La riunione di Nizza e la decisione di uccidere Occorsio

“La situazione” di cui Massagrande, Graziani, Delle Chiaie, Signorelli discussero a Nizza, era molto chiara e semplice. Graziani e Massagrande erano scappati dall’Italia dopo che nel novembre ’73 il Ministro dell’Interno -chiusosi in primo grado, P.M. Occorsio, il processo contro ON- aveva sciolto Ordine Nuovo. Tutti gli ordinovisti quindi, a prescindere dalle proprie posizioni personali con la Giustizia, pote­vano operare in Italia dopo il ‘73 solo in condizioni di clandestinità. Ma anche Delle Chiaie e Concutelli arrivavano a Nizza nei giorni dell’Immacolata del ‘75 perché inseguiti dai Carabinieri.
Difatti, soltanto il 2.12.75 (tre o quattro giorni appena prima della riunione di Nizza) i Carabinieri avevano fatto irruzione nel covo di Via Sartorio, fino a qualche ora prima sicura base romana di Delle Chiaie e Concutelli. Ma il 2.12.75 i CC arrestarono Tilgher non solo per i reati ascrivibili in ragione del possesso che egli aveva del covo di Via Sartorio, quanto e soprattutto per­ché il Tilgher era già ricercato: da alcuni giorni, infat­ti, -e sicuramente dalla fine del novembre ‘75- la Procura di Roma aveva spiccato una sessantina di ordini di cattura per reati associativi contro gli aderenti ad Avanguardia Nazionale; tant’è che proprio con l’arresto del Tilgher del 2.12. 75 iniziò il processo contro AN destinato a chiudersi solo nel giugno ‘76; e Tilgher durante questo processo dichiarerà ufficialmente di sciogliere AN, come a processo finito farà il Ministro dell’Interno.
Dunque, anche per Delle Chiaie e i suoi seguaci persona­li la lotta politica rivoluzionaria in Italia, nel dicem­bre ‘75 era possibile solo ed esclusivamente nelle forme e nei modi della clandestinità.

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Del resto lo stesso Signorelli -non avendo in quel punto a parlare di cose che subito potevano porlo dinnanzi all’assassinio di Occorsio- ha pur spiegato, e in questa istruttoria, di aver convinto Graziani della necessità di fonde­re ON e AN sia per evitare lo sbando degli elementi ordinovisti, sia e soprattutto perché erano “profondamente mutate le condizioni per una lotta politica rivoluzionaria” in Italia. Tutti gli elementi raccolti in causa, con più schiettezza a fronte delle involuzioni linguistiche di Signorelli, chiamano quella “lotta rivoluzionaria” per “lotta armata”.

Difatti, come una banda armata la struttura nata ad Albano dalla fusione 0N/AN era stata articolata, secondo rigidi canoni di segretezza, in forma capillare per tutta Italia, al fine lampante di ottenere preparazione costante e prontezza indiscutibile da parte degli aderenti nella esecuzione degli ordini, la cui ideazione e decisione era lasciata alla “direzione politica” ferma nelle mani di Graziani, Massagrande, Delle Chiaie, Signorelli. Questa “direzione politica”, allora, si riunì a Nizza pro­prio nelle persone di Graziani, Massagrande, Delle Chiaie, Signorelli, e affrontò i due nodi essenziali che aveva dinnanzi a sé. Il primo era costituito dalla lotta che lo Stato, dopo lo scioglimento di ON nel novembre ‘73 e gli arresti del novembre ‘75 contro AN, sembrava intenzionato a muovere contro la destra eversiva, la quale personificava la repressione sta­tuale nell’operato del giudice Occorsio, contro il quale le mura di Roma venivano riempiendosi di scritte omicidiarie.

Vi era, poi, la necessità per gli estremisti neri di con­frontarsi con le Brigate Rosse, che proprio con il seque­stro del giudice Sossi avevano mostrato di saper portare scompiglio negli organi costituzionali dello Stato e di saperne prendere grande clamore e successo di diffusione per stampa e per televisione.
Con maggiore serietà, Cozi ha fornito in causa i suoi ricordi sulla riunione di Nizza: punzecchiature di Graziani verso i rapporti con tanti Servizi Segreti di Concutelli (che Graziani già a Nizza nel dicembre ‘75 voleva coinvol­to nel tentato omicidio di Leighton, commesso a Roma nel­l’ottobre ‘75) e Delle Chiaie; tanti e tanti “discorsi di politica e ideologia”, materie con le quali il buon Cozi non ha mai voluto avere eccessiva dimestichezza; un Delle Chiaie che continuamente ricordava che loro erano tutti “sotto la scure di Occorsio”, il principale nemico da abbattere.

