Carlo Digilio – I rapporti di Maggi con la struttura di intelligence americana

14.3.2001 Incid.Prob. (Rapporti di MAGGI con la struttura americana)

DOMANDA – Quindi, questo per quello che riguarda il primo discorso e per quello che riguarda i rapporti di Maggi e Minetto, le cose che le ho appena letto da chi le ha apprese? Questo rapporto di Maggi con la struttura non consistente nel fare parte di una struttura, ma, in qualche modo, nello svolgere queste funzioni di raccordo, di connessione con l’ambiente esterno, sono cose che sa perché? Chi gliele ha dette? Maggi, Minetto, Soffiati?

RISPOSTA – Esattamente, Soffiati.

DOMANDA – Soffiati?

RISPOSTA – Soffiati e Bandoli che era uno dei referenti del Soffiati, quindi la cosa era confermata, era convalidata. Il discorso di Bandoli: Bandoli era un combattente, era un uomo che, quando diceva una cosa, parlava sul sicuro, sempre.

DOMANDA – Sempre nell’ambito di questi rapporti tra Maggi e la struttura americana, lei ha detto anche qualche cosa di più, in occasione di un verbale del 14 Dicembre del 1996 (14.12.96), sempre al davanti al Giudice di Milano.

RISPOSTA – Cioè? (Incomprensibile).

DOMANDA – “Per quanto concerne la figura del Dottor Maggi, sia Bruno che Marcello Soffiati sia Minetto mi dissero che questi aveva cercato di farsi accettare organicamente nella struttura americana, ma non era stato accettato in quanto, ormai, il gruppo di Ordine Nuovo era gravato da troppe magagne per quello che aveva commesso e, inoltre, egli si era fatto avanti troppo tardi. Infatti, tale tentativo di Maggi risale all’inizio degli anni Settanta, mentre il grosso reclutamento di elementi sicuri era avvenuto in tempi molto precedenti e si era ormai concluso. Minetto, comunque, ne fu dispiaciuto, perché aveva grande stima del Dottor Maggi ed era legato a lui da una grande amicizia”. Lo ricorda questo discorso di questo tentativo di Maggi di essere accolto?

RISPOSTA – Certo, confermo. Lo confermo, sì signore.

DOMANDA – Conferma di averlo appreso dalle persone che ha indicato, cioè, Soffiati e Minetto?

RISPOSTA – Sì, sì.

DOMANDA – Al di là di questi discorsi che abbiamo appena fatto, le chiedo se c’era anche una frequentazione, un rapporto amicale, di frequentazione tra Maggi e Minetto?

RISPOSTA – Sì, era continuo, si trovavamo a Colognola in continuazione, ogni giornata festiva, praticamente.

DOMANDA – Si trovavano in continuazione a Colognola, ma Minetto veniva anche a Venezia?

RISPOSTA – Il Minetto? Certo! Ma ho dato delle notizie specifiche su questo.

 

Ud.4.2001 (comportamento di MAGGI con riferimento al GOLPE BORGHESE)
omissis

DOMANDA – Digilio, alla scorsa udienza abbiamo parlato, diciamo, di un coinvolgimento di Ordine Nuovo veneziano in quella che era stata la preparazione del Golpe Borghese.

RISPOSTA – Sì, sì, sì, l’ho detto.

DOMANDA – Vorrei chiederle se ha qualche particolare notizia da riferirci riguardo alla posizione specifica di Carlo Maria Maggi?

