Carlo Digilio – dichiarazioni 14.12.1996

In un periodo di tempo che, quantomeno in questo momento, non sono in grado di collocare con esattezza, ma che comunque cercherò di fissare in base ad altri ricordi dell’epoca, venne a Venezia il capitano David CARRET, allora già mio referente nella struttura C.I.A.. Mi contattò tramite il solito sistema di cui ho già ampiamente parlato e cioè collocando un bigliettino nella buca delle lettere di casa mia a Sant’Elena.

Delfo_Zorzi

Ci incontrammo, come facevamo di solito, all’entrata del Palazzo Ducale in San Marco e mi disse che intendeva parlarmi di una cosa molto delicata. Mi disse che la sua struttura aveva saputo a Roma, dall’ambiente di Ordine Nuovo, che tale organizzazione stava progettando un grave attentato con esplosivo contro la persona del Giudice milanese, dr. D’Ambrosio.
Mi spiegò che tale attentato era stato ispirato da servizi segreti italiani e in particolare la medesima struttura che aveva ispirato e spinto Delfo ZORZI e il suo gruppo alla catena di attentati da loro commessi.
Non mi specificò quale, fra le varie esistenti all’epoca, fosse tale struttura italiana e del resto io non ero sufficientemente titolato a chiedergli spiegazioni del genere e non sarebbe stato consono ai nostri rispettivi ruoli. Mi disse che molto probabilmente, visto che io avevo già svolto il ruolo di “consulente” recandomi al casolare di Paese ed ero conosciuto come tecnico, chi stava preparando tale attentato mi avrebbe in qualche modo contattato o comunque interpellato per farmi controllare il corretto funzionamento dell’ordigno.

Faccio presente che certamente il capitano CARRET aveva saputo dei miei due accessi al casolare di Paese tramite le relazioni del prof. Lino FRANCO. CARRET mi spiegò che un attentato di tal genere era contrario alla loro politica e alle direttive dei servizi americani e del generale WESTMORELAND che pure raccomandavano una durissima opposizione ai comunisti, ma senza però provocare vittime in modo indiscriminato e che quindi un’azione del genere non era ammessa e doveva essere contrastata anche per le ripercussioni che aveva avuto. Mi chiese quindi di attivarmi, qualora fossi stato coinvolto, per vanificare e sabotare tale progetto. Faccio presente ancora, per comprendere il contesto degli avvenimenti, che io avevo grande stima del capitano CARRET che era un militare di grande esperienza ed equilibrato. Effettivamente circa un mese e mezzo dopo, il dr. MAGGI mi telefonò avvisandomi che avrei avuto una visita. Faccio presente che per comunicazioni di tal genere il dr. MAGGI telefonava sempre, per motivi di sicurezza, non da casa ma dall’Ospedale o da un telefono pubblico.

Mi specificò che era stato lui a dare il mio indirizzo a questa persona che comunque era una mia vecchia conoscenza. Il giorno dopo venne a casa mia Giovanni VENTURA; ricordo che si presentò vestito in modo un po’ particolare, con occhiali da sole e un foulard e sembrava uno dei tanti turisti che girano per Venezia.
Era solo e aveva con una borsa di pelle nera. Mi disse che mi doveva dare un “ingrato compito” e cioè verificare se l’ordigno che si trovava nella borsa era stato confezionato secondo le regole di sicurezza per chi lo avrebbe trasportato. Mi fece vedere quanto aveva con se e tirò fuori dalla borsa una delle solite scatole militari portamunizioni, del tutto identica a quelle che avevo visto al casolare di Paese. All’interno c’era un ordigno che così descrivo: c’era un tubo Innocenti sui 20 centimetri di lunghezza saldato ad un’estremità, mentre dall’altra aveva una filettatura a cui era avvitato un tappo. All’interno del tubo, che svitai, c’era della gelignite sfusa e un sacchettino di plastica con il solito orologio Ruhla già pronto con il buco e il perno, una pila da 9 volt, almeno così la ricordo, e dall’orologio partiva il filamento al nichel-cromo e il fiammifero antivento che serviva da accensione. Oltre a questo tubo, parte nella scatola e parte nella borsa, c’erano altri 4 o 5 candelotti di gelignite in carta rossa. Notai che l’innesco era fatto bene e naturalmente la batteria non era collegata e l’orologio non era caricato.

