Memoriale di Bruno Tassan Din alla Commissione P2 – 12.08.1983

Illustrissimo Signor Presidente, ho appreso, oggi dalla radio, che ella è stata riconfermata Presidente della Commissione di indagine parlamentare sulla P2 e che la Commissione è stata ricostituita.
Mi rivolgo a Lei e alla Commissione, oggi 12 agosto 1983 dopo circa due anni e mezzo da quando il 6 gennaio 1981 io sono venuto a deporre in una lunga notte davanti a Lei e alla Commissione, cui avevo fatto pervenire una lettera e relativa documentazione di denuncia contro i tentativi di ingerenza del Gelli e l’Ortolani sul gruppo editoriale  di cui allora avevo la responsabilità. Come credo ricorderà nel corso della deposizione, dopo aver esposto le minacce cui ero stato sottoposto (“sarai stritolato”) avevo detto a Lei e agli altri onorevoli membri che (…) mi affidavo a loro.
(…) io le scrivo da una cella (reparto ROI “osservazione interna”) del carcere di Piacenza dove sono da circa 72 giorni. Sono rimasto in isolamento completo per 30 giorni. Dopo 54 giorni sono uscito per la prima volta a prendere mezz’ora d’aria. Mi trovo nella cella che fu dei Vallanzasca e dei più pericolosi banditi. Sono in un reparto di sei celle dove vengono tenuti coloro che sono in punizione. Cioè quelli che in carcere tentano di uccidersi, fanno lo sciopero della fame, sono violenti con gli altri, cioè quelli che arrivano al limite estremo della disperazione (non so come chiamarla) dell’uomo. E le loro urla o i loro dialoghi penetrano nelle mie orecchie e nel mio cervello da 72 giorni di giorno e notte. E’ la terza volta nel giro di dodici mesi che sono stato incarcerato per una serie di accuse che iniziarono nell’aprile 1982 (…).
Mi rivolgo a Lei ancora una volta  perché credo che lei sia spinta dall’intento primario di giungere alla verità in tutta la vicenda che state indagando (e spero di non essere accusato ancora una volta di voler distorcere i lavori della Commissione) e perché sono convinto che l’aspetto politico di queste vicende deve essere ancora svelato e perché l’analisi impressionante dei fatti e la loro successione  nel corso di questo periodo deve avere per quanto mi riguarda anche delle responsabilità politiche, se no paiono inspiegabili.
Non voglio assumere la figura del perseguitato, ma è certo che in uno Stato di diritto, tutto quanto mi è capitato assume un aspetto impressionante in particolare per il fatto che due anni e mezzo fa io avevo denunciato al Parlamento queste previsioni di minacce.
Vorrei quindi ripartire questa mia memoria, in due parti:
La prima riguarda il periodo che va fino all’aprile 1981 e vuol esporre in aggiunta a quanto ho già fatto presente nelle mie deposizioni presso di voi e anche integrando in parte gli interrogatori dei diversi magistrati delle Procure e dei Tribunali di Milano, Roma e Perugia, quanto io so per diretta conoscenza o perché mi è stato riferito dallo stesso Gelli, dall’Ortolani, dal Rizzoli sui rapporti politici tra il Gelli (o la P2) e i vari partiti e uomini politici. Cioè vorrei esporre quanto io so sull’aspetto politico sulle connessioni di Gelli e di Ortolani e sui quali in Commissione ho sempre taciuto.
La seconda parte riguarda il periodo che va dall’aprile 1981 a oggi agosto 1983 ed elenca i fatti che sono accaduti e sottopone la loro impressionante successione perché coincidenze e situazioni anch’esse assumono o possono assumere una rilevanza politica importante.

1° = Connessioni politiche di Gelli e Ortolani (fatti o rapporti a mia conoscenza nel periodo 1976-1981).
Premetto che io non conosco né il progetto (se c’era) politico di Gelli e Ortolani, né tutta la rete di rapporti politici degli stessi. Il mio rapporto con loro riguardava problemi relativi al mio gruppo. Posso solo riferire quello che mi hanno detto o sono venuto casualmente a conoscere sui rapporti che tutti e due o singolarmente avevano con partiti e uomini politici e che mi pare finora siano solo in parte stati analizzati e chiariti. Tali rapporti, come d’altronde è naturale, hanno subito evoluzioni nel corso del periodo considerato. Io posso solo riferire quanto onestamente ricordo, con la sola intenzione di contribuire alla verità e senza alcuna mira di carattere politico. L’altro punto da sottolineare era che Gelli tendeva a millantare amicizie o collegamenti, molte volte invece dell’uomo politico interessato contattava il suo segretario. Quindi cercherò di riferire solo le situazioni di cui sono certo o quando vi sono dubbi di evidenziarli. Cercherò di ricostruire i miei ricordi nei vari periodi del nostro rapporto con Gelli. Posso dire in estrema sintesi che Gelli, a mia conoscenza, ha avuto rapporti con uomini politici della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista, del Partito Repubblicano, del Partito Social-Democratico. Non sono direttamente al corrente di rapporti con uomini politici del Partito Liberale, del Movimento Sociale. Mentre per il Partito Comunista, con me, è sempre stato molto netto nel considerarlo il suo più importante nemico, ma Ortolani invece mi diceva che aveva dei rapporti con alcuni esponenti, senza mai indicarmi il nome.
Ortolani invece a mia conoscenza aveva rapporti con uomini della Democrazia Cristiana, mentre per il Partito Socialista so solo di pochissimi contatti. I rapporti di Ortolani erano più ramificati con personaggi della burocrazia statale e delle aziende a partecipazione statale. Riepilogo qui di seguito ripartiti per partito i contatti di cui io sono stato al corrente. Di molti potrete verificare con Rizzoli oltre che con gli interessati:

Democrazia Cristiana
In questo partito i collegamenti di Gelli erano tenuti con quasi tutte le correnti e variavano nel tempo a seconda delle alleanze e delle posizioni che ciascun personaggio assumeva nelle istituzioni statali o governative. Quindi non so dire quale sia stato il suo grado di influenza specifica e di durata nel tempo e per ciascuno. Posso ad ogni modo riassumere quanto segue per quanto riguarda personaggi che come esposto negli interrogatori alla magistratura hanno avuto contatti con noi.