RISPOSTA – La posizione di Carlo Maria MAGGI la sottolineai la volta scorsa. Cioè, quando coloro che erano pronti di fronte all’Arsenale per il Golpe ebbero notizia che non si faceva più niente, dalla delusione, cominciarono ad imprecare. Però immediatamente il Colonnello CAPOLONGO, Comandante della Legione, avvicinò il Dottor Maggi dicendogli: “Dottore, faccia una cortesia, lei, che ha ben sottomano i suoi camerati di Ordine Nuovo, veda di tenerli perfettamente in pugno. Poi potremmo fare una cosa, andare all’isola della Giudecca dove abita lei, lei li conosce tutti là. Potremmo anche fare un giro di ricognizione in maniera di accontentare costoro che vogliono fare qualcosa e lei ci aiuterà anche ad evitare che possa esserci qualche antipatico scontro”. Il Dottor Maggi bisogna dire che si comportò benissimo. Difatti salì in motoscafo fino alla Giudecca assieme ai Carabinieri e, mano a mano che si seguiva l’ordine di perquisizioni, lui si faceva vedere giù nella calle a basso dicendo: “Ragazzi, guardate, non c’è niente di nuovo. E’ solo una semplice perquisizione, cercate di non creare disordini. Fate un favore. Ricordatevi che io sono sempre stato vicino a voi”. Ed in effetti gli abitanti della Giudecca sono sempre stati beneficati dal Dottor Maggi, il quale, anche per chi non aveva denaro per curarsi, a volte li curava gratis. Bisogna dirlo. E infatti molti li fece scendere dall’abitazione e, prendendoli sottobraccio, li accompagnò ai Carabinieri, piano piano, fino al motoscafo, dicendo: “Ragazzi, non è niente di strano. Non preoccupatevi, faremo una chiacchierata in ufficio. State tranquilli”. E infatti tutto passò nel modo migliore. Il Comandante della Legione, il Colonnello, scrisse un rapporto veramente altamente meritevole per il Dottor Maggi e lo passò alle autorità, in particolare alla Questura ed alla Pretura, perché ne tenessero conto in quanto, avendo il Dottore dei precedenti come politico, doveva rendere conto di molte cose alla legge. E questo era un punto a suo favore. Era giusto che ne tenessero conto.

DOMANDA – Questo per quanto riguarda la notte tra il 7 e l’8 Dicembre. Io volevo sapere se aveva avuto un ruolo attivo in quella che era stata la fase preparativa del Golpe? Quale era stato il suo atteggiamento nelle fasi prodromiche a questo evento?

RISPOSTA – Sinceramente non posso dirle cosa possa avere fatto personalmente, in quanto lui era come gli altri direttamente sotto il controllo del Colonnello Capolongo, pertanto doveva rispondere di tutto quello che faceva al Colonnello Capolongo.

DOMANDA – Se ricorda, Digilio, vorrei capire quello che era l’atteggiamento anche politico di adesione o di adesione differenziata, diciamo così, rispetto a questo intervento?

RISPOSTA – Guardi, questo intervento fu praticamente un intervento, come ebbi l’occasione di parlarne in passato, fu un intervento praticamente sofferto dagli appartenenti alla Destra Italiana, siano essi Ordine Nuovo, siano essi Decima Mas, Guardia Nazionale Repubblicana, o ex combattenti della Repubblica Sociale. Tutti l’aspettavano con grande attenzione. Il Maggi non poteva mettersi contro l’opinione di coloro che gli stavano attorno. Lui senza dubbio diede solamente, non dico gli ordini ma per per lo meno le notizie che gli erano state consegnate dal Colonnello Capolongo, e le fece leggere da un incaricato a tutti coloro che avrebbero dovuto presentarsi di fronte all’Arsenale, di fronte alla Marina Militare Italiana di Venezia. E là ci ritrovammo tutta gente conosciuta. Io, il Marino Girace, la gente del lido, i ragazzi di Mestre, il Delfo Zorzi con i suoi ragazzi, il Dottor Maggi, l’Avvocato Carletta amico del Dottor Maggi, eccetera. Tutti. Così.

DOMANDA – Le leggo un passo, Digilio, dell’interrogatorio che lei rese il 19 Dicembre 1997 (19.12.97) al giudice istruttore dove lei disse, con riguardo appunto a questi argomenti: “Voglio anche fare presente che in quel periodo il Dottor Maggi aveva rallentato la sua attività. E, per quanto concerne il progetto di Golpe, si mostrava piuttosto distaccato e scettico, manifestando il suo scetticismo anche durante gli incontri con Gastone Novella”. Ecco, io volevo capire intanto se lei oggi conferma questo atteggiamento distaccato e scettico? E, se sì, se ce lo spiega, cioè che cosa significa? Ha sentito Digilio?

