Il significato del crimine – sentenza appello strage di Bologna 16.05.1994

Al fine di verificare la fondatezza della tesi accusatoria -secondo cui Fioravanti e Mambro avrebbero messo a tacere un testimone della loro responsabilità per la strage- ci si deve porre una domanda: quali notizie avrebbe potuto propalare “Ciccio” circa la strage tanto da ingenerare in Fioravanti e Mambro il timore per quelle divulgazioni?

Per rispondere a questa domanda è necessario stabilire, preliminarmente, di che ordine fosse stato il coinvolgimento di “Ciccio” nella strage. Al riguardo vanno formulate due ipotesi, nel novero delle quali -va osservato- si esaurisce l’ambito delle possibili, concrete evenienze. La prima, è che il Mangiameli fosse semplicemente venuto a conoscenza di quanto si stava per commettere.

Qui basterà ricordare che Fioravanti, Mambro e Mangiameli vissero nella stessa casa per due settimane nella seconda metà di luglio e si separarono solo tre giorni prima della strage (il 30).
Sarebbe stato del tutto naturale che Mangiameli fosse stato messo a parte del progetto o che avesse colto segni inequivocabili dei preparativi. La seconda, è che “Ciccio” avesse avuto un ruolo attivo nell’approntamento di taluni strumenti necessari per la esecuzione del crimine, provvedendo al reclutamento dei gregari di cui avevano bisogno i due imputati. Per fare ciò egli si sarebbe avvalso della sua posizione di leader di Terza Posizione ed avrebbe attinto tra i simpatizzanti o gli stessi aderenti al movimento. Di simili iniziative del Mangiameli esiste una traccia precisa nelle dichiarazioni di Raffella Furiozzi: “Diego Macciò mi disse che dell’omicidio Mangiameli esistevano varie spiegazioni. Egli mi riferiva che secondo alcuni Mangiameli era stato ucciso per ragioni di denaro, ma secondo altri era stato ucciso perché era il contatto tra Valerio Fioravanti e i ragazzi di Terza Posizione che materialmente collocarono l’ordigno in stazione” (8 apr.86, PM Bologna).

Questa Corte, poi, ha ricostruito i legami -sui quali ci si soffermerà nell’apposito capitolo- che esistettero tra Sergio Picciafuoco e il movimento di T.P. in generale, mentre sono già stati esaminati dalla sentenza di primo grado gli elementi che riconducono lo stesso Picciafuoco ad Alberto Volo, l’amico di Mangiameli.

La ulteriore, ma non meno importante considerazione da fare in margine alla vicenda Spiazzi discende dalla constatazione che l’uccisione di Mangiameli seguì con immediatezza alla pubblicazione dell’intervista. Si può, infatti notare che, passati pochissimi giorni dalla pubblicazione del servizio dell’Espresso, nelle stesse ore in cui Mangiameli si affannava a trovare le contromisure (la lettera anonima di Volo è del 30 agosto) che lo mettessero al riparo dalle possibili contestazioni dell’autorità giudiziaria, Valerio F. era già alla ricerca dei mezzi (auto di Soderini) per colpire la sua vittima. Le conclusioni sono obbligate.

Mangiameli era nelle condizioni di conoscere fatti e circostanze estremamente importanti in relazione alla strage. La vicenda Spiazzi aveva rivelato che egli era un inaffidabile depositario di quelle conoscenze.
Gli imputati, conseguentemente, avevano fondati motivi di preoccuparsene e di volere la eliminazione del pericolo.