Mai Cozi ha ricordato che quella riunione si sia chiusa nel dissenso; da essa invece uscirono tutti rinsaldati nei propositi da attuare. Ma giudizio del G.I., sul contenuto della riunione di Nizza (in significativa aderenza alla versione successiva del Cozi) si deve in toto prestar fede alla teste Robbio Mirel­la, che ha riferito tutta un’altra serie di fatti i quali si sono dimostrati importantissimi per il processo e sono sempre stati riscontrati per veri. Disse in proposito la Robbio di avere inteso dal Signorelli e dal Meli che a Nizza si decise “una azione eclatante per controbilanciare la risonanza delle azioni delle BR”. In conclusione, perciò, ritiene il G.I. di dover concordare col P.M., in quanto tutti gli elementi di causa dimo­strano che effettivamente nel dicembre ‘75 Graziani, Massagrande, Delle Chiaie, Signorelli, con la presenza e quindi l’assenso di Concutelli, Pugliese, Cozi, a Nizza vollero dare il massimo impulso in Italia alla lotta armata, uno dei cui principali obiettivi era rappresentato dalla vita del giudice Occorsio.

Sentenza ordinanza omicidio Occorsio 1983 pag 28-33

Alberto Volo – dichiarazioni 20.11.1990

“Ricevo lettura di quanto da me dichiarato alla Corte di Assise (di Appello) di Bologna ed al Giudice Istruttore (di Palermo) a proposito di una riunione in casa GELLI nella quale sarebbe stato deciso l’omicidio dell’on. MATTARELLA, e vengo invitato a precisare che cosa mi abbia esattamente detto il MANGIAMELI, dato che apparirebbe una qualche differenza tra le due dichiarazioni, nel senso che quella alla Corte di Assise sembra far riferimento ad una conoscenza di fatto da parte del MANGIAMELI, mentre  l’altra sembra far riferimento ad una conclusione che il MANGIAMELI traeva in seguito ad una analisi basata su dati a me non comunicati.

In effetti, il MANGIAMELI mi disse – il 9.9.80 durante il viaggio da Perugia a Roma – di sapere che vi era stata una riunione a casa GELLI cui aveva partecipato Valerio FIORAVANTI e che aveva posto tale riunione in relazione con l’omicidio MATTARELLA proprio perché già allora sospettava che il FIORAVANTI fosse stato autore materiale dell’omicidio. A quel tempo io ero stato comandato dai miei superiori di cercare di capire qualcosa dei gravi delitti avvenuti a Palermo nel 1979-80, e ciò cercavo di fare avvalendomi anche dei miei rapporti di amicizia con il MANGIAMELI che del resto era di ciò ben consapevole.

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D.R. A quell’epoca il mio superiore diretto non era più il Giudice TRAPANI bensì il gen. INZERILLI, con il quale io non avevo contatti diretti ma tramite altri ufficiali dei servizi che incontravo a Roma.

D.R. Ricevo lettura di quanto dichiarato al G.I. di Palermo l’1.4.89 secondo cui “l’omicidio (di MATTARELLA) era stato provocato dalle aperture al P.C.I. che in quel periodo stavano maturando in Sicilia e di cui il MATTARELLA era il principale sostenitore”.
Chiarisco il mio pensiero, nel senso che sia io che il MANGIAMELI pensavano non solo che il delitto MATTARELLA avesse come risultato oggettivo di favorire per reazione uno spostamento a sinistra del quadro politico ma ritenevamo pure che tale potesse essere lo scopo ricercato dai suoi autori. Né deve sembrare strano attribuire tale scopo al GELLI dato che costui all’epoca non era certo noto come oggi (io anzi non lo conoscevo affatto); del resto un disegno politico autoritario può essere benissimo realizzato anche da forze politiche di sinistra. Ho rinunciato a parlare chiaramente di tutte queste cose nel 1988 perché in precedenza, ogni volta che ho iniziato a parlarne, ho subito conseguenze gravissime:
-nel 1974, fui detenuto per 92 giorni in condizioni rigorosissime di isolamento nel carcere dell’Ucciardone;
– nel 1980, dopo l’interrogatorio al dr. GUARDATA, fui letteralmente massacrato, ridotto in fin di vita nel carcere di Spoleto.

D.R. L’Ufficio fa presente che in tutte le dichiarazioni  rese all’A.G. non era mai stato fatto prima il nome del gen. INZERILLI, il quale ha nei giorni scorsi rilasciato un intervista alla RAI-TV dichiarando di essere stato per molti anni, fino al 1987, il capo della struttura GLADIO.

Sono sicuro di avere già fatto il nome del gen. INZERILLI, che del resto tutti sapevano essere il capo della sezione italiana della struttura internazionale che io tuttora conosco come Universal Legion, evidentemente il nome del gen. INZERILLI sarà sfuggito alla verbalizzazione perché a quella data non era conosciuto come oggi. A domanda specifico che nel 1980 il mio interlocutore diretto non era più il giudice TRAPANI ma Adriano TILGHER.

