“Quella di Azzi era solo la prima”, Lotta Continua 06.01.1974

La strage del 7 aprile sul direttissimo Torino-Roma e i tumulti sanguinosi del giovedì nero che dovevano rafforzarne le ripercussioni politiche facendo precipitare la crisi, non erano che una parte del programma omicida dei fascisti. Ora sappiamo che alla carneficina di Azzi dovevano seguirne altre, condotte con la stessa tecnica ‘vigliacca. ‘la vita di altre decine, forse centinaia, di innocenti era già nel conto criminale dei fascisti.

Subito dopo il Torino·Roma, avrebbe dovuto saltare in aria il treno diretto che collega Torino a Venezia e poi altri ancora, portando al parossismo la caccia al rosso. Un calcolo di un cinismo spaventoso, una mostruosità senza precedenti nelle cronache del crimine politico. Le bombe ai treni del ’69 e la stessa strage di piazza Fontana, diventano al confronto esercitazioni dilettantistiche.

Con quella stessa logica, ma con una determinazione delinquenziale enormemente più feroce, fascisti e potere avevano programmato l’atto finale della scalata autoritaria sulle scadenze di un eccidio di massa che soltanto il guasto fortuito dell’ultimo ingranaggio ha sventato. Sono i nuovi, gravissimi elementi che trapelano dall’inchiesta, mentre si moltiplicano gli episodi che raccontano la faida scatenatasi in casa fascista dopo il fallimento del piano.

Lettere di Rognoni ad Azzi e di Azzi a Rognoni fatte pervenire anonimamente alle autorità, dossier di fascisti che chiamano di correo non più i soli Servello e Petronio ma . gli ambienti governativi di Andreotti. All’inchiesta genovese del giudice Grillo, un ‘inchiesta che lascia nell’ombra i veri protagonisti, si affianca quella degli inquirenti della “Rosa dei venti “, che proprio ieri hanno di nuovo interrogato l’ex parà di Viareggio Amedeo Orlandini. E’ l’uomo che con lo squadrista Rampazzo assisté allo sfogo di Giancarlo De Marchi, il tesoriere della “Rosa”, rammaricato che “quell’idiota di Azzi” non fosse riuscito a provocare la strage.

E’ stato anche sentito lo stesso De Marchi, dopo che una sua poco maschia e fascistica scena d’isterismo con conseguente collasso aveva, interrotto il precedente interrogatorio. Intanto il tribunale di Padova mette le mani avanti dopo le rivelazioni dei giorni scorsi: l’anonimo generale chiamato a deporre non è né indiziato né tanto meno incriminato. E’ stato semplicemente ascoltato in qualità di “consulente tecnico”. L’altalena delle sortite rumoriane contro il partito del golpe e delle successive ritirate continua.

“Deputati Msi in Grecia chiesero denaro e armi” – La Stampa 07.03.1975

I deputati del msi Pino Rauti, Pino Romualdi, Giulio Caradonna, Pietro Cernilo, Franco Maria Servello e i consiglieri missini della Regione Lazio Giulio Maceratini e Massimo Andersen fecero frequenti viaggi in Grecia durante il regime dei colonnelli, incontrandosi col neo nazista Kostas Plevris per chiedergli «moltissme cose, soprattutto aiuti economici ed armi». La rivelazione è stata fatta dallo stesso Plevris al settimanale Panorama. Plevris, professore di sociologia alla scuola militare di Atene, fondò il movimento neonazista «4 agosto», che ebbe ramificazioni in vari paesi europei, ed in particolare in Italia. Molti dei missini che andarono a trovare Plevris esibirono lettere di presentazione firmate dall’on. Almirante. Servello (segretario amministrativo del msi) «si presentò da me nel giugno 1968. Aveva una lettera di Almirante, che naturalmente conservo nel mio archivio. Chiese un finanziamento di tre milioni di dracme, pari a circa 75 milioni di lire. Lo portai dall’allora ministro dell’Interno, Giovanni Laddas. Il ministro ascoltò Servello, poi si allontanò per fare una telefonata molto personale. Tornò nell’ufficio un quarto d’ora dopo, dicendo di non poter soddisfare la richiesta. Da quel giorno Servello non l’ho più rivisto». Plevris conclude la sua intervista sostenendo che nel 1969, grazie ad «un siluro del Msi», Papadopulos lo esonerò dall’incarico di tenere i rapporti col Msi. Alle accuse di Plevris, Aimirante ha reagito minacciando querele contro il greco e contro Panorama. « Le dichiarazioni sono destituite di fondamento » ha detto.