Leone (Presidente della Repubblica)
Non sono al corrente di un suo rapporto diretto. Lui controllava (come diceva) il segretario generale della presidenza dell’epoca e altri funzionari.

Fanfani
Diceva di conoscerlo e di frequentarlo, cenando con lui e con la moglie (mi ha accennato a diverse colazioni nel corso del periodo). Aveva rapporti strettissimi con Cresci (Rizzoli era amico di Cresci e di Gervaso anche perché li sapeva amici di Gelli), che era il factotum di Fanfani. Per quanto mi riguarda direttamente ricordo che per l’affare Sipra Gelli mi parlò offrendomi un suo interessamento presso Cresci e presso Pasquarelli. Pasquarelli sicuramente andò diversamente volte da Gelli al momento della conclusione dell’affare Sipra. Conoscevo questo perché un giorno Pasquarelli venne da me in via Abruzzi, preavvisato da una telefonata di Gelli.

Bisaglia
Diceva di avere un rapporto diretto con quello che chiamava Toni. Io non lo so se era vero o no. Posso dire che molto spesso telefonava dall’albergo a, lui diceva, Bisaglia, ma forse era millantato credito e telefonava solo al segretario. So che Bisaglia intratteneva rapporti molto cordiali con Calvi. Così mi diceva anche il Gelli. Da parte mia i rapporti con Bisaglia li tenevo direttamente e l’ho conosciuto prima di conoscere Gelli. Non c’è mai stata connessione per quanto mi riguarda. Ricordo che passava per questo uomo politico da un amore sviscerato a contrasti. Alcune volte, ma molto blandamente, mi ha chiesto di supportarlo.

Piccoli
Non ho mai avuto rapporti attraverso Gelli, ma sempre diretti. Gelli ogni tanto parlava di lui e chiese a me e Rizzoli il nostro accordo, di cui era a conoscenza, e che gli dovemmo consegnare al momento dello studio della capitalizzazione. Piccoli intratteneva rapporti con Battista uomo di Ortolani, di cui era amico da 30 anni. So che una volta fummo informati che Ortolani, attraverso Battista, aveva detto a Piccoli che controllava il gruppo. Fummo costretti io e Rizzoli ad andare da Piccoli, per smentire direttamente queste affermazioni. Allora Piccoli era segretario della DC.

Donat Cattin
Io e Rizzoli incontrammo Gelli nello studio di Donat Cattin, che era ministro dell’Industria. Era stato accompagnato da un certo Giasoli (ndt dovrebbe trattarsi di Ilio Giasoli), uomo di fiducia di Donat Cattin e grande amico di Gelli. nessun altro tipo di rapporto, se non di aiutare mi pare il figlio. Cosa che facemmo.

Cossiga
Quando era Presidente del Consiglio, Gelli si diceva molto vicino allo stesso, con cui usciva qualche volta a cena o colazione. Così diceva. Per certo era amico di Zanda-Loy, che era il capo gabinetto o capo ufficio stampa di Cossiga. Fu in quel periodo che Gelli ci mostrò, come il risultato di un suo interessamento, l’ottenimento di un nulla osta o di un’autorizzazione per l’emissione di francobolli da parte dell’Ordine di Malta. Confesso che è un problema che non ho seguito. So che Rizzoli, venne interpellato direttamente dal Cossiga. So che era un affare di cui non so descriverne i termini precisi, ma lo ritenevano molto importante ed era di interesse dell’Ordine di Malta e di Ortolani, per il quale il Gelli molte volte mi disse che era divenuto ambasciatore dello stesso ordine per merito suo.

Forlani
Diceva di essere suo amico. Non ho mai avuto modo di constatarlo direttamente, anzi nei nostri riguardi Forlani non aveva mai atteggiamenti favorevoli. Era amico del capo di gabinetto di Forlani, che diceva di controllare. Nell’ambito della corrente per certo diceva di avere il controllo di Badioli, che era il capo dell’Iccrea. Ciò diceva anche Ortolani che mi aveva detto di aver combinato una interessante operazione tra Badioli e Genghini per l’acquisto di una banca mi pare in Canada. Di certo anche che Badioli fece a me e a Rizzoli, nel corso di un incontro preciso riferimento agli “amici” ed ad una operazione per cui avrebbero dovuto mettere a disposizione diverse decine di miliardi del gruppo. Io so che nei miei contatti con Badioli non ho mai avuto vantaggi e anzi consideravo il personaggio persona modesta e di assoluta mancanza di correttezza nelle iniziative.

Andreotti
Ne parlava con grande stima. Diceva di vederlo qualche volta nel suo ufficio in piazza Montecitorio. Non mi ha mai detto niente che lo riguardasse. Io Andreotti lo trattavo direttamente senza alcuna connessione con Gelli, di cui credo di non avere mai parlato.

Per quanto riguarda direttamente altri rapporti vi può essere utile il dottor G. Rossi, nostro collaboratore per le relazioni esterne, che Gelli qualche volta chiamava per contatti o favori che chiedeva per certi personaggi politici di minor conto. Io non lo seguivo nemmeno, perché non consideravo importante questi questi piccoli servizi che il Rossi faceva per il Gelli. Ed anzi mi serviva per distoglierlo dall’interesse sul nostro gruppo, da cui volevo stesse lontano.

Partito Socialista
Il rapporto con questo partito da parte di Gelli si divideva in due tempi a mia conoscenza. Un primo periodo va fino al 1979 e il Gelli è vicino a certi uomini politici e contrario a Craxi e alla sua corrente. Dopo il 1979 fino al 1981 Gelli è favorevole a Craxi e ai suoi collaboratori. Posso riferire quanto segue.

Mancini G.
Io conobbi Mancini a casa sua invitato da Gelli e Cosentino, insieme a Rizzoli. Cioè Gelli e Mancini si conoscevano e Gelli ci presentò per far vedere che ci conosceva. Non ci chiese però mai nulla suo favore.

Nisticò
Gelli mi chiese una volta di dare 50 miloni mi pare e questo personaggio, che io non ho mai visto. Lasciai eseguire a Cereda questo incarico. Gelli mi disse per migliorare i rapporti del Gruppo con il Partito. Era un finanziamento perché questo signore aveva dei problemi.

Signorile
Gelli diceva di sostenerlo molto. Ma non so altro, se non che aveva rapporti con Battista ed Ortolani. Non lo conosco.