D.R. Per quanto riguarda i miei incontri con il TILGHER, preciso – anche con riferimento alla verbalizzazione del G.I. – che io lo incontrai nel suo ufficio sito nello stesso stabile, ma in un portone accanto, dove hanno sede i servizi cui io facevo capo. Questo palazzo è vicino Forte Boccea che io ho usato solo come termine di riferimento.

D.R. Effettivamente MANGIAMELI acquistò un’auto, credo una SIMCA-TALBOT, presso l’autosalone di BUFFA Francesco, in Pallavicino.

D.R. AMICO Rosaria doveva aver visto in precedenza il CAVALLINI Gilberto perché identificò subito nel CAVALLINI (e non nel MARIANI) la persona che io le descrissi e che era quella che aveva prelevato il 9 settembre 1980 il MANGIAMELI che era insieme a me.

D.R. Non so spiegare come mai – come mi dicono le SS.LL. – tutti i testi sentiti nel procedimento per l’omicidio MATTARELLA parlino dell’Ospedale Civico come luogo da cui far evadere il CONCUTELLI nel novembre 1979, mentre io ho sempre detto che tale evasione doveva avvenire dal Policlinico (…). Confermo quanto dichiarato alla Corte di Assise di Bologna ed al G.I. di Palermo in merito alla patente falsificata intestata al VAILATI Adelfio trovata in mio possesso, ribadisco di averla falsificata io stesso usando acqua e limone. Se le perizie hanno rilevato l’uso di mezzi chimici, ciò può essere avvenuto solo dopo che la patente mi è stata sequestrata.

D.R. Per quanto riguarda INSALACO Giuseppe preciso quanto a mia conoscenza e solo sinteticamente esposto nell’intervista a Telescirocco e ad alcuni organi di stampa. Conosco da molti  anni INSALACO ed anche i suoi collaboratori, alcuni dei quali avevano studiato presso la mia scuola. Nel 1983 lo incontrai con il suo “entourage” del Bar Roney; lo presi in disparte e mi lamentai con lui del comportamento di PEZZANO Carlo, collaboratore dell’INSALACO e mio ex socio nella Manara Valgimigli, che mi doveva ancora otto milioni; mi lamentai pure – anzi di più – per la lettera anonima che mi accusa per la strage di Bologna e che io ritengo scritta dal…(…). L’INSALACO mi dette qualche giustificazione e all’improvviso mi chiese “perché sei uscito dalla Universal Legion?” e mi invitò a rientrare in tale organizzazione dicendo che c’era sempre il pericolo comunista. Io gli dissi senz’altro che non intendevo più sentirne parlare ed il discorso finì lì.

Io dalla frase dell’INSALACO, e soprattutto dal suo invito a rientrare nella “Universal Legion” dedussi, pur essendo notoria la mia appartenenza a tale organizzazione fin dal 1974, che egli potesse essere un componente della “Universal Legion” e che non fosse un semplice componente ma un “colonnello” dato che chi ha tale grado, oltre gli arruolatori, può rivelare la sua appartenenza ed arruolare qualcun altro. Non ho parlato con l’INSALACO di GLADIO. Peraltro tale deduzione l’ho fatta solo in questi giorni e cioè quando il 3 novembre il giornalista Sandro RUOTOLO venne ad intervistarmi per la trasmissione Samarcanda e mi disse che nel settimanale Avvenimenti, non ancora in edicola ma i cui pezzi erano già stati anticipati, si diceva in un articolo a firma Michele GAMBINO che sia io che l’INSALACO figuravamo negli elenchi di GLADIO. Il GAMBINO poi a sua volta mi ha detto di avere avuto tale notizia “da Venezia”.

D.R. E’ vero che io in passato, come ho già dichiarato, ho appartenuto ad Ordine Nuovo. E’ pure vero che il giudice TRAPANI mi disse che l’Universal Legion era una emanazione della “Rosa dei Venti”. Ora ho dichiarato di ritenere che l’Universal Legion sia la stessa cosa di GLADIO. Premetto che la Rosa dei Venti e GLADIO sono sempre la stessa cosa. Sono convinto che la “Universal Legion” sia la stessa cosa di GLADIO per la sua struttura cellulare, per la sua natura internazionale e per il suo carattere anticomunista; ai miei tempi però l’addestramento avveniva alle Isole Canarie.”

L’istruttoria Italicus bis – terza parte

A questo punto occorre notare come le indagini sul MANNUCCI BENINCASA si intrecciarono con un altro filone di indagini, pertinente anch’ esso all’ operazione “Terrore sui Treni”. Infatti, il 24.1.92 , venne tratto in arresto a Caracas e quindi estradato in Italia tale Maurizio ABBATINO, esponente di spicco della banda della Magliana, organizzazione criminale quest’ultima- strettamente collegata al gruppo di eversori facenti capo a Valerio FIORAVANTI(che come si è visto nel precedente capitolo è ritenuto uno degli autori della strage) e utilizzata ripetutamente dai Servizi Segreti quale agenzia per la gestione di “dirty affairs”.

