La sparatoria di Pian del Rascino – seconda parte

Esposti fu fatto oggetto di due colpi di moschetto dal brigadiere, questo me lo ricordo, gli sparò due colpi di moschetto molto velocemente, quello che mi è rimasto impresso è il fatto che Esposti ad un certo punto rimase con la pistola ancora in mano per un attimo come fermo, credo per i colpi che aveva ricevuto, in quella circostanza il maresciallo Filippi gli sparò questo colpo in testa. […] non fu il colpo di grazia, secondo me, perché comunque Giancarlo Esposti era ancora in piedi, forse stava già cadendo, ma era ancora in piedi, aveva la pistola in mano, per cui credo che chiunque al posto di […] gli avrebbe sparato in testa […]. Credo anche senza questo colpo alla testa sarebbe comunque morto perché sembra che i colpi di moschetto lo raggiunsero proprio. Questo è proprio quello che ricordo quel momento perché lo vidi in piedi con questa pistola per un attimo come colpito probabilmente però aveva la pistola in mano ancora.

Per Danieletti «chiunque gli avrebbe sparato in testa», ma nella realtà non dovrebbe essere così. Nelle voci di carcere, e non in aula, lui e D’Intino, avrebbero raccontato di un’«esecuzione». Le risultanze medico-legali hanno accertato che non vi siano stati colpi a bruciapelo ma, la dinamica che si può ricostruire, fa pensare a qualcosa di simile a un’esecuzione. Infatti nella memoria del Pm dell’ultimo processo della strage di Brescia, si trova scritto:

Molti testi hanno riferito di aver appreso da D’Intino e Danieletti notizie che riportano all’esecuzione. Se sono poco credibili quelle che fanno riferimento ad un palese concordato omicidio, appaiono abbastanza attendibili quelle che ci conducono a concludere che Esposti, già colpito, ormai fermo e non in grado di difendersi adeguatamente, fu ucciso dal M.llo Filippi con un autentico colpo di grazia, sparato alla testa, che poi è uno dei due colpi mortali emergenti dall’autopsia.

Oltre a tutto questo, oltre al fatto che l’azione non solo ha determinato la morte di Esposti, ma ha messo a repentaglio la vita di Mancini e Jagnemma, rimangono diversi altri dettagli, i quali dimostrerebbero che la realtà dei fatti sarebbe stata contraffatta e che sono state raccontate diverse falsità:

– Il maresciallo Filippi oltre alla pistola si porta dietro un fucile con cannocchiale fuori ordinanza. Prima della sparatoria lo avrebbe lasciato alla guardia De Villa. Dovendo giustificare il fucile, perché successivamente emerge la sua presenza, Filippi afferma, con una strana scusa, che avrebbe dovuto poi portarlo a riparare. Ma De Villa e De Angelis avevano scritto nel loro verbale che l’arma fosse «pronta all’uso».

– In base all’autopsia Esposti è stato attinto da otto colpi di arma da fuoco, tutti trapassanti, che hanno determinato sedici fori, otto in entrata e otto in uscita. Ma un colpo è di provenienza sconosciuta. «Stando ai verbali Muffini avrebbe esploso 2 colpi, mentre Filippi ne avrebbe esplosi 4; in realtà i colpi esplosi dal maresciallo furono 5, perché al momento del reintegro gli vengono restituiti 5 colpi, per un totale di 7 colpi sparati dai due militari». Sette colpi in totale, che non sono otto, e quindi il sospetto va al fucile fuori ordinanza.

– Il colpo che attinge Esposti alla tempia destra, secondo i periti, parte appunto da un fucile. Non collima con il racconto di Filippi, che dice di aver sparato con la sua pistola, uccidendo lui il neofascista. Chi uccise Esposti quindi: Muffini o Filippi? O forse anche qui si deve pensare al fucile fuori ordinanza?

