“A Trieste il punto di incontro fra gli ustascia e i fascisti” – L’Unità 21.08.1972

“Noi non colpiremo i figli onesti del popolo croato, ma non avremo pietà, liquidandoli ad uno ad uno, per gli scherani di Tito, i serbocomunisti traditori. Crediamo in Dio e nel futuro della Croazia. Morte alla Jugoslavia ». Ecco un esempio di prosa delirante, tratta dal volantino lanciato giorni orsono nel centro di Trieste da alcune automobili. Vi è qui un’aperta minaccia contro la vita dei cittadini croati fedeli al socialismo, vi è un incitamento a combattere un Paese vicino.

Questi sono gli « ustascia», i fascisti croati, membri del movimento creato nell’anteguerra dal “poglavnik” (duce) Ante Pavelic con l’aiuto finanziario e materiale del fascismo Italiano. Fu in Italia che si addestrarono gli ufficiali dell’esercito che gli ustascia avrebbero crealo nell’estate del 1941, dopo che la Jugoslavia monarchica venne divisa fra gli eserciti italiano, tedesco, ungherese e bulgaro. Sulle rovine delle città bombardate dai tedeschi sorse lo “Stato croato” degli ustascia (in croato: insorti). A Jasenovac, nelle paludi ad ovest di Zagabria, furono costruite le baracche di un campo di concentramento e di sterminio. I boia erano gli stessi ustascia, aizzati dai loro capi contro la popolazione serbo-ortodossa e naturalmente, contro il possente movimento di resistenza antifascista. Qui, tra le paludi di Jasenovac, ancor oggi, a distanza di 27 anni dalla vittoria e dalla Liberazione, opera una commissione il cui compito è di accertare il numero e l’identità delle vittime della ferocia nazifascista. Ottocentomila sono, secondo alcuni dati, i corpi orrendamente deturpati, finora estratti dalle paludi e dalle fosse comuni. Questa banda di criminali e di collaborazionisti trovò, nell’immediato dopoguerra, scampo in Italia e in Germania.

Il movimento ustascia si ricostituì all’estero, nell’emigrazione, specie in Germania, Svezia, Austria, Canada, Australia e USA, con il compiacente aiuto dei servizi segreti occidentali, e della CIA in modo particolare. Erano gli anni della guerra fredda. La Repubblica federale tedesca rifiutava di pagare alla Jugolavia socialista le riparazioni di guerra e conduceva, nei suoi confronti, una politica di aperta ostilità. Non a caso, dunque, nuovo “capo” degli ustascia diventa il dott. Branko Jelic, medico dentista, ex agente della Gestapo tra le due guerre e dell’Intelligence Service negli anni della guerra fredda, morto due mesi fa a Berlino Ovest. Chi era Jelic? Un capo fascista, senz’ombra di dubbio. Organizzatore di orrendi misfatti, in cui perirono molte persone, in gran parte cittadini jugoslavi. Ma anche uomo dalle alte amicizie, specie nella DC tedesca. Egli era, infatti, un protetto dell’ex ministro dello Difesa tedesco e capo dell’ala bavarese della CDU-CSU, Franz Josef Strauss.

Una serie di attentati, assassinii e altre azioni terroristiche segnarono, un anno fa una svolta nella politica di questo movimento. Vennero elaborati piani di sovversione interna ed esterna. Il proposito dichiarato degli ustascia era di lacerare lo Stato jugoslavo, un proposito che faceva comodo anche a determinati ambienti oltranzisti della NATO.

Intanto in Svezia un gruppo di ustascia assassinava l’ambasciatore iugoslavo Rolovic. Aveva inizio l’attuazione di un piano criminale che sarebbe culminato con l’invio di un commando di 19 terroristi nell’interno della Jugoslavia, un mese fa. La Svezia, la RFT, l’Austria sono i Paesi europei che danno agli ustascia un’ospitalità aperta e incondizionata, considerandoli semplicemente una “associazione di nazionalisti”.