L’ ABBATINO divenne un collaboratore di giustizia e, fra le molte altre cose, riferì che Massimo CARMINATI, personaggio legato sia alla Banda della Magliana che ai. N.A.R. (Nuclei Armati Rivoluzionari) di Valerio FIORAVANTI, si era impossessato, senza mai più restituirlo, di un mitra M.A.B., appartenente alla dotazione della banda, mitra che poi venne identificato nell’ analoga arma che era stata collocata in’ una vettura del treno Taranto-Milano (assieme, come si è già visto, a documenti e a sostanze esplosive) per realizzare l’ operazione “Terrore  sui Treni”.

STRAGE BOLOGNA: FIORAVANTI E GELLI INEDITI IN DOCUMENTARIO

Il CARMINATI, svolti gli accertamenti del caso, venne tratto in arresto per i delitti di cui in rubrica. Occorre segnalare che l’ABBATINO non si limitò a parlare del mitra cui si è accennato, ma fece riferimento anche ad altri oggetti (un fucile, caricatori, proiettili, passamontagna, guanti, micce) nella disponibilità della banda e del tutto analoghi a oggetti dello stesso genere rinvenuti sul treno.

L’ABBATINO, inoltre, descrisse dei rudimentali ordigni esplosivi entrati in uso presso la Banda della Magliana, consistenti in dei barattoli per conserva riempiti di esplosivo e con il coperchio forato al centro per farvi passare una miccia. Analoghi barattoli erano stati collocati sul treno Taranto-Milano con all’ interno dell’ esplosivo identico a quello usato per la strage di Bologna. A questo punto si verificarono due singolari circostanze che saranno oggetto di ogni possibile tentativo di comprensione. Il 10.3.93 infatti, i Carabinieri di Firenze rinvennero -in un appartamentino in uso al centro C.S. di Firenze (e di fatto nella disponibilità del MANNUCCI BENINCASA)- armi, munizioni ed altri oggetti, fra i quali due barattoli metallici, vuoti, con un buco al centro del coperchio, analoghi dunque a quelli del treno.

In data 5.5.93 , poi, tale OSMANI Guelfo -falsario, arrestato per traffici di stupefacenti- nel contesto di più ampie dichiarazioni rese con intento collaborativo affermò che il MANNUCCI BENINCASA che ben conosceva ed al quale, per parecchi anni, aveva prestato la propria opera, aveva detenuto -all’ interno del bagagliaio della propria auto- alcuni barattoli, forati al centro e muniti di miccia, da lui OSMANI casualmente notati.

Si ricordi che il MANNUCCI -e ciò risulta inconfutabilmente sulla base di elementi documentali- aveva passato al Gen. SANTOVITO (Direttore del Servizio, affiliato alla P.2 e certo implicato nell’ operazione “Terrore sui Treni”) la composizione dell’ esplosivo utilizzato per la strage di Bologna ed era stato presente a Bologna in occasione del rinvenimento delle armi e degli esplosivi sul treno Taranto-Milano senza che la sua funzione di Capo Centro di Firenze gliene desse motivo.

Quale valore annettere alle dichiarazioni di OSMANI e al rinvenimento delle armi (e dei barattoli) di Firenze verrà detto trattando specificamente la posizione del MANNUCCI BENINCASA; qui occorre solo rilevare che Guelfo OSMANI risultò in stretto contatto, anzi in un vero e proprio rapporto di amicizia, col Capitano Antonio LABRUNA, già iscritto alla P.2 e già braccio destro del Gen. Gianadelio MALETTI in una struttura del Servizio Segreto Militare denominata N.O.D. (si ricordi che sia il MALETTI che il LABRUNA sono stati condannati con sentenza passata in giudicato per il favoreggiamento e la procurata evasione di Marco POZZAN, cui -nel corso delle indagini per Piazza Fontana- avevano procurato un passaporto intestato a persona affiliata alla P.2 e che il LABRUNA aveva procurato altresì un passaporto falso a Maurizio GIORGI).

Anche LABRUNA aveva assunto un atteggiamento parzialmente collaborativo, e le sue dichiarazioni, quelle dell’ OSMANI ed un complesso di ulteriori elementi di prova già acquisiti nel corso delle indagini sulle stragi avevano portato a delineare una struttura interna al servizio cui risultarono riferibili tutta una serie di attività di provocazione, disinformazione, depistaggio ecc..

Si era intanto rilevato che il LABRUNA, pochi giorni dopo la deposizione resa al G.I che scrive , si era recato a far visita a Licio GELLI ed aveva avuto un lungo colloquio con lui. Si trattava a questo punto di chiarire gli effettivi rapporti fra il MANNUCCI BENINCASA da un lato e il LABRUNA e l’OSMANI dall’altro e di chiarire i rapporti fra i predetti ed il GELLI, anche al fine di meglio comprendere il movente del MANNUCCI BENINCASA nell’esecuzione dei reati a lui ascritti (v. motivazione dei decreti di intercettazione telefonica di data 29.6.93) relative alle utenze in uso all’OSMANI, al LABRUNA e al GELLI. Venne così disposta una serie di intercettazioni telefoniche, fra le quali l’intercettazione dell’ utenza del GELLI e di quelle dell’ OSMANI.

