“Adesso la faccio io l’inchiesta sulla P2” – intervista ad Andreotti su L’Europeo 27.12.1982

Gratti lo scandalo e trovi sempre l’onorevole Giulio. Sarà perché è uno dei democristiani più intramontabili, sarà perché la sua è l’immagine stessa del potere, Giulio Andreotti c’entra sempre. Non c’è vicenda scabrosa per la Repubblica che non finisca in una chiamata di correo per lui. Senza, peraltro, che nessuno riesca mai a trovare prove contro di lui. Qualche giorno fa la vedova del banchiere Roberto Calvi ha puntato il dito sostenendo che il marito disse che Andreotti era la mente occulta della loggia P2. E ha proseguito con altre gravi accuse. Secondo molti membri della commissione parlamentare d’indagine sulla loggia P2, Clara Calvi è quantomeno fedele testimone di quanto le confidava il marito. L’Europeo ha preparato un lungo e minuzioso elenco di domande: tutti i sospetti, tutte le stranezze, tutte le coincidenze che potrebbero sostenere la tesi della signora Calvi.

La signora Calvi proclama quello che molti membri della commissione P2 sussurrano: il capo occulto della loggia è lei…
«Ah, davvero? Invece io dico che questo capo bisogna continuare a cercarlo, perché ancora non si è fatto trovare. Voglio fare un piccolo atto di superbia. Vi pare che se mi facessi massone mi accontenterei di una loggia? Vorrei una carica molto più importante».

I collaboratori di Gelli l’hanno infatti definita «il grande babbo».
«Burloni».

La loggia P2 era un cenacolo di mattacchioni o una pericolosa associazione segreta?
«Questo della segretezza è uno degli aspetti che mi hanno più divertito. Ho letto che le iniziazioni avvenivano in un albergo, all’Excelsior. Singolare, no? Devo poi ancora capire se la polemica e le critiche vengono fatte contro persone responsabili di illeciti, o se le accuse sono rivolte alla massoneria in generale. Si dice ora: bisognava accertare se i candidati a cariche dello Stato fossero o non fossero massoni. Fino a due anni fa se un de avesse fatto certe proposte sarebbe successo l’iradiddio».

E tutti gli intrighi di Gelli?
«Già, si è fatta anche la distinzione tra massoni buoni e cattivi. I dirigenti venuti alla ribalta nell’ultimo periodo sembrano però coinvolti nella vicenda Calvi…».

Si riferisce ad Armando Corona, il nuovo gran maestro?
«Il suo sodalizio con quel Carboni (faccendiere di Calvi negli ultimi mesi, ndr) non mi pare proprio il segno di tempi nuovi, di una massoneria riveduta e corretta».

Perché, nel maggio 1981, dopo l’arresto del banchiere Calvi, lei incontrò la moglie Clara?
«Fu la signora a richiedere il colloquio».

Strano però che venisse accompagnata proprio da Giuseppe Ciarrapico, un suo fedele famiglio.
«Ciarrapico era amico di Calvi. Accompagnò la signora in quella veste, certo non su mio incarico». Nega di conoscere Ciarrapico? «Lo conosco come tanta altra gente. Ha un’attività tipografica importante a Cassino».

Clara Calvi già la conosceva?
«Da pochi giorni. Il 14 maggio la incontrai, accompagnata dal marito, a un pranzo al Circolo degli scacchi offerto dal senatore Giacometti. C’era moltissima gente…».

La vedova Calvi la smentisce. Sostiene che vi siete conosciuti molto tempo prima, in casa del finanziere Roberto Memmo.
«Se la signora si riferisce a una cena con la partecipazione dell’ex ministro americano del Tesoro Connolly, non posso escluderlo. Fu uno di quei ricevimenti all’americana, con centinaia di invitati. Certamente non la notai».

I familiari di Calvi sostengono che il banchiere aveva paura proprio di lei. Riferiscono frasi oscure di avvertimento dettegli da lei…
«Falsità. Però che strano: anche il senatore Tremaglia, durante la mia audizione davanti alla commissione P2, ha fatto accenni analoghi. Si riferiva alle registrazioni delle telefonate di Carboni a Calvi».

Si può sapere che cosa dicono quelle registrazioni?
«Nel corso di una telefonata, Carboni direbbe “il nemico è Andreotti”, o cose del genere. D’accordo con il Cardinal Casaroli, avrei impedito a Carboni non so che diavolo di contatti all’Istituto opere di religione. Vicende nelle quali mi guardo bene dall’immischiarmi».

