Carlo Digilio – I rapporti di Maggi con la struttura di intelligence americana

14.3.2001 Incid.Prob. (Rapporti di MAGGI con la struttura americana)

DOMANDA – Quindi, questo per quello che riguarda il primo discorso e per quello che riguarda i rapporti di Maggi e Minetto, le cose che le ho appena letto da chi le ha apprese? Questo rapporto di Maggi con la struttura non consistente nel fare parte di una struttura, ma, in qualche modo, nello svolgere queste funzioni di raccordo, di connessione con l’ambiente esterno, sono cose che sa perché? Chi gliele ha dette? Maggi, Minetto, Soffiati?

RISPOSTA – Esattamente, Soffiati.

DOMANDA – Soffiati?

RISPOSTA – Soffiati e Bandoli che era uno dei referenti del Soffiati, quindi la cosa era confermata, era convalidata. Il discorso di Bandoli: Bandoli era un combattente, era un uomo che, quando diceva una cosa, parlava sul sicuro, sempre.

DOMANDA – Sempre nell’ambito di questi rapporti tra Maggi e la struttura americana, lei ha detto anche qualche cosa di più, in occasione di un verbale del 14 Dicembre del 1996 (14.12.96), sempre al davanti al Giudice di Milano.

RISPOSTA – Cioè? (Incomprensibile).

DOMANDA – “Per quanto concerne la figura del Dottor Maggi, sia Bruno che Marcello Soffiati sia Minetto mi dissero che questi aveva cercato di farsi accettare organicamente nella struttura americana, ma non era stato accettato in quanto, ormai, il gruppo di Ordine Nuovo era gravato da troppe magagne per quello che aveva commesso e, inoltre, egli si era fatto avanti troppo tardi. Infatti, tale tentativo di Maggi risale all’inizio degli anni Settanta, mentre il grosso reclutamento di elementi sicuri era avvenuto in tempi molto precedenti e si era ormai concluso. Minetto, comunque, ne fu dispiaciuto, perché aveva grande stima del Dottor Maggi ed era legato a lui da una grande amicizia”. Lo ricorda questo discorso di questo tentativo di Maggi di essere accolto?

RISPOSTA – Certo, confermo. Lo confermo, sì signore.

DOMANDA – Conferma di averlo appreso dalle persone che ha indicato, cioè, Soffiati e Minetto?

RISPOSTA – Sì, sì.

DOMANDA – Al di là di questi discorsi che abbiamo appena fatto, le chiedo se c’era anche una frequentazione, un rapporto amicale, di frequentazione tra Maggi e Minetto?

RISPOSTA – Sì, era continuo, si trovavamo a Colognola in continuazione, ogni giornata festiva, praticamente.

DOMANDA – Si trovavano in continuazione a Colognola, ma Minetto veniva anche a Venezia?

RISPOSTA – Il Minetto? Certo! Ma ho dato delle notizie specifiche su questo.

 

Ud.4.2001 (comportamento di MAGGI con riferimento al GOLPE BORGHESE)
omissis

DOMANDA – Digilio, alla scorsa udienza abbiamo parlato, diciamo, di un coinvolgimento di Ordine Nuovo veneziano in quella che era stata la preparazione del Golpe Borghese.

RISPOSTA – Sì, sì, sì, l’ho detto.

DOMANDA – Vorrei chiederle se ha qualche particolare notizia da riferirci riguardo alla posizione specifica di Carlo Maria Maggi?

