Carlo Digilio – dichiarazioni 14.12.1996

In un periodo di tempo che, quantomeno in questo momento, non sono in grado di collocare con esattezza, ma che comunque cercherò di fissare in base ad altri ricordi dell’epoca, venne a Venezia il capitano David CARRET, allora già mio referente nella struttura C.I.A.. Mi contattò tramite il solito sistema di cui ho già ampiamente parlato e cioè collocando un bigliettino nella buca delle lettere di casa mia a Sant’Elena.

Delfo_Zorzi

Ci incontrammo, come facevamo di solito, all’entrata del Palazzo Ducale in San Marco e mi disse che intendeva parlarmi di una cosa molto delicata. Mi disse che la sua struttura aveva saputo a Roma, dall’ambiente di Ordine Nuovo, che tale organizzazione stava progettando un grave attentato con esplosivo contro la persona del Giudice milanese, dr. D’Ambrosio.
Mi spiegò che tale attentato era stato ispirato da servizi segreti italiani e in particolare la medesima struttura che aveva ispirato e spinto Delfo ZORZI e il suo gruppo alla catena di attentati da loro commessi.
Non mi specificò quale, fra le varie esistenti all’epoca, fosse tale struttura italiana e del resto io non ero sufficientemente titolato a chiedergli spiegazioni del genere e non sarebbe stato consono ai nostri rispettivi ruoli. Mi disse che molto probabilmente, visto che io avevo già svolto il ruolo di “consulente” recandomi al casolare di Paese ed ero conosciuto come tecnico, chi stava preparando tale attentato mi avrebbe in qualche modo contattato o comunque interpellato per farmi controllare il corretto funzionamento dell’ordigno.

Faccio presente che certamente il capitano CARRET aveva saputo dei miei due accessi al casolare di Paese tramite le relazioni del prof. Lino FRANCO. CARRET mi spiegò che un attentato di tal genere era contrario alla loro politica e alle direttive dei servizi americani e del generale WESTMORELAND che pure raccomandavano una durissima opposizione ai comunisti, ma senza però provocare vittime in modo indiscriminato e che quindi un’azione del genere non era ammessa e doveva essere contrastata anche per le ripercussioni che aveva avuto. Mi chiese quindi di attivarmi, qualora fossi stato coinvolto, per vanificare e sabotare tale progetto. Faccio presente ancora, per comprendere il contesto degli avvenimenti, che io avevo grande stima del capitano CARRET che era un militare di grande esperienza ed equilibrato. Effettivamente circa un mese e mezzo dopo, il dr. MAGGI mi telefonò avvisandomi che avrei avuto una visita. Faccio presente che per comunicazioni di tal genere il dr. MAGGI telefonava sempre, per motivi di sicurezza, non da casa ma dall’Ospedale o da un telefono pubblico.

Mi specificò che era stato lui a dare il mio indirizzo a questa persona che comunque era una mia vecchia conoscenza. Il giorno dopo venne a casa mia Giovanni VENTURA; ricordo che si presentò vestito in modo un po’ particolare, con occhiali da sole e un foulard e sembrava uno dei tanti turisti che girano per Venezia.
Era solo e aveva con una borsa di pelle nera. Mi disse che mi doveva dare un “ingrato compito” e cioè verificare se l’ordigno che si trovava nella borsa era stato confezionato secondo le regole di sicurezza per chi lo avrebbe trasportato. Mi fece vedere quanto aveva con se e tirò fuori dalla borsa una delle solite scatole militari portamunizioni, del tutto identica a quelle che avevo visto al casolare di Paese. All’interno c’era un ordigno che così descrivo: c’era un tubo Innocenti sui 20 centimetri di lunghezza saldato ad un’estremità, mentre dall’altra aveva una filettatura a cui era avvitato un tappo. All’interno del tubo, che svitai, c’era della gelignite sfusa e un sacchettino di plastica con il solito orologio Ruhla già pronto con il buco e il perno, una pila da 9 volt, almeno così la ricordo, e dall’orologio partiva il filamento al nichel-cromo e il fiammifero antivento che serviva da accensione. Oltre a questo tubo, parte nella scatola e parte nella borsa, c’erano altri 4 o 5 candelotti di gelignite in carta rossa. Notai che l’innesco era fatto bene e naturalmente la batteria non era collegata e l’orologio non era caricato.

Ricordo che il filamento era avvolto sul fiammifero e fermato ad esso con dello scotch. VENTURA mi disse che aveva avuto quel congegno a Mestre dal gruppo di ZORZI e del resto io avevo riconosciuto la fattura dell’innesco che avevo già visto a Paese durante il secondo accesso.

VENTURA mi disse che era stato fortunato a riuscire a tornare libero, che si sentiva comunque perseguitato e che l’ordigno doveva essere usato contro il Giudice D’Ambrosio. Io gli feci subito notare che un ordigno del genere era di grande potenza e avrebbe potuto provocare conseguenze più gravi di quelle di Piazza Fontana. Gli spiegai comunque che l’ordigno era in condizioni di sicurezza per il trasporto, ma che comunque, per evitare conseguenze gravissime, si poteva al più utilizzare a fine intimidatorio solo il tubo che conteneva non più di mezzo candelotto di gelignite.

Inoltre, per creare ulteriori difficoltà all’esecuzione di un attentato potenzialmente tanto grave, staccai con una pinzetta la resistenza dal resto dell’orologio senza farmi notare da VENTURA che, mentre svitavo il tappo del tubo si era prudentemente ritirato in corridoio.