-Il corpo di Esposti sarebbe stato spostato, secondo D’Intino, prima dei sopralluoghi e dell’arrivo del magistrato. D’Intino ha affermato «di aver avuto l’impressione, in sede di sopralluogo del P.M. che il cadavere di Esposti giacesse in un luogo un po’ spostato rispetto a quello in cui lo vide cadere e cioè più in basso verso il bosco e soprattutto in posizione diversa, bocconi e non supina». Il G.I. ha ipotizzato, forzatamente, che il corpo si sia potuto muovere per «forza dinamica propria». In realtà la posizione rannicchiata, in cui il cadavere di Esposti è stato trovato, appare abbastanza anomala, non concorde con i colpi subiti, che semmai avrebbero dovuto farlo cadere in una posizione supina, come lo ricorda D’Intino.

– Nel verbale di sopralluogo viene scritto che Esposti impugna la pistola browning con la mano sinistra, invece nella foto del sopralluogo si intravede il calcio dell’arma impugnato con la destra. Potrebbe trattarsi di una mera svista nella verbalizzazione, sicuramente è così, però c’è dell’altro. Le testimonianze delle forze dell’ordine indicano che Esposti avesse sparato con la sinistra. Quindi la foto fa pensare che l’arma sia stata posizionata artatamente nella mano destra.

– I terroristi, una volta arrestati, rendono un elenco preciso delle armi di cui disponevano e fra queste c’è una Beretta calibro 9, di provenienza da un contatto dei carabinieri che aveva Esposti. La pistola però non c’è fra le armi sequestrate. O meglio, è menzionata in alcuni dei primi atti, ma dopo sparisce.

– Danieletti e D’Intino avrebbero subito un trattamento particolarmente pesante, posto in essere per intimorirli.

Infine c’è il rintracciamento del gruppo Esposti: in parte è stato casuale, frutto dell’imprudenza di Vivirito e D’Intino, ma è anche vero che il gruppo era stato individuato già a Roiano. Ossia è possibile che i movimenti del gruppo di Esposti venissero seguiti da vicino costantemente. Per esempio poteva esserne informato il capitano dei carabinieri Giancarlo D’Ovidio, in servizio presso il SID. Dopo la sparatoria di Pian del Rascino, il 16 giugno Giancarlo D’Ovidio, arrivato a Lanciano da Roma la sera precedente, telefona a Luciano Benardelli (che è un suo confidente, oltre ad essere uno degli amici di Esposti) e lo invita a casa sua per un colloquio, dopo il quale l’estremista si allontana rendendosi latitante. Giusto in quelle ore è stato spiccato mandato di cattura verso Benardelli. Secondo quanto questi dichiarerà successivamente, in quell’occasione il capitano D’Ovidio, il cui padre è procuratore della Repubblica, lo avrebbe preavvertito consentendogli così la fuga. Ma non solo, nell’occasione gli avrebbe parlato anche della sparatoria di Pian del Rascino: che «il gruppo Esposti era già stato sorvegliato e che nel luogo della sparatoria erano state fatte delle mutazioni prima dell’arrivo dei magistrati». Le «mutazioni» sarebbero consistite nello «spostamento del cadavere di Esposti prima dell’arrivo del Magistrato ed il rifacimento dei verbali relativi alla dinamica del fatto».
Benardelli non poteva conoscere il contenuto dell’appunto dei servizi segreti, quello dove si scrive che vi fu un sopralluogo la sera prima della sparatoria, le dichiarazioni di D’Intino, le incongruenze dei verbali e il fucile fuori ordinanza. Il capitano D’Ovidio, anche se avesse convocato Benardelli solo per ottenerne informazioni, poteva invece essere a conoscenza di tutti gli elementi. Tra l’altro la sua figura è ben nota, il suo nome è risultato tra quelli degli iscritti alla P2 e ha condotto operazioni per il SID, tra cui la famigerata provocazione dell’arsenale di Camerino del 1972, dove un rinvenimento di un ingente quantitativo di armi fu utilizzato per accusare falsamente militanti dell’estrema sinistra. Secondo Viccei lo stesso Esposti era in contatto con D’Ovidio. Tutto questo per dire che esisteva un canale, e forse non era l’unico, fra il gruppo dell’estremista lodigiano e chi, da fuori, ne seguiva le mosse.