Ricordo che il filamento era avvolto sul fiammifero e fermato ad esso con dello scotch. VENTURA mi disse che aveva avuto quel congegno a Mestre dal gruppo di ZORZI e del resto io avevo riconosciuto la fattura dell’innesco che avevo già visto a Paese durante il secondo accesso.

VENTURA mi disse che era stato fortunato a riuscire a tornare libero, che si sentiva comunque perseguitato e che l’ordigno doveva essere usato contro il Giudice D’Ambrosio. Io gli feci subito notare che un ordigno del genere era di grande potenza e avrebbe potuto provocare conseguenze più gravi di quelle di Piazza Fontana. Gli spiegai comunque che l’ordigno era in condizioni di sicurezza per il trasporto, ma che comunque, per evitare conseguenze gravissime, si poteva al più utilizzare a fine intimidatorio solo il tubo che conteneva non più di mezzo candelotto di gelignite.

Inoltre, per creare ulteriori difficoltà all’esecuzione di un attentato potenzialmente tanto grave, staccai con una pinzetta la resistenza dal resto dell’orologio senza farmi notare da VENTURA che, mentre svitavo il tappo del tubo si era prudentemente ritirato in corridoio.

Richiusi il tubo prima che VENTURA si avvicinasse e così lui non se ne accorse. VENTURA si trattenne a casa mia non più di un quarto d’ora e diede l’impressione di avere accolto il mio consiglio e infatti disse che si sarebbe disfatto dell’esplosivo in più. Lessi qualche giorno dopo sui giornali che era avvenuto a Milano un attentato dimostrativo ed esattamente il rinvenimento di un ordigno inesploso, mi sembra proprio nei pressi dell’Ufficio del dr. D’Ambrosio, e ricollegai quindi immediatamente tale episodio di intimidazione a quanto era avvenuto durante la visita di Giovanni VENTURA.

Passò ancora qualche giorno e rividi a Venezia CARRET con il medesimo sistema e nel medesimo posto. Gli relazionai quello che avevo fatto ed egli si congratulò con me dicendo che avevo fatto un ottimo lavoro nel senso che avevo evitato una cosa molto grave. Mi disse che la loro struttura era stufa di tollerare o appoggiare azioni di servizi segreti italiani che avevano superato i limiti e scherzavano con il fuoco. Mi confermò, come già aveva fatto nel primo incontro, che erano concepite azioni dimostrative in senso anticomunista, ma non massacri indiscriminati. Questo mi confermò quella che era stata sempre la mia sensazione e cioè che CARRET avesse un’etica militare e non fosse disposto ad oltrepassarla. Per quanto concerne il contesto in cui maturò il progetto, posso dire quanto segue. Il capitano CARRET mi aveva detto che avevano recepito l’informazione sul progetto nell’ambiente di Ordine Nuovo di Roma.

Io avevo già saputo da SOFFIATI, in tempi precedenti, che Pino RAUTI era in contatto con la struttura C.I.A. con la veste di informatore e di fiduciario e ciò mi fu confermato dallo stesso capitano CARRET nel corso del secondo incontro, quando parlammo del modo in cui essi avevano acquisito la notizia del progetto.

Carlo Digilio – dichiarazioni 04.05.1996

Spontaneamente intendo riferire una circostanza della massima importanza e che riguarda la gravissima strage che avvenne a Brescia. Qualche giorno dopo la cena con MAGGI, MINETTO e i due SOFFIATI di cui ho parlato nel precedente interrogatorio, e precisamente non più di 4 o 5 giorni dopo, Marcello SOFFIATI, su ordine del dr. MAGGI, fu mandato a Mestre a ritirare una valigetta da Delfo ZORZI e con questa valigetta, in treno, tornò a Verona nell’appartamento di Via Stella.