RISPOSTA – Ho capito benissimo, Dottore.

DOMANDA – E’ vero che c’era questo atteggiamento da parte di Maggi verso questo progetto oppure no?

RISPOSTA – Sì, ed è spiegabile solamente in questa maniera. Il Dottor Maggi non era un fegataccio, non era un mercenario come il Giorgio Boffelli che non si sarebbe fermato di fronte a nulla. Era una persona che andava avanti sempre a luce della ragione e dimostrando sempre buon senso e, diciamo, un buon controllo di se stesso e della situazione e delle persone che aveva vicine a sé. Tutto questo per quanto riguarda le dichiarazioni che ho rilasciato. Così era. Il Dottor Maggi non si dimostrò in quella occasione una persona estremamente fanatica.

omissis
Tra coloro che hanno illustrato significativamente la figura di Carlo Maria MAGGI, soprattutto sotto il profilo delle sue convinzioni estreme, rientra senz’altro DEDEMO Marzio, cognato di DIGILIO. DEDEMO (ud.24.9.2009) ha conosciuto MAGGI tramite DIGILIO e, attorno al 71-72, in un periodo in cui questi era minacciato, ha funto da sua scorta armata. DEDEMO accompagnava MAGGI a Venezia, dall’ospedale dove lavorava, a casa. Inoltre è stato a casa di MAGGI, unitamente a suo cognato, in due o tre occasioni.

Memoria pm strage di Brescia

La propensione stragistica di Carlo Maria Maggi – le dichiarazioni di Marzio Dedemo

Tra coloro che hanno illustrato significativamente la figura di Carlo Maria MAGGI, soprattutto sotto il profilo delle sue convinzioni estreme, rientra senz’altro DEDEMO Marzio, cognato di DIGILIO. DEDEMO (ud.24.9.2009) ha conosciuto MAGGI tramite DIGILIO e, attorno al 71-72, in un periodo in cui questi era minacciato, ha funto da sua scorta armata. DEDEMO accompagnava MAGGI a Venezia, dall’ospedale dove lavorava, a casa. Inoltre è stato a casa di MAGGI, unitamente a suo cognato, in due o tre occasioni.

DEDEMO ha avuto modo di conoscere la moglie di Giancarlo ROGNONI, Anna CAVAGNOLI. La donna era stata aggredita, unitamente a Piero BATTISTON, all’interno del suo negozio di abbigliamento di Milano. Il fatto si è verificato il 26 luglio 73, e la conoscenza tra lui e la donna è avvenuta dove era ricoverata, all’interno del Policlinico di Milano. Era stato appunto MAGGI a chiedergli di andarla a trovare. Nell’occasione DEDEMO aveva portato ai componenti della FENICE, gruppo che, come vedremo, è sostanzialmente una costola di ON non rientrata nel partito, l’ordine di MAGGI di starsene tranquilli e di evitare ritorsioni contro la sinistra, alla quale era riferibile il pestaggio. Infatti in quel periodo il gruppo aveva addosso puntati gli occhi della Polizia e dei Carabinieri. Ad accoglierlo alla stazione ferroviaria di Milano, “MENTA”, che altri non è se non il ZAFFONI, anche lui inquadrato nella FENICE. Il bar al quale facevano capo i componenti della FENICE era quello di Via Pisacane. All’interno del bar c’era il loro gruppo: non ROGNONI, che era latitante, ma Cesare FERRI e Angelo ANGELI, detto “golosone”. Nessuno (pag.19) fece rimostranze, nel senso che nessuno ebbe qualcosa da ridire sull’ordine di MAGGI, a dimostrazione della sua posizione di autorità e di superiorità, anche nei confronti indirettamente di ROGNONI, personaggio certamente non secondario della destra radicale.