Estratto libro “Sciabole e tritolo

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La sparatoria di Pian del Rascino – prima parte

(…) mentre Esposti è a Roma, D’Intino e Vivirito improvvidamente si esercitano con le armi nelle campagne, come dei ragazzini in gita, e fanno anche conoscenza con due persone che risiedono in un casale nella zona: uno di questi, impaurito, ne denuncia la presenza, consegnando quattro bossoli alle guardie forestali.

[…] ci recammo a Roma con la moto di Vivirito e non riuscimmo a tornare in giornata perché facemmo tardi, D’Intino e Vivirito con un’ingenuità che oggi sembra paradossale, però è la verità, si misero a sparare con un fucile con dei pescatori di frodo, fecero vedere questo fucile che anche il più sprovveduto avrebbe riconosciuto che questo non era fucile che poteva usare il primo che veniva, era un fucile Mauser con un cannocchiale Zais […] era un fucile da killer, era un fucile che un estraneo che l’avesse visto si sarebbe insospettito.[…] Perché noi arrivammo il 29 mattina presto, non appena cominciò ad albeggiare, durante la notte con la moto in queste montagne non riuscivamo a trovare il campo, riuscimmo a trovarlo solo alle prime luci dell’alba. Io ed Esposti arrivammo al campo e lo trovammo vuoto, con il sacco dell’esplosivo abbandonato, con le armi nella tenda, i mitra abbandonati, Giancarlo andò su tutte le furie, quando arrivano D’Intino e Vivirito si presero una bella lavata di capo da Giancarlo Esposti. Esposti, a ripensarci a posteriori, commise un errore che gli è stato fatale, avremmo dovuto smobilitare il campo in seduta stante (…)

Vivirito viene via nel pomeriggio del 29, torna a Milano perché è in libertà condizionata, lo accompagnano alla statale, quindi tornerà usando l’autostop fino a Roma e poi con il treno. Si salva così da una minaccia imminente, perché quella stessa notte l’accampamento sarebbe stato avvistato dalle forze dell’ordine, come indica un appunto del centro CS di Roma a firma Federico Marzollo:

Nella sera del 29 maggio i militari della compagnia carabinieri Cittaducale ed elementi della stazione forestale di Fiamignano eseguivano una ricognizione nella zona mantenendosi a distanza dal punto segnalato che osservavano per qualche tempo con l’ausilio di binocoli, confermata la presenza di una tenda senza alcun segno di vita né veicoli visibili nei pressi, i militari rientravano nelle rispettive sedi e il comando compagnia Cittaducale disponeva per le prime ore del mattino e successivo l’invio di un robusto contingente di carabinieri integrato da 2 guardie forestali.

Tutti negheranno di aver fatto la ricognizione, carabinieri e forestali, ma la nota dei servizi segreti così recita. E comunque è poco credibile che possano muoversi tanti militari soltanto per dei sospetti bracconieri. Infatti la mattina del 30 alle 6.30 circa si danno appuntamento a Pian del Rascino sei uomini dell’Arma e due guardie forestali. Uno dei carabinieri, Bruno D’Angelo, resta di sentinella ai mezzi, gli altri arrivano alla tenda, in realtà sita più avanti, a Pian di Cornino. A una decina di metri dalla tenda c’è anche il Land Rover. In quel momento, mentre i tre neofascisti stanno dormendo, le forze dell’ordine si mettono a semicerchio rispetto all’ingresso, poi il maresciallo Antonio Filippi e il brigadiere Carmine Muffini invitano gli occupanti ad uscire per essere identificati. Non subito ma, dopo qualche minuto, esce Danieletti semi addormentato e già nel panico, che al momento non sa quali documenti dare. Per intanto cede quello fasullo di Esposti e quello di D’Intino:

