“Ora ai giudici dell’inchiesta bis il compito di trovare i mandanti” – La Repubblica 19.12.1986

Due giorni e tre notti a sfogliare le carte, a discutere, a meditare, nella quiete di Villa Salina, nell’ hinterland della città. Poi, ieri mattina alle 11,30, dopo sessantré ore e mezzo di camera di consiglio, la decisione: gli autori della strage sul treno Italicus (4 agosto ‘ 74, dodici morti, 44 feriti), o per lo meno due di essi, hanno un nome e un volto. Sono Mario Tuti e Luciano Franci. Per loro è ergastolo. Tuti è già in carcere da una decina d’ anni.

Di ergastoli ne ha già avuti altri due, per aver assassinato a freddo due carabinieri e per aver strangolato, in carcere, un altro nero, Ermanno Buzzi, imputato della strage di piazza della Loggia Brescia. Franci era in semilibertà perché condannato a diciassette anni per altri attentati, meno cruenti di quello di San Benedetto Val di Sambro ma non meno feroci. Lo hanno arrestato in aula, subito dopo la sentenza, mentre scuoteva la testa incredulo, poco prima di accusare un mancamento durato pochi secondi. Per il terzo imputato di strage, Piero Malentacchi, quello che l’ accusa ha indicato come colui che collocò materialmente l’ ordigno sul treno Roma-Bologna alla stazione di Santa Maria Novella di Firenze, anche quello sul capo del quale pesavano gli indizi meno consistenti, se l’ è cavata, come in primo grado, con l’ assoluzione per insufficienza di prove. Ad ogni buon conto, non s’ era presentato in aula. Non si sa mai. E’ stata una decisione particolarmente sofferta quella presa dalla Corte d’ Assise e d’ Appello di Bologna. Perché si trattava di ribaltare completamente un verdetto che in primo grado era stato di assoluzione con formula dubitativa per tutti e tre gli imputati di strage. Allora, perfino il pm, Riccardo Rossi, si era schierato per quella soluzione compromissoria. Ma stavolta era diverso. Stavolta, l’ inchiesta-bis, aperta dalla procura dopo che una schiera di pentiti aveva deciso di parlare sulla strage, aveva fornito robusti supporti alla tesi dell’ accusa secondo cui la cellula nera aretina di Mario Tuti, appoggiata e coperta dalla P2 di Ligio Gelli che proprio ad Arezzo aveva la sua centrale, aveva organizzato una lunga serie di attentati ai treni, culminati proprio con la strage sull’ Italicus. E così, per la prima volta, una strage fascista non rimarrà impunita come invece è accaduto finora e i prossimi processi di Bologna (eccidio alla stazione), di Venezia (stragi di Peteano e di Brescia), di Catanzaro (massacro di piazza Fontana, inchiesta-bis) lasciano sperare in una soluzione che non sia di rabbiosa impotenza.
La ricostruzione dell’ accusa indicava in Tuti il geometra di Empoli che assassinò a freddo i due carabinieri che gli stavano facendo una perquisizione in casa il regista dell’ attentato, in Franci il palo alla stazione di Santa Maria Novella, dove lavorava come carrellista, in Malentacchi l’ esecutore materiale, colui che preparò e collocò sul treno l’ ordigno che esplose all’ uscita della lunga galleria di San Benedetto Val di Sambro. Si era, con questi nomi, agli organizzatori e agli esecutori della strage, ai livelli medi e bassi. E i livelli alti, i mandanti? Personaggi dell’ apparato statale, dei servizi segreti, di polizia e carabinieri, la loggia massonica di Licio Gelli, già tirata in ballo in altre occasioni come finanziatore di neofascisti e di attentati. Su tutti costoro indagano i giudici dell’ inchiesta-bis che hanno già incriminato l’ inafferrabile Stefano Delle Chiaie e un altro superlatitante, Augusto Cauchi, e indiziato Giuseppe Pugliese, già condannato a ventitre anni per l’ omicidio del giudice Vittorio Occorsio, Mario Catola, Lamberto Lamberti, Giancarlo Rognoni e Marco Ballan. Dicevamo dei pentiti neri. Sono le loro preziose testimonianze che hanno permesso alla Corte d’ assise d’ appello di imprimere un cambiamento di rotta alla vicenda. Sergio Calore, Angelo Izzo, Stefano Tisei, Andrea Brogi, Vincenzo Vinciguerra e anche Marco Affatigato, che pentito nel vero termine della parola non è, hanno ricostruito con dovizia di particolari la strategia eversiva dell’ estrema destra degli anni 70, il cui obiettivo massimo era il colpo di Stato.

Tisei ha raccontato di avere appreso dai pisani Catola e Lamberti che la strage era opera del Fronte nazionale rivoluzionario di Tuti. Andrea Brogi ha riferito di riunioni di neofascisti, dei finanziamenti di Gelli, di armi comprate e portate in giro per l’ Italia. Si voleva dare uno scrollone al sistema, hanno ripetuto i pentiti. Fu Gelli, ha precisato Brogi a finanziare il Cauchi per le armi. Allora si sapeva solo che era un massone e un importante industriale di Arezzo. Sergio Calore ha parlato di un progetto di attentato al presidente Leone. Dell’ uomo della massoneria ha parlato anche Affatigato: Ci avvicinò, ci chiese di attivarci in gruppi clandestini per compiere attentati. Offrì cinquanta milioni. Era alto uno e settanta, forse un po’ meno, grassoccio, quasi calvo, con gli occhiali. Sergio Calore ha ricordato che Tuti partecipò con Clemente Graziani, capo di Ordine Nuovo, ad una riunione il cui tema erano gli attentati alle Ferrovie. Ben diverso, insomma, lo spessore delle testimonianze dei pentiti rispetto a quella di Aurelio Fianchini, l’ unico supporto del processo di primo grado, un uomo esile, schiacciato dalla paura, ladruncolo di serie C che avrebbe raccolto in carcere certe confidenze-confessioni sfuggite a Franci. Quel Franci che lavorava alla stazione di Santa Maria Novella e che proprio la notte tra il 3 e il 4 agosto ‘ 74 cambiò turno per svolgere il suo lavoro sotto la pensilina del binario 11 dove si fermava l’ espresso 1486 chiamato Italicus. Finora, la giustizia, di fronte alle stragi nere, era apparsa come paralizzata.