Il volantino sull’85a vittima
Del resto, il convincimento che l’omicidio Mangiameli fosse direttamente connesso con la strage di Bologna non è soltanto il risultato di una argomentazione logica compiuta in sede giudiziaria a distanza di tempo dagli eventi. Invero, il volantino diffuso dai militanti palermitani di Terza Posizione tre giorni dopo il ritrovamento del cadavere sta chiaramente a dimostrare che gli amici di Mangiameli giunsero subito alla medesima conclusione. Si legge, infatti, nel volantino: “L’ignobile strage di Bologna, che tanto da vicino ricorda … quelle di piazza Fontana, di Brescia, di Peteano, del treno Italicus, ha forse fatto la sua 85a vittima?” (*)

Ma non basta, perchè gli amici di Mangiameli ebbero subito chiaro anche il ruolo decisivo che in quel delitto aveva giocato l’intervista di Spiazzi. Si legge, infatti, nello stesso volantino: “Poi, qualche giorno prima del blitz, Amos Spiazzi -uomo dei servizi segreti, ex imputato in quel processo della Rosa dei Venti dietro cui aleggiava l’ombra di Andreotti- in una puerile e provocatoria intervista al settimanale L’Espresso allude a un certo ‘Ciccio’ coinvolto, a suo dire, in faccende relative ai NAR. E’ forse l’ultimo avviso, lanciato in ‘chiave’, come sempre. Adesso, quasi per caso, affiora a Tor dei Cenci la prova del macabro e orrendo finale.”

Ancora -ed è il rilievo più importante da cogliere nel volantino- emerge con tutta evidenza che, individuando nei fatti connessi alla strage la causa dell’omicidio, i militanti palermitani di T.P. compirono una inequivocabile identificazione degli autori dell’omicidio con gli autori della strage. E a questo proposito, vanno tenute ben presenti due cose. La prima è che la moglie di “Ciccio” era perfettamente consapevole, per averlo saputo già il 12 settembre da Roberto Fiore, uno dei capi di T.P., che gli assassini del marito erano Fioravanti e i suoi amici (interr. 17 sett. 80 al PM di Roma).

La seconda è che il volantino – e, dunque, le valutazioni in esso contenute- scaturivano dall’ambiente di T.P. più vicino a Mangiameli; vale a dire dall’ambiente palermitano di cui “Ciccio” era il leader e che, necessariamente, a lui faceva riferimento e da lui riceveva non solo le direttive, ma anche le informazioni e le confidenze che in un gruppo di sodali politici inevitabilmente ci si scambia.
Gli autori del volantino, quindi, basandosi su elementi di prima mano provenienti dallo stesso Mangiameli, nonché dall’ambiente, sia politico che familiare, a lui più vicino, giunsero, nella immediatezza dei fatti, a formulare giudizi (a- sulla stretta dipendenza dell’omicidio dalla strage, b-sul ruolo determinante dell’intervista Spiazzi, c- sulla riconducibilità agli autori della strage anche della eliminazione del Mangiameli) che rappresentano un avallo di straordinario valore per le conclusioni -sopra enunciate- cui è pervenuta questo giudice di rinvio in piena sintonia con la Corte d’Assise di primo grado.

Il proposito di uccidere anche la moglie e la figlia
Da ultimo, ci si deve soffermare sulla circostanza che, secondo quanto ha rivelato Cristiano Fioravanti (interr. 26 mar.86 cit.), il fratello riteneva ugualmente necessario procedere alla soppressione anche della moglie e della figlia del Mangiameli. E poiché si è visto che la ragione data da Valerio a Cristiano (omicidio Mattarella) è insostenibile, si deve arguire che durante le due settimane trascorse da Fioravanti e Mambro a Tre Fontane moglie e figlia siano state, quanto meno, presenti a colloqui o a incontri da cui era facile risalire alla imminente strage. Solo così può spiegarsi una determinazione omicida (si pensi alla intenzione di sopprimere la bambina) che, riguardata sotto qualsiasi altro profilo, appare del tutto inspiegabile e gratuita.