Io mi trovavo lì e vidi Marcello SOFFIATI letteralmente terrorizzato. Mi fece vedere la valigetta, era tipo 24 ore, che conteneva una quindicina di candelotti, non so se dinamite o gelignite, ma comunque diversi da quelli che aveva procurato ROTELLI in passato e che erano entrati nella disponibilità di ZORZI. Insieme ai candelotti vi era anche il congegno praticamente già approntato. Era costituito da una normale pila da 4,5 volt e da una sveglia grossa di tipo molto comune con dei bilancieri che facevano rumore. I fili erano già collegati tra la pila e la sveglia e quest’ultima, inoltre, aveva già il perno sistemato sul quadrante e le lancette con le punte piegate in alto per facilitare il contatto.

carlomariamaggi

Notai che il quadrante della sveglia non era di vetro, ma di plastica. Era una sveglia veramente dozzinale e di poco prezzo. SOFFIATI era molto spaventato perchè anche se la sveglia era ovviamente ferma, egli temeva che in qualche modo il congegno potesse entrare un funzione poichè il perno era già ben inserito e il quadrante di plastica, se toccato si schiacciava e poteva creare anche involontariamente il contatto.
Io gli dissi che era stato un pazzo a portare quell’ordigno in treno da Mestre e di buttare via nell’Adige quella roba appena avesse potuto. SOFFIATI però mi disse che su disposizione di MAGGI gli era stato in pratica ordinato di andare a Mestre per ritirare il congegno da ZORZI per portarlo poi a Milano, sempre in treno. ZORZI aveva detto che per quell’operazione era disponibile a mettere a disposizione l’esplosivo e il congegno, ma non a fare altro.
SOFFIATI era preoccupato e spaventato, ma alla fine mi disse che non poteva fare altro che portare l’esplosivo dove gli era stato ordinato. L’unica cosa che potei fare fu quella di sollevare un po’ il perno dal quadrante svitandolo con grande attenzione e riducendo così il pericolo di un contatto non voluto.

Dopo pochissimi giorni vi fu la strage di Brescia. Marcello apparve subito angosciato in modo terribile e da quel momento entrò in contrasto definitivo con ZORZI e MAGGI ed io gli consigliai di abbandonare definitivamente il gruppo. Marcello SOFFIATI ebbe la netta sensazione che ZORZI intendesse eliminarlo ed infatti quando si trovò in qualche occasione a Mestre ebbe cura di tenere una pistola alla cintola. Da quel momento, anche su mio consiglio, intensificò i viaggi all’estero, in particolare in Spagna, per tenersi lontano dall’ambiente.
In sostanza vi fu una progressione costituita dalla cena di Rovigo, di cui ho già parlato e che fu molto importante sul piano strategico, dalla cena a Colognola con MAGGI e MINETTO e appunto dall’arrivo di SOFFIATI a Verona con la valigetta. Il tutto nel giro di pochi giorni.

Secondo me, in particolare a quella cena di Rovigo, fu decisa una vera e propria strategia di attentati che si inserivano nei progetti di colpo di Stato che vedevano uniti civili e militari e si inserivano nella strategia anticomunista del Convegno Pollio del 1965. Marcello SOFFIATI parlò, come destinatari dell’ordigno, di gente delle S.A.M. a Milano, senza specificare nomi. Faccio presente che quando vi fu la cena con MINETTO e MAGGI in cui quest’ultimo preannunziò l’attentato non disse in quale città sarebbe avvenuto, ma indicò genericamente il Nord-Italia. Dopo quella cena io ero un po’ spaesato e rimasi ospite da Marcello SOFFIATI in Via Stella e quindi ero lì quando lui partì per Mestre e ritornò a Verona sapendo di trovarmi.

Vincenzo Vinciguerra – dichiarazioni 09.11.1990

Il difensore d’ufficio avv. Desi Bruno, avvisato, non è comparso. E’ presente il Pm dr L. Mancuso ed il sottoscritto verbalizzante m.o. Gabriele Di Flavio dei CC di Bologna.

Adr: prendo atto che lei GI ha letto il mio libro “Ergastolo per la libertà”‘ ed il mio dattiloscritto “La voce del silenzio”. Confermo il contenuto di questi miei scritti, nel senso anche che, per le parti rilevanti, devono essere intese come contenenti dichiarazioni apprezzabili ai fini giudiziari.