Tutti assolti per Piazza Fontana e Piazza della Loggia; incredibili lungaggini per Peteano; risse tra magistrati inquirenti, depistaggi, inquinamenti, per la stazione di Bologna, fino ad una sentenza di rinvio a giudizio che sembra tanto ricca e calzante sul piano indiziario quanto fragile su quello della prova. Ora, finalmente, la schiarita con questa sentenza che va di pari passo, quanto ad efficacia deterrente, con le indagini che gli stessi magistrati di Bologna e il Pm di Firenze Pier Luigi Vigna stanno conducendo su tutti gli altri attentati che negli anni Settanta hanno sparso il terrore nel centro Italia. Chissà che, dopo tante delusioni, la giustizia non abbia imboccato la strada che porta ai burattinai che tiravano i fili della strategia della tensione.

Franco Coppola – La Repubblica 19.12.1986

“Mafia Capitale invade anche Tivoli: la storia nera a 30 km da Roma”

Nella carte di “Mafia Capitale” un piccolo ma significativo posto è riservato anche a Tivoli, luogo di rilevanza per quanto riguarda il patrimonio culturale e monumentale laziale ma anche di grandi traffici più o meno illeciti.

<<S:     eh l’ami, l’amico mio, t’ho detto, stanno pensando di diversificare il rischio, uno si piglia i pasti, uno si piglia l’immobile
SC:     ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah….
S:     ho detto va be’, qual è il problema ? Si quantifica quant’è le percentuali…
SC:     no, perché guarda io ieri ho fatto una simulazione, perché poi oggi stiamo impicciati per telefono, ieri è venuto Giancarlo e mentre stava con me l’ha chiamato Genova
S:     mh
SC:     che gli chiedeva a Giancarlo che ne pensava di fare st’operazione anticipandolo con i soldi, a me che questo si consiglia con Giancarlo mi pare strano, però hanno parlato davanti a me, e io nel frattempo ho fatto una simulata, no? Ho fatto una simulata, a loro gli ho dato altri valori, ovviamente, ma io ho fatto una stima che è il cento per cento, esattamente il cento per cento, spendi cinquanta…  
S:     e incassi cento, no ?
SC:     e incassi cento
S:     è quello che c’avevano…. quello che ha detto l’amico mio
SC:     esatto, esatto, esatto, esatto, più sono alti i numeri… se abbassi i numeri invece del cento c’hai il novanta
S:     se li portiamo a questi livelli, soltanto, metti che ci sta pure qualche inconveniente… ma ci deve essere cento, sarà ottanta  
SC:     si, si, si
S:     anche ottanta sono belle cifre, no ?
SC:     certo, certo, certo >>

Salvatore Buzzi e Sandro Coltellacci finiti agli arresti nell’operazione Mondo di Mezzo, stanno parlando di reperire un centro adatto all’accoglienza degli immigrati puntando sull’immobile “Tivoli 2”, migliore per ricettività e condizioni. Così è stato in effetti, perché l’immobile in questione è la clinica Colle Cesarano posta vicino all’uscita dell’autostrada di Tivoli, che a tutti oggi ospita immigrati. La questione sociale era diventata per Buzzi & Co, infatti, un chiodo fisso sul quale battere per ben speculare. Siamo nel dicembre 2012 e Buzzi riferiva al suo interlocutore dell’accordo raggiunto, relativo alla gestione dei centri di accoglienza, secondo il quale: “noi” (come cooperative sociali ndr) avremmo messo a disposizione gli operatori, “i pasti” sarebbero stati assicurati “dall’amico nostro” e tale “Manfredi” si sarebbe occupato di fornire la struttura. Salvatore Buzzi contattava così Manfredino Genova , amministratore di Geress Srl la società che gestisce Colle Cesarano. E’ una storia tutta a sé questa di Colle Cesarano ma prima è necessario riannodare i fili del passato.

Cosa lega infatti l’area tiburtina di Roma con gli affari del boss Carminati e i suoi sodali? Il collante dell’estremismo politico è più di ogni altra cosa ciò che lega insieme appunto una certa Tivoli e gli uomini di Carminati. Un sodalizio che si spiega solo con il passato di questa cittadina il quale certo non può essere l’unica spiegazione, visti i filoni che si stanno intrecciando e che sono arrivati fino in Sardegna. Un quadro storico sul passato di estremismo nero della città è utile per avere chiaro in mente l’evidenza di quel collante.