Vidi subito due uomini in divisa dei carabinieri, uno aveva un’arma in mano, l’altro era quello che seppi poi essere il maresciallo, aveva le mani libere e la pistola nella fondina. Il maresciallo mi chiese di fargli vedere i documenti, rientrai nella tenda scossi e svegliai Esposti e D’Intino, dissi loro che c’erano i carabinieri. Preciso che quando vidi i carabinieri prima di uscire dalla tenda mi infilai i pantaloni e scarponi […], rientrai nella tenda ed a mia richiesta Esposti mi diede la sua patente falsa intestata a Costa Francesco, D’Intino mi diede la sua carta d’identità, i miei documenti erano nella valigia, uscii dalla tenda e porsi al maresciallo i due documenti, spiegando che per i miei dovevo aprire la valigia, perciò mi accinsi ad entrare dentro la tenda. Quando uscii dalla tenda la prima volta vidi che, oltre il maresciallo ed il carabiniere con il MAB che avevo notato quando mi ero affacciato prima piazzati sulla mia sinistra, c’era un altro carabiniere con il MAB al di là della tenda dalla parte opposta alla sua apertura tra la jeep e la tenda dietro un albero.

Dopo che esce dalla tenda anche Giancarlo Esposti, è difficilissimo ricostruire con certezza i fatti. In teoria con una decina di testimoni, quasi tutti appartenenti alle forze dell’ordine, si dovrebbe poter avere una dinamica dei fatti chiara e precisa, ma le dichiarazioni sono discordanti fra di loro. Ciascuno dei presenti racconta una o più versioni differenti e con una serie di contraddizioni non da poco, anche rispetto alle risultanze peritali e balistiche. Comunque, volendo provare a verificare, in aula al processo di Brescia il carabiniere Pietro Mancini spiega così la prima fase in cui gli estremisti vengono fatti uscire dalla tenda:

Guardando la tenda io potevo essere pressappoco sul lato sinistro ecco, a circa 4 metri, 5 metri, una cosa del genere. Allora i due sottufficiali hanno intimato, o per meglio dire, il brigadiere Muffini oppure il maresciallo Filippi ha detto «siamo i carabinieri, uscite fuori dalla tenda», lo ha ripetuto tre o quattro volte però nessuno, in pratica nessuno è uscito subito. A questo punto ha ripetuto mi pare la terza o quarta volta di uscire, e una persona ha fatto capolino dalla tenda e ha detto «sì, stiamo uscendo» e subito è uscito il primo, uscendo il primo i due sottufficiali lo hanno preso, lo hanno spostato dalla tenda davanti, portandoselo dietro cioè, lo hanno perquisito gli hanno fatto con le mani in alto […]. Il secondo è uscito dopo un paio di minuti ed è uscito anche questo, quindi hanno fatto la stessa operazione […]. Esattamente, il terzo è uscito, anziché portarsi verso la direzione dei due sottufficiali, perché credo che dall’interno lui ha potuto vedere i precedenti movimenti dei suoi colleghi, non si è diretto verso i due sottufficiali, addetti al controllo, ma bensì stava venendo verso la mia direzione, è uscito dalla tenda con le mani in tasca.[…] Sì, con le mani in tasca, e appena è uscito ripeto, stava prendendo la direzione verso dove io ero dietro l’albero, anziché portarsi verso i due sottufficiali che stavano di fronte alla tenda.