RISPOSTA – La posizione di Carlo Maria MAGGI la sottolineai la volta scorsa. Cioè, quando coloro che erano pronti di fronte all’Arsenale per il Golpe ebbero notizia che non si faceva più niente, dalla delusione, cominciarono ad imprecare. Però immediatamente il Colonnello CAPOLONGO, Comandante della Legione, avvicinò il Dottor Maggi dicendogli: “Dottore, faccia una cortesia, lei, che ha ben sottomano i suoi camerati di Ordine Nuovo, veda di tenerli perfettamente in pugno. Poi potremmo fare una cosa, andare all’isola della Giudecca dove abita lei, lei li conosce tutti là. Potremmo anche fare un giro di ricognizione in maniera di accontentare costoro che vogliono fare qualcosa e lei ci aiuterà anche ad evitare che possa esserci qualche antipatico scontro”. Il Dottor Maggi bisogna dire che si comportò benissimo. Difatti salì in motoscafo fino alla Giudecca assieme ai Carabinieri e, mano a mano che si seguiva l’ordine di perquisizioni, lui si faceva vedere giù nella calle a basso dicendo: “Ragazzi, guardate, non c’è niente di nuovo. E’ solo una semplice perquisizione, cercate di non creare disordini. Fate un favore. Ricordatevi che io sono sempre stato vicino a voi”. Ed in effetti gli abitanti della Giudecca sono sempre stati beneficati dal Dottor Maggi, il quale, anche per chi non aveva denaro per curarsi, a volte li curava gratis. Bisogna dirlo. E infatti molti li fece scendere dall’abitazione e, prendendoli sottobraccio, li accompagnò ai Carabinieri, piano piano, fino al motoscafo, dicendo: “Ragazzi, non è niente di strano. Non preoccupatevi, faremo una chiacchierata in ufficio. State tranquilli”. E infatti tutto passò nel modo migliore. Il Comandante della Legione, il Colonnello, scrisse un rapporto veramente altamente meritevole per il Dottor Maggi e lo passò alle autorità, in particolare alla Questura ed alla Pretura, perché ne tenessero conto in quanto, avendo il Dottore dei precedenti come politico, doveva rendere conto di molte cose alla legge. E questo era un punto a suo favore. Era giusto che ne tenessero conto.

DOMANDA – Questo per quanto riguarda la notte tra il 7 e l’8 Dicembre. Io volevo sapere se aveva avuto un ruolo attivo in quella che era stata la fase preparativa del Golpe? Quale era stato il suo atteggiamento nelle fasi prodromiche a questo evento?

RISPOSTA – Sinceramente non posso dirle cosa possa avere fatto personalmente, in quanto lui era come gli altri direttamente sotto il controllo del Colonnello Capolongo, pertanto doveva rispondere di tutto quello che faceva al Colonnello Capolongo.

DOMANDA – Se ricorda, Digilio, vorrei capire quello che era l’atteggiamento anche politico di adesione o di adesione differenziata, diciamo così, rispetto a questo intervento?

RISPOSTA – Guardi, questo intervento fu praticamente un intervento, come ebbi l’occasione di parlarne in passato, fu un intervento praticamente sofferto dagli appartenenti alla Destra Italiana, siano essi Ordine Nuovo, siano essi Decima Mas, Guardia Nazionale Repubblicana, o ex combattenti della Repubblica Sociale. Tutti l’aspettavano con grande attenzione. Il Maggi non poteva mettersi contro l’opinione di coloro che gli stavano attorno. Lui senza dubbio diede solamente, non dico gli ordini ma per per lo meno le notizie che gli erano state consegnate dal Colonnello Capolongo, e le fece leggere da un incaricato a tutti coloro che avrebbero dovuto presentarsi di fronte all’Arsenale, di fronte alla Marina Militare Italiana di Venezia. E là ci ritrovammo tutta gente conosciuta. Io, il Marino Girace, la gente del lido, i ragazzi di Mestre, il Delfo Zorzi con i suoi ragazzi, il Dottor Maggi, l’Avvocato Carletta amico del Dottor Maggi, eccetera. Tutti. Così.

DOMANDA – Le leggo un passo, Digilio, dell’interrogatorio che lei rese il 19 Dicembre 1997 (19.12.97) al giudice istruttore dove lei disse, con riguardo appunto a questi argomenti: “Voglio anche fare presente che in quel periodo il Dottor Maggi aveva rallentato la sua attività. E, per quanto concerne il progetto di Golpe, si mostrava piuttosto distaccato e scettico, manifestando il suo scetticismo anche durante gli incontri con Gastone Novella”. Ecco, io volevo capire intanto se lei oggi conferma questo atteggiamento distaccato e scettico? E, se sì, se ce lo spiega, cioè che cosa significa? Ha sentito Digilio?