Paolo Signorelli. Il “gruppo di Tivoli”
resta negli anni della strategia della tensione tra i gruppi quello più legato all’ex “comandante militare” del MPON (Movimento Politico Ordine Nuovo, ndr) Pierluigi Concutelli.  E’ il 1971, quando un professore di matematica del Liceo Scientifico di Tivoli fonda un’associazione contro i comunisti, e quel circolo divenne famoso poi col nome di “Pierre Drieu La Rochelle”. Il professore era Paolo Signorelli, uno dei massimi dirigenti del Centro Studi Ordine Nuovo (da cui nacque e si divise poi l’MPON in seguito a contrasti interni) che se ne fa promotore. Il circolo era appunto un’emanazione di Ordine Nuovo. Aldo Stefano Tisei tra i membri del circolo insieme a Sergio Calore, poi si pentirà e racconterà bene questa storia.

I Tiburtini e i Carabinieri.
Nel 1974, infatti, dopo un attentato ai danni del Circolo `Drieu La Rochelle’ di Tivoli, Aldo Tisei e Sergio Calore raccolgono informazioni secondo cui a compiere il fatto sarebbero stati i giovani della sinistra extraparlamentare. Paolo Signorelli, viene informato e  chiede  una `relazione’ scritta sui fatti e sui presunti responsabili; qualche giorno dopo arrivano a Tivoli due ufficiali dei Carabinieri: l’allora tenente Sandro Spagnolli  e un capitano Antonio Marzacchera. Si presentano, in divisa, direttamente al `bar Garden’,  punto di ritrovo ai giardini di Piazza Garibaldi per  Sergio Calore e soci, e, dopo aver salutato alla maniera nazista, dichiarano che vengono da parte del professor Signorelli e desiderano saperne di più sull’episodio. Calore e Tisei hanno modo di vedere, nelle mani dei due ufficiali, la `relazione’ che essi stessi avevano consegnato a Signorelli.”

Sergio Calore e l’inchiesta sepolta. E’ proprio Sergio Calore che più di ogni altro nel gruppo ci aiuta a far luce sulla storia dell’eversione nera perché Calore è stato anche il più prezioso collaboratore di giustizia sui fatti di Piazza Fontana e la strage di Bologna, sull’omicidio del giudice Vittorio Occorsio assassinato da Pierluigi Concutelli nel 1976 e su altri omicidi avvenuti durante alcune rapine di autofinanziamento dell’organizzazione. Negli ambienti neofascisti Sergio Calore era da tempo considerato un doppio traditore: già prima di essere arrestato aveva teorizzato e praticato una “torbida e ambigua” alleanza tra rossi e neri in funzione antisistema. E nel 1989 Calore sposò Emilia Libera, altra storica pentita del terrorismo rosso, conosciuta negli anni di piombo col nome di battaglia “Nadia” e amica di Antonio Savasta. E’ stata proprio Emilia il 7 ottobre del 2010 a ritrovare il corpo senza vita di Sergio, ucciso nella sua casa di campagna in via Colle Spinello, a Guidonia. I carabinieri hanno avviato indagini e rilievi scientifici nel casolare di proprietà di Calore. L’uomo potrebbe essere stato ucciso a colpi di piccone. I carabinieri – avrebbero infatti trovato l’utensile sporco di sangue vicino al corpo della vittima che presenterebbe quindi non solo una profonda ferita al collo ma anche in altre parti del corpo. Un’indagine sarebbe stata aperta dalla procura di Tivoli di cui non si conoscono ancora , dopo quattro anni dall’omicidio i risvolti né i risultati. Questa morte si è persa nelle campagne di Guidonia e negli uffici della Procura di Tivoli.

Francesco Bianco. Due anni dopo la morte di Calore, davanti alle Terme “Acque Albule” di Tivoli, le cosiddette Terme di Roma,  i primi di gennaio del 2012, Francesco Bianco ex membro dei Nar viene  ferito da tre colpi di pistola. I proiettili lo colpiscono alla gamba, alla mano e al braccio. Alcuni testimoni che hanno assistito alla sparatoria, avrebbero visto due persone in sella a uno scooter avvicinarsi alla vittima e uno di loro, scendere prima di sparare. Scatta  un “fermo di indiziato di delitto” nei confronti di Carlo Giannotta, ritenuto responsabile del tentato omicidio. Per il ferimento di Bianco, viene indagato anche il figlio Fabio Carlo. Giannotta figlio è anche indagato nell’ambito del tentativo di rapina commesso il 3 maggio 2006 in danno della nota gioielleria “Bulgari” di Roma, di  via Condotti. Oltre al fermo dei Giannotta, furono eseguite diverse perquisizioni domiciliari disposte dalla Procura di Tivoli, estese anche alla sede di Acca Larentia a Roma. Fabio Giannotta è fratello di Mirco, capoufficio al Decoro Urbano della municipalizzata Ama e coinvolto nello scandalo di “parentopoli”.  Francesco Bianco nato a Messina e residente nel comune di Guidonia, fu assunto dall’ex sindaco Gianni Alemanno all’Atac, e coinvolto poi anche lui nello scandalo “parentopoli”: una storia diversa da Mafia Capitale questa ma allo stesso tempo a essa integrata. Gli interessi e i sodalizi di mafia capitale sembrano  avere radici antiche e nuove prospettive che coinvolgono tutti i colori politici.

Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/254-focus/52836-mafia-capitale-invade-anche-tivoli-la-storia-nera-a-30-km-da-roma.html

Delle Chiaie e il delitto Occorsio

Delle Chiaie non ha volutamente presenziato all’attività istruttoria. Certo, comunque, rimane che dal 1971 -quando il Delle Chiaie si rese per la prima volta latitante- ad oggi questo imputato non è mai rimasto fermo: è rientrato spes­se volte e per lunghi periodi (come ammesso nel suo diario che trovasi allegato al vol. XIV) in Italia, dove incontrò in luogo pubblico capi di partito (v. dep. Almirante nel corso della istruttoria c. Concutelli e Ferro) e dove è accusato di avere nell’autunno del 75 organizzato in Roma col Concutelli il tentato omicidio dell’esule cileno Leighton. Anche in questo processo, molte persone (v. Pozzan, Francia e Pomar col suo memoriale) hanno parlato a lungo di rapporti del Delle Chiaie con Servizi Segreti anche italiani; e pare che il Giorgi, intimo amico di Delle Chiaie, abbia fatto sul punto più d’una ammissione ai magistrati di Bologna.

Fatto sta che, mentre la Digos di Firenze operava sagacemente e in stretta collaborazione con la Ucigos del Ministero degli Interni per determinare la cattura del Delle Chiaie, un giornale a grande diffusione dette per sicura la storia di un Delle Chiaie intanto presente a una riunione di neri in Toscana; avvertendo la possibilità che le persone che det­tero quella notizia ai giornalisti in realtà volessero av­vertire Delle Chiaie che dalla Toscana lo ricercavano, il G.I. segnalò la circostanza alla locale Procura della Repubblica.
Ma al di là di fatti che connotano negativamente la sua personalità, contro Delle Chiaie sono presenti in causa numerosi elementi d’accusa che lo indicano come uno dei responsabili diretti dell’omicidio di Occorsio. Calore e Cozi hanno dimostrato, senza ricevere smentita da alcuno, che fu Delle Chiaie il primo a predicare pub­blicamente la scelta di uccidere Occorsio.

delle chiaie

Queste dichiarazioni sono a loro volta corroborate da un riscontro obiettivamente fornito agli atti dal Delle Chiaie medesimo. La latitanza per Delle Chiaie cominciò con un mandato di Cattura spiccato contro di lui, P.M. dr. Occor­sio, per testimonianza reticente nell’istruttoria per la strage di Piazza Fontana. Delle Chiaie riparò all’estero (e precisamente in Spagna dov’era già il principe Borghese sotto il quale Delle Chiaie partecipò all’omonimo golpe del dicembre 70) e annotò nel suo diario pesanti rancori e pre­cise intenzioni di vendetta contro chi l’aveva costretto all’esilio. Poi, con Delle Chiaie ancora fermo in Spagna, nel ‘73 gli morì, per incidente stradale, la madre, di cui non poté neppure onorare i funerali; e Delle Chiaie, sempre attaccatissimo alla madre (v. la trascrizione della intervista rilasciata a Biagi, in fase. 23 vol. IIA), scrisse di proprio pugno nel diario alla data 7.3.73: “Maledetti coloro che mi costringono dopo tre anni di assurda latitanza a stare ancora lontano da mia madre. Non troverò pace sino a quando non mi sarò vendicato….Non troverò pace sino a quando non avrò strappato dai loro luridi visi questa ma­schera di giustizieri della società”.

Quindi, ha ragione Cozi, il quale ha sempre affermato che Delle Chiaie nutriva qualcosa di personale e viscerale contro Occorsio: Delle Chiaie ha scritto nel proprio diario di avere un movente personale per uccidere Occorsio; contro la persona del magistrato che correttamente e pubblicamente lo accusava, Delle Chiaie, per sublimarsi soggettivamente, trasponeva i reati che egli Delle Chiaie aveva certamente commesso; soprattutto, nel giudice Occorsio il Delle Chiaie identificava la causa del proprio distacco irreparabile dalla madre.

Con questo odio personale contro Occorsio, Delle Chiaie primeggiò nelle riunioni di Albano, dell’appartamento di Via Sartorio in Roma, del dicembre ‘75 in Nizza, nelle quali oc­casioni, proprio sotto la spinta drastica del Delle Chiaie, il progetto di uccidere Occorsio passò nella fase di esecuzione. Altrettando certi sono i rapporti intensi ed intimi che Delle Chiaie ebbe con Signorelli e Concutelli fino alla fine dell’anno 1976.
In primo luogo, è indeclinabile che Delle Chiaie ebbe col Signorelli relazioni che non sfociarono mai in liti personali o in separatezza politica; anzi, sono stati proprio Del­le Chiaie e Signorelli le persone che hanno voluto (e in certi limiti anche imposto) la fusione fra ON e AN per dar vi­ta alla guerra rivoluzionaria e quindi a quella lotta arma­ta all’interno della quale Occorsio rappresentava e fu il primo obiettivo.

Con sulle spalle probabilmente per entrambi il sequestro Ma­riano e il tentato omicidio di Leighton, Delle Chiaie e Con­cutelli furono insieme ad Albano e vissero, impegnandosi in un lavoro unitario per la guerra rivoluzionaria, lunghi me­si nell’appartamento di Via Sartorio in Roma; da Roma Concutelli e Delle Chiaie andarono insieme pochi giorni prima dell’Immacolata a Nizza dove si incontrarono con Graziani, Mas­sagrande, Signorelli e decisero di uccidere Occorsio; da Nizza Concutelli e Delle Chiaie proseguirono per la Spagna, dove a Madrid Delle Chiaie disponeva in proprio di almeno tre appartamenti e della società di viaggi Transalpino, e dove, altresì, insieme a Massagrande, Francia ed altri, il Delle Chiaie gestiva la pizzeria El Apuntamiento e la società di import-export Eniesa. Anche a Madrid Delle Chiaie e Concu­telli furono visti insieme (v. dichiarazioni di Citti, Fran­cia e Pozzan in fasc. 5 vol II, di Arcangeli in fasc. 6 vol II, di Ricci in fasc. 7 vol II), perché insieme operavano per altri fatti che continuavano a comportare uccisioni per fini politici, come la lotta del Governo spagnolo contro l’Eta basca e il tracollo africano dell’impero portoghese.

