“Ancora nessun indizio certo sul feroce delitto di Cortona” – L’Unità 09.06.1974

CORTONA, 9 giugno. Quarantotto ore dopo, tutto è fermo alle 2 dell’altra notte, a quel grido strozzato “babbo mi ammazzano”. a quella tremenda pozza di sangue nella quale si è spenta la vita di Donello Gorgai. I carabinieri in due giorni di febbrili indagini non sembrano essere approdati ad alcun concreto risultato: tutte le piste restano aperte e si continua a parlare di aggressione politica, ma anche di delitto passionale. Si cercano i quattro fascisti di Arezzo che sono stati sentiti pronunciare la sera prima del delitto in un bar la frase “Adesso andiamo a fare un lavoretto a Cortona”. Ma si cercano anche dei giovani di Firenze che potrebbero sapere qualcosa degli amori e delle simpatie del giovane accoltellato.

In questo brancolare nel buio, l’unico punto fermo, per ora, è dato dai risultati della perizia necroscopica eseguita questa mattina nella camera mortuaria del cimitero a mezza costa tra Cortona e Camucia, dal prof. Barni, rettore dell’Università di Siena. Ad assistere ai rilievi i familiari avevano chiamato anche il prof. Merli, dell’istituto di medicina legale dell’Universi­tà di Roma. I periti, in sostanza, hanno affermato che è stata una sola persona armata di uno stiletto o di un pugnale a doppia lama larga tre dita e lunga almeno 30 centimetri, a colpire per ben 19 volte il giovane figlio del compagno Ferdinando Gorgai, consigliere comunale del nostro Partito. Probabilmente l’aggressione è avvenuta dopo una non breve discussione, e quando i due erano già in piedi uno di fronte all’altro. E’ infatti caduta l’ipotesi, avanzata in un primo tempo, che Donello fosse stato colpito mentre era seduto su una panchina. Dal primo esame necroscopico risulta, infatti, che tutti i colpi sono stati vibrati al petto. Non vi sono tracce di pugnalate alla schiena.

Ancora, dicono i periti, i segni lasciati dall’arma sono tutti sul lato esterno delle braccia e delle mani: di conseguenza si deve ritenere che Donello Gorgai, assalito, non si è neppure difeso. Egli probabilmente ha solo tentato di parare i fendenti, incrociando le braccia sul petto, nel tentativo di proteggere almeno il cuore. Ma il giovane studente universitario era alto un metro e 92, era prestante e quindi — dicono i periti — il suo aggressore doveva essere, ammesso che fosse realmente uno solo, alto e robusto, e comunque allenato, con muscoli elastici e con ima forza capace di immobilizzare la vittima almeno per qualche secondo. Questo fa restringere di molto il campo delle indagini. Dicono i carabinieri: “Non ci sono molte persone così e che hanno a disposizione armi del tipo di quella con la quale è stato commesso il delitto ». I colpi mortali, a quanto sostengono i medici, possono essere almeno cinque, ma quasi sicuramente è stato il primo, violentissimo, a determinare la morte dello studen­te universitario. I colpi successivi lo hanno solo finito. Oltre questa ricostruzione, e questa vaga indicazione, per ora, non si va. Il tenente Rolla, che comanda la stazione dei carabinieri di Cortona, questa notte appariva molto stanco ‘ ed anche abbastanza perplesso di fronte a questo delitto così « nuovo » per lui. « La cosa che mi stupisce è che questo delitto — mi ha detto passeggiando lungo la statale 91 il colonnello Tuminello — sia potuto avvenire in una piazza centrale, illuminata e circondata dalle case, senza che nessuno vedesse niente ».

In verità, questo è uno degli aspetti più singolari e più preoccupanti, se vogliamo, di questo delitto: « Probabilmente — ha aggiunto il colonnello che dirige il gruppo dei carabinieri della provincia di Arezzo — chi ha visto non parla perchè ha paura ».Certo – ha aggiunto il tenente — qualunque sia il movente del delitto, è un delitto che esce al di fuori dei canoni normali. E’ tutto così strano”.