Richiusi il tubo prima che VENTURA si avvicinasse e così lui non se ne accorse. VENTURA si trattenne a casa mia non più di un quarto d’ora e diede l’impressione di avere accolto il mio consiglio e infatti disse che si sarebbe disfatto dell’esplosivo in più. Lessi qualche giorno dopo sui giornali che era avvenuto a Milano un attentato dimostrativo ed esattamente il rinvenimento di un ordigno inesploso, mi sembra proprio nei pressi dell’Ufficio del dr. D’Ambrosio, e ricollegai quindi immediatamente tale episodio di intimidazione a quanto era avvenuto durante la visita di Giovanni VENTURA.

Passò ancora qualche giorno e rividi a Venezia CARRET con il medesimo sistema e nel medesimo posto. Gli relazionai quello che avevo fatto ed egli si congratulò con me dicendo che avevo fatto un ottimo lavoro nel senso che avevo evitato una cosa molto grave. Mi disse che la loro struttura era stufa di tollerare o appoggiare azioni di servizi segreti italiani che avevano superato i limiti e scherzavano con il fuoco. Mi confermò, come già aveva fatto nel primo incontro, che erano concepite azioni dimostrative in senso anticomunista, ma non massacri indiscriminati. Questo mi confermò quella che era stata sempre la mia sensazione e cioè che CARRET avesse un’etica militare e non fosse disposto ad oltrepassarla. Per quanto concerne il contesto in cui maturò il progetto, posso dire quanto segue. Il capitano CARRET mi aveva detto che avevano recepito l’informazione sul progetto nell’ambiente di Ordine Nuovo di Roma.

Io avevo già saputo da SOFFIATI, in tempi precedenti, che Pino RAUTI era in contatto con la struttura C.I.A. con la veste di informatore e di fiduciario e ciò mi fu confermato dallo stesso capitano CARRET nel corso del secondo incontro, quando parlammo del modo in cui essi avevano acquisito la notizia del progetto.

Gianluigi Napoli – dichiarazioni 13.11.1985

Prendo atto di essere interrogato ai sensi dell’ articolo 348 bis e della facolta’ di non rispondere. Dichiaro di voler rispondere anche in assenza dell’ avvocato Giusti Mauro avvertito e non presente.
So che nell’ anno 1980, prima della strage e’ avvenuto a Castelfranco veneto un attentato contro l’ abitazione dell’ onorevole Tina Anselmi. L’ attentato falli’ per puro caso poiche’ la tapparella trancio’ la miccia. So anche che la bomba era sufficientemente potente per uccidere la parlamentare ove non fosse avvenuto un incidente tecnico che impedi’ l’esplosione. Ricordo che fu la sorella della parlamentare manovrando la tapparella a provocare la rottura delle micce dell’ ordigno collocato sulla finestra. L’ attentato fu sicuramente di destra. Fu’ infatti Melioli a dirmelo prima del suo arresto avvenuto nel 1980, usando il suo solito modo di fare allusivo, dicendo: “qualcuno ha voluto festeggiare la festa della donna”. L’attentato ricordo che avvenne in prossimita’ della festa della donna e cioe’ il giorno 8 marzo di notte.
So che la bomba non esplose e quindi si può esaminare come fu confezionato l’ ordigno. Infatti dovrebbe trattarsi di esplosivo di recupero militare cosi’ come per altri attentati tra cui quello della democrazia cristiana di Rovigo del gennaio ‘79. Preciso anche che in entrambi i casi la bomba fu collocata in una scatola di scarpe. Ricordo che mi colpi’ questa circostanza. L’ esplosivo di recupero militare era quello di cui disponeva in grande quantita’ il Fachini, una parte del quale fu da lui inviato a Roma.

L’ attentato, non ricordo come venne rivendicato, ma si inseriva in un contesto ambiguo, perche’ Fachini aveva detto che gli attentati non vanno rivendicati o vanno rivendicati con sigle fuorvianti. Per essere precisi non e’ vero che Fachini abbia mai detto cio’ esplicitamente, ma questa era la teoria esposta nei fogli d’ ordine alla cui stesura egli ha certamente contribuito, cosi’ come ho gia’ detto nel mio precedente verbale (F4) . Ai miei occhi anche l’ attentato a Castelfranco Veneto doveva provenire dall’ ambiente padovano e cioe’ da Fachini, poiche’ per mia esperienza nessun attentato riferibile alla destra poteva avvenire nel Veneto senza l’ avallo di Fachini.

Mi colpi’ anche avvenissero attentati a Castelfranco, a Rovigo, ma non a Padova dove abitava Fachini. Ricordo anche che sempre prima della strage del 02.08.80, e’ avvenuto un attentato al gazzettino di Venezia, sicuramente attribuibile alla destra poiche’ sempre Melioli mi disse che si trattava di un fatto riconducibile al nostro ambiente. Si tratto’ di un attentato dimostrativo nel corso del quale tuttavia perse la vita un metronotte che aveva visto la pentola contenente l’ ordigno, e le aveva dato un calcio provocando l’ esplosione. Ricordo che quando venne questo attentato, Fachini non era ancora in carcere. Melioli mi ha detto, qualche mese fa’ mi pare questa estate che nell’ ambiente romano con cui lui era in contatto, “si diceva” che giravano due M12 provenienti dall’ omicido dei due poliziotti della Polstrada uccisi sull’ autostrada del gran sasso. Io non avevo neppure sentito parlare di questo fatto e di come me ne parlo’ Melioli in piu’ occasioni, ho tratto la convinzione che egli sappia molto di piu’ in merito. In ogni caso l’ omicidio e’ da attribuire ad elementi della destra romana con cui il Melioli e’ in contatto. Anzi so che Melioli da qualche tempo ha fortemente intensificato i rapporti con gli ambienti romani ed attraverso questi con l’ Inghilterra.