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Queste ultime portarono all’ ascolto di numerose conversazioni fra l’OSMANI, il LABRUNA e tale Salvatore PIRAS (già dipendente della D.I.G.O.S. di Roma), conversazioni d’ interesse di altri procedimenti e perciò trasmesse alle competenti autorità, giudiziarie. L’ intercettazione effettuata sul GELLI, invece, svelò un’ ulteriore insidia cui stava andando incontro l’accertamento della verità sulla strage del 2.8.80. Venne infatti ascoltata una conversazione in cui il GELLI, parlando con una sua amica di Bologna, tale MASSARI Nunzia, affermava di avere trovato ” un altro personaggio tipo MONTORZI….”(vedi rapporto U.I.G.O.S. Arezzo di data 11.4.88 e seguenti).

Per apprezzare il senso -e la rilevanza per i procedimenti relativi alla strage- di tale frase, occorre ricordare che l’avv. Roberto MONTORZI, già difensore di parte civile nel primo processo per l’attentato del 2.8.80 (processo nel quale il Gelli era imputato per associazione sovversiva), aveva avuto un incontro col predetto GELLI presso la sua abitazione di Arezzo, dopodiché aveva rinunciato al mandato difensivo ricevuto ed aveva pesantemente attaccato l’ istruttoria ed alcuni magistrati bolognesi, ponendo perciò le premesse di una durissima campagna di stampa delegittimante le indagini e il processo. E ciò proprio mentre era in corso il dibattimento per la strage del 2 Agosto innanzi alla Corte d’ Assise d’ Appello di Bologna che, come si è visto in precedenza, annullerà la maggior parte delle condanne inflitte in primo grado, e fra queste anche quella del GELLI.
Fatta questa premessa -e tenuto conto del fatto che al tempo in cui venne intercettata quella telefonata era da poco cominciato innanzi alla Corte di Assise di Appello di Bologna il secondo procedimento di appello- risulta evidente il motivo della preoccupazione generata negli inquirenti dalla frase intercettata.
Da altra conversazione telefonica effettuata sull’ utenza del GELLI risultò poi che la persona indicata come “un altro MONTORZI” non poteva essere altri che tale Mara LAZZERINI, teste d’accusa nella prima istruttoria. Costei, già intima del GELLI, aveva fra l’altro segnalato agli inquirenti la sussistenza di rapporti mai riconosciuti dal capo della P.2. e -in particolare- aveva parlato di telefonate intercorse fra il GELLI e Stefano DELLE CHIAIE, telefonate di particolare importanza ai fini dell’ accusa in quanto comprovanti l’ esistenza di un rapporto diretto fra due dei principali imputati dei delitto associativo { v. cap. XX, ff. 251 e ss. del rapp. n. 3468 – 181 CC. Bologna).

Dall’ attività istruttoria dispiegata a seguito delle telefonate sopra dette, risultò che la LAZZERINI aveva scritto al GELLI un biglietto di rappacificazione cui questi aveva risposto con la richiesta -formulata telefonicamente- di ritrattare le dichiarazioni fatte a suo tempo: solo a queste condizioni la LAZZERINI avrebbe avuto il suo “perdono ” (e l’ aiuto per un figlio che versava in difficoltà economiche).

La subornazione della LAZZERINI da parte di GELLI nel delicato contesto determinato dalla contemporanea celebrazione del secondo processo di appello risultò avvalorata da esiti di perquisizioni, dichiarazioni di testi ecc. e gli atti furono quindi stralciati e inviati alla Procura presso la Pretura territorialmente competente. A questo punto va ricordato che, precedentemente a queste ultime emergenze, l’Ufficio, in data 11.10.’93, aveva disposto la riunione del procedimento relativo all’ ITALICUS e di quello relativo alla strage di Bologna, e ciò per ragioni soggettive e probatorie (in entrambe le istruttorie risultavano imputati BALLAN, DELLE CHIAIE e TILGHER; i fatti ascritti al BONGIOVANNI erano di interesse comune alle due istruttorie; le illecite attività del MANNUCCI BENINCASA riguardavano parte fatti risaliente al 1974 e parte le indagini concernenti la strage di Bologna del 2.8.1980).

Nel frattempo erano in corso ulteriori attività di indagine. In particolare continuavano le acquisizioni di atti presso i Servizi e cominciavano a venire a maturazione i frutti di un vasto lavoro investigativo svolto da tempo dal R.O.S dei Carabinieri. (…). Venne inoltre disposta una perizia storico-archivistica sulla documentazione acquisita dal S.I.S.M.I..