In questa incertezza solo la popolazione di Cortona e di Camucia sembra avere le idee chiare. Grandi mazzi di fiori sono stati deposti stanotte dove fino a ieri c’era il segno lasciato dal sangue e dal corpo di Donello Gorgai. Capannelli di gente, che nel pomeriggio sono diventati folla, si sono radunati in piazza Sergardi a discutere: quasi tutti sono convinti che si sia trat­tato di un delitto politico e, aggiungono, commesso da qualcuno che non dovrebbe essere del posto. Se fosse stato un « locale », probabilmente avrebbe atteso Donello nella strada buia che il giovane doveva attraversare per andare dal garage a casa.

Allora è stata una vendetta « da fuori »? Tutto lascia credere di sì, anche perchè qui dicono che nessuno a Cortona poteva avercela con il giovane studente al punto di assassinarlo. I carabinieri però aggiungono: « Diciannove coltellate possono essere solo il frutto di un odio antico, radicato. Possono tuttavia anche essere il frutto di un momento di esasperazione». Questa frase riporta le indagini anche qui nella zona dove probabilmente il giovane assassi­nato poteva aver suscitato dei risentimenti profondi in qualcuno. Questo odio non ha solo spezzato la vita di Donello, distrutto la sua famiglia (il padre ieri vagava ripetendo “ Me lo hanno ammazzato sotto casa… Me lo hanno massacrato”.). ma ha sconvolto anche l’intero Paese. Tutti partecipano al lutto.

La camera ardente allestita nel negozio di fioraio che il padre di Donello gestiva a Camucia è stata oggi meta di un mesto, interminabile pellegrinaggio fatto di amore e di dolore: amore e dolore di quanti conoscevano e apprezzavano le doti di Donello. Proprio perchè la morte del giovane è diventato un fatto che ha sconvolto l’intero paese, il Comune ha deciso di far partire i funerali dalla sala comunale. Il mesto corteo si muoverà nel pomeriggio di martedì alle 16. e accompa­gnerà la salma del giovane al cimitero.

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L’imputazione a carico di Tuminello e sua improcedibilità per prescrizione

La seconda questione attiene al ruolo giocato dal Col. TUMINELLO, all’ epoca comandante del Gruppo Carabinieri di Arezzo, nelle indagini relative all’ attentato dell’italicus. Il tema P.2, peraltro, è ricorrente nell’istruttoria e la figura di GELLI emerge in molti altri contesti, come si vedrà in seguito. Per ben comprendere la posizione del TUMINELLO occorre premettere che questi risultò affiliato alla P.2 (come pure risultarono affiliati alla P.2 il Gen. BITTONI, all’ epoca comandante della 5° Brigata Carabinieri di Firenze, l’Amm. BIRINDELLI) ed il prof. OGGIONI, persone tutte coinvolte a vario titolo nell’intricata vicenda che ora si cercherà di chiarire.
Peraltro il TUMINELLO doveva avere un rapporto diretto con GELLI, come traspare dalla deposizione del Col. Mario SANTONI al G. I. Di Venezia di data 13.2.1990 e dalla successiva deposizione dello stesso innanzi al G.I. atti dai quali si evince che il TUMINELLO provvide, almeno in un’ occasione, ad avvertire il Gen. MALETTI di un’ indagine sul conto del GELLI, che venne quindi bloccata:

” Allorché tornai a Roma da Pistoia il MARZOLLO mi informò che il Generale MALETTI era venuto a sapere della mia visita a Pistoia (appunto nell’ ambito dell’ indagine sul GELLI; n.d.r.), penso dal comandante del Gruppo di Arezzo, TUMINELLO, -poi risultato iscritto alla P.2- e che pertanto era andato su tutte le furie: MALETTI infatti disse testualmente a me “sei andato a toccare una persona sacra per noi, per il nostro Servizio”…”.