Ho potuto costatare che fino a quando gli esponenti della destra eversiva romani erano detenuti, Melioli e’ rimasto praticamente inattivo, mentre ha ripreso a muoversi intensamente, facendo la spola tra Rovigo, Padova e Roma, da quando ha cominciato a tornare fuori dal carcere le persone precedentemente detenute.
In questo modo l’ unica organizzazione in grado di muoversi con mezzi adeguati e’ Avanguardia Nazionale o per meglio dire quel gruppo di persone che e’ in rapporto con Delle Chiaie. Non e’ un caso che mi e’ stato proposto di inserirmi in un traffico di stupefacenti organizzato dall’ ambiente di avanguardia. Infatti durante l’ estate scorsa, nell’ agosto del 1985 una persona il cui nome non voglio rivelare per non coinvolgerlo, ma appartenente alla destra ed attualmente detenuto a Rebibbia o a Regina Coeli, mi mando’ un biglietto proponendomi di entrare in un traffico di stupefacenti, cocaina, organizzato da Avanguardia Nazionale. Per ritirare la droga che era cocaina purissima avrei dovuto prendere un appuntamento nel luogo e con le persone che mi sarebbero state indicate, ritirando la coca a 80000 il grammo e versando in anticipo il denaro con pagamento alla consegna. Mi fu anche precisato che avrei dovuto dividere il guadagno che ne avrei ricavato con l’ organizzazione, poiche’ il traffico di cocaina costituiva un sistema per finanziare l’ organizzazione politica facente capo agli ambienti romani attualmente in fase di riorganizzazione. Poiche’ di cocaina purissima proveniente dal Sud America venduta per finanziare un’ organizzazione di destra io ho pensato al gruppo di Delle Chiaie come l’ unico oggi in grado di portare avanti qualcosa di simile. Non ho avuto il denaro necessario per entrare in questo tipo di attivita’ .

Passando ad altro argomento, sono in grado di riferire alcune circostanze concernenti la cosiddetta fuga di Ventura.  Il Fachini, infatti nel corso della comune detenzione protrattasi a Belluno per otto mesi, nella stessa cella ebbe a riferirmi che lui da solo era andato a Catanzaro a rilevare Ventura, e poi con un’ automobile lo aveva condotto alla frontiera. L’ auto con la quale Ventura fu’ condotto al confine era proprio quella di Fachini. Ritengo che il motivo reale per il quale Fachini ha effettuato l’ operazione anzidetta, consiste nel timore del Fachini che il Ventura potesse in qualche modo parlare e coinvolgerlo.

ventura

Piu’ note sono le vicende della fuga di Freda della quale peraltro il Fachini mi ha fatto solo cenno. Anzi per la verita’ fu proprio quando la stampa parlo’ del fatto che si erano scoperti i retroscena della fuga di Freda a seguito delle rivelazioni di un pentito, che il Fachini fece riferimento alla fuga di Ventura dicendo: “sfido che nessuno ne parla, perche’ ho fatto tutto da solo!” . A proposito di piazza fontana mi ricordo un particolare che non so se gia’ risulti dagli atti del relativo procedimento. Mi disse il Melioli nel corso di una conversazione fra di noi su piazza Fontana, che il famoso Merlino qualche volta era stato ospitato a dormire presso la notissima libreria “Ezelino” di Padova in epoca sicuramente precedente alla strage di piazza Fontana. Tale circostanza me la riferi’ Melioli proprio il pomeriggio immediatamente la strage del 23.12.84, dopo che insieme eravamo andati a vedere la partita di rugby Benetton – Samson. So per certo che e’ intervenuta ad un certo punto Freda e Fachini una rottura grave e definitiva. Melioli infatti, che Freda aveva incaricato di tenere i contatti con Fachini per tentare una riconciliazione mi ha rivelato questi fatti. Non so dire esattamente quando e perche’ Freda e Fachini siano venuti a contrasto. Melioli me ne parlo’ agli inizi del 1982, ma gia’ nel 1981, all’ epoca in cui io ero detenuto a Belluno con Fachini, egli parlava di Freda come “di un benemerito testa di cazzo” e lo definiva “teorico di salotto” . Tali frasi dette da Fachini sono inequivocabili.

Fachini alluse anche alla circostanza che Freda non si era comportato bene nel corso dei suoi interrogatori facendo delle ammissioni. Melioli mi disse che Freda nel cercare una riconciliazione con Fachini gli spiego’ i motivi della rottura e si mostrava preoccupato per la propria incolumita’ a causa del contrasto con Fachini. Freda era gia’ stato ferito in carcere da Giuliani Egidio. Melioli mi disse anche che aveva ricevuto una lettera da Fachini, oltre che da Freda, lettera nella quale Fachini, nello spiegare il motivo del suo contrasto con Freda, si era lasciato andare a descrivere episodi e fatti specifici, cosa che per Fachini era assolutamente incredibile e tale da far pensare a Melioli che Fachini fosse impazzito a rischiare tanto. Per illuminare meglio la figura del Fachini diro’ che secondo quanto egli stesso ebbe a rivelarmi, durante l’inchiesta per piazza fontana, egli si diede alla latitanza preventiva per oltre otto mesi quando emersero le responsabilità del gruppo Freda, e che dopo, al suo ritorno, le cose ormai si erano aggiustate, ed in effetti non mi risulta che egli sia piu’ stato coinvolto. Quanto alla figura di Giuliani Egidio ne ho sentito parlare. Egli era riuscito a stabilire rapporti con Morucci. Si diceva al riguardo che mentre a Padova il tentativo di infiltrarsi negli ambienti della sinistra era sostanzialmente fallito, a Roma cio’ era riuscito proprio attraverso Giuliani.

