Agnelli, la massoneria, i golpisti bianchi e neri

edgardo-sogno(…) Roberto Fabiani, giornalista de L’Espresso (massone di Giustizia e Libertà, confidente di Licio Gelli e dell’ingegner Siniscalchi, massone avversario della P2) esperto di servizi segreti e massoneria, ha scritto in un libro, I massoni in Italia del 1978 che Gianni Agnelli, assieme ad altri industriali, faceva parte della massoneria, nella quale fu introdotto da Valletta, e della P2 prima che venisse sciolta nel 1974.

Al di là di confermare o meno questi dati, quel che è certo (lo ha dichiarato lo stesso Agnelli ai giudici) è che la Fiat ha finanziato abbondantemente la massoneria di Lino Salvini che, non dimentichiamolo, fu messo sotto inchiesta per il golpe Borghese, per l’assassinio del giudice Occorsio e per l’Italicus. Sappiamo anche che attraverso Edgardo Sogno, iscritto alla P2, i finanziamenti finirono anche alla loggia di Gelli.

Dall’inchiesta del giudice Catalani emerse che la Fiat nel periodo fra il 1971 e il 1976, tramite la Banca popolare di Novara, emise circa 3.000 assegni per un valore di allora di circa 15 miliardi, una cifra enorme, tale da giustificare ben altri obiettivi che non il semplice finanziamento alla massoneria. Tramite un prestanome, a riscuotere gli assegni presso la Cassa di risparmio di Firenze era un industriale farmaceutico, Piero Cerchiai, gran tesoriere aggiunto della massoneria di palazzo Giustiniani (Grande Oriente). La conferma dell’emissione degli assegni venne anche dalle deposizioni di Luciano Macchia, condirettore dell’IFI della famiglia Agnelli e di Maria Cantamessa, cassiera generale della Fiat e inquisita per il tentativo di golpe attribuito a Edgardo Sogno e Luigi Cavallo.

L’inchiesta del giudice Catalani mise in evidenza che finanziamenti finirono anche ad Edgardo Sogno, che nel 1976 venne inquisito per insurrezione contro i poteri dello stato e successivamente rimesso in libertà provvisoria. Altri finanziamenti giunsero a Sogno dalla Fiat (400 milioni del 1974) per mezzo del consigliere particolare di Giovanni Agnelli, l’attuale deputato europeo della Dc Vittorino Chiusano,che dal 1966 svolge la funzione di collegamento della Fiat con la Dc. La Fiat aveva anche altri canali di collegamento con l’area del golpismo bianco e della destra Dc.

Nel 1972 venne alla luce il caso di Ubaldo Scassellati, direttore della fondazione Agnelli, che aveva dato al piano “cinque per cinque” legato al movimento della destra Dc “Europa 70” cospicui finanziamenti in vista di un piano presidenzialista simile a quello di Pacciardi e Sogno. Scoperto, Ubaldo Scassellati venne scaricato dalla Fiat che lo sostituì con Vittorino Chiusano per il medesimo scopo. Compagno di cordata dell’allora segretario della fondazione Agnelli era il democristiano Bartolo Ciccardini, esperto Nato, fautore della seconda repubblica, militarista folle; ha più volte chiesto che anche l’Italia si doti di una forza nucleare autonoma.

Finanziamenti della Fiat finirono quasi sicuramente anche alla Cisal, un sindacato autonomo attorno al quale lavoravano elementi legati al Fronte di Borghese (il dentista torinese Salvatore Francia) ed il solito Edgardo Sogno. Quest’ultimo, ambasciatore leader della destra liberale, massone P2 (assieme al repubblicano Pacciardi anch’egli massone) ha rappresentato negli anni della strategia della tensione una sorta di crocevia attraverso il quale si incontravano le varie facce del golpismo e del presidenzialismo. Ex partigiano bianco, il Sogno era legato ai servizi segreti alleati (anglo-Usa) e successivamente alla Nato e alla Cia: in quanto ambasciatore, poteva godere dell’immunità diplomatica per le sue trame. Sogno teneva contatti con tutte le aree del golpismo bianco (Mar di Fumagalli, Rosa dei venti, Europa 70) e nero (Fronte di Borghese, Ordine nuovo, eccetera) ed agiva in proprio, in stretto rapporto con l’esercito e i carabinieri.

Ma soprattutto Sogno era uomo della Fiat e non si limitava ad agire nell’ombra, emarginato tra bombaroli ed agenti dei servizi. Nel 1973, come documenta Gianni Flamini, Edgardo Sogno organizzò a Firenze sotto l’egida del suo “Comitato di resistenza democratica” nei locali della “Nazione” del golpista Attilio Monti un convegno sulla “rifondazione dello stato”. Al convegno non intervennero nostalgici golpisti suonati, ma personaggi con cariche pubbliche importanti, come il giudice costituzionale Vezio Crisafulli il quale aprì i lavori affermando “il tema delle modificazioni costituzionali pone i seguenti problemi: repubblica presidenziale, abolizione dell’assurdo, ingombrante bicameralismo, delimitazioni delle competenze parlamentari, con conferimento di poteri normativi propri al governo, unificazione della figura del presidente del consiglio con quella del segretario del partito di maggioranza”.

Tra gli altri intervennero sul medesimo tono Aldo Sandrelli, Domenico Fisichella, il componente del consiglio superiore della magistratura Gianni Di Benedetto, Valerio Zanone, Antonio Patuelli. Intervenne anche il consigliere speciale di Fanfani Antonio Lombardo, ex appartenente a Ordine nuovo il quale pose il problema: costituzione antifascista o anticomunista.

Al convegno di Sogno parteciparono anche i democristiani del movimento Europa 70 Pietro Giubilo, Celso De Stefanis, Maurizio Gilardi i quali affermarono: “il periodo di centrosinistra ha prodotto più disastri nel nostro paese di una guerra e ha generato germi di dissoluzione, forze ed energie altamente incontrollabili. C’è la consapevolezza molto più diffusa di quanto non si possa pensare che la prima repubblica è finita”. Nel concludere i lavori Edgardo Sogno, soddisfatto della generale accoglienza avuta dalla sua proposta di seconda repubblica presidenziale, mandò un messaggio a Giovanni Leone perché intervenisse anticipando i tempi, aggiungendo nella sua qualità di ambasciatore che ciò era auspicato anche negli Usa.

