Requisitoria pm Mancuso processo strage di Bologna 11.0.4.1988 – 4

Tutto viene lasciato andare davanti agli occhi di questi militari, di questi uomini dei servizi segreti e continua proprio in quegli anni, a rendersi sempre piu’ frenetica l’ opera di Gelli, raccontata ancora una volta da Aleandri, nel reclutamento dei militari. Abbiamo la vicenda della rivista “Politica e strategia”, di cui vi e’ un rapporto agli atti 07.12.82, che indica come in questa rivista interagissero i fratelli De Felice Fabio e Alfredo. “Politica e strategia”, periodico trimestrale a cura dell’Istituto Studi Strategici per la Difesa, Issed, con proprieta’ della rivista Filippo De Iorio, direttore responsabile Salomone Francesco e poi sostituito da Edgardo Beltrametti, assume tale carica in sostituzione di Edgardo Beltrametti.
Ecco ancora una volta questo collegamento stretto tra rappresentati delle istituzioni come De Iorio, inserito in delicatissimi compiti a livello governativo, con golpisti del calibro dei fratelli De Felice, con teorici della guerra rivoluzionaria, cui al Parco dei Principi, come Edgardo Beltrametti e futuri piduisti come il giornalista Salomone che ritroveremo nell’ ambiente e sul giornale Costruiamo l’ Azione. Sempre nell’ ambito del Golpe Borghese – Fronte Nazionale, Gelli operera’ in collegamento eversivo e massonico con tale avvocato Tilgher di Roma, come a pagina 5 del documento Maletti, e quanto nel dar conto di tutte le forze scese in campo in questa attivita’ eversiva, secondo le dichiarazioni e le rivelazioni, fornite dalle fonti del SID, tra le quali Orlandini Remo, per quanto riguarda la Toscana, racconta: brigata paracadutisti di Livorno, un colonnello e c’e’ il nome, un ufficiale superiore c’e’ il nome, otto ufficiali inferiori, sei sottufficiali. Erano inoltre presenti nei vari scaglioni militari di truppa, aderenti ad Avanguardia Nazionale, fatti inserire a cura dell’ avvocato Tilgher di Roma: buona parte dei nomi nota. Ma restera’ nota solo a Maletti. Avvocato Tilgher di Roma, avanguardista, che ritroveremo, che identificheremo innanzitutto nel Tilgher Mario nella lista che il contenuto sia nella lista italiana che nella lista uruguaiana nella P2 e sapremo passato al Grande Oriente, giuramento firmato, e sul quale si inserisce una storia particolarmente significativa: perche’ Licio Gelli quando consegnera’ alla magistratura fiorentina, che indaga sull’omicidio del magistrato Occorsio Vittorio una lista molto depurata di iscritti alla P2, inserira’ anche il nome di Tilgher Mario. Successivamente si rechera’ dal magistrato per altre precisazioni e tra queste indichera’ che l’avvocato Tilgher non e’ mai stato iscritto alla P2. Viceversa in quello stesso periodo risulta transitare dalla P2 al Grande Oriente d’ Italia, ripeto sia per documentazione italiana che per documentazione uruguaiana proveniente direttamente dall’ archivio di Gelli.
Vi sono poi, poiché in quel periodo diventa più frenetico il tentativo eversivo, siamo nei primi anni ‘70 con Gelli, protagonista abbiamo detto dal ‘71 al ’74, vi sono a scadenza fissa le circolari che Gelli invia ai suoi fratelli nel ’71, nel ’72, nel ’73.

Avremo le riunioni che la commissione ha spiegato che si trattava di più riunioni presso villa Wanda. (…) Anche qui egli nel corso di queste riunioni discuteva e elaborava misure per contrastare – questa e’ la circolare del ‘71 che cito: ” elaborare misure per contrastare la minaccia del Pci volta alla conquista del potere per stabilire opposizione di assumere in caso di ascesa al potere dei clerico-comunisti”, circolare a pagina 17 della relazione. L’ anno successivo dirama addirittura una lettera circolare ai militari iscritti alla sua loggia nella quale si traeva la conclusione che “solo una presa di posizione molto precisa poteva porre fine al generale stato di disfacimento e che tale iniziativa protesa essere assunta soltanto dai militari”. E sulla riunione di Villa Wanda, vi rinvio a quanto afferma la commissione P2, e a quanto dichiarato dal generale Palumbo, al senso di rammarico e di profondo disgusto che la presidente Tina Anselmi comunica al testimone nel congedarlo, rifiutando persino di arrestarlo. Al ruolo che in quegli anni assume, anche, Carmelo Spagnuolo procuratore generale della Cassazione e avvocature di processi pilotati, che interesseranno Gelli e il suo sistema di potere.

