Licio Gelli – dichiarazioni 17.02.1993

Io avevo in effetti conosciuto l’on.le Martelli a fine 1979 – inizi 1980, su presentazione del mio amico, dr. Fabrizio Trecca. L’on. Martelli venne a trovarmi alcune volte all’Hotel Excelsior a Roma e avemmo anche occasione di fare colazione una o due volte presso tale hotel. L’on. Martelli mi chiese qualche intervento sul “Corriere della Sera” affinché la posizione del giornale nei confronti del PSI fosse un po’ più favorevole. Egli mi disse che aveva già chiesto ciò sia ad Angelo Rizzoli sia a Tassan Din, che lui conosceva, ma non aveva ottenuto i risultati sperati. L’on. Martelli mi parlò poi – credo fosse la primavera del 1980, se ben ricordo – della situazione finanziaria, assai pensante, del PSI, che era esposto particolarmente nei confronti del Banco Ambrosiano. L’on. Martelli era preoccupato a causa dei continui solleciti del Banco Ambrosiano al partito perché rientrasse della esposizione debitoria. Mi chiese così di interessarmi della questione, sapendo che io avevo ottimi rapporti con Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano. Io promisi l’interessamento ed infatti ne parlai con Calvi, il quale mi confermò che l’esposizione debitoria del PSI era rilevante e per di più non era sufficientemente garantita.
Calvi si disse in difficoltà per questa situazione, però mi spiegò che forse si poteva trovare una soluzione. Disse in particolare che a quell’epoca i vertici dell’ENI erano socialisti e che si poteva trovare una via per risolvere i problemi finanziari del partito. Osservò che l’ENI manovrava all’estero una grande quantità di denaro – si parlava di migliaia di miliardi – e che tale ente avrebbe potuto effettuare dei depositi a società del gruppo Ambrosiano. Tali società avrebbero potuto corrispondere interessi inferiori a quelli dovuti e la differenza sarebbe stata trattenuta e destinata da Calvi a favore del PSI. Questa fu l’idea espostami da Calvi, e io, in base alle sue dichiarazioni, pensai che il gruppo Ambrosiano non dovesse rimetterci dei soldi e che, invece, potesse ricevere dei finanziamenti e contemporaneamente trovare un modo per avere dei rientri sulla situazione debitoria del PSI. Nella prospettazione di Calvi, a rimetterci sarebbe stato il gruppo ENI, che avrebbe percepito interessi inferiori rispetto a quelli normali. Calvi mi disse che era interessato ad avere una sorta di procura dell’ENI, per alcuni paesi esteri dove c’erano grossi interessi dell’ENI; egli si riferì in particolar modo al Canada. Si riprometteva di potersi occupare degli affari bancari dell’ENI e contemporaneamente di poter fare gli interessi del Banco Ambrosiano. In una tale prospettiva, egli sarebbe stato disposto a riconoscere dei benefici al PSI, sempre in funzione dell’obiettivo  di ripianare la situazione debitoria del partito verso il Banco Ambrosiano.
Sulla base delle proposte di Calvi, io riferii all’on. Martelli, e concordammo di vederci anche con l’on. Bettino Craxi, segretario del PSI. L’incontro si tenne nella casa romana dell’on. Martelli, che mi sembra fosse situata in via Giulia. Io ci andai accompagnato dal dr. Trecca e con l’auto di costui. Era una giornata assai piovosa e ricordo un particolare curioso. Io suonai lungamente, e bussai anche con le mani, alla porta dell’on. Martelli, che era al primo piano, ma nessuno venne ad aprire. Insistetti, poiché dalla fessura della porta filtrava la luce accesa. A un certo punto sopraggiunse l’on. Bettino Craxi, e gli esposi la situazione; anche lui provò a bussare, ma senza risultato. Si decise allora di mandare il dr. Trecca presso la sua auto, provvista di telefono, affinché telefonasse all’appartamento dell’on. Martelli. Fu così che riuscimmo ad entrare e l’on. Martelli si scusò perché si era addormentato. Io feci il punto sulle proposte che mi aveva fatto Calvi; l’on. Craxi e l’on. Martelli mi dissero che il fabbisogno del partito, per le sue esposizioni bancarie ammontava a circa 21 milioni di dollari, e che questa era la somma per la quale chiedevano l’intervento di Calvi. Dissero che avrebbero parlato delle proposte di Calvi al vertice dell’ENI e in particolare al vice presidente Leonardo Di Donna. Dopo pochi giorni seppi dall’on. Martelli che le proposte di Calvi potevano essere realizzate. Devo dire che in quell’epoca fra gli iscritti alla mia loggia P2 c’era Leonardo Di Donna, che fra l’altro da tempo aspirava a diventare presidente dell’ENI. Della mia loggia P2 facevano parte anche Fabrizio Trecca e Giorgio Mazzanti, già presidente dell’ENI. Non vi facevano, invece, parte l’on. Martelli e neppure l’on. Craxi, che io in effetti speravo di riuscire ad iscrivere. (…) La cosa però rimase nei miei intendimenti e io non ebbi il tempo di cercare di realizzarla, giacché, come noto, nel marzo 1981 scoppiò la vicenda P2. Proprio perché avevo contatti con Di Donna, seppi anche da lui che era stato informato delle proposte di Calvi. Di Donna mi confermò la sua disponibilità e mi disse che il gruppo ENI avrebbe fatto un deposito di 50 o di 75 miliardi di lire, non ricordo bene, al gruppo Ambrosiano. Mi parò anche di un deposito che la Tradinvest di Nassau, del gruppo ENI, avrebbe fatto al Banco Ambrosiano Andino per circa 50 milioni di dollari.