Uno dei centri di addestramento si trova in Baviera, e notizie attendibili dicono che sia stato frequentato anche da fascisti italiani di « Avanguardia nazionale » ed «Europa civiltà». Ma il centro principale di addestramento militare, la vera e propria scuola di guerriglia e antiguerriglia si trova a Melbourne, in Australia. Qui, in un bosco vicino ad una piantagione, la CIA addestra all’uso delle armi più moderne i terroristi da inviare in Europa. Circa la dotazione di armi e munizioni ai gruppi di terroristi, può bastare la sintetica documentazione pubblicata in Jugoslavia dopo la completa liquidazione del commando braccato in Bosnia e in Croazia dalla milizia popolare e dalla popolazione infuriata. Fucili mitragliatori, plastico, matite incendiarie, pugnali in quantità, una radio ricetrasmittente ad altissima precisione e con un raggio d’azione di 1200 chilometri.

Con chi comunicava il commando terrorista liquidato in Bosnia? Da dove riceveva ordini? Dalla Grecia? Dall’Italia? Da Trieste? I precedenti sono illuminanti. Partì da Trieste l’assassino del re Alessandro di Jugoslavia a Marsiglia, mezzo secolo fa. Gli indizi di una stretta collaborazione tra fascisti triestini e ustascia vennero denunciati qualche mese fa, quando si diffuse la voce di un incontro « al vertice » tra ustascia e fascisti italiani, avvenuto appunto a Trieste nel febbraio scorso. Ma se ne era avuto sentore già prima, nell’estate del 1968 due terroristi croati furono dilaniati da un’esplosione in via Boccaccio a Trieste. Un innesco sbagliato. Stavano preparando un attentato contro il consolato jugoslavo sito nelle vicinanze.

Un anno fa un violento incendio devastò l’abitazione del console jugoslavo Drago Zvab. La figlia Vlasta, sola in casa, ricorda un’esplosione, un bagliore e le fiamme dell’incendio levarsi nella stanza. Le cause dell’incendio non sono mai state appurate. E’ comunque assai strano l’atteggiamento delle autorità di polizia nella città giuliana. Quando esplose l’automobile in via Boccaccio venne fermato un gruppo di fascisti croati, provenienti dalla Francia. Tra loro c’era un certo Damjanovic, conosciuto dall’Interpol e dalle polizie di mezz’Europa come uno dei capi dell’ala paramilitare e terroristica del movimento. Invece di fermarlo e interrogarlo per accertare le sue responsabilità, la polizia lo fece espatriare con foglio di via. Circa i volantini di qualche giorno fa, la polizia dice di non saperne niente. La notizia l’hanno appresa dal nostro giornale… Trieste significa molto per i terroristi ustascia. L’aveva detto lo stesso Jelic, durante una riunione in Australia, riferita da uno dei periodici del movimento: essi hanno bisogno di una « base » ai confini della Jugoslavia. E’ interessante, in questo quadro, riferire una delle ipotesi riguardanti il rinvenimento dell’arsenale di armi ed esplosivi in una grotta carsica vicino ad Aurisina. Le armi, è ormai chiaro, appartenevano al gruppo di Freda e Ventura e furono rivelate da una “soffiata” del procuratore legale triestino, loro amico, Gabriele Forziati.

Ma c’è un punto oscuro nella vicenda, e riguarda l’ubicazione della grotta in cui fu rinvenuto l’esplosivo. La « soffiata » di Forziati avvenne in gennaio, forse agli inizi di febbraio. Furono fatte delle perlustrazioni nella zona indicata, ma senza esito. Agli ultimi di febbraio, invece, dei bambini rinvennero l’arsenale in una buca profonda qualche metro, e certamente inadatta allo scopo di custodire armi, per di più distante appena un centinaio di metri dalla caserma dei carabinieri di Aurisina, e altrettanti dalla stazione ferroviaria e dal bivio attraverso il quale passano i treni che da tutti i Paesi dell’Europa occidentale si dirigono in Jugoslavia e nei Balcani. E’ il periodo dell’incontro tra fascisti triestini e ustascia. Qualche giorno dopo, su un treno in corsa tra le stazioni di Zidani Most e Zagabria, esplode un ordigno. La stessa tecnica degli attentati dell’agosto 1969.