So anche che la donna di giuliani aveva un rapporto personale con un commissario della questura di Roma. Fu Scarano a parlarmi di tutto cio’. Mi risulta anche con sicurezza che anche i rapporti tra Fachini e Signorelli da qualche tempo si sono deteriorati, anzi si sono totalmente interrotti. Anche in questo caso io non so i motivi della rottura avvenuta mentre entrambi erano detenuti. E’ stato Melioli a rivelarmi anche questa circostanza. Quanto al possesso di armi e di esplosivi Melioli, dopo essere uscito dal carcere nel 1982 mi ha detto che disponeva ancora di un quintaletto di esplosivo. Mi sono convinto che l’ esplosivo possa trovarsi fuori Rovigo.
Infatti da qualche tempo Melioli e Fignani frequentano Trento, dove si appoggiano a De Eccher Cristiano.
Al riguardo mi e’ stato anche detto espressamente da Melioli che De Eccher e’ anche in contatto con l’ ambiente della mafia turca e che io stesso avrei potuto entrare in un giro di stupefacenti che on era mai stato scalfito da precedenti indagini. Melioli e De Eccher si frequentano sempre. De Eccher e’ da molti anni amico di Fachini e delle sua famiglia. So che a Trento vi e’ un’ altra persona legata a Fachini cui Melioli si appoggia.
L’ esplosivo suddetto e’ sempre proveniente da recupero di materiale militare. Quanto alle armi Melioli mi ha detto che possono procurarsele in svizzera ove hanno dei canali.

Le armi precedentemente a disposizione dell’ organizzazione sono state fatte affluire a Roma. Infatti Melioli, il quale e’ sempre stato in contatto con tutti gli ambienti della destra, frequenta molto Roma, ove si parla anche di progetti per far evadere detenuti di destra. Uno degli obiettivi prioritari per l’ evasione e’ senz’altro Cavallini Gilberto. Al riguardo so che Melioli aveva una mappa delle fognature di un carcere di Roma, Rebibbia o Regina Coeli. Egli me la fece vedere nell’agosto ‘85. So anche che Melioli ha una radio modificata con la quale capta da casa le comunicazioni di servizio delle forze dell’ ordine. Cio’ unitamente a nascondigli presenti nella sua abitazione gli ha consentito di occultare materiale nelle precedenti perquisizioni.

Quanto a riferimenti alla strage di Bologna, Melioli mi parlo’ del fatto dicendomi che a Roma in un primo momento si faceva il nome di Fioravanti Valerio come di possibile autore della destra con cui lui era in contatto. In tali ambienti il nome di Fioravanti, stando a quanto mi diceva Melioli, veniva fatto perche’ ritenuto un folle, capace di qualunque gesto, ed il sospetto di avere avuto contatti con la P2. Per illustrare la disponibilita’ di Fioravanti di commettere stragi, Melioli mi disse che aveva avuto uno scontro proprio con Valerio Fioravanti ed altre persone perche’ costoro volevano collocare, su progetto di Fioravanti Valerio, un ordigno esplosivo potentissimo nella toilette di un bar frequentato da persone della questura di Roma pur sapendo che avrebbero coinvolto avventori di ogni genere trattandosi di un posto molto frequentato.
Mi risulta che tale progetto venne discusso e rifiutato da Melioli qualche tempo prima della strage del 2 agosto ‘80. Di tale fatto, forse è al corrente il fratello di Valerio, Cristiano che sapeva quasi tutto del fratello. Da un certo momento in poi, Melioli senti’ parlare negli ambienti romani di disponibilita’ del gruppo veneto nella strage del 02.08.80. Alle mie preoccupazioni, posto che anch’ io appartenevo al gruppo veneto, anzi schedato come possessore dei volantini di Ordine Nuovo, Melioli rispose che le voci che circolano in tal senso riguardavano Fachini e non noi di Rovigo, anche in virtu’ del ruolo che Fachini aveva avuto nella strage di piazza Fontana. Nel 1979 ricordo benissimo di aver visto Cavallini in casa di Fachini.

