Paolo Stroppiana – dichiarazioni 28.12.1984

Ho conosciuto Fioravanti Cristiano al carcere di Ivrea e l’ ho poi incontrato nuovamente nel carcere di Paliano.Ho avuto un atteggiamento conflittuale nei suoi confronti poiche’ davo ragione a Sordi Walter che veniva accusato da Cristiano di aver accusato tutti senza risparmiare nessuno.

Cristiano diceva che egli aveva voluto salvare degli amici e che non poteva accusare fino in fondo il fratello Valerio per ragioni di carattere familiare – faceva riferimento ai rapporti con i suoi genitori. Portava ad esempio della efficacia dei suoi tentativi di salvare degli amici, il caso di Bragaglia Giuseppe, assolto per insufficienza di prove nonostante l’ accusa di Sordi Walter, poiche’ egli nel processo non aveva confermato le accuse di Sordi. Lo stesso comportamento Cristiano lo ebbe nella occasione delle rivelazioni degli autori dell’ omicidio Mangiameli. Noi avevamo svolto una inchiesta ed avevamo accertato che Mangiameli, come noi esponenti di “TP” , era stato ammazzato per esclusiva iniziativa di Valerio, poiche’ era venuto al corrente di rapporti “strani” con Signorelli e con gli ambienti a lui facenti capo. In quel periodo vi era una polemica feroce tra “TP” , che si poneva come movimento innovativo spontaneista e di vecchi ambienti facenti capo al Signorelli che noi identificavamo in “Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Lotta di Popolo e Costruiamo l’Azione”. Signorelli non tollerava che un movimento come “TP” si assumesse un ruolo autonomo (…).

Sordi Walter mi disse che in ambienti dei “Nar” aveva raccolto piu’ voci che indicavano Fioravanti Valerio come coinvolto nello omicidio Pecorelli. Nulla so dell’ omicidio Semerari.
Nulla so del rinvenimento della valigia contenente esplosivo sul treno Taranto – Milano il 13.01.81.

Ho gia’ verbalizzato a piu’ giudici di Bologna, l’episodio riferitomi da Cogolli e Zani a proposito dell’ invito rivolto da Fachini a Cogolli di lasciare Bologna, pochi giorni prima della strage per non restare coinvolti negli arresti che sarebbero certamente derivati da cio’ che stava per avvenire.

Commento’ , a questo proposito, la figura di Fachini dicendomi che si trattava di una persona “tipo Signorelli” ed a lui collegata, coinvolta in giri equivoci con la vecchia destra filo – stragista che aveva contatti con i servizi segreti.

Si trattava cioe’ quel tipo di destra contro la quale noi eravamo schierati con decisione.

Letto confermato e sottoscritto.­

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Fascicolo su D’Amato presente nell’archivio di Gelli sequestrato in Uruguay

Top secret
Le notizie riservate raccolte sul dott. D’Amato riguardano tre settori:
1) Collaborazione, che risale ad oltre venti anni, con gli ambienti Pro Deo Vaticano – OSS – CIA, vedi copia pro memoria (A);
2) Collaborazione P.C.I.;
3) Archivio riservato personale e rete personale, al di fuori di ogni apparato ufficiale.

Rapporto P.C.I.
I rapporti diretti continui sono tenuti esclusivamente con l’on. Giancarlo Pajetta, che è stato anche il tramite di collegamento con i Servizi dell’Est. Il P.C.I. ha ottenuto grossi favori – alcuni fascicoli “riservati” furono forniti ed altri fatti scomparire. E’ indicativamente rilevante coma mai, in tutte le occasioni in cui l’Ufficio Affari Riservati e la persona del dott. D’Amato sono stati soggetti di rilievo sia in sede politica, amministrativa e parlamentare, la stampa di sinistra non abbia dato risalto, né abbia proposto inchieste giornalistiche. Più di una volta l’on. Pajetta, Anderlini (P.S.), Amendola hanno riconfermato il loro divisamento: “D’Amato non si tocca”. Con la stampa i rapporti sono stati sempre molto cordiali; il D’Amato si è servito di vari fidati giornalisti ed Agenzie di stampa largamente finanziate tramite fondi del Ministero dell’Interno (AIFE, Senise, Op, Pecorelli, ecc).
La posizione economica di D’Amato, in Svizzera e presso la Banca Morin di Parigi (versamenti americani), è rilevantissima. Il D’Amato ha eseguito anche una serie di operazioni valutarie per autorevolissime personalità politiche, tra cui due Ministri.

