“Piazza della Loggia un pentito evoca Ludwig” Corriere del Veneto 13.02.12

Marco Toffaloni oggi è un signore di 54 anni e dalle informazioni disponibili vive a Schaffhausen, in Svizzera, dove sarebbe coniugato con una cittadina elvetica, condizione, questa, che in taluni casi consente di ottenere la cittadinanza. Ma nel 1974 era un diciassettenne che faceva la spola tra la sua città, Verona, e l’università di Bologna. Una «testa calda » che solo alcuni anni dopo i carabinieri avrebbero imparato a conoscere bene per i suoi legami con l’estremismo di destra. Ora il suo nome torna alla ribalta, a pochi giorni dall’avvio del processo di secondo grado per la strage di Piazza della Loggia. Imputati gli ordinovisti veneziani Delfo Zorzi (che oggi vive in Giappone) e Carlo Maria Maggi, il neofascista Maurizio Tramonte e l’ex ufficiale dei carabinieri Francesco Delfino, accusati dell’ordigno esploso il 28 maggio di 38 anni fa e già assolti in primo grado. A parlare di Marco Toffaloni sarebbe stato il padovano Giampaolo Stimamiglio, oggi sessantenne, il cui nome compare spesso nelle carte delle inchieste sull’estremismo di destra. Ai carabinieri del Ros, ha raccontato di quel ragazzino veronese che gli confidò di aver avuto un non meglio precisato «ruolo operativo» nella strage di Piazza della Loggia.

Il giovane, stando a questa nuova versione, si sarebbe trovato proprio a Brescia, quel giorno maledetto. Una sorta di «manovale» al soldo dei terroristi, o almeno questo è ciò che ha lasciato intendere Stimamiglio. Quanto basta per riaprire una «pista veronese» nell’indagine che vuole provare come l’esplosione che provocò la morte di otto persone e il ferimento di oltre cento, fu pianificata da ambienti eversivi dell’estrema destra mentre lo Stato preferì guardare altrove. A occuparsi della vicenda sono due magistrati della procura dei minori, Emma Avezzù e Maria Grazia Omboni, visto che all’epoca Toffaloni era minorenne. Stando a quanto riportato ieri dal Corriere di Brescia, un paio di settimane fa i due magistrati si sono recati a Verona e hanno messo sotto torchio per otto ore il generale Amos Spiazzi di Corte Regia, creatore della cosiddetta «Organizzazione di Sicurezza» e chiamato in causa in numerose indagini, ma sempre prosciolto da ogni accusa. «Non posso dire nulla, c’è il segreto istruttorio», dice Spiazzi. Ma stando alle indiscrezioni, pare che sia stato sentito anche su un possibile legame tra Toffaloni e «Ludwig», l’organizzazione neonazista dietro la quale si celavano i serial killer veronesi Wolfgang Abel e Marco Furlan, responsabili di dieci omicidi.

In un rapporto dei carabinieri che risale al 1996 si precisa che «lo Stimamiglio ha riferito che il cosidetto “Gruppo Ludwig” era stato costituito dai nuovi elementi di Ordine Nuovo, e, dello stesso, avevano fatto parte i noti Abel, Furlan, Marchetti, Sterbeni e Toffaloni, che lo Stimamiglio indica con il soprannome di Tomaten ». Abel, che dopo il carcere è tornato a vivere sulle colline veronesi in attesa che gli sia concessa la libertà definitiva, ha sempre negato di essere un assassino. E ora assicura di non conoscere Toffaloni. «Mai sentito nominare. Mi hanno descritto come un neonazista ma la verità è che negli anni Settanta non frequentavo certo gli ambienti dell’estrema destra. Preferivo i locali alternativi, quelli dove giravano gli spinelli… ». Non è la prima volta che nelle carte processuali spunta il nome di Toffaloni. Era finito nell’inchiesta sulle Ronde pirogene antidemocratiche, il fantomatico gruppo che negli anni Novanta ha distrutto oltre 120 utilitarie parcheggiate per le vie di Bologna, compare nelle informative sulla strage di Ustica e su quelle della strage di Bologna. Perfino in un’inchiesta su strani gruppi esoterici che puntavano al recupero delle radici filosofiche del nazismo. Ora Piazza della Loggia. Ma la «pista veronese » va scavata, e i pm stanno sentendo altri testimoni. Non è escluso che Toffaloni possa essere ascoltato per rogatoria, anche se a Verona nessuno sembra sapere che fine abbia fatto. Neppure sua sorella: «Con lui ho interrotto ogni rapporto, non ho neppure il numero di telefono», assicura.