Purtroppo, la Amico e il Volo, comprensibilmente terrorizzati dal pericolo di cadere essi stessi sotto i colpi degli assassini di “Ciccio”, hanno evitato accuratamente di offrire il benché minimo elemento capace di aiutare gli inquirenti a comprendere con la dovuta completezza le motivazioni degli intendimenti omicidi del Fioravanti. Ne dà conto la Corte d’Assise di Roma che ha così commentato il loro comportamento (sent. cit., p.101) : “Gli interrogatori di Alberto Volo e di Rosaria Amico -valutati criticamente- lasciano trasparire la preoccupazione dei medesimi di non dire tutto quanto è a loro conoscenza in ordine al crimine e al terreno che lo maturò, e di velare il falso con il vero, alterandone i contorni, per impedire la completa ricostruzione del fatto e del suo retroscena”.

Analogie con il caso di Ciavardini
L’assoluta coerenza logica delle conclusioni formulate sub 13), confermate dai riscontri sbalorditivi che emergono dal volantino diffuso dai militanti palermitani di Terza Posizione, suffragano la sussistenza di un movente dell’omicidio Mangiameli che si pone in direzione perfettamente convergente con gli altri indizi finora illustrati.
In particolare, è opportuno segnalare che il proposito di eliminare Mangiameli ha avuto caratteri sorprendentemente sovrapponibili a quello di uccidere Ciavardini.
Invero, in entrambi i casi il piano di eliminazione è maturato:
– malgrado fosse stato preceduto da un lungo periodo di collaborazione con Fioravanti e Mambro in imprese delicate ed altamente qualificanti sul terreno terroristico-eversivo;
– subito dopo il 2 agosto;
– quando uno specifico evento (la telefonata alla fidanzata, in un caso; le confidenze a Spiazzi, nell’altro) ha rivelato a Valerio Fioravanti e a Francesca Mambro la inaffidabilità di un testimone delle loro gesta.

La vicenda Spiazzi – sentenza appello strage di Bologna 16.05.1994

E’, dunque, compito del giudice del presente processo quello di ricercare le vere ragioni dell’omicidio Mangiameli.
L’esame della vicenda Spiazzi introduce all’approfondimento e alla comprensione del movente che la sentenza rescissa ha contrapposto a quello dell’omicidio Mattarella. Occorre premettere che nei giorni a cavallo tra la fine di agosto ed i primi di settembre il disegno di sopprimere Mangiameli era già entrato nella fase esecutiva, come risulta dalla circostanza –riferita da Stefano Soderini e citata a p.111 della sentenza 16 luglio 86 della Corte d’Assise di Roma- che “Una settimana prima dell’assassinio di Mangiameli Vale comunicò a Soderini che bisognava eliminare Ciccio e che forse lui avrebbe dovuto partecipare all’operazione e mettere a disposizione la propria autovettura”.

L’uccisione di Mangiameli fu, dunque, decisa prima della fine di agosto. Va, nel contempo, osservato che Valerio Fioravanti e la Mambro avevano trascorso due settimane, dalla metà alla fine di luglio, insieme al Mangiameli, alla di lui moglie e alla figlia, nella loro casa al mare di Tre Fontane e che attorno al 15 di agosto il Ciavardini era stato mandato a Palermo presso il medesimo Mangiameli per esservi tenuto nascosto -quando è certo che Ciavardini si era da vari mesi emancipato dalle rigide gerarchie di Terza Posizione per confluire nei NAR e partecipare alle imprese terroristiche del Fioravanti con compiti di primissimo piano-.

Se ne deve concludere che sino alla fine di luglio e ancora alla metà di agosto non solo non era stata presa la decisione di uccidere “Ciccio”, ma neppure era possibile cogliere che fossero maturate le condizioni perchè quella decisione venisse presa, dal momento che i rapporti tra Fioravanti e Mangiameli continuavano ad essere di collaborazione, di intesa e persino di convivenza. Non resta, allora, che collocare nella seconda metà di agosto l’insorgere della causa che portò Fioravanti alla risoluzione omicida.

Per quello che qui interessa della vicenda Spiazzi, è sufficiente ricordare che nel mese di luglio del 1980 il colonnello Amos Spiazzi, incaricato da un dipendente del Centro SISDE di Bolzano, si era recato a Roma e vi aveva condotto una inchiesta sui gruppi terroristici di estrema destra; le sue informazioni -che, fra l’altro, riguardavano anche le iniziative assunte da tale “Ciccio”- erano state trasfuse in un “appunto” riservato datato 28 luglio che il Centro di Bolzano aveva inviato al direttore del SISDE a Roma.