Adr: interrogato in merito alla struttura denominata “gladio”, di chiaro che sei anni fa ho fatto una serie di nomi di persone collegate con i servizi segreti e mi riporto a quel verbale, aggiungo poi che vi sono state numerose teorizzazioni, fra le quali ricordo quella del generale Carlo Jean e quella del convegno Pollio, in forza delle quali si prefiguravano forme di guerra totale. Intendo totale nel senso riguardante non solo una componente militare, ma anche una componente politica e una componente civile da utilizzare nelle strutture adeguate a portare avanti tale tipo di guerra.
Ricordo che Rauti, da me citato a pag. 152 del mio libro, sottolinea la necessità di fronteggiare forme di infiltrazione non violenta del comunismo nei gangli dello Stato. Aggiungo poi che parlando di “guerra totale” intendo far riferimento all’idea di “guerra non ortodossa” ben chiarita a pag. 156 del mio libro, ove cito un passo di Ivan Matteo Lombardo. Aggiungo poiché i servizi nell’impegnarsi in tale tipo di guerra si avvalgono di molte strutture, ovvero di una unica struttura suddivisa in più sottostrutture. Le persone che ho menzionato sei anni fa, fra le quali ricordo esservi Delfo Zorzi, Marcello Soffiati, Carlo Maria Maggi, Fachini, Enzo Maria Dantini e Rauti, facevano certamente parte di una di queste strutture . Richiamo poi l’attenzione su tale Arnaldo Ronchini, da me menzionato nel libro, anch’egli appartenente a strutture di quel tipo. Ad esempio Delfo Zorzi aveva tutte le caratteristiche indicate da Spiazzi per entrare in una struttura segretissima delle forze armate. Era infatti un antimarxista, aveva svolto il servizio militare nonostante fosse praticamente cieco in un occhio ed aveva svolto attività informativa nell’esercito. Delfo Zorzi, parlando con me, ammise contatti con un altissimo funzionario del ministero degli interni. Circa il convegno Pollio voglio precisare che (…) non era un convegno, né fascista, né eversivo. I relatori erano tutti dei tecnici esperti in guerra rivoluzionaria.

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Adr: dopo aver commesso l’attentato di Peteano sono stato protetto dalle indagini senza che io lo volessi. Da Maggi e da altri venni a sapere che i servizi sapevano della mia responsabilità, ma che non si erano mossi. Su questo punto mi riporto a dichiarazioni già rese in precedenza. Sono convinto di essere stato protetto in quanto era una strategia complessiva che doveva venire salvaguardata. Per tale strategia, che ha trovato espressione anche nell’episodio di Camerino, erano i “rossi” che dovevano apparire come responsabili di violenze ed attentati e perciò il gesto da me compiuto a Peteano era incompatibile con tale strategia e non doveva essere svelato. Tengo a segnalare che il depistaggio su Peteano prese consistenza proprio in concomitanza con l’episodio di Camerino.
Voglio inoltre produrre e consegnare all’ufficio il libro “Gli americani in Italia” di Roberto Faenza e Marco Fini e segnalo che a pag. 265 reca i nomi dei militari e dei civili che operavano nel “Comitato centrale” dell’Ail alle dipendenze del colonnello Musco. Produco e consegno all’ufficio altresì il libro “Il colpo di stato militare in Italia” di Beltrametti segnalando in particolare che a pag. 46 viene data una corretta definizione della “Guerra rivoluzionaria”. Ricordo che il Beltrametti, inoltre, nel suo libro “Contestazione e megatoni”, chiarisce che non si possono lasciare in mano ai politici gli elenchi di coloro che fanno parte dei “Nuclei di resistenza”.

Adr: non ritengo di dover fornire elementi ulteriori rispetto a quanto riportato nei miei scritti anche se sono disponibile a rispondere alle domande che potranno essermi fatte con riferimento a tutto quello che ho scritto. Mantenendo sempre la facoltà di non rispondere dove ciò fosse in conflitto con le mie scelte processuali. Richiamo all’attenzione il fatto che il mio libro contiene dei dati inediti. Ad esempio a pag. 57 chiarisco che fu il Tuti la persona che ricevette la dichiarazione firmata degli autori della strage di Brescia. La fonte di tale notizia è lo Zani Fabrizio. A pag. 93, poi, parlo della pistola che ha ucciso Pecorelli. So che qualcuno ha conservato quella pistola.

