La sparatoria di Pian del Rascino – prima parte

(…) mentre Esposti è a Roma, D’Intino e Vivirito improvvidamente si esercitano con le armi nelle campagne, come dei ragazzini in gita, e fanno anche conoscenza con due persone che risiedono in un casale nella zona: uno di questi, impaurito, ne denuncia la presenza, consegnando quattro bossoli alle guardie forestali.

[…] ci recammo a Roma con la moto di Vivirito e non riuscimmo a tornare in giornata perché facemmo tardi, D’Intino e Vivirito con un’ingenuità che oggi sembra paradossale, però è la verità, si misero a sparare con un fucile con dei pescatori di frodo, fecero vedere questo fucile che anche il più sprovveduto avrebbe riconosciuto che questo non era fucile che poteva usare il primo che veniva, era un fucile Mauser con un cannocchiale Zais […] era un fucile da killer, era un fucile che un estraneo che l’avesse visto si sarebbe insospettito.[…] Perché noi arrivammo il 29 mattina presto, non appena cominciò ad albeggiare, durante la notte con la moto in queste montagne non riuscivamo a trovare il campo, riuscimmo a trovarlo solo alle prime luci dell’alba. Io ed Esposti arrivammo al campo e lo trovammo vuoto, con il sacco dell’esplosivo abbandonato, con le armi nella tenda, i mitra abbandonati, Giancarlo andò su tutte le furie, quando arrivano D’Intino e Vivirito si presero una bella lavata di capo da Giancarlo Esposti. Esposti, a ripensarci a posteriori, commise un errore che gli è stato fatale, avremmo dovuto smobilitare il campo in seduta stante (…)

Vivirito viene via nel pomeriggio del 29, torna a Milano perché è in libertà condizionata, lo accompagnano alla statale, quindi tornerà usando l’autostop fino a Roma e poi con il treno. Si salva così da una minaccia imminente, perché quella stessa notte l’accampamento sarebbe stato avvistato dalle forze dell’ordine, come indica un appunto del centro CS di Roma a firma Federico Marzollo:

Nella sera del 29 maggio i militari della compagnia carabinieri Cittaducale ed elementi della stazione forestale di Fiamignano eseguivano una ricognizione nella zona mantenendosi a distanza dal punto segnalato che osservavano per qualche tempo con l’ausilio di binocoli, confermata la presenza di una tenda senza alcun segno di vita né veicoli visibili nei pressi, i militari rientravano nelle rispettive sedi e il comando compagnia Cittaducale disponeva per le prime ore del mattino e successivo l’invio di un robusto contingente di carabinieri integrato da 2 guardie forestali.

Tutti negheranno di aver fatto la ricognizione, carabinieri e forestali, ma la nota dei servizi segreti così recita. E comunque è poco credibile che possano muoversi tanti militari soltanto per dei sospetti bracconieri. Infatti la mattina del 30 alle 6.30 circa si danno appuntamento a Pian del Rascino sei uomini dell’Arma e due guardie forestali. Uno dei carabinieri, Bruno D’Angelo, resta di sentinella ai mezzi, gli altri arrivano alla tenda, in realtà sita più avanti, a Pian di Cornino. A una decina di metri dalla tenda c’è anche il Land Rover. In quel momento, mentre i tre neofascisti stanno dormendo, le forze dell’ordine si mettono a semicerchio rispetto all’ingresso, poi il maresciallo Antonio Filippi e il brigadiere Carmine Muffini invitano gli occupanti ad uscire per essere identificati. Non subito ma, dopo qualche minuto, esce Danieletti semi addormentato e già nel panico, che al momento non sa quali documenti dare. Per intanto cede quello fasullo di Esposti e quello di D’Intino:

Vidi subito due uomini in divisa dei carabinieri, uno aveva un’arma in mano, l’altro era quello che seppi poi essere il maresciallo, aveva le mani libere e la pistola nella fondina. Il maresciallo mi chiese di fargli vedere i documenti, rientrai nella tenda scossi e svegliai Esposti e D’Intino, dissi loro che c’erano i carabinieri. Preciso che quando vidi i carabinieri prima di uscire dalla tenda mi infilai i pantaloni e scarponi […], rientrai nella tenda ed a mia richiesta Esposti mi diede la sua patente falsa intestata a Costa Francesco, D’Intino mi diede la sua carta d’identità, i miei documenti erano nella valigia, uscii dalla tenda e porsi al maresciallo i due documenti, spiegando che per i miei dovevo aprire la valigia, perciò mi accinsi ad entrare dentro la tenda. Quando uscii dalla tenda la prima volta vidi che, oltre il maresciallo ed il carabiniere con il MAB che avevo notato quando mi ero affacciato prima piazzati sulla mia sinistra, c’era un altro carabiniere con il MAB al di là della tenda dalla parte opposta alla sua apertura tra la jeep e la tenda dietro un albero.