Quindi nella versione descritta, Esposti non viene immobilizzato (come accaduto per Danieletti e D’Intino), ma è lasciato libero di muoversi: non è una gestione consona in un’operazione così delicata. Il brigadiere Muffini dice che Esposti tergiversa parecchio poi, uscito dalla tenda, si sposta verso la posizione di Mancini, o meglio cerca di andare verso il Land Rover. La guardia forestale De Angelis in quel frangente si rende conto che l’estremista ha indosso un’arma, notando «una protuberanza che sporgeva leggermente da sotto il lembo posteriore sinistro del giubbotto». De Angelis dice di non aver fatto in tempo ad avvertire nessuno ma, secondo l’altra guardia forestale De Villa, avrebbe addirittura urlato per avvisare gli altri. Poi arriva il primo sparo. Il maresciallo Filippi dice di averlo sentito mentre sta verificando l’interno della tenda: «[…] vidi, verso il fondo della tenda, il calcio di una carabina. Mi rialzai immediatamente per fare un cenno di allarme ai militari, ma nel frattempo udii colpi di arma da fuoco». Anche qui le versioni dei presenti sono discordanti: chi vede Esposti sparare all’impazzata (De Angelis), chi lo vede sparare con le mani in tasca (Jagnemma), chi sente solo partire un colpo e vede del fumo vicino alla jeep. È però spendibile l’ipotesi che non abbia sparato per primo l’estremista lodigiano: mentre Esposti si sta spostando verso la Land Rover (o mentre sta per aversi la colluttazione con Mancini), avviene un primo sparo verosimilmente «esploso da uno dei presenti quando Esposti aveva le mani in tasca». Questo colpo, sfiorando l’estremista lodigiano alla testa, va a infilarsi nella ruota di scorta del Land Rover. Questo lo si può sostenere anche in base alla perizia balistica: Esposti aveva una pistola Browning calibro 9 lungo, mentre potrebbe appartenere ai carabinieri il proiettile finito contro la ruota di scorta: «I frammenti repertati sulla ruota di scorta della Land Rover si riferiscono a proiettile di tipo “blindato” molto verosimilmente di calibro 9 corto».
Comunque il fatto origina la sparatoria, inducendo Esposti a reagire, come un animale in gabbia, d’istinto e non di ragione. Racconta ancora Mancini:

[…] volevo chiaramente indirizzarlo verso dove stavano i due sottufficiali, però lui immediatamente ha sparato, perché mi ha visto, evidentemente lui non si aspettava la mia presenza, forse non mi aveva visto, io stavo dietro l’albero. A questo punto ho subito il colpo, ho accusato il primo colpo, ho buttato, ripeto, il mitra per terra, buttato, lasciato per terra, istintivamente mi sono scagliato contro di lui […] sono riuscito ad afferrarlo, me lo sono messo anche sotto, gli ho anche preso il polso, sono riuscito a prendergli il polso che impugnava la pistola, però c’è stata una colluttazione, ci siamo ruzzolati due volte, uno sopra all’altro, e lui, mio malgrado, è riuscito a sparare un secondo colpo che mi ha ferito […] al gomito, quindi già ferito precedentemente, quando mi sono visto ferito anche il braccio ho perso, ho sentito subito che le forze del braccio non c’erano più, a questo punto ancora lucido mi sono ricordato che c’era un mio collega di guardia ai mezzi, lasciato lì apposta, sono uscito dall’immediata periferia, perché la tenda era nell’immediata periferia del bosco, e mi sono diretto verso questo collega.