La circolare del ‘74, ve ne leggo pochissimi brani, mi auguro innanzitutto l’intestazione interessante “Centro Studi di Storia Contemporanea” – quindi sappiamo che sarà rivolta a tutti i fratelli di questa struttura che e’ una copertura della P2 – , sappiamo che Musumeci avrà una tessera intestata al Centro Studi di Storia Contemporanea, sappiamo anche dove gli verra’ consegnata nonostante le sue affermazioni in contrario. Dice cosi’ Gelli ai suoi fratelli: “mi auguro e auguriamoci insieme che si trovi finalmente la forza e il coraggio, la capacita’ di operare sinceramente, per estirpare il male maggiore che oggi ci affligge le eversioni, la delinquenza organizzata operante all’ombra dell’ideale politico di destra e di sinistra, non è allarmisticamente che si prevede un’estate veramente calda, direi scottante per una notevole quantita’ di problemi estremamente impegnativi, auspichiamo il rispetto delle leggi e la emanazione di quei provvedimenti intesi alla salvaguardia della dignita’ umana, diritto al lavoro, ecc”. Mentre richiamava all’ordine, con accenti squisitamente reazionari, Licio Gelli sovvenzionava la banda armata toscana, dedita ad attentati terroristici sulla linea ferroviaria Firenze – Bologna. Credo che questo argomento meriti un momento di attenzione. Dico questo non soltanto perché forte di una sentenza, sia pure di primo grado, che ha dichiarato Licio Gelli sovvenzionatore di terroristi dediti ad attentati dinamitardi, ma anche perché, presidente, vi è una tale mole di atti che vorrei in qualche modo commentare, sia pure in maniera estremamente succinta e rapida. Alcuni di questi, sono già stati letti ritengo, però opportuno rifarlo ripetere questa lettura anche perché sarà accompagnata dalla lettura di altri atti. Franci Luciano, Procura Repubblica Firenze 13.08.76: “questi fatti ho in mente di riferire hanno attinenza a un particolare ambiente che fa capo ad una persona di Arezzo, o meglio varie persone di Arezzo, poiche’ io temo che queste rivelazioni possono incidere negativamente sull’incolumita’ mia e della mia famiglia poiche’ tali fatti sono a conoscenza anche del Batani – su questo torneremo – desidero appunto che anche il Batani sia presente. Confronto Franci – Batani: “oggi posso precisare – dice Franci – che tali notizie riguardano i collegamenti fra esponenti della massoneria di Arezzo, o meglio della P2, il SID alcuni elementi di destra sempre di Arezzo, nonche’ i rapporti avuti da Batani con un certo maresciallo dei carabinieri di Arezzo”. A questo punto interviene il Batani il quale dichiara: “in effetti ho fatto delle confidenze al Franci sul primo punto non intendo per il momento fare alcuna dichiarazione per timore”. Poi parla del maresciallo Cherubini, che sapremo essere in contatto con Cauchi (…). Sullo stesso punto Murelli Maurizio: “ricordo che effettivamente durante le pause del processo Mario tuti espresse giudizi molto duri, l’intenzione di uccidere Franci e Malentacchi, avevano sporcato l’immagine del movimento Nazionale Rivoluzionario richiamando collegamenti di questo movimento con la massoneria”. “Tuti – Latini Sergio – nelle pause del processo era molto arrabbiato perche’ in quei giorni era apparsa la notizia che Franci era stato colui che aveva tirato in ballo i rapporti tra il suo movimento e la massoneria. Ha fatto capire che non gli andava che fosse stato reso noto quel collegamento ammettendolo esplicitamente. Disse che appena gli capitava l’occasione avrebbe ucciso Franci”. Bumbaca: “non avevo mai saputo di contatti tra Cauchi e la massoneria o Gelli. In carcere pero’ ho saputo da Franci, che lo ha ripetuto parecchie volte, che esso Franci aveva ottimi rapporti, era in ottimi rapporti con Gelli e che la massoneria li avrebbe aiutati.