Dopo che esce dalla tenda anche Giancarlo Esposti, è difficilissimo ricostruire con certezza i fatti. In teoria con una decina di testimoni, quasi tutti appartenenti alle forze dell’ordine, si dovrebbe poter avere una dinamica dei fatti chiara e precisa, ma le dichiarazioni sono discordanti fra di loro. Ciascuno dei presenti racconta una o più versioni differenti e con una serie di contraddizioni non da poco, anche rispetto alle risultanze peritali e balistiche. Comunque, volendo provare a verificare, in aula al processo di Brescia il carabiniere Pietro Mancini spiega così la prima fase in cui gli estremisti vengono fatti uscire dalla tenda:

Guardando la tenda io potevo essere pressappoco sul lato sinistro ecco, a circa 4 metri, 5 metri, una cosa del genere. Allora i due sottufficiali hanno intimato, o per meglio dire, il brigadiere Muffini oppure il maresciallo Filippi ha detto «siamo i carabinieri, uscite fuori dalla tenda», lo ha ripetuto tre o quattro volte però nessuno, in pratica nessuno è uscito subito. A questo punto ha ripetuto mi pare la terza o quarta volta di uscire, e una persona ha fatto capolino dalla tenda e ha detto «sì, stiamo uscendo» e subito è uscito il primo, uscendo il primo i due sottufficiali lo hanno preso, lo hanno spostato dalla tenda davanti, portandoselo dietro cioè, lo hanno perquisito gli hanno fatto con le mani in alto […]. Il secondo è uscito dopo un paio di minuti ed è uscito anche questo, quindi hanno fatto la stessa operazione […]. Esattamente, il terzo è uscito, anziché portarsi verso la direzione dei due sottufficiali, perché credo che dall’interno lui ha potuto vedere i precedenti movimenti dei suoi colleghi, non si è diretto verso i due sottufficiali, addetti al controllo, ma bensì stava venendo verso la mia direzione, è uscito dalla tenda con le mani in tasca.[…] Sì, con le mani in tasca, e appena è uscito ripeto, stava prendendo la direzione verso dove io ero dietro l’albero, anziché portarsi verso i due sottufficiali che stavano di fronte alla tenda.

Quindi nella versione descritta, Esposti non viene immobilizzato (come accaduto per Danieletti e D’Intino), ma è lasciato libero di muoversi: non è una gestione consona in un’operazione così delicata. Il brigadiere Muffini dice che Esposti tergiversa parecchio poi, uscito dalla tenda, si sposta verso la posizione di Mancini, o meglio cerca di andare verso il Land Rover. La guardia forestale De Angelis in quel frangente si rende conto che l’estremista ha indosso un’arma, notando «una protuberanza che sporgeva leggermente da sotto il lembo posteriore sinistro del giubbotto». De Angelis dice di non aver fatto in tempo ad avvertire nessuno ma, secondo l’altra guardia forestale De Villa, avrebbe addirittura urlato per avvisare gli altri. Poi arriva il primo sparo. Il maresciallo Filippi dice di averlo sentito mentre sta verificando l’interno della tenda: «[…] vidi, verso il fondo della tenda, il calcio di una carabina. Mi rialzai immediatamente per fare un cenno di allarme ai militari, ma nel frattempo udii colpi di arma da fuoco». Anche qui le versioni dei presenti sono discordanti: chi vede Esposti sparare all’impazzata (De Angelis), chi lo vede sparare con le mani in tasca (Jagnemma), chi sente solo partire un colpo e vede del fumo vicino alla jeep. È però spendibile l’ipotesi che non abbia sparato per primo l’estremista lodigiano: mentre Esposti si sta spostando verso la Land Rover (o mentre sta per aversi la colluttazione con Mancini), avviene un primo sparo verosimilmente «esploso da uno dei presenti quando Esposti aveva le mani in tasca». Questo colpo, sfiorando l’estremista lodigiano alla testa, va a infilarsi nella ruota di scorta del Land Rover. Questo lo si può sostenere anche in base alla perizia balistica: Esposti aveva una pistola Browning calibro 9 lungo, mentre potrebbe appartenere ai carabinieri il proiettile finito contro la ruota di scorta: «I frammenti repertati sulla ruota di scorta della Land Rover si riferiscono a proiettile di tipo “blindato” molto verosimilmente di calibro 9 corto».
Comunque il fatto origina la sparatoria, inducendo Esposti a reagire, come un animale in gabbia, d’istinto e non di ragione. Racconta ancora Mancini:

