“I soldi: da dove venivano, chi li procurava” – L’Espresso 10.11.1974

Chi finanziava i piani eversivi di Junio valerio Borghese? Ecco uno degli argomenti sui quali attualmente stanno indagando, a Roma, il sostituto procuratore Claudio Vitalone e il giudice istruttore Filippo Fiore. Si parla anche di prossimi avvisi di reato per noti industriali e finanzieri genovesi. Cerchiamo di vedere quali sono le fonti cui si ispirano i magistrati.
Come prima cosa, i giudici romani hanno riesumato un breve rapporto del SID (tre cartelle dattiloscritte), che risale al 1969. Esso contiene il resoconto di tre riunioni, tenutesi fra aprile e maggio dello stesso anno, nella villa dell’industriale Guido Canale, in via Capo Santa Chiara, a Genova. Alle riunioni, oltre al padrone di casa, parteciparono fra gli altri: gli armatori genovesi Alberto e Sebastiano Cameli, l’avvocato Gianni Meneghini (che ha difeso Nico Azzi), il direttore dell’Imi di Genova Luigi Fedelini, il dirigente della IBM, Niccolò Cattaneo della Volta; e poi Gian Luigi Lagorio Serra, il costruttore Giacomo Berrino, presidente del Genoa, l’agente marittimo Giacomo Cambiaso e Giancarlo de Marchi, tesoriere della Rosa dei Venti. In tutto una ventina di persone.
Borghese – che presiedette la prima di queste riunioni – dichiarò ai convenuti che era già in piedi “un’organizzazione militare di professionisti, pronta ad agire per impedire con la forza l’avvento al potere dei comunisti e per instaurare un regime di tipo gollista”. Durante la terza riunione, l’ingegner Fedelini, che aveva assunto la carica di delegato provinciale del Fronte Nazionale, precisò che il Fronte era articolato in due settori specializzati: “quello militare, con il compito di occupare e presidiare le città principali, e quello civile, con la funzione di orientare l’opinione pubblica”. Sembra accertato, ma da fonte diversa del SID, che a seguito delle tre riunioni, industriali e notabili liguri sottoscrissero circa 100 milioni. Il fatto che Borghese si rivolgesse direttamente ad esponenti del mondo industriale e finanziario può trovare una sola spiegazione: che cioè i suoi precedenti canali di finanziamento – che lo avevano sostenuto fino al 1969 – ormai non funzionavano più.
Per quale ragione il principe si trova improvvisamente senza fondi per attuare i suoi disegni eversivi? E, ancora, chi lo aveva finanziato fino a quel momento? La risposta a questi interrogativi va cercata neo fascicoli di due altri processi. Il primo (che si è già concluso nel luglio del ’73 con la condanna di tutti gli imputati davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Roma) è quello per il crack avvenuto nel ’68 della Banca del Credito Commerciale e Industriale (Credilcomin) presieduta da Borghese.
Il secondo (iniziato solo il 14 ottobre scorso a Milano) è invece contro otto amministratori della SFI, la Societaria finanziaria italiana, per un fallimento di molti miliardi avvenuto una decina di anni fa. E proprio attraverso le vicende della SFI è possibile ricostruire l’intera storia. Questa società finanziaria si era sviluppata nel ’60 con l’ingresso di alcuni personaggi legati al Vaticano, come Carlo Baldini, o alla DC (Antonio Marazza, Alfonso Spataro, Antonio Cova). Per arricchire il suo portafogli, la SFI acquista da Sindona la Credicomin, cioè la futura società di Valerio Borghese. Servirà per alcune operazioni particolari come il finanziamento dell’agenzia giornalistica Italia.
Due anni dopo, però, alcune speculazioni sbagliate mettono in gravi difficoltà la SFI. Con la mediazione del Vaticano, Baldini riesce a trovare i capitali necessari per avere un po’ di fiato. A portarglieli sono Gil Robles e don Julio Munoz, entrambi legati all’Opus Dei spagnola, ai quali sono stati affidati 10 miliardi di lire da Rafael Trujillo junior, figlio dell’ex dittatore di Santo Domingo. Fuggito dal suo paese, Trujillo ha scelto come suo avvocato a New York Richard Nixon, non ancora presidente degli Stati Uniti ma già buon amico di Michele Sindona.
Nata all’insegna di personaggi così potenti, la trattativa tra la SFI e gli spagnoli non poteva che concludersi rapidamente e bene: cioè la SFI ottiene i 10 miliardi. Il trust porta alla costituzione di due società alla cui presidenza viene chiamato Valerio Borghese. Subito dopo una delle due società, la Ventana, acquista la Credicomin per 3 miliardi e 375 milioni e il principe ne diventa il presidente.
L’operazione di finanziamento è ormai messa a punto alla perfezione: attraverso la SFI e le società collegate, i miliardi di Trujillo passano alla banca di Borghese e svaniscono nel nulla. Sono gli anni in cui si prepara la strategia della tensione (del ’65 è il convegno all’Hotel Parco dei Principi) e i soldi servono ai golpisti: se 2 miliardi vanno all’agenzia Italia, il resto finisce a Borghese e a società fantasma. E quando nel ’65 la SFI crolla e la banca di Borghese è sottoposta ad amministrazione straordinaria, interviene la Privata Finanziaria di Sindona che risarcisce i piccoli creditori e ottiene in cambio dalla Banca d’Italia “anticipazioni e autorizzazioni ad aprire nuovi sportelli”. Già alla fine degli anni ’60 il nome di Sindona viene associato a quello dei golpisti. I magistrati stabiliranno se è soltanto un caso.