In Spagna Delle Chiaie consegnò a Concutelli il mitra In­gram con cui Concutelli, dopo, uccise Occorsio. Infatti, durante l’istruttoria del processo che si concluse con la condanna di Concutelli all’ergastolo, emerse con si­curezza assoluta che l’Ingram di Concutelli rientrava in una partita di tre mitra Ingram venduti dalla ditta costruttrice (in USA) alla Polizia spagnola (v. sent. 16.3.78 Corte d’As­sise di Firenze, in fasc. nr.5, vol.I). Gli spagnoli non hanno mai risposto alla rituale rogatoria internazionale con cui i magistrati italiani chiesero che destinazione avessero avuto quei tre mitra e come mai uno degli stessi fosse finito al Concutelli (v. sui rapporti con le Autorità spagnole, il volume VII); ma restava comun­que chiaro che l’arma non poteva essere giunta in forma anonima al Concutelli, che in campo internazionale non ha mai avuto caratura alcuna prima dell’omicidio di Occorsio.

In questa istruttoria è emerso (…) che Autorità in­quirenti francesi e spagnole hanno accertato che, dopo l’o­micidio di Occorsio, per lunghi anni in Spagna e Francia il Delle Chiaie ebbe rapporti di intimità e colleganza politi­ca con gli spagnoli Mila Rodriguez, Tornio e Alemany, ai quali il Delle Chiaie consegnò due mitra Ingram. Quindi, è vero quanto hanno riferito Tisei, Calore, Cozi, Francia, Pomar, Pozzan, Arcangeli, per i quali fu Delle Chia­ie ad ottenere i tre Ingram dalla polizia spagnola per usarli contro i baschi, in odio ai quali Delle Chiaie, oltre che agire personalmente, arruolò anche Concutelli. Né può pensarsi che a questo punto -trovandosi già Delle Chiaie e Concutelli in perfetta simbiosi ad Albano, in Via Sartorio, a Nizza su guerra rivoluzionaria e lotta armata- Delle Chiaie abbia perso di vista il Concutelli a cui aveva passato l’Ingram.

Da una parte Concutelli, proveniente da Madrid, andò a trovare Graziani e Pugliese in Corsica, e ben lo sapeva D’Agostino, avanguardista intimo di Delle Chiaie, che si precipitò da Graziani a Nizza proprio per parlare di Concutelli. Né a quel punto -prima della Pasqua ‘76- nessuno ha segnalato la benché minima incrinatura all’interno della fusione ON-AN, per cui Graziani e gli altri non avevano ostacoli a parlare di Concutelli con Delle Chiaie.
Poi, il rientro di Concutelli In Italia nella Pasqua ‘76 fu ignoto agli inquirenti italiani, ma il Concutelli finì in mano a Signorelli, Cozi, Pugliese, Sgavicchia, i quali avevano il possesso dell’appartamento 75, il cui affitto continua­va ad essere pagato dagli avanguardisti Germoni e Fabbrussi, intimi di Delle Chiaie. E i rapporti fra Signorelli e Concutelli nella primavera – estate romana del ‘76 con i segua­ci particolari di Delle Chiaie furono sempre eccellenti, tanto che il D’Agostino andò allora a cena col Concutelli e a fine luglio ‘76 gli avanguardisti indicarono alla Poli­zia in Concutelli l’autore dell’intanto intervenuto assas­sinio di Occorsio.

Del resto Delle Chiaie -che sempre seppe della presenza di Concutelli armato di Ingram in Roma ma nulla fece per toccarlo- nell’autunno 76 impose ad Arcangeli di mantenere ottimi rapporti con quel Concutelli, già ricercato ufficial­mente dalla Polizia come autore ormai individuato dell’uc­cisione di Occorsio. Ma tutto ciò non attiene semplicemente la logica dei rapporti personali fra Delle Chiaie e Concutelli, perché son fat­ti questi i quali trovano la loro unica causale in quella unità di intenti di propositi di azioni concrete che legò, come innanzi esplicitato, qualsiasi esponente di ON e AN dalla seconda metà del 1975 a tutto il 1976.

Nessuna, infine, delle persone conosciute per intime del Delle Chiaie, come Giorgi, Citti, D’Agostino, Tilgher, ha voluto versare in causa nulla di positivo per il prevenuto Delle Chiaie; ma vero è, anche, che essi Giorgi Citti, D’Agosti­no, Tilgher si sono comportati come persone che aspettava­no di aver già conosciuto e individuato gli elementi già acquisiti dal G.I. prima di imbastire una loro verità. In definitiva, allora, sono profondamente radicati nelle concrete emergenze processuali gli elementi che dimostra­no la partecipazione direttiva di Delle Chiaie all’omici­dio di Occorsio.

Sentenza ordinanza G.I. Minna delitto Occorsio 1983 pag 60-69

Paolo Aleandri – dichiarazioni 21.10.1981 prima parte

Quindi richiesto se gia’ abbia o voglia nominare un difensore di fiducia: mirabile del foro di roma, avvisato non presente.