Adr: sentito in merito ai miei rapporti con Stefano Delle Chiaie dico che Stefano è fuori, nel senso che non e in carcere, perché l’ho difeso io. Ora non ha più un difensore, ma nemmeno lo accuso.
Adr: il Dantini e un ex avanguardista. Ritengo che possa identificarsi con quell’Enzo che mise in contatto i vertici di Terza Posizione con i Montoneros e precisamente con Firminich e Vaca Narvaja. Ho sempre sostenuto che i Montoneros rappresentavano una dimensione strategica voluta e organizzata dai Servizi Segreti vi sono evidenti analogie fra il processo di destabilizzazione argentino e quello compiuto in Italia. Il Golpe in Argentina avvenne il 24.03.76, data questa in cui io ed altri avemmo sentore di un possibile colpo di stato anche in Italia.

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Carlo Digilio – dichiarazioni 10.10.1994

”….La mia seconda visita al casolare avvenne dopo che VENTURA mi aveva chiesto quelle delucidazioni sulle modalità di accensione dei congegni di cui ho già parlato nei precedenti interrogatori e di cui io riferii al prof. FRANCO.
L’interesse di Ventura quindi risultava essersi spostato anche nel campo dei congegni esplosivi e il prof. Franco volle andare a fondo di questa vicenda. Il prof. Franco mi convocò per telefono, ci incontrammo a Treviso alla stazione (io avevo raggiunto Treviso in treno) e Franco mi riferì che aveva sentito Ventura il quale aveva dei problemi…. Ci recammo a Paese esattamente quello stesso giorno con una macchina guidata da Franco, dopo avere raccolto a Treviso Giovanni Ventura il quale stava aspettando nei pressi della stazione a bordo della stessa Mini Minor rossa con la quale lo avevo già visto la volta precedente. Raggiunto il casolare vi trovammo Delfo Zorzi che era nella prima stanza, entrando, dove c’era un tavolino.

Delfo_Zorzi

La seconda stanza, a sinistra della prima, aveva la porta semiaperta e c’era un’altra persona che non mi fu presentata e che rimase in quella stanza senza partecipare ai nostri discorsi…. Ebbi la netta impressione che Franco e Delfo Zorzi si conoscessero già. Zorzi appariva più affabile della prima volta in cui l’avevo visto. Franco gli chiese di vedere la pistola.
Zorzi recuperò nella stanza a sinistra la pistola che era effettivamente una pistola non comune, una vecchia FROMMER ungherese piuttosto malconcia. Io diedi un’occhiata all’arma, vidi che era piuttosto maltenuta e dissi che con quella era certo meglio non spararci e non aveva neanche un gran valore come arma da collezione. Capii però che nei miei confronti la verifica su quell’arma era poco più che un pretesto in quanto Zorzi insieme all’arma portò alcune componenti di un congegno esplosivo.
Si trattava in sostanza del meccanismo di accensione e cioè una pila, un orologio da polso e dei fili nonchè della polvere nera da caccia e dei fiammiferi di tipo comune. ZORZI e VENTURA assemblarono insieme il tutto con una pinzetta e dissero al prof. FRANCO che il problema che non avevano ancora deciso come risolvere era quello di collegare il filo che faceva da resistenza o a polvere nera o a un fiammifero.
In questo secondo caso la resistenza doveva essere avvolta attorno al fiammifero.
FRANCO, vedendo quell’armeggiare e i dubbi che venivano esposti, sbottò dicendo che il filo non era di quelli più idonei in quanto era troppo rigido e infatti nella prova nelle mani di Zorzi e Ventura si ruppe e dovettero ripetere l’operazione ed inoltre i fiammiferi erano troppo piccoli e potevano usare invece fiammiferi con la testa più grossa, più lunghi, e cioè quelli antivento normalmente in commercio.
Franco durante questa operazione accennò che per suoi ricordi di guerra il congegno assomigliava a quello di cui si era tanto parlato in relazione all’attentato di Via Rasella. Disse che si ricordava bene questo particolare sia perchè era un vecchio combattente sia perchè era un fumatore.
Franco nello scambio di battute disse ai due “state attenti che siano solo petardi”, alludendo chiaramente all’invito ad usarli solo per attentati dimostrativi.
Io assistetti senza dire nulla e ebbi comunque la sensazione che Franco non aveva voluto andare al casolare da solo.
Da quelle poche battute si comprendeva che Franco nei confronti dei suoi interlocutori aveva un atteggiamento di richiamo alla moderazione e cioè di ricordare loro che non dovevano essere commessi episodi con gravi conseguenze…. Ovviamente commentai con Franco anche il senso di quell’incontro. Egli mi disse che aveva dato questi piccolo aiuto a Ventura per una ragione ben precisa.
Si espresse così “se Ventura perde l’appalto, io non so più quale altra persona lo sostituirebbe ricevendo il suo incarico”.
Del resto il prof. Franco mi aveva specificamente fatto presente che quell’attività di controllo era un’attività che egli svolgeva per incarico della C.I.A. in un momento delicato e nella zona che era di sua competenza. Tornammo a Treviso, mi ringraziò per la mia collaborazione e mi disse che avrebbe continuato lui personalmente a seguire quella storia e io non sarei stato più disturbato….