Queste cose Franci le ha ripetute anche dinanzi al tribunale di Firenze nel processo del Fronte Nazional Rivoluzionario. In mancanza della sentenza leggero’ alcuni brani, si tratta peraltro di deposizioni, riportati nella requisitoria del dottor Vigna di Firenze che riguardano appunto l’episodio del finanziamento: E’ ancora Brogi a riferire con dettagliate dichiarazioni circa un approvvigionamento di esplosivo di armi avvenuto in epoca compresa tra 06.03.74 e il 20.04.74: il camion contenente il materiale – secondo le dichiarazioni di Brogi – fu scortato da lui stesso e da Cauchi da Viserba di Forli’ fino a Ponte San Giovanni di Perugia, con l’aiuto di Bernadelli che usava la moto in tale localita’, – il passo si segnala per la coralita’ dei partecipanti – oltre che di Zani, Ferri, di Esposti, di Vivirito ora deceduti. Fu trasferito altrove un’ altra parte di esplosivo fu portato presso l’ abitazione di Cauchi a Monte San Savino e da qui con l’ aiuto di Brogi e Franci in localita’ Alpe di Poti donde tuti ne prelevo’ un quantitativo. Al procacciamento erano interessati anche i fratelli Castori”. Brogi individuato il casolare ove l’ esplosivo fu nascosto e tale esplosivo poi fu recuperato anche se l’intervento, dopo la strage dell’Italicus del teste imputato Del Dottore, nonche’ uomo collegato al SID”.

Ancora leggiamo in questo atto di accusa, ripeto che ha trovato una conferma, una prima conferma, nella recente sentenza della corte di assisi di Firenze: “Cauchi manteneva collegamenti – pag 106 – con i vertici romani del gruppo, intesseva rapporti con le persone che gravitavano nell’ambiente milanese di Ordine Nero, Mar Fumagalli, era strettamente legato a tuti presso il quale passo la sera del gennaio ‘75, in cui costui uccise due poliziotti e feri’ gravemente un terzo”. Eppure tutto cio’ non e’ ancora sufficiente a descrivere compiutamente la figura dell’imputato, che manteneva rapporti con persone inserite in apparati statali, si vedano sul punto le dichiarazioni non solo di Brogi ma anche di Vinciguerra o ai vertici di potentati economici della massoneria come Licio Gelli. E se e’ vero quanto afferma Vinciguerra, e non c’e’ ragione di dubitarne, sia per la forte personalita’ del dichiarante sia perche’ la circostanza si inquadra nel contesto sopra richiamato, riferendo un discorso di Cauchi questi pote’ sfuggire all’arresto perche’ avvisato da un non identificato appartenente alle forze dell’ordine e trovò poi rifugio in Spagna ove avrebbe, con altri latitanti dell’eversione nera, compiuto azioni ispirate dai servizi spagnoli. Sono poi documentati in atti i contatti che anche dopo la fuga di Arezzo, il Cauchi ebbe con i responsabili del servizio di Firenze, che all’epoca il magistrato che redigeva quest’atto non conosceva essere una persona il cui nome ricorre in questo processo, cioe’ il capitano Mannucci Benincasa.