Non è vero che lei confidò alla signora Calvi l’intenzione della Banca d’Italia di mandare i commissari? Che fece anche due nomi di suo gradimento, Bagnasco e Venini?
«Quale poteva essere la mia competenza istituzionale per sapere o addirittura decidere il commissariamento del Banco? La verità è .che la signora si congedò da me ringraziandomi calorosamente. Aveva chiesto consiglio un po’ dappertutto, ma l’avevano snobbata perfino al Banco Ambrosiano».

Se andò così, perché ora la signora le lancia accuse tanto gravi?
«Conosco poco la psicologia della signora. Non so se ha effettivamente dichiarato ai membri in trasferta della commissione P2 quanto si è letto sui giornali».

Dall’intervista televisiva di Enzo Biagi alla signora trasmessa da Rete Quattro si sarà fatto un’idea.
«Non l’ho vista».

Avrà letto il testo riprodotto da «la Repubblica»…
«No. Non mi interessa molto. Comincio a scocciarmi di queste storie. Esiste il segreto istruttorio, a causa del quale non posso conoscere gli atti ufficiali per i quali sono chiamato in causa. Però ci sono membri della commissione che ne discorrono liberamente. La scorrettezza di costoro ha superato ogni limite. Forse, attraverso la signora, qualcuno soffia per alzare polvere politica che oscuri autentiche responsabilità».

Ci sono accuse precise. Per esempio quel miliardo regalato lo scorso Natale da Calvi ad alcuni politici. Tra cui lei…
«Un miliardo è ancora un miliardo, come ai tempi del signor Bonaventura. Lascia tracce. Cerchino nella contabilità del Banco le prove per sostenere queste calunnie».

«Onorevole, stia tranquillo, perché tutta la documentazione di mio marito riguardante i politici è nascosta all’estero»: non le disse cosi Clara Calvi, su suggerimento di Ciarrapico?
«Non mi sono mai sognato di ascoltare frasi come questa».

Il suo asserito disinteresse per il Banco Ambrosiano non convince. Non è forse vero che lei incontrò più volte il finanziere Orazio Bagnasco, diventato poi azionista e vicepresidente?
«Questa è un’altra stupidaggine. Bagnasco è uno che se deve fare affari non ha certo bisogno dei consigli di chi fa politica».

Dopo la fuga all’estero di Calvi si apri una lotta di potere tra Bagnasco e l’altro vicepresidente, Roberto Rosone. Il solito Ciarrapico faceva da mediatore. Che autorità poteva avere se non quella di ambasciatore di Andreotti?
«Interpretazione del tutto gratuita. In quel periodo, tra l’altro, mi trovavo negli Stati Uniti per una sessione dell’Onu sul disarmo».

Appunto. Ciarrapico era il suo fiduciario…
«Ripeto che Ciarrapico godeva della fiducia di Calvi. Forse agiva in quella veste».

Oltre che alla sistemazione del Banco, Bagnasco era interessato alla proprietà del «Corriere della Sera». Chiese il suo aiuto, no?
«Del Corriere in effetti mi sono occupato. In quel momento, tuttavia, il problema del controllo del giornale non era legato all’assetto azionario del Banco».

C’era stato l’interessamento di Carlo De Benedetti, anche lui azionista e vicepresidente del Banco…
«Quella partecipazione azionaria, cosi come quella di Bagnasco, era limitata e non determinante per il destino del gruppo Rizzoli».

Quando e perché incontrò Calvi?
«Dopo essere uscito di prigione venne a trovarmi per ringraziarmi di avere ricevuto la moglie. In precedenza l’avevo visto fugacemente a un paio di pranzi, di cui uno al Circolo degli scacchi, come ho detto. Mi parlò subito del Corriere perché era convinto che i suoi guai fossero cominciati da quando aveva deciso di occuparsi del giornale e del gruppo Rizzoli. Mi raccontò che durante l’inchiesta per reati valutari gli erano state fatte domande sui motivi della nomina alla direzione di Franco Di Bella».

Diede a Calvi dei consigli?
«Anzitutto di evitare lo scorporo del Corriere delle Sera dalla Rizzoli, per non causare una crisi del gruppo editoriale».

Ne è ancora convinto?
«Lo scorporo può essere un punto d’arrivo, semmai. Calvi, comunque, mi parlò delle pressioni politiche molto forti che gli venivano fatte per il Corriere».