Di Donna disse che poteva accontentare Calvi anche per la procura dell’ENI a suo favore con riferimento al Canada. Io riferii a Calvi sia quanto avevo appreso dall’on. Martelli sia, soprattutto, quanto avevo appreso dal Di Donna. In prosieguo – non passò molto tempo – Calvi mi disse che il gruppo ENI aveva fatto un primo deposito attraverso il dr. Fiorini, che si occupava della finanza estera dell’ENI. Calvi aggiunse che aveva bisogno di conoscere un conto sul quale far pervenire 3,5 milioni di dollari a favore del PSI. Calvi mi disse che il versamento dei 3,5 milioni di dollari doveva avvenire sull’estero ed aggiunse di raccomandare che poi la cifra fosse rapidamente utilizzata per ridurre l’esposizione debitoria del PSI nei confronti del Banco Ambrosiano. Io riferii all’on. Martelli l’esigenza di avere un numero di conto sul quale fare l’accredito. Dopo qualche giorno, l’on. Martelli venne all’Hotel Excelsior e mi consegnò una busta intestata Camera dei Deputati. Adesso io non ricordo se davanti a me l’on. Martelli scrisse sulla busta il numero e la sigla del conto, Protezione, nonché l’indicazione della banca che era l’UBS. E’ possibile che invece tali indicazioni  fossero scritte su un bigliettino contenuto nella busta ed è anche possibile che tutto fosse già predisposto e che l’on. Martelli si limitò a consegnarmelo. Prendo atto che nel mio dattiloscritto sopra riportato e nella lettera di accompagnamento io avevo evidenziato che le annotazioni furono fatte dall’on. Martelli innanzi a me. Evidentemente all’epoca questi erano i miei ricordi e d’altro canto io inviai la lettera e il testo all’on. Martelli proprio per avere l’indicazione di eventuali inesattezze. Oggi, anche per il tanto tempo trascorso, non ricordo bene questo particolare. Sta di fatto che certamente fu l’on. Martelli che mi diede le indicazioni sul conto sul quale fare l’accredito. Potrà egli stesso, cosa che non fece a suo tempo perché non ricontrò la lettera, essere preciso nei particolari al riguardo.
Io trasmisi le indicazioni datemi dall’on. Martelli a Calvi, affinché provvedesse all’accredito e seppi poi da Calvi che l’accredito era in effetti avvenuto. Io poi mi annotai su un foglio dattiloscritto i vari dati relativi alle operazioni in corso di attuazione. Tale foglio venne poi rinvenuto in occasione del sequestro a Castiglion Fibocchi, unitamente alle annotazioni datemi dall’on. Martelli ed anche il testo della procura che Di Donna aveva fatto a Calvi, come incaricato dell’ENI presso il Canada. Io dovetti raccogliere le lamentele di Calvi, che si dolse con me del fatto che, nonostante l’avvenuto accredito all’estero, lo scoperto del PSI nei confronti del Banco Ambrosiano non era stato poi ridotto. Io riferii tutto ciò all’on. Martelli, il quale mi confermò la ricezione dell’accredito e il fatto che in realtà il partito non aveva potuto ridurre lo scoperto nei confronti del Banco Ambrosiano, a causa di esigenze più urgenti. L’on. Martelli aggiunse che era necessario un secondo versamento di pari importo, una sorta di anticipazione della seconda rata del programma globale concordato. Tale programma come ho detto prevedeva l’erogazione a favore del partito di circa 21 milioni di dollari in più tranches, da corrispondere in concomitanza con i depositi che il gruppo ENI doveva effettuare a favore del gruppo Ambrosiano. L’on. Martelli mi disse che, se avessero ricevuto un secondo accredito di 3,5 milioni di dollari, la metà sarebbe stata sicuramente versata a decurtazione dello scoperto del PSI a favore del Banco Ambrosiano. Riportai queste richieste a Calvi che rispose picche. Devo dire che dell’intera vicenda era informato fin dall’inizio Umberto Ortolani, comune amico mio e di Calvi. L’Ortolani aveva avuto così ampia occasione di essere messo al corrente di tutto sia da me sia da Calvi. Io credo di aver richiesto un suo particolare intervento quando Calvi si irrigidì. E in realtà Ortolani verso la fine dell’anno mi disse che Calvi si era convinto a fare un secondo versamento di 3,5 milioni di dollari, aggiungendo che però dovevano essere rispettati gli impegni di decurtazione sullo scoperto del PSI. Seppi, ancora in prosieguo, dall’on. Martelli che in effetti anche il secondo accredito era stato effettuato. Devo dire che di tutti questi sviluppi Leonardo Di Donna era messo al corrente, anche perché c’erano rapporti con me ed egli era d’altronde in contatto con l’on. Craxi. Credo che abbia anche saputo che gli accrediti vennero fatti sul conto Protezione presso UBS. Dopo lo scoppio della vicenda P2 io non ebbi occasione di parlare né direttamente, né per telefono con l’on. Martelli. Prendo atto che mi si domanda se io abbia mai saputo a chi fosse specificamente intestato il conto Protezione presso UBS. Io non lo ho mai saputo, anche perché ritenevo il particolare di scarsa rilevanza e non mi interessava. Sapevo che si trattava di un conto nella disponibilità dell’on. Martelli o dell’on. Craxi e comunque del PSI proprio per le circostanze che ho innanzi riferito. Mi risultava quindi del tutto trascurabile la questione della effettiva intestazione del conto. Prendo atto che mi viene richiesto se io abbia mai conosciuto Silvano Larini ed altresì sa abbia mai conosciuto Gianfranco Troielli e Ferdinando Mach di Palmstein. Non ho mai avuto alcun rapporto con tali persone né le ho mai conosciute.