Mariotti
Gelli era molto amico di questo personaggio e mi costrinse praticamente a prenderlo come consulente per una trattativa relativa ad una rete televisiva con un certo Marcucci. Non l’ho mai visto, ma solo sentito due volte per telefono per questa consulenza.

Craxi
Gelli fino al 1979 aveva una avversione per questo uomo politico che dopo tramutò in apprezzamento, tanto che che mi diceva che bisogna sostenerlo. Non so i motivi del cambiamento. So che mi diceva di averlo visto due o tre volte.

Formica
Gelli lo vedeva spesso a colazione all’Excelsior negli ultimi due anni (così almeno lui mi diceva: infatti almeno 3 volte mi disse è uscito ora il ministro Formica). Ciò avveniva sempre dopo il 1979. Per questo fatto potete fare riferimento al Dr. Campironi, che ne era perfettamente al corrente. Mi disse anche che cercava di riparare ai guasti fatti dall’Ortolani nei rapporti con Formica.

Martelli
Gelli mi chiese due o tre volte di vederlo e di telefonargli. Cosa di cui non avevo bisogno perché lo conoscevo perfettamente. So che lo frequentava e che vi era stato portato e supportato da Trecca, amico di Martelli e di Gelli. Gelli nell’ultimo periodo mi rimproverò diverse volte la linea editoriale del Corriere nei rispetti dei socialisti e in particolare di Martelli (ricordo la questione del suo viaggio negli Stati Uniti) e mi ripeteva le stesse osservazioni che poi Martelli faceva direttamente a me e a Di Bella. Ortolani mi disse che da Ginevra Intercontinental Hotel dove Gelli era riparato in marzo, aprile, maggio 1981 aveva preavvisato telefonando a casa a Martelli che le situazioni riguardanti i conti all’estero delle ultime operazioni (io non sapevo di cosa si trattasse) era a posto. Basta controllare i telefoni e le telefonate della stanza di Gelli a questo Hotel in quel periodo per verificare.

Di Donna
Gelli insistette molto perché io lo vedessi. Lo chiamava Leonardo e diceva che dovevo aiutarlo per la faccenda Globo. Gelli mi aveva preannunciato per Globo una sua ipotesi che prevedeva una quota Di Donna, una quota Rizzoli e una quota Gelli e Ortolani. In ciò disse concordava con il Di Donna. Feci fare lo studio da Mucci e Iorio e discussi 4/5 volte con il Di Donna il Globo da un punto di vista del progetto editoriale (…). Poi lasciai andare perché consideravo non fattibile il progetto, anche se il Di Donna mi diceva che il valore del gruppo Eni (di cui parlava come se fosse suo) era enorme (…) e (in ciò era stato preannunciato da Gelli), un intervento dell’Eni per contribuire alla sistemazione del nostro gruppo di 100 miliardi non era un problema. In questa ottica ripeto lo vidi 4/5 volte a casa mia a Roma o al Grand Hotel. Gelli accennò a me e a Rizzoli diverse volte che aveva fatto combinare molti affari a Di Donna e Calvi. Senza però specificare i dettagli. Che ci precisò dolo a posteriori.

Manca
Mi fu portato a casa da Costanzo di cui era amico. Trecca mi disse che era vicino al Gelli ed era a disposizione per tutto quello che il gruppo avesse bisogno al ministero del commercio estero (mi pare che Manca fosse all’epoca ministro del commercio estero).

Aniasi
I rapporti sapevamo che esistevano da parte di Rossi, cui potete fare riferimento. Ricordo che chiedeva solo dei piccoli favori in occasione delle elezioni.

Partito Socialdemocratico
Longo
Gelli mi disse che qualunque cosa avessimo bisogno poteva intervenire su questo uomo politico. Cosa che non è una novità perché con Longo aveva rapporti diretti, di cui abbiamo già riferito alla magistratura.

Massari
Gelli lo considerava un suo adepto. Potete avere più dirette informazioni dal Rossi, perché io non ho mai avuto contatti.

Partito Repubblicano
Gelli non mi ha parlato di rapporti con questo partito, con i suoi rappresentanti.

Partito Liberale
Gelli non mi ha mai riferito di contatti con questo partito.

Partito Comunista
Gelli aveva nei discorsi che faceva con me solo profondo contrasto con questo partito e mi rimproverava le mie amicizie con alcuni suoi rappresentanti.

Altri personaggi o persone che Gelli diceva di conoscere oppure erano suoi amici non politici erano i seguenti industriali o banchieri o altre attività:
1) Editori
Berlusconi
Era molto suo amico e in diverse occasioni mi disse di fare degli accordi con lui sia nel settore della televisione che dell’editoria. Io conoscevo Berlusconi direttamente e questi in verità mi fece riferimento alla opportunità di un accordo nel quadro anche dei contatti che lui aveva con Gelli. Direi che non abbiamo mai fatto niente di concreto  nel periodo perché io diffidavo dello stesso proprio perché la raccomandazione mi veniva da Gelli.

D’Amato
E’ un direttore-editore di Roma. Anche egli era molto insistente e dovetti accettare come mi fosse presentato dal Gelli. Non feci mai niente con lui malgrado le insistenze.

Industriali o finanzieri
Bonomi Bolchini
Gelli diceva che era una sua grande amica, che aveva fatto l’accordo con Calvi nella sua stanza all’Excelsior e che lui la controllava.

Pesenti
Gelli diceva di controllarlo ed in effetti quando ebbi bisogno di un’anticipazione da una banca del Pesenti gli telefonai ed egli era pure perfettamente al corrente, perché fece riferimento proprio al Gelli per la concessione del prestito, che avvenne nel quadro di un accordo con Calvi. Mi diceva che l’accordo Pesenti-Calvi era l’ultimo affare che faceva e poi si ritirava a vita privata in Uruguay.

Erano persone che mi diceva potevano fare quello che lui voleva e presso i quali ho potuto constatare che gli erano vicini i seguenti banchieri:
Guidi Giovanni: A. delegato del Banco di Roma.
Ferrari: BNL. Questo era molto vicino anche ad Ortolani.
Bellei: Monte del Pegno di Bologna.
Cresti: Monte dei Paschi.