– prendo atto che mi viene mostrato il fascicolo fotografico le cui pagine sono numerate da 1 a 5 contenenti ciascuna nr 2 fotografie senza indicazione di nome alcuno, mi si dice che prevalentemente esse riguardano persone orbitanti nella area dell’ estremismo veneto di destra. Nella pagina 1 riconosco la fotografia di Mutti Claudio contrassegnato con la lettera B. Vidi costui in un paio di occasioni di stampo conviviale a casa del professor Signorelli del quale lo stesso era amico. Colloco il primo dei due incontri (…) con l’ uscita del primo numero di Costruiamo l’Azione e quindi attorno al 1978. Il secondo incontro avvenne a distanza di due mesi circa dal primo. Ritengo con certezza che il Mutti avesse dei contatti di genere editoriale con Fachini Massimiliano in quanto quest’ultimo si occupava delle edizioni di AR ed il Mutti scriveva per dette pubblicazioni. Il Mutti in quell’ epoca si era di recente convertito all’ islamismo e quindi nei discorsi che faceva era portatore di questi concetti. Data la sua provenienza e collocazione politica non era pero’ estraneo ad un modo di intendere la prassi anche se in tutta coscienza non posso dire che alcune occasioni in cui lo vidi si espresse in termini operativi.
Nella pagina 2 mi sembra di notare un viso conosciuto, nella foto contrassegnata nella lettera a ed anche il nome che mi viene detto corrispondente a quello di Brancato non mi e’ del tutto nuovo, non so tuttavia collocarlo nella situazione politica a me nota. A pagina 3 riconosco nella foto contrassegnata con a Fachini Massimiliano. Quanto alla foto contrassegnata con lettera a nella pagina 4 riconosco una persona che scese con Fachini Per un progetto autofinanziamento in Tivoli che poi non si attuo’.
Mi sembra di ricordare che la persona in questione facesse parte di un gruppo di comuni che venivano utilizzati qualora il caso lo richiedesse.

Prendo atto che il nome di costui e Frigato Roberto ma piu’ che il suo nome e’ stato per me significativo l’ immagine che ho riconosciuto senza alcun dubbio. Colloco temporalmente la progettata partecipazione di colui che mi e’ stato indicato come Frigato ad un progetto di rapina ai danni di una banca situata proprio all’ ingresso di Tivoli in una piazza da cui si dipartivano le strade d’ ingresso alla cittadina. Come ho gia’ detto Frigato venne con Fachini in un giorno di domenica ma ripartirono il giorno successivo in quanto il progetto, del quale tra l’ altro era ben al corrente Tisei Aldo essendone a lungo discorso in precedenza, era inattuabile. L’ epoca di questo fatto è sempre quella del secondo numero di Costruiamo l’Azione e si poteva considerare come un momento dell’ autofinanziamento del giornale stesso. Il Frigato era all’ epoca persona piuttosto tarchiata, robusto e con i capelli forse un po’ lunghi di come appaiono sulla fotografia.

Sia il Fachini che il Frigato giunsero a Roma raggiungendomi a casa ove di solito il Fachini alloggiava: nell’ occasione invece provvidi diversamente tutti assieme… Poi a fare un sopralluogo a Tivoli nel posto ove si doveva compiere l’ azione che poi come ho gia’ detto rimase inattuata, sia perla collocazione della banca ritenuta troppo centrale e con poche vie di scampo, sia perche’ non era considerata del tutto certa una ventilata inoffensivita’ posto a vigilanza della banca stessa.
Nessun ricordo mi suggerisce la foto 4 B ne’ il nome che vi corrisponde di Rinani Roberto. Posso avere sentito questo nome ma essendo io un accanito lettore di giornali non escludo che questo nome l’ abbia letto in qualche occasione in cui sia comparso sulla stampa.
Nella foto 5 B riconosco Neri Maurizio da me incontrato due volte in casa del professor De Felice dei cui figli il Neri era amico. Costui non ha avuto alcuna parte nel settore operativo di costruiamo l’ azione mentre essendo egli un raccoglitore di documenti e di giornali e piu’ che probabile che abbia effettuato la diffusione di Costruiamo l’Azione. Sicuramente aveva dei contatti a livello nazionale con persone dell’estrema destra ma non so quanto questo corrisponda ad un ruolo specifico o e non invece sia stato frutto di una personalita’ mitomane.

A proposito di Costruiamo l’Azione debbo dire che questo e’ stato un gruppo spontaneo a cui non corrispondeva una struttura gerarchizzata o una organizzazione che invece e’ stata propria di TP. Quest’ultima associazione infatti aveva una suddivisione e non solo nella citta’ di Roma, abbracciando l’ intero territorio nazionale. Anche la linea politica era chiaramente di destra, senza alcuna sfasatura, propria invece a (Costruiamo l’Azione) . A mio avviso TP ha avuto anche una pericolosità anche maggiore delle stesse azione portate a termine da elementi riferibili a C.L.A.. Mentre infatti dell’ Mrp erano fatti episodici un gruppo ristretto in cui spiccava una particolare personalita’ che era quella di Iannilli Marcello, le azioni di TP erano di genere altamente pericoloso, potevano concludersi con fatti di sangue molto gravi ed infine provenivano da deliberazioni di una autentica organizzazione. Rappresento all’ ufficio che ho notato un singolare movimento ed interesse alla mia persona a seguito del trasferimento in queste carceri di due detenuti provenienti dalla casa di Viterbo dove e’ ristretto Iannilli Marcello.
Cio’ che mi ha sorpreso e’ stata la subitanea consapevolezza che costoro avevano del mio ruolo nel processo e cio’ non pero’ che meravigliarmi considerando che neanche il mio legale ha i verbali degli interrogatori.