[…] volevo chiaramente indirizzarlo verso dove stavano i due sottufficiali, però lui immediatamente ha sparato, perché mi ha visto, evidentemente lui non si aspettava la mia presenza, forse non mi aveva visto, io stavo dietro l’albero. A questo punto ho subito il colpo, ho accusato il primo colpo, ho buttato, ripeto, il mitra per terra, buttato, lasciato per terra, istintivamente mi sono scagliato contro di lui […] sono riuscito ad afferrarlo, me lo sono messo anche sotto, gli ho anche preso il polso, sono riuscito a prendergli il polso che impugnava la pistola, però c’è stata una colluttazione, ci siamo ruzzolati due volte, uno sopra all’altro, e lui, mio malgrado, è riuscito a sparare un secondo colpo che mi ha ferito […] al gomito, quindi già ferito precedentemente, quando mi sono visto ferito anche il braccio ho perso, ho sentito subito che le forze del braccio non c’erano più, a questo punto ancora lucido mi sono ricordato che c’era un mio collega di guardia ai mezzi, lasciato lì apposta, sono uscito dall’immediata periferia, perché la tenda era nell’immediata periferia del bosco, e mi sono diretto verso questo collega.

In aula, a Brescia, Mancini ha spiegato che avrebbe buttato il mitra per terra in contemporanea con il primo sparo di Esposti. Sarebbe illogico pensare che Mancini si sia gettato contro un uomo armato, per di più che sta sparando, lasciando cadere il proprio mitra. Quindi in teoria il primo colpo di Esposti arriva quando il militare lo sta, coraggiosamente, fermando. Poi c’è la colluttazione, il secondo sparo su Mancini, e quindi il terzo su Jagnemma, che sta sopraggiungendo per aiutare il collega, attinto all’addome in una ferita molto grave. Sia Mancini che Jagnemma, pur essendo armati avrebbero, in questa ricostruzione, cercato di evitare lo scontro a fuoco. Poi invece il terrorista viene ammazzato senza tante riflessioni.
Muffini in una delle sue dichiarazioni dice di aver sparato verso Esposti, con il suo moschetto d’ordinanza, dopo la colluttazione, quando questi «faceva il movimento della persona che si rialza in piedi». Il cadavere del giovane in sede di autopsia presenta infatti ferite da arma da fuoco provenienti da angolazioni diverse, compatibili con una persona che è stata colpita in differenti momenti, da quando si sta «rialzando offrendosi come bersaglio» a quando «cadde definitivamente a terra». Filippi, da parte sua, ha dichiarato:

[…] Cominciai ad aprire il fuoco contro l’Esposti quando vidi la sua testa emergere dall’orizzonte che la tenda mi limitava. Egli, in quell’istante, mi dava il suo fianco destro. Gli sparai finché non lo vidi cadere definitivamente a terra, dove lo vidi giacere con un breve sussulto.

Quindi Filippi vede la testa di Esposti «emergere», ossia il giovane si è alzato in piedi, e gli spara fino a quando non l’ha ammazzato, pur se ferito e ormai impossibilitato a reagire.

Estratto dal libro “Sciabole e tritolo

Sull’attentato alla scuola slovena di Trieste

L’attentato alla Scuola Slava di cui si fa cenno al paragrafo A) del documento (Nico Azzi) e che sarebbe stato organizzato da Giancarlo Rognoni essendo venuto a mancare Carlo Cicuttini, fuggito in Spagna, si identifica certamente nell’episodio avvenuto la sera del 27.4.1974 in danno della Scuola Slovena sita nel rione San Giovanni a Trieste.