Gelli – pag 107 –  mediante l’attribuzione della qualifica di sovventore della banda armata, sulla base delle dichiarazioni di Andrea Brogi: aveva riferito questi Andrea Brogi, di una consegna di danaro da parte del Gelli al Cauchi in vista di azioni di addestramento e di preparazione sul piano militare di persone che avrebbero potuto assumere iniziative dopo il referendum sul divorzio. Degli interrogatori del 01.12.86 e 19.12.86. Brogi ha precisato con maggiori dettagli lo svolgimento dell’operazione di finanziamento che fu concordato tra Gelli e Cauchi accompagnato da Mauro Mennucci. Si tratta di un ufficiale dell’arma dei carabinieri cioe’ quel Salvatore Pecorella inquisito nel gennaio ‘74 anche arrestato nell’ambito delle indagini sul golpe Borghese e anch’egli iscritto alla loggia P2. L’intervento di Pecorella fu propiziato, secondo la narrazione di Brogi, dall’ammiraglio Birindelli, anch’egli della loggia, la cui deposizione non contraddice il racconto del Brogi che doveva servire a garantire a Gelli la serieta’ dell’operazione e che i finanziamenti “non si perdevano e non finivano in cose inutili”, cito tra virgolette: “fu appunto in seguito a quell’intervento che il Gelli erogo’ la somma di lire 18000000 che servi’ anche all’approvigionamento delle armi e dell’esplosivo del periodo compreso tra il 6 marzo ed il 21 aprile, senza peraltro che a Gelli fossero date particolari indicazioni sull’operazione”. Brogi, poi si parla dei supporti a queste dichiarazioni e della riunione che fu indetta da tutti costoro nell’abitazione di Paolo Signorelli sul lago di Bolsena, alla quale anche Brogi partecipo’ sia pure con funzione di copertura esterna. Un primo supporto a quelle dichiarazioni – pag 108 – proviene da Sergio Calore persona altamente attendibile e, il riscontro di cui si tratta, pare sia particolarmente rilevante. Riferisce Calore di “avere appreso da Concutelli che nel ‘76 il gruppo perugino voleva introdursi in una villa presso Arezzo e qui impossessarsi di documenti custoditi in tale villa da un’esponente della massoneria. Ma Pugliese aveva bloccato l’operazione affermando che quel personaggio che abitava nella villa non andava toccato”. Vinciguerra apprese direttamente da Cauchi, Gallastroni anche qui abbiamo documenti provenienti direttamente dalla polizia: Gallastroni parlo’ a personale della Digos di Arezzo di somme date da Gelli a Cauchi, anche se poi cerco’ di stemperare il discorso. Franci sin dal ‘76 aveva assunto iniziative di rivelare i rapporti tra Gelli e la destra eversiva, e via, e cosi’ via di seguito. (…) L’informativa che la polizia di Arezzo il 06.08.80 invia all’illustrissimo signor Questore dice questo “accertamenti connessi all’ attentato di Bologna riferiva che non era, questo Gallastroni, che non era in grado di indicare dove potesse trovarsi il Cauchi ed aggiungeva che all’ epoca delle indagini sul gruppo Tuti, detto Cauchi era amico di Licio Gelli dal quale avrebbe ricevuto somme di danaro”. Gallastroni Giovanni: “Cauchi era amico di Gelli” (…). Ma Cauchi si e’ detto fugge il giorno in cui Tuti ammazza i due poliziotti e ne ferisce gravemente un terzo. Cauchi quella mattina si dirigeva in casa di Tuti, quella sera si dirigeva in casa di Tuti e successivamente dopo questo crimine saranno a cena insieme.

Presidente qui vi e’ anche un atto ufficiale proveniente Firenze 20.12.77. Il centro di Firenze scrive al signor capo reparto D di Roma, racconta come vi siano stati rapporti tra il SID e Cauchi e su questi rapporti vi e’ stato il segreto di Stato su chi abbia mantenuto questi rapporti e’ stato opposto il segreto di Stato, come il servizio abbia avvicinato Cauchi in occasione dell’attentato alla casa del popolo di Moiano, poiche’ si avevano seri sospetti nei confronti di Batani rientrato alle 5 del mattino. Bene avvicinano Cauchi, che confidenzialmente si seppe essere vicino al Batani e in grado di dare confidenze. Il Cauchi si dimostrò subito interessato a parlare del Batani scagionandolo completamente dalla sospetta partecipazione all’ attentato di Moiano. Preciso’ in particolare che il Batani non era mai stato alla casa del popolo di Moiano e che erano quelle testimonianze erano da considerarsi false. E infine che il Batani era rientrato effettivamente alle 23,30 e non alle 5. Questo e’ un concorrente, Presidente, che va a scagionare un attentatore del calibro di Batani ed era un collaboratore del SID di Firenze. Fu chiesto al Cauchi se fosse in possesso di qualche notizia relativa agli altri inquisiti e senza esitazione avvio’ il discorso su Brogi, definendolo un sicuro provocatore. Era il momento in cui gia’ lo aveva condannato a morte ed aveva anche tentato, deciso di sopprimerlo.
Alcuni giorni piu’ tardi, fine maggio, il Cauchi telefono’ al numero datogli al Sid, Presidente, per comunicare che il Batani sarebbe tornato entro una decina di giorni ad Arezzo. Ma “con l’ incontro del 19 giugno si concluse il rapporto con Cauchi, per quanto e’ dato ricordare, cio’ puo’ essere dipeso – dice lo scrivente – dall’ approssimarsi del periodo delle ferie estive”. E quanto saranno drammatiche quelle ferie estive, come il Cauchi partecipera’ a quegli eventi lo sapremo tutti. “Passeranno sette mesi – e ancora il rapporto – prima che il Cauchi si faccia vivo”. “Cio’ dovrebbe essere avvenuto la sera del 26.10.75 o 27.01.75 verso le 22 – 23 allorche’ cerco’ per telefono l’ elemento che lo aveva contattato, a quell’ ora assente dall’ ufficio. Rintracciato fece dire al Cauchi, che aveva lasciato detto che avrebbe richiamato di dare un recapito telefonico. Cosa che il Cauchi fece di li’ a poco dicendo che poteva essere richiamato al posto telefonico pubblico della stazione delle ferrovie dello Stato di Milano”. Il Cauchi era gia’ stato raggiunto, era gia’ stato emesso nei suoi confronti ordine di cattura, era latitante telefonava al Sid e lasciava il suo recapito per essere successivamente rintracciato. “Chiamato successivamente dal contattante, Cauchi rispose effettivamente dal recapito datogli e chiese subito all’ interlocutore se era in grado di metterlo in contatto con il pm che stava conducendo le indagini di Arezzo, e per l’omicidio di Empoli il 24 precedente Tuti ecc. Si disse completamente estraneo alla vicenda, voleva chiarire ogni cosa col magistrato. Fu conseguentemente preso contatto, Cauchi ripete’ , Donati Luca confermo’, l’ avvenuta fuga. La conferma Presidente, la chiusura di questo rapporto, nello stile di quella informativa che vi ho detto: “Da allora non e’ stato attuato alcun tentativo di acquisizione di notizie sulla latitanza del Cauchi, nella precisa preoccupazione di non ingenerare in chicchessia, mal fidati sospetti di collusione col soggetto, si puo’ e si deve pur dire, Giannettini docet”… E chiude questo rapporto.