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“Adesso la faccio io l’inchiesta sulla P2” – intervista ad Andreotti su L’Europeo 27.12.1982

Gratti lo scandalo e trovi sempre l’onorevole Giulio. Sarà perché è uno dei democristiani più intramontabili, sarà perché la sua è l’immagine stessa del potere, Giulio Andreotti c’entra sempre. Non c’è vicenda scabrosa per la Repubblica che non finisca in una chiamata di correo per lui. Senza, peraltro, che nessuno riesca mai a trovare prove contro di lui. Qualche giorno fa la vedova del banchiere Roberto Calvi ha puntato il dito sostenendo che il marito disse che Andreotti era la mente occulta della loggia P2. E ha proseguito con altre gravi accuse. Secondo molti membri della commissione parlamentare d’indagine sulla loggia P2, Clara Calvi è quantomeno fedele testimone di quanto le confidava il marito. L’Europeo ha preparato un lungo e minuzioso elenco di domande: tutti i sospetti, tutte le stranezze, tutte le coincidenze che potrebbero sostenere la tesi della signora Calvi.

La signora Calvi proclama quello che molti membri della commissione P2 sussurrano: il capo occulto della loggia è lei…
«Ah, davvero? Invece io dico che questo capo bisogna continuare a cercarlo, perché ancora non si è fatto trovare. Voglio fare un piccolo atto di superbia. Vi pare che se mi facessi massone mi accontenterei di una loggia? Vorrei una carica molto più importante».

I collaboratori di Gelli l’hanno infatti definita «il grande babbo».
«Burloni».

La loggia P2 era un cenacolo di mattacchioni o una pericolosa associazione segreta?
«Questo della segretezza è uno degli aspetti che mi hanno più divertito. Ho letto che le iniziazioni avvenivano in un albergo, all’Excelsior. Singolare, no? Devo poi ancora capire se la polemica e le critiche vengono fatte contro persone responsabili di illeciti, o se le accuse sono rivolte alla massoneria in generale. Si dice ora: bisognava accertare se i candidati a cariche dello Stato fossero o non fossero massoni. Fino a due anni fa se un de avesse fatto certe proposte sarebbe successo l’iradiddio».

E tutti gli intrighi di Gelli?
«Già, si è fatta anche la distinzione tra massoni buoni e cattivi. I dirigenti venuti alla ribalta nell’ultimo periodo sembrano però coinvolti nella vicenda Calvi…».

Si riferisce ad Armando Corona, il nuovo gran maestro?
«Il suo sodalizio con quel Carboni (faccendiere di Calvi negli ultimi mesi, ndr) non mi pare proprio il segno di tempi nuovi, di una massoneria riveduta e corretta».

Perché, nel maggio 1981, dopo l’arresto del banchiere Calvi, lei incontrò la moglie Clara?
«Fu la signora a richiedere il colloquio».

Strano però che venisse accompagnata proprio da Giuseppe Ciarrapico, un suo fedele famiglio.
«Ciarrapico era amico di Calvi. Accompagnò la signora in quella veste, certo non su mio incarico». Nega di conoscere Ciarrapico? «Lo conosco come tanta altra gente. Ha un’attività tipografica importante a Cassino».

Clara Calvi già la conosceva?
«Da pochi giorni. Il 14 maggio la incontrai, accompagnata dal marito, a un pranzo al Circolo degli scacchi offerto dal senatore Giacometti. C’era moltissima gente…».

La vedova Calvi la smentisce. Sostiene che vi siete conosciuti molto tempo prima, in casa del finanziere Roberto Memmo.
«Se la signora si riferisce a una cena con la partecipazione dell’ex ministro americano del Tesoro Connolly, non posso escluderlo. Fu uno di quei ricevimenti all’americana, con centinaia di invitati. Certamente non la notai».

I familiari di Calvi sostengono che il banchiere aveva paura proprio di lei. Riferiscono frasi oscure di avvertimento dettegli da lei…
«Falsità. Però che strano: anche il senatore Tremaglia, durante la mia audizione davanti alla commissione P2, ha fatto accenni analoghi. Si riferiva alle registrazioni delle telefonate di Carboni a Calvi».

Si può sapere che cosa dicono quelle registrazioni?
«Nel corso di una telefonata, Carboni direbbe “il nemico è Andreotti”, o cose del genere. D’accordo con il Cardinal Casaroli, avrei impedito a Carboni non so che diavolo di contatti all’Istituto opere di religione. Vicende nelle quali mi guardo bene dall’immischiarmi».

Non è vero che lei confidò alla signora Calvi l’intenzione della Banca d’Italia di mandare i commissari? Che fece anche due nomi di suo gradimento, Bagnasco e Venini?
«Quale poteva essere la mia competenza istituzionale per sapere o addirittura decidere il commissariamento del Banco? La verità è .che la signora si congedò da me ringraziandomi calorosamente. Aveva chiesto consiglio un po’ dappertutto, ma l’avevano snobbata perfino al Banco Ambrosiano».

Se andò così, perché ora la signora le lancia accuse tanto gravi?
«Conosco poco la psicologia della signora. Non so se ha effettivamente dichiarato ai membri in trasferta della commissione P2 quanto si è letto sui giornali».

Dall’intervista televisiva di Enzo Biagi alla signora trasmessa da Rete Quattro si sarà fatto un’idea.
«Non l’ho vista».

Avrà letto il testo riprodotto da «la Repubblica»…
«No. Non mi interessa molto. Comincio a scocciarmi di queste storie. Esiste il segreto istruttorio, a causa del quale non posso conoscere gli atti ufficiali per i quali sono chiamato in causa. Però ci sono membri della commissione che ne discorrono liberamente. La scorrettezza di costoro ha superato ogni limite. Forse, attraverso la signora, qualcuno soffia per alzare polvere politica che oscuri autentiche responsabilità».

Ci sono accuse precise. Per esempio quel miliardo regalato lo scorso Natale da Calvi ad alcuni politici. Tra cui lei…
«Un miliardo è ancora un miliardo, come ai tempi del signor Bonaventura. Lascia tracce. Cerchino nella contabilità del Banco le prove per sostenere queste calunnie».

«Onorevole, stia tranquillo, perché tutta la documentazione di mio marito riguardante i politici è nascosta all’estero»: non le disse cosi Clara Calvi, su suggerimento di Ciarrapico?
«Non mi sono mai sognato di ascoltare frasi come questa».