Un ordigno costituito da almeno due chili di esplosivo posti all’interno di un contenitore di lamiera era stato collocato nei pressi dell’atrio e aveva provocato, anche nell’adiacente palestra, i gravi danni descritti nel rapporto della Questura di Trieste in data 26.5.1974 (cfr. vol.1, fasc.11, ff.144 e ss).

La responsabilità dei gruppi di estrema destra in relazione a tale episodio ben difficilmente poteva essere messa in discussione sin dalle prime indagini. Infatti lo stesso edificio era stato oggetto di un altro attentato nella notte fra il 3 e il 4 ottobre 1969 (anche se in tale occasione l’ordigno, che poteva cagionare gravissime conseguenze, non era esploso), attentato che era stato rivendicato con un volantino che conteneva slogans contro il Maresciallo Tito e inneggiava all'”Istria italiana” (cfr. vol.8, fasc.5). Per l’episodio del 1969 erano stati indiziati Delfo ZORZI e Martino SICILIANO, indicati dall’ordinovista triestino Gabriele Forziati, che era rimasto disgustato dall’episodio, quali autori materiali dell’attentato (cfr.deposiz. Forziati 20.2.1973, vol.8, fasc.5, f.84). I due militanti di Ordine Nuovo di Mestre e Venezia erano stati tuttavia prosciolti in quanto non era stato possibile acquisire ulteriori elementi di prova a loro carico. Anche l’attentato dell’aprile 1974, che aveva suscitato in città notevoli proteste e preoccupazioni, poteva dirsi certamente “firmato” in quanto preceduto da manifestazioni anti-slave promosse dall’estrema destra ed in quanto proprio pochi giorni prima, il 18 aprile, l’onorevole Almirante aveva tenuto a Trieste un comizio caratterizzato da toni violenti contro la minoranza Slovena della zona.

Vincenzo VINCIGUERRA, sentito sul punto da questo Ufficio, ha confermato la matrice ordinovista dell’episodio, avvenuto quando peraltro anch’egli si trovava già in Spagna (cfr. int. 16.4.1991, f.3 e 13.1.1992, f.4). Egli comunque, in sintonia con la linea di condotta da lui scelta in relazione a molte circostanze, non ha voluto indicare responsabilità individuali, limitandosi a precisare che l’affermazione della responsabilità di Ordine Nuovo si basava su notizie direttamente apprese nel suo ambiente in un contesto di piena affidabilità Anche il collegamento dell’attentato con la realtà milanese indicato nel documento ha trovato piena conferma.

Infatti Luigi FALICA, ordinovista di Bologna inizialmente indiziato ingiustamente per l’attentato del 27 aprile 1974 in quanto in quel periodo si trovava a Trieste per altre ragioni, ha raccontato di avere saputo, in occasione di suoi successivi contatti con l’ambiente milanese, che autori dell’attentato alla Scuola Slovena erano stati D’INTINO e VIVIRITO e cioè due delle persone presenti il mese successivo al campo di Pian del Rascino ove era stato ucciso Giancarlo Esposti (deposiz. Falica 24.2.1994, f.3).

Pur non facendo parte del gruppo La Fenice, D’Intino e Vivirito erano all’epoca in contatto a Milano con Giancarlo Rognoni oltre che con Esposti e Fumagalli e quindi facevano parte del ristretto ambiente milanese che poteva essere utilizzato in un’altra sede per un attentato del genere. L’indicazione fornita da Falica appare pienamente attendibile in quanto la presenza di D’Intino e di Vivirito è stata segnalata a Trieste il 2.5.1974 e cioè pochissimi giorni dopo l’attentato alla Scuola Slovena (cfr. vol.19, fasc.16). Risulta così pienamente confermato quanto accennato al paragrafo A) del documento Azzi e cioè che l’attentato di Trieste era stato quasi certamente ideato e deciso a Milano da Giancarlo Rognoni e che i militanti milanesi, con l’appoggio di elementi locali, avevano materialmente portato a termine l’azione.