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Il significato del crimine – sentenza appello strage di Bologna 16.05.1994

Al fine di verificare la fondatezza della tesi accusatoria -secondo cui Fioravanti e Mambro avrebbero messo a tacere un testimone della loro responsabilità per la strage- ci si deve porre una domanda: quali notizie avrebbe potuto propalare “Ciccio” circa la strage tanto da ingenerare in Fioravanti e Mambro il timore per quelle divulgazioni?

Per rispondere a questa domanda è necessario stabilire, preliminarmente, di che ordine fosse stato il coinvolgimento di “Ciccio” nella strage. Al riguardo vanno formulate due ipotesi, nel novero delle quali -va osservato- si esaurisce l’ambito delle possibili, concrete evenienze. La prima, è che il Mangiameli fosse semplicemente venuto a conoscenza di quanto si stava per commettere.

Qui basterà ricordare che Fioravanti, Mambro e Mangiameli vissero nella stessa casa per due settimane nella seconda metà di luglio e si separarono solo tre giorni prima della strage (il 30).
Sarebbe stato del tutto naturale che Mangiameli fosse stato messo a parte del progetto o che avesse colto segni inequivocabili dei preparativi. La seconda, è che “Ciccio” avesse avuto un ruolo attivo nell’approntamento di taluni strumenti necessari per la esecuzione del crimine, provvedendo al reclutamento dei gregari di cui avevano bisogno i due imputati. Per fare ciò egli si sarebbe avvalso della sua posizione di leader di Terza Posizione ed avrebbe attinto tra i simpatizzanti o gli stessi aderenti al movimento. Di simili iniziative del Mangiameli esiste una traccia precisa nelle dichiarazioni di Raffella Furiozzi: “Diego Macciò mi disse che dell’omicidio Mangiameli esistevano varie spiegazioni. Egli mi riferiva che secondo alcuni Mangiameli era stato ucciso per ragioni di denaro, ma secondo altri era stato ucciso perché era il contatto tra Valerio Fioravanti e i ragazzi di Terza Posizione che materialmente collocarono l’ordigno in stazione” (8 apr.86, PM Bologna).

Questa Corte, poi, ha ricostruito i legami -sui quali ci si soffermerà nell’apposito capitolo- che esistettero tra Sergio Picciafuoco e il movimento di T.P. in generale, mentre sono già stati esaminati dalla sentenza di primo grado gli elementi che riconducono lo stesso Picciafuoco ad Alberto Volo, l’amico di Mangiameli.

La ulteriore, ma non meno importante considerazione da fare in margine alla vicenda Spiazzi discende dalla constatazione che l’uccisione di Mangiameli seguì con immediatezza alla pubblicazione dell’intervista. Si può, infatti notare che, passati pochissimi giorni dalla pubblicazione del servizio dell’Espresso, nelle stesse ore in cui Mangiameli si affannava a trovare le contromisure (la lettera anonima di Volo è del 30 agosto) che lo mettessero al riparo dalle possibili contestazioni dell’autorità giudiziaria, Valerio F. era già alla ricerca dei mezzi (auto di Soderini) per colpire la sua vittima. Le conclusioni sono obbligate.

Mangiameli era nelle condizioni di conoscere fatti e circostanze estremamente importanti in relazione alla strage. La vicenda Spiazzi aveva rivelato che egli era un inaffidabile depositario di quelle conoscenze.
Gli imputati, conseguentemente, avevano fondati motivi di preoccuparsene e di volere la eliminazione del pericolo.