Annunci

“Operazioni sui cambi” – Estratto relazione di minoranza sulla P2

Illustriamo, prima di tutto, a beneficio dei “non addetti ai lavori”, che cosa è una operazione sui cambi. Si tratta sostanzialmente di speculazioni, più che lecite, che vengono attuate soprattutto tra banca e banca: la banca “X” si impegna con la banca “Y” di ritirare presso quest’ultima, di lì a qualche mese, una data somma in valuta (dollari, sterline, marchi e così via) a un prezzo che viene convenuto al momento della stipula del contratto. Che cosa succede, allora, al momento in cui scadono i termini della operazione? Molto semplice: mettiamo che la banca “X” abbia stabilito con la banca “Y” di acquistare, di lì a tre mesi, un milione di dollari al prezzo convenuto di 1.700 lire al dollaro (quotazione attuale). Ebbene, se alla scadenza dei termini il dollaro varrà più di 1.700 lire, la banca “X” avrà fatto un buon affare perché sarà entrata in possesso di un milione di dollari il cui valore risulterà maggiore del prezzo pagato. E ci avrà rimesso la banca “Y”. Se la quotazione, invece, sarà risultata inferiore, ci avrà rimesso la banca “X” (acquirente a 1.700 lire) e ci avrà guadagnato la banca “Y”, venditrice.
Chi gioca partite del genere, naturalmente, deve operare sulla base di complesse valutazioni e previsioni, di natura finanziaria, economica, politica, perché nulla vi è di più mutevole delle oscillazioni dei cambi sui mercati internazionali. Per di più, deve giocare avendo sempre a disposizione, in contanti, o comunque garantite, le somme necessarie per onorare gli impegni presi. Fornita questa spiegazione, veniamo ora alla operazione sui cambi che ci porta a Sindona.
Per operare in questo settore, Michele Sindona aveva costruito la “Moneyrex” (Euromarket Money Brokers), vale a dire una società di intermediazione monetaria, e ne aveva affidato la direzione tecnica a Carlo Bordoni, un tipo poco raccomandabile, già licenziato in tronco dalla filiale di Milano della “First National City Bank of New York” perché, quale responsabile della sezione cambi, aveva abusivamente speculato con il denaro della banca, dirottando i profitti sul suo conto personale e scaricando le perdite sull’istituto di credito. Un elemento, in definitiva, fatto su misura per Sindona che, in fatto di etica e di morale, ha sempre lasciato molto a desiderare. Ebbene, il 17 gennaio 1973, Carlo Bordoni, agendo per conto della “Moneyrex”, stipulò un contratto di compra-vendita di valuta con la “International Westminster Bank” di Francoforte (che fa parte del gruppo “National Westminster Bank” di Londra): dollari contro lire per un ammontare di circa 125 milioni di dollari.