Questi elementi fanno presumere che i fascisti abbiano deciso di “passare” l’arsenale di esplosivi ad alto potenziale agli ustascia. Essendo stato « denunciato », l’arsenale era ormai inservibile. Prima o poi sarebbe stato scoperto. Non a caso i carabinieri parlavano, in quei giorni, di « perlustrazioni a scacchiera » sul Carso di Aurisina. A qualcuno la terra bruciava sotto i piedi e, forse i “camerati” croati avrebbero potuto trarlo d’impaccio. Poi, per una strana coincidenza, l’arsenale viene scoperto, e Forziati, il fascista legato a Freda che aveva “cantato” sparisce nel nulla, poco prima di venir interrogato dal giudice Stiz.

Ora gli ustascia si sono rifatti vivi a Trieste con un disgustoso “proclama” che tenta malamente di mascherare la cocente delusione per il completo fallimento della missione del commando inviato in Bosnia allo sbaraglio. Il livore dei volantini promette vendette feroci, minaccia i comunisti croati, annuncia future azioni terroristiche. Tutto ciò a Trieste, dove sembra si stia tentando ora di creare un «centro di smistamento e reclutamento», tra profughi e sbandati. Si dice che le fila della trama passino attraverso alcuni grandi magazzini frequentati da clienti jugoslavi; alcuni approcci furono tentati, qualche tempo fa, da un prete croato che cercò di avere l’appoggio della comunità serbo-ortodossa di Trieste. La situazione — a causa della colpevole inerzia delle autorità — è tutt’altro che tranquilla. L’attività dei fascisti, di tutte le nazionalità, turba i rapporti cordiali e amichevoli tra popoli e Paesi vicini. Che cosa fa, invece, il governo? E il ministero degli Interni? L’attività delle bande fasciste i documentata è nota. Ne ha parlalo, diffusamente anche un settimanale triestino legalo alla segreteria della DC. Bisogna stroncare ogni velleità eversiva di questi centri dl terrorismo, sia nazionale che a dimensioni europee.

Agnelli, la massoneria, i golpisti bianchi e neri

edgardo-sogno(…) Roberto Fabiani, giornalista de L’Espresso (massone di Giustizia e Libertà, confidente di Licio Gelli e dell’ingegner Siniscalchi, massone avversario della P2) esperto di servizi segreti e massoneria, ha scritto in un libro, I massoni in Italia del 1978 che Gianni Agnelli, assieme ad altri industriali, faceva parte della massoneria, nella quale fu introdotto da Valletta, e della P2 prima che venisse sciolta nel 1974.

Al di là di confermare o meno questi dati, quel che è certo (lo ha dichiarato lo stesso Agnelli ai giudici) è che la Fiat ha finanziato abbondantemente la massoneria di Lino Salvini che, non dimentichiamolo, fu messo sotto inchiesta per il golpe Borghese, per l’assassinio del giudice Occorsio e per l’Italicus. Sappiamo anche che attraverso Edgardo Sogno, iscritto alla P2, i finanziamenti finirono anche alla loggia di Gelli.

Dall’inchiesta del giudice Catalani emerse che la Fiat nel periodo fra il 1971 e il 1976, tramite la Banca popolare di Novara, emise circa 3.000 assegni per un valore di allora di circa 15 miliardi, una cifra enorme, tale da giustificare ben altri obiettivi che non il semplice finanziamento alla massoneria. Tramite un prestanome, a riscuotere gli assegni presso la Cassa di risparmio di Firenze era un industriale farmaceutico, Piero Cerchiai, gran tesoriere aggiunto della massoneria di palazzo Giustiniani (Grande Oriente). La conferma dell’emissione degli assegni venne anche dalle deposizioni di Luciano Macchia, condirettore dell’IFI della famiglia Agnelli e di Maria Cantamessa, cassiera generale della Fiat e inquisita per il tentativo di golpe attribuito a Edgardo Sogno e Luigi Cavallo.