Il volantino sull’85a vittima
Del resto, il convincimento che l’omicidio Mangiameli fosse direttamente connesso con la strage di Bologna non è soltanto il risultato di una argomentazione logica compiuta in sede giudiziaria a distanza di tempo dagli eventi. Invero, il volantino diffuso dai militanti palermitani di Terza Posizione tre giorni dopo il ritrovamento del cadavere sta chiaramente a dimostrare che gli amici di Mangiameli giunsero subito alla medesima conclusione. Si legge, infatti, nel volantino: “L’ignobile strage di Bologna, che tanto da vicino ricorda … quelle di piazza Fontana, di Brescia, di Peteano, del treno Italicus, ha forse fatto la sua 85a vittima?” (*)

Ma non basta, perchè gli amici di Mangiameli ebbero subito chiaro anche il ruolo decisivo che in quel delitto aveva giocato l’intervista di Spiazzi. Si legge, infatti, nello stesso volantino: “Poi, qualche giorno prima del blitz, Amos Spiazzi -uomo dei servizi segreti, ex imputato in quel processo della Rosa dei Venti dietro cui aleggiava l’ombra di Andreotti- in una puerile e provocatoria intervista al settimanale L’Espresso allude a un certo ‘Ciccio’ coinvolto, a suo dire, in faccende relative ai NAR. E’ forse l’ultimo avviso, lanciato in ‘chiave’, come sempre. Adesso, quasi per caso, affiora a Tor dei Cenci la prova del macabro e orrendo finale.”

Ancora -ed è il rilievo più importante da cogliere nel volantino- emerge con tutta evidenza che, individuando nei fatti connessi alla strage la causa dell’omicidio, i militanti palermitani di T.P. compirono una inequivocabile identificazione degli autori dell’omicidio con gli autori della strage. E a questo proposito, vanno tenute ben presenti due cose. La prima è che la moglie di “Ciccio” era perfettamente consapevole, per averlo saputo già il 12 settembre da Roberto Fiore, uno dei capi di T.P., che gli assassini del marito erano Fioravanti e i suoi amici (interr. 17 sett. 80 al PM di Roma).

La seconda è che il volantino – e, dunque, le valutazioni in esso contenute- scaturivano dall’ambiente di T.P. più vicino a Mangiameli; vale a dire dall’ambiente palermitano di cui “Ciccio” era il leader e che, necessariamente, a lui faceva riferimento e da lui riceveva non solo le direttive, ma anche le informazioni e le confidenze che in un gruppo di sodali politici inevitabilmente ci si scambia.
Gli autori del volantino, quindi, basandosi su elementi di prima mano provenienti dallo stesso Mangiameli, nonché dall’ambiente, sia politico che familiare, a lui più vicino, giunsero, nella immediatezza dei fatti, a formulare giudizi (a- sulla stretta dipendenza dell’omicidio dalla strage, b-sul ruolo determinante dell’intervista Spiazzi, c- sulla riconducibilità agli autori della strage anche della eliminazione del Mangiameli) che rappresentano un avallo di straordinario valore per le conclusioni -sopra enunciate- cui è pervenuta questo giudice di rinvio in piena sintonia con la Corte d’Assise di primo grado.

Il proposito di uccidere anche la moglie e la figlia
Da ultimo, ci si deve soffermare sulla circostanza che, secondo quanto ha rivelato Cristiano Fioravanti (interr. 26 mar.86 cit.), il fratello riteneva ugualmente necessario procedere alla soppressione anche della moglie e della figlia del Mangiameli. E poiché si è visto che la ragione data da Valerio a Cristiano (omicidio Mattarella) è insostenibile, si deve arguire che durante le due settimane trascorse da Fioravanti e Mambro a Tre Fontane moglie e figlia siano state, quanto meno, presenti a colloqui o a incontri da cui era facile risalire alla imminente strage. Solo così può spiegarsi una determinazione omicida (si pensi alla intenzione di sopprimere la bambina) che, riguardata sotto qualsiasi altro profilo, appare del tutto inspiegabile e gratuita.

Purtroppo, la Amico e il Volo, comprensibilmente terrorizzati dal pericolo di cadere essi stessi sotto i colpi degli assassini di “Ciccio”, hanno evitato accuratamente di offrire il benché minimo elemento capace di aiutare gli inquirenti a comprendere con la dovuta completezza le motivazioni degli intendimenti omicidi del Fioravanti. Ne dà conto la Corte d’Assise di Roma che ha così commentato il loro comportamento (sent. cit., p.101) : “Gli interrogatori di Alberto Volo e di Rosaria Amico -valutati criticamente- lasciano trasparire la preoccupazione dei medesimi di non dire tutto quanto è a loro conoscenza in ordine al crimine e al terreno che lo maturò, e di velare il falso con il vero, alterandone i contorni, per impedire la completa ricostruzione del fatto e del suo retroscena”.