Il 22 agosto 1974 il PM di Torino Violante ordinò una perquisizione nella casa di Sogno (che ebbe tempo di sparire) ritenendo che “Edgardo Sogno agisce per la costituzione di una organizzazione intesa a riunire tutti i gruppi di estrema destra, tra i quali Ordine nuovo in epoca successiva al suo scioglimento”. Nello stesso periodo, con un comunicato di stampa congiunto, il Mar di Fumagalli, le Sam, Avanguardia nazionale, Potere nero dichiararono guerra allo stato.

Il 28 luglio 1974 durante il congresso del Pli, Sogno denunciò il pericolo di un golpe marxista e propose di attuare un colpo di stato liberale per prevenire i tempi. Poco dopo, il 4 agosto 1974, avvenne la strage dell’Italicus.

Che molti aderenti al partito del golpe fossero al corrente di quel che bolliva è confermato dal fatto che il gran maestro della massoneria Lino Salvini invitò gli amici a non andare in ferie perché per l’estate era previsto un tentativo di golpe. Il giorno successivo alla strage dell’Italicus, Edgardo Sogno inviò un fonogramma per sondare i carabinieri ed invitarli ad intervenire. Il giudice Violante fece perquisire anche la sede del sindacato autonomo Cisal e aprì un’inchiesta sui finanziamenti della Fiat all’agente dei servizi segreti inglesi Edward Sciclune, amico di Sogno e direttore della filiale Fiat di Malta, il quale nel 1982 darà ospitalità al generale Lo Prete in fuga dall’Italia per lo scandalo petroli.

Nell’ottobre 1974 il golpe Sogno è nell’aria, il partito americano si è messo in moto. Il presidente Giovanni Leone è tornato da poco dagli Usa, il ministro delle finanze Tanassi con un durissimo attacco ha provocato la caduta del governo Rumor ed afferma trionfante che il centrosinistra è morto! Anche la stampa estera si rende conto di quanto avviene in Italia, tra gli altri Le Monde scrive: “il modo con cui si è aperta la nuova crisi ministeriale italiana ravviverà i sospetti di chi imputa agli Usa interventi e pressioni occulte nella vita politica dei loro alleati”.

In quei giorni Edgardo Sogno si incontrò a Roma con l’ammiraglio Birindelli ex comandante Nato, ex presidente del Msi, per concordare l’intervento di militari in occasione di un nuovo attentato che si stava preparando. Accadde però che il genovese Pietro Benvenuto, uomo di fiducia del dirigente della Rosa dei venti De Marchi, mentre stava preparando la bomba ebbe un incidente “sul lavoro” col detonatore e, ferito, fu costretto a fuggire all’estero. Successivamente il giudice Vitalone scagionerà Edgardo Sogno e Pacciardi perché i sospetti iniziali sul tentativo di golpe mai sono assurti a dignità di prova. Nell’aprile 1975 Giovanni Agnelli incontrò il presidente della repubblica Leone, al quale chiese di intervenire contro gli scioperi e per ripristinare la governabilità del paese.

Nel medesimo periodo, dopo una fase semiclandestina, Sogno tornò allo scoperto e rilanciò la propria azione a favore della seconda repubblica, sulla quale scrisse un libro. Nel maggio 1976 il giudice Violante fece arrestare Edgardo Sogno e Luigi Cavallo per il tentativo di golpe bianco del 1974 con la seguente motivazione: “nella strategia del disegno eversivo il pronunciamento militare appare essere soltanto l’innesco di una complessa operazione, che aveva alle spalle importanti settori industriali e della quale sarebbero state protagoniste ristrette élites tecnocratiche della burocrazia statale”.

Stretto collaboratore di Sogno, anch’egli sui libri paga della Fiat e del Sid, era Luigi Cavallo, pubblicista torinese, ex giornalista dell’Unità espulso come agente della Cia. Fondatore di riviste e movimenti finanziati dalla Cia come “Pace e libertà” con Sogno, “Fronte del lavoro”, “L’ordine nuovo” e “Tribuna operaia”, già nel 1955 era consigliere politico e sindacale di Valletta. Cavallo in quegli anni era impegnato in campagne antisindacali, e diffondeva fotomontaggi con esponenti della sinistra e donne nude. Cavallo fu anche fondatore del sindacato “Iniziativa sindacale” finanziato dagli Agnelli ed organizzatore, insieme al principe nero Borghese, di squadre di picchiatori antipicchetti operai. A seguito di una perquisizione nella sua abitazione furono trovate molte relazioni indirizzate all’ingegner Valletta sulle azioni delle squadre di Cavallo, assieme a centinaia di matrici di assegni emessi dalla Fiat.

Il pretore di Torino Guariniello, scopritore della schedatura Fiat, intuì che Cavallo era un golpista ed in attesa di poterlo processare per reati ben più gravi decise di bloccarlo incriminandolo per stampa clandestina ed attività illegale di investigatore. Processato il 26 luglio 1975, Cavallo venne condannato a un anno e 6 mesi di arresto. Nel 1976 la pena venne ridotta e, inviato alla Cassazione a Roma, l’incartamento Cavallo venne insabbiato, la pena condonata. Cavallo rimase libero per poter continuare a tramare, successivamente fondò l’agenzia “A” attraverso la quale, in combutta con Sindona, ricattò Calvi per costringerlo a sostenere il bancarottiere siciliano fallito. Cavallo fu ingaggiato da Sindona nel ’77 anche per organizzare il rapimento del figlio del presidente di Mediobanca Enrico Cuccia con il medesimo fine.

Recentemente Cavallo è stato arrestato in Francia (giugno 1984), ma a quanto pare il governo italiano non si sta dando molto da fare per ottenere l’estradizione. Su Edgardo Sogno è praticamente calato il silenzio, tutte le inchieste della magistratura sono state insabbiate o si sono concluse col segreto di stato o nel nulla.

La Fiat può continuare a fare i propri interessi, nel nome della libertà di mercato naturalmente.