Da chi?
«Non fece nomi, e io non glieli chiesi. Crea imbarazzo sapere certe cose».

Ah! E dei guai del Banco non parlò con Calvi?
«Allora non sembrava troppo preoccupato. Era solo convinto di essere vittima di invidie».

Il complotto della finanza laica…
«Anche con Calvi ho cercato di ridimensionare questa distinzione tra finanza laica e non laica, che non credo fondata. Enrico Cuccia, per esempio, sarebbe il capofila dei laici, ma è cristiano ortodosso. Uno dei pochissimi in Italia, credo».

La liquidazione dell’Ambrosiano si sarebbe potuta evitare?
«Ho avuto l’impressione che ci sia stata troppa fretta».

Qualcuno ha voluto la disgregazione del Banco?
«Bisognerebbe conoscere tutti i dati di fatto per fare questa affermazione, e io non li conosco. In ogni caso, perché qualcuno non dà un’occhiata approfondita alle società estere? Non avranno per caso degli attivi, oltre che i passivi? Se si potesse recuperare una parte di questo danaro, ammesso che ci sia, dovrebbe essere restituito agli azionisti. Se poi per ipotesi lo Ior si facesse carico delle passività, allora dove starebbe l’insolvenza del Banco con un credito di quella entità? Manca ancora un quadro completo degli interessi finanziari che sono dietro le vicissitudini del Banco. Come mancano ancora tutti gli elementi per chiarire le circostanze della morte dell’ex presidente».

Non crede al suicidio?
«Calvi si mette in tasca le pietre; scende dal ponte, fa le acrobazie: saranno cose vere, ma non sono verosimili».

Allora l’assassino dove va cercato? Lei è un esperto di gialli…
«Già. Ma l’assassino si scopre all’ultima pagina. Nella storia di Calvi non ci siamo arrivati. Forse sarà bene approfondire un po’ i legami e le compagnie dell’ultimo periodo del banchiere».

Mettiamo, per esempio, il signor Francesco Pazienza, trafficante contiguo ai servizi segreti. Lei dovrebbe conoscerlo, visto che accompagnò Calvi qui da lei.
«Quando Calvi veniva era accompagnato sempre da guardaspalle che aspettavano fuori».

Conosceva Pazienza o no?
«Una volta me lo presentò il generale Santovito. Ma non avevo compreso il nome, e solo più tardi ho saputo che si trattava di lui. Se non sbaglio fu circa due anni fa, prima che Santovito lasciasse l’incarico al Sismi».

Il nome di Santovito fu ritrovato nella lista P2. Un segno dell’infiltrazione della loggia nello Stato.
«Questa è la tesi al centro di un recente convegno organizzato dal Pci. Ma prima che scoppiasse lo scandalo nessuno sapeva, nessuno si era accorto di niente. Nessuno vedeva i legami di Gelli non solo con il Sud America, ma anche con la Romania e un quarto del resto del mondo. Ora che l’ondata emotiva sulla P2 sembra finita, tocca alla commissione parlamentare tirare le conclusioni, senza cadere nella trappola di strumentalizzazioni politiche e parzialità».

La lista degli iscritti alla P2 secondo lei è parziale o completa?
«Questa storia della lista mi ha confermato che c’è qualcuno perennemente desideroso di tirarmi in mezzo ai pasticci. Nemmeno uno dei miei amici è in quell’elenco, ed ecco che dopo la pubblicazione salta subito su qualcuno a dire: vedete non ci sono gli andreottiam (e i comunisti), l’elenco è incompleto».

Miceli Crimi, un medico molto vicino a Gelli, non è stato smentito quando ha dichiarato all’«Europeo» che Gelli le dava del tu. E vero che per Natale le inviava anche certi regaloni?
«Mai dato del tu. In occasione del centenario di Leonardo (non so se facesse parte del comitato), Gelli mi inviò riproduzioni delle macchine leonardesche. Tutto qua. In seguito le ho regalate a mia volta…».

Le trovava ingombranti?
«Ma no, erano piccole. Mi hanno detto che erano d’argento. Magari avrei fatto meglio a tenermele».

Quando e in quale occasione ha conosciuto Gelli?
«Nel 1973, a casa di Juan Perón, che festeggiava il suo rientro ai vertici della politica argentina. Rimasi colpito dal riguardo quasi reverenziale per Gelli. Non sapevo chi fosse allora; mi sembrò un caso di somiglianza straordinaria con un direttore della Permaflex conosciuto fugacemente anni prima».