La rappresaglia, poi, secondo quanto ha dichiarato DEDEMO, non c’è stata, e pertanto dobbiamo ritenere che l’ordine di MAGGI sia stato raccolto. DEDEMO ha sostanzialmente confermato quanto dichiarato nei verbali, e cioè che vide anche Piero BATTISTON in un paio di occasioni a casa del dottor MAGGI. Tutto ciò ha naturalmente notevole rilievo con riferimento alla conversazione ambientale RAHO-BATTISTON di cui agli atti. Ha inoltre confermato di aver rivisto BATTISTON a Venezia, quando era latitante, ospite della Pina che gestiva la trattoria SCALINETTO, frequentata anche da Carlo DIGILIO. Ha ammesso di aver conosciuto Marcello SOFFIATI tra il 70 e il 73: anche questi frequentava MAGGI, anche quale suo medico. Ritiene di averlo anche visto a casa di MAGGI in occasione delle partite a carte che facevano assieme i suddetti soggetti. Ha il ricordo di un’attività di scorta svolta anche da SOFFIATI per conto di MAGGI. Ha confermato anche i rapporti tra SOFFIATI e DIGILIO.

I rapporti tra MAGGI e il gruppo di ROGNONI non si esauriscono in quanto sopra descritto: DEDEMO (pag.31 e segg.) accompagnò la CAVAGNOLI, in una data non collocabile prima del ’74, a Iesolo, dove la predetta ebbe un incontro di un paio d’ore con MAGGI. Secondo DEDEMO la donna aveva, nel gruppo della FENICE, un ruolo “allo stesso livello del ROGNONI”.
Per quanto DEDEMO non sia stato in grado di riferire nulla dal contenuto del colloquio, è evidente ancora una volta la posizione di superiorità del MAGGI, visto che è la donna a spostarsi, e non viceversa. Inoltre la brevità e i connotati dello spostamento non possono che inquadrarlo in una finalità di natura politica. Peraltro DEDEMO spiega il suo rimanersene in disparte con la seguente motivazione: “Non facevo e non faccio parte del gruppo dirigente”- con riferimento ad Ordine Nuovo. Pertanto DEDEMO, sia pure da spettatore, inquadra tutti questi contatti di MAGGI nell’ambito delle sue funzioni di dirigente di Ordine Nuovo, valutazione che finisce per coinvolgere la stessa CAVAGNOLI e il gruppo che rappresentava.

Ulteriori rapporti di MAGGI col gruppo di ROGNONI emergono con riferimento ai contatti che DEDEMO ebbe in Spagna con il secondo, in occasione del viaggio di nozze, collocabile subito dopo il matrimonio del 29.9.75. Nell’occasione DEDEMO conobbe ROGNONI, dal quale fu ospitato e, su incarico di MAGGI, gli portò un cospicuo numero di documenti, carte d’identità, passaporti, patenti, in bianco o comunque falsi. Le dichiarazioni di DEDEMO trovano un aggancio anche in quelle di BONAZZI Edgardo, che a pag.10 della sua escussione del 26.5.2009 non ha avuto difficoltà a confermare che la FENICE “faceva parte del Centro Studi Ordine Nuovo”. Anzi (pag.11) ha affermato che, per quanto buona parte degli aderenti al Centro Studi Ordine Nuovo fosse entrata nel Movimento Sociale, riteneva che il Centro Studi avesse continuato ad esistere “nella misura in cui esistevano gruppi come la FENICE che erano abbastanza autonomi”.

DEDEMO ha rappresentato un episodio (24 e segg.trascr.) molto significativo: attorno al 1972 accompagnò MAGGI a Milano, in una trattoria o qualcosa di simile, sempre nell’ambito delle sue funzioni di guardaspalle armato. Era MAGGI a guidare. Rimase ad attenderlo all’esterno del locale un’ora o due, per poi riaccompagnarlo a Venezia. Solo in seguito Pio BATTISTON (padre di Piero BATTISTON), inquadrato nelle SAM, in un periodo posteriore rispetto al trasferimento di DEDEMO a Milano, avvenuto nel 1974, e naturalmente antecedente alla sua morte, avvenuta nel ’75, gli fece delle confidenze in ordine a quanto avvenuto in occasione di quell’incontro (o forse due incontri) a Milano: MAGGI aveva chiesto “finanziamenti per Ordine Nuovo perché si doveva fare ancora qualche piccolo scoppio”.