I rapporti tra Cavallini e Fachini si sono rotti prima della strage di Bologna. Il motivo della rottura, stando a Fachini, era dovuto al fatto che il Cavallini aveva messo incinta la Sbrojavacca creando dei vincoli incompatibili con la propria condizione di militante, mentre Cavallini aveva forse preso le distanze da Fachini per motivi di contrasto sulla linea da seguire. Fu Melioli a parlarmi di questo contrasto, avendo egli assistito evidentemente a una discussione fra i due. Stando a quanto mi disse Melioli, Cavallini, che aveva seguito fedelmente le direttive di Fachini fino ad un certo punto, comincio’ a far ritenere ambiguo il comportamento di Fachini che non dava spiegazioni appaganti su molti fatti. Ricordo che alla fine del 1979, lo stesso Cavallini, passando da Rovigo, venne a trovare me e Frigato ed in quella occasione, sapendo che io e Frigato c’ eravamo ormai distaccati da Fachini, disse: “avete ragione a diffidare di Fachini e del suo ambiente” , con cio’ includendo anche Melioli. Dopo la strage di Bologna anche Melioli si e’ distaccato da Fachini, non so per quale motivo, anche se non e’ avvenuta una rottura netta ma un allontanemento progressivo.
Sui legami tra l’ ambiente di destra, servizi segreti ed altri poteri occulti, non so molto, salvo quanto mi ha riferito Scarano. Egli infatti mi ha detto che mentre all’ epoca di piazza fontana vi era contatto diretto tra ufficiali dei servizi ed ambienti della destra, (gia’ nel precedente verbale ho parlato dei rapporti Labruna – Fachini) in seguito, ed in particolare alla fine degli anni ‘70 ed a ridosso della strage di Bologna, tali contatti, che Scarano definiva “con il palazzo”, per intendere con i servizi segreti e con la P2, passavamo tutti attraverso l’ intermediazione di Semerari. Lo stesso Fachini mi ha detto che dopo la scarcerazione di Giannettini lo stesso era passato a trovarlo, in Padova, dove aveva fatto una visita di cortesia alla madre mandandogli i saluti (Fachini nel frattempo era gia’ detenuto a Belluno) con cio’ ammettendo che aveva avuto con Giannettini intimi rapporti. Correggo al riguardo l’ inesatta verbalizzazione nel senso che tali rapporti erano definiti da Fachini buoni. Melioli mi ha anche detto che per confezionare le bombe usavano sempre un innesco secondario poiche’ trattandosi di esplosivi “sordi” all’ innesco bisognava assicurarsi che esplodessero. Per essere precisi il discorso che faceva Melioli, tipico per lui, era diverso: egli diceva di aver sentito dire casualmente che certe bombe a volte non esplodevano perche’ l’ esplosivo era vecchio e che per rimediare sarebbe stato possibile fare uso di inneschi secondari.

Egli ne parlava ambiguamente nei termini suddetti, ma io ebbi la prova che sapeva che quello che diceva poiche’ nel 1979 la bomba collocata a Rovigo nella sede della democrazia cristiana non era esplosa proprio per un difetto di innesco. Ora non vorrei sbagliarmi perche’ potrebbe anche essere la bomba collocata presso la questura di Rovigo, comunque una delle due. So che Melioli e’ molto prudente e non usa mai il telefono di casa per comunicazioni compromettenti, ma sempre telefoni pubblici. A volte puo’ darsi che lo chiamino da Roma o da Trento sul numero dell’ agenzia presso la quale lavora. Si tratta dell’ agenzia immobiliare “il Quadrifoglio”. Anche in questo caso viene usato un linguaggio allusivo tipo: “vengo giu’ per l’ acquisto di quella casa …. Ecc ” . Romano Roberto faceva effettivamente il sub ed e’ esperto in recuperi subacquei. In effetti era lui che teneva le armi tanto di Fachini che di Cavallini, anche se e’ riuscito a tornare rapidamente in liberta’ facendo il nome di Fignani come di persona presente a uno scambio di armi, con cio’ confermando la versione dei fatti resa da Sordi Walter all’ AG romana. Il fratello di Romano e’ ufficiale dei carabinieri, ma non mi risulta che abbia mai favorito il fratello, mi costa anzi che quando vi fu’ l’ omicidio del canale scaricatore egli abbia minacciato gravi ripercussioni ove avesse scoperto che il fratello vi era in qualche modo implicato. So che Soderini e’ stato latitante in brasile perche’ rimasto senza soldi, lui e la donna che era con lui, chiesero aiuto a Cavallini.

Il Cavallini, contattato telefonicamente dal Soderini, mando’ un ragazzo, non so chi, a rilevarlo in Brasile questo episodio mi sembra che sia stato riferito, dopo la mia scarcerazione, 28.11.81, da romano roberto detto “il pellicciaio” infatti appena uscito venne avvicinato perche’ si contava sulla mia collaborazione che io, come ho gia’ riferito, rifiutai.
So che Fachini conosceva bene Tilgher perche’ quando fu arrestato Fachini era in carcere insieme a me mostrandosi interessato e dicendo che lo conosceva. Fece una battuta del tipo: “mi meraviglio che non l’ abbiano preso prima” .
Per quanto concerne la mia partecipazione ad una riunione a Treviso ed al progetto di rapina all’ armeria Frinchilluci a Roma, nego ogni coinvolgimento al riguardo ed avuta lettura delle dichiarazioni rese al riguardo da Calore Sergio e del fatto che lo stesso mi avrebbe riconosciuto in fotografia faccio presente che Melioli era in contatto con una persona che potrebbe anche confondersi con me per copertura essendo alto m 1,80 e molto robusto, anche se lui ha i baffi piu’ marcati di quanto io sia solito portarli. Si tratta di un giocatore di rugby di serie A, il quale ha giocato con la “Amatori Catania nel 1982” .
Ricordo che gioco’ nella partita Samson – Rovigo Amatori Catania partita giocata a Rovigo nel corso della quale Melioli mi indico’ il suo amico che era in campo. Non so il nome.

Letto confermato sottoscritto. ­

Carlo Digilio – dichiarazioni 10.10.1994

”….La mia seconda visita al casolare avvenne dopo che VENTURA mi aveva chiesto quelle delucidazioni sulle modalità di accensione dei congegni di cui ho già parlato nei precedenti interrogatori e di cui io riferii al prof. FRANCO.
L’interesse di Ventura quindi risultava essersi spostato anche nel campo dei congegni esplosivi e il prof. Franco volle andare a fondo di questa vicenda. Il prof. Franco mi convocò per telefono, ci incontrammo a Treviso alla stazione (io avevo raggiunto Treviso in treno) e Franco mi riferì che aveva sentito Ventura il quale aveva dei problemi…. Ci recammo a Paese esattamente quello stesso giorno con una macchina guidata da Franco, dopo avere raccolto a Treviso Giovanni Ventura il quale stava aspettando nei pressi della stazione a bordo della stessa Mini Minor rossa con la quale lo avevo già visto la volta precedente. Raggiunto il casolare vi trovammo Delfo Zorzi che era nella prima stanza, entrando, dove c’era un tavolino.