Nel mese di agosto il settimanale “L’Espresso”, a corredo dei servizi sulla strage di Bologna, aveva pubblicato una intervista al col. Spiazzi in cui questi, passando in rassegna le formazioni terroristiche di estrema destra attive sul territorio nazionale ed indicando il ruolo egemone che si apprestava a ricoprire Terza Posizione, aveva menzionato il “Ciccio” come personaggio intento a “mettere d’accordo” i “quattro gruppi” in cui a Roma si erano “divisi” i NAR “in gran disaccordo tra loro”.

L’intervista era pubblicata sul numero dell’Espresso datato 24 agosto e già in edicola il 18. Questa intervista dimostrava inequivocabilmente che “Ciccio” era pericolosamente disponibile a parlare di cose concernenti il terrorismo di cui era a conoscenza. Oggi, poi, si sa che l’intervista pubblicata dall’Espresso rifletteva conoscenze acquisite dallo Spiazzi nel luglio, ma chi la leggeva sull’Espresso del 24 agosto nell’ambito dei servizi sulla strage del 2 agosto poteva ricavarne una cosa sola, e cioè che Spiazzi avesse riferito di contatti avuti con “Ciccio” in conseguenza della strage e, quindi, necessariamente dopo la strage medesima.

Il comportamento di “Ciccio” si presentava, quindi, come doppiamente pericoloso. E’ certo, ancora, che il Mangiameli si riconobbe subito nel “Ciccio” dell’intervista. Rosaria Amico, la moglie, ha dichiarato al G.I. di Bologna il 21.12.83: “Ricordo con sicurezza che mio marito si identificò nel ‘Ciccio’ di cui all’intervista sull’Espresso dell’agosto 80 di Amos Spiazzi … Mio marito, … dopo la lettura dell’intervista aveva detto: ‘Questi mi vogliono incastrare’ …”. Francesco Mangiameli era tanto consapevole del pericolo a cui lo aveva esposto l’intervista dello Spiazzi che, non appena letto quel numero dell’Espresso si era affrettato a sloggiare Ciavardini, per l’evidente timore che potesse essere trovato un terrorista di quel calibro nei locali procurati da lui. A conferma di quella consapevolezza, inoltre, va ricordato che di lì a pochi giorni sarebbe stata spedita (il timbro postale reca la data del 30 agosto) una lettera anonima alla Squadra politica della Questura di Palermo che si accerterà scritta da Alberto Volo, amico strettissimo e sodale politico del Mangiameli; lettera che conteneva un testuale riferimento (“… non sopporto i travestiti”) al titolo dell’intervista a Spiazzi (“neri, rossi e travestiti”) ed una esplicita incolpazione per la strage di Bologna di alcuni esponenti di Terza Posizione di Palermo tra i quali Mangiameli e Volo; lettera che è stata interpretata -con ineccepibile logica- come l’espressione della volontà degli stessi Mangiameli e Volo di provocare l’accertamento della loro presenza a Palermo in quei giorni e della conseguente loro estraneità alla strage.

D’altra parte, che Mangiameli avesse percepito correttamente l’intenzione di Spiazzi di “incastrarlo” è stato confermato da un documento sequestrato presso l’abitazione dello stesso colonnello. In tale documento (che s’inizia con le parole “Il dottor Prati” e in cui il militare parla di sé in terza persona) espressamente lo Spiazzi afferma che si servì dell’intervista all’Espresso per far convergere le indagini proprio sul “Ciccio”, dopo avere visto che le informazioni che aveva fatto pervenire al SISDE con la sua relazione del 22 luglio erano state, secondo il suo assunto, volutamente equivocate ed indirizzate, così, su Chicco Furlotti.