“Nico Azzi: ho sempre eseguito gli ordini del MSI” – Lotta Continua 05.01.1974

La questura di Milano ha ricevuto da un anonimo una lunga lettera, scritta in luglio da Nico Azzi , detenuto nel carcere di Marassi, a Giancarlo Rognoni, allora latitante. La lettera è ora nelle mani del giudice istruttore Grillo e del P.M. Barile, che hanno sottoposto il fascista a lunghi interrogatori. Azzi ha confermato di aver consegnato di nascosto la lettera ai suoi familiari, che la spedirono ad Anna Cavagnoli, moglie di Rognoni , a Milano. Sarebbe stata proprio lei, secondo Azzi, a spedire la lettera in questura, anziché farla pervenire al marito. Nei 6 fogli, riempiti con una fittissima scrittura, Azzi risponde alle accuse di Rognoni, che in una precedente lettera, bloccata dalla censura del carcere, gli aveva dato apertamente del traditore, per “aver fatto il mio nome e quello di altri camerati”. “Tu pretendi che facessi l’eroe e non aprissi bocca, mentre venivo simultaneamente accusato di strage a Genova e dei fatti successivi di piazza Tricolore a Milano, per via delle tre bombe a mano che io avevo fornito, come tu sai. Non soltanto io non ho collaborato con gli inquirenti, ma sono riuscito a far deviare le indagini dagli sviluppi gravissimi che stavano prendendo, come tu puoi ben capire dai risultati dell’indagine stessa. Io sono stato e resto fedele al partito. Ho detto quel che potevo dire nelle condizioni in cui mi trovavo. Tu sai che se io avessi effettivamente parlato, molta gente nostra sarebbe in galera. Io ho salvato chi doveva essere salvato. Hanno cercato di farmi dire i nomi di Anna (Cavagnoli), di Piero (Battiston), di Marco (Cagnoni) , ma io non ho parlato. Non ho fatto i nomi dei partecipanti all’incontro della notte del 6 aprile 1973 (vigilia dell’attentato) alla birreria Gruneval. Il tuo nome non l’ho fatto io, ma Marzorati, caro Giancarlo. Per quanto riguarda le riunioni presso l’on. Servello ne ha parlato lui stesso. Che potevo fare: smentire Servello? “.

“Varese in camicia nera” – Panorama 20.06.1974

A Mario Zagari, ministro socialista della Giustizia, è stato portato da un compagno di partito alla vigilia della crisi di governo. A Paolo Emi­lio Taviani, ministro democristiano dell’Interno, è arrivato lunedì 3 giu­gno, assieme al consueto rapporto informativo che ogni giorno la dire­zione di polizia gli prepara per ag­giornarlo sugli umori del Paese.

Scritto di notte, a botta calda, subito dopo la strage di Brescia da un cattolico del dissenso, l’avvocato varesino Luigi Campiotti, 44 anni, e sottoscritto da altri 39 avvocati, il documento lungo due cartelle è stato per la magistratura di Varese un vero e proprio atto d’accusa.

Con chiarezza, anche se con lin­guaggio sfumato e burocratico, i 40 legali varesini attaccano il loro tribunale, colpevole di aver usato in tutti questi anni « una insuffi­ciente vigilanza» contro il virulento neofascismo cittadino, contribuen­do. così a creare un « clima di con­nivenze omissive e silenziose nel quale si sono potute verificare le più sorprendenti e clamorose vicen­de giudiziarie » del risorgente squa­drismo locale. « Gli esempi non mancano », ha dichiarato a Panora­ma Campiotti. « Basta saper sfoglia­re i fascicoli dei picchiatori neri per vedere chi ha ragione ».

Pomeriggio del 28 novembre 1970. I giovani del Movimento Studente­sco, assieme a sindacalisti e uomini politici si riunirono nel salone della villa Mirabello, una vecchia residen­za patrizia al centro della città e di proprietà del Comune, per un di­battito sulla situazione economica. Saputa la notizia della riunione, un gruppo di fascisti armati di basto­ni, catene e mazze ferrate, organiz­zò una spedizione punitiva alla vil­la. Renato Camaiani, operaio e con­sigliere comunale del Pci, fu mal­menato e ferito alla testa con una chiave inglese ma tre aggressori ne­ri rimasero bloccati dentro la sala dagli studenti. Intervennero i carabinieri e i fascisti furono costret­ti ad abbandonare il campo. Nel corso dell’inchiesta giudiziaria pe­rò, il procuratore Giuseppe Cioffi incriminò per sequestro di persona gli studenti perché colpevoli di aver fermato i tre manganellatori.