Gianni Cipriani: http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/agnelli.html

La Rizzoli della P2

(…) Verso il Natale del 1975, mentre il Piano di rinascita è in fase di definizione, Gelli e Ortolani promuovono a Roma un vertice fra alcuni banchieri piduisti (Roberto Calvi del Banco Ambrosiano, il Direttore generale della Banca Nazionale del Lavoro Alberto Ferrari, il Provveditore del Monte dei Paschi di Siena Giovanni Cresti), e i rappresentanti del più grande gruppo editoriale nazionale, Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din; alla riunione partecipa anche il piduista Giuseppe Battista, esperto finanziario della Loggia segreta.
Ufficialmente, l’incontro romano organizzato dalla P2 è mosso dalla crisi finanziaria che affligge il gruppo Rizzoli in seguito all’acquisizione, nel 1974, della società Editoriale Corriere della Sera, cioè la proprietà del più diffuso e autorevole quotidiano italiano; nei fatti, la banda piduista intende assumere il controllo del quotidiano di via Solferino, che copre il 40 per cento del mercato italiano, per farne un importante strumento dei suoi progetti eversivi.
Era stato il Presidente della Montedison Eugenio Cefis a convincere Rizzoli – il padre Andrea (fondatore della casa editrice), e i figli Alberto e Angelo – a rilevare la proprietà del Corriere della Sera, la cui linea politica il boss democristiano della Montedison riteneva troppo sbilanciata a sinistra.
La proprietà del “Corriere della Sera” era detenuta da tre società: Viburnum spa (gruppo Agnelli), Crema-Sesta editoriale spa (gruppo Moratti), e Alpi spa (Giulia Maria Crespi).
Cefis aveva garantito ai Rizzoli la disponibilità della Montedison a ripianare il cinquanta per cento del deficit del quotidiano, e gli aveva messo a disposizione un finanziamento a costo zero, tramite la Montedison International di Zurigo. Per attuare l’operazione, Cefis si era avvalso del suo braccio destro, Gioacchino Albanese, iscritto negli elenchi P2.
Così la famiglia Rizzoli si era imbarcata nell’acquisizione della proprietà del più importante quotidiano italiano (costo previsto: 49.595 milioni), comprando le quote dei Crespi e dei Moratti; per le quote degli Agnelli, aveva ottenuto una dilazione di pagamento fino all’estate del 1977. Al termine dell’operazione, la florida Rizzoli editore si era ritrovata attanagliata da ingenti oneri passivi, e indebitata per oltre 22 miliardi con la sola Banca Commerciale Italiana guidata dal piduista Gaetano Stammati.
All’indomani della riunione del Natale 1975, la P2 comincia a tessere la sua ragnatela attorno alla Rizzoli-Corriere della Sera: sotto la regia di Licio Gelli, la lunga mano della Loggia segreta nell’assalto al “Corriere della Sera” è quella del finanziere piduista Umberto Ortolani.
Secondo la testimonianza di Angelo Rizzoli, all’inizio del 1976 a Ortolani viene affidato il compito di “intermediatore finanziario” del gruppo Rizzoli. “Per ottenere finanziamenti dei quali il nostro gruppo aveva bisogno, l’unica strada praticabile era quella di rivolgerci al predetto Ortolani, il quale era in grado di farci ottenere i finanziamenti necessari per il gruppo, e ciò soprattutto con riferimento al Banco Ambrosiano, alla Banca Nazionale del Lavoro e al Monte dei Paschi di Siena. Purtroppo ci rendemmo ben presto conto che Ortolani esigeva delle verie e proprie tangenti che io non esiterei a chiamare taglie, sulle operazioni finanziarie da lui patrocinate”. Ma dietro e sopra Ortolani, c’è il Venerabile: “Se qualche volta l’Ambrosiano mostrava di non essere favorevole a qualche finanziamento, il Gelli interveniva e riusciva immediatamente a ottenere un cambiamento di orientamento. Allorché qualche volta tentavamo di ottenere dei finanziamenti senza passare attraverso l’Ortoalni e il Gelli, ci veniva immancabilmente risposto di no”.

Sergio Flamigni, “Trame Atlantiche”

Il Billygate – Sentenza ordinanza Ustica 31.08.1999

Nel settembre – ottobre ‘78 una delegazione di uomini d’affari americani guidata da Billy Carter, fratello del Presidente in carica si era recata per alcuni giorni in Libia su invito del Colonnello Gheddafi. La delegazione giungeva all’aeroporto di Fiumicino, proveniente da New York, accompagnata dal cittadino libico Shallouf Gibril. Il gruppo era composto oltre che da Billy Carter, da Randy Coleman, dal senatore Long J.C. Hudgins, Long Leonard, dal senatore Henry Russel, da certi Jordan e Leanza, e dalla signora Joan Kasper, e veniva ricevuto a Roma dal cittadino libico Zwei Salem (v. appunto S.I.S.MI del 27.09.78 trasmesso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in data 27.01.98). Scopo della visita era la stipula di accordi di natura commerciale.

Nel febbraio del ‘79 Billy Carter ricambiò l’ospitalità di Gheddafi invitando una delegazione commerciale libica a Pleins in Georgia. Agli inizi del 1980 Billy Carter chiese e ricevette dai libici un prestito di 200.000 dollari. La vicenda allorché apparve sui media provocò serio imbarazzo al Presidente Carter, in quanto si era a pochi mesi prima delle lezioni presidenziali. E’ bene però ricostruire l’intera successione dei fatti prendendo spunto dalla sentenza della Corte d’Assise di Roma nel procedimento penale cd “Supersismi”. Nel giugno 1980 – proprio il mese in cui accadde l’evento di cui è processo – i repubblicani americani per il tramite di Michel Ledeen, agente d’influenza americana in Italia chiesero al S.I.S.MI con cui Ledeen era in contatto in qualità di consulente, aiuto al fine di scoprire le attività di Billy Carter in Libia. Il S.I.S.MI avrebbe rifiutato le richieste per ovvi motivi, ma il generale Santovito dava comunque incarico informale della questione a Francesco Pazienza; Pazienza con la collaborazione di Placido Magrì incaricò a sua volta il giornalista Giuseppe Settineri di contattare l’avvocato Michele Papa, amico della Libia, che aveva già avuto rapporti proprio con la delegazione che si era recata in Libia. Il giornalista incontrò l’avvocato Papa a Catania, si fece narrare la vicenda e registrò il colloquio. Le informazioni raccolte furono così trasmesse al generale Haig e a Ledeen, e messe a profitto in una campagna scandalistica contro Carter per favorire la vittoria di Reagan. Pazienza inquadra l’operazione tra quella della struttura “parallela” che egli stesso ha denunciato. Il S.I.S.MI ha sempre negato una partecipazione all’operazione, ma in vero questa non poteva avvenire senza l’impiego di uomini e mezzi del Servizio. Infatti l’apparecchio di registrazione usato da Settineri per registrare la conversazione con l’avvocato Papa fu fornito dal S.I.S.MI; i tecnici del Servizio provvidero ad eliminare i rumori di fondo della registrazione; Settineri ebbe l’incarico di acquistare a qualsiasi prezzo eventuali fotocopie di incontri tra Billy Carter ed esponenti arabi; il successo dell’operazione fu commentato negli uffici del S.I.S.MI da Pazienza, Artinghelli e Musumeci. Quest’ultimo ebbe a dire ad Artinghelli, ancorché che in tono scherzoso, che “quella era una operazione del Servizio”.