DEDEMO, sollecitato sul contenuto dei precedenti verbali del 7.3.96 e 21.2.97 e 26.1.99, ne ha confermato il contento, che appare ancora più specifico ed allarmante: “Pio BATTISTON, morto nel 1975, ebbe a precisarmi che in una di quelle riunioni ove partecipavano vecchi repubblichini, il MAGGI propugnò la necessità di continuare nella strategia degli attentati dimostrativi, con ricaduta della responsabilità su opposta fazione politica. Mi specificò che MAGGI riteneva la strage uno strumento con il quale fare politica, e per questo lo definì pazzo e comunque in disaccordo con la maggior parte degli ex repubblichini presenti alle riunioni, tra cui lui stesso” (7.3.96) e “ Pio BATTISTON…mi precisò che in una di quelle riunioni alle quali partecipavano anche vecchi repubblichini, il MAGGI propose la necessità della strategia di attentati dimostrativi la cui responsabilità si doveva far ricadere sulla sinistra…Pio BATTISTON mi aggiunse che MAGGI riteneva la strage uno strumento con il quale fare politica, e per questo lo definì un pazzo…” In corte di Assise, poi (26.1.99), parlò di “azioni a livello dinamitardo”.

Quanto DEDEMO ha appreso da Piero BATTISTON è estremamente significativo, non solo in quanto rappresentativo delle idee, dei metodi e del programma di MAGGI, ma anche in quanto il medesimo BATTISTON è inquadrato nelle SAM, e cioè il gruppo al quale, secondo DIGILIO, sarebbe stato consegnato l’ordigno destinato a Brescia. Inoltre la volontà di far ricadere l’attentato sull’opposta fazione politica, conferma la versione di TRAMONTE sul punto.

Memoria Pm strage di Brescia

L’intercettazione ambientale Raho/Battiston – estratto motivi di impugnazione avv. Sinicato

E’ impressionante, a questo punto, ascoltare l’intercettazione ambientale del 26.9.95 tra Roberto Raho e Piero Battiston nella quale si trova la conferma “dal vivo” del racconto di Digilio.

A questo proposito la Corte raggiunge vette di assurdità sorprendenti e la lettura della motivazione sul punto conferma il pregiudizio che permea l’intero capitolo dedicato al narrato di Digilio.

Una corretta valutazione di questo passaggio fondamentale della ricostruzione giudiziaria non può prescindere dal considerare che Raho è stato ritenuto responsabile di numerosi reati legati al possesso ed utilizzo di esplosivo e, in particolare, come si è già detto, sono risultati provati proprio i frequenti rapporti con Digilio e per la sua reticenza la Procura di Milano ebbe ad emettere un ordine di custodia cautelare proprio con riferimento al contenuto delle dichiarazioni del colloquio con Battiston.

Negli interrogatori resi nel ’95 e ’96 dal Raho alla P.M. Pradella (e acquisiti agli atti), del resto, non si fa fatica a trovare ragione delle sue reticenze (peraltro comuni anche a molti altri protagonisti di quegli anni) nel rischio di vedersi contestare la partecipazione ai reati imprescrittibili di strage o di essere costretto a coinvolgervi amici e sodali con i quali spesso i rapporti non erano cessati.

E’ proprio il caso di Raho e Battiston che il primo è costretto ad ammettere di avere rivisto proprio in quei giorni e proprio per parlare di Digilio!.

Le poche battute riservate dalla sentenza alla figura di Roberto Raho sono ancora una volta il frutto della incomprensibile frettolosità di un giudice incapace di andare oltre ciò che ha direttamente ascoltato in aula dimenticando ogni collegamento con la rilevante messe di informazioni che la amplissima indagine gli aveva messo a disposizione.

Ma è la lettura del testo della conversazione fatta dalla Corte che non convince sia per l’omissione di alcuni passaggi importanti sia per le conclusioni.

Il passaggio che riguarda direttamente i fatti del processo è riportato a pag. 214 della sentenza ma deve essere letto nella sua interezza e si compone di tre diverse affermazioni tutte di Roberto Raho.