Mattina del 21 gennaio 1971. Nel­l’aula della seconda sezione penale del tribunale di Varese, si aprì il processo per direttissima contro Giacomo De Sario, fondatore di un giornale nazista (Forza Uomo) e di un movimento (Costituente nazio­nale repubblicana) che ricalcava politicamente il programma della repubblica di Salò. L’accusa era di « tentata ricostituzione del disciolto partito fascista », sulla base della legge Scelba 20 giugno 1952.
Fischia il sasso. Messa alle stret­te, la difesa di De Sario sollevò ec­cezione di incostituzionalità e la corte, presieduta dal giudice Piero Dini, l’accetto anche se nel 1957 proprio la stessa Corte costituzionale aveva dichiarato perfettamente « costituzionale » il provvedimento.

Sera del 16 aprile 1972. Nell’im­minenza delle elezioni politiche, Giorgio Almirante, segretario del Msi-Destra nazionale, tenne un co­mizio a Varese. Finito il discorso, un gruppo di giovani fascisti assal­tò a colpi di pietre la sede del Mo­vimento Studentesco sotto gli occhi della polizia che non mosse un dito per impedire l’aggressione. Improv­visamente anche una camionetta della polizia fu colpita da un sasso e allora gli agenti entrarono nella sede del Movimento Studentesco e ne uscirono portando in questura 33 studenti, lasciando invece indisturbati i fascisti.
Incaricato di dirigere l’inchiesta, il sostituto procuratore della Repub­blica, Francesco Pintus (era di tur­no quel giorno in tribunale), ordinò immediatamente la liberazione de­gli studenti arrestati e nello stesso tempo cominciò a considerare sotto l’aspetto giudiziario il singolare comportamento della polizia. Ma non riuscì ad andare sino in fondo. Con una procedura che si applica solo in casi gravi ed eccezionali, il diretto superiore di Pintus, Giusep­pe Cioffi procuratore capo, tolse tutto di mano al suo sostituto, chie­dendo l’archiviazione delle indagini.

Avellinese, gran fumatore di pi­pa, eternamente vestito di grigio, assiduo lettore di Candido e del Borghese, i due settimanali dichia­ratamente missini, Cioffi è il vero, anche se mai nominato, bersaglio del documento firmato dai 40 avvo­cati varesini. Il secondo bersaglio (pure lui mai nominato) è Garibal­di Porrello, presidente da sei anni del tribunale di Varese. Uomo d’ordine per vocazione, pre­sente a quasi tutte le adunate degli ex-combattenti che si svolgono in città, affascinato dal mito dell’au­torità (nel suo ufficio color rosa ­antico al primo piano del tribunale fanno bella mostra un divano e due poltrone arabescate dove nessuno, compresi giudici e avvocati, può sedersi, a eccezione del prefetto, vescovo e questore quando gli fan­no visita), Porrello è rimproverato da molti leader dei partiti demo­cratici cittadini, per non voler fis­sare i processi contro 30 fascisti in libertà, rinviati a giudizio fin dal luglio 1972 dal giudice istruttore Vincenzo Rovello per associazione a delinquere, violenza privata con­tinuata e lesioni gravi.

I fascisti incriminati dal giudice Rovello sono gli stessi che Franco Maria Servello, deputato del Msi- Destra nazionale e capo del neo­fascismo milanese, elogiò pubblica­mente il 23 gennaio 1971 durante un comizio per « aver dimostrato che a Varese come a Reggio Cala­bria la piazza di destra non è un fatto velleitario ». Oltre all’attacco informale ma esplicito nei confronti dei due alti magistrati, il documento dei 40 avvocati ha voluto sottolineare soprattutto un pericolo reale.
Quello di veder ripetere in città il massacro di Brescia. Due mesi fa, per un sof­fio, a Varese è stata evitata la stessa tragedia di piazza della Loggia. Al­l’alba del 28 marzo, nella piazza del mercato, una bomba di notevole potenza è esplosa uccidendo un commerciante di fiori, Vittorio Bru­sa, e ferendo gravemente la moglie.