Conferma dell’operazione giungeva da persona da sempre ben al corrente delle segrete cose del nostro Paese, cioè il prefetto Federico Umberto D’Amato: “Vengo all’autunno 1980, quando Pazienza mi porta un certo Mike Ledeen, che conosceva già bene da molti anni. E’ un giornalista – forse è noto alla Commissione – che si è sempre occupato di questioni italiane (parla molto bene l’italiano), soprattutto dei problemi del terrorismo e della sovversione, con una certa competenza, anche se con un’ottica particolare. Ledeen era stato addirittura collaboratore dei Servizi italiani, perché aveva tenuto, insieme a due ex elementi della CIA, dei corsi dopo il caso Moro. Egli era un uomo che puntava disperatamente alla vittoria di Reagan, ed era in Italia per cercare di combinare, come si dice alla napoletana, un “piattino” a Carter con la storia del fratello Billy. Insieme a Ledeen e Pazienza andammo a pranzo un sera. Ledeen mi disse che stava mettendo su una campagna contro il fratello di Carter, che, a suo dire, era un corrotto, un dissoluto, lavorava con i libici, aveva regalato brillanti alla signora Carter e altre storie di questo genere. Riuscirono a montare un caso abbastanza interessante attraverso un contatto che crearono con un certo avvocato Papa di Catania, un uomo di Gheddafi.

Fecero parlare questo Michele Papa con un giornalista che era andato lì con un microfono e gli fecero dire cose compromettenti. In seguito il Ledeen su una catena di giornali molto importanti (l’americano Washington Post credo collegato anche a “L’Express” francese e a qualche altro giornale) scatenò questi articoli qualche giorno prima delle elezioni presidenziali. Anche di tutto questo io resi edotto il Capo della Polizia ed il Ministro perché mi sembrava un fatto interessante, tenuto conto che avveniva sul territorio italiano. Debbo dire però, per obiettività che nella cosa non fu coinvolto, per ciò che mi risulta, il Servizio italiano; cioè non è che Pazienza, con l’occasione, si rivolse a Santovito per farsi aiutare in questa faccenda che aveva messo su, tanto è vero che chiesero consiglio a me circa il modo di accostare qualche dipendente dell’albergo Hilton, dove il Carter aveva alloggiato per riuscire a raccogliere degli elementi. Quando vinse Reagan, il Pazienza andò in grande euforia insieme a Ledeen, il quale allora stava quasi sempre a Roma.

E a questo punto credo che vada messo in evidenza un momento forse non conosciuto della storia dei rapporti tra l’Italia e Stati Uniti; un momento di vuoto di rapporti fra l’America di Reagan, appena eletto, e l’Italia. E questo perché l’Ambasciatore Gardner era molto inviso al nuovo Presidente, il quale, praticamente tagliò subito i rapporti con lui e gli fece sapere che se ne doveva andare, tanto che non si attese nemmeno che venisse il nuovo Ambasciatore Raab per liquidarlo (come forse si ricorderà, nel mese di gennaio Gardner fu cacciato via). Di conseguenza che cosa accadde? Come ripeto, si verificò un fenomeno abbastanza singolare del quale ho sempre riferito al mio Ministro e al Capo della polizia perché ero un osservatore abbastanza interessato: e cioè che in un certo senso, i rapporti tra la classe politica italiana, il Governo italiano e il nuovo gruppo che era andato al potere in America, erano tenuti da Pazienza e da Ledeen. L’Ambasciata americana non faceva nulla, erano tutti come bloccati; e anche la CIA: Montgomery, che era all’epoca il capostazione, fu sostituito immediatamente dopo. Quindi, vi fu un periodo di paralisi: era come se l’ambasciata americana non esistesse. Dico questo per spiegare ciò che avvenne; come è noto, ci furono dei viaggi organizzati, in un certo senso attraverso messaggi che erano stati inviati preventivamente da Ledeeen che era consigliere – o asseriva di essere tale, ma credo che lo fosse – di Haig e dallo stesso Pazienza, che aveva profonde conoscenze in quell’ambiente, cioè praticamente nell’ambiente repubblicano. E cosi avvennero questi viaggi”. (v. audizione Federico Umberto D’Amato alla Commissione P2, 29.10.82).

Sentenza ordinanza del giudice Rosario Priore – Ustica 31.08.1999

“Un nero contro Gelli, Musumeci e Pazienza” La Repubblica 05.04.1985

BOLOGNA – Appena uscito di prigione, è stato scarcerato sabato scorso, Marco Affatigato ha dato incarico al suo legale, l’ avvocato bolognese Gianluigi Cristofori, di costituirsi parte civile contro il venerabile maestro della loggia P-2 Licio Gelli, il faccendiere Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci ex vicecapo del Sismi e il suo braccio destro colonnello Giuseppe Belmonte. I quattro sono imputati di calunnia aggravata con finalità eversive per i depistaggi operati nelle indagini sull’ attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Tra i calunniati c’ è anche Marco Affatigato, neofascista lucchese legato al Fronte nazionale rivoluzionario di Mario Tuti, che alcune veline del Sismi indicavano come uno degli autori della strage.
A seguito di queste indiscrezioni Affatigato fu anche arrestato nell’ agosto ‘ 80 a Nizza. Il processo contro Gelli e gli altri si terrà a Bologna il 22 aprile e solo alla prima udienza si saprà se la corte ammetterà la costituzione di parte civile di Affatigato. Il neofascista lucchese, tra l’ altro, è stato arrestato due mesi fa, e come detto rilasciato sabato scorso, proprio per il reato di calunnia per ordine dei magistrati fiorentini Vigna e Minna che indagano sugli attentati ai treni compiuti tra il 1974 e il 1975 lungo la ferrovia Firenze-Bologna.