In aula, a Brescia, Mancini ha spiegato che avrebbe buttato il mitra per terra in contemporanea con il primo sparo di Esposti. Sarebbe illogico pensare che Mancini si sia gettato contro un uomo armato, per di più che sta sparando, lasciando cadere il proprio mitra. Quindi in teoria il primo colpo di Esposti arriva quando il militare lo sta, coraggiosamente, fermando. Poi c’è la colluttazione, il secondo sparo su Mancini, e quindi il terzo su Jagnemma, che sta sopraggiungendo per aiutare il collega, attinto all’addome in una ferita molto grave. Sia Mancini che Jagnemma, pur essendo armati avrebbero, in questa ricostruzione, cercato di evitare lo scontro a fuoco. Poi invece il terrorista viene ammazzato senza tante riflessioni.
Muffini in una delle sue dichiarazioni dice di aver sparato verso Esposti, con il suo moschetto d’ordinanza, dopo la colluttazione, quando questi «faceva il movimento della persona che si rialza in piedi». Il cadavere del giovane in sede di autopsia presenta infatti ferite da arma da fuoco provenienti da angolazioni diverse, compatibili con una persona che è stata colpita in differenti momenti, da quando si sta «rialzando offrendosi come bersaglio» a quando «cadde definitivamente a terra». Filippi, da parte sua, ha dichiarato:

[…] Cominciai ad aprire il fuoco contro l’Esposti quando vidi la sua testa emergere dall’orizzonte che la tenda mi limitava. Egli, in quell’istante, mi dava il suo fianco destro. Gli sparai finché non lo vidi cadere definitivamente a terra, dove lo vidi giacere con un breve sussulto.

Quindi Filippi vede la testa di Esposti «emergere», ossia il giovane si è alzato in piedi, e gli spara fino a quando non l’ha ammazzato, pur se ferito e ormai impossibilitato a reagire.

Estratto dal libro “Sciabole e tritolo

Gaetano Orlando – dichiarazioni 15.07.1991

Adr: preliminarmente ribadisco quanto ho gia’ accennato in altro verbale, cioe’ per le sue indagini e’ importantissima la riunione costitutiva di “Italia Unita” del marzo del 1970. Dopo la riunione ufficiale ce ne fu una riservata, cui presero parte una decina di persone. Oltre a me c’ era tutto il comitato direttivi di Italia Unita, o almeno una buona parte di esso, nonche’ tale Ferroni Cerrina di Torino, ricordo poi che c’ erano altri di Torino, in rappresentanza di Edgardo Sogno, ma non ricordo se abbiano preso parte alla riunione pubblica o a quella riservata. Nel corso di questa ultima, comunque, vennero decise sostanzialmente due cose, cioe’ la marcia della maggioranza silenziosa, della quale si occuparono Degli Occhi e il Bonocore, nonche’ l’ approfondimento dei rapporti con rappresentanti delle Forze Armate. In questo quadro vi furono contatti col generale Ricci e con l’ arma dei carabinieri.
Tali contatti furono mantenuti dai militari appartenenti al comitato direttivo o comunque simpatizzanti di Italia Unita.

Adr: prendo visione della foto allegata al rapporto dei CC di Bologna di data 20.05.91. Non ricordo la persona che vi e’ effigiata. Non escludo di averla incontrata, ma non posso dirlo, anche perche’ mi si e’ indebolita la memoria con riferimento alle fisionomie.