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Le indagini apparvero subito dif­ficili. Si affacciò persino l’ipotesi di un attentato nei confronti delle fer­rovie Nord-Milano. L’ordigno, infat­ti, era stato piazzato a dieci metri dai binari che delimitano un tratto di piazza. « Ma adesso », afferma uno degli avvocati firmatari del documento di Luigi Campiotti, « quel­la bomba ha un marchio: era tritolo fascista. Per questo non abbiamo più potuto sopportare in silenzio le negligenze del nostro tribunale ».

Romano Cantore, Panorama 20.06.1974

“Tritolo a noi” – Panorama 07.11.1974

C’erano i labari, i gagliardetti e le bandiere tricolori. Tutto l’armamen­tario del neofascismo italiano. Sul palco del teatro Dal Verme di Milano, dietro il microfono, Franco Maria Servello, deputato del Msi- Destra nazionale e capo dei nostal­gici lombardi.

« A Varese », urlò Servello, « come a Reggio Calabria la piazza di destra non è un fatto velleitario ». Era il 23 gennaio 1971 e Servello non si era sbagliato. All’alba di domenica 27 ottobre 1974, quattro fascisti, Ma­rio Di Giovanni, 21 anni, milanese, studente di medicina a Pavia; Fabrizio Daniele Zani, 21 anni milane­se, ex-commesso di libreria; Arman­do Tedesco 24 anni, calabrese, manovale; Silverio Bottazzi, 34 anni, spezzino, ex-segretario della Cisnal di Varese) sono stati arrestati men­tre stavano preparando un massa­cro: una bomba sotto le tribune dello stadio di Varese durante la partita contro la Roma in program­ma domenica 3 novembre e una se­conda bomba alla base della diga di Creva, sopra Luino, per ripetere una tragedia come quella del Vajont.

Nel rifugio dei dinamitardi a Casciago, un paesino a 5 km da Va­rese (un paio di stanze più servizi affittate a 30 mila lire mensili), gli agenti del nucleo antiterrorismo han­no trovato tute mimetiche, armi, munizioni, manuali d’addestramen­to militare, passaporti e carte d’ identità falsi. Inoltre, prova più ag­ghiacciante, una serie di fotografie di magistrati e giornalisti che se­condo la polizia avrebbero dovuto essere rapiti o addirittura assassinati.

Fra questi i tre giudici che guidano l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana (Gerardo D’Ambro­sio, Emilio Alessandrini e Luigi Fiasconaro) e il commentatore politico di Panorama, Giorgio Galli.

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Secondo Francesco Pintus, 44 an­ni, sardo, il magistrato varesino che dirige le indagini sui quattro terro­risti neri, l’uomo chiave del gruppo è Mario Di Giovanni. Ex-militante del Fronte della Gioventù, capo ri­conosciuto di Avanguardia naziona­le, una dichiarata fede nazista (nel 1973 girava per Milano con un’Alfa coperta di svastiche), Di Giovanni ha un pesante passato politico e giu­diziario. Era ricercato per aver partecipato al raduno paramilitare sui monti di Rieti dove era stato ucciso nel conflitto a fuoco con i carabi­nieri il fascista Giancarlo Esposti, ed era stato accusato di adunata sediziosa dal giudice milanese Gui­do Viola perché coinvolto nei fatti del 12 aprile 1973 quando a Milano fu ucciso con una bomba missina l’agente di polizia Antonio Marino.

Di Giovanni era arrivato a Varese da Milano l’11 ottobre scorso con il suo camerata Fabrizio Daniele Zani, un militante di Ordine nero e accanito seguace delle idee del filo­sofo nazifascista Julius Evola. Do­po aver preso contatto con Silverio Bottazzi e Armando Tedesco, Di Giovanni e Zani, con passaporti falsi, andarono a Bellinzona, in Svizzera.

Soffiata. Che cosa di preciso i due fascisti abbiano fatto, a Bellinzona, magistratura e polizia stanno anco­ra cercando di saperlo. « Di certo », ha dichiarato a Panorama un diri­gente dell’antiterrorismo, « si incon­trarono all’hotel del Popolo, un al­bergo noto come ritrovo di molti membri dell’Internazionale nera ».