Requisitoria pm Mancuso processo strage di Bologna 11.0.4.1988 – 4

Tutto viene lasciato andare davanti agli occhi di questi militari, di questi uomini dei servizi segreti e continua proprio in quegli anni, a rendersi sempre piu’ frenetica l’ opera di Gelli, raccontata ancora una volta da Aleandri, nel reclutamento dei militari. Abbiamo la vicenda della rivista “Politica e strategia”, di cui vi e’ un rapporto agli atti 07.12.82, che indica come in questa rivista interagissero i fratelli De Felice Fabio e Alfredo. “Politica e strategia”, periodico trimestrale a cura dell’Istituto Studi Strategici per la Difesa, Issed, con proprieta’ della rivista Filippo De Iorio, direttore responsabile Salomone Francesco e poi sostituito da Edgardo Beltrametti, assume tale carica in sostituzione di Edgardo Beltrametti.
Ecco ancora una volta questo collegamento stretto tra rappresentati delle istituzioni come De Iorio, inserito in delicatissimi compiti a livello governativo, con golpisti del calibro dei fratelli De Felice, con teorici della guerra rivoluzionaria, cui al Parco dei Principi, come Edgardo Beltrametti e futuri piduisti come il giornalista Salomone che ritroveremo nell’ ambiente e sul giornale Costruiamo l’ Azione. Sempre nell’ ambito del Golpe Borghese – Fronte Nazionale, Gelli operera’ in collegamento eversivo e massonico con tale avvocato Tilgher di Roma, come a pagina 5 del documento Maletti, e quanto nel dar conto di tutte le forze scese in campo in questa attivita’ eversiva, secondo le dichiarazioni e le rivelazioni, fornite dalle fonti del SID, tra le quali Orlandini Remo, per quanto riguarda la Toscana, racconta: brigata paracadutisti di Livorno, un colonnello e c’e’ il nome, un ufficiale superiore c’e’ il nome, otto ufficiali inferiori, sei sottufficiali. Erano inoltre presenti nei vari scaglioni militari di truppa, aderenti ad Avanguardia Nazionale, fatti inserire a cura dell’ avvocato Tilgher di Roma: buona parte dei nomi nota. Ma restera’ nota solo a Maletti. Avvocato Tilgher di Roma, avanguardista, che ritroveremo, che identificheremo innanzitutto nel Tilgher Mario nella lista che il contenuto sia nella lista italiana che nella lista uruguaiana nella P2 e sapremo passato al Grande Oriente, giuramento firmato, e sul quale si inserisce una storia particolarmente significativa: perche’ Licio Gelli quando consegnera’ alla magistratura fiorentina, che indaga sull’omicidio del magistrato Occorsio Vittorio una lista molto depurata di iscritti alla P2, inserira’ anche il nome di Tilgher Mario. Successivamente si rechera’ dal magistrato per altre precisazioni e tra queste indichera’ che l’avvocato Tilgher non e’ mai stato iscritto alla P2. Viceversa in quello stesso periodo risulta transitare dalla P2 al Grande Oriente d’ Italia, ripeto sia per documentazione italiana che per documentazione uruguaiana proveniente direttamente dall’ archivio di Gelli.
Vi sono poi, poiché in quel periodo diventa più frenetico il tentativo eversivo, siamo nei primi anni ‘70 con Gelli, protagonista abbiamo detto dal ‘71 al ’74, vi sono a scadenza fissa le circolari che Gelli invia ai suoi fratelli nel ’71, nel ’72, nel ’73.

Avremo le riunioni che la commissione ha spiegato che si trattava di più riunioni presso villa Wanda. (…) Anche qui egli nel corso di queste riunioni discuteva e elaborava misure per contrastare – questa e’ la circolare del ‘71 che cito: ” elaborare misure per contrastare la minaccia del Pci volta alla conquista del potere per stabilire opposizione di assumere in caso di ascesa al potere dei clerico-comunisti”, circolare a pagina 17 della relazione. L’ anno successivo dirama addirittura una lettera circolare ai militari iscritti alla sua loggia nella quale si traeva la conclusione che “solo una presa di posizione molto precisa poteva porre fine al generale stato di disfacimento e che tale iniziativa protesa essere assunta soltanto dai militari”. E sulla riunione di Villa Wanda, vi rinvio a quanto afferma la commissione P2, e a quanto dichiarato dal generale Palumbo, al senso di rammarico e di profondo disgusto che la presidente Tina Anselmi comunica al testimone nel congedarlo, rifiutando persino di arrestarlo. Al ruolo che in quegli anni assume, anche, Carmelo Spagnuolo procuratore generale della Cassazione e avvocature di processi pilotati, che interesseranno Gelli e il suo sistema di potere.

La circolare del ‘74, ve ne leggo pochissimi brani, mi auguro innanzitutto l’intestazione interessante “Centro Studi di Storia Contemporanea” – quindi sappiamo che sarà rivolta a tutti i fratelli di questa struttura che e’ una copertura della P2 – , sappiamo che Musumeci avrà una tessera intestata al Centro Studi di Storia Contemporanea, sappiamo anche dove gli verra’ consegnata nonostante le sue affermazioni in contrario. Dice cosi’ Gelli ai suoi fratelli: “mi auguro e auguriamoci insieme che si trovi finalmente la forza e il coraggio, la capacita’ di operare sinceramente, per estirpare il male maggiore che oggi ci affligge le eversioni, la delinquenza organizzata operante all’ombra dell’ideale politico di destra e di sinistra, non è allarmisticamente che si prevede un’estate veramente calda, direi scottante per una notevole quantita’ di problemi estremamente impegnativi, auspichiamo il rispetto delle leggi e la emanazione di quei provvedimenti intesi alla salvaguardia della dignita’ umana, diritto al lavoro, ecc”. Mentre richiamava all’ordine, con accenti squisitamente reazionari, Licio Gelli sovvenzionava la banda armata toscana, dedita ad attentati terroristici sulla linea ferroviaria Firenze – Bologna. Credo che questo argomento meriti un momento di attenzione. Dico questo non soltanto perché forte di una sentenza, sia pure di primo grado, che ha dichiarato Licio Gelli sovvenzionatore di terroristi dediti ad attentati dinamitardi, ma anche perché, presidente, vi è una tale mole di atti che vorrei in qualche modo commentare, sia pure in maniera estremamente succinta e rapida. Alcuni di questi, sono già stati letti ritengo, però opportuno rifarlo ripetere questa lettura anche perché sarà accompagnata dalla lettura di altri atti. Franci Luciano, Procura Repubblica Firenze 13.08.76: “questi fatti ho in mente di riferire hanno attinenza a un particolare ambiente che fa capo ad una persona di Arezzo, o meglio varie persone di Arezzo, poiche’ io temo che queste rivelazioni possono incidere negativamente sull’incolumita’ mia e della mia famiglia poiche’ tali fatti sono a conoscenza anche del Batani – su questo torneremo – desidero appunto che anche il Batani sia presente. Confronto Franci – Batani: “oggi posso precisare – dice Franci – che tali notizie riguardano i collegamenti fra esponenti della massoneria di Arezzo, o meglio della P2, il SID alcuni elementi di destra sempre di Arezzo, nonche’ i rapporti avuti da Batani con un certo maresciallo dei carabinieri di Arezzo”. A questo punto interviene il Batani il quale dichiara: “in effetti ho fatto delle confidenze al Franci sul primo punto non intendo per il momento fare alcuna dichiarazione per timore”. Poi parla del maresciallo Cherubini, che sapremo essere in contatto con Cauchi (…). Sullo stesso punto Murelli Maurizio: “ricordo che effettivamente durante le pause del processo Mario tuti espresse giudizi molto duri, l’intenzione di uccidere Franci e Malentacchi, avevano sporcato l’immagine del movimento Nazionale Rivoluzionario richiamando collegamenti di questo movimento con la massoneria”. “Tuti – Latini Sergio – nelle pause del processo era molto arrabbiato perche’ in quei giorni era apparsa la notizia che Franci era stato colui che aveva tirato in ballo i rapporti tra il suo movimento e la massoneria. Ha fatto capire che non gli andava che fosse stato reso noto quel collegamento ammettendolo esplicitamente. Disse che appena gli capitava l’occasione avrebbe ucciso Franci”. Bumbaca: “non avevo mai saputo di contatti tra Cauchi e la massoneria o Gelli. In carcere pero’ ho saputo da Franci, che lo ha ripetuto parecchie volte, che esso Franci aveva ottimi rapporti, era in ottimi rapporti con Gelli e che la massoneria li avrebbe aiutati.