Il col. Spiazzi, dal canto suo, era conosciuto per i suoi trascorsi come aderente al movimento golpista “Rosa dei venti”; ancora, per essere un personaggio bene introdotto negli ambienti della destra e, nello stesso tempo, vicino ai Servizi di informazione. Egli era, dunque, un soggetto cui si poteva fare tranquillamente credito di avere effettivamente raccolto di prima mano quelle informazioni. Fatte queste premesse, occorre por mente alla circostanza che le implicazioni dell’intervista e, specificamente, la pericolosità delle “chiacchiere” di Mangiameli sarebbero state inevitabilmente avvertite anche da altri, in particolare da chi aveva avuto diretti coinvolgimenti nella strage.

Il Golpe Borghese – Relazione Commissione Stragi 1995 – prima parte

Può ritenersi ormai certo che nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 si attivò in Roma un tentativo di vero e proprio colpo di Stato, che tuttavia durò soltanto poche ore e fu subito interrotto ben prima che si raggiungesse uno stato insurrezionale. In merito può ormai ritenersi sufficientemente accertato che:

a) Un gran numero di uomini era stato raccolto e organizzato da Junio Valerio Borghese sotto la sigla Fronte Nazionale in stretto collegamento con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

b) Sin dal 1969 il Fronte Nazionale aveva costituito gruppi clandestini armati e aveva stretto relazioni con settori delle Forze Armate.

c) Borghese stesso, con la collaborazione di altri dirigenti del Fronte Nazionale e di numerosi alti Ufficiali delle Forze Armate e funzionari di diversi Ministeri, aveva predisposto un piano, che prevedeva l’intervento di gruppi armati su diversi obiettivi di alta importanza strategica; sin dal 4 luglio 1970 era stata costituita una “Giunta nazionale”. Avrebbero dovuto essere occupati il Ministero degli Interni, il Ministero della Difesa, la sede della televisione e gli impianti telefonici e di radiocomunicazione; gli oppositori (e cioè gli esponenti politici dei diversi partiti rappresentanti in Parlamento), avrebbero dovuto essere arrestati e deportati. Il Principe Borghese avrebbe quindi letto in televisione un proclama, cui sarebbe seguito l’intervento delle Forze Armate a definitivo sostegno dell’insurrezione.

d) Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 il piano comincia ad essere attuato, con la concentrazione a Roma di alcune centinaia di congiurati e con iniziative analoghe in diverse città:

1) Militanti di Avanguardia Nazionale, comandati da Stefano Delle Chiaie e con la complicità di funzionari, entrano nel Ministero degli Interni e si impossessano di armi e munizioni che vengono distribuite ai congiurati.

2) Un secondo gruppo di militanti si riunisce in una palestra, in via Eleniana, ove attende la distribuzione delle armi, che dovrà avvenire a seguito dell’ordine di Sandro Saccucci (un tenete dei paracadutisti stretto collaboratore di Borghese) e a opera del Generale Ricci tra le persone radunate, in parte già in armi, vi sono anche ufficiali dei Carabinieri.

3) Lo stesso Saccucci (che avrebbe dovuto assumere il comando del SID) dirige personalmente un altro gruppo di congiurati, con il compito di arrestare uomini politici.

4) Il Generale Casero e il Colonnello Lo Vecchio (i quali garantiscono di avere l’appoggio del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Fanali) dovrebbero invece occupare il Ministero della Difesa.

5) Il Maggiore Berti, già condannato per apologia di collaborazionismo e ciò nonostante giunto ad alti gradi del Corpo forestale dello Stato, conduce una colonna di allievi della Guardia forestale, proveniente da Città Ducale presso Rieti, che attraversa Roma e va ad attestarsi non lontano dagli studi RAI-TV di via Teulada.

6) Il Colonnello Spiazzi (di cui si è già chiarito il ruolo nei Nuclei per la difesa dello Stato) muove con il suo reparto verso i sobborghi di Milano, con l’obiettivo di occupare Sesto San Giovanni, in esecuzione di un piano di mobilitazione reso operativo da una parola d’ordine.

