Il boss Francesco Di Carlo e il generale Santovito

Sul suo rapporto con il generale, Di Carlo non è prodigo di dettagli. Conserva ancora molti riguardi per questo amico in divisa.
“Santovito l’ho conosciuto a Palermo durante una serata mondana, ospiti entrambi di alcuni amici. Erano presenti alti funzionari dello Stato con rango di viceprefetti, il Presidente della Regione Piersanti Mattarella e altri esponenti della nobiltà palermitana. Da quella sera il mio rapporto con Santovito si è consolidato. Ci siamo visti più volte al Castello. Qualche volta l’ho anche invitato io e subito dopo la promozione ci siamo frequentati a Roma durante la mia latitanza”.
La conoscenza con Santovito gli apre molte porte anche quando è ricercato.
“Durante il mio periodo a Roma dissi a un amico che ero stanco e volevo costituirmi, diressi la macchina verso il ministero degli Interni e aggiunsi che non potevo certo farlo in un caserma qualunque. Al portone scesi e fui riconosciuto immediatamente. Ero stato tante volte al Viminale e il tenente di turno mi considerava quasi di casa. Fui ricevuto con tanto di saluto militare. Lasciai la macchina con le chiavi appese e l’ufficiale si premurò di citofonare a sua eccellenza, un alto funzionario con il quale ero molto amico. Quello che mi aveva accompagnato rimase interdetto. Mi seguì, ma rimase inebetito per quella scena. Ero latitante e questo anche il mio amico funzionario lo sapeva. Ero latitante e questo anche il mio amico funzionario lo sapeva. Me ne andai tranquillo dopo aver sorseggiato un caffè”.
Santovito che nella P2 era entrato un anno prima della sua nomina al vertice del controspionaggio, si era ritrovato a gestire da una posizione invidiabile uno dei periodi più bui del Paese, dal caso Moro alla vicenda del crac dell’Ambrosiano che segnò la fine di Roberto Calvi, il banchiere della cui morte sarà accusato proprio Di Carlo. Il generale finì anche arrestato per divulgazione di segreti di Stato e coinvolto direttamente o indirettamente in decine di inchieste vestendo ruoli talvolta da protagonista e talvolta da depistatore, accuse dalle quali uscì comunque indenne.
“Mi ricordo la lezione che il mio amico generale Giuseppe Santovito mi aveva dato negli anni in cui l’ho frequentato. Sapendo che conoscevo bene Vito Ciancimino, mi aveva detto: “Guardati da questo soggetto perché è una persona pericolosa, gli ho messo un uomo vicino per controllarlo e conoscere le sue mosse”.
A quanto pare i Servizi , dunque, spiavano Ciancimino, ma forse più che controllarlo lo coprivano.

Estratto dal libro “Un uomo d’onore” di Enrico Bellavia

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