Una tipica “operazione a termine” : con quel contratto, infatti, la “Moneyrex” si impegnava ad acquistare, di lì a sei mesi, tra il 19 e il 31 luglio successivo, 125 milioni di dollari al prezzo convenuto di 601,80 lire. Sempre nella stessa giornata, Bordoni stipulò un contratto identico con la filiale parigina della “First National Bank of Boston”: dollari contro lire, scadenza 19/31 luglio successivo, per un totale di 13 milioni di dollari a 601,80 lire al dollaro. Totale: 138 milioni di dollari del 1973, che, in lire attuali, rappresentano circa 500 miliardi. Ed ora, attenzione: alla data del 17 gennaio 1973, avviare una operazione sui cambi di quella portata, offrendo lire in cambio di dollari, costituiva una autentica pazzia. Il motivo è presto detto. Posto che l’obiettivo era quello di puntare su un aumento del valore del dollaro nei confronti della lira tra il gennaio e il luglio successivo, e quindi, in definitiva su una svalutazione della lira nei confronti del dollaro, si dava il fatto che, all’inizio del 1973, la moneta italiana era considerata una moneta sufficientemente solida, anche perché l’annata precedente (1972) si era chiusa in termini economicamente positivi, con un attivo di oltre 800 miliardi per quanto riguardava la bilancia dei pagamenti, partite correnti.
In altre parole: offrendo 601,80 lire (più spese) per dollaro in data 17 gennaio, Michele Sindona rischiava, il 19 luglio successivo, di pagare 601,80 lire (sempre più le spese) una moneta che, a lume di logica, avrebbe potuto valere alcune lire in meno.
Rimettendoci cosi, date le cifre in gioco, una barca di miliardi. Invece, guarda caso, tre giorni dopo, il 20 gennaio 1973 si verificò un fatto di eccezionale importanza, tale da offrire una logica giustificazione alla operazione sui cambi avviata da Sindona: il governo presieduto da Giulio Andreotti, sulla base di considerazioni di carattere monetario internazionale, decise di abbandonare l’ormai convalidato sistema dei “cambi fissi”, e varò quello del “doppio mercato dei cambi”. In poche parole, il governo Andreotti cessò di sostenere la lira nei confronti delle altre monete e lasciò che seguisse le oscillazioni di mercato: un provvedimento, questo, che venne subito interpretato come premessa ad una inevitabile svalutazione della moneta nazionale. E infatti la conseguenza immediata del provvedimento preso dal governo Andreotti fu che il dollaro, che al 20 gennaio 1973 oscillava attorno alle 600 lire, balzò in pochi giorni a quota 625. Il che, per Sindona, significava, sin dai primi giorni dell’operazione, un guadagno di circa 25 lire moltiplicato per 138 milioni di dollari, vale a dire 3 miliardi e mezzo di lire (circa 20 miliardi di oggi). Sembra quindi logico dedurne che Sindona fosse stato preventivamente informato del provvedimento che il presidente Andreotti stava varando. Il che spiega (e torniamo così ai motivi che ci hanno portato a ricostruire questa complessa “operazione sui cambi”) la facilità con cui Michele Sindona riuscì a ottenere, in quella circostanza, le indispensabili garanzie che gli erano necessarie, nei confronti delle due banche di Francoforte e di Parigi, per stipulare i relativi contratti per un totale, 10 ripetiamo, di 138 milioni di dollari (500 miliardi di lire attuali).