Queste cose Franci le ha ripetute anche dinanzi al tribunale di Firenze nel processo del Fronte Nazional Rivoluzionario. In mancanza della sentenza leggero’ alcuni brani, si tratta peraltro di deposizioni, riportati nella requisitoria del dottor Vigna di Firenze che riguardano appunto l’episodio del finanziamento: E’ ancora Brogi a riferire con dettagliate dichiarazioni circa un approvvigionamento di esplosivo di armi avvenuto in epoca compresa tra 06.03.74 e il 20.04.74: il camion contenente il materiale – secondo le dichiarazioni di Brogi – fu scortato da lui stesso e da Cauchi da Viserba di Forli’ fino a Ponte San Giovanni di Perugia, con l’aiuto di Bernadelli che usava la moto in tale localita’, – il passo si segnala per la coralita’ dei partecipanti – oltre che di Zani, Ferri, di Esposti, di Vivirito ora deceduti. Fu trasferito altrove un’ altra parte di esplosivo fu portato presso l’ abitazione di Cauchi a Monte San Savino e da qui con l’ aiuto di Brogi e Franci in localita’ Alpe di Poti donde tuti ne prelevo’ un quantitativo. Al procacciamento erano interessati anche i fratelli Castori”. Brogi individuato il casolare ove l’ esplosivo fu nascosto e tale esplosivo poi fu recuperato anche se l’intervento, dopo la strage dell’Italicus del teste imputato Del Dottore, nonche’ uomo collegato al SID”.

Ancora leggiamo in questo atto di accusa, ripeto che ha trovato una conferma, una prima conferma, nella recente sentenza della corte di assisi di Firenze: “Cauchi manteneva collegamenti – pag 106 – con i vertici romani del gruppo, intesseva rapporti con le persone che gravitavano nell’ambiente milanese di Ordine Nero, Mar Fumagalli, era strettamente legato a tuti presso il quale passo la sera del gennaio ‘75, in cui costui uccise due poliziotti e feri’ gravemente un terzo”. Eppure tutto cio’ non e’ ancora sufficiente a descrivere compiutamente la figura dell’imputato, che manteneva rapporti con persone inserite in apparati statali, si vedano sul punto le dichiarazioni non solo di Brogi ma anche di Vinciguerra o ai vertici di potentati economici della massoneria come Licio Gelli. E se e’ vero quanto afferma Vinciguerra, e non c’e’ ragione di dubitarne, sia per la forte personalita’ del dichiarante sia perche’ la circostanza si inquadra nel contesto sopra richiamato, riferendo un discorso di Cauchi questi pote’ sfuggire all’arresto perche’ avvisato da un non identificato appartenente alle forze dell’ordine e trovò poi rifugio in Spagna ove avrebbe, con altri latitanti dell’eversione nera, compiuto azioni ispirate dai servizi spagnoli. Sono poi documentati in atti i contatti che anche dopo la fuga di Arezzo, il Cauchi ebbe con i responsabili del servizio di Firenze, che all’epoca il magistrato che redigeva quest’atto non conosceva essere una persona il cui nome ricorre in questo processo, cioe’ il capitano Mannucci Benincasa.