Non a caso, del resto, nel paragrafo I) del documento, ove sono riportate le direttive scaturite dalla riunione di Treviso del 1971, presieduta dall’On. Pino RAUTI, si legge che, per ragioni di sicurezza, gli attentati in Lombardia dovevano essere commessi da militanti non lombardi, e in occasione di ogni attentato i militanti di Milano dovevano tutti procurarsi un alibi credibile. E’ quindi del tutto ragionevole che, in ossequio a tali direttive l’attentato di Trieste, sia stato commesso da milanesi, cosi’ come reciprocamente l’attentato all’Università Cattolica a Milano, avvenuto un mese dopo la riunione di Treviso, sia stato commesso dal mestrino Martino SICILIANO, il quale, come i milanesi, aveva così operato in trasferta. Non vi sarebbe altro da aggiungere se, in occasione dell’accesso del 16.2.1991 all’archivio del SISMI di Forte Braschi, quest’Ufficio non avesse chiesto in visione il fascicolo relativo all’attentato di Trieste del 27.4.1974. Dall’esame di tale fascicolo, poi acquisito in copia (vedi Vol. A fasc. 1) è emerso un’altra sconcertante e quasi spudorato tentativo di depistaggio ideato dal Direttore del Reparto D Generale MALETTI.

Infatti in data 2.5.1974 il Centro C.S. di Trieste aveva inviato al Capo del Reparto D una nota informativa nell’ambito della quale si segnalava che le indagini degli inquirenti in relazione all’attentato alla Scuola Slovena erano prevalentemente orientate verso gli ambienti dei gruppi extraparlamentari di estrema destra anche tenendo presente che la stessa scuola era stata oggetto nell’ottobre del 1969 di un analogo attentato di chiara marca fascista. Nella stessa nota informativa, tuttavia, pur ricordando che il comizio tenuto dall’On. Almirante a Trieste il 18 aprile, era stato comunemente interpretato come una minaccia nei confronti della minoranza slovena di quella città, si suggeriva, affermazione già questa assai grave, che forse le responsabilità potevano essere cercate anche altrove in quanto l’attentato praticamente “era servito solo ad alimentare la propaganda antifascista” (vedi vol. A fasc.1 f.41).

Graffato a tale nota era rimasto nel fascicolo un appunto manoscritto del Generale MALETTI, vergato su carta intestata del Reparto D, e indirizzato in data 5 maggio al colonnello GENOVESI, allora capo del Raggruppamento Centri C.S. di Roma. Tale appunto (che è riprodotto quale allegato 1 alla presente ordinanza) rappresenta, come già si è accennato, un tentativo di depistaggio quasi spudorato che va ben oltre le affermazioni contenute nella nota del Centro C.S. di Trieste e che si collega all’avversione quasi maniacale che il generale MALETTI nutriva per le forze di sinistra.

Nell’appunto, infatti, il generale MALETTI scrive che, a parte le considerazioni del Centro C.S. di Trieste, anche una sua fonte personale ( quale ? ) afferma che la responsabilità dell’attentato è da cercare a sinistra trattandosi di un gesto provocatorio, cui altri forse avrebbero fatto seguito, per creare difficoltà al Governo e screditare la destra. Il generale MALETTI aggiunge quindi di riferire in questo senso al Capo Servizio, parafrasando la nota di Trieste e suggerendo di stilare una comunicazione in tal senso per il Ministero degli Interni. L’appunto del generale MALETTI non richiede quasi commento. Troppo nota, anche per i non esperti di cose politiche, era la campagna condotta nella zona di Trieste contro la minoranza slovena (punteggiata da atti di teppismo e di violenza) perchè chiunque potesse in buona fede attribuire un attentato così politicamente caratterizzato ai gruppi di sinistra e cercare di indirizzare in tal senso le indagini.

Lo stesso Vincenzo VINCIGUERRA, fonte certamente non interessata, nel confermare la matrice ordinovista dell’attentato, ha osservato che “L’attentato in danno della Scuola Slovena non poteva in alcun modo essere confuso in buona fede come un episodio attribuibile alla sinistra locale” (cfr. int. 13.1.1992 f. 4). Ci si trova quindi dinanzi ad un piccolo ma significativo tentativo di depistaggio che dimostra come, ai livelli più alti dei Servizi di Sicurezza, il perseguimento di una certa linea politica mediante attività di inquinamento fosse attuato in modo organico ogni qualvolta se ne presentasse anche la più modesta occasione. Più che di “deviazione” del Servizio sembra meglio confacersi a tali comportamenti il termine di “attività organica” dello stesso, concertata ai più alti livelli.