7) L’insurrezione, già in fase di avanzata esecuzione, fu improvvisamente interrotta. Fu Borghese in persona a impartire il contrordine; ne sono tuttora ignote le ragioni, giacché Borghese rifiutò di spiegarle persino ai suoi più fidati collaboratori.

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Sono questi fatti noti, di cui acquisizioni anche recenti hanno consentito una più ampia ricostruzione e una più approfondita lettura. E tuttavia gli stessi, anche per come percepiti nella immediatezza degli accadimenti, appaiono alla Commissione tali da non giustificarne la valutazione minimizzante che hanno avuto in sede giudiziaria (sentenza Corte d’Assise di Roma 14 novembre 1978 e Corte di Assise di Appello del 14 novembre 1984 che condussero al noto esito globalmente assolutorio) ed anche da gran parte dell’opinione pubblica, apparsa spesso orientata da aspetti velleitari dell’operazione e dallo scarso spessore di molti dei suoi protagonisti, a definire l’episodio come un “golpe da operetta”.
Per ciò che concerne la valutazione giudiziaria, scarsamente condivisibili appaiono alla Commissione innanzitutto le motivazioni con cui già in sede istruttoria furono prosciolti molti di coloro che si erano radunati, agli ordini del Fronte Nazionale; il proscioglimento fu infatti così motivato: “molte persone aderirono al Fronte Nazionale perché illuse e confuse da ingannevole pubblicità… Nei loro confronti non sono state avanzate istanze punitive nella presunzione che l’iscrizione, il gesto isolato e sporadico, il sostegno ‘esterno’, la convergenza spirituale di per sé rilevano, piuttosto che un permanente legame, un atteggiamento psicologico non incidente sulla ‘condizione’ processuale degli interessati”.
Indipendentemente dalla fondatezza giuridica di tale dichiarata presunzione, va rilevato che tra le posizioni così archiviate ve ne erano alcune riferibili a soggetti che negli anni successivi compariranno in momenti di rilievo dell’eversione di destra, quali Carmine Palladino, Giulio Crescenzi, Stefano Serpieri, Gianfranco Bertoli (autore della strage di via Fatebenefratelli a Milano), Giancarlo Rognoni, Mauro Marzorati, Carlo Fumagalli, Nico Azzi (autore della tentata strage del 7 aprile 1973 di cui si è già detto).

Analogamente alcuni dati di fatto – pur non contestati – furono incomprensibilmente svalutati nella decisione della Corte di Assise di primo grado, che accetto le più ridicole giustificazioni di condotte che apparivano ictu oculi di straordinaria gravità (come quella del Generale Berti nell’avere condotto un’intera colonna di militari armati di tutto punto e muniti di manette, acquistate senza autorizzazione ministeriale appena pochi giorni prima, fino a poche centinaia di metri dalla sede della radiotelevisione). Esito di tale complessiva lettura minimizzate può ritenersi la finale ricostruzione della vicenda, cui approda la Corte di Assise di Appello romana nella già ricordata sentenza, affermando: “che i ‘clamorosi’ eventi della notte in argomento si siano concretati nel conciliabolo di quattro o cinque sessantenni nello studio di commercialista dell’imputato Mario Rosa, nella adunata semi pubblica di qualche decina di persone nei locali della sede centrale del Fronte Nazionale (adunata cui potettero presenziare anche estranei al movimento, e cioè attivisti dell’M.S.I., incaricati dal loro partito di sorvegliare, senza neppure tanta discrezione, le attività di J. V. Borghese e dei suoi seguaci), nel dislocamento di uno sparuto gruppo di giovinastri in una zona periferica e strategicamente insignificante dell’agglomerato urbano, nel concentramento di un imprecisato numero di individui, alcuni certamente armati ma i più sicuramente non molto determinati, nella zona di Montesacro , in un cantiere impiantato dall’impresa di Remo Orlandini, e, da ultimo, nella riunione di cento o duecento persone, fra uomini e donne, senza armi in una palestra gestita dall’associazione paracadutisti nella via Eleniana di Roma”.