Ma circa le garanzie ottenute saremo più precisi nel quarto capitolo “I dollari facili”. Per concludere intanto questa documentazione sulla “operazione cambi ” condotta da Sindona nel 1973 è necessario aggiungere alcuni particolari che comprovano l’enorme, e misteriosa, disponibilità di mezzi a disposizione del banchiere siciliano in quel periodo.
Va detto, infatti, che quella specifica operazione ebbe dei risultati disastrosi, perché nel primo semestre del 1973, anziché rafforzarsi anche nei confronti della lira, il dollaro subì un tracollo su scala internazionale (per motivi che in questa sede sarebbe troppo lungo specificare), per cui alla data del 19 luglio, Sindona si trovò a pagare, oltre le perdite, anche le grosse somme determinate dall’accumularsi degli interessi. Ma questo insuccesso non lo fermò e, per rifarsi, si gettò in ulteriori operazioni sui cambi per cifre sempre più alte, fino ad un totale raggiunto nella primavera del 1974, di oltre quattro miliardi di dollari. Il che contribuirà non poco a determinare il suo crollo definitivo.

Su Sindona e sull’iniziativa privata

(…) Sindona non è “un finanziere spregiudicato”, che fa politica spregiudicatamente; è semmai un finanziere-politico, è il motore finanziario di un’operazione che è, insieme, economica e politica, e a momenti persino “ideologica”. Insomma il Sindona che , per difendersi, si vanta con gli americani di aver fatto tutto ciò che ha fatto per “salvare l’iniziativa privata” non è un millantatore. E’ uno che ha misurato con la propria esperienza quanto l’esclusivo e sfrenato assalto dell'”iniziativa privata” alla società storicamente determinata che in Italia è uscita dagli eventi 1943-45,  e si è organizzata in repubblica, sia antistorico e illecito. E perciò, naturalmente, ha scelto, in Italia, l’anti-Stato, e l’anti-storia: il potere occulto e la restaurazione. Lo confermerà John McCaffery, il suo complice e amico, scrivendo quel famoso affidavit, indirizzato alle autorità degli Stati Uniti per scongiurare l’estradizione di Sindona in Italia: un documento che sarebbe sbagliato leggere come l’allucinato messaggio di una mente ossessionata dall’anticomunismo. McCaffery non è un malato, che scambia una dichiarazione giurata con un capitolo di storia. Eppure nel suo affidavit, composto di 26 capoversi numerati, si può leggere:
“E’ un dato di fatto storico che il vero collasso dell’economia italiana ha inizio dall’enorme scandalo creato intorno al nome di Sindona e dal collasso provocato della fortezza finanziaria dell’impresa privata che egli aveva costruito”.
E anche: “Quando lo conobbi per la prima volta durante la guerra, La Malfa era l’elemento essenziale, la guida del Partito d’Azione. Il Partito d’Azione era un’organizzazione di sinistra. Le attività parlamentari dei suoi membri, sia nel partito originario sia nei suoi successori, dimostrano la parte che essi hanno avuto nel condurre l’Italia alla sua attuale situazione. Anche se pochi di numero, essi erano fortemente appoggiati. In un parlamento post-bellico, che presto si divise equamente – non fra Destra e Sinistra, ma fra Centro e Sinistra – la loro influenza si tradusse in decisioni dannose per le politiche occidentali e la libera iniziativa in Italia”.
La conclusione è nota: ha ragione Edgardo Sogno, altro “perseguitato” dai comunisti, ad opporsi a questo stato di cose anche se per questo fine ha “parlato con membri della polizia e delle forze armate sul penoso stato del paese e della direzione che stava prendendo”. Anzi, aggiunge McCaffery, “qualunque persona responsabile e patriottica che ne avesse l’occasione lo farebbe. Michele Sindona l’aveva certamente fatto, perché io stesso sono stato presente ad una occasione del genere in un albergo di Roma”. In altre parole: il processo va fatto alla storia degli italiani, a chi li dirige e li ha diretti; e per riportare in Italia il dominio dell'”iniziativa privata” senza i condizionamenti imposti dalla Costituzione repubblicana bisogna ricorrere a tutti i mezzi, ivi inclusa l’eversione. Non occorrono ulteriori dimostrazioni che ogni separazione tra “affarismo” e “finalità politiche”, a proposito della loggia P2, è arbitraria e fuorviante. Semmai, può essere accaduto che le malefatte di Sindona, essendo state scoperte prima del “bubbone” P2, abbiano fatto pensare a uno scandalo finanziario, a cui la loggia di Gelli desse una copertura. In realtà è vero il contrario: l’affare Sindona, come più tardi l’affare Calvi, sono soltanto episodi, risvolti finanziari della manovra a cui era finalizzata l’organizzazione segreta di Licio Gelli. Ossia: per distruggere il “primato della politica”, affermato nell’ordinamento repubblicano come suprema espressione dell’interesse pubblico e generale sugli interessi particolari, Sindona, Gelli, Ortolani hanno bisogno di “riprivatizzare” la politica, con il solo mezzo possibile: “comprarla”. Il “piano di rinascita democratica” di Licio Gelli si regge su un disegno di fondo: comprare, comprare pezzi di partito, o partiti interi, comprare sindacati, comprare ancora prima l’opinione pubblica comprando giornali, radio e televisioni private. Non è soltanto follia di megalomani. “Il suo obiettivo – ha scritto Cornwell di Sindona – era la creazione del maggiore gruppo finanziario, non solo d’Italia, ma d’Europa” e ci ha ricordato che col primo passo era riuscito a far sedere Roberto Calvi accanto a Evelyn de Rothschild e a Jocelyn Hambro, nel consiglio di amministrazione della Centrale. Si può restare increduli e sconcertati, ma le dimensioni del disegno erano queste, non altre. Si capisce che Sindona, Gelli, Ortolani e in genere il gruppo consapevole di direzione della loggia P2 intendesse “fermare il sole” alla stagione di Nixon, stabilizzare la sua “era”, farla durare indefinitivamente.

Estratto da “Storia della P2”, di Alberto Cecchi