Nel corso dell’ istruttoria, inoltre, emersero elementi concernenti le posizioni degli imputati del primo procedimento perla strage di Bologna, che furono di volta in volta trasmessi alla Procura Generale per l’eventuale versamento nell’ istruttoria dibattimentale, fra questi si ricorda per la sua notevole rilevanza la deposizione di Giuseppe DE BELLIS, dirigente di Terza Posizione per l’Emilia-Romagna.

Sentenza Italicus bis pag 29-32

Vincenzo Vinciguerra – verbale 02.07.1985 – prima parte

E’ vero che nei giorni scorsi ho revocato il mandato al qui presente avvocato Pisauro nell’ ambito del procedimento che mi vede imputato dinanzi al GI di Venezia. Cio’ in quanto non intendo essere assistito da alcun legale. Tuttavia, ai limitati fini di questo atto, accetto di essere assistito dallo stesso avvocato Pisauro. A questo punto l’ ufficio informa il Vinciguerra che il presente atto viene assunto nelle forme di cui all’ articolo 348 bis cpp, tenuto conto che la materia di cui ci si occupa potrebbe prospettare profili di connessione anche con situazioni e posizioni rispetto alle quali puo’ sussistere un interesse del Vinciguerra medesimo in relazione alle imputazioni che gli sono attualmente ascritte. Dato cio’, il Vinciguerra viene avvertito che ha facolta’ di non rispondere.
Il Vinciguerra dichiara: prendo atto di quanto procede, che ho ben compreso, e dichiaro che intendo rispondere.

Adr: innanzi tutto intendo integralmente confermare, in tale modo qui richiamandole, tutte le dichiarazioni da me rese a questo ufficio in data 06.05.85 – 07.05.85; dichiarazioni delle quali ho chiara memoria, senza necessità che mi vengano rilette. Prendo atto che, comunque, il GI ora espone sinteticamente il contenuto di tali mie dichiarazioni. Per parte mia, aggiungo che – come e’ noto – recentemente ho rilasciato due interviste, una televisiva l’ altra giornalistica; Quella televisiva e’ stata trasmessa nell’ambito del programma “Linea diretta” e venne raccolta dal giornalista Sposini Lamberto; L’ altra, l’ ho rilasciata al giornalista Chiodi Roberto ed e’ stata pubblicata sul “Giorno” se non ricordo male del 21 maggio u.s.

Adr: non ho nulla in contrario a che l’ ufficio acquisisca il testo di entrambe le interviste; segnalo solo il fatto che quella televisiva ha subito diversi tagli.

Adr: i nomi di Torti Alessandro e Bettini Maria Benedetta come tali non mi dicono nulla. Prendo atto che si tratta di due milanesi, marito e moglie, rifugiatisi in Spagna. Puo’ essere che li abbia occasionalmente conosciuti sotto altro nome. Prendo atto che costoro sarebbero arrivati in Spagna nel 1976 e che, dopo un periodo trascorso a Madrid (nel corso del quale il Torti avrebbe lavorato come direttore in due ristoranti, denominati “El Meneghin” e “Cesare”), si sarebbero trasferiti in altra localita’ della Spagna, ad Altea. Prendo altresi’ atto che costoro avrebbero avuto contatti in Spagna con Delle Chiaie Stefano, Zaffoni, Battiston, Rognoni e certo Gigi del gruppo “La Fenice”. Ribadisco che non ricordo proprio i nomi di tali due persone; come pure non ricordo i due ristoranti sopra citati, nei quali non penso di essere mai stato.
Devo fare presente che nel 1976 io fui in Spagna solo nella seconda meta’ dell’ anno, da giugno fino a fine dicembre. Fu l’ ultimo periodo che io trascorsi in Spagna. Inoltre aggiungo che a quella epoca, tra i latitanti e rifugiati italiani in Spagna, si era creata una sorta di compartimentazione, ossia di netta separazione, tra quelli di ON e quelli di AN. Tale separazione fu riflesso in Spagna del fallimento di un processo unificante, che pure era stato portato avanti nel periodo precedente in Italia come in Spagna. Piu’ che altro, per la precisione, si era trattato di un lungo dibattito inteso a verificare l’ opportunita’ e la praticabilita’ di una unificazione tra le forze dei due movimenti;
Dibattito che venne ampiamente svolto in Spagna. Detto dibattito ebbe inizio nel 1974, dopo che l’ offensiva del regime aveva portato allo scioglimento dell’ Mpon ed alla necessita’ di tentare un controllo su un ambiente disorientato come quello dei militanti di ON o comunque di sbandati, come tali esposti al rischio di manovre di provocazione, in particolare da parte dei servizi. A tale proposito va fatto riferimento, ad esempio, al cosiddetto gruppo di Ordine Nero (che non a caso Graziani Clemente, sia privatamente che pubblicamente, giudico’ come frutto di un’ iniziativa dei servizi) ed anche al Mar di Fumagalli. Il dibattito sulla prospettiva di una unificazione fra on e an ebbe il suo momento di maggiore intensita’ nell’ estate – autunno 1975.