E come andò che Gelli vinse una commessa per 40 mila materassi con il suo aiuto?
«Che ignoranza delle cose! La stessa domanda mi è stata fatta in commissione P2. Tutte le aziende che impiantano stabilimenti nel Sud hanno per legge diritto a partecipare al 40 per cento delle commesse pubbliche».

Non favori in alcun modo la fabbrica diretta da Gelli?
«Una volta la società si lamentava di essere ostacolata dal ministero dell’Industria. Siccome per mia fortuna conservo sempre le carte, posso provare di essere intervenuto dopo la sollecitazione di altri».

Di chi?
«Del sindaco di Pistoia, dell’amministrazione provinciale e del compianto senatore Calamandrei (comunista, ex vicepresidente della commissione P2, ndr) che mi scrisse una lettera a mano di due pagine. Non so se fossero tutti amici di Gelli».

Che ci faceva tanto spesso Gelli a Palazzo Chigi, quando lei era presidente del Consiglio?
«Due o tre volte l’ho visto quando venne in Italia l’ammiraglio Massera, prima come capo della giunta militare argentina e poi quando fondò, nel suo paese, un nuovo partito socialdemocratico. Ancora, poi, per la visita in Italia del generale Videla».

E cosa faceva Gelli? Qual era il suo compito?
«Questioni protocollari. Si occupava per esempio dell’agenda — colloqui. Per Massera, ricordo, si diede da fare per consegnargli gli elenchi dei desaparecidos italiani. Gelli, insomma, faceva il lavoro di un diplomatico».

Le ha mai chiesto un occhio di riguardo del governo italiano per facilitare transazioni o forniture di armi?
«Assolutamente no, mai».

Fu lei a promuovere indagini sul suo conto?
«No. Non ho mai avuto la sensazione che fosse una persona importante».

Lei non sapeva che l’onorevole Foschi, come sottosegretario all’emigrazione, si interessava dei desaparecidos tramite Lido Gelli?
«Sapevo che se ne occupava, ma che ci fosse di mezzo Gelli no».

Parliamo del caso Eni-Petromin. Lei ha sempre sostenuto che, fino a quando non verrà provato qualche imbroglio, le tangenti pagate in quell’affare sono legittime.
«In questi casi vale l’opinione di chi tratta l’affare. Il presidente dell’Eni, Mazzanti, disse che la mediazione era una condizione indispensabile. Non era mica un costume nuovo; e l’affare era ottimo».

Non sapeva che di mezzo, ancora, poteva esserci Licio Gelli?
«Niente affatto».

Eppure Mazzanti è nella lista della P2, come molti altri protagonisti della vicenda.
«Mazzanti venne a spiegarmi di aver aderito alla loggia quando tutti lo attaccavano. Credeva così di trovare protezione, un aiuto in qualche canale di stampa. Un deputato lo avvicinò e gli offrì di portarlo da qualcuno che aveva voce in capitolo al Corriere della Sera».

Il deputato Emo Danesi?
«Credo fosse lui».

Insomma questa vicenda Eni- Petromin rimarrà un mistero?
«lo mi auguro di no. Anche perché il magistrato svizzero che se ne occupa ha ordinato il sequestro di una ingente documentazione bancaria sull’affare».

Interessante.
«Ho anche saputo che qualcuno ha fatto opposizione a questo provvedimento giudiziario».

La banca Pictet forse?
«No, qualcun altro».

Chi?
«Non me ne occupo. Per delicatezza. Certo sarebbe interessante saperne di più. Questa faccenda non l’ho mai digerita perché se n’è fatta una indecente speculazione i politica».

Quando scoppiò la polemica lei chiamò Umberto Ortolani, altro pezzo grosso della P2, per farsi spiegare le cose. Conferma?
«Sì. Mi disse di non conoscere nessun arabo saudita e di non essersi mai occupato di petrolio».

Eppure, sempre su questo argomento, Ortolani aveva avuto colloqui con il socialista Rino Formica.
«Mi confermò gli incontri con Formica, ma escluse che si fosse discusso di petrolio».

Secondo Clara Calvi, Ortolani era il numero tre della P2, dopo lei e Francesco Cosentino…
«Io lo incontrai la prima volta quando era presidente dell’Incis. Era il ’60 e dirigevo il comitato organizzatore delle Olimpiadi. Si decise di costruire il villaggio olimpico, che, dopo i giochi, sarebbe rimasto come complesso di abitazioni per gli impiegati dello Stato».