RISPOSTA – Ho capito benissimo, Dottore.

DOMANDA – E’ vero che c’era questo atteggiamento da parte di Maggi verso questo progetto oppure no?

RISPOSTA – Sì, ed è spiegabile solamente in questa maniera. Il Dottor Maggi non era un fegataccio, non era un mercenario come il Giorgio Boffelli che non si sarebbe fermato di fronte a nulla. Era una persona che andava avanti sempre a luce della ragione e dimostrando sempre buon senso e, diciamo, un buon controllo di se stesso e della situazione e delle persone che aveva vicine a sé. Tutto questo per quanto riguarda le dichiarazioni che ho rilasciato. Così era. Il Dottor Maggi non si dimostrò in quella occasione una persona estremamente fanatica.

omissis
Tra coloro che hanno illustrato significativamente la figura di Carlo Maria MAGGI, soprattutto sotto il profilo delle sue convinzioni estreme, rientra senz’altro DEDEMO Marzio, cognato di DIGILIO. DEDEMO (ud.24.9.2009) ha conosciuto MAGGI tramite DIGILIO e, attorno al 71-72, in un periodo in cui questi era minacciato, ha funto da sua scorta armata. DEDEMO accompagnava MAGGI a Venezia, dall’ospedale dove lavorava, a casa. Inoltre è stato a casa di MAGGI, unitamente a suo cognato, in due o tre occasioni.

Memoria pm strage di Brescia

La propensione stragistica di Carlo Maria Maggi – le dichiarazioni di Marzio Dedemo

Tra coloro che hanno illustrato significativamente la figura di Carlo Maria MAGGI, soprattutto sotto il profilo delle sue convinzioni estreme, rientra senz’altro DEDEMO Marzio, cognato di DIGILIO. DEDEMO (ud.24.9.2009) ha conosciuto MAGGI tramite DIGILIO e, attorno al 71-72, in un periodo in cui questi era minacciato, ha funto da sua scorta armata. DEDEMO accompagnava MAGGI a Venezia, dall’ospedale dove lavorava, a casa. Inoltre è stato a casa di MAGGI, unitamente a suo cognato, in due o tre occasioni.

DEDEMO ha avuto modo di conoscere la moglie di Giancarlo ROGNONI, Anna CAVAGNOLI. La donna era stata aggredita, unitamente a Piero BATTISTON, all’interno del suo negozio di abbigliamento di Milano. Il fatto si è verificato il 26 luglio 73, e la conoscenza tra lui e la donna è avvenuta dove era ricoverata, all’interno del Policlinico di Milano. Era stato appunto MAGGI a chiedergli di andarla a trovare. Nell’occasione DEDEMO aveva portato ai componenti della FENICE, gruppo che, come vedremo, è sostanzialmente una costola di ON non rientrata nel partito, l’ordine di MAGGI di starsene tranquilli e di evitare ritorsioni contro la sinistra, alla quale era riferibile il pestaggio. Infatti in quel periodo il gruppo aveva addosso puntati gli occhi della Polizia e dei Carabinieri. Ad accoglierlo alla stazione ferroviaria di Milano, “MENTA”, che altri non è se non il ZAFFONI, anche lui inquadrato nella FENICE. Il bar al quale facevano capo i componenti della FENICE era quello di Via Pisacane. All’interno del bar c’era il loro gruppo: non ROGNONI, che era latitante, ma Cesare FERRI e Angelo ANGELI, detto “golosone”. Nessuno (pag.19) fece rimostranze, nel senso che nessuno ebbe qualcosa da ridire sull’ordine di MAGGI, a dimostrazione della sua posizione di autorità e di superiorità, anche nei confronti indirettamente di ROGNONI, personaggio certamente non secondario della destra radicale.