Gelli – pag 107 –  mediante l’attribuzione della qualifica di sovventore della banda armata, sulla base delle dichiarazioni di Andrea Brogi: aveva riferito questi Andrea Brogi, di una consegna di danaro da parte del Gelli al Cauchi in vista di azioni di addestramento e di preparazione sul piano militare di persone che avrebbero potuto assumere iniziative dopo il referendum sul divorzio. Degli interrogatori del 01.12.86 e 19.12.86. Brogi ha precisato con maggiori dettagli lo svolgimento dell’operazione di finanziamento che fu concordato tra Gelli e Cauchi accompagnato da Mauro Mennucci. Si tratta di un ufficiale dell’arma dei carabinieri cioe’ quel Salvatore Pecorella inquisito nel gennaio ‘74 anche arrestato nell’ambito delle indagini sul golpe Borghese e anch’egli iscritto alla loggia P2. L’intervento di Pecorella fu propiziato, secondo la narrazione di Brogi, dall’ammiraglio Birindelli, anch’egli della loggia, la cui deposizione non contraddice il racconto del Brogi che doveva servire a garantire a Gelli la serieta’ dell’operazione e che i finanziamenti “non si perdevano e non finivano in cose inutili”, cito tra virgolette: “fu appunto in seguito a quell’intervento che il Gelli erogo’ la somma di lire 18000000 che servi’ anche all’approvigionamento delle armi e dell’esplosivo del periodo compreso tra il 6 marzo ed il 21 aprile, senza peraltro che a Gelli fossero date particolari indicazioni sull’operazione”. Brogi, poi si parla dei supporti a queste dichiarazioni e della riunione che fu indetta da tutti costoro nell’abitazione di Paolo Signorelli sul lago di Bolsena, alla quale anche Brogi partecipo’ sia pure con funzione di copertura esterna. Un primo supporto a quelle dichiarazioni – pag 108 – proviene da Sergio Calore persona altamente attendibile e, il riscontro di cui si tratta, pare sia particolarmente rilevante. Riferisce Calore di “avere appreso da Concutelli che nel ‘76 il gruppo perugino voleva introdursi in una villa presso Arezzo e qui impossessarsi di documenti custoditi in tale villa da un’esponente della massoneria. Ma Pugliese aveva bloccato l’operazione affermando che quel personaggio che abitava nella villa non andava toccato”. Vinciguerra apprese direttamente da Cauchi, Gallastroni anche qui abbiamo documenti provenienti direttamente dalla polizia: Gallastroni parlo’ a personale della Digos di Arezzo di somme date da Gelli a Cauchi, anche se poi cerco’ di stemperare il discorso. Franci sin dal ‘76 aveva assunto iniziative di rivelare i rapporti tra Gelli e la destra eversiva, e via, e cosi’ via di seguito. (…) L’informativa che la polizia di Arezzo il 06.08.80 invia all’illustrissimo signor Questore dice questo “accertamenti connessi all’ attentato di Bologna riferiva che non era, questo Gallastroni, che non era in grado di indicare dove potesse trovarsi il Cauchi ed aggiungeva che all’ epoca delle indagini sul gruppo Tuti, detto Cauchi era amico di Licio Gelli dal quale avrebbe ricevuto somme di danaro”. Gallastroni Giovanni: “Cauchi era amico di Gelli” (…). Ma Cauchi si e’ detto fugge il giorno in cui Tuti ammazza i due poliziotti e ne ferisce gravemente un terzo. Cauchi quella mattina si dirigeva in casa di Tuti, quella sera si dirigeva in casa di Tuti e successivamente dopo questo crimine saranno a cena insieme.

Presidente qui vi e’ anche un atto ufficiale proveniente Firenze 20.12.77. Il centro di Firenze scrive al signor capo reparto D di Roma, racconta come vi siano stati rapporti tra il SID e Cauchi e su questi rapporti vi e’ stato il segreto di Stato su chi abbia mantenuto questi rapporti e’ stato opposto il segreto di Stato, come il servizio abbia avvicinato Cauchi in occasione dell’attentato alla casa del popolo di Moiano, poiche’ si avevano seri sospetti nei confronti di Batani rientrato alle 5 del mattino. Bene avvicinano Cauchi, che confidenzialmente si seppe essere vicino al Batani e in grado di dare confidenze. Il Cauchi si dimostrò subito interessato a parlare del Batani scagionandolo completamente dalla sospetta partecipazione all’ attentato di Moiano. Preciso’ in particolare che il Batani non era mai stato alla casa del popolo di Moiano e che erano quelle testimonianze erano da considerarsi false. E infine che il Batani era rientrato effettivamente alle 23,30 e non alle 5. Questo e’ un concorrente, Presidente, che va a scagionare un attentatore del calibro di Batani ed era un collaboratore del SID di Firenze. Fu chiesto al Cauchi se fosse in possesso di qualche notizia relativa agli altri inquisiti e senza esitazione avvio’ il discorso su Brogi, definendolo un sicuro provocatore. Era il momento in cui gia’ lo aveva condannato a morte ed aveva anche tentato, deciso di sopprimerlo.
Alcuni giorni piu’ tardi, fine maggio, il Cauchi telefono’ al numero datogli al Sid, Presidente, per comunicare che il Batani sarebbe tornato entro una decina di giorni ad Arezzo. Ma “con l’ incontro del 19 giugno si concluse il rapporto con Cauchi, per quanto e’ dato ricordare, cio’ puo’ essere dipeso – dice lo scrivente – dall’ approssimarsi del periodo delle ferie estive”. E quanto saranno drammatiche quelle ferie estive, come il Cauchi partecipera’ a quegli eventi lo sapremo tutti. “Passeranno sette mesi – e ancora il rapporto – prima che il Cauchi si faccia vivo”. “Cio’ dovrebbe essere avvenuto la sera del 26.10.75 o 27.01.75 verso le 22 – 23 allorche’ cerco’ per telefono l’ elemento che lo aveva contattato, a quell’ ora assente dall’ ufficio. Rintracciato fece dire al Cauchi, che aveva lasciato detto che avrebbe richiamato di dare un recapito telefonico. Cosa che il Cauchi fece di li’ a poco dicendo che poteva essere richiamato al posto telefonico pubblico della stazione delle ferrovie dello Stato di Milano”. Il Cauchi era gia’ stato raggiunto, era gia’ stato emesso nei suoi confronti ordine di cattura, era latitante telefonava al Sid e lasciava il suo recapito per essere successivamente rintracciato. “Chiamato successivamente dal contattante, Cauchi rispose effettivamente dal recapito datogli e chiese subito all’ interlocutore se era in grado di metterlo in contatto con il pm che stava conducendo le indagini di Arezzo, e per l’omicidio di Empoli il 24 precedente Tuti ecc. Si disse completamente estraneo alla vicenda, voleva chiarire ogni cosa col magistrato. Fu conseguentemente preso contatto, Cauchi ripete’ , Donati Luca confermo’, l’ avvenuta fuga. La conferma Presidente, la chiusura di questo rapporto, nello stile di quella informativa che vi ho detto: “Da allora non e’ stato attuato alcun tentativo di acquisizione di notizie sulla latitanza del Cauchi, nella precisa preoccupazione di non ingenerare in chicchessia, mal fidati sospetti di collusione col soggetto, si puo’ e si deve pur dire, Giannettini docet”… E chiude questo rapporto.

“Ora ai giudici dell’inchiesta bis il compito di trovare i mandanti” – La Repubblica 19.12.1986

Due giorni e tre notti a sfogliare le carte, a discutere, a meditare, nella quiete di Villa Salina, nell’ hinterland della città. Poi, ieri mattina alle 11,30, dopo sessantré ore e mezzo di camera di consiglio, la decisione: gli autori della strage sul treno Italicus (4 agosto ‘ 74, dodici morti, 44 feriti), o per lo meno due di essi, hanno un nome e un volto. Sono Mario Tuti e Luciano Franci. Per loro è ergastolo. Tuti è già in carcere da una decina d’ anni.