Eccidio di Empoli – Estratto Sentenza Corte Assise di Firenze 09.06.1975

Alle ore 19 circa del 24.1.1975, il dott. Fasano, dirigente dell’Ufficio Politico della Questura di Firenze, richiedeva al Commissariato di P.S. di Empoli di procedere ad accertamenti nei confronti di certo Tuti Mario, ivi residente, allo scopo di stabilire se egli possedesse una autovettura Fiat 128. Il dirigente del Commissariato di Empoli, dott. Antonelli, incaricava di ciò l’app. Arturo Rocca, il quale, poco dopo riferiva che il geom. Tuti Mario, nato ad Empoli il 21.12.1946, ivi residente in via Boccaccio n° 25, possedeva effettivamente una 128 bianca, targata FI 690681. Dopo circa mezz’ora, il dott. Fasano informava lo stesso commissariato di Empoli che nei confronti del Tuti, pendeva carico di cattura emesso in data 24.1.1975 (e cioè il giorno stesso), dal dott. Marsili, Sost. Procuratore della Repubblica di Arezzo, per associazione per delinquere ed altri reati. Di tale ordine veniva chiesta l’esecuzione.
L’incarico veniva affidato al vice brig. di PS Falco Leonardo, ed agli appuntati Ceravolo Giovanni e Rocca Arturo, che si recavano all’abitazione del Tuti, per procedere al suo arresto, verso le ore 20. Dopo circa 15 minuti perveniva da Arezzo, sempre tramite il dott. Fasano, la richiesta telefonica di procedere, dopo l’arresto del Tuti, a perquisizione della sua abitazione per ricercarvi armi, munizioni e materiali esplodenti, ai sensi dell’art. 41 T.U.L.P.S..
Tale ordine veniva comunicato, via radio, ai tre sottufficiali operanti che, nel frattempo, avevano già preso contatto col Tuti.
Alle ore 21, al 113 perveniva notizia che in via Boccaccio all’altezza del civico 25, corrispondente all’abitazione del Tuti, vi era un morto. Il dott. Antonelli, il m.llo Baronti e due agenti, accorsi sul posto rinvenivano in quel punto, sul marciapiede, il cadavere dell’app. Ceravolo. All’interno dell’appartamento del Tuti trovavano un altro cadavere: quello del brig. Falco. L’app. Rocca si trovava disteso a terra, gravemente ferito e sanguinante, all’interno dello stabile, ai piedi di una rampa di scale, che portava all’appartamento del Tuti.
Venivano immediatamente avviate indagini, con la partecipazione e la direzione del Procuratore della Repubblica di Firenze, che raccoglieva le deposizioni di alcuni vicini di casa del Tuti, i quali, subito dopo la tragedia, lo avevano visto fuggire, armato di fucile, con la sua autovettura, nonché quella dei prossimi congiunti dell’assassino, che non si avvalevano della facoltà di astenersi dal deporre e di vari suoi amici e conoscenti.