birindelli

Accadde dunque che il Generale BITTONI, in data 11.12 81 (cioè alcuni mesi dopo che gli elenchi degli affiliati alla P.2, nei quali egli stesso era inserito, erano divenuti pubblici) rese al P. M. Del processo bis delle dichiarazioni estremamente importanti, che successivamente rinnoverà, seppur poi sfumandole, innanzi alla Corte d’ Assise di Bologna (v. Sent 20.7.83 C. Ass. Bologna, f. 51 ess.). Il BITTONI affermò dunque, in queste due diverse sedi, che l’Amm. BIRINDELLI -già comandante delle forze N.A.T.O. per il Sud Europa e quindi passato alla politica nelle file del M.S.I.- nell’estate del 1974 gli aveva telefonato chiedendogli un appuntamento e, -incontratolo-, gli aveva passato un biglietto recante tre nomi -FRANCI, certamente, e probabilmente MALENTACCHI e BATANI- ed aveva affermato che, secondo informazioni provenienti dalla federazione dell’ M.S.I. di Arezzo, le predette persone erano implicate nella strage dell’ ITALICUS.

Il Col. TUMINELLO, come si è visto comandante del Gruppo Carabinieri di Arezzo, nel settembre del 1974 ricevette – giratagli dal Bittoni- la segnalazione in questione. Fece svolgere accertamenti a suo dire risultati negativi (v. Dichiarazioni TUMINELLO 19.12.81), ma nulla riferì all’a. G. Di Bologna che procedeva per l’attentato dell’ ITALICUS. Di qui l’imputazione di favoreggiamento a suo carico. Detto reato risulta prescritto nel settembre del 1989 (prescrizione nei quindici anni per il delitto di favoreggiamento aggravato, tenuto conto degli atti interruttivi) ed il Col. TUMINELLO va prosciolto, essendo il reato estinto per la causa anzidetta.

Gli elementi di prova a suo carico , infatti, sono tali da non consentire un proscioglimento istruttorio nel merito ai sensi dell’ art. 152 C. P. P.. A tal proposito va premesso che, come peraltro esplicitato dall’ art. 378 u.c.C.P. , a nulla rileva che il FRANCI ed il MALENTACCHI siano stati assolti con sentenza definitiva dal delitto di strage. Anzi, ciò in un certo senso aggrava la responsabilità dell’imputato in quanto, senza le omissioni del TUMINELLO, le indagini bolognesi avrebbero potuto orientarsi sul FRANCI e sul MALENTACCHI pressoché nell’ immediatezza del fatto (anziché ad anni da questo) e forse avrebbero potuto sortire risultati ben diversi da quelli ottenuti.

A carico del TUMINELLO va considerato, poi, che vi sono le dichiarazioni del BITTONI, (v. BITTONI, atti di sommaria), quelle dei M.lli CHERUBINI e BRODI (che negano di aver mai ricevuto l’incarico, da parte del Col. TUMINELLO, di controllare l’alibi del FRANCI; v. CHERUBINI e BRODI; atti di sommaria ), quelle del Cap. TERRANOVA (v. TERRANOVA, atti di sommaria) che esclude di aver fatto accertamenti sul FRANCI successivamente all’attentato dell’italicus, circostanza questa che, invece, il TUMINELLO avrebbe riferito al Gen. BITTONI; quelle analoghe del Cap. REGOLI e del Magg. PENZO (ibidem, f. 36 e 40) e, infine, la documentazione contenuta nel fascicolo n. 14181 del Gruppo Carabinieri di Arezzo, mai portata a conoscenza dell’ A. G. Di Bologna (in particolare i ff. 18 e 25 e ss.), contenente elementi tali da far sospettare l’implicazione del FRANCI in attentati ferroviari, e, in particolare, uno schizzo planimetrico riguardante un’ area ferroviaria.
Va aggiunto che il Col. Olinto DELL’AMICO, all’ epoca comandante del Nucleo Investigativo dei Carabinieri Firenze, in data 9.2.82 consegnò al P. M. Di Bologna un biglietto di pugno del TUMINELLO recante i nomi di FRANCI e di Batani e appunti concernenti il FRANCI relativi all’ ipotesi di una sua implicazione nell’attentato di Vaiano ed al relativo alibi. Vero è, peraltro, che proprio questo materiale documentale ha fatto ritenere (e questa ipotesi è adombrata anche nella sentenza di primo grado dell’ ITALICUS) che la segnalazione del BIRINDELLI al BITTONI risalisse alla primavera del 1974 (e quindi ad epoca anteriore all’ ITALICUS) e si riferisse all’ attentato di Vaiano del 21.4.1974, ma tale congettura risulta inequivocabilmente smentita dalle deposizioni ARESU (ibidem, f. 19), MALVAGIA (f. 30) e TERRANOVA ( f. 41 ), nonché dalle stesse dichiarazioni rese dal TUMINELLO ancora in veste di testimone (f. 30) che collocano l’incontro BIRINDELLI-BITTONI e la successiva richiesta del BITTONI al TUMINELLO in epoca sicuramente successiva alla strage dell’ ITALICUS.

