“Caso Sindona, Ventriglia affonda e Luciani fallisce” – OP 13.2.1976

A proposito di Sindona, corre voce che un certo dr. Luciani (Gelli) consulente finanziario di un notissimo e molto influente senatore democristiano, ultimamente abbia varcato per ben due volte l’oceano, destinazione Usa Hotel Pierre, per tentare di piazzare 700 milioni di titoli Finambro di cui è portatore presso Michele Sindona. Il quale si sarebbe dichiarato disponibile all’operazione, a patto che gli venga ripristinata la sua precedente situazione economica e politica in Italia. E’ stato a quel punto che a… Luciani s’è rizzata la criniera in testa.

OP 13.2.1976

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“Qualcuno ha visto un risparmiatore?” – L’Espresso 01.12.1974

(…) Se si spinge lo sguardo lungo la storia recente della Borsa italiana, si comprende immediatamente perché l’entusiasmo di questi giorni è ancora più di facciata che di sostanza e perché il tanto atteso risparmiatore tarda a spuntare: dal 1969 ad oggi il listino non ha conosciuto un momento di pace e, fra rialzi e ribassi, alla fine chi ci ha rimesso le penne è sempre stato appunto il piccolo risparmio. Le cifre e le storie che coprono questo periodo sono fitte e interessanti. Nel novembre 1969 la Borsa raggiunse il massimo assoluto dopo la lunghissima discesa iniziata nell’estate del 1961, quando l’indice di Mediobanca si trovava a quota 115. Il rialzo del 1969 recuperò in parte i danni provocati da quasi dieci anni di Borsa assonnata e stanca e alla quale solo il boom degli anni 1965-67 aveva dato un po’ di fiato. L’indica Mediobanca raggiunse infatti quota 80: ben 35 punti al di sotto del livello del ’61. Visto con il senno di poi, quel rialzo è stato in realtà una specie di piccola rincorsa per il successivo tuffo che avrebbe portato il listino al livello più basso degli ultimi dieci anni.
A partire dall’aprile del 1970, infatti, l’indice cominciò a scendere e si fermò soltanto due anni dopo, a quota 48. Questo primo scivolone costò complessivamente assai caro al mercato azionario e soprattutto al piccolo risparmio sulle cui spalle fu scaricata la maggior parte dei danni. Nell’aprile del 1970, infatti, il valore totale dei titoli quotati alla Borsa di Milano era pari a circa 9.200 miliardi di lire in base alle quotazioni del momento. Due anni dopo non ne restavano che 6.600: 2.600 miliardi erano stati inghiottiti dal ribasso. In verità furono anche di più, ché nel frattempo erano arrivati sul listino nuovi titoli e alcune società avevano aumentato il capitale: il mercato si era cioè ingrossato. Un conto più esatto è questo: nell’aprile del 1970 il valore “nominale” dei vari titoli quotati in Borsa aveva raggiunto un totale di quasi 3.800 miliardi, mentre due anni dopo erano già stati superati i 4 mila miliardi. Intanto però era accaduto questo: che nel 1970 il valore dei titoli quotati in Borsa era pari a quasi due volte e mezzo il loro valore nominale, mentre due anni dopo questo rapporto era sceso a poco più di 1,6.
Con la Borsa in quelle condizioni, all’inizio del 1972, accadde quel che era giusto accadesse. Il listino trovò i suoi maghi, ma soprattutto uno: Michele Sindona.
Cominciarono ad essere imbastite le prime operazioni per attrarre di nuovo i risparmiatori intorno al listino. Furono inventate e lanciate, dal clan del finanziere siciliano, le azioni “a crescita garantita”, cioè che andavano sempre su. Intanto, la Borsa era stata trasformata in una specie di terra di conquista: scalate, società che passavano di mano, nuovi nomi che spuntavano, nuovi personaggi che facevano promesse sempre più affascinanti. Il debutto di Anna Bonomi, di Roberto Calvi, della stessa Montedison come istituzione borsistica sono di quegli anni.
La lira andava sempre peggio e al risparmiatore veniva offerto di partecipare ad operazioni sempre più grandi, sempre più lucrose, ma anche sempre più spericolate. Viste oggi, alcune cose di allora, sembrano addirittura sognate: “Nella primavera del 1973”, spiega Renato Cantoni, “il 25-30 per cento di tutte le operazioni di Borsa transitava direttamente per il giro di Sindona, in pratica la Banca Unione”. Il motore cioè che faceva marciare quella massa di miliardi era controllato da un tale che tre anni prima nessuno sapeva chi fosse, e sul conto del quale, si raccontavano le storie più incredibili.
Nel giugno del 1973 Sindona, e i suoi co-protagonisti (Bonomi, Calvi, Montedison) avevano talmente schiacciato l’acceleratore che il valore totale delle azioni quotate in Borsa era quasi raddoppiato rispetto a 14 mesi prima: dai 6.600 miliardi a oltre 12.000; il rapporto fra valore complessivo dei titoli quotati e il loro valore “nominale” aveva raggiunto una punta altissima: 3,08 rispetto all’1,6 del marzo 1972.
Tutto questo era stato reso possibile dalla spettacolosa campagna-acquisti di Sindona: si è calcolato che soltanto intorno alla Banca Unione si aggirassero più di 5 mila risparmiatori famelici e desiderosi di “farsi amministrare” dal mago di Patti. Le successive vicende sono note.
Proprio nel giugno del 1973 ci fu un primo scossone, provocato dal fatto che nemmeno Sindona riusciva più a sostenere le assurde quotazioni alle quali lui stesso aveva spinto la Borsa e dal fatto che la politica di “denaro facile” stava per finire. Vennero allora imbastite le due operazioni Finambro e Invest: marchingegni per spremere ai risparmiatori quei miliardi che servivano e che né Sindona né Anna Bonomi erano capaci di tirar fuori.
Finì come tutti sanno. Le due operazioni furono bloccate. Intanto la politica del denaro si fece sempre più stretta e avara. Invece di nuovi fondi, la Borsa si trovò a lottare contro una continua emorragia di denaro liquido. Sindona, Pagliarulo e altri ci rimisero le penne e i loro imperi saltarono per aria. Il listino si tuffò a capofitto e sul risparmio si abbatté la più crudele “patrimoniale” che un fiscalista potesse immaginare: dal giugno ’73 al novembre del 1974 il valore nominale dei titoli quotati è diminuito di 4.000 miliardi che, aggiunti ai 3.000 del ribasso ’70-72, fanno una montagna di denaro: 7.000 miliardi, appena 1.300 in meno di quanto valga oggi la Borsa italiana.