Sull’attendibilità di Fianchini – Sentenza appello 1986

Nello sviluppo dell’argomentazione molto si è insistito sulla venalità del Fianchini, con parti­colare riferimento all’episodio Rosini -Vitellazzi- Fioravante. Richiamato al riguardo il punto 36° dell’espo­sizione in fatto, va sottolineato come l’avv.Rosi­ni fosse un esponente locale del M.S.I., pacifica­mente interessato a screditare il Fianchini facendolo apparire pubblicamente come un teste prezzo­lato.

Anche alla stregua di quanto dichiarato dalla assistente sociale Antonietta Taranto e dal dott. Sergio Sabalich, magistrato di sorveglianza a Ma­cerata, deve considerarsi accertato che negli anni ’79-’80 il Fianchini era da un canto gravemente preoccupato per le minacce ricevute; dall’altro bisognoso d’aiuti, tanto da essersi indotto a trasferirsi per molti mesi a S.Benedetto del Tronto, ospite della Fioravante. Di qui le sue successive richieste di d naro, inoltrate senza esito dalla Taranto al Ministero di Grazia e Giustizia. Non meraviglia quindi che il Fianchini possa aver parlato con la Fioravante del la sua speranza di ricevere degli aiuti in danaro e che questa notizia, passando dalla Fioravante al fratello e da costui alle orecchie interessate dello avv.Rosini, abbia assunto una consistenza ed un pe­so tutto diverso.

aurelio-fianchini

Anche l’inquietante episodio riferito dal dott. Sabalich (cfr. la narrativa sub 37°) merita qualche approfondimento per rilevare l’ingenuità dell’originaria asserzione di aver ricevuto dal P.M. o dal G.I. un’offerta di danaro come incentivo alla te­stimonianza.

Infatti il Fianchini fin dal giorno del suo arresto a Roma aveva ampiamente e compiutamente esposto quanto aveva appreso in carcere dal Franci sul l’attentato all’Italicus e sul modo con cui era stato attuato dal Tuti, dallo stesso Franci, dai Malentacchi e dalla Luddi. Nei successivi esami non ha fatto che confermare la sostanza di quelle prime dichiarazioni, naturalmente ampliandole ed arricchendole di particolari, così come risulta dalla dettagliata esposizione di cui al punto 8° della narrativa.

Né il P.M. né il G.I. – a parte ovvie consi­derazioni di deontologia professionale – avrebbero avuto quindi motivo di offrire del danaro, di cui non disponevano, per “incentivare” una testimonianza che ben sapevano essere stata già resa. D’altra parte non v’era neanche un accenno di ritrattazione tale da far ipotizzare un’offerta dì danaro diretta ad impedirla. L’ipotesi più verosimile è allora che veramente il Fianchini abbia equivocato su qualche frase del G.I. (“Ma tu, non sei venuto a testimoniare perché c’è una taglia?”) o su qualche accenno a possibili aiuti. Rimuginandovi ed avendo un effettivo bisogno d’aiuti, in una situazione di pericolo che a suo avviso gli imponeva di star lontano da Tolentino, è verosimile che il Fianchini sia giunto a convincersi di come quegli accenni altro non fos­sero che larvata offerta di danaro. La spiegazione data dal Fianchini al dott.Sabalich per la quale si fa rinvio al richiamato punto 37° della narrativa – non manca quindi di verosimiglianza, e consente di dare in qualche modo ragione di un atteggiamento che sulle prime lascia francamente sconcertati. Si deve poi considerare come in definitiva il Fianchini volesse interessare il dott.Sabalich alla sua posizione, tanto che alla fine il magistrato si indusse ad inoltrare una segnalazione al ministero. Poteva quindi apparirgli utile prospettare che in precedenza altri magistrati gli avessero offerto del danaro, pensando che ciò potesse in qualche mo­do impegnare il dott.Sabalich ad aiutarlo.