La strage di Piazza della Loggia e la morte di Silvio Ferrari

NAPOLI (72) ha dichiarato che MELIOLI “Fece riferimento a quel ragazzo che esplose su uno scooter, che in pratica lui disse che non era stata una disgrazia, ma gliel’avevano collocata per farlo esplodere per la strada…”
Quanto più specificamente con riferimento alla strage del 28.5.74, MELIOLI ha confermato il seguente passo del verbale 27.6.97:
“MELIOLI da come si espresse dimostrò di conoscere nei dettagli la dinamica dell’episodio, comunque mi dette l’impressione che le sue fonti in ordine alla strage avessero partecipato direttamente alla stessa”.
E, ci si chiede, chi più del MELIOLI, che ne era l’organizzatore materiale, poteva conoscere la dinamica della strage di Brescia e dare l’impressione di essere vicino alle fonti?
NAPOLI ha confermato anche i seguenti passi “Il MELIOLI mi disse che aveva agito un gruppo bresciano, vicino per posizione ad Ordine Nuovo ; non mi fece dei nomi, ma precisò che dello stesso aveva fatto parte quel Silvio FERRARI che era saltato in aria sulla sua vespa qualche giorno prima della strage di Brescia; MELIOLI mi disse che si era trattato di un omicidio, nel senso che il FERRARI era stato eliminato dal suo stesso gruppo in quanto era
diventato un anello debole. Non mi precisò il MELIOLI in che cosa consistesse questa “debolezza” del FERRARI ; non mi sembra, tuttavia, che abbia fatto riferimento ad una sua presunta infamia , nel senso che il FERRARI fosse stato ucciso in quanto aveva parlato.” (si veda il verbale sopra citato).
Ulteriore e fondamentale concordanza tra le dichiarazioni di TRAMONTE e quelle del NAPOLI ( che riferisce quanto appreso da MELIOLI) sussistono con riferimento alle responsabilità di Ermanno BUZZI, al quale il MELIOLI avrebbe attribuito un ruolo marginale, che ben si concilia con il semplice trasporto dell’ordigno che il primo gli attribuisce:
“Il predetto mi parlò anche di un qualche coinvolgimento di Ermanno BUZZI nella strage. Ne parlò, tuttavia, come se si fosse trattato di una partecipazione marginale, di un ruolo minore. Disse che comunque BUZZI era a conoscenza di come si fossero svolte le cose e in particolare sapeva di aveva collocato l’ordigno e chi comunque aveva direttamente agito. MELIOLI parlò di BUZZI come di un soggetto vicino al gruppo bresciano, ma che non ne faceva direttamente parte”. (vedasi verbale sopra citato).
In dibattimento, con riferimento alla posizione di BUZZI, NAPOLI ha aggiunto:
“faceva capire questo che fosse stato coinvolto, messo là a coprire, ma in realtà lui c’entrasse relativamente…qualcosa conosceva, però lì era in discussione come doppio giochista, come informatore”.
Come si può notare è esattamente il ruolo che viene attribuito da TRAMONTE: BUZZI si inserisce nel trasporto dell’ordigno.
NAPOLI ha confermato anche quanto segue: “solo dopo la morte di BUZZI MELIOLI mi riferì che questi era stato un confidente dei Carabinieri…di Carabinieri di Brescia”
Anche l’analisi complessiva dei fatti stragistici ed eversivi di quegli anni, tutti uniti da una finalità golpistica , con coinvolgimento dei militari e dei Carabinieri, coincide con quella di TRAMONTE. NAPOLI ha confermato, infatti anche il seguente passo:
“Nell’ambito dei discorsi fatti nel 1981, MELIOLI mi disse che tutti gli attentati che si erano verificati a partire da piazza Fontana, ivi compresa la strage di Piazza della Loggia e l’Italicus , erano caratterizzati da una comune regia, da un comune filo conduttore , tutti questi attentati miravano alla presa del potere tramite un colpo di stato militare.