Adr: anche a me risulta, perche’ ne ho sentito parlare, che nel settembre 1975, ad Albano Laziale, vi fu un convegno tra esponenti dei due gruppi per tentare di definire i termini di una unificazione. Quel convegno, comunque, non sorti’ alcun effetto.

Adr: riguardo ai nomi dei partecipanti a detto convegno, preferisco non rispondere. Io comunque non c’ ero. Arrivai in Italia il 28.09.75 o 29.09.1975 (la cosa e’ facilmente accertabile in quanto venni trattenuto per circa sei ore alla frontiera di Ventimiglia, finche’ non risulto’ dalla cancelleria del tribunale di Trieste che ero stato assolto nel processo per il dirottamento aereo: io, non avendo documenti, in frontiera avevo dichiarato la mia vera identita’ sapendo di essere stato assolto: ci vollero appunto quelle ore per appurare che il mandato di cattura non era in effetti piu’ eseguibile), e quel convegno era gia’ avvenuto. Rientravo in Italia dopo un’ interrotta permanenza in Spagna dall’aprile del 1974.
Per quanto poi riguarda la fase successiva al mio rientro in Italia, v’ e’ da dire che, poiche’ il dibattito di unificazione non stava avendo alcun pratico effetto, AN proseguì autonomamente nella sua attivita’ politica di carattere legale. Cito ad esempio il comizio che AN tenne a Reggio Calabria il 12.10.75, con la partecipazione anche di due stranieri, riesco Jose’ Luis Jerez, spagnolo, e Mario, esponente dell’ Elp portoghese. Nei giorni immediatamente successivi al comizio di Reggio, apprendemmo dalla lettura di due giornali, uno sicuramente “Repubblica”, la notizia che era imminente la emissione di 64 mandati di cattura contro esponenti di AN. Si tratto’ di una fuga di notizie, evidentemente voluta da qualcuno. In epoca successiva apprendemmo voci secondo le quali al vertice politico vi era stato un contrasto tra l’ambiente vicino a Fanfani, contrario allo scioglimento di AN in quel momento, e l’ ambiente vicino ad Andreotti, invece favorevole la fondatezza di quella notizia (e cioe’ che fossero in preparazione provvedimenti di cattura contro AN) fu confermata poi il 24 novembre, quando effettivamente furono spiccati proprio 64 mandati.
La tanto discussa unificazione tra ON e AN fallì definitivamente nel dicembre 1975, quando, proprio dopo un incontro tra esponenti dei due gruppi, avvenuto nel noto appartamento di via sartorio qui a Roma (presenti fra gli altri, circa trenta persone, per AN Tilgher Adriano e per ON Signorelli Paolo e Fachini Massimiliano; io deliberatamente non volli intervenire dati i miei pessimi rapporti con quelli del veneto in particolare), il giorno dopo, e cioe’ il 751202, vi fu la operazione che porto’ all’arresto mio e di Tilgher, Di Luia Bruno, Crescenzi Giulio e Gubbini Graziano. L’ operazione fu esclusivamente condotta dai carabinieri, contrariamente a quanto avveniva in quel periodo quando nei confronti della destra in genere operava quasi esclusivamente il ministero degli interni, come nel caso dei citati 64 mandati di cattura contro an. Tanto che avevamo ritenuto di porre in rilievo il diverso comportamento dei due corpi con un comunicato stampa, che il 2 dicembre venne trovato su un tavolo nell’appartamento di via Sartorio.
Preciso che dal rapporto dei cc su quella operazione poi si apprese che l’ appartamento era in qualche modo sotto controllo dalla seconda meta’ di ottobre; io stesso (che durante quella mia permanenza in Italia soggiornai esclusivamente in detto appartamento) ebbi modo di accorgermi di strani movimenti, si intende intorno all’ appartamento, a partire dalla fine di novembre; quando evidentemente i controlli vennero intensificati. Cio’ dovette avvenire proprio in coincidenza con l’ arrivo nell’ appartamento di ricercati, quali in quel momento erano Tilgher, Di Luia e Gubbini, che infatti giunsero il 24 novembre per sfuggire alla operazione contro avanguardia (Tilgher e Di Luia; Gubbini arrivo’ qualche giorno dopo).
Insomma, ritenemmo subito che elementi di ON fossero responsabili dell’ operazione, cio’ in quanto il senso della stessa venne per forza individuato nell’ esclusiva neutralizzazione del gruppo dirigente di an in Italia, visto che un controllo sull’ appartamento era in atto da tempo (come apprendemmo poi dai rapporti dei cc), e visto che ci si guardo’ bene dall’ effettuare un qualsiasi intervento la sera prima in occasione cioe’ della riunione di cui ho parlato, e dalla quale avevano partecipato almeno 30 persone, tra esponenti di AN e di ON. Invece, il 2 dicembre, l’ unico esponente di ON, e neppure di primo piano, presente in via Sartorio era il Gubbini. Non a caso il 2 dicembre segno’ la fine di Avanguardia Nazionale come forza organizzata.