Quel che è certo è che il Fianchini, per le sue dichiarazioni accusatorie contro gli attuali imputati, non ha ricevuto nulla, ne danaro né benefici di altro genere. Da “Epoca” – come si è visto – non v’è prova che abbia ricevuto alcunché. Tutto ciò milita in favore dell’attendibilità- del teste, il quale, nonostante le minacce ricevute (si richiamano al riguardo le dichiarazioni della Taranto e del dott.Sabalich sintetizzate al punto 37° della narrativa) ed in ogni caso in una situazione di obbiettivo pericolo, ha tenuto fermo un impian­to accusatorio che non solo si sottrae ad ogni critica – già lo si è visto – ma in molti punti è sicuramente veritiera.

Come si è evidenziato in narrativa al già ri­chiamato punto 8°, il Fianchini nella deposizione al G.I. del 20.12.1975 ebbe testualmente a dichiarare: “Fu questa forse la chiave che riuscì a vince­re la diffidenza del Franci, che un giorno a proposito dell’attentato di Terontola mi confidò che egli scontava colpe di altri. Mi disse infatti che il detto attentato era stato materialmente eseguito da tali Morelli e Gallastroni: che l’esplosivo era stato fornito dal Tuti e che era stato trasportato da un tale “Luca” con la macchina del Tuti medesimo. L’unico ruolo da lui svolto era stato quello di collegamento”. Orbene, dalla sentenza della Corte d’Assise di Arezzo in data 28 aprile 1976, allegata al verbale di dibattimento di primo grado (Voi.27°, fol. 223 e segg.) risulta  che il Morelli ed il Gallastroni, pur assolti per insufficienza di prove dall’accusa di strage per il fatto di Terontola, sono stati riconosciuti come militanti nel movimento eversivo di estrema destra che si qualificava “Fronte Nazionale Rivoluzionario”, facente capo al Tuti ed al Franci (cfr. pag.22 della sentenza) – che l’esplosivo per Terontola proveniva in realtà dal Tuti (cfr. pag.15 della sentenza stessa, con la puntuale e convincente critica del successivo assunto del Franci di averlo rubato in una cava).

Questi particolari potevano essere forniti al Fianchini solo da chi – come il Franci – avesse vissuto in prima persona i fatti verificatisi nell’aretino fra la fine del ’74 e l’inizio del ’75. Il Fianchini li ha riferiti esattamente ed in parte – per quanto attiene alla provenienza dell’esplosivo – trovano riscontro nel giudicato formatosi sulla sentenza anzi richiamata della Corte d’As­sise di Arezzo (cfr. Vol.27°, fol.263, nonché per la sentenza d’appello, il Vol.37°, all.13). Nello stesso esame del 20 dicembre 1975 il Fianchini precisa che secondo il Franci “detto attentato (quello dell’Italicus) era stato compiuto con un or­digno confezionato con esplosivo diverso da quello usato per l’attentato di Terontola….”.

Il particolare è senz’altro esatto: come si è visto si sono fatte delle ipotesi su come il Fianchini potrebbe averlo dedotto dalla lettura dei giornali e su come lo stesso potrebbe aver fatto il Fran­ci, ove non avesse partecipato all’attentato allo Italicus. Resta, il fatto che anche su questo punto il Fianchini non può essere smentito. Anzi v’è la prova di come il particolare fosse stato annotato dal D’Alessandro nel suo diario ben prima dell’ingresso in carcere del Fianchini.

Sentenza appello Italicus pag 367-373

Protezioni dei neofascisti di Arezzo – Sentenza Appello Italicus 1986

(…) è risultato come all’epoca la massoneria – ed in particolare la loggia P 2 – fosse ben presente negli ambienti giudiziari della Polizia e dei Carabinieri di Arezzo. Alcuni questori, il col. Tuminello, comandante del gruppo Carabinieri, due sostituti procuratori del­la Repubblica, fra cui il dott. Marsili, genero di Licio Gelli.

Può ritenersi altresì verosimile che gli estremisti di destra usciti dal M.S.I., ma non dall’am­biente che gli gravitava attorno (si vedano al ri­guardo le lucide ed attendibilissime dichiarazioni del Brogi circa le caratteristiche del neofascismo aretino, in contrapposizione a quelle del corrispondente ambiente fiorentino: Vol.B, interrogatorio del 9.1.1986 al G.I. di Bologna) godessero di appoggi e protezioni presso le forze dell’ordine e fors’an­che in ambienti giudiziari. E’ certo che il Franci fruì di una notevole benevolenza: la denuncia di una vicina di casa su un fatto non certo banale come la fabbricazione di “pericolose bombe” rimase lettera morta perché -palleg­giandosi le responsabilità Questura e Procura della Repubblica – sta di fatto che l’abitazione del Fran­ci non venne perquisita. Lo stesso accadde dopo l’arresto del 23.1.1975, quando la scoperta di armi ed esplosivo presso la Luddi avrebbe dovuto far supporre che anche l’abitazione del Franci potesse contenere almeno materiale utile alle indagini.