Tutti qui i suoi contatti?
«È una persona che si è sempre mossa in un certo ambiente. Era molto vicino a Tambroni. Era, nel mondo cattolico, un personaggio. Nella chiesa di San Petronio, a Bologna, ho visto una statua di Manzù che raffigurava il Cardinal Lercaro. C’è una scritta sotto: “Dono del cavalier Ortolani”. Può darsi che ora l’abbiano tolta».

Ortolani era anche ambasciatore dell’Ordine di Malta. Ne fa parte anche lei?
«Se intende dire che ho ricevuto una onorificenza dell’Ordine, sì. Di onorificenze ne avrò una quarantina. Ci hanno giocato i miei figli e ci giocheranno i miei nipoti».

«Critica Sociale» scrisse di una cena, verso il Natale 1970, a casa di Ortolani. Commensali: l’ospite, Gelli, Sindona e Andreotti.
«È una balla».

Ortolani è però diventato un personaggio importante in molti ambienti. Fece parte anche del consiglio di amministrazione della Rizzoli. Lei non lo sapeva?
«Naturalmente sì. Ma come ci fosse arrivato e quale fosse il suo ruolo, lo ignoro».

Era, ed è, anche molto ricco.
«La sua situazione economica mi sembrava piuttosto notevole. Ricordo anche però che una volta vendette all’asta tutti i suoi beni, qui a Roma. Aveva assunto su di sé i debiti di un giornale, fallito, che aveva fatto capo a Tambroni».

Ortolani discusse con Formica di un possibile riavvicinamento tra lei e Bettino Craxi…
«Un sacco di gente vorrebbe che io andassi più d’accordo con Craxi. Pare che i mali dell’Italia si risolverebbero. Nascono leggende di contatti segreti e iniziative parallele. Craxi fa parte della commissione esteri alla Camera, da me presieduta. Non servono mediatori».

Un altro luogo di mediazioni sarebbe il salotto della signora Angiolillo a Roma. Lei lo frequenta?
«La signora Angiolillo è una gentile padrona di casa. Talvolta invita a pranzo politici, diplomatici, uomini di cultura. Ci sono andato anch’io. È un’usanza simpatica, molto diffusa in altri paesi. Che poi sia una centrale di poteri occulti mi sembra un’interpretazione molto lontana dalla realtà».

Ha incontrato in quelle cene molti personaggi poi comparsi nell’elenco della P2?
«Ricordo sicuramente una volta di aver visto Bruno Tassan Din. Calvi, in casa Angiolillo, non lo ricordo. Lui snobbava piuttosto l’ambiente romano. Se c’era, non l’ho notato. Ortolani e Cosentino no».

Come mai lei era un obiettivo così frequente per la rivista «O.P.» di Mino Pecorelli?
Sono attacchi di cui non mi sono mai dato tanto pensiero. Ne ho avuti di peggiori».

Le risultava che Pecorelli fosse in contatto con Gelli?
«No».

Che Pecorelli fosse in contatto con ambienti dei servizi segreti?
«Questo si. Talvolta pubblicava notizie in campo militare che certamente gli venivano passate. So che era amico del generale Mino (ex comandarne dell arma dei carabinieri morto in un inciderne aereo, ndr). Me lo disse proprio Mino. Il generale aveva organizzato un incontro tra Pecorelli e alcuni militari che lui attaccava più di frequente, per cercare di farlo smettere».

E non si preoccupò di far cessare gli attacchi contro di lei?
«Ma no. Diceva poi delle cose talmente stupide. Una volta mi indicò come proprietario di appartamenti a Campo de’ Fiori; scrisse che facevo pagare affitti troppo alti».

Eppure Pecorelli la consultò per sapere come curare l’emicrania.
«Gli mandai un tubetto di Tonopan, un medicinale che uso talvolta. Con un biglietto. Il mondo degli emicranici è un mondo un po’ particolare. Ricevo anche tre lettere alla settimana, da persone che non conosco, sul tema».

Pecorelli insinuò che lei non fece bruciare tutti i fascicoli Sifar.
«Non solo li feci bruciare, creai una commissione, cercammo un forno adatto che si trovò a Fiumicino, ma nemmeno cedetti alla curiosità di leggere il mio fascicolo».