  1. “Se il nonno dice la verità sulle piccole cose …. Potrebbe … eh, dirla anche sulle grandi”
  2. “Per esempio era trapelato che il nonno aveva detto che Marcello Soffiati il giorno prima della strage era partito per Brescia con le valigie piene di esplosivo, Soffiati è morto ….”
  3. “Il dottore è vivo poi, però, e il Soffiati gli serve per fargli portare la …”

La prima affermazione non può che essere interpretata come la consapevolezza della conoscenza, da parte di Digilio, di molti segreti di grande rilievo sui fatti più eclatanti di quegli anni e si colloca come ulteriore riscontro generico alla attendibilità di Digilio.

Quanto alla seconda è facile notare che Raho collega direttamente la valigetta di Soffiati a Brescia e non già a Milano come sempre sostenuto da Digilio.

Ciò significa che la fonte di conoscenza di Raho non è Digilio ma qualcuno che conosceva l’effettiva destinazione dell’ordigno.

Ciò è tanto più evidente poiché la frase sembra riferirsi alla conoscenza del fatto proveniente da una propalazione estranea al “nonno”: se Raho avesse avuto la notizia dallo stesso Digilio la frase sarebbe stata “il nonno aveva detto che …”.

Si deve parlare, dunque, di una fonte diversa e autonoma rispetto al dichiarato di Digilio e di una fonte certamente precedente alle dichiarazioni sul punto rese ai giudici italiani.

La terza affermazione è un ulteriore elemento di grande rilevanza poiché riguarda direttamente Maggi.

E’ bene notare, che Raho, nel riferire la sua conoscenza dell’episodio due righe sopra non aveva nominato il mandante di Soffiati e, dunque, l’indicazione di questo passo certamente completa la comunicazione delle informazioni in suo possesso indicando il “dottore” (cioè Maggi) come il mandante.

Ma la frase si completa riferendo che il Soffiati “…gli serve per fargli portare la …”.

E’, dunque, a Maggi che serve Soffiati per l’incombenza e, questo, è tecnicamente un riscontro individualizzante al dichiarato di Digilio.

L’affermazione della Corte secondo la quale questa “non sarebbe altro che una ulteriore versione di Digilio resa in tempi antecedenti alla sua collaborazione” è destituita, allora, di ogni fondamento.

Ma la sentenza non avendo rilevato l’evidenza del fatto che il reale dichiarante è il solo Raho, spende varie pagine nel tentativo di ottenere precisazioni e chiarimenti da Battiston col solo risultato di confondersi ulteriormente.

In effetti Battiston dapprima si dice sicuro di aver appreso della valigetta di Soffiati direttamente da Digilio (pag. 223 sentenza) mentre si trovavano tutti e tre insieme collocando l’incontro o nel periodo del militare in Veneto ovvero durante la latitanza in Venezuela, poi finisce per dichiarare di non avere un ricordo diretto del colloquio (pag. 226).

Successivamente (pag. 231) rispondendo al controesame della difesa Zorzi che gli segnala come Digilio avesse escluso (int. 20.1.97 P.M. Brescia) di averne parlato con loro in quei termini, Battiston finisce per sostenere che è Digilio che mente (pur avendo un evidente interesse opposto).

L’errore in cui cade Battiston è lo stesso in cui cade la Corte e cioè escludere che le frasi di Raho abbiano una fonte diversa da Digilio (ad esempio lo stesso Maggi con il quale Raho aveva all’epoca molti rapporti).

Solo così, del resto, si spiega il riferimento a Brescia che Digilio non ha mai fatto e si giustificano le incertezze di Battiston non solo sull’epoca della conoscenza dell’episodio ma anche sulla evidente illogicità di non aver collegato la valigetta alla strage!.

E se è vero che nella descrizione di questo fatto i due non dicono che Soffiati aveva ricevuto la valigetta da Zorzi (come invece afferma Digilio), questa omissione non è in grado, ad un attento esame, di far perdere carattere individualizzante al riscontro.