La rappresaglia, poi, secondo quanto ha dichiarato DEDEMO, non c’è stata, e pertanto dobbiamo ritenere che l’ordine di MAGGI sia stato raccolto. DEDEMO ha sostanzialmente confermato quanto dichiarato nei verbali, e cioè che vide anche Piero BATTISTON in un paio di occasioni a casa del dottor MAGGI. Tutto ciò ha naturalmente notevole rilievo con riferimento alla conversazione ambientale RAHO-BATTISTON di cui agli atti. Ha inoltre confermato di aver rivisto BATTISTON a Venezia, quando era latitante, ospite della Pina che gestiva la trattoria SCALINETTO, frequentata anche da Carlo DIGILIO. Ha ammesso di aver conosciuto Marcello SOFFIATI tra il 70 e il 73: anche questi frequentava MAGGI, anche quale suo medico. Ritiene di averlo anche visto a casa di MAGGI in occasione delle partite a carte che facevano assieme i suddetti soggetti. Ha il ricordo di un’attività di scorta svolta anche da SOFFIATI per conto di MAGGI. Ha confermato anche i rapporti tra SOFFIATI e DIGILIO.

I rapporti tra MAGGI e il gruppo di ROGNONI non si esauriscono in quanto sopra descritto: DEDEMO (pag.31 e segg.) accompagnò la CAVAGNOLI, in una data non collocabile prima del ’74, a Iesolo, dove la predetta ebbe un incontro di un paio d’ore con MAGGI. Secondo DEDEMO la donna aveva, nel gruppo della FENICE, un ruolo “allo stesso livello del ROGNONI”.
Per quanto DEDEMO non sia stato in grado di riferire nulla dal contenuto del colloquio, è evidente ancora una volta la posizione di superiorità del MAGGI, visto che è la donna a spostarsi, e non viceversa. Inoltre la brevità e i connotati dello spostamento non possono che inquadrarlo in una finalità di natura politica. Peraltro DEDEMO spiega il suo rimanersene in disparte con la seguente motivazione: “Non facevo e non faccio parte del gruppo dirigente”- con riferimento ad Ordine Nuovo. Pertanto DEDEMO, sia pure da spettatore, inquadra tutti questi contatti di MAGGI nell’ambito delle sue funzioni di dirigente di Ordine Nuovo, valutazione che finisce per coinvolgere la stessa CAVAGNOLI e il gruppo che rappresentava.

Ulteriori rapporti di MAGGI col gruppo di ROGNONI emergono con riferimento ai contatti che DEDEMO ebbe in Spagna con il secondo, in occasione del viaggio di nozze, collocabile subito dopo il matrimonio del 29.9.75. Nell’occasione DEDEMO conobbe ROGNONI, dal quale fu ospitato e, su incarico di MAGGI, gli portò un cospicuo numero di documenti, carte d’identità, passaporti, patenti, in bianco o comunque falsi. Le dichiarazioni di DEDEMO trovano un aggancio anche in quelle di BONAZZI Edgardo, che a pag.10 della sua escussione del 26.5.2009 non ha avuto difficoltà a confermare che la FENICE “faceva parte del Centro Studi Ordine Nuovo”. Anzi (pag.11) ha affermato che, per quanto buona parte degli aderenti al Centro Studi Ordine Nuovo fosse entrata nel Movimento Sociale, riteneva che il Centro Studi avesse continuato ad esistere “nella misura in cui esistevano gruppi come la FENICE che erano abbastanza autonomi”.

DEDEMO ha rappresentato un episodio (24 e segg.trascr.) molto significativo: attorno al 1972 accompagnò MAGGI a Milano, in una trattoria o qualcosa di simile, sempre nell’ambito delle sue funzioni di guardaspalle armato. Era MAGGI a guidare. Rimase ad attenderlo all’esterno del locale un’ora o due, per poi riaccompagnarlo a Venezia. Solo in seguito Pio BATTISTON (padre di Piero BATTISTON), inquadrato nelle SAM, in un periodo posteriore rispetto al trasferimento di DEDEMO a Milano, avvenuto nel 1974, e naturalmente antecedente alla sua morte, avvenuta nel ’75, gli fece delle confidenze in ordine a quanto avvenuto in occasione di quell’incontro (o forse due incontri) a Milano: MAGGI aveva chiesto “finanziamenti per Ordine Nuovo perché si doveva fare ancora qualche piccolo scoppio”.