Dove qualcuno doveva aver notato la sua amicizia con Sindona.
«Amico mi pare un’esagerazione, lo conoscevo».

C’è chi osserva: Gelli aiutò Sindona, e Andreotti curò il progetto che avrebbe dovuto chiudere in modo indolore il crac di Sindona…
«Anche qui si è fatta molta confusione. Il recupero della situazione della Banca Privata, che poi andava a vantaggio non di Sindona ma degli azionisti, nulla avrebbe tolto dalle imputazioni di Sindona.

Sindona, poi, e questo è dimostrato, non ha avuto mai nessun trattamento di favore; anzi, per nessuno come per lui ci si è dati da fare per ciò che riguarda per esempio l’estradizione. E al ministero della Giustizia ne sanno qualcosa».

E il progetto di salvataggio?
«Era stato redatto anche da Enrico Cuccia, cosi mi dissero. E quando l’avvocato Guzzi mi portò il progetto mi chiese di farlo ricevere dalla Banca d’Italia insieme con il commissario liquidatore Ambrosoli e con Cuccia».

E lei lo accontentò?
«Volli prima esaminare la proposta. Pregai Gaetano Stammati di farlo per me. Lui era stato presidente della Comit. L’opinione di Stammati fu negativa e la cosa finì».

Anche Stammati, poi, finì nel listone di Gelli. Onorevole, lei è stato circondato dalla P2 senza saperlo, a quanto pare.
«Le proposte sui nomi, anche per servizi, vengono dal ministero competente, e d’accordo con i militari. Personalmente mi sono occupato del Cesis che faceva capo alla presidenza del Consiglio. Offrii l’incarico a due persone che non lo vollero fare: prima al prefetto Buoncristiano, poi al generale dei carabinieri Ferrara. Accettò il prefetto di Roma Napolitano, che poi lasciò per motivi di salute. Fu allora scelto Walter Pelosi che era prefetto di Venezia, segnalato dal Ministero dell’Interno. Ora si dà sfogo alla dietrologia, si vede la P2 dappertutto. Allora nessuno pensava a domandare: scusi lei è massone?».

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“Caso Sindona, Ventriglia affonda e Luciani fallisce” – OP 13.2.1976

A proposito di Sindona, corre voce che un certo dr. Luciani (Gelli) consulente finanziario di un notissimo e molto influente senatore democristiano, ultimamente abbia varcato per ben due volte l’oceano, destinazione Usa Hotel Pierre, per tentare di piazzare 700 milioni di titoli Finambro di cui è portatore presso Michele Sindona. Il quale si sarebbe dichiarato disponibile all’operazione, a patto che gli venga ripristinata la sua precedente situazione economica e politica in Italia. E’ stato a quel punto che a… Luciani s’è rizzata la criniera in testa.