L’intercettazione ambientale deve essere letta, infatti, unitariamente, vale a dire in tutte le parti del discorso che intercorre fra Raho e Battiston e ciò consente di rilevare come, da un lato, dalla prima parte della conversazione emerga chiaramente la preoccupazione di Zorzi rispetto ad una accusa generica di Digilio, ma dall’altro, quando l’accusa si concretizza, essa corrisponde nelle modalità descrittive del fatto proprio all’episodio della valigetta, di cui Digilio non aveva ancora parlato nel corso dei suoi interrogatori.

L’individualizzazione della accusa verso Zorzi deriva dalla preoccupazione di Zorzi stesso, precedentemente affermata, il quale, se non avesse fornito l’esplosivo, non avrebbe avuto alcuna ragione di temere che Digilio potesse attribuirgli questa condotta e quindi non avrebbe dovuto rientrare nel novero dei “soggetti preoccupati”. E, invece, in questa intercettazione ambientale, oltre a Maggi, i soggetti preoccupati non sono solo Raho e Battiston (perché sanno di avere frequentato con una certa assiduità lo Scalinetto) ma anche Delfo Zorzi.

Ciò non bastasse negli atti si trova un’altra intercettazione che indirettamente conferma la provenienza dell’esplosivo dal gruppo Zorzi.

Ci si riferisce al passaggio alle pagine 50-51 dell’intercettazione ambientale Siciliano-Fisanotti del 16 maggio 2002 che, per comodità di consultazione, viene qui integralmente riprodotto:

Martino: un altro è il Digilio che lo ricoverano … con grado di Capitano in ospedale …

Beppe: Dov’è? … (ride) … Dove cazzo è?

Martino: il coso è qui … vicino al lago di Garda.

Beppe: Ma sarà in qualche ricovero, dai …

Martino: In ospedale.

Beppe: E’ moribondo, cazzo … su …!

Martino: Ma quale “moribondo” ….’

Beppe: Non ha fatto un ictus?

Martino: Si … va beh ….

Beppe: insomma, la malattia …

Martino: (…) …

Beppe: …. La malattia dei camerati è l’ictus …. (riso lieve) ….

Martino: (…) …

Beppe: La malattia (…) camera …

Martino: Lui si ricorda tutto. Con l’ictus si ricorda ….

Beppe: Si ricorda veramente?

Martino: Mi hanno … mi hanno usato a me questo … (…).

La mia questione lì è stata tenuta in piedi solo per quello. Tu lo sai benissimo che io non … (…)…

Beppe: Beh, certo.

Martino: (…) là. Adesso continua (?) a metterlo in culo e … teniamo duro. C’è anche Delfino là.

Posto che non risulta che Siciliano abbia mai conosciuto il capitano Delfino, tali affermazioni dimostrano, innanzitutto, che non era solo Raho ad utilizzare il soprannome di “Delfino” per indicare Zorzi e, sotto tale profilo, costituiscono riscontro sia alla intercettazione ambientale Raho – Battiston sia alle dichiarazioni rese al dibattimento dallo stesso Battiston.

Ma vi è di più. Il passaggio sopra citato dimostra che nel 2002, nel corso di una conversazione nella quale Siciliano era all’oscuro di essere intercettato (mentre Fisanotti era stato mandato dagli inquirenti ad incontrarlo proprio per “provocare” le sue dichiarazioni) lo stesso Siciliano, che aveva ricevuto denaro da Zorzi per non accusarlo (e ciò è riconosciuto nella sentenza impugnata), afferma confidenzialmente che lui, come “pentito”, viene “tenuto in piedi” dagli organi inquirenti per riscontrare le dichiarazioni di Digilio, anche se (precisa il collaboratore) egli non era là in quel periodo (cioè non era più politicamente attivo nella zona di Mestre nel 1974), mentre “Delfino”, cioè Zorzi, si che c’era!

Ebbene, anche alla luce di questi ulteriori elementi, risulta ormai inutile domandarsi il perché Zorzi abbia deciso di “pagare” la ritrattazione di Siciliano.

Una cosa è certa: la risposta che fornisce la Corte di primo grado è a dir poco “imbarazzante”.

Così rilette, le affermazioni di Raho appaiono in tutta la loro rilevanza e si configurano come vere.