Il suo asserito disinteresse per il Banco Ambrosiano non convince. Non è forse vero che lei incontrò più volte il finanziere Orazio Bagnasco, diventato poi azionista e vicepresidente?
«Questa è un’altra stupidaggine. Bagnasco è uno che se deve fare affari non ha certo bisogno dei consigli di chi fa politica».

Dopo la fuga all’estero di Calvi si apri una lotta di potere tra Bagnasco e l’altro vicepresidente, Roberto Rosone. Il solito Ciarrapico faceva da mediatore. Che autorità poteva avere se non quella di ambasciatore di Andreotti?
«Interpretazione del tutto gratuita. In quel periodo, tra l’altro, mi trovavo negli Stati Uniti per una sessione dell’Onu sul disarmo».

Appunto. Ciarrapico era il suo fiduciario…
«Ripeto che Ciarrapico godeva della fiducia di Calvi. Forse agiva in quella veste».

Oltre che alla sistemazione del Banco, Bagnasco era interessato alla proprietà del «Corriere della Sera». Chiese il suo aiuto, no?
«Del Corriere in effetti mi sono occupato. In quel momento, tuttavia, il problema del controllo del giornale non era legato all’assetto azionario del Banco».

C’era stato l’interessamento di Carlo De Benedetti, anche lui azionista e vicepresidente del Banco…
«Quella partecipazione azionaria, cosi come quella di Bagnasco, era limitata e non determinante per il destino del gruppo Rizzoli».

Quando e perché incontrò Calvi?
«Dopo essere uscito di prigione venne a trovarmi per ringraziarmi di avere ricevuto la moglie. In precedenza l’avevo visto fugacemente a un paio di pranzi, di cui uno al Circolo degli scacchi, come ho detto. Mi parlò subito del Corriere perché era convinto che i suoi guai fossero cominciati da quando aveva deciso di occuparsi del giornale e del gruppo Rizzoli. Mi raccontò che durante l’inchiesta per reati valutari gli erano state fatte domande sui motivi della nomina alla direzione di Franco Di Bella».

Diede a Calvi dei consigli?
«Anzitutto di evitare lo scorporo del Corriere delle Sera dalla Rizzoli, per non causare una crisi del gruppo editoriale».

Ne è ancora convinto?
«Lo scorporo può essere un punto d’arrivo, semmai. Calvi, comunque, mi parlò delle pressioni politiche molto forti che gli venivano fatte per il Corriere».

Da chi?
«Non fece nomi, e io non glieli chiesi. Crea imbarazzo sapere certe cose».

Ah! E dei guai del Banco non parlò con Calvi?
«Allora non sembrava troppo preoccupato. Era solo convinto di essere vittima di invidie».

Il complotto della finanza laica…
«Anche con Calvi ho cercato di ridimensionare questa distinzione tra finanza laica e non laica, che non credo fondata. Enrico Cuccia, per esempio, sarebbe il capofila dei laici, ma è cristiano ortodosso. Uno dei pochissimi in Italia, credo».

La liquidazione dell’Ambrosiano si sarebbe potuta evitare?
«Ho avuto l’impressione che ci sia stata troppa fretta».

Qualcuno ha voluto la disgregazione del Banco?
«Bisognerebbe conoscere tutti i dati di fatto per fare questa affermazione, e io non li conosco. In ogni caso, perché qualcuno non dà un’occhiata approfondita alle società estere? Non avranno per caso degli attivi, oltre che i passivi? Se si potesse recuperare una parte di questo danaro, ammesso che ci sia, dovrebbe essere restituito agli azionisti. Se poi per ipotesi lo Ior si facesse carico delle passività, allora dove starebbe l’insolvenza del Banco con un credito di quella entità? Manca ancora un quadro completo degli interessi finanziari che sono dietro le vicissitudini del Banco. Come mancano ancora tutti gli elementi per chiarire le circostanze della morte dell’ex presidente».

Non crede al suicidio?
«Calvi si mette in tasca le pietre; scende dal ponte, fa le acrobazie: saranno cose vere, ma non sono verosimili».

Allora l’assassino dove va cercato? Lei è un esperto di gialli…
«Già. Ma l’assassino si scopre all’ultima pagina. Nella storia di Calvi non ci siamo arrivati. Forse sarà bene approfondire un po’ i legami e le compagnie dell’ultimo periodo del banchiere».

Mettiamo, per esempio, il signor Francesco Pazienza, trafficante contiguo ai servizi segreti. Lei dovrebbe conoscerlo, visto che accompagnò Calvi qui da lei.
«Quando Calvi veniva era accompagnato sempre da guardaspalle che aspettavano fuori».

Conosceva Pazienza o no?
«Una volta me lo presentò il generale Santovito. Ma non avevo compreso il nome, e solo più tardi ho saputo che si trattava di lui. Se non sbaglio fu circa due anni fa, prima che Santovito lasciasse l’incarico al Sismi».

Il nome di Santovito fu ritrovato nella lista P2. Un segno dell’infiltrazione della loggia nello Stato.
«Questa è la tesi al centro di un recente convegno organizzato dal Pci. Ma prima che scoppiasse lo scandalo nessuno sapeva, nessuno si era accorto di niente. Nessuno vedeva i legami di Gelli non solo con il Sud America, ma anche con la Romania e un quarto del resto del mondo. Ora che l’ondata emotiva sulla P2 sembra finita, tocca alla commissione parlamentare tirare le conclusioni, senza cadere nella trappola di strumentalizzazioni politiche e parzialità».

La lista degli iscritti alla P2 secondo lei è parziale o completa?
«Questa storia della lista mi ha confermato che c’è qualcuno perennemente desideroso di tirarmi in mezzo ai pasticci. Nemmeno uno dei miei amici è in quell’elenco, ed ecco che dopo la pubblicazione salta subito su qualcuno a dire: vedete non ci sono gli andreottiam (e i comunisti), l’elenco è incompleto».

Miceli Crimi, un medico molto vicino a Gelli, non è stato smentito quando ha dichiarato all’«Europeo» che Gelli le dava del tu. E vero che per Natale le inviava anche certi regaloni?
«Mai dato del tu. In occasione del centenario di Leonardo (non so se facesse parte del comitato), Gelli mi inviò riproduzioni delle macchine leonardesche. Tutto qua. In seguito le ho regalate a mia volta…».

Le trovava ingombranti?
«Ma no, erano piccole. Mi hanno detto che erano d’argento. Magari avrei fatto meglio a tenermele».