Adr: mi viene chiesto perche’ e da chi il Fumagalli fosse ricattato. Preliminarmente dico che il Fumagalli attualmente mi sfugge ed ha un atteggiamento di sfiducia e di paura nei miei confronti. Quando l’ ho incontrato mi ha detto che lui non parlera’ assolutamente dei fatti passati, perche’ si tratta di cose ormai chiuse per le quali ha gia’ pagato. Prendo atto che cosi’ non ho ancora risposto alla domanda che lei mi ha posto, bene, ora dichiaro che il Fumagalli era ricattato dai ragazzi di Brescia appartenenti ad AN, in quanto questi sapevano che era complice del sequestro, anzi responsabile principale del sequestro Cannavale. Fumagalli era uno che si era limitato agli attentati ai tralicci, non aveva mai fatto attentati con morti.
In Spagna ho sentito dire certe cose…. Si tratta di cose che non appartengono alla mia conoscenza diretta. Dico solo che le stragi, inclusa quella di Brescia, sono state commesse da chi e’ stato processato per tali fatti. Questa e’ la mia convinzione, ma se dovessi dire qualcosa di piu’ concreto mi farebbero fuori. Non mi farebbero arrivare in tribunale. Spontaneamente aggiungo, infine, che il Franci sa moltissime cose. Spontaneamente aggiungo ancora che Esposti Giancarlo era divenuto l’ uomo di fiducia del Fumagalli, ma che era infiltrato nel Mar dal Delle Chiaie.
L’ Esposti sapeva tutto quello che so io, anzi molto di piu’ ed e ‘mia convinzione che per questo sia stato ucciso, pur essendosi arreso ai carabinieri che lo stavano arrestando. Prendo atto che vi fu una inchiesta sul caso e che quanto dico non e’ stato confermato, ma ne sono ugualmente convinto. Faccio presente che io ho rischiato la vita allorquando Delle Chiaie e Vinciguerra mi interrogarono sui fatti di Esposti Giancarlo. In quell’ “interrogatorio”, in merito al quale sono gia’ stato sentito, anche da lei GI, avevo fatto dei nomi, ma si tratta di nome di persone importanti e di grossi esponenti politici. Non intendo ripeterli perche’ non voglio passare per pazzo.

Adr: ribadisco quanto ho gia’ detto circa l’ organizzazione “parallela” anticomunista alla quale ho appartenuto. Certamente non era destinata a fronteggiare un’ invasione esterna, ma aveva una funzione interna anticomunista. Questa organizzazione aveva a disposizione armi e godeva dell’ appoggio di esponenti delle forze armate. Ribadisco di essere stato partecipante attivo di tale organizzazione. Chiestomi se lo fosse anche il Vinciguerra, dico che Vinciguerra è un puro che è caduto in una rete.
Solo con l’ andare del tempo ha cominciato a capire per chi stesse effettivamente lavorando. Ha cominciato a capirlo in Cile e ne ha avuto la certezza durante la sua permanenza in argentina. Vinciguerra inoltre, era molto legato a Delle Chiaie, anche sul piano personale e quando si e’ reso conto che questi non era in buona fede, ha subito un profondo turbamento.

Adr: richiesto dei nomi di quei parlamentari che promossero la unificazione di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo – o comunque la caldeggiarono – dichiaro di non volerli fare. Rischierei soltanto una denuncia in quanto si tratta di persone tuttora coperte. Dico soltanto che erano due, oltre al Romualdi che ho gia’ menzionato in un precedente verbale. Anche uomini dei servizi vennero in Spagna e si interessarono dell’ ambiente in cui allora vivevo. Il Labruna incontro’ piu’ volte Delle Chiaie. Si incontravano all’”Appuntamiento”. Dico questo per averlo appreso dagli altri fuoriusciti italiani, fra i quali il Cicuttini.

Adr: prendo atto che mi viene chiesto di approfondire il discorso delle armi provenienti da Verona e dei collegamenti del Fumagalli con Verona e ambienti veneti. Spontaneamente dico che il Fumagalli, nel maggio del 1974. E’ stato arrestato in conseguenza dello scontro, all’ interno dei servizi, fra Miceli e Maletti. Fumagalli aveva rapporti con ambienti del terzo Comiliter, con Nardella e con lo Spiazzi. Quando nel 1974 mi recai presso l’ appartamento che avevo preso in affitto, nelle circostanze da me ripetutamente dette, vi trovai un arsenale enorme di armi, che scomparirono a seguito delle mie proteste. Nell’ appartamento trovai, oltre ai ragazzi di Fumagalli, anche gente proveniente dal veneto. Si trattava di sei o sette persone, che però non conoscevo. Circa lo Spiazzi, so che il Fumagalli, nella sua officina, aveva preparato, modificandole, delle armi, in particolare dei lanciafiamme e dei lanciagranate. Inoltre mi parlava dello Spiazzi come di un tecnico esperto in tali elaborazioni.