L’ ufficio da atto che il fascicolo fotografico viene contrassegnato nella ultima pagina con proprie firme e con quella dell’ Aleandri ed allegato al presente verbale.

– cosi’ come l’ ufficio mi chiede effettivamente ricordo uno screzio avvenuto da me e Giuseppucci presenti Mariani Bruno e Scorza Pancrazio. E’ estremamente probabile quando ora mi sottopone l’ ufficio e cioe’ che io trovandomi con Scorza, Mariani Bruno (…) su di una Fiat 127 blu in epoca successiva all’ attentato in Campidoglio buttai via assieme agli altri un dischetto metallico sostenendo la pericolosita’ di mantenere l’ oggetto.
Sono assolutamente certo che i timer li preparasse Iannilli Marcello avendolo anche visto a volte mentre effettuava l’ accoppiamento di pile che univa con scotch nero ed attuando una modifica nel senso che si doveva trattare di timer non a chiusura ma ad apertura. I timer che ho visto io erano costituiti da jack maschi e femmine ma non puo’ escludersi che un contatto puo’ avvenire solo con jack maschi e’ altresi’ probabile che calore abbia potuto parlare di un negozio di elettrodomestici ove era possibile comperare timer cosi’ come mi si dice abbia sostenuto Scorza Pancrazio. Io ho gia’ parlato di quanto era a me certamente noto a proposito di acquisto di timer fatto da Iannilli o da questi demandato a Menenti Carlo. Non ho mai saputo nulla a proposito della rapina ai danni del cittadino libico Mordecai Fedlum di cui ho letto qualcosa sui giornali. E’ ben probabile che Scorza Pancrazio abbia visto a casa mia una forma dell’ esplosivo a forma di parmigiano, puo’ essersi trovato detto esplosivo in un plastica nera all’ interno di un armadio nella mia casa di Roma.

Desidero ritornare per un attimo sull’ argomento della rapina al libico, poiche’ e’ gia’ la seconda volta che mi si fanno domande a proposito di un periodo in cui mi ero totalmente distaccato da qualsiasi forma di attivismo di qualsivoglia natura. Abbandonai difatti il campo come gia’ mi ero ripromesso di fare e come resi peraltro esplicito a Guerra Marco e Giuliani Egidio rinfacciando loro che il gruppo era costituito da belve assetate di sangue, dopo il sequestro di persona di cui fui vittima ritengo proprio a causa di quella mia affermazione di principio.
Sono infatti certo che coloro cui la frase fu riferita ritennero di vedere in me un corpo estraneo da eliminare ed in tale senso si attuo’ un mio sequestro che doveva concludersi con una sorta di rituale mafioso che attribuiva a ciascuno la paternita’ della esecuzione nel senso che tutti i componenti del gruppo avrebbero dovuto partecipare sparando su di me ciascuno un colpo.

Viceversa mi ritrovai inginocchiato e legato vicino ad un albero con i soli Iannilli Marcello e mariani bruno che mi puntavano a turno la pistola alla tempia mentre non vi era invece Scorza Pancrazio, Rossi e Piccari. Ritennero quindi i due presenti di vedere ricadere su di loro la responsabilita’ dell’ atto e quindi tramutarono l’ esecuzione in sequestro. Dopo questo episodio, divenne ancora piu’ radicale il distacco che gia’ sentivo verso queste persone (…) Nulla mi risulta a proposito di un numero di telefono di un avvocato di Roma dell’ arrivo di Freda franco dopo la sua fuga. Fino ad ora ho ritenuto di essere stato il tramite tra Cardone Rita e Massimi Ciano, Fachini per l’ esecuzione del piano della fuga di Freda, mentre ora apprendo che Fachini Massimiliano ha ripartito i ruoli servendosi anche di altri. Escludo che siano venuti da me Sparapani Saverio e Bianchi Paolo per farsi dare un Browning calibro 9 bifilare che mi si dice anche essere stata di proprieta’ dei fratelli Sparapani. E’ probabile che questa pistola di cui si parla fosse patrimonio del vecchio gruppo collegabile e via dei Foraggi ed e’ possibile che di essa sappiano qualcosa o Tisei o Calore. Avevo una Browning calibro 9 come ho gia’ detto me l’ aveva data Fachini Massimiliano ma non aveva nulla a che vedere con quella di cui si e’ ora parlato.

– Il soprannome di zanzarone mi rimanda ad una persona che poteva aver orbitato nel gruppo di Giuseppucci

