Su Sindona e sull’iniziativa privata

(…) Sindona non è “un finanziere spregiudicato”, che fa politica spregiudicatamente; è semmai un finanziere-politico, è il motore finanziario di un’operazione che è, insieme, economica e politica, e a momenti persino “ideologica”. Insomma il Sindona che , per difendersi, si vanta con gli americani di aver fatto tutto ciò che ha fatto per “salvare l’iniziativa privata” non è un millantatore. E’ uno che ha misurato con la propria esperienza quanto l’esclusivo e sfrenato assalto dell'”iniziativa privata” alla società storicamente determinata che in Italia è uscita dagli eventi 1943-45,  e si è organizzata in repubblica, sia antistorico e illecito. E perciò, naturalmente, ha scelto, in Italia, l’anti-Stato, e l’anti-storia: il potere occulto e la restaurazione. Lo confermerà John McCaffery, il suo complice e amico, scrivendo quel famoso affidavit, indirizzato alle autorità degli Stati Uniti per scongiurare l’estradizione di Sindona in Italia: un documento che sarebbe sbagliato leggere come l’allucinato messaggio di una mente ossessionata dall’anticomunismo. McCaffery non è un malato, che scambia una dichiarazione giurata con un capitolo di storia. Eppure nel suo affidavit, composto di 26 capoversi numerati, si può leggere:
“E’ un dato di fatto storico che il vero collasso dell’economia italiana ha inizio dall’enorme scandalo creato intorno al nome di Sindona e dal collasso provocato della fortezza finanziaria dell’impresa privata che egli aveva costruito”.
E anche: “Quando lo conobbi per la prima volta durante la guerra, La Malfa era l’elemento essenziale, la guida del Partito d’Azione. Il Partito d’Azione era un’organizzazione di sinistra. Le attività parlamentari dei suoi membri, sia nel partito originario sia nei suoi successori, dimostrano la parte che essi hanno avuto nel condurre l’Italia alla sua attuale situazione. Anche se pochi di numero, essi erano fortemente appoggiati. In un parlamento post-bellico, che presto si divise equamente – non fra Destra e Sinistra, ma fra Centro e Sinistra – la loro influenza si tradusse in decisioni dannose per le politiche occidentali e la libera iniziativa in Italia”.
La conclusione è nota: ha ragione Edgardo Sogno, altro “perseguitato” dai comunisti, ad opporsi a questo stato di cose anche se per questo fine ha “parlato con membri della polizia e delle forze armate sul penoso stato del paese e della direzione che stava prendendo”. Anzi, aggiunge McCaffery, “qualunque persona responsabile e patriottica che ne avesse l’occasione lo farebbe. Michele Sindona l’aveva certamente fatto, perché io stesso sono stato presente ad una occasione del genere in un albergo di Roma”. In altre parole: il processo va fatto alla storia degli italiani, a chi li dirige e li ha diretti; e per riportare in Italia il dominio dell'”iniziativa privata” senza i condizionamenti imposti dalla Costituzione repubblicana bisogna ricorrere a tutti i mezzi, ivi inclusa l’eversione. Non occorrono ulteriori dimostrazioni che ogni separazione tra “affarismo” e “finalità politiche”, a proposito della loggia P2, è arbitraria e fuorviante. Semmai, può essere accaduto che le malefatte di Sindona, essendo state scoperte prima del “bubbone” P2, abbiano fatto pensare a uno scandalo finanziario, a cui la loggia di Gelli desse una copertura. In realtà è vero il contrario: l’affare Sindona, come più tardi l’affare Calvi, sono soltanto episodi, risvolti finanziari della manovra a cui era finalizzata l’organizzazione segreta di Licio Gelli. Ossia: per distruggere il “primato della politica”, affermato nell’ordinamento repubblicano come suprema espressione dell’interesse pubblico e generale sugli interessi particolari, Sindona, Gelli, Ortolani hanno bisogno di “riprivatizzare” la politica, con il solo mezzo possibile: “comprarla”. Il “piano di rinascita democratica” di Licio Gelli si regge su un disegno di fondo: comprare, comprare pezzi di partito, o partiti interi, comprare sindacati, comprare ancora prima l’opinione pubblica comprando giornali, radio e televisioni private. Non è soltanto follia di megalomani. “Il suo obiettivo – ha scritto Cornwell di Sindona – era la creazione del maggiore gruppo finanziario, non solo d’Italia, ma d’Europa” e ci ha ricordato che col primo passo era riuscito a far sedere Roberto Calvi accanto a Evelyn de Rothschild e a Jocelyn Hambro, nel consiglio di amministrazione della Centrale. Si può restare increduli e sconcertati, ma le dimensioni del disegno erano queste, non altre. Si capisce che Sindona, Gelli, Ortolani e in genere il gruppo consapevole di direzione della loggia P2 intendesse “fermare il sole” alla stagione di Nixon, stabilizzare la sua “era”, farla durare indefinitivamente.

Estratto da “Storia della P2”, di Alberto Cecchi

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