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Il giudice Mario Amato

Sostituto procuratore della Repubblica a Roma. Eredita le indagini già assegnate a Vittorio Occorsio, assassinato nel 1976, da Ordine Nuovo. Fa subito i conti con tutti i personaggi di spicco dell’Italia torbida di quei tempi: i “fratelli” della Loggia massonica P2 e Michele Sindona. Il procuratore capo, Giovanni De Matteo, durante l’inchiesta non gli fornisce la minima collaborazione. scopre il clamoroso “protocollo 7125, n° 21950″ del 27 agosto 1976: un incartamento dei servizi di sicurezza che rivelava la riorganizzazione di Ordine Nuovo, messo al bando nel 1973. Maggiori sono i risultati ottiene, più il procuratore capo, Giovanni De Matteo, lo contrasta, sino a giungere a rifiutargli la controfirma del provvedimento restrittivo a carico di Alessandro Alibrandi, il quale armato di pistola ha opposto resistenza alle forze dell’ordine. Arresta due volte Paolo Signorelli, per una serie di attentati, ma costui verrà sempre scarcerato, subito dopo l’interrogatorio. Nella primavera del 1980, raccoglie le rivelazioni del falsario Marco Mario Massimi, su una riunione tenutasi, il 9 dicembre 1979, a casa di Paolo Signorelli, presente fra gli altri il criminologo Aldo Semerari, alla quale ha fatto seguito l’eliminazione, ad opera dei Nar, di Antonio Leandri, scambiato per la vittima designata: l’avvocato Giorgio Arcangeli, difensore di Albert Bergamelli, subentrato nell’ufficio all’avvocato Gian Antonio Minghelli.
Finisce, così, per collegare Paolo Signorelli e Aldo Semerari, e si convince della fondatezza del sospetto che l’estrema destra abbia collegamenti e ramificazioni dappertutto, anche nell’ordine giudiziario.
Per la prima volta ha paura: stila un rapporto che finisce nell’ufficio di Giovanni De Matteo, il quale, come dichiarerà in seguito, sotto giuramento, lo tratterrà una settimana intera senza neppure leggerlo. Intanto però, il contenuto del colloquio  col falsario in carcere, che pure doveva rimanere segreto, si diffonde rapidamente. Marco Mario Massimi se ne accorge subito e ritratta tutto. Il 13 giugno 1980, non gli resta, dunque, che presentare le sue doglianze al Consiglio Superiore della Magistratura. Senza fare i nomi di Semerari o Signorelli, rivela l’esistenza di un”incartamento Massimi”, contenente rivelazioni clamorose. Denuncia la negligenza di Giovanni De Matteo e avverte nell’imminenza di un attacco terroristico di proporzioni enormi. Denuncia i pericoli del suo lavoro e chiede un’auto blindata. Gli viene negata. Non serve neppure che faccia presente di essere stato pedinato, nelle ultime settimane, da due giovani, su di una moto di grossa cilindrata. Esattamente 10 giorni dopo aver esposto le sue lamentele, esce di casa per recarsi al Palazzo di Giustizia, ma, raggiunta a piedi la fermata dell’autobus di viale Ionio, viene avvicinato alle spalle da un killer a volto scoperto, sceso da una moto guidata da un complice, che gli pianta  due pallottole in testa. Ha 36 anni.