Detto questo, la vicenda può essere ricostruita come segue.
Nell’ agosto-settembre 1974 l’Ammiraglio BIRINDELLI si recò dal Gen. BITTONI e gli indicò tre nominativi di persone ( una delle quali il FRANCI), segnalategli come implicate nell’ ITALICUS da una non precisata fonte aretina. Il BITTONI passò la segnalazione al TUMINELLO per accertamenti. Questi omise qualsiasi indagine e non comunicò la segnalazione all’ A. G. di Bologna. Nel frattempo, molto tempo dopo, il FRANCI venne inquisito per l’attentato dell’ ITALICUS e rinviato a giudizio sulla base delle dichiarazioni di Aurelio FIANCHINI (che suscitarono sin dall’inizio dubbi e polemiche pubbliche fra innocentisti e colpevolisti), ma né il BITTONI, né il TUMINELLO fecero alcunché per segnalare gli elementi -di scarsissimo peso processuale, ma di notevole rilievo investigativo- che essi avevano a disposizione sul conto del FRANCI. Solo a dibattimento già iniziato e solo dopo la perquisizione di Castiglion Fibocchi, il BITTONI comparve sulla scena processuale con le note dichiarazioni, non smentite, ma fortemente stemperate dalle dichiarazioni rese sulla questione dal BIRINDELLI.
Viene a questo punto da chiedersi che senso abbia questa inutilmente intricata vicenda ed in proposito si deve tenere conto di alcuni fatti. In primo luogo della circostanza che sia il BITTONI che il BIRINDELLI che il TUMINELLO sono risultati affiliati alla P.2 e che la loro affiliazione è stata svelata a seguito della nota perquisizione. In secondo luogo del fatto che l’ Amm. BIRINDELLI risulta esser stato intimo di GELLI e collegato ai vari eversori toscani che gli facevano da guardaspalle durante le campagne elettorali (in particolare v. BROGI Andrea 23.4.87 int. ITALICUS).
In terzo luogo del fatto che la cooperazione fra l’ambiente piduista-militare filogolpista e i gruppi eversivi di destra a un certo punto -evidentemente- deve essere entrata in crisi. FRANCI e MALENTACCHI vennero tratti in arresto col venir meno, forse proprio nell’ estate del 1974, della praticabilità di quel colpo di Stato atteso già dal 1970. Se è così, non è azzardato ipotizzare che l’Amm. BIRINDELLI, ormai consapevole della pericolosità delle relazioni che aveva sino allora coltivato, abbia voluto lasciar traccia della sua presa di distanza dagli eversori. La pregressa contiguità a costoro rischiava infatti di divenire sempre più imbarazzante.