Sentenza ordinanza G.I. piazza Fontana 1995

Appunto del comandante dei CC de L’Aquila al procuratore della Repubblica – 31.05.1974

Trasmetto l’unito appunto, significando che la per­sona che ha riferito le notizie in esso contenute, ha desiderato esporle al sottoscritto, presente il Maggiore Cosimo Muci, comandante del Nucleo di P.G. de L’Aquila.
Lo stesso ha preteso che, durante la esposizione al­lo scrivente, non fossero presenti altre persone oltre il citato ufficiale. Il giorno 30 corrente, alle ore 11,00 circa, in località Monte Rascino (Rieti), D’Intino Alessandro, nato a Milano il 29.4.1953, tratto in arresto da militari dell’Arma per concorso in tentato omicidio plurimo, detenzione e porto abusivo di armi da guerra ed associazione per delinquere, prima di esse­re tradotto al carcere, riferiva:

1.Esposti Giancarlo
-già responsabile delle S.A.M., in atto era capo di Ordine Nero;
-aveva rapporti strettissimi con Franco Freda e Bruno Stefano, con i quali, due anni orsono, era stato detenuto in uno stesso carcere;
-era amico intimo di Gianni Nardi, attualmente nell’America Latina, da dove saltuariamente raggiunge Vicenza, per far visita alla madre, vedova, sentimentalmente legata ad un ufficiale superiore in servizio a quella Base NATO;
-operava sulla base di preventive intese con Carlo Fumagalli e Kim Borromeo, a loro volta in contatto con il Gen. Nardella ed il Maggiore Spiazzi;
-era sicuro conoscitore di armi, materie esplodenti e mez­zi di trasmissione ed in grado di realizzare, con estrema facilità, qualsiasi, tipo di ordigno esplosivo, nonché im­pianti-radio per ricetrasmettere; capacità acquisite durante il servizio militare nel 183° Nembo;
-per più tempo e fino a qualche anno fa, aveva lavorato per i servizi segreti portoghesi, prendendo anche parte attiva ad un attentato contro un generale portoghese, deceduto nella circostanza.

d'intino

2.Con Esposti Giancarlo, Danieletti Alessandro e Vivirito Salvatore, era partito da Lambrate (Milano) il giorno 10 mag­gio corrente, dopo rilevata la “Land Rover”, già carica di armi, esplosivi, radio ricetrasmittente ed equipaggiamento vario, da una officina meccanica di Carlo Fumagalli; in det­ta officina vi era ricoverata anche un’altra “Land Rover”, carica di equipaggiamento per campeggi, ma priva di armi e materiali esplodenti. Tale automezzo, che doveva essere ri­tirato dopo qualche giorno da altri giovani collegati con il Fumagalli, fungeva anche da copertura di quello da loro rilevato, carico di armi.
La radio era stata acquistata circa due mesi orsono a Milano, per captare trasmissioni delle radio dei Carabinieri e della Polizia. Durante i trasferimenti da una località all’altra, la “Land Rover” veniva preceduta di due o tre chilometri dal motomezzo, guidato da Vivirito Salvatore, che aveva il compito di segnalare, con apparecchio “Talk-Walk”, la presenza eventuale di posti controllo di Carabinieri e P.S., che potevano essere elusi con aggiramenti o soste in luoghi defilati.
Vivirito fa tutt’uno con Marco Ballan, dirigente nazio­nale “Avanguardia Nazionale”, di cui è capo Stefano Delle Chiaie, attualmente all’estero ma talvolta in Italia per im­partire istruzioni alla organizzazione.

3.Gran parte delle armi dei gruppi neofascisti vengono acquistate a Genova in via Prè, abituale ritrovo di contrabban­dieri, protettori, prostitute, pregiudicati in genere, ecc.

