tante riflessioni.
Muffini in una delle sue dichiarazioni dice di aver sparato verso Esposti, con il suo moschetto d’ordinanza, dopo la colluttazione, quando questi «faceva il movimento della persona che si rialza in piedi». Il cadavere del giovane in sede di autopsia presenta infatti ferite da arma da fuoco provenienti da angolazioni diverse, compatibili con una persona che è stata colpita in differenti momenti, da quando si sta «rialzando offrendosi come bersaglio» a quando «cadde definitivamente a terra». Filippi, da parte sua, ha dichiarato:

[…] Cominciai ad aprire il fuoco contro l’Esposti quando vidi la sua testa emergere dall’orizzonte che la tenda mi limitava. Egli, in quell’istante, mi dava il suo fianco destro. Gli sparai finché non lo vidi cadere definitivamente a terra, dove lo vidi giacere con un breve sussulto.

Quindi Filippi vede la testa di Esposti «emergere», ossia il giovane si è alzato in piedi, e gli spara fino a quando non l’ha ammazzato, pur se ferito e ormai impossibilitato a reagire.

Estratto dal libro “Sciabole e tritolo