Archivio riservato e personale
Oltre alle reti ufficiali ed ufficiose, il D’Amato ha avuto l’accortezza di approntare un “ufficio riservato personale”, che ha affidato ad alcuni suoi intimissimi e fedelissimi collaboratori, che non fanno parte dell’amministrazione, tra cui il sig. Danese. La copertura è perfetta e la massa dei documenti, molti dei quali microfilmati, è di una importanza esclusiva. Non per nulla egli suole, fra i suoi intimi, definire tale ufficio “la mia polveriera”. In queste ultime settimane molto materiale è stato portato in questa sicura “base operativa”.

Allegato A
L’organizzazione schematica dei servizi informativi facenti capo a P.Morlion, capo rete OSS, è stata la seguente. Inizialmente i servizi USA-OSS erano coperti dalla organizzazione CIP Centri Informazioni Pro-Deo. Collaboravano con Morlion la signora Brady Anna, Obolensky, Smider, Gleser. L’ufficio iniziale fu fatto a via Napoli e poi a via Nomentana, presso l’abitazione della Brady. Successivamente, nel 1955, l’organizzazione Morlion OSS Pro Deo venne integrata da due elementi: Mons. Giovanni Dunne, Mon. Bruning e dal nipote del primo, Dr. Massara. Puntualizzarono la loro attività verso i Paesi dell’Est europeo, con fondi e trasmissione di notizie anche alla Gran Bretagna. Nello stesso anno si gettarono le basi di una collaborazione tuttora in atto con l’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, Dr. D’Amato – Dr. Di Girolamo che con Mons. Ferrero e il Dr. Croce curavano il settore Pro Deo, rivolto inizialmente a quella fase a servizi informativi politici e di interesse economico e militare. Gli uffici di questi servizi erano posti in via del Tritone 122, poi a viale Pola 12; la direzione ed il vaglio del materiale informativo era fatto sempre di concerto tra Mons. Ferrero e il Dr. D’Amato. La copertura data dei servizi con la sigla DOC era aggiornata costantemente con i collaterali servizi francesi (CIP Francia), belgi (CIP Belgique), USA (Cip New York). Allorquando scoppiò lo scandalo degli agenti Smider e Obolensky, fu proprio il Dr.D’Amato che si interessò più di ogni altro per fare espatriare Obolensky in Francia e Smider a Rio Grande del Sud.
Nel 1954-55 si è svolta presso il Tribunale di Roma una causa per sottrazione di “documenti e relazioni segrete della Pro Deo”. Il procedimento penale fu promosso dalla Pro Deo a carico di tali Perotti e Airoldi, conclusasi con la condanna di quest’ultima.
Di tale causa esiste un documentato “dossier” presso la D.G. PS Ufficio A.R.
Dopo un intervento del cardinale Dell’Acqua, Mons. Ferrero, sempre in collaborazione con il Dr. D’Amato e P. Morlion, redige un rapporto quotidiano in solo dodici esemplari, che viene trasmesso ad altissime personalità ed ai dirigenti dei servizi collegati. (…) Si acclude un elenco di spese mensili relativo alla rete di Roma del 1964; nonché un elenco dei cosiddetti collaboratori esterni. Il nominativo di D’Amato è riportato con il nome di battesimo, Umberto, che è il suo secondo nome.