Quando e in quale occasione ha conosciuto Gelli?
«Nel 1973, a casa di Juan Perón, che festeggiava il suo rientro ai vertici della politica argentina. Rimasi colpito dal riguardo quasi reverenziale per Gelli. Non sapevo chi fosse allora; mi sembrò un caso di somiglianza straordinaria con un direttore della Permaflex conosciuto fugacemente anni prima».

E come andò che Gelli vinse una commessa per 40 mila materassi con il suo aiuto?
«Che ignoranza delle cose! La stessa domanda mi è stata fatta in commissione P2. Tutte le aziende che impiantano stabilimenti nel Sud hanno per legge diritto a partecipare al 40 per cento delle commesse pubbliche».

Non favori in alcun modo la fabbrica diretta da Gelli?
«Una volta la società si lamentava di essere ostacolata dal ministero dell’Industria. Siccome per mia fortuna conservo sempre le carte, posso provare di essere intervenuto dopo la sollecitazione di altri».

Di chi?
«Del sindaco di Pistoia, dell’amministrazione provinciale e del compianto senatore Calamandrei (comunista, ex vicepresidente della commissione P2, ndr) che mi scrisse una lettera a mano di due pagine. Non so se fossero tutti amici di Gelli».

Che ci faceva tanto spesso Gelli a Palazzo Chigi, quando lei era presidente del Consiglio?
«Due o tre volte l’ho visto quando venne in Italia l’ammiraglio Massera, prima come capo della giunta militare argentina e poi quando fondò, nel suo paese, un nuovo partito socialdemocratico. Ancora, poi, per la visita in Italia del generale Videla».

E cosa faceva Gelli? Qual era il suo compito?
«Questioni protocollari. Si occupava per esempio dell’agenda — colloqui. Per Massera, ricordo, si diede da fare per consegnargli gli elenchi dei desaparecidos italiani. Gelli, insomma, faceva il lavoro di un diplomatico».

Le ha mai chiesto un occhio di riguardo del governo italiano per facilitare transazioni o forniture di armi?
«Assolutamente no, mai».

Fu lei a promuovere indagini sul suo conto?
«No. Non ho mai avuto la sensazione che fosse una persona importante».

Lei non sapeva che l’onorevole Foschi, come sottosegretario all’emigrazione, si interessava dei desaparecidos tramite Lido Gelli?
«Sapevo che se ne occupava, ma che ci fosse di mezzo Gelli no».

Parliamo del caso Eni-Petromin. Lei ha sempre sostenuto che, fino a quando non verrà provato qualche imbroglio, le tangenti pagate in quell’affare sono legittime.
«In questi casi vale l’opinione di chi tratta l’affare. Il presidente dell’Eni, Mazzanti, disse che la mediazione era una condizione indispensabile. Non era mica un costume nuovo; e l’affare era ottimo».

Non sapeva che di mezzo, ancora, poteva esserci Licio Gelli?
«Niente affatto».

Eppure Mazzanti è nella lista della P2, come molti altri protagonisti della vicenda.
«Mazzanti venne a spiegarmi di aver aderito alla loggia quando tutti lo attaccavano. Credeva così di trovare protezione, un aiuto in qualche canale di stampa. Un deputato lo avvicinò e gli offrì di portarlo da qualcuno che aveva voce in capitolo al Corriere della Sera».

Il deputato Emo Danesi?
«Credo fosse lui».

Insomma questa vicenda Eni- Petromin rimarrà un mistero?
«lo mi auguro di no. Anche perché il magistrato svizzero che se ne occupa ha ordinato il sequestro di una ingente documentazione bancaria sull’affare».

Interessante.
«Ho anche saputo che qualcuno ha fatto opposizione a questo provvedimento giudiziario».

La banca Pictet forse?
«No, qualcun altro».

Chi?
«Non me ne occupo. Per delicatezza. Certo sarebbe interessante saperne di più. Questa faccenda non l’ho mai digerita perché se n’è fatta una indecente speculazione i politica».

Quando scoppiò la polemica lei chiamò Umberto Ortolani, altro pezzo grosso della P2, per farsi spiegare le cose. Conferma?
«Sì. Mi disse di non conoscere nessun arabo saudita e di non essersi mai occupato di petrolio».

Eppure, sempre su questo argomento, Ortolani aveva avuto colloqui con il socialista Rino Formica.
«Mi confermò gli incontri con Formica, ma escluse che si fosse discusso di petrolio».

Secondo Clara Calvi, Ortolani era il numero tre della P2, dopo lei e Francesco Cosentino…
«Io lo incontrai la prima volta quando era presidente dell’Incis. Era il ’60 e dirigevo il comitato organizzatore delle Olimpiadi. Si decise di costruire il villaggio olimpico, che, dopo i giochi, sarebbe rimasto come complesso di abitazioni per gli impiegati dello Stato».

Tutti qui i suoi contatti?
«È una persona che si è sempre mossa in un certo ambiente. Era molto vicino a Tambroni. Era, nel mondo cattolico, un personaggio. Nella chiesa di San Petronio, a Bologna, ho visto una statua di Manzù che raffigurava il Cardinal Lercaro. C’è una scritta sotto: “Dono del cavalier Ortolani”. Può darsi che ora l’abbiano tolta».

Ortolani era anche ambasciatore dell’Ordine di Malta. Ne fa parte anche lei?
«Se intende dire che ho ricevuto una onorificenza dell’Ordine, sì. Di onorificenze ne avrò una quarantina. Ci hanno giocato i miei figli e ci giocheranno i miei nipoti».

«Critica Sociale» scrisse di una cena, verso il Natale 1970, a casa di Ortolani. Commensali: l’ospite, Gelli, Sindona e Andreotti.
«È una balla».

Ortolani è però diventato un personaggio importante in molti ambienti. Fece parte anche del consiglio di amministrazione della Rizzoli. Lei non lo sapeva?
«Naturalmente sì. Ma come ci fosse arrivato e quale fosse il suo ruolo, lo ignoro».

Era, ed è, anche molto ricco.
«La sua situazione economica mi sembrava piuttosto notevole. Ricordo anche però che una volta vendette all’asta tutti i suoi beni, qui a Roma. Aveva assunto su di sé i debiti di un giornale, fallito, che aveva fatto capo a Tambroni».