Vi sono poi i precisi riferimenti del Brogi al­le protezioni di cui il Cauchi godeva presso i Cara­binieri, rese verosimili sia dai pacifici rapporti dello stesso Cauchi con un agente del SID, sia dalla possibilità che gli fu data di sottrarsi all’esecu­zione dell’ordine di cattura spiccato a suo carico subito dopo l’arresto del Franci e del Malentacchi. Del resto lo stesso Tuti fu avvertito della prossima cattura da una misteriosa telefonata not­turna, si che non par dubbio che l’intero gruppo godesse di appoggi, aiuti e vere e proprie complicità nell’ambiente ruotante attorno alla Procura della Repubblica di Arezzo.

Sentenza di Appello processo Italicus 1986 Pag. 430-431

Andrea Brogi e Marco Affatigato – Verbale di confronto 15.03.1985

Verbale di confronto datato 15.03.85, reso al dr Minna e Chelazzi, assistito dal dr Fasano, negli uffici della Digos di Firenze fra Affatigato Marco e Brogi Andrea, gia’ in atti qualificati:

Brogi: cosi’ non lo riconosco.

Affatigato: mai visto prima, allora non avevo la barba che ho oggi.

Brogi: dettomi adesso dal GI che tu sei Affatigato io lo sospettavo da quando sono entrato qui anche perche’ se ti ho visto una sola volta undici anni fa per pochissimo tempo, poi non molto tempo fa ti ho visto giu’ alle celle e sapevo che ti chiamavi Affatigato.

Affatigato: sì ti ho visto anche io alle celle poco tempo fa.

Brogi: chiestomi di dire con le mie parole cosa so su Affatigato, io ripeto che non so dire il giorno ma dovrebbe essere verso la fine del febbraio 1974 – io e Cauchi siamo venuti da Arezzo a Pisa e ci siamo fermati davanti alla farmacia Garibaldi verso Borgo Stretto.
Tu Affatigato hai parlato con Augusto e poi ci sono state un paio di telefonate e dopo un paio di ore verso le 18.00 e’ arrivato in treno da Empoli il Tuti. Attraverso Borgo Stretto siamo andati in un bar che io chiamo il bombolone. Abbiamo parlato di certe cose e soprattutto Augusto e Mario hanno parlato di esplosivi, tu Affatigato eri presente ma non ha partecipato attivamente alla discussione, dopo ti abbiamo riaccompagnato dalle parti del passaggio a livello verso San Giuliano vicino a Lucca, e allora ho saputo che avevi anche un fratello.

Affatigato: era un giorno lavorativo?

Brogi: è da cinema ricordarsi il giorno. Io il discorso su di te l’ ho assemblato a Tuti che ha attraversato le nostre vite. Di te ho detto solo di questo incontro a Pisa anche se negli anni successivi sui giornali ti ho letto molte volte.

Affatigato: se il giorno era lavorativo è facilmente controllabile e io non c’ ero perché lavoravo al laboratorio Profeti. Poi, per la storia di Lotta Continua se mettevo piede a piazza Garibaldi mi accoppavano.

Brogi: questo l’ ho detto anche io.

Affatigato: non potevo mettere piede ne’ a Pisa ne’ a Viareggio per Lotta Continua, a Pisa potevo andare a Porta a Lucca che era zona diciamo nostra.

Brogi: nel 1974 la sede del Msi era di là d’ Arno rispetto a dove ci incontrammo, ma era distante un 500 metri da piazza Garibaldi.

Affatigato: capisco benissimo che le affermazioni di Brogi non portano ad attribuirmi responsabilità particolari ma confermo la mia versione dei fatti. Aggiungo adesso che quando in altri interrogatori al GI ho descritto la sede del Msi a Pisa l’ho fatto con riferimento alla situazione del 1978 – la chiesetta di cui ho parlato negli interrogatori si trova accanto a quella che era la sede del Msi nel 1978. Brogi ha fatto riferimento a notizie di stampa sul mio conto ed in particolare io ricordo che nell’ agosto 1980 i giornali parlarono diffusamente di mio fratello.

L.c.s.