Estratto da “Banda della Magliana” di Otello Lupacchini

Il boss Francesco Di Carlo e il generale Santovito

Sul suo rapporto con il generale, Di Carlo non è prodigo di dettagli. Conserva ancora molti riguardi per questo amico in divisa.
“Santovito l’ho conosciuto a Palermo durante una serata mondana, ospiti entrambi di alcuni amici. Erano presenti alti funzionari dello Stato con rango di viceprefetti, il Presidente della Regione Piersanti Mattarella e altri esponenti della nobiltà palermitana. Da quella sera il mio rapporto con Santovito si è consolidato. Ci siamo visti più volte al Castello. Qualche volta l’ho anche invitato io e subito dopo la promozione ci siamo frequentati a Roma durante la mia latitanza”.
La conoscenza con Santovito gli apre molte porte anche quando è ricercato.
“Durante il mio periodo a Roma dissi a un amico che ero stanco e volevo costituirmi, diressi la macchina verso il ministero degli Interni e aggiunsi che non potevo certo farlo in un caserma qualunque. Al portone scesi e fui riconosciuto immediatamente. Ero stato tante volte al Viminale e il tenente di turno mi considerava quasi di casa. Fui ricevuto con tanto di saluto militare. Lasciai la macchina con le chiavi appese e l’ufficiale si premurò di citofonare a sua eccellenza, un alto funzionario con il quale ero molto amico. Quello che mi aveva accompagnato rimase interdetto. Mi seguì, ma rimase inebetito per quella scena. Ero latitante e questo anche il mio amico funzionario lo sapeva. Ero latitante e questo anche il mio amico funzionario lo sapeva. Me ne andai tranquillo dopo aver sorseggiato un caffè”.
Santovito che nella P2 era entrato un anno prima della sua nomina al vertice del controspionaggio, si era ritrovato a gestire da una posizione invidiabile uno dei periodi più bui del Paese, dal caso Moro alla vicenda del crac dell’Ambrosiano che segnò la fine di Roberto Calvi, il banchiere della cui morte sarà accusato proprio Di Carlo. Il generale finì anche arrestato per divulgazione di segreti di Stato e coinvolto direttamente o indirettamente in decine di inchieste vestendo ruoli talvolta da protagonista e talvolta da depistatore, accuse dalle quali uscì comunque indenne.
“Mi ricordo la lezione che il mio amico generale Giuseppe Santovito mi aveva dato negli anni in cui l’ho frequentato. Sapendo che conoscevo bene Vito Ciancimino, mi aveva detto: “Guardati da questo soggetto perché è una persona pericolosa, gli ho messo un uomo vicino per controllarlo e conoscere le sue mosse”.
A quanto pare i Servizi , dunque, spiavano Ciancimino, ma forse più che controllarlo lo coprivano.

Estratto dal libro “Un uomo d’onore” di Enrico Bellavia