Ortolani discusse con Formica di un possibile riavvicinamento tra lei e Bettino Craxi…
«Un sacco di gente vorrebbe che io andassi più d’accordo con Craxi. Pare che i mali dell’Italia si risolverebbero. Nascono leggende di contatti segreti e iniziative parallele. Craxi fa parte della commissione esteri alla Camera, da me presieduta. Non servono mediatori».

Un altro luogo di mediazioni sarebbe il salotto della signora Angiolillo a Roma. Lei lo frequenta?
«La signora Angiolillo è una gentile padrona di casa. Talvolta invita a pranzo politici, diplomatici, uomini di cultura. Ci sono andato anch’io. È un’usanza simpatica, molto diffusa in altri paesi. Che poi sia una centrale di poteri occulti mi sembra un’interpretazione molto lontana dalla realtà».

Ha incontrato in quelle cene molti personaggi poi comparsi nell’elenco della P2?
«Ricordo sicuramente una volta di aver visto Bruno Tassan Din. Calvi, in casa Angiolillo, non lo ricordo. Lui snobbava piuttosto l’ambiente romano. Se c’era, non l’ho notato. Ortolani e Cosentino no».

Come mai lei era un obiettivo così frequente per la rivista «O.P.» di Mino Pecorelli?
Sono attacchi di cui non mi sono mai dato tanto pensiero. Ne ho avuti di peggiori».

Le risultava che Pecorelli fosse in contatto con Gelli?
«No».

Che Pecorelli fosse in contatto con ambienti dei servizi segreti?
«Questo si. Talvolta pubblicava notizie in campo militare che certamente gli venivano passate. So che era amico del generale Mino (ex comandarne dell arma dei carabinieri morto in un inciderne aereo, ndr). Me lo disse proprio Mino. Il generale aveva organizzato un incontro tra Pecorelli e alcuni militari che lui attaccava più di frequente, per cercare di farlo smettere».

E non si preoccupò di far cessare gli attacchi contro di lei?
«Ma no. Diceva poi delle cose talmente stupide. Una volta mi indicò come proprietario di appartamenti a Campo de’ Fiori; scrisse che facevo pagare affitti troppo alti».

Eppure Pecorelli la consultò per sapere come curare l’emicrania.
«Gli mandai un tubetto di Tonopan, un medicinale che uso talvolta. Con un biglietto. Il mondo degli emicranici è un mondo un po’ particolare. Ricevo anche tre lettere alla settimana, da persone che non conosco, sul tema».

Pecorelli insinuò che lei non fece bruciare tutti i fascicoli Sifar.
«Non solo li feci bruciare, creai una commissione, cercammo un forno adatto che si trovò a Fiumicino, ma nemmeno cedetti alla curiosità di leggere il mio fascicolo».

Dove qualcuno doveva aver notato la sua amicizia con Sindona.
«Amico mi pare un’esagerazione, lo conoscevo».

C’è chi osserva: Gelli aiutò Sindona, e Andreotti curò il progetto che avrebbe dovuto chiudere in modo indolore il crac di Sindona…
«Anche qui si è fatta molta confusione. Il recupero della situazione della Banca Privata, che poi andava a vantaggio non di Sindona ma degli azionisti, nulla avrebbe tolto dalle imputazioni di Sindona.

Sindona, poi, e questo è dimostrato, non ha avuto mai nessun trattamento di favore; anzi, per nessuno come per lui ci si è dati da fare per ciò che riguarda per esempio l’estradizione. E al ministero della Giustizia ne sanno qualcosa».

E il progetto di salvataggio?
«Era stato redatto anche da Enrico Cuccia, cosi mi dissero. E quando l’avvocato Guzzi mi portò il progetto mi chiese di farlo ricevere dalla Banca d’Italia insieme con il commissario liquidatore Ambrosoli e con Cuccia».

E lei lo accontentò?
«Volli prima esaminare la proposta. Pregai Gaetano Stammati di farlo per me. Lui era stato presidente della Comit. L’opinione di Stammati fu negativa e la cosa finì».

Anche Stammati, poi, finì nel listone di Gelli. Onorevole, lei è stato circondato dalla P2 senza saperlo, a quanto pare.
«Le proposte sui nomi, anche per servizi, vengono dal ministero competente, e d’accordo con i militari. Personalmente mi sono occupato del Cesis che faceva capo alla presidenza del Consiglio. Offrii l’incarico a due persone che non lo vollero fare: prima al prefetto Buoncristiano, poi al generale dei carabinieri Ferrara. Accettò il prefetto di Roma Napolitano, che poi lasciò per motivi di salute. Fu allora scelto Walter Pelosi che era prefetto di Venezia, segnalato dal Ministero dell’Interno. Ora si dà sfogo alla dietrologia, si vede la P2 dappertutto. Allora nessuno pensava a domandare: scusi lei è massone?».

Sui rapporti tra Licio Gelli e gli altri soggetti sospettati di essere coinvolti nell’omicidio Calvi

(…) MANNOIA ha riferito di aver appreso da BONTATE, intorno al 1980, che Giuseppe CALÒ si stava legando a Francesco PAZIENZA, Licio GELLI e Roberto CALVI e che CALÒ e altri stavano usando queste persone per agevolare l’investimento di ingenti somme di denaro che, in realtà, erano provento del contrabbando di sigarette e del traffico di droga (indicazioni rese 1.11.3.1991, ad agenti del FBI).

In data 15.7.1991, innanzi ai PM di Palermo e Roma, ha riferito di aver appreso da Stefano BONTATE (cognato di Giacomo VITALE, appartenente alla P2) e altri uomini d’onore della sua famiglia mafiosa che “Pippo CALO, Salvatore RIINA, Francesco MADONIA ed altri dello stesso gruppo avevano somme di denaro investite a Roma attraverso Licio GELLI che ne curava gli investimenti ”, e che “parte di questo denaro era investito nella Banca del Vaticano ”.
Il collaborante ha ribadito le sue conoscenze nel corso dell’incidente probatorio del 18.12.1997, ove ha riferito che: “CALO’ investiva i suoi soldiattraverso CALVI e Lido GELLI” e nel corso della deposizione dibattimentale rese nel processo di primo grado, davanti alla Corte di Assise di Roma.