Così come analogamente minimizzate appare la valutazione che nella medesima sede viene operata del Fronte Nazionale e del suo organizzatore:
“La formazione creata e capeggiata da J. V. Borghese, con l’apporto determinante soprattutto di elementi legati, se non politicamente ed ideologicamente, almeno sentimentalmente al fascismo, ed al fascismo più deteriore, quello repubblichino, accolse nel suo seno esaltati, se non mentecatti, di ogni risma pronti a conclamare in ogni occasione la propria viscerale avversione al sistema della democrazia liberale, avversione condivisa dal loro capo, nonché ad alimentare deliranti segni di rivalsa e speranze e propositi illusori di rovesciare il regime creato dalle forze andate al potere dopo la disfatta del fascismo: conseguentemente è indubbio e risulta documentato in atti, che all’organizzazione del Fronte Nazionale appartennero individui che, in assenza di qualsiasi elemento che potesse conferire caratteri di concretezza ai loro discorsi, presero a farneticare di imminenti colpi di Stato, nei quali essi stessi e il movimento cui si erano affiliati avrebbero dovuto avere un ruolo determinante, o almeno significativo, a spingere le proprie sfrenate fantasie, apparse subito comiche alla generalità dei compari, un po’ meno sprovveduti di loro, sino al punto di vagheggiare spartizioni di cariche per sé e per i propri amici e conoscenti nell’amministrazione centrale e periferica dello Stato, a predisporre proclami da rivolgere al popolo dopo la auspicata instaurazione del fantasticato “ordine nuovo”, ad immaginare come imminenti sovvertimenti istituzionali….”.
Sorprendente appare alla Commissione che a valutazioni siffatte si sia potuto giungere nel 1984, cioè al termine del terribile quindicennio che ha insanguinato la Repubblica; e cioè dopo che una serie di eventi, con la tragicità della loro evidenza, avevano dimostrato la estrema pericolosità dei fenomeni, in cui la vicenda della notte dell’Immacolata veniva ad inserirsi, preannunciando in qualche modo episodi successivi, di cui molti degli aderenti al Fronte Nazionale furono, come già segnalato, i negativi protagonisti. Vuol dirsi cioè che una valutazione giudiziaria così minimizzante dell’episodio avrebbe avuto senso se lo stesso fosse venuto ad inserirsi in un contesto storico sociale assolutamente pacifico; e cioè affatto diverso da quello che caratterizzò il Paese per l’intero decennio degli anni ’70. In quel contesto la vicenda della notte dell’Immacolata non può meritare una così intensa sottovalutazione che stride, fino alla inverosimiglianza, con la stessa personalità del suo protagonista, (il Comandante Borghese), quale già all’epoca nota e quale meglio è venuta a precisarsi a seguito di più recenti acquisizioni: un coraggioso uomo d’armi, avvezzo a responsabilità di elevato comando, esperto di guerra e di guerriglia, conoscitore degli aspetti e dei profili occulti del potere, sia in ambito nazionale che internazionale. Appare francamente inverosimile che personalità siffatta si sia posta alla testa di un gruppo di “mentecatti” o di “giovinastri” quali alla autorità giudiziaria sono apparsi gli affiliati al Fronte Nazionale, per assumere i rischi di pesanti responsabilità senza alcun tornaconto personale ovvero senza alcuna concreta possibilità di successo.