Ed è ragionevole che per distanziarsi, cautamente, come era necessario in un frangente così delicato, si sia rivolto al suo compagno di loggia BITTONI che, a sua volta, affidò la questione al TUMINELLO. Questi non indagò sul FRANGI, quale possibile autore dell’attentato dell’ ITALICUS, ma si limitò a tener memoria, per ogni evenienza della segnalazione del BIRINDELLI. Che il BITTONI, poi, abbia rispolverato la questione nel 1982 (e, si noti bene soltanto nel 1982, a istruttoria già da tempo conclusa) si spiega col fatto che -a quel punto, scoperta la sua affiliazione alla P.2, e sapendo dei nessi fra P.2 e eversione di destra- aveva tutto l’interesse a sottolineare la sua distanza da quell’ ambiente e -come traspare dai sui verbali- dallo stesso GELLI. I processi e le aule di giustizia sono stati utilizzati per uno scambio di segnali -niente di più- attorno al quale si sono affannati per lungo tempo Corte d’Assise, giudici e pubblici ministeri, senza che nulla di utile ne venisse all’accertamento della verità’, se non un ulteriore elemento di generica conferma degli ambigui rapporti fra esponenti di rilievo delle forze armate, massoneria deviata ed eversione di destra.

Sentenza ordinanza Italicus bis pag 48-51

La vicenda Bittoni-Birindelli nella sentenza di appello del processo Italicus 1986

All’udienza del 27 gennaio 1982 il P.M., il quale già in precedenza aveva reso noto come il suo ufficio dal 2 giugno dell’anno precedente avesse in corso un procedimento contraddistinto col n.1442/C/8l, su pressioni o illecite interferenze nelle indagini relative alle stragi, faceva presente che il gen. dei C.C. in ausiliaria Luigi Bittoni, deponendo in altri procedimenti avanti al G.I. di Roma, aveva reso importanti dichiarazioni sull’attentato all’Ita­licus.

La Corte quindi, con ordinanze del 2 e 4 febbraio 1982, ammetteva come testi il gen. Bittoni Luigi, nonché l’ammiraglio in ausiliaria Gino Birindelli, Ten. col. dei C.C. Domenico Tuminello ed il pari grado Giovanni Guerrera.

Il gen. Bittoni già deponendo avanti al P.M. di Bologna il 14 e il 16 dicembre 1981 nonché il 10 gennaio 1932 aveva fatto presente che negli ultimi giorni dell’agosto 1934 – il 23 era infatti rientrato dalle ferie- aveva ricevuto nel suo ufficio di Comandante della V Brig. C.C. di Firenze la visita dell’amm. Gino Birindelli, da lui non conosciuto di – persona ed all’epoca deputato del M.S.I. Nella circostanza l’amm. Birindelli, parlando della strage dell’Italicus, gli aveva riferito di essere stato ad Arezzo dove nella federazione del M.S.I. gli era stato detto che tre individui – i cui nomi erano scritti su un foglio – erano probabilmente i responsabili della strage. Nel dir ciò l’amm. Birindelli gli aveva mostran­te un bigliettino, su cui aveva letto i nomi di Franci, Malentacchi e di una terza persona che non ricordava, anche se alla sua mente era presente il nome di un certo Batani, in relazione al quale si era indagato per il precedente attentato di Vaiano. Immediatamente aveva comunicato la notizia al ten. col. Guerrera, comandante del Nucleo di P.G. presso la Brigata, il quale aveva consigliato di interessare il cap. Dell’Amico, che già era addentro alle indagini. Il Cap. Dell’ Amico gli aveva ai poi riferito che il Franci, già sospettato tanto che era stato perquisito senza esito il suo armadietto alla Sta­zione di Firenze, disponeva di un alibi sicuro per il 4 agosto, essendo stato ricoverato per 24 ore all’Ospedale di S.Giovanni Valdarno con la diagnosi di emorroidi. Aveva subito telefonato al Comandante del Gruppo di Arezzo, Ten. col. Tuminello, richiedendo un ac­curato controllo sui registri dell’Ospedale di S. Giovanni Valdarno. Si era quindi recato di persona ad Arezzo per sollecitare il col. Tuminello, il quale gli aveva riferito che gli accertamenti presso l’Ospedale fatti personalmente dal cap. Corrado Terranova – avevano confermato che il 4 agosto il Franci era stato ricoverato per emorroidi.