Delfo_Zorzi

La seconda stanza, a sinistra della prima, aveva la porta semiaperta e c’era un’altra persona che non mi fu presentata e che rimase in quella stanza senza partecipare ai nostri discorsi…. Ebbi la netta impressione che Franco e Delfo Zorzi si conoscessero già. Zorzi appariva più affabile della prima volta in cui l’avevo visto. Franco gli chiese di vedere la pistola.
Zorzi recuperò nella stanza a sinistra la pistola che era effettivamente una pistola non comune, una vecchia FROMMER ungherese piuttosto malconcia. Io diedi un’occhiata all’arma, vidi che era piuttosto maltenuta e dissi che con quella era certo meglio non spararci e non aveva neanche un gran valore come arma da collezione. Capii però che nei miei confronti la verifica su quell’arma era poco più che un pretesto in quanto Zorzi insieme all’arma portò alcune componenti di un congegno esplosivo.
Si trattava in sostanza del meccanismo di accensione e cioè una pila, un orologio da polso e dei fili nonchè della polvere nera da caccia e dei fiammiferi di tipo comune. ZORZI e VENTURA assemblarono insieme il tutto con una pinzetta e dissero al prof. FRANCO che il problema che non avevano ancora deciso come risolvere era quello di collegare il filo che faceva da resistenza o a polvere nera o a un fiammifero.
In questo secondo caso la resistenza doveva essere avvolta attorno al fiammifero.
FRANCO, vedendo quell’armeggiare e i dubbi che venivano esposti, sbottò dicendo che il filo non era di quelli più idonei in quanto era troppo rigido e infatti nella prova nelle mani di Zorzi e Ventura si ruppe e dovettero ripetere l’operazione ed inoltre i fiammiferi erano troppo piccoli e potevano usare invece fiammiferi con la testa più grossa, più lunghi, e cioè quelli antivento normalmente in commercio.
Franco durante questa operazione accennò che per suoi ricordi di guerra il congegno assomigliava a quello di cui si era tanto parlato in relazione all’attentato di Via Rasella. Disse che si ricordava bene questo particolare sia perchè era un vecchio combattente sia perchè era un fumatore.
Franco nello scambio di battute disse ai due “state attenti che siano solo petardi”, alludendo chiaramente all’invito ad usarli solo per attentati dimostrativi.
Io assistetti senza dire nulla e ebbi comunque la sensazione che Franco non aveva voluto andare al casolare da solo.
Da quelle poche battute si comprendeva che Franco nei confronti dei suoi interlocutori aveva un atteggiamento di richiamo alla moderazione e cioè di ricordare loro che non dovevano essere commessi episodi con gravi conseguenze…. Ovviamente commentai con Franco anche il senso di quell’incontro. Egli mi disse che aveva dato questi piccolo aiuto a Ventura per una ragione ben precisa.
Si espresse così “se Ventura perde l’appalto, io non so più quale altra persona lo sostituirebbe ricevendo il suo incarico”.
Del resto il prof. Franco mi aveva specificamente fatto presente che quell’attività di controllo era un’attività che egli svolgeva per incarico della C.I.A. in un momento delicato e nella zona che era di sua competenza. Tornammo a Treviso, mi ringraziò per la mia collaborazione e mi disse che avrebbe continuato lui personalmente a seguire quella storia e io non sarei stato più disturbato….

