“Tritolo a noi” – Panorama 07.11.1974

C’erano i labari, i gagliardetti e le bandiere tricolori. Tutto l’armamen­tario del neofascismo italiano. Sul palco del teatro Dal Verme di Milano, dietro il microfono, Franco Maria Servello, deputato del Msi- Destra nazionale e capo dei nostal­gici lombardi.

« A Varese », urlò Servello, « come a Reggio Calabria la piazza di destra non è un fatto velleitario ». Era il 23 gennaio 1971 e Servello non si era sbagliato. All’alba di domenica 27 ottobre 1974, quattro fascisti, Ma­rio Di Giovanni, 21 anni, milanese, studente di medicina a Pavia; Fabrizio Daniele Zani, 21 anni milane­se, ex-commesso di libreria; Arman­do Tedesco 24 anni, calabrese, manovale; Silverio Bottazzi, 34 anni, spezzino, ex-segretario della Cisnal di Varese) sono stati arrestati men­tre stavano preparando un massa­cro: una bomba sotto le tribune dello stadio di Varese durante la partita contro la Roma in program­ma domenica 3 novembre e una se­conda bomba alla base della diga di Creva, sopra Luino, per ripetere una tragedia come quella del Vajont.

Nel rifugio dei dinamitardi a Casciago, un paesino a 5 km da Va­rese (un paio di stanze più servizi affittate a 30 mila lire mensili), gli agenti del nucleo antiterrorismo han­no trovato tute mimetiche, armi, munizioni, manuali d’addestramen­to militare, passaporti e carte d’ identità falsi. Inoltre, prova più ag­ghiacciante, una serie di fotografie di magistrati e giornalisti che se­condo la polizia avrebbero dovuto essere rapiti o addirittura assassinati.

Fra questi i tre giudici che guidano l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana (Gerardo D’Ambro­sio, Emilio Alessandrini e Luigi Fiasconaro) e il commentatore politico di Panorama, Giorgio Galli.

emilio-alessandrini

 

Secondo Francesco Pintus, 44 an­ni, sardo, il magistrato varesino che dirige le indagini sui quattro terro­risti neri, l’uomo chiave del gruppo è Mario Di Giovanni. Ex-militante del Fronte della Gioventù, capo ri­conosciuto di Avanguardia naziona­le, una dichiarata fede nazista (nel 1973 girava per Milano con un’Alfa coperta di svastiche), Di Giovanni ha un pesante passato politico e giu­diziario. Era ricercato per aver partecipato al raduno paramilitare sui monti di Rieti dove era stato ucciso nel conflitto a fuoco con i carabi­nieri il fascista Giancarlo Esposti, ed era stato accusato di adunata sediziosa dal giudice milanese Gui­do Viola perché coinvolto nei fatti del 12 aprile 1973 quando a Milano fu ucciso con una bomba missina l’agente di polizia Antonio Marino.

Di Giovanni era arrivato a Varese da Milano l’11 ottobre scorso con il suo camerata Fabrizio Daniele Zani, un militante di Ordine nero e accanito seguace delle idee del filo­sofo nazifascista Julius Evola. Do­po aver preso contatto con Silverio Bottazzi e Armando Tedesco, Di Giovanni e Zani, con passaporti falsi, andarono a Bellinzona, in Svizzera.

Soffiata. Che cosa di preciso i due fascisti abbiano fatto, a Bellinzona, magistratura e polizia stanno anco­ra cercando di saperlo. « Di certo », ha dichiarato a Panorama un diri­gente dell’antiterrorismo, « si incon­trarono all’hotel del Popolo, un al­bergo noto come ritrovo di molti membri dell’Internazionale nera ».

Rientrati a Varese, una settimana più tardi, Di Giovanni e Zani si rin­chiusero nel rifugio di Casciago do­ve (la magistratura di Varese lo dà ormai per scontato) i due terroristi avrebbero cominciato a mettere a punto il loro piano, aiutati da Bot­tazzi e Tedesco. A tradire i quattro fascisti è stata la soffiata di un con­fidente della polizia che gli stessi capi dell’antiterrorismo non nascon­dono di aver fatto infiltrare all’interno della cellula eversiva nera. Lo stesso confidente ha svelato anche il luogo dove era nascosto l’esplo­sivo; tre chili di tritolo T 4 capace di un altissimo potenziale dirompen­te, avvolto in un sacchetto di pla­stica, sotterrato ai piedi di un tra­liccio a ridosso della diga di Creva, che doveva saltare. « Se tutto fosse andato secondo i piani dei dinamitardi neri », ha detto a Panorama Antonio Cerchia, 32 anni capo dell’ufficio politico di Varese, « le stragi di Brescia e del treno Italicus sarebbero state, al confronto un’inezia.

Pino Buongiorno, Panorama 07.11.1974

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