Il Bittoni aveva per altro aggiunto che avendo chiesto recentemente conferma di ciò al Terranova, costui aveva assunto di ricordare che il Franci era stato ricoverato nell’aprile del ‘74, come era emerso da accertamenti fatti per il tramite di un sot­tufficiale.

Il gen. Bittoni, sentito all’udienza dell’ 11 febbraio 1982, confermava queste dichiarazioni, con la precisazione che la segnalazione dell’amm. Birindelli era stata trasmessa direttamente al Ten. col. Tuminello, senza interessare ad essa il Ten. Col. Guerrera ed il Cap. Dell’Amico.

L’ammiraglio Birindelli dal suo canto, premesso di aver ricevuto la notizia tramite tuia telefonata, presumibilmente anonima, confermava solo di averne parlato al gen. Bittoni, adducendo di non ricordare non solo i nomi che aveva fatto, ma anche l’episodio specifico cui si riferivano le “malefatte” di cui gli aveva parlato il suo interlocutore.

Nell’assoluta assenza di ricordi, collocava al 24-23 agosto, o dopo il 6 settembre, la visita al gen. Bittoni, posto che dal 20 al 24 agosto si era trattenuto in montagna e dal 26 agosto al 4 set­tembre era stato in crociera nel Tirreno con l’imbarcazione a vela “Calipso” della Marina Militare. Laddove il gen. Bittoni aveva goduto delle ferie fino al 23 agosto. I dubbi sull’esattezza dei ricordi dei due alti ufficiali apparivano subito molto fondati, posto che il Franci era stato ricoverato all’Ospedale di Montevarchi in due distinte occasioni – per una colica renelle e per un’appendicectomia – nella primavera del ’74 e che l’amm. Birindelli aveva dato le dimissioni dal M.S.I. di cui era presidente, il 24 giugno del lo stesso anno, in epoca quindi antecedente all’at­tentato contro l’Italicus.

In più il Ten.col. Tuminello ricordava con esattezza il nominativo del Franci e la segnalazione del gen. Bittoni, ma la collocava nella primavera del ’74 (fine d’aprile-inizi di maggio) collegandola alle indagini che all’epoca erano in corso per l’attentato di Vaiano. Inoltre era stato in ferie dal 4 al 31 agosto; il 23 settembre aveva lasciato il Comando del Gruppo di Arezzo per trasferirsi a Firenze, ed escludeva in modo assoluto che il gen. Bittoni potes­se avergli telefonato in settembre.

II gen. Bittoni dunque messo a confronto col Ten. col. Tuminello, dichiarava di non poterlo contraddire e che verosimilmente la segnalazione dell’amm. Birindelli si riferiva ad un altro attentato e non a quello dell’Italicus: ricordava del resto solo un vago accenno ai treni. Si che alla fine il gen. Bittoni, che verrà anche arrestato per falsa testimonianza, finirà per dire che la visita dell’amm.B irindelli era avvenuta cer­tamente nel ’74 e probabilmente in periodo caldo, quando si portavano le divise estive. Ulteriori accertamenti, anche documentali, per stabilire tramite i turni dei piantoni quando l’amm. Birindelli avesse fatto visita al gen. Comandante della Brigata, non daranno esito.

(…)

Richiamando al riguardo la narrativa sub 15°, osserva la Corte che le sicure dichiarazioni del col.Tuminello; il riferimento ad una malattia e ad un ricovero ospedaliero del Franci certamente databile alla primavera ’74 (si ricordino anche le deposizioni del Brogi su come il Franci, avvertito del prossimo attentato di Vaiano, si fece ricovera­re a Montevarchi per crearsi un alibi); le dimissioni infine dell’ammiraglio Birindelli del M.S.I. nel giugno ’74, sono tutti elementi che fanno propendere per l’ipotesi che la segnalazione non riferisse all’attentato per cui è processo. Vi sono certo nella vicenda molti aspetti sconcertanti, al limite dell’inverosimile.