Adr: ricevo lettura dell’ appunto datato 27.06.74 del comando generale della guardia di finanza. Alcune delle persone che vi sono nominate le ho sentite nominare; rettifico ho sentito nominare il solo Trevisan Giancarlo, oltre naturalmente allo Spiazzi.

Adr: puo’ darsi che conoscessi Soffiati e gli altri sotto il nome di copertura. In Spagna, infatti, la gente non si presentava mai con il vero nome. La notizia che in un castello nei pressi di Verona fossero custoditi cospicui quantitativi di armi l’ avevo gia’ sentito, ma mi pare in epoca recente, cioe’ dopo il mio ritorno dal Sud America.
Spontaneamente aggiungo che verso la fine del 1965 il Birindelli subi’ un attentato sul percorso Venezia – Padova, nel senso che la autovettura sulla quale viaggiava fu buttata fuori strada. Rettifico la verbalizzazione, non e’ stato nel 1965 ma verso il 1969, cioe’ contemporaneamente all’ epoca in cui a Padova si svolsero le riunioni delle quali ho gia’ in precedenza parlato. Spontaneamente aggiungo,  poi, che i rapporti fra Fumagalli ed importanti esponenti politici non erano chiacchiere come ho lasciato intendere nelle mie precedenti dichiarazioni. Erano cose reali, delle quali peraltro ha gia’ parlato a suo tempo la stampa. Io stesso, nel 1965, partecipai a Roma ad un incontro con questi importanti personaggi che gia’ ho menzionato nel precedente verbale. Si trattava di una cena cui presero parte anche dei professionisti della Versilia.

Adr: circa l’ interrogatorio da me subito ad opera del Delle Chiaie e del Vinciguerra, dichiaro quanto segue: ad interrogarmi era soprattutto il Delle Chiaie, ma anche il Vinciguerra il quale verbalizzava e faceva domande molte precise. Il testo di quell’”interrogatorio”, che mi e’ stato a suo tempo mostrato da molti giudici, fra i quali lei GI dr Grassi, a parte gli omissis e qualche ritocco secondario, corrisponde sostanzialmente all’ andamento dell’interrogatorio stesso. Gli omissis sono stati posti con riferimento a fatti precisi e a nomi, anche di politici attualmente sulla cresta dell’ onda.

Adr: come peraltro emerge da quanto ho gia’ detto sino ad ora, la organizzazione anticomunista della quale ho parlato si avvaleva di gruppi e di militanti della destra o che comunque condividevano le finalita’ anticomuniste dell’ organizzazione stessa, gruppi e militanti cui venivano date armi e fiducia. Richiesto se vi siano stati degli scontri in merito alla gestione in termini strategici di tale organizzazione, dico che non posso parlare. Si tratta di cose troppo grosse e si toccano personaggi troppo importanti.

Adr: il Pozzan doveva essere condotto a casa mia a Milano nel 1969, nell’ autunno inoltrato, ma certo prima della strage di piazza Fontana. A quel tempo mi davo molto da fare per il conseguimento dei miei obiettivi politici, e, in tale contesto stabilii un contatto anche con il Pozzan. Si trattava di un contatto indiretto. Ero una persona comunque molto prudente e poiche’ non mi fidavo appieno di chi mi doveva presentare il Pozzan, decisi di rifiutare l’ incontro con quest’ ultimo. Il tramite fra me e il Pozzan era uno della Versilia, anzi era un veneto che frequentava l’ ambiente versiliese. Si trattava di un ufficiale dell’ aviazione il cui nome non e’ mai affiorato e che anche ora non intendo fare. Questo ufficiale, attualmente in pensione, – sempre se vivente – era di stanza a Treviso.

Adr: il Pozzan l’ ho conosciuto personalmente in Spagna nel senso che l’ ho visto di persona. Non ci siamo presentati, ne’ comunque gli ho parlato perche’ la cosa non mi interessava.

 

L.c.s. ­