L’inchiesta del giudice Catalani mise in evidenza che finanziamenti finirono anche ad Edgardo Sogno, che nel 1976 venne inquisito per insurrezione contro i poteri dello stato e successivamente rimesso in libertà provvisoria. Altri finanziamenti giunsero a Sogno dalla Fiat (400 milioni del 1974) per mezzo del consigliere particolare di Giovanni Agnelli, l’attuale deputato europeo della Dc Vittorino Chiusano,che dal 1966 svolge la funzione di collegamento della Fiat con la Dc. La Fiat aveva anche altri canali di collegamento con l’area del golpismo bianco e della destra Dc.

Nel 1972 venne alla luce il caso di Ubaldo Scassellati, direttore della fondazione Agnelli, che aveva dato al piano “cinque per cinque” legato al movimento della destra Dc “Europa 70” cospicui finanziamenti in vista di un piano presidenzialista simile a quello di Pacciardi e Sogno. Scoperto, Ubaldo Scassellati venne scaricato dalla Fiat che lo sostituì con Vittorino Chiusano per il medesimo scopo. Compagno di cordata dell’allora segretario della fondazione Agnelli era il democristiano Bartolo Ciccardini, esperto Nato, fautore della seconda repubblica, militarista folle; ha più volte chiesto che anche l’Italia si doti di una forza nucleare autonoma.

Finanziamenti della Fiat finirono quasi sicuramente anche alla Cisal, un sindacato autonomo attorno al quale lavoravano elementi legati al Fronte di Borghese (il dentista torinese Salvatore Francia) ed il solito Edgardo Sogno. Quest’ultimo, ambasciatore leader della destra liberale, massone P2 (assieme al repubblicano Pacciardi anch’egli massone) ha rappresentato negli anni della strategia della tensione una sorta di crocevia attraverso il quale si incontravano le varie facce del golpismo e del presidenzialismo. Ex partigiano bianco, il Sogno era legato ai servizi segreti alleati (anglo-Usa) e successivamente alla Nato e alla Cia: in quanto ambasciatore, poteva godere dell’immunità diplomatica per le sue trame. Sogno teneva contatti con tutte le aree del golpismo bianco (Mar di Fumagalli, Rosa dei venti, Europa 70) e nero (Fronte di Borghese, Ordine nuovo, eccetera) ed agiva in proprio, in stretto rapporto con l’esercito e i carabinieri.

Ma soprattutto Sogno era uomo della Fiat e non si limitava ad agire nell’ombra, emarginato tra bombaroli ed agenti dei servizi. Nel 1973, come documenta Gianni Flamini, Edgardo Sogno organizzò a Firenze sotto l’egida del suo “Comitato di resistenza democratica” nei locali della “Nazione” del golpista Attilio Monti un convegno sulla “rifondazione dello stato”. Al convegno non intervennero nostalgici golpisti suonati, ma personaggi con cariche pubbliche importanti, come il giudice costituzionale Vezio Crisafulli il quale aprì i lavori affermando “il tema delle modificazioni costituzionali pone i seguenti problemi: repubblica presidenziale, abolizione dell’assurdo, ingombrante bicameralismo, delimitazioni delle competenze parlamentari, con conferimento di poteri normativi propri al governo, unificazione della figura del presidente del consiglio con quella del segretario del partito di maggioranza”.

Tra gli altri intervennero sul medesimo tono Aldo Sandrelli, Domenico Fisichella, il componente del consiglio superiore della magistratura Gianni Di Benedetto, Valerio Zanone, Antonio Patuelli. Intervenne anche il consigliere speciale di Fanfani Antonio Lombardo, ex appartenente a Ordine nuovo il quale pose il problema: costituzione antifascista o anticomunista.

