“Resistere fino all’ultima sigaretta” – L’Espresso 01.12.1974

Roma. Guido Giannettini: 44 anni, amico di Freda, Ventura e Pino Rauti, legami con la destra oltranzista internazionale, teorico della guerra civile e dei colpi di Stato. Dal ’64 al ’67 “informatore” dello Stato Maggiore dalla Difesa, dal ’67 in poi agente tuttofare del SID. Oggi in carcere per la strage di piazza Fontana.
Il curriculum di Giannettini è ormai abbastanza completo. Restava solo un punto da chiarire: le circostanze che hanno deciso quest’uomo a costituirsi il 14 agosto scorso. Si erano avanzati molti interrogativi al proposito. Erano stati i “cervelli” della strage di piazza Fontana a consegnarlo al giudice D’Ambrosio per influenzare le indagini sulle “trame nere”? Giannettini aveva scelto la prigione per paura di essere eliminato dagli “amici” di un tempo? Era la vittima di oscuri giochi di potere ai vertici del SID?
Ma adesso anche questa lacuna può essere riempita. Un informatore ci ha raccontato infatti come sono andate esattamente le cose. Ha potuto seguire l’ultimo capitolo della storia Giannettini passo per passo. Il suo è un contributo più che attendibile. Dunque: Giannettini si allontanava improvvisamente dall’Italia, agli inizi del 1973, quando ancora le indagini sulle bombe di piazza Fontana non lo hanno nemmeno sfiorato. Come mai? “Era stato avvisato di come si mettevano le cose da alcuni amici dei servizi segreti”.
“Dove si rifugia?”. “Fa la spola tra la Svizzera e la Francia. Ma si mette subito in contatto con il SID. Telefona varie volte al capitano Labruna: chiede soldi e un nuovo passaporto per potersi muovere all’occorrenza con più tranquillità. Labruna si consulta con il suo superiore, il generale Maletti e Maletti dà disposizioni precise: ‘Niente soldi, è da un po’ di tempo che Giannettini non ci manda più nulla di interessante. Quanto al passaporto non se ne parla nemmeno. Hanno appena perquisito la sua casa a Milano, si parla di veline compromettenti che riguardano i suoi rapporti con Freda e Ventura. Niente da fare'”.
“E Giannettini?”. “Per un po’ sparisce. Torna a farsi vivo nel giugno del ’73. Telefona a Labruna da Parigi: ‘Ho delle importanti rivelazioni da fare’. Maletti consente che Labruna vada a trovarlo a Parigi. L’appuntamento è ad Orly. Labruna si trova di fronte un Giannettini trasandato, sporco, irriconoscibile, l’aria di un uomo che sta andando ala deriva. Giannettini gli consegna una lunga lettera che contiene più o meno le stesse cose che di lì a poco racconterà ai giornalisti dell'”Espresso” e dell'”Europeo” nelle sue interviste. Niente di nuovo per il SID. La Bruna ne ha tanta pena che di sua iniziativa, dice, gli regala 150 delle 200 mila lire che il SID gli aveva assegnato come fondo spese per il viaggio. Giannettini per un po’ se ne sta buono, poi si rifà vivo al telefono. Siamo a settembre del 1973. Chiede di nuovo un passaporto”.
gianadelio-maletti2“E questa volta il SID glielo dà?”. “Maletti è sempre contrario, Miceli è incerto. Dove vorrebbe andare Giannettini?, s’informa Miceli. Sembra in Spagna. Allora, ordina Miceli, informatevi dai servizi spagnoli cosa farebbero nel caso si vedessero arrivare Giannettini. I servizi spagnoli rimangono abbastanza sconcertati di fronte alla domanda: siamo buoni amici, dicono, faremo quello che vorrete. E arriviamo così al gennaio del 1974”.
“All’epoca del mandato di cattura”. “Esatto. Non appena ne ha notizia, Giannettini telefona ancora a Labruna. Guardate che adesso io scappo da Parigi, ma ho preparato per voi un documento eccezionale. In cambio del documento Giannettini chiede qualche milione e il solito passaporto. Si arriva ad un accordo più ristretto: niente passaporto e 400.000 lire. Il 27 aprile di quest’anno Labruna incontra per l’ultima volta Giannettini a Parigi sempre ad Orly e si fa consegnare il dossier che si rivela tutto sommato un ultimo bluff. Subito dopo di Giannettini si perdono le tracce…”.
“Dove era andato?”. “Era riuscito a ‘filtrare’ in Spagna, come voleva. Intanto in Italia scoppia ufficialmente il ‘caso Giannettini’. Miceli il quale ha nascosto al giudice D’Ambrosio che si trattava del collaboratore del SID finisce sotto accusa. D’Ambrosio vuole assolutamente mettere le mani su Giannettini. Ma intanto in Spagna Giannettini è riuscito a far perdere le sue tracce. Il SID non sa più dove sia…”.
“Come viene ritrovato?”. “Per puro caso. Un ufficiale dei servizi segreti spagnoli sente raccontare che alla facoltà di sociologia di Madrid da qualche tempo assiste, come auditore, ai corsi di Vintila Horia, un italiano, un certo Giannettini che recita la parte dello 007 internazionale e spende continuamente nei suoi discorsi il nome del SID. Informati della cosa quelli dell’ufficio D chiedono ai servizi spagnoli di consegnare all’Interpol Giannettini. La risposta è imbarazzata: ci dispiace ma la questione non dipende più da noi… Era successo che nel frattempo il dossier Giannettini era arrivato nientemeno che sul tavolo del generalissimo Franco. C’era stato l’attentato a Carrero Blanco e gli spagnoli avevano saputo che gli attentatori si erano rifugiati in territorio francese. Giannettini era diventato così la pedina di un curioso baratto tra il governo spagnolo e l’Interpol: noi vi diamo Giannettini e voi ci date i baschi che hanno fatto fuori Carrero Blanco… Lo scambio, naturalmente, non va in porto e allora la polizia spagnola prende Giannettini che era stato isolato in un albergo alla periferia di Madrid e per fare un ultimo dispetto all’Interpol gli offre un biglietto aereo per una città di sua scelta. E Giannettini parte per Buenos Aires…”.
“E il SID come lo sa?”. “Il SID viene informato dai servizi spagnoli e incarica l’addetto militare dell’ambasciata italiana a Buenos Aires di contattare Giannettini. Il compito non è difficile. L’ufficiale ha un incontro con Giannettini che si è installato nell’albergo più lussuoso della città. Giannettini gli racconta per filo e per segno la storia delle sue ultime peripezie. L’ufficiale registra tutto. Passano 15 giorni e Giannettini torna a trovarlo, ha perduto tutta la sua sicurezza, anzi è decisamente spaventato. Gli amici sui quali contava a Buenos Aires lo hanno scaricato, non ha più una lira e un conto d’albergo di 1 milione 300 mila lire da pagare. Chiede un prestito. L’ufficiale chiama Maletti gli suggerisce di proporre a Giannettini una resa onorevole: l’ambasciata gli pagherà il conto dell’albergo se accetta di costituirsi. Giannettini non ha più nemmeno i soldi per pagarsi le sigarette. Resiste una settimana. Poi accetta”.

Giuseppe Catalano, L’Espresso 01.12.1974

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