DEDEMO, sollecitato sul contenuto dei precedenti verbali del 7.3.96 e 21.2.97 e 26.1.99, ne ha confermato il contento, che appare ancora più specifico ed allarmante: “Pio BATTISTON, morto nel 1975, ebbe a precisarmi che in una di quelle riunioni ove partecipavano vecchi repubblichini, il MAGGI propugnò la necessità di continuare nella strategia degli attentati dimostrativi, con ricaduta della responsabilità su opposta fazione politica. Mi specificò che MAGGI riteneva la strage uno strumento con il quale fare politica, e per questo lo definì pazzo e comunque in disaccordo con la maggior parte degli ex repubblichini presenti alle riunioni, tra cui lui stesso” (7.3.96) e “ Pio BATTISTON…mi precisò che in una di quelle riunioni alle quali partecipavano anche vecchi repubblichini, il MAGGI propose la necessità della strategia di attentati dimostrativi la cui responsabilità si doveva far ricadere sulla sinistra…Pio BATTISTON mi aggiunse che MAGGI riteneva la strage uno strumento con il quale fare politica, e per questo lo definì un pazzo…” In corte di Assise, poi (26.1.99), parlò di “azioni a livello dinamitardo”.

Quanto DEDEMO ha appreso da Piero BATTISTON è estremamente significativo, non solo in quanto rappresentativo delle idee, dei metodi e del programma di MAGGI, ma anche in quanto il medesimo BATTISTON è inquadrato nelle SAM, e cioè il gruppo al quale, secondo DIGILIO, sarebbe stato consegnato l’ordigno destinato a Brescia. Inoltre la volontà di far ricadere l’attentato sull’opposta fazione politica, conferma la versione di TRAMONTE sul punto.

Memoria Pm strage di Brescia

L’attività di depistaggio – sentenza strage di Brescia luglio 2015 – prima parte

E’ questa, forse, la pagina più amara della vicenda in esame, come altri hanno già autorevolmente rilevato. Non è un fuor d’opera introdurla nell’ ambito della valutazione degli elementi di prova a carico di Carlo Maria Maggi.
Dagli atti processuali emerge, in effetti, la prova certa di comportamenti ascrivibili ai vertici territoriali dell’Arma dei Carabinieri e ad alti ufficiali del S.I.D., che sono incompatibili con ogni principio di lealtà e fedeltà ai compiti istituzionali loro affidati. Le distorsioni operate nel processo di trasmigrazione, verso la naturale sede giudiziaria, delle informazioni acquisite in ordine alle pericolose derive verso cui da mesi si erano avviate le frange della destra eversiva che nel Nord Italia e soprattutto in Lombardia ed in Veneto erano fortemente radicate hanno indubbiamente giovato al prosperare dell’ attività di ricompattamento delle fila degli ex ordinovisti e consentito la concreta attuazione di progetti destabilizzanti dei quali sussistevano da tempo segnali inquietanti.

Nulla si è mosso. Almeno non nella direzione istituzionale. E quando pure è stato fatto, l’ottica seguita, almeno per ciò che riguarda i Servizi segreti, non è stata certo quella di consentire agli inquirenti di fare luce sull’ accaduto, sulle trame sottostanti, sui responsabili. E’ doveroso domandarsi: cui prodest?

La risposta è fin troppo ovvia, ove si tenga conto del contesto politico dell’ epoca e dell’ attenzione che pezzi importanti dell’ apparato, civile e militare dello Stato, e centrali di potere occulto prestavano all’ evoluzione del quadro socio-politico del Paese, condividendo l’interesse – comune a potenze straniere che godevano di un osservatorio privilegiato grazie alla massiccia presenza sul territorio di basi militari e di operatori dei servizi di intelligence – a sostenere l’azione della destra, anche estrema, in chiave anticomunista.