4.Egli è uno dei dirigenti di Avanguardia Nazionale; anche Danieletti Alessandro svolge funzioni di dirigente in det­to movimento, che si articola in:
– simpatizzanti;
– aderenti;
– militanti;
– guardie runiche;
– dirigenti

Simpatizzanti, aderenti e militanti svolgono compiti marginali poiché non ancora di provata fede. Le guardie per converso, sono elementi di tutto affidamento, alle quali l’organizzazione conferisce incari­chi particolari; i dirigenti possono anche essere guardie ru­niche e viceversa. L’Avanguardia Nazionale ha per simbolo la “Runa”, segno alfabetico di popolazione germanica, nonché emblema di una divisione corazzata tedesca.

5. Da alcuni mesi tutti i movimenti extraparlamentari di destra stanno adottando particolari misure cautelative per vanifi­care le infiltrazioni di provocatori, al servizio delle pub­bliche autorità e della sinistra.
In concreto, vengono costituiti piccoli nuclei:

-nei quali confluiscono elementi, provenienti da movimen­ti o gruppi diversi della estrema destra extraparlamenta­re, ma cimentati da solidi vincoli di amicizia;
-che operano autonomamente e le cui attività sono note soltanto a pochi dirigenti; il Fumagalli ne assicura i finanziamenti.

6. Il giorno delle elezioni per il referendum aveva raggiunto con l’Esposti, il Danieletti ed il Vivirito, Roiano (Teramo), proveniente da Lambrate; tutti avevano preso alloggio nella abitazione di una pantalonaia. L’abitazione era stata affittata da Giancarlo Esposti, per 100.000 lire. Durante la permanenza in Roiano, protratteci per una quindicina di giorni ed a scopo di addestramento. più volte erano stati raggiunti da un certo Giorgio di Ascoli Piceno, conoscente dell’Esposti, ed avevano consumato pasti presso una trattoria del luogo;

7. Gianni Colombo, da Lecco, è il responsabile di Avanguardia Nazionale per l’Abruzzo; lo stesso ha contatti con Guido e Luciano. entrambi da Lanciano. Luciano, in Lanciano, lavora in uno studio legale.

8.Dal 27 al 30 giugno, a Barcellona, in Spagna, avrà luogo la “Internazionale Nera”, alla quale parteciperanno tutte le organizzazioni internazionali neo-fasciste. La Internazionale Nera è sovvenzionata dal Partito Nazionale Socialista Spagnolo.

9. Nell’ambito dei gruppi della destra extraparlamentare era maturato il convincimento che, dopo il 12 maggio, avrebbe avuto luogo un colpo di stato, protagoniste le Forze Armate, per la instaurazione di un regime presidenziale. E’ per tale motivo che, con Esposti, Danieletti e Vivirito si era trasferito sulla montagna reatina, località ottima par addestrarsi, raggiungere agevolmente Roma ed operare nel quadro ed a sostegno dei golpisti.
In relazione a ciò, anche altri nuclei di neo-fascisti dovevano trasferirsi, dall’Italia settentrionale, in località montane non distanti da Roma, per addestrarsi e rimanere in attesa.

10. La strage di Brescia secondo una sua personale valutazione è stata opera degli extraparlamentari di sinistra. Avanguardia Nazionale ed Ordine Nero erano convinti che, dopo il rapimento del giudice Sossi, vi sarebbe stato a Brescia una iniziativa di eccezionale gravità da parte dei ci­tati estremisti, che fosse  oggettivamente addebitabile agli extraparlamentari di destra e che distraesse la opinione pubblica dal caso Sossi e dalle attività delle Brigate Rosse.

Ai fini di una più aderente valutazione del fatto, si reputa giovevole sommettere che il D’Intino, nel manifesta­re i pensieri e riferire i fatti di cui sopra, alternava mo­menti di euforia e di ansia ad improvvise pause ed a preoc­cupate espressioni del volto. Nell’insieme, il D’Intino dava l’impressione di essere alquanto turbato e di avvertire la necessità di confidarsi con qualcuno nell’intento di “alleggerirsi” comunque e, nel contempo, di sviare l’attenzione degli inquirenti da responsabilità personali ben più pesanti e gravi di quelle contratte e che spontaneamente ammetteva.

L’Aquila, 31 maggio 1974

Appunto del comandante dei CC de L’Aquila, Leo Della Porta, al procuratore della Repubblica di Rieti – 31.05.1974