Carlo Digilio – dichiarazioni 19.02.1994

”….La persona a cui facevo riferimento all’interno di questa attività mi chiese di prendere contatto con un professore di Vittorio Veneto che aveva bisogno di una persona come me esperta in armi, ma non conosciuta politicamente in tale zona e non contrassegnata da una precisa militanza politica.  Mi recai quindi a Vittorio Veneto ove conobbi il professore che si chiamava Professor FRANCO….
Costui …. aveva combattuto per la Repubblica Sociale Italiana tanto da essere appunto il responsabile della locale sezione degli ex combattenti della R.S.I. Il professore mi disse che avrei dovuto controllare una certa situazione proprio grazie alla mia esperienza in fatto di armi.
Avrei dovuto poi riferirgli ed egli stesso avrebbe poi riferito alla Struttura cui facevamo riferimento. Mi disse quindi di andare a Treviso in una libreria di cui non ricordo più il nome, gestita da GIOVANNI VENTURA e di chiedere di costui. Così feci e conobbi VENTURA, in un primo momento un po’ diffidente, ma poi abbastanza presto affabile. Mi espose il suo problema che consisteva nella catalogazione e risistemazione di quella che lui chiamava una “collezione di armi”.
Capii subito che VENTURA non capiva niente di armi. Ci incontrammo quindi una seconda volta, di lì a pochi giorni, e mi accompagnò con la sua macchina, una Mini Minor rossa, partendo da Treviso sul posto che dovevamo raggiungere. Si trattava di un casolare un po’ isolato in provincia di Treviso che all’occorrenza saprei indicare.
Ricordo che VENTURA con la sua macchinetta correva a rotta di collo. Arrivammo quindi in una casetta modesta, isolata, in fondo ad un viottolo e vi trovammo un’altra persona che mi riservo di indicare, persona che si fece riconoscere e che io vedevo per la prima volta proprio in quella occasione. All’interno di questo casolare, costituito da due stanze al piano terreno, c’era nella prima stanza a destra qualcosa coperto da un telo ed era una stampatrice che loro stessi indicarono come “la vecchia”. VENTURA disse proprio all’altro: “Stai facendo la guardia alla vecchia?”.
Nella stanza a sinistra, lungo il muro del lato destro, sotto un telo c’era ammassato un quantitativo di armi in una gran confusione, alcune intere, alcune smontate e c’erano anche alcune cassette di munizioni e di caricatori. Sembravano buttate lì di fretta per una ulteriore sistemazione. Ricordo dei moschetti MAUSER, dei M.A.B., un fucile semiautomatico tedesco di precisione, qualche STEN e una mitragliatrice MG 42 e cinque o sei cassette di cartucce per questa mitragliatrice. E poi c’erano altre cartucce di vario tipo.
C’erano vari tipi di armi e tanti tipi di cartucce. Ricordo che VENTURA si preoccupava della intercambiabilità di queste cartucce.
Talune armi, come ho detto, erano smontate e attaccate con del nastro isolante.
Io mi misi a fare questo lavoro di catalogazione e sistemazione occupandomi anche del rimontaggio, quando era possibile, della armi smontate. C’era veramente di tutto, anche delle pistole dell’800 ad avancarica. Il casolare era circondato da un muretto e ciò non consentiva a nessuno, anche a chi fosse passato di lì per caso, di vedere cosa vi fosse all’interno. Ad un certo punto, essendo ora di pranzo, VENTURA uscì con la macchina per andare a prendere dei panini in un paese vicino e l’altro rimase fuori dal casolare di guardia.
Mi avevano detto che i sacchi che si notavano sul lato sinistro della stanza dove c’erano le armi, erano un paio di sacchi di juta e un paio di plastica, contenevano del concime chimico e che mi dissero di lasciare perdere.
In effetti dall’aspetto poteva sembrare così, ma io sfruttai quei pochi minuti per rendermi conto di cosa ci fosse realmente.
Nei due sacchi di juta c’erano due cassette metalliche color verdastro, di tipo militare, che io aprii rapidamente e dentro le quali c’erano dei candelotti di tritolo di quelli in uso all’Esercito, ricoperti di carta con il vano cilindrico, da un lato protetto da un velo di carta, per introdurvi il detonatore.
Ricordo che per controllare che non fossero di plastico ne ho preso in mano qualcuno che ho battuto leggermente sullo spigolo della cassetta e davano il suono secco dei candelotti di tritolo che avevo visto durante il servizio militare. Sotto le cassette c’erano anche alcune mine anticarro ancora con la loro custodia metallica e integre. I sacchi di plastica, che stavano davanti a quelli di juta e che erano quelli che potevano sembrare contenere il concime, contenevano invece in totale una ventina di chili di una sostanza a scaglie di colore rosaceo che era un tipo di esplosivo che non sarei in grado di definire. Non mi azzardai a prenderne un campione poichè temevo di essere controllato all’uscita, come in effetti poi avvenne. Sfruttai quei pochi minuti anche per smontare il percussore della mitragliatrice MG 42 che consideravo l’arma più pericolosa nelle loro mani e che ritenevo necessario neutralizzare.
Nascosi il percussore, che è molto piccolo, in un calzino.
D’altro canto la mancanza del percussore non viene notata dall’esterno e quindi ero tranquillo del fatto che non se ne sarebbero accorti.
A domanda dell’Ufficio, tra armi corte e lunghe saranno state una quarantina di cui, a mio avviso, quasi la metà erano pero non utilizzabili.
I due ritornarono, dissi loro che avevo fatto un controllo sommario e comunque non completo, e VENTURA mi disse che comunque aveva fretta e che si sarebbe potuto completare l’inventario in seguito in data da stabilirsi.
All’uscita, effettivamente, la seconda persona, come io temevo, disse a VENTURA che nonostante l’amicizia e la fiducia dovevo essere comunque perquisito cosa che fece facendomi vuotare le tasche. Io reagii manifestando il mio disappunto, ma non mi opposi.
Non trovarono quindi il percussore che avevo nascosto tra le dita dei piedi. Con VENTURA tornai quindi in macchina Treviso e li ci lasciammo. Relazionai accuratamente il professore, così come mi era stato richiesto, e gli consegnai il percussore segnalandogli anche la pericolosità della situazione che avevo notato grazie al mio esame dei sacchi che avevo fatto all’insaputa dei due….”

ventura

Specifica di Carlo Digilio – dichiarazioni 05.03.1994:

”….Sciogliendo la riserva del precedente interrogatorio, posso dire che la persona che si trovava nel casolare a fare la guardia era Delfo ZORZI…. In relazione alle armi che ho visto, posso precisare, oltre a quelle che ho già elencato nel precedente interrogatorio, che c’era una machinen pistol SCHMEISSER MP40 nonchè un fucile cal.8 semiautomatico di precisione, di fabbricazione tedesca del 1943, G43 MAUSER…. Per quanto concerne l’esplosivo, la sostanza a scaglie di cui ho accennato era bianca con riflessi rosacei….”