L’azione di depistaggio – termine destinato ad entrare nel lessico giuridico con ben altra portata a seguito dell’introduzione dello specifico omonimo reato nel codice penale – non può avere altro senso se non quello di sviare l’attenzione della magistratura dai reali responsabili dell’attentato. E’ sotto tale profilo che essa assume, in questo processo, la valenza di indizio, grave e preciso, a carico di Maggi e del suo gruppo operativo, rispetto ai quali è stata alzata una rete di protezione, fatta di ritardi, omissioni, tentennamenti, connivenze, sviamenti, cortine fumogene, che hanno gravemente pregiudicato i tempi, la durata e gli esiti delle indagini.

Ma, ancora una volta, procediamo con ordine, nel dare conto, di tali conclusioni sulla base degli atti processuali. Si è già fatto cenno, nel trattare la posizione di Tramonte, al carteggio interno fra i vertici del S.I.D.. Trattasi di prove documentali di notevole rilevanza, in quanto dimostrano, inequivocabilmente, come l’atteggiamento dei Servizi segreti militari verso l’Autorità giudiziaria fosse tutt’altro che collaborativo. Ritiene la Corte di accogliere in toto i rilievi unanimemente mossi sul punto dai difensori delle Parti civili Comune di Brescia, Natali, Trebeschi Giorgio e altri alla quasi nulla importanza attribuita a tale aspetto dalla sentenza di primo grado, appena attenuata da quella d’appello.

Per non incorrere nel rischio di ulteriori sottovalutazioni, giova ripercorrere la cronologia ed il contenuto di quel carteggio interno, che ruota attorno a due dei più importanti appunti informativi del Centro CS. di Padova: quelli allegati alle note del 23 maggio e del 8 luglio 1974. Sempre nel trattare la posizione di Tramonte, è stato fatto riferimento alla nota trasmessa il 23 maggio 1974 dal magg. Bottallo, capo del CS. di Padova, al gen. Maletti ed alle peculiari caratteristiche della stessa. Trattasi, infatti, con evidenza, di una nota non ufficiale, perché manoscritta, priva di numero di protocollo e del seguente testuale tenore:

“Sig. Generale, unisco un appunto “informale” su argomento oggetto di conversazione. Ritengo che, volendo proseguire nell’azione in maniera incisiva, esista la possibilità di individuare componenti ed intenzioni di uno o, probabilmente, due dei ‘gruppi’ citati”.

In data 25 maggio, la risposta di Maletti, che, in calce alla medesima nota stila e sottoscrive la seguente annotazione – collegata con tanto di freccia al secondo periodo e diretta al col. Genovesi, che la riscontra – “sì. Dire con mia lettera s.n. che proceda senz’altro”.

La non ufficialità del rapporto epistolare fra il capo del Reparto D e il capo del C.S. di Padova, dunque, perdura con l’ordine del primo di non protocollare neppure la risposta da dare al secondo, ordine puntualmente eseguito, come si evince dalla minuta in atti.

Segue l’annotazione manoscritta e firmata con la quale il col. Genovesi, il 10 luglio, esprime al gen. Maletti il proprio pensiero: “Non ritengo si possa dire solo ‘qualcosa o due nomi’, ma sono del parere che tutto, per la sua gravità, debba essere urgentemente riferito all’A.G., sia pure attraverso organi di P.G. Per le decisioni.”. Quasi piccata la risposta di Maletti, il quale, il giorno successivo, scrive al suo vice: ” <Dire almeno due nomi> era espressione figurata. Ritengo anch’io che della vicenda debba essere messa al corrente l’AG. Intanto, rappresentiamo (‘per le decisioni’) a Sig. C.S.”. Con calma, con molta calma: in effetti, l’appunto riservato, contenente le informazioni della fonte Tritone di cui alla nota del 8 luglio, viene inoltrato al Capo Servizio, gen. Vito Miceli, il 13 luglio, ed all’ordine (definito “urgente”) dello stesso – “Diciamo tutto agli organi P.G. interessati (conservando traccia delle segnalazioni)“- Maletti dà seguito solo il 15 luglio, demandandone al Genovesi l’esecuzione. In realtà, nulla accade. Anzi, la documentazione proveniente dal S.I.D. dimostra che vi è stato un netto ripensamento dei vertici sull’atteggiamento da tenere.