– Quanto alle riunioni che precedettero la nascita del giornale C.L.A. debbo dire che esse furono di tipi e collocabili in tempi diversi. In una prima fase esse avvenivano o casa del professor de Felice o in quella di Semerari e avevano un carattere quasi conviviale. In una secondo invece si passo’ ad un genere piu’ progettuale di quello che poi divenne il movimento di C.L.A. che si svolgevano a casa del professor Signorelli a Tivoli nel momento in cui le due suddette persone si erano allontanati per disparita’ di vedute.
Debbo per la verita’ dire che mentre sono convinto della assoluta estraneita’ del professor Semerari a quanto addebitatogli, rimane ai miei occhi molto confusa la figura e l’opera di De Felice Fabio. E’ vero che costui abbandono’ ogni tipo di attivita’ quando si enucleo’ il gruppo di costruiamo l’ azione capeggiato da Signorelli ma non so dire se cio’ fece per essere stato abbandonato da me che considerava con predilezione o per altri motivi. Chiarisco che Signorelli avrebbe voluto gestire il giornale di C.L.A. e faceva parte della sua personalita’ il fare intendere che lui fosse il capo ma cio’ era in realta’ non era affatto vero. Prendo atto che secondo quanto asserito da Tisei Aldo in una cena a casa di Signorelli paolo presente anche Calore Sergio si sarebbe parlato della campagna di attentati che sarebbero poi avvenuti e che io sopraggiunsi nell’ occasione portando con me articoli per il giornale C.L.A..
La circostanza e’ verosimile solo se le si attribuisce un significato del tutto generico in quanto nell’ ambiente era usuale parlare di attentati, mentre non lo era affatto se ci si voglia riferire agli attentati in realta’ compiuti poiche’ di questi il Signorelli era sicuramente allo oscuro. Mi sembra tuttavia strano che il Tisei che io colloco e ho sempre visto nell’ ambiente di Guidonia abbia partecipato ad una cena riguardante la stampa del giornale, la circostanza della cena e dei discorsi relativi e’ tuttavia verosimile una e piu’ probabile che il Tisei l’ abbia appresa da altri.
Tornando al De Felice riferisco che e’ persona di notevole spicco intellettuale ed è a mio avviso altrettanto scaltro ha una storia anche confusa che lo vede giovanissimo deputato quindi imputato nel golpe Borghese. Per quanto mi risulta per questo ultimo fatto c’ e’ stato veramente e il De Felice ha avuto un suo ruolo. Gestiva in parte l’ operazione Gelli Licio il quale controllava un settore dell’ arma del CC interessato al golpe stesso che non si realizzo’ proprio perche’ il Gelli comprese che non ci avrebbe tratto il massimo utile conseguibile e perche’ si riservava di agire in una occasione piu’ favorevole.

Anche in ordine alla definizione del processo ho avuto riferiti dai singolari patteggiamenti avvenuti tra il Pm all’ udienza di Vitalone ed il giornalista Salomone Franco, determinato dalla opportunita’ di una parte politica di non allinearsi del tutto le simpatie di un partito che vedeva qualche suo ex esponente inquisito nel procedimento quale ad esempio il De Felice. Il fratello di costui di nome Alfredo raggiunse il Sud Africa emigrando definitivamente allorquando chiuso lo studio di De Iorio Filippo ebbe necessita’ di trovarsi una occupazione io in un paio di occasioni mi recai da Gelli Licio presso l’ hotel Excelsior di Roma per dargli notizie di De Felice Alfredo che prima di partire nel presentarmi il Gelli mi aveva raccomandato di tenermi questo tipo di contatti. L’ udienza presso il Gelli avveniva il mercoledì.

L’ ufficio da atto che l’ interrogatorio viene sospeso alle ore 13,30 per essere ripreso alle ore 14,00.

Stefano Aldo Tisei visto dal giudice Vigna

Completamente diverso da Izzo era Aldo Tisei, un criminale di scarso spessore legato agli ambienti della destra. Tisei, che aveva deciso di collaborare con la giustizia, non era a conoscenza di chissà quali segreti ma aveva la caratteristica di ricordarsi perfettamente ogni piccolo dettaglio delle circostanze di cui riferiva. E le sue dichiarazioni permisero di imbastire diversi processi.
Lo feci trasferire a Firenze perché potessi interrogarlo in merito alle indagini sui mandanti del delitto Occorsio.  Tisei era allora un uomo libero e la sera prima della sua deposizione fu pizzicato dai carabinieri di Fiesole mentre spacciava droga. La circostanza mi provocò molti problemi. Che figura avrei fatto a tenere a piede libero uno spacciatore che doveva testimoniare a un processo tanto importante? Lui mi rispose candidamente che, siccome non aveva denaro, doveva procurarselo in qualche modo. Fu quindi arrestato e, in qualità di collaboratore, venne trasferito nel carcere di Piacenza, dove era detenuto il brigatista Patrizio Peci, anche lui collaboratore di giustizia. Prima di inviarlo in quelle strutture di semi-isolamento, Peci fu interpellato sulla sua disponibilità a dividere la cella con Tisei, esponente, anche se di rango minore, delle fazioni avversarie di Peci. Il brigatista rispose che se non aveva ucciso dei “compagni” gli andava bene.
Dopo qualche tempo, in occasione di un altro interrogatorio di Tisei, mi resi conto che Peci lo aveva indottrinato e trasformato. Tisei discettava di rivoluzione delle masse operaie e aveva fatto proprie le ideologie delle Brigate rosse. Al che gli dissi: “Guardi Tisei, è meglio che torni alle sue origini”, e lo allontanai da Peci. Testimone o imputato, Tisei partecipò ad alcuni tra i più importanti processi imbastiti sull’eversione nera. Fu condannato per il furto della 124 usata per uccidere Occorsio da Concutelli e fu sempre lui a deporre in molte aule di giustizia contro i suoi ex camerati. Poi, dopo essere scampato ad un commando di killer, non riuscì ad evitare una overdose che lo sorprese in un piccolo hotel milanese il 26 novembre 1988. Una morte che in un primo momento risultò anomala, ma che fu poi archiviata come il tragico epilogo di un tossicodipendente.

 

Estratto da “in difesa della giustizia”