Al convegno di Sogno parteciparono anche i democristiani del movimento Europa 70 Pietro Giubilo, Celso De Stefanis, Maurizio Gilardi i quali affermarono: “il periodo di centrosinistra ha prodotto più disastri nel nostro paese di una guerra e ha generato germi di dissoluzione, forze ed energie altamente incontrollabili. C’è la consapevolezza molto più diffusa di quanto non si possa pensare che la prima repubblica è finita”. Nel concludere i lavori Edgardo Sogno, soddisfatto della generale accoglienza avuta dalla sua proposta di seconda repubblica presidenziale, mandò un messaggio a Giovanni Leone perché intervenisse anticipando i tempi, aggiungendo nella sua qualità di ambasciatore che ciò era auspicato anche negli Usa.

Il 22 agosto 1974 il PM di Torino Violante ordinò una perquisizione nella casa di Sogno (che ebbe tempo di sparire) ritenendo che “Edgardo Sogno agisce per la costituzione di una organizzazione intesa a riunire tutti i gruppi di estrema destra, tra i quali Ordine nuovo in epoca successiva al suo scioglimento”. Nello stesso periodo, con un comunicato di stampa congiunto, il Mar di Fumagalli, le Sam, Avanguardia nazionale, Potere nero dichiararono guerra allo stato.

Il 28 luglio 1974 durante il congresso del Pli, Sogno denunciò il pericolo di un golpe marxista e propose di attuare un colpo di stato liberale per prevenire i tempi. Poco dopo, il 4 agosto 1974, avvenne la strage dell’Italicus.

Che molti aderenti al partito del golpe fossero al corrente di quel che bolliva è confermato dal fatto che il gran maestro della massoneria Lino Salvini invitò gli amici a non andare in ferie perché per l’estate era previsto un tentativo di golpe. Il giorno successivo alla strage dell’Italicus, Edgardo Sogno inviò un fonogramma per sondare i carabinieri ed invitarli ad intervenire. Il giudice Violante fece perquisire anche la sede del sindacato autonomo Cisal e aprì un’inchiesta sui finanziamenti della Fiat all’agente dei servizi segreti inglesi Edward Sciclune, amico di Sogno e direttore della filiale Fiat di Malta, il quale nel 1982 darà ospitalità al generale Lo Prete in fuga dall’Italia per lo scandalo petroli.

Nell’ottobre 1974 il golpe Sogno è nell’aria, il partito americano si è messo in moto. Il presidente Giovanni Leone è tornato da poco dagli Usa, il ministro delle finanze Tanassi con un durissimo attacco ha provocato la caduta del governo Rumor ed afferma trionfante che il centrosinistra è morto! Anche la stampa estera si rende conto di quanto avviene in Italia, tra gli altri Le Monde scrive: “il modo con cui si è aperta la nuova crisi ministeriale italiana ravviverà i sospetti di chi imputa agli Usa interventi e pressioni occulte nella vita politica dei loro alleati”.

In quei giorni Edgardo Sogno si incontrò a Roma con l’ammiraglio Birindelli ex comandante Nato, ex presidente del Msi, per concordare l’intervento di militari in occasione di un nuovo attentato che si stava preparando. Accadde però che il genovese Pietro Benvenuto, uomo di fiducia del dirigente della Rosa dei venti De Marchi, mentre stava preparando la bomba ebbe un incidente “sul lavoro” col detonatore e, ferito, fu costretto a fuggire all’estero. Successivamente il giudice Vitalone scagionerà Edgardo Sogno e Pacciardi perché i sospetti iniziali sul tentativo di golpe mai sono assurti a dignità di prova. Nell’aprile 1975 Giovanni Agnelli incontrò il presidente della repubblica Leone, al quale chiese di intervenire contro gli scioperi e per ripristinare la governabilità del paese.