Adr: nell’ appartamento di via Sartorio, nell’ autunno del 1975, soggiornarono per un certo periodo anche Delle Chiaie e Concutelli Pier Luigi, anche contemporaneamente.

Adr: mi pare che il 2 dicembre i cc trovarono nell’ appartamento un documento con la foto di Concutelli. Non ricordo invece se vi fossero foto di Tuti Mario.

Adr: il nome Piccioli Barbara non mi giunge nuovo e istintivamente sono portato ad accostarlo a quello di Gubbini Graziano. Potrebbe essersi trattato di una delle due ragazze che ricordo vennero ad assistere al processo per la vicenda di via Sartorio e che in quella occasione si trattennero a salutare appunto il Gubbini.

A domanda del difensore risponde: e’ vero che all’ epoca dei fatti di Reggio Calabria, Almirante tenne un comizio in quella citta’ nel corso del quale egli esibi’ una copia, fresca di stampa, del giornale di AN. Questa fu la condizione che gli era stata imposta per potere tenere il comizio. A imporgliela fu o direttamente lo stesso Delle Chiaie o il responsabile del Fronte Nazionale di Reggio, Zerbi Felice.

Questo episodio e’ sintomatico dell’ egemonia di AN in quella zona e in quella situazione (siamo negli anni 1969 – 1971, come e’ noto). A questo punto si da’ atto che l’ avvocato Pisauro si allontana per altri impegni professionali, sottoscrivendo il verbale fino a questa pagina. L’ ufficio chiede ed ottiene il consenso del Vinciguerra a proseguire anche in assenza del legale, ed avvisa quest’ ultimo che l’escussione verra’ comunque ripresa domani mattina alle ore 10.00. Inoltre, sempre a questo punto, l’ interrogatorio viene momentaneamente sospeso.

Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e P2

Nell’impugnata sentenza si afferma l’ascrivibilità della strage all’estrema destra eversiva sulla base di accertate analogie con fatti precedenti, sicuramente attribuibili al terrorismo neofascista. Quest’avviso, debolmente motivato, ha ricevuto in sede di rinnovazione parziale del dibattimento sostanziose conferme ed importanti arricchimenti.
E’ risultato invero di come, dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo nel novembre del 1973 e dopo la denuncia pressoché contemporanea di Avanguardia Nazionale per ricostituzione del partito fascista, i due movimenti siano entrati in crisi e si sia imposta per loro la scelta della unificazione e della clandestinità.
Della unificazione, sia come di un tentativo non riuscito, ha parlato Vinciguerra Vincenzo, nell’interrogatorio reso il 2 luglio 1985 al G.I. di Roma, riferendo di un lungo dibattito iniziato nel ’74, dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo, per la “necessità  di tentare un controllo su un ambiente disorientato come quello dei militanti di Ordine Nuovo o comunque di sbandati, come tali esposti al rischio di manovre di provocazione …”. Il dibattito – secondo Vinciguerra – era giunto al suo punto di maggiore intensità nell’estate-autunno ’75, quando ad Albano Laziale vi era stato un convegno fra esponenti dei due gruppi per tentare di definire i termini di una unificazione: il che peraltro non era avvenuto. Anzi nel dicembre ’75 l’ipotesi unitaria era definitivamente tramontata, dopo un incontro a Roma in via Sartorio cui avevano partecipato, fra gli altri, Adriano Tilgher per A.N., Paolo Signorelli e Massimiliano Fachini per O.N..
Sta di fatto però che immediatamente dopo suddetta riunione, nel corso di un’operazione di polizia che portò alla scoperta della base di via Sartorio ed all’arresto di esponenti di entrambe le organizzazioni, venne rinvenuto fra l’altro l’organigramma scaturito dall’unificazione delle organizzazioni stesse, formalizzata, secondo il Calore,  in una riunione tenutasi nel precedente mese di settembre ad Albano Laziale. Laddove la circostanza che il Vinciguerra intenda l’operazione di via Sartorio come diretta essenzialmente contro A.N.  e come frutto della collusione di esponenti di O.N. con i servizi di sicurezza, spiega ampiamente perché lo stesso Vinciguerra neghi strumentalmente che si sia giunti ad una effettiva, anche se momentanea riunificazione.
Al riguardo sono stati acquisiti in senso positivo altri, concordanti elementi di prova.
Nell’interrogatorio reso al PM di Bologna il 10 maggio 1982, acquisito al dibattimento di primo grado, Marco Affatigato dava atto di come la fusione tra O.N. ed A.N. si fosse realizzata nel ’75, precisando che verso la fine di quell’anno Clemente Graziani, prima titubante in quanto sospettoso di mene golpiste e di contatti di A.N. con i servizi segreti, venne quasi costretto, trovandosi in difficoltà a Londra, a mutare posizione e dare il suo assenso.
Va poi ricordato che Andrea