Rientrati a Varese, una settimana più tardi, Di Giovanni e Zani si rin­chiusero nel rifugio di Casciago do­ve (la magistratura di Varese lo dà ormai per scontato) i due terroristi avrebbero cominciato a mettere a punto il loro piano, aiutati da Bot­tazzi e Tedesco. A tradire i quattro fascisti è stata la soffiata di un con­fidente della polizia che gli stessi capi dell’antiterrorismo non nascon­dono di aver fatto infiltrare all’interno della cellula eversiva nera. Lo stesso confidente ha svelato anche il luogo dove era nascosto l’esplo­sivo; tre chili di tritolo T 4 capace di un altissimo potenziale dirompen­te, avvolto in un sacchetto di pla­stica, sotterrato ai piedi di un tra­liccio a ridosso della diga di Creva, che doveva saltare. « Se tutto fosse andato secondo i piani dei dinamitardi neri », ha detto a Panorama Antonio Cerchia, 32 anni capo dell’ufficio politico di Varese, « le stragi di Brescia e del treno Italicus sarebbero state, al confronto un’inezia.

Pino Buongiorno, Panorama 07.11.1974

Giorgio Muggiani – dichiarazioni 14.03.1986

Ero segretario generale del comitato tricolore. Questa organizzazione si occupava di politica scolastica e raccoglieva ragazzi di destra che studiavano nelle medie superiori. L’ inizio di questa mia attivita’ risale al 1969.
Il Comitato Tricolore era nato nell’ambito del Msi sotto la egida di Servello, quasi in contrapposizione alla Giovane Italia alla quale invece si interessava il senatore Nencioni. Sono stato inoltre uno dei fondatori della Maggioranza Silenziosa. Il Comitato Tricolore nel 1970 si rese autonomo dal Msi e fu riassorbito quindi nel FDG nel 1972.
Rimase tuttavia una struttura autonoma, il “Centro Studi Comitato Tricolore” che ebbe vita sino al 1979 – 1980. Nell’ ambito delle mie attivita’ sono entrato in contatto con gli ambienti della destra extraparlamentare milanese. Ricordo in particolare che c’ era una situazione di conflittualità molto accentuata fra me e “La Fenice” di Rognoni Gancarlo. I motivi di tale conflittualità stavano nel fatto che io attraverso il comitato tricolore svolgeva una politica strettamente legalitaria e rifiutavo di dare spazio a coloro che sapevo coinvolti in fatti di violenza gratuita ed in attentati. Il gruppo de “La Fenice” era costituito da un nucleo fondatore composto da Rognoni, dalla moglie, dal de amici marco, da Azzi, Marzorati, De Min e da Pagliai detto “puttino” . Attorno a questo nucleo centrale gravitavano poi Zani, Battiston Ferri, Gobis Diana. Anche Esposti Gancarlo frequentava Rognoni, cosi’ come pure brusoni luciana ai tempi del comitato tricolore.

– in ordine a Rognoni posso riferire che costui era in contatto con Signorelli il quale veniva a Milano prima di ogni attentato. Cio’ mi e’ stato detto da una ragazza gravitante nell’ ambiente della quale ora non ricordo il nome. Il Rognoni, inoltre, aveva senz’ altro rapporti col senatore Nencioni il quale curava i suoi interessi finanziari. Il Rognoni era proprietario di alcuni appartamenti e di un bungalow a celle ligure e tale patrimonio era amministrato dal Nencioni il quale, inoltre, era in relazione anche con Gobis Diana. Un’ altra persona, una ragazza dell’ ambiente della quale peraltro non ricordo il nome, mi disse di avere saputo che Rognoni prima dell’ attentato al treno di Azzi Nico, avrebbe avuto un contatto con qualche esponente delle forze dell’ordine di Torino.

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– non ho conosciuto invece Ballan marco, anche se ovviamente il suo nome mi e’ noto. So comunque di an all’ epoca facevano parte Di Giovanni, Cipelletti Claudio, Vivirito, il quale in precedenza era stato espulso dal comitato tricolore per traffico d’armi. Non ricordo in questo momento il nome di altra gente di AN. Faccio presente, comunque, che vi era un notevole interscambio tra diversi gruppi. Cosi’, ad esempio Zani era stato nella Giovane Italia, nel Fronte, in AN, ne “La Fenice” ed in Ordine Nero. Anche Di Giovanni ha avuto analoga vicenda politica ed inoltre di recente si e’ avvicinato ad Alleanza Cattolica.

– Cagnoni era al Msi e milita tuttora in tale partito. Anche il Cagnoni gravitava nell’ ambiente de “La Fenice” ma era un personaggio del tutto secondario.