Ha confermato altresì quanto segue, sempre del verbale 26.1.98:
“In ordine all’attentato di Piazza Fontana confermo che MELIOLI sosteneva che gli organizzatori dell’attentato di Piazza Fontana era il gruppo ordinovista veneto, i particolare FACHINI e FREDA, ma che l’ordigno era stato materialmente deposto proprio da VALPREDA, appartenente ad un gruppo anarchico in cui si era infiltrato MERLINO” . Più avanti NAPOLI, nel confermare precedenti verbali, ha
chiarito che in sostanza VALPREDA era stato strumentalizzato, in quanto “qualcuno aveva modificato l’orario sul timer”.
MELIOLI riferì a NAPOLI anche particolari sulle modalità di collocazione dell’ordigno sull’Italicus (chi collocò l’ordigno non salì ad una stazione) a dimostrazione della sua intraneità alla destra stragista.
NAPOLI ha anche aggiunto che MELIOLI era sulla stessa linea di FACHINI e che lo sentì parlare della ripartizione di Ordine Nuovo in cellule (a conferma di TRAMONTE), con la presenza di un responsabile che era l’unico a conoscere i nomi dei responsabili delle altre cellule.
MELIOLI parlò a NAPOLI dell’esistenza di rapporti tra Ordine Nuovo e i servizi segreti americani (a conferma di DIGILIO e TRAMONTE) , confermando il verbale nel passo in cui afferma : “Si dava per scontato nell’ambiente di destra che dietro i servizi segreti ci fosse la C.I.A.”. Ha aggiunto anche queste cose le apprese anche d MELIOLI. “… si faceva riferimento che i contatti che aveva FACHINI con il SISMI e con i servizi italiani di fatto erano contatti che…cioè i servizi italiani non potevano manovrare se non c’era la CIA dietro e comunque davano per scontato che ci fossero ufficiali della C.I.A. che avessero agganci all’interno dell’organizzazione”.
A conferma di quanto dichiarato da TRAMONTE, MELIOLI riferì a NAPOLI di traffici di opere d’arte per autofinanziamento, e ha nominato GAIBA, un ferrarese conosciuto non solo da MELIOLI, ma anche da FREDA. Si tratta di circostanze che confermano quanto dichiarato da TRAMONTE sul punto.
MELIOLI parlò a NAPOLI anche del GOLPE BORGHESE, affermando “che praticamente era il colpo di stato quello più veritiero,importante e che andò più vicino alla realizzazione”.
MELIOLI aveva rapporti con MAGGI  responsabile di ON per il Veneto. MAGGI era al corrente di dove si trovassero le armi occultate presso il Poligono di tiro di Venezia, e MELIOLI, e altri di Padova, temevano che il predetto parlasse e pertanto le spostarono. MAGGI e FACHINI si conoscevano, “sicuramente tramite MELIOLI”. MELIOLI conosceva RAUTI, e aveva rapporti anche con la figlia di questi.
Spessissimo MELIOLI si recava a Roma. NAPOLI,a conferma delle propensioni “stragistiche” di MELIOLI, ha precisato di aver visto da lui “delle sveglie che aveva modificato per ordigni…delle pistole, una mitraglietta…” .
Gli mostrò anche dell’esplosivo, a forma di “formaggio pecorino stagionato”. Si pensi all’esplosivo con tali caratteristiche, presumibilmente tritolo, più volte citato, e di cui disponeva lo ZORZI. NAPOLI ha anche parlato di una lettera di FACHINI, proveniente da FERRARA, diretta appunto al MELIOLI, che questi gli disse contenere una sorta di ricatto, e che commentò con riferimento al rischio che venisse rinvenuta. MELIOLI disse che FACHINI doveva essere impazzito a mandargli quella lettera. Ha confermato  che quella lettera faceva riferimento a “responsabilità connesse alla strage di Piazza Fontana” “che vedevano insieme FREDA e FACHINI”.
MELIOLI ha confermato le idee prettamente stragistiche che animavano Delfo ZORZI, così come MELIOLI, FACHINI e FREDA.
Memoria PM Strage di Piazza della Loggia