Nel medesimo periodo, dopo una fase semiclandestina, Sogno tornò allo scoperto e rilanciò la propria azione a favore della seconda repubblica, sulla quale scrisse un libro. Nel maggio 1976 il giudice Violante fece arrestare Edgardo Sogno e Luigi Cavallo per il tentativo di golpe bianco del 1974 con la seguente motivazione: “nella strategia del disegno eversivo il pronunciamento militare appare essere soltanto l’innesco di una complessa operazione, che aveva alle spalle importanti settori industriali e della quale sarebbero state protagoniste ristrette élites tecnocratiche della burocrazia statale”.

Stretto collaboratore di Sogno, anch’egli sui libri paga della Fiat e del Sid, era Luigi Cavallo, pubblicista torinese, ex giornalista dell’Unità espulso come agente della Cia. Fondatore di riviste e movimenti finanziati dalla Cia come “Pace e libertà” con Sogno, “Fronte del lavoro”, “L’ordine nuovo” e “Tribuna operaia”, già nel 1955 era consigliere politico e sindacale di Valletta. Cavallo in quegli anni era impegnato in campagne antisindacali, e diffondeva fotomontaggi con esponenti della sinistra e donne nude. Cavallo fu anche fondatore del sindacato “Iniziativa sindacale” finanziato dagli Agnelli ed organizzatore, insieme al principe nero Borghese, di squadre di picchiatori antipicchetti operai. A seguito di una perquisizione nella sua abitazione furono trovate molte relazioni indirizzate all’ingegner Valletta sulle azioni delle squadre di Cavallo, assieme a centinaia di matrici di assegni emessi dalla Fiat.

Il pretore di Torino Guariniello, scopritore della schedatura Fiat, intuì che Cavallo era un golpista ed in attesa di poterlo processare per reati ben più gravi decise di bloccarlo incriminandolo per stampa clandestina ed attività illegale di investigatore. Processato il 26 luglio 1975, Cavallo venne condannato a un anno e 6 mesi di arresto. Nel 1976 la pena venne ridotta e, inviato alla Cassazione a Roma, l’incartamento Cavallo venne insabbiato, la pena condonata. Cavallo rimase libero per poter continuare a tramare, successivamente fondò l’agenzia “A” attraverso la quale, in combutta con Sindona, ricattò Calvi per costringerlo a sostenere il bancarottiere siciliano fallito. Cavallo fu ingaggiato da Sindona nel ’77 anche per organizzare il rapimento del figlio del presidente di Mediobanca Enrico Cuccia con il medesimo fine.

Recentemente Cavallo è stato arrestato in Francia (giugno 1984), ma a quanto pare il governo italiano non si sta dando molto da fare per ottenere l’estradizione. Su Edgardo Sogno è praticamente calato il silenzio, tutte le inchieste della magistratura sono state insabbiate o si sono concluse col segreto di stato o nel nulla.

La Fiat può continuare a fare i propri interessi, nel nome della libertà di mercato naturalmente.

Gianni Cipriani: http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/agnelli.html

Fascicolo su D’Amato presente nell’archivio di Gelli sequestrato in Uruguay

Top secret
Le notizie riservate raccolte sul dott. D’Amato riguardano tre settori:
1) Collaborazione, che risale ad oltre venti anni, con gli ambienti Pro Deo Vaticano – OSS – CIA, vedi copia pro memoria (A);
2) Collaborazione P.C.I.;
3) Archivio riservato personale e rete personale, al di fuori di ogni apparato ufficiale.