Giuseppe Turani – L’Espresso 01.12.1974

“Ma lui ha un partito in più” – L’Espresso 17.03.1974

La chiamano ormai correntemente “la cordata fanfaniana”, intendendo con questa definizione quel gruppo di uomini che, indipendentemente dall’appartenenza o meno alla DC, si muove in perfetta sintonia con Fanfani portandogli il contributo dei gruppi industriali, finanziari, amministrativi  che ciascuno di essi rappresenta, dirige o comunque influenza. Questa cordata è come un partito supplementare di cui Fanfani dispone in aggiunta a quello democristiano.
Il personaggio più rappresentativo della cordata fanfaniana (in un certo senso il capo cordata) è il presidente della Montedison Eugenio Cefis. E’ sempre stato assai vicino a Fanfani fin da quando presiedeva l’Eni, ma era assai legato a Rumor e a Piccoli. Negli ultimi tempi tuttavia ha molto allentato le sue simpatie dorotee ed ormai è schierato nettamente col segretario della DC. Cefis non gli porta soltanto l’enorme forza rappresentata dalla Montedison, ma anche quella dei gruppi strettamente legati con Foro Bonaparte, primo tra tutti Carlo Pesenti e l’Italcementi. Pesenti significa anche giornali: “La Notte”, stampato a Milano e una quota del “Tempo” stampato a Roma.
Un altro potente appoggio finanziario alla causa fanfaniana vien da Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, una banca cattolica da sempre, che negli ultimi due anni ha acquistato un dinamismo prima sconosciuto. L’Ambrosiano significa anche La Centrale, la Banca Cattolica del Veneto e un grosso giro di banca e di borsa. Attilio Monti, il petroliere-zuccheriero-editore (“Carlino”, “Nazione”, “Giornale d’Italia”) è stato sempre un industriale d’assalto, finanziatore dell’estrema destra, di alcuni settori socialdemocratici (Luigi Preti?).
E’ tuttavia amico di Aldo Moro e del suo “brasseur d’affaires” Sereno Freato quando Moro era presidente del Consiglio. Anche Monti è passato ormai in blocco allo schieramento fanfaniano.
Raffaele Girotti, presidente dell’Eni, ebbe un sodalizio assai intenso con Arnaldo Forlani e con Giulio Andreotti quando questi era presidente del Consiglio. Alla loro caduta si è trovato del tutto spiazzato, ha dovuto subire un pesante attacco di Cefis ed è stato sul punto di dimettersi (agosto scorso). Per restare al suo posto ha dovuto rientrare nei ranghi ed ora, recuperata la “protezione” di Cefis, fa parte anche lui della cordata.
Giuseppe Petrilli, fanfaniano da sempre, copre la posizione Iri, almeno fino a quando ne rimarrà presidente. Si pensa però alla sua successione e Fanfani dirà la parola decisiva in proposito.
Franco Piga, presidente dell’Istituto Credito Opere Pubbliche e onnipotente capo di gabinetto di Rumor, ha compiuto nelle ultime settimane un’evoluzione decisiva ed è entrato a far parte della cordata fanfaniana. Legatissimo a Cefis, assai influente al Consiglio di Stato di cui è membro, pone la sua candidatura alla presidenza dell’Imi.
Mario Einaudi, presidente dell’Egam, nasce come uomo vicino ai dorotei, ma ormai si è trasferito con Fanfani. nello stesso campo milita da sempre Franco Grassini, presidente della Gepi. Una recluta recente ma importante è il finanziere Michele Sindona, molto legato ad Andreotti ma ora assai vicino al segretario della DC.