Analogie con il caso di Ciavardini
L’assoluta coerenza logica delle conclusioni formulate sub 13), confermate dai riscontri sbalorditivi che emergono dal volantino diffuso dai militanti palermitani di Terza Posizione, suffragano la sussistenza di un movente dell’omicidio Mangiameli che si pone in direzione perfettamente convergente con gli altri indizi finora illustrati.
In particolare, è opportuno segnalare che il proposito di eliminare Mangiameli ha avuto caratteri sorprendentemente sovrapponibili a quello di uccidere Ciavardini.
Invero, in entrambi i casi il piano di eliminazione è maturato:
– malgrado fosse stato preceduto da un lungo periodo di collaborazione con Fioravanti e Mambro in imprese delicate ed altamente qualificanti sul terreno terroristico-eversivo;
– subito dopo il 2 agosto;
– quando uno specifico evento (la telefonata alla fidanzata, in un caso; le confidenze a Spiazzi, nell’altro) ha rivelato a Valerio Fioravanti e a Francesca Mambro la inaffidabilità di un testimone delle loro gesta.

La vicenda Spiazzi – sentenza appello strage di Bologna 16.05.1994

E’, dunque, compito del giudice del presente processo quello di ricercare le vere ragioni dell’omicidio Mangiameli.
L’esame della vicenda Spiazzi introduce all’approfondimento e alla comprensione del movente che la sentenza rescissa ha contrapposto a quello dell’omicidio Mattarella. Occorre premettere che nei giorni a cavallo tra la fine di agosto ed i primi di settembre il disegno di sopprimere Mangiameli era già entrato nella fase esecutiva, come risulta dalla circostanza –riferita da Stefano Soderini e citata a p.111 della sentenza 16 luglio 86 della Corte d’Assise di Roma- che “Una settimana prima dell’assassinio di Mangiameli Vale comunicò a Soderini che bisognava eliminare Ciccio e che forse lui avrebbe dovuto partecipare all’operazione e mettere a disposizione la propria autovettura”.

L’uccisione di Mangiameli fu, dunque, decisa prima della fine di agosto. Va, nel contempo, osservato che Valerio Fioravanti e la Mambro avevano trascorso due settimane, dalla metà alla fine di luglio, insieme al Mangiameli, alla di lui moglie e alla figlia, nella loro casa al mare di Tre Fontane e che attorno al 15 di agosto il Ciavardini era stato mandato a Palermo presso il medesimo Mangiameli per esservi tenuto nascosto -quando è certo che Ciavardini si era da vari mesi emancipato dalle rigide gerarchie di Terza Posizione per confluire nei NAR e partecipare alle imprese terroristiche del Fioravanti con compiti di primissimo piano-.

Se ne deve concludere che sino alla fine di luglio e ancora alla metà di agosto non solo non era stata presa la decisione di uccidere “Ciccio”, ma neppure era possibile cogliere che fossero maturate le condizioni perchè quella decisione venisse presa, dal momento che i rapporti tra Fioravanti e Mangiameli continuavano ad essere di collaborazione, di intesa e persino di convivenza. Non resta, allora, che collocare nella seconda metà di agosto l’insorgere della causa che portò Fioravanti alla risoluzione omicida.

Per quello che qui interessa della vicenda Spiazzi, è sufficiente ricordare che nel mese di luglio del 1980 il colonnello Amos Spiazzi, incaricato da un dipendente del Centro SISDE di Bolzano, si era recato a Roma e vi aveva condotto una inchiesta sui gruppi terroristici di estrema destra; le sue informazioni -che, fra l’altro, riguardavano anche le iniziative assunte da tale “Ciccio”- erano state trasfuse in un “appunto” riservato datato 28 luglio che il Centro di Bolzano aveva inviato al direttore del SISDE a Roma.