Di ergastoli ne ha già avuti altri due, per aver assassinato a freddo due carabinieri e per aver strangolato, in carcere, un altro nero, Ermanno Buzzi, imputato della strage di piazza della Loggia Brescia. Franci era in semilibertà perché condannato a diciassette anni per altri attentati, meno cruenti di quello di San Benedetto Val di Sambro ma non meno feroci. Lo hanno arrestato in aula, subito dopo la sentenza, mentre scuoteva la testa incredulo, poco prima di accusare un mancamento durato pochi secondi. Per il terzo imputato di strage, Piero Malentacchi, quello che l’ accusa ha indicato come colui che collocò materialmente l’ ordigno sul treno Roma-Bologna alla stazione di Santa Maria Novella di Firenze, anche quello sul capo del quale pesavano gli indizi meno consistenti, se l’ è cavata, come in primo grado, con l’ assoluzione per insufficienza di prove. Ad ogni buon conto, non s’ era presentato in aula. Non si sa mai. E’ stata una decisione particolarmente sofferta quella presa dalla Corte d’ Assise e d’ Appello di Bologna. Perché si trattava di ribaltare completamente un verdetto che in primo grado era stato di assoluzione con formula dubitativa per tutti e tre gli imputati di strage. Allora, perfino il pm, Riccardo Rossi, si era schierato per quella soluzione compromissoria. Ma stavolta era diverso. Stavolta, l’ inchiesta-bis, aperta dalla procura dopo che una schiera di pentiti aveva deciso di parlare sulla strage, aveva fornito robusti supporti alla tesi dell’ accusa secondo cui la cellula nera aretina di Mario Tuti, appoggiata e coperta dalla P2 di Ligio Gelli che proprio ad Arezzo aveva la sua centrale, aveva organizzato una lunga serie di attentati ai treni, culminati proprio con la strage sull’ Italicus. E così, per la prima volta, una strage fascista non rimarrà impunita come invece è accaduto finora e i prossimi processi di Bologna (eccidio alla stazione), di Venezia (stragi di Peteano e di Brescia), di Catanzaro (massacro di piazza Fontana, inchiesta-bis) lasciano sperare in una soluzione che non sia di rabbiosa impotenza.
La ricostruzione dell’ accusa indicava in Tuti il geometra di Empoli che assassinò a freddo i due carabinieri che gli stavano facendo una perquisizione in casa il regista dell’ attentato, in Franci il palo alla stazione di Santa Maria Novella, dove lavorava come carrellista, in Malentacchi l’ esecutore materiale, colui che preparò e collocò sul treno l’ ordigno che esplose all’ uscita della lunga galleria di San Benedetto Val di Sambro. Si era, con questi nomi, agli organizzatori e agli esecutori della strage, ai livelli medi e bassi. E i livelli alti, i mandanti? Personaggi dell’ apparato statale, dei servizi segreti, di polizia e carabinieri, la loggia massonica di Licio Gelli, già tirata in ballo in altre occasioni come finanziatore di neofascisti e di attentati. Su tutti costoro indagano i giudici dell’ inchiesta-bis che hanno già incriminato l’ inafferrabile Stefano Delle Chiaie e un altro superlatitante, Augusto Cauchi, e indiziato Giuseppe Pugliese, già condannato a ventitre anni per l’ omicidio del giudice Vittorio Occorsio, Mario Catola, Lamberto Lamberti, Giancarlo Rognoni e Marco Ballan. Dicevamo dei pentiti neri. Sono le loro preziose testimonianze che hanno permesso alla Corte d’ assise d’ appello di imprimere un cambiamento di rotta alla vicenda. Sergio Calore, Angelo Izzo, Stefano Tisei, Andrea Brogi, Vincenzo Vinciguerra e anche Marco Affatigato, che pentito nel vero termine della parola non è, hanno ricostruito con dovizia di particolari la strategia eversiva dell’ estrema destra degli anni 70, il cui obiettivo massimo era il colpo di Stato.

Tisei ha raccontato di avere appreso dai pisani Catola e Lamberti che la strage era opera del Fronte nazionale rivoluzionario di Tuti. Andrea Brogi ha riferito di riunioni di neofascisti, dei finanziamenti di Gelli, di armi comprate e portate in giro per l’ Italia. Si voleva dare uno scrollone al sistema, hanno ripetuto i pentiti. Fu Gelli, ha precisato Brogi a finanziare il Cauchi per le armi. Allora si sapeva solo che era un massone e un importante industriale di Arezzo. Sergio Calore ha parlato di un progetto di attentato al presidente Leone. Dell’ uomo della massoneria ha parlato anche Affatigato: Ci avvicinò, ci chiese di attivarci in gruppi clandestini per compiere attentati. Offrì cinquanta milioni. Era alto uno e settanta, forse un po’ meno, grassoccio, quasi calvo, con gli occhiali. Sergio Calore ha ricordato che Tuti partecipò con Clemente Graziani, capo di Ordine Nuovo, ad una riunione il cui tema erano gli attentati alle Ferrovie. Ben diverso, insomma, lo spessore delle testimonianze dei pentiti rispetto a quella di Aurelio Fianchini, l’ unico supporto del processo di primo grado, un uomo esile, schiacciato dalla paura, ladruncolo di serie C che avrebbe raccolto in carcere certe confidenze-confessioni sfuggite a Franci. Quel Franci che lavorava alla stazione di Santa Maria Novella e che proprio la notte tra il 3 e il 4 agosto ‘ 74 cambiò turno per svolgere il suo lavoro sotto la pensilina del binario 11 dove si fermava l’ espresso 1486 chiamato Italicus. Finora, la giustizia, di fronte alle stragi nere, era apparsa come paralizzata.

Tutti assolti per Piazza Fontana e Piazza della Loggia; incredibili lungaggini per Peteano; risse tra magistrati inquirenti, depistaggi, inquinamenti, per la stazione di Bologna, fino ad una sentenza di rinvio a giudizio che sembra tanto ricca e calzante sul piano indiziario quanto fragile su quello della prova. Ora, finalmente, la schiarita con questa sentenza che va di pari passo, quanto ad efficacia deterrente, con le indagini che gli stessi magistrati di Bologna e il Pm di Firenze Pier Luigi Vigna stanno conducendo su tutti gli altri attentati che negli anni Settanta hanno sparso il terrore nel centro Italia. Chissà che, dopo tante delusioni, la giustizia non abbia imboccato la strada che porta ai burattinai che tiravano i fili della strategia della tensione.

Franco Coppola – La Repubblica 19.12.1986