Il dossier Mi.Fo.Biali

Preliminarmente occorre precisare che con il termine Mi.Fo.Biali si intende un dossier formato dal SID negli anni 1974/75 su Mario Foligni fondatore del Nuovo Partito Popolare con cui questi voleva contrastare la Democrazia Cristiana, che, secondo quello che egli riteneva, era degenerata perdendo i suoi originari valori. L’indagine su Mario Foligni era stata ampliata alla Guardia di Finanza durante la quale erano state fatte anche intercettazioni telefoniche ed ambientali illegali, perché non autorizzate dalla magistratura, anche se erano state utilizzate strutture esistenti presso organi pubblici. L’autorizzazione a indagare su Mario Foligni e sul Nuovo Partito Popolare era stata data dal ministro della difesa che, all’epoca, era Giulio Andreotti. Tale circostanza è affermata da Gianadelio Maletti ed appare credibile, malgrado la smentita di Giulio Andreotti e l’astio che può avere spinto Maletti a fare dichiarazioni contrarie all’imputato, perché Gianadelio Maletti riferisce di avere appreso la circostanza dal capo del servizio segreto ammiraglio Casardi e ha annotato l’ordine di continuare a indagare su Mario Foligni e sul Nuovo partito Italiano e di riferire direttamente o all’ammiraglio Casardi o a Giulio Andreotti; la circostanza peraltro è stata pubblicamente ammessa dal governo della repubblica italiana che rispondendo al senato e alla camera dei deputati, ha dato notizia della conoscenza del dossier da parte del ministro e della sua autorizzazione all’indagine.

Il dossier era pervenuto nella mani di Carmine Pecorelli –ad ulteriore prova della bontà delle fonti di prova di cui egli disponeva- il quale ne aveva pubblicato ampi stralci sottolineando che da tale dossier emergeva non solo l’attività politica di Mario Foligni e del Nuovo Partito Popolare, ma, soprattutto, episodi di corruzione ed esportazione illegale di valuta degli alti gradi della Guardia di Finanza (in particolare del comandante generale dell’arma generale Raffaele Giudice, di sua moglie e del suo segretario particolare Giuseppe Trisolini, del vice comandante generale dell’arma Donato Lo Prete) e un traffico di petrolio con la Libia a cui erano interessati non solo Mario Foligni, ma anche il fratello del premier dello stato di Malta Don Mintoff, petrolieri italiani, alti prelati ed ancora il comandante della guardia di finanza generale Raffaele Giudice.

Si trattava, quindi, di un grosso scandalo anche alla luce di quello che stava emergendo in sede giudiziaria, in quel periodo, in ordine al contrabbando di petrolio. Per tale fatto la corte non ravvisa alcun interesse di Claudio Vitalone, ma solo quello di Giulio Andreotti nella sua qualità di ministro della difesa che aveva autorizzato lo spionaggio politico utilizzando mezzi illegali, nonché gli appartenenti alla Guardia di Finanza che dalla pubblicazione degli articoli vedevano compromessa la loro posizione.
E’ stato prospettato da alcuni difensori che il movente dell’omicidio sia da individuare proprio nel possesso del dossier Mi.fo.biali, derivando tale affermazione dalle dichiarazioni, che, seppure a contestazione, sono state fatte da Franca Mangiavacca la quale ha dichiarato, allorquando ha consegnato il dossier alla magistratura, che solo il possesso del dossier le aveva salvato la vita in quegli anni.

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Ritiene la corte, al contrario, che tale affermazione non sia conferente perché dal raffronto tra il dossier e quello che era stato pubblicato su OP si raggiunge la convinzione che oramai non vi era altro di scottante da rivelare in ordine alla corruzione dei vertici della Guardia di Finanza e al traffico di petrolio con la Libia. Peraltro non si comprende come il dossier in parola possa avere salvato la vita a Franca Mangiavacca, circostanza questa che presume la segretezza della notizia in suo possesso con il timore della sua divulgazione, se fin dalle prime indagini il dossier era stato sequestrato nell’abitazione di Carmine Pecorelli ed era a disposizione della magistratura. Evidentemente si tratta di una conclusione errata della testimone.

Sentenza omicidio Pecorelli primo grado