Nel mese di agosto il settimanale “L’Espresso”, a corredo dei servizi sulla strage di Bologna, aveva pubblicato una intervista al col. Spiazzi in cui questi, passando in rassegna le formazioni terroristiche di estrema destra attive sul territorio nazionale ed indicando il ruolo egemone che si apprestava a ricoprire Terza Posizione, aveva menzionato il “Ciccio” come personaggio intento a “mettere d’accordo” i “quattro gruppi” in cui a Roma si erano “divisi” i NAR “in gran disaccordo tra loro”.

L’intervista era pubblicata sul numero dell’Espresso datato 24 agosto e già in edicola il 18. Questa intervista dimostrava inequivocabilmente che “Ciccio” era pericolosamente disponibile a parlare di cose concernenti il terrorismo di cui era a conoscenza. Oggi, poi, si sa che l’intervista pubblicata dall’Espresso rifletteva conoscenze acquisite dallo Spiazzi nel luglio, ma chi la leggeva sull’Espresso del 24 agosto nell’ambito dei servizi sulla strage del 2 agosto poteva ricavarne una cosa sola, e cioè che Spiazzi avesse riferito di contatti avuti con “Ciccio” in conseguenza della strage e, quindi, necessariamente dopo la strage medesima.

Il comportamento di “Ciccio” si presentava, quindi, come doppiamente pericoloso. E’ certo, ancora, che il Mangiameli si riconobbe subito nel “Ciccio” dell’intervista. Rosaria Amico, la moglie, ha dichiarato al G.I. di Bologna il 21.12.83: “Ricordo con sicurezza che mio marito si identificò nel ‘Ciccio’ di cui all’intervista sull’Espresso dell’agosto 80 di Amos Spiazzi … Mio marito, … dopo la lettura dell’intervista aveva detto: ‘Questi mi vogliono incastrare’ …”. Francesco Mangiameli era tanto consapevole del pericolo a cui lo aveva esposto l’intervista dello Spiazzi che, non appena letto quel numero dell’Espresso si era affrettato a sloggiare Ciavardini, per l’evidente timore che potesse essere trovato un terrorista di quel calibro nei locali procurati da lui. A conferma di quella consapevolezza, inoltre, va ricordato che di lì a pochi giorni sarebbe stata spedita (il timbro postale reca la data del 30 agosto) una lettera anonima alla Squadra politica della Questura di Palermo che si accerterà scritta da Alberto Volo, amico strettissimo e sodale politico del Mangiameli; lettera che conteneva un testuale riferimento (“… non sopporto i travestiti”) al titolo dell’intervista a Spiazzi (“neri, rossi e travestiti”) ed una esplicita incolpazione per la strage di Bologna di alcuni esponenti di Terza Posizione di Palermo tra i quali Mangiameli e Volo; lettera che è stata interpretata -con ineccepibile logica- come l’espressione della volontà degli stessi Mangiameli e Volo di provocare l’accertamento della loro presenza a Palermo in quei giorni e della conseguente loro estraneità alla strage.

D’altra parte, che Mangiameli avesse percepito correttamente l’intenzione di Spiazzi di “incastrarlo” è stato confermato da un documento sequestrato presso l’abitazione dello stesso colonnello. In tale documento (che s’inizia con le parole “Il dottor Prati” e in cui il militare parla di sé in terza persona) espressamente lo Spiazzi afferma che si servì dell’intervista all’Espresso per far convergere le indagini proprio sul “Ciccio”, dopo avere visto che le informazioni che aveva fatto pervenire al SISDE con la sua relazione del 22 luglio erano state, secondo il suo assunto, volutamente equivocate ed indirizzate, così, su Chicco Furlotti.

Il col. Spiazzi, dal canto suo, era conosciuto per i suoi trascorsi come aderente al movimento golpista “Rosa dei venti”; ancora, per essere un personaggio bene introdotto negli ambienti della destra e, nello stesso tempo, vicino ai Servizi di informazione. Egli era, dunque, un soggetto cui si poteva fare tranquillamente credito di avere effettivamente raccolto di prima mano quelle informazioni. Fatte queste premesse, occorre por mente alla circostanza che le implicazioni dell’intervista e, specificamente, la pericolosità delle “chiacchiere” di Mangiameli sarebbero state inevitabilmente avvertite anche da altri, in particolare da chi aveva avuto diretti coinvolgimenti nella strage.