Così si dica del fatto che di una segnalazione tanto grave, su cui vennero fatte indagini, non solo non sia stata avvertita l’Autorità giudiziaria, ma non sia rimasti, la benchè minima traccia. Che dire poi del comportamento dell’amm. Birindelli, il quale ricevuta una segnalazione anonima – per ciò solo di attendibilità men che dubbia – si scomoda per portarla personalmente a conoscenza di un generale dei Carabinieri, che era per lui quasi uno sconosciuto? Né si sa che dire infine di questo generale, che prima attribuisce con assoluta cer­tezza la segnalazione all’Italicus, poi ne dubita, quindi la riferisce a Vaiano, così se l’attentato all’Italicus non avesse avuto all’epoca un risalto tutto particolare, specie per il comandante di una Brigata C.C. direttamente interessata alle indagini.

Tutto ciò ha dato la stura alle più svariate supposizioni. Partendo dal dato di fatto che il gen. Bittoni e l’amm. Birindelli figurano entrambi nelle liste P 2; ricordando come l’ammiraglio – personaggio salito agli onori della cronaca per i vi­vaci contrasti che l’avevano opposto al governo maltese quando era a capo della Flotta NATO e per la successiva adesione al M.S.I., del quale era divenuto presidente – sia stato indicato come coinvolto nel tentativo golpista rientrato – lo s’è visto – nell’estate ’74, s’è ritenuto poterne de­sumere: che l’amm. Birindelli, conoscendo il Franci ed il Malentacchi, che lo scortavano e lo coadiuvavano nei suoi comizi nell’aretino, abbia fat­to la segnalazione al solo scopo di una presa di distanza, per poter invocare la testimonianza del gen. Bittoni nel caso che in seguito il Franci ed il Malentacchi gli fossero stati collegati; II: che il gen.Bittoni, inquisito per l’appartenenza alla Loggia P.2, abbia riferito l’episodio a mò di avvertimento di tipo mafioso a chi avrebbe do­vuto protenderlo, sfumando e ritrattando dopo aver ottenuto lo scopo.

Tutto ciò ha di certo valore sul piano argomentativo, spiegando perché il gen. Bittoni abbia par­lato a distanza di anni e proprio in coincidenza con il suo coinvolgimento nella vicenda P.2. Non vale però a dare la certezza che la segnalazione dell’anm. Birindelli si riferisse all’attentato all’Italicus, restando il fatto che il col. Tuminello colloca le sue indagini in primavera, nel periodo successivo all’attentato di Vaiano.

Dovrebbe pensarsi che sul punto il col. Tuminello abbia deposto il falso. Essendo anch’egli nella lista P.2, la fratellanza massonica e la comunanza di Loggia col gen. Bittoni e con l’amm. Birindelli potrebbe averlo indotto a tanto. Si resta però sul piano di una confettura, contrastata dal fatto che anche i subordinati del col. Tuminello hanno riferito di indagini svolte a seguito dell’attentato di Vaiano. Così si dica per quelle all’Ospedale di Montevarchi, ove di certo il Franci fu ricoverato nell’aprile ’74.

Conclusivamente, si vogliono seguire i testi Bittoni e Birindelli nel loro equivoco ondeggiare,  si voglia invece supporre che abbiano volutamente deposto il falso l’uno per dare un avvertimento, l’altro per coprirsi da eventuali, possibili accuse di essere stato il mandante del Franci e del Malentacchi, non vi sono elementi per stabilire con sicurezza che la segnalazione del Birindelli si riferisse all’attentato per cui è processo.

Sentenza appello Italicus 1986