È evidente che tale attività implica l’esistenza di un rapporto collaudato, fiduciario e particolarmente intenso. Sempre M ANNOI A ha posto in rilievo che CALVI era stato presentato a Licio GELLI da Michele SINDONA nel corso del 1975 (vedi verb. 1.10.2002, pag. 8).
Il teste Eligio PAOLI ha riferito di aver compreso da un discorso delle sorelle KLEINSZIG che GELLI e CARBONI si conoscevano da tempo. Ha aggiunto che il primo aveva conosciuto CARBONI tramite Armando CORONA, che Flavio CARBONI era il “tirapiedi” di GELLI, che CARBONI lavorava per conto di GELLI e ORTOLANI (vedi pag. 39 — 40, trasc. 26.9.2006 e verb. reso in fase d’indagine del 22.8.1983, pag. 4).

Antonio MANCINI ha riferito che, secondo ABBRUCIATI, CARBONI costituiva un anello di raccordo tra la Banda della Magliana, la mafia di Pippo CALÒ e gli esponenti della massoneria facenti capo a Licio GELLI (vedi verbale dell’11.3.1994, pag. 9). Ha ribadito tali dichiarazioni anche nel corso della dichiarazione dibattimentale dinanzi alla Corte d’Assise di Roma (vedi pag. 116 e 117, 209 – 210, trasc. 29.3.2006).
Salvatore LANZALACO ha dichiarato che Lorenzo DI GESÙ era stato mandato in soggiorno obbligato a Monte San Savino, ove aveva conosciuto, tramite CALÒ, GELLI; che quando CALO andava a trovare DI GESÙ contemporaneamente si recava da GELLI. Ha aggiunto di essersi recato nella villa di GELLI ad Arezzo con PANZECA, nel corso di uno dei weekend, in cui si erano recati a Monte San Savino. Nell’occasione, gli era stato presentato il figlio di GELLI e aveva notato che avevano parlato di DI GESÙ e di alcuni amici di quest’ultimo. Da ciò aveva desunto che GELLI e DI GESÙ avessero avuto dei buoni rapporti (vedi pag. 130, trasc. 2.5.2006, deposizione innanzi alla Corte d’Assise di Roma).
Antonino GIUFFRÈ ha riferito che “Lido GELLi era un tramite, vale a dire gestiva i finanziamenti di altre persone”. Ha aggiunto di aver appreso da DI GESÙ, PANZECA e Pino GAETA che GELLI aveva fatto confluire dei capitali per gli investimenti in Sardegna curati dal gruppo di CALÒ e che PANZECA e DI GESÙ si erano recati a trovare GELLI in Toscana (vedi verb. 4.12.2002, pag. 17 e 18).

Tullio CANNELLA ha riferito di intensi rapporti tra mafia e la P2, affermando: “appresi che la P2 aveva costituito diverse logge regionali, tra le quali questa denominata Carnea, che aveva sede in Liguria — se la memoria non mi inganna a Santa Margherita Ligureera una loggia che era espressione di gruppi mafiosi della Sicilia. Nella fattispecie era una loggia creata e costituita per volontà di Stefano BONTATE”. Ha aggiunto che Giacomo VITALE gli aveva confidato di “ingenti somme di denaro che suo cognato Stefano BONTATE aveva dato alla P2(rif trasc. ud. del 9.7.2001, processo nei confronti di Marcello DELL’UTRI). Si noti che dette indicazioni trovano una significativa conferma in quelle del testimone massone Angelo SIINO (Gran Maestro dell’oriente di Palermo della loggia massonica Carnea, con il grado di 33), il quale ha riferito di un incontro avvenuto casualmente a Santa Margherita Ligure, all’interno della sede della Loggia Carnea, il cui gran maestro era Aldo VITALE. Egli ha riferito di essersi recato a Santa Margherita con Giacomo VITALE, cognato di Stefano BONTATE, massone parimenti appartenete alla loggia CAMEA. Aldo VITALE, sempre espansivo, gentile ed accogliente nei suoi confronti, gli aveva detto di “aspettare un attimo”. Si era meravigliato ed aveva domandato a Giacomo VITALE: “ma chi è questo che è in compagnia di VITALE?”. Questi gli aveva risposto che era CALVI “un banchiere di Milano” “un personaggio importante”, “anche perché gestisce dei soldi nostri”. Aveva usato il plurale maiestatis per fargli intendere che gestiva dei soldi di Cosa Nostra”. Nell’occasione, aveva detto che gestiva anche denaro di altri. Aveva usato l’espressione “e non solo” (vedi pag. 73 — 76, trasc. 28.3.2006). Si era meravigliato del fatto che Aldo VITALE avesse la portata di conoscere Roberto CALVI. Era, però, un personaggio importante, anche amico di Licio GELLI, circostanza che aveva potuto constatare personalmente (vedi pag. 75, trasc. 28.3.2006).

Licio GELLI ha negato di aver mai conosciuto CARBONI e ha escluso qualunque rapporto con lo stesso. Invero, tali affermazioni non appaiono credibili. Tale convinzione viene suffragata dalla documentazione depositata da Emilio PELLICANI il 21.6.1988, all’autorità giudiziaria. In particolare, vi è un prospetto dal quale si rileva l’esistenza di un assegno da Lire 223 milioni a favore del sig. L. GORI (pseudonimo utilizzato da Licio GELLI, come si avrà modo di precisare nel prosieguo della presente richiesta) da parte di Flavio CARBONI e di un altro assegno consegnato al sig. L. GORI, sempre per conto di F. CARBONI.

Licio GELLI ha sostenuto di non aver mai conosciuto il banchiere svizzero Hans KUNZ e Francesco PAZIENZA. Tali indicazioni paiono, invero, poco credibili ove si consideri che nel corso delle investigazioni Eligio PAOLI ha riferito di aver appreso da Riccardo PIAZZESI (vale a dire da Silvano VITTOR, come ha spiegato in maniera convincente nel corso dei verbali del 2003) dell’esistenza di “un’intima amicizia” “tra la moglie di KUNZ e la moglie di GELLI” (vedi verb. 22.8.1983) e che è stato acquisito in atti un appunto del giornalista Bruno FERRARIO dal quale emerge che Hans KUNZ e Licio GELLI, i primi di maggio 1982, avrebbero pranzato al ristorante Chevai Blanc di Vandeuvre nei dintorni di Ginevra.

 

Estratto richiesta di archiviazione pm 2013 – omicidio Calvi pag 4-7