Rapporto P.C.I.
I rapporti diretti continui sono tenuti esclusivamente con l’on. Giancarlo Pajetta, che è stato anche il tramite di collegamento con i Servizi dell’Est. Il P.C.I. ha ottenuto grossi favori – alcuni fascicoli “riservati” furono forniti ed altri fatti scomparire. E’ indicativamente rilevante coma mai, in tutte le occasioni in cui l’Ufficio Affari Riservati e la persona del dott. D’Amato sono stati soggetti di rilievo sia in sede politica, amministrativa e parlamentare, la stampa di sinistra non abbia dato risalto, né abbia proposto inchieste giornalistiche. Più di una volta l’on. Pajetta, Anderlini (P.S.), Amendola hanno riconfermato il loro divisamento: “D’Amato non si tocca”. Con la stampa i rapporti sono stati sempre molto cordiali; il D’Amato si è servito di vari fidati giornalisti ed Agenzie di stampa largamente finanziate tramite fondi del Ministero dell’Interno (AIFE, Senise, Op, Pecorelli, ecc).
La posizione economica di D’Amato, in Svizzera e presso la Banca Morin di Parigi (versamenti americani), è rilevantissima. Il D’Amato ha eseguito anche una serie di operazioni valutarie per autorevolissime personalità politiche, tra cui due Ministri.

Archivio riservato e personale
Oltre alle reti ufficiali ed ufficiose, il D’Amato ha avuto l’accortezza di approntare un “ufficio riservato personale”, che ha affidato ad alcuni suoi intimissimi e fedelissimi collaboratori, che non fanno parte dell’amministrazione, tra cui il sig. Danese. La copertura è perfetta e la massa dei documenti, molti dei quali microfilmati, è di una importanza esclusiva. Non per nulla egli suole, fra i suoi intimi, definire tale ufficio “la mia polveriera”. In queste ultime settimane molto materiale è stato portato in questa sicura “base operativa”.

Allegato A
L’organizzazione schematica dei servizi informativi facenti capo a P.Morlion, capo rete OSS, è stata la seguente. Inizialmente i servizi USA-OSS erano coperti dalla organizzazione CIP Centri Informazioni Pro-Deo. Collaboravano con Morlion la signora Brady Anna, Obolensky, Smider, Gleser. L’ufficio iniziale fu fatto a via Napoli e poi a via Nomentana, presso l’abitazione della Brady. Successivamente, nel 1955, l’organizzazione Morlion OSS Pro Deo venne integrata da due elementi: Mons. Giovanni Dunne, Mon. Bruning e dal nipote del primo, Dr. Massara. Puntualizzarono la loro attività verso i Paesi dell’Est europeo, con fondi e trasmissione di notizie anche alla Gran Bretagna. Nello stesso anno si gettarono le basi di una collaborazione tuttora in atto con l’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, Dr. D’Amato – Dr. Di Girolamo che con Mons. Ferrero e il Dr. Croce curavano il settore Pro Deo, rivolto inizialmente a quella fase a servizi informativi politici e di interesse economico e militare. Gli uffici di questi servizi erano posti in via del Tritone 122, poi a viale Pola 12; la direzione ed il vaglio del materiale informativo era fatto sempre di concerto tra Mons. Ferrero e il Dr. D’Amato. La copertura data dei servizi con la sigla DOC era aggiornata costantemente con i collaterali servizi francesi (CIP Francia), belgi (CIP Belgique), USA (Cip New York). Allorquando scoppiò lo scandalo degli agenti Smider e Obolensky, fu proprio il Dr.D’Amato che si interessò più di ogni altro per fare espatriare Obolensky in Francia e Smider a Rio Grande del Sud.
Nel 1954-55 si è svolta presso il Tribunale di Roma una causa per sottrazione di “documenti e relazioni segrete della Pro Deo”. Il procedimento penale fu promosso dalla Pro Deo a carico di tali Perotti e Airoldi, conclusasi con la condanna di quest’ultima.
Di tale causa esiste un documentato “dossier” presso la D.G. PS Ufficio A.R.
Dopo un intervento del cardinale Dell’Acqua, Mons. Ferrero, sempre in collaborazione con il Dr. D’Amato e P. Morlion, redige un rapporto quotidiano in solo dodici esemplari, che viene trasmesso ad altissime personalità ed ai dirigenti dei servizi collegati. (…) Si acclude un elenco di spese mensili relativo alla rete di Roma del 1964; nonché un elenco dei cosiddetti collaboratori esterni. Il nominativo di D’Amato è riportato con il nome di battesimo, Umberto, che è il suo secondo nome.