Il 3 agosto, invero, il col. Genovesi, facendo riferimento, a strage avvenuta, alla nota inviata da Bottallo il 23 maggio, esprime a Maletti il suo dissenso sulla comunicazione delle informazioni in loro possesso nei seguenti termini: “Recentemente V.S. mi ha dato fornito foglio di CS Padova. Alla luce dei recenti ed attuali fatti, sarei del parere di non ‘far procedere’ nella direzione richiesta dal Centro e di fare, invece, cadere la cosa. Un elemento di prova della non validità della fonte può scaturire dal ‘sorriso enigmatico’, a domanda sugli attentati (per dare ad intendere di saperne) e, poi, della necessità di dover acquisire notizie al riguardo. Contrasto evidente che denuncia una potenziale ‘bufala’. Per le definitive decisioni di V.S”.

Sconcertante la risposta di Maletti del 4 agosto, data in cui ha luogo la strage dell’Italicus: “Concorderei se non dovessi rischiare anche il ‘bidone’ soprattutto ora che il nuovo fatto terroristico suggerisce intensificazione azione info nella direz. Extra dx”.

Sta di fatto che neppure la nuova strage smuove i vertici del S.l.D. e a prevalere è ancora la linea del silenzio. In realtà, il 17 luglio figura come trasmesso al Centro C.s. di Padova un marconigramma a firma Maletti, col quale quest’ultimo dispone che, “qualora non ancora provveduto”, il contenuto della nota n. 4873 del 8 luglio (si badi, non anche quello dell’ appunto precedente, allegato alla nota di Bottallo) sia portato a conoscenza dell’Arma territoriale e che copia della comunicazione sia trasmessa anche all’ufficio centrale. Trattasi, tuttavia, di un sicuro falso. Ed in effetti:

a) il testo del marconigramma è evocativo di una precedente comunicazione di identico tenore, della quale non è stata trovata traccia;

b) è in atti altro marconigramma a firma di Maletti, recante la data del 13 luglio ed indirizzato ai Centri C.s. ed al Raggruppamento degli stessi, col quale veniva raccomandata la massima vigilanza verso ex appartenenti al Fronte Nazionale, ad Ordine Nuovo e al M.A.R. avendo varie fonti segnalato la possibilità di attentati eversivi su scala nazionale tra il 10 e il 15 agosto, ma, nel contempo veniva inibita , fino a nuovo ordine, la comunicazione delle informazioni anzidette all’Arma dei Carabinieri, alla Polizia di Stato ed alle Autorità militari.

c) non si è trovata traccia neppure dell’avvenuta comunicazione all’Arma territoriale e tanto meno di un riscontro da parte di quest’ultima, nonostante l’esplicita richiesta in tal senso, contenuta nel marconigramma;

d) il mar. Felli ha escluso di avere avuto notizia di quel comunicato;

e) 1’11 novembre 1980 è stato sequestrato, presso l’abitazione del gen. Maletti, un appunto relativo all’incontro tenutosi il 6 agosto 1974 presso il S.I.D. con tutti i capi dei centri territoriali, dal quale emerge che, ancora a quella data Bottallo chiedeva istruzioni sulle modalità con cui comunicare ai CC. ed alla Polizia notizie destinate ad essere trasfuse in atti di polizia giudiziaria;

f) a metà agosto ancora non era stata effettuata alcuna segnalazione, posto che, con nota del 7 agosto, il gen. Maletti rappresenta al gen. Miceli che il Centro di Padova “ha un’ottima fonte (Tritone) che potrebbe essere bruciata da un’intempestiva segnalazione agli organi di P.G.” e che Miceli, con nota del 14 agosto, risponde: “attendiamo seguito da PD“. Il marconigramma del 17 luglio aveva, dunque, la funzione di “coprire” artificiosamente il perdurante vuoto di notizie all’ A.G. ed agli organi di polizia giudiziaria su quanto appreso dalla fonte Tritone.