OP 13.2.1976

“Qualcuno ha visto un risparmiatore?” – L’Espresso 01.12.1974

(…) Se si spinge lo sguardo lungo la storia recente della Borsa italiana, si comprende immediatamente perché l’entusiasmo di questi giorni è ancora più di facciata che di sostanza e perché il tanto atteso risparmiatore tarda a spuntare: dal 1969 ad oggi il listino non ha conosciuto un momento di pace e, fra rialzi e ribassi, alla fine chi ci ha rimesso le penne è sempre stato appunto il piccolo risparmio. Le cifre e le storie che coprono questo periodo sono fitte e interessanti. Nel novembre 1969 la Borsa raggiunse il massimo assoluto dopo la lunghissima discesa iniziata nell’estate del 1961, quando l’indice di Mediobanca si trovava a quota 115. Il rialzo del 1969 recuperò in parte i danni provocati da quasi dieci anni di Borsa assonnata e stanca e alla quale solo il boom degli anni 1965-67 aveva dato un po’ di fiato. L’indica Mediobanca raggiunse infatti quota 80: ben 35 punti al di sotto del livello del ’61. Visto con il senno di poi, quel rialzo è stato in realtà una specie di piccola rincorsa per il successivo tuffo che avrebbe portato il listino al livello più basso degli ultimi dieci anni.
A partire dall’aprile del 1970, infatti, l’indice cominciò a scendere e si fermò soltanto due anni dopo, a quota 48. Questo primo scivolone costò complessivamente assai caro al mercato azionario e soprattutto al piccolo risparmio sulle cui spalle fu scaricata la maggior parte dei danni. Nell’aprile del 1970, infatti, il valore totale dei titoli quotati alla Borsa di Milano era pari a circa 9.200 miliardi di lire in base alle quotazioni del momento. Due anni dopo non ne restavano che 6.600: 2.600 miliardi erano stati inghiottiti dal ribasso. In verità furono anche di più, ché nel frattempo erano arrivati sul listino nuovi titoli e alcune società avevano aumentato il capitale: il mercato si era cioè ingrossato. Un conto più esatto è questo: nell’aprile del 1970 il valore “nominale” dei vari titoli quotati in Borsa aveva raggiunto un totale di quasi 3.800 miliardi, mentre due anni dopo erano già stati superati i 4 mila miliardi. Intanto però era accaduto questo: che nel 1970 il valore dei titoli quotati in Borsa era pari a quasi due volte e mezzo il loro valore nominale, mentre due anni dopo questo rapporto era sceso a poco più di 1,6.
Con la Borsa in quelle condizioni, all’inizio del 1972, accadde quel che era giusto accadesse. Il listino trovò i suoi maghi, ma soprattutto uno: Michele Sindona.
Cominciarono ad essere imbastite le prime operazioni per attrarre di nuovo i risparmiatori intorno al listino. Furono inventate e lanciate, dal clan del finanziere siciliano, le azioni “a crescita garantita”, cioè che andavano sempre su. Intanto, la Borsa era stata trasformata in una specie di terra di conquista: scalate, società che passavano di mano, nuovi nomi che spuntavano, nuovi personaggi che facevano promesse sempre più affascinanti. Il debutto di Anna Bonomi, di Roberto Calvi, della stessa Montedison come istituzione borsistica sono di quegli anni.
La lira andava sempre peggio e al risparmiatore veniva offerto di partecipare ad operazioni sempre più grandi, sempre più lucrose, ma anche sempre più spericolate. Viste oggi, alcune cose di allora, sembrano addirittura sognate: “Nella primavera del 1973”, spiega Renato Cantoni, “il 25-30 per cento di tutte le operazioni di Borsa transitava direttamente per il giro di Sindona, in pratica la Banca Unione”. Il motore cioè che faceva marciare quella massa di miliardi era controllato da un tale che tre anni prima nessuno sapeva chi fosse, e sul conto del quale, si raccontavano le storie più incredibili.
Nel giugno del 1973 Sindona, e i suoi co-protagonisti (Bonomi, Calvi, Montedison) avevano talmente schiacciato l’acceleratore che il valore totale delle azioni quotate in Borsa era quasi raddoppiato rispetto a 14 mesi prima: dai 6.600 miliardi a oltre 12.000; il rapporto fra valore complessivo dei titoli quotati e il loro valore “nominale” aveva raggiunto una punta altissima: 3,08 rispetto all’1,6 del marzo 1972.
Tutto questo era stato reso possibile dalla spettacolosa campagna-acquisti di Sindona: si è calcolato che soltanto intorno alla Banca Unione si aggirassero più di 5 mila risparmiatori famelici e desiderosi di “farsi amministrare” dal mago di Patti. Le successive vicende sono note.
Proprio nel giugno del 1973 ci fu un primo scossone, provocato dal fatto che nemmeno Sindona riusciva più a sostenere le assurde quotazioni alle quali lui stesso aveva spinto la Borsa e dal fatto che la politica di “denaro facile” stava per finire. Vennero allora imbastite le due operazioni Finambro e Invest: marchingegni per spremere ai risparmiatori quei miliardi che servivano e che né Sindona né Anna Bonomi erano capaci di tirar fuori.
Finì come tutti sanno. Le due operazioni furono bloccate. Intanto la politica del denaro si fece sempre più stretta e avara. Invece di nuovi fondi, la Borsa si trovò a lottare contro una continua emorragia di denaro liquido. Sindona, Pagliarulo e altri ci rimisero le penne e i loro imperi saltarono per aria. Il listino si tuffò a capofitto e sul risparmio si abbatté la più crudele “patrimoniale” che un fiscalista potesse immaginare: dal giugno ’73 al novembre del 1974 il valore nominale dei titoli quotati è diminuito di 4.000 miliardi che, aggiunti ai 3.000 del ribasso ’70-72, fanno una montagna di denaro: 7.000 miliardi, appena 1.300 in meno di quanto valga oggi la Borsa italiana.

Giuseppe Turani – L’Espresso 01.12.1974