– non ho conosciuto persone di altre citta’ che abbiano frequentato questi ambienti milanesi. In particolare escludo di avere conosciuto persone di Ascoli Piceno, bolognesi o toscani. Mi e’ capitato di incontrare Affatigato Marco ad ancona verso il 1975 – 1976 allorche’ mi recai a far visita a dei miei conoscenti di quella citta’. All’ epoca l’ Affatigato si occupava di una pubblicazione sui detenuti di destra.

– circa la latitanza del Rognoni so che costui e’ stato a Lugano ospite di Mainardi. Rognoni conosceva senz’ altro Angeli Angelo molto bene, ma non so se abbia avuto rapporti con lui nel periodo di latitanza trascorso in Svizzera. Il Rognoni soggiornò anche a Ginevra all’ hotel “De Nations” almeno cosi’ mi e’ stato detto a suo tempo e successivamente si trasferi’ in Spagna.

– non ho mai conosciuto Bumbaca, anche se ne ho sentito parlare. So che costui era un picchiatore amico di Radice.

– ho conosciuto Danieletti molto superficialmente. Danieletti frequentava il bar di via Borgogna ed e’ percio’ verosimile che conoscesse lo Zani, anche se non ho mai visto i due assieme.

– anche il Ferri ha appartenuto a diversi gruppi ed ha avuto una collocazione rispetto al Rognoni analoga a quella di Zani e Di Giovanni.

– conoscevo molto bene Esposti Giancarlo, tanto e’ vero che questi mi aveva offerto delle partite di armi che peraltro io rifiutai. Sul punto mi riporto alle dichiarazioni da me rese recentemente al GI di Brescia dr Zorzi. Circa la storia che Esposti fosse in contatto coi servizi segreti portoghesi, posso solo dire che mi offri’ una partita di armi di provenienza credo angolana.

– Esposti era in ottimi rapporti con Rognoni e li ho visti spesso assieme. Esposti era inoltre in stretti rapporti con il Msi e in particolare con l’ onorevole Servello. Esposti mi disse di avere dato all’ onorevole Servello una lettera relativa a “golosone” cioe’ Angeli Angelo da aprire solo in caso in cui gli fosse successo qualcosa. Naturalmente non so se cio’ sia vero. Questo e’ quello che mi e’ stato detto da Esposti.

– l’ ultima volta che ho visto Esposti risale al tempo immediatamente antecedente ad uno dei suoi arresti, precisamente quello conseguente alla accusa di avere posto alcuni chili di dinamite in una cassetta della stazione centrale. Ricordo che lo Esposti era molto teso ed aveva paura di qualche cosa.

– con riferimento a discorsi relativi a colpi di stato ricordo di avere partecipato a delle riunioni dell’ associazione “Italia Unita” . Rettifico si tratto’ soltanto di una riunione cui presenziavano sedicenti ex ammiragli ed ufficiali in congedo vi erano inoltre tre persone del Mar, una delle quali era Orlando Gaetano, le quali prospettarono la necessita’ di fare attentati ai tralicci. Si trattava di una riunione grottesca che risale agli anni 1969 – 1970. Invitato a riflettere ulteriormente sull’ epoca della riunione insisto a dire che avvenne in quegli anni.

– prendo visione di un album di foto della Digos di Bologna attualmente recante numero 87 foto numerate progressivamente. La nr 4 raffigura Affatigato, le nr 7 e 8 Zani, la nr 15 un tale milanese di nome Luciano che si occupava di una rivista di destra e che certamente conosceva Esposti. Mi e’ noto anche perche’ ricordo che ha lasciato qualche intervista. Le nr 17 e nr 19 raffigurano persone che mi pare di avere gia’ viste ma che non so identificare; la nr 24 e la 23 raffigurano il Buonocore; la 25 o meglio la persona effigiata nella nr 25 l’ ho senz’ altro gia’ vista ma non ricordo chi sia. Prendo atto che si tratta di Ferri ma in questa foto non lo avrei riconosciuto. La nr 33 raffigura Orlando Gaetano, la 47 Vivirito; la 49 Battiston; la 50 Azzi; la 51 angeli; la 52 degli occhi; la 53 qualcuno che ho gia’ visto ma che non so chi sia; La 56 la Boidi; la 59 qualcuno che non ricordo; la 64 e la 65 Rognoni; la 70 Esposti; la 71 D’Intino. Altre foto le ho gia’ viste sui giornali, quali esempio quelle di Tuti e del Gelli.

Letto confermato e sottoscritto.­