Giovanni Ventura – dichiarazioni 02.11.1973

Alcuni giorni dopo che fui trasferito a San Vittore, 5 o 10 giorni, fui chiamato da un detenuto addetto alla cucina che mi informò che altro detenuto voleva parlarmi. Dissi che stavo male. L’ altro mi preciso’ che il detenuto era Freda. Gli risposi che non volevo vederlo. La cosa si ripete’ nei giorni successivi. E dopo una serie di dinieghi, aderii infine a questa sollecitazione di Freda. In una lettera inviata all’ avv Ghidoni ho fatto il resoconto dei due o tre scambi di parole avuti con Freda. Poiche’ ho con me la minuta della lettera inviata al mio difensore posso leggere i punti salienti.
Comunque l’ avv Ghidoni che è presente, una volta che gli perverrà la lettera, potrà produrla.
In sintesi:
-dalla finestra della cella dell’ infermeria ho parlato con Freda che si trovava nel cortile sottostante per la sua passeggiata. Presente all’ episodio era un altro detenuto, tale cella, che credo potra’ riferire parte della conversazione;
-chiesi a Freda delle persone presenti alle riunioni del 18 aprile, data per scontata la presenza di Delle Chiaie, mi preoccupai di sapere il nome dell’ accompagnatore. Mi confermo’ che Rauti non era presente in persona ma che lo era in spirito, in quanto aveva inviato una persona di sua assoluta fiducia. Io gli feci dei nomi tra le persone di Ordine Nuovo, Romani, Sermonti, Graziani e Andriani. Al quarto nome, quello di Andriani, Freda fece uno dei suoi caratteristici sorrisetti come per farmi capire che quello era il nome giusto;
-Freda mi disse che mi ero comportato peggio di Lorenzon e che dovevo stare attento perche’ Delle Chiaie aveva deciso di ammazzarmi;
-quanto ai timers Freda mi confermo’ che li aveva dati all’ arabo e che questi attualmente prestava servizio presso la gendarmeria di Algeri, che aveva avuto un primo contatto con lui, ma che anche l’ arabo aveva difficoltà di movimento;
-Freda mi disse che l’ aver fatto il nome di Giannettini non mi avrebbe giovato perche’ il giudice D’Ambrosio non avrebbe creduto alla storia dello spionaggio per conto del Sid. Confermo’ di aver visto Giannettini a Roma.
-sempre in riferimento ai timers, mi fece notare che se i temporizzatori dovevano essere adoperati per attentati non li avrebbe mai ordinati per telefono anche perche’ veniva informato ogni qualvolta il suo telefono veniva messo sotto controllo.

Ad informarlo era il commissario Molino della Digos di Padova. Al che gli feci notare che mi sembrava strano che Molino rischiasse fino a questo punto e che evidentemente doveva avere dei “santi” se non era stato mai molestato.
Freda disse: “avrà i suoi santi”. Io ribattei: magari i santi sono dei Catenacci!
Freda mi disse di aver conosciuto Catenacci per essere stato da questi interrogato intorno al 1960 – 1962 nella questura di Padova per degli scontri tra estremisti di destra e sinistra in occasione di una dimostrazione contro gli esperimenti sulla bomba atomica. Mi disse anche che Catenacci aveva dato dimostrazione di essere uno sveglio in quanto aveva capito che non aveva nessuna importanza la questione dell’ acquisto di borse a Padova.

L.c.s.

ventura

Riaperto il verbale Ventura dichiara di aver messo al corrente sia Loredan che Sartori della sua attivita’ svolta nell’ ambito del gruppo Freda per conto di Giannettini. Chiedo pertanto di essere messo a confronto con sartori e loredan perche’ gli sia data la possibilita’ di provare, in quella sede, l’ affermazione di cui sopra e che in effetti egli abbandono’ la attivita’ nel gruppo Freda anche dietro esplicita richiesta di Loredan che vedeva nella prosecuzione dell’ attivita’ stessa un pericolo costante per l’ intrapresa operazione “litopress”. Il G.I. invita l’ imputato a indicare con precisione le cose riferite rispettivamente al Sartori e a Loredan.
Ventura: a Sartori ho dato anticipazioni sulla preparazione degli attentati ai treni. Le stesse anticipazioni detti a Loredan che peraltro avevo gia’ messo al corrente dell’operazione “Torino”. A questo punto il G.I. invita Ventura a percorrere per intero la strada intrapresa e a rivelare tutto quanto è a sua conoscenza. All’ uopo gli fa presente che non è concepibile che egli, entrato ormai nella fiducia di Freda, per aver partecipato all’ attentato di Torino e per essere stato presente all’ incontro del 24 luglio a Milano, non sia stato messo al corrente del piano operativo per gli attentati ai treni. Al contrario e’ logico ritenere che egli abbia partecipato o quanto meno sia stato invitato a partecipare materialmente agli attentati in parola.
Ventura: quello che sapevo l’ ho già detto e non so altro.
L’avv. Capraro fa notare che è tecnica propria dei gruppi terroristici di non utilizzare per più attentati gli stessi uomini e cio’ perche’ l’allargamento del gruppo terroristico avviene proprio attraverso la compromissione di piu’ persone.
Il G.I. a questo punto fa notare che se cosi’ fosse per il gruppo terroristico in questione vi sarebbe la prova piena che Ventura ne facesse parte in qualita’ di promotore. Egli infatti nel dicembre ‘69 cercò di compromettere e compromise Massari attraverso la stampa del noto opuscolo.
Gli avv. Ghidoni e Capraro chiedono sia dato luogo ai confronti richiesti poiche’ occorre attenersi ai fatti e non alle supposizioni e con la richiesta dei predetti la difesa intende provare fatti precisi e che hanno una importante rilevanza difensiva.
Ventura: a proposito del suo invito le faccio presente che fin dall’inizio le premisi che non ero in possesso di dati risolutivi.
Ventura: ovviamente non cercai di compromettere Massari. Nel corso del penultimo interrogatorio ho chiarito le circostanze relative alla stampa dell’ opuscolo.

L.c.s