Borghese junio

Peraltro è estremamente probabile che anche gli esiti giudiziari della vicenda sarebbero stati diversi se intense e molteplici non fossero state le condotte di occultamento della verità anche da parte degli apparati. Le varie fasi del tentativo insurrezionale furono infatti costellate da contatti tra uomini del Fronte Nazionale e pubblici funzionari, in cui è difficile distinguere le condotte partecipative di questi ultimi da quelle di mero favoreggiamento successivo. Con nota del 13 agosto 1971, infatti, il SID comunicò all’autorità giudiziaria che le notizie in possesso del Servizio “portavano all’esclusione di collusioni, connivenze o partecipazioni di ambienti o persone militari in attività di servizio”. Sin dal 1974 emerse, invece, che il SID aveva occultato rilevanti elementi di prova sugli avvenimenti della notte dell’Immacolata. Erano infatti state raccolte, nell’immediatezza dei fatti (e per alcuni versi persino prima che essi accadessero), informazioni assai particolareggiate sulla organizzazione del colpo di Stato e sulla identificazione di coloro che – a diverso titolo – vi avevano avuto parte. Tra queste informazioni ve ne erano di provenienza non meramente confidenziale, come le registrazioni dei colloqui avvenuti tra il Capitano del SID Antonio Labruna e uno dei congiurati, Remo Orlandini, nonché registrazioni di conversazioni telefoniche raccolte sin dal giorno successivo al fallimento dell’iniziativa. Nel settembre 1974 il Ministro della Difesa, Giulio Andreotti, impose al SID (e per esso al nuovo direttore Casardi e a quello del Reparto D, Gian Adelio Maletti) di comunicare all’autorità giudiziaria le informazioni in possesso del servizio.

Furono quindi inviate tre distinte memorie, che riguardavano rispettivamente il Golpe Borghese, la “Rosa dei Venti” e ulteriori fatti di cospirazione dell’estate 1974, a seguito delle quali fu infine esibito il materiale (che all’epoca si ritenne integrale) raccolto dl Reparto D. Già da questo materiale risultò evidente che il Servizio aveva seguito sin dalla nascita il Fronte Nazionale; risultano accuratamente descritti i contatti con i dirigenti di Ordine Nuovo (tra cui Pino Rauti) e di Avanguardia Nazionale (tra cui Stefano Delle Chiaie, definito “un tecnico della agitazione di massa e della cospirazione”); l’addestramento all’uso delle armi individuali; la preparazioni del colpo di Stato; la disponibilità di armi e i collegamenti con settori delle Forze Armate (ivi compreso il ricorso alle caserme per l’approvvigionamento delle armi e munizioni in caso di necessità). Nessuna contromisura risultò però essere stata predisposta e il disvelamento della condotta del Servizio al suo interno portò all’allontanamento del suo Direttore generale Miceli e al rafforzamento di Casardi e Maletti.
Fu però soltanto a seguito dell’assassinio del giornalista Mino Pecorelli (avvenuto in Roma il 21 marzo 1979) che si accertò come solo una parte delle informazioni fosse stata effettivamente posta a disposizione degli inquirenti: quelle concernenti il coinvolgimento di alti ufficiali delle Forze Armate e dello stesso Servizio di informazione erano state in realtà in larga parte soppresse. Nel colorito linguaggio del settimanale OP – che appare sempre di più un singolarissimo crocevia, un luogo fitto di intrecci di svariati “fiumi carsici” che attraversarono la vita del Paese – ciò verrà sintetizzato nella espressione “malloppone e mallopponi” a segnalare che da un originario, grande rapporto erano state ricavate più modeste, purgate informative.
I contenuti di OP, decrittati alla luce delle acquisizioni di cui oggi si è in possesso, convincono che tra le responsabilità da occultare vi fu anche con ogni probabilità quella di Lucio Gelli il cui ruolo sarebbe stato quello di consegnare la persona del Presidente della Repubblica in mano al Fronte Nazionale, avvantaggiato in ciò dai rapporti diretti con il Generale Miceli che davano a Gelli libero accesso al Quirinale. Questo è il ruolo che a Gelli sarebbe stato assegnato nel colpo di Stato del 1970 in danno del Presidente Saragat; analogo ruolo Gelli avrebbe dovuto svolgere in danno del Presidente Leone secondo un altro progetto eversivo del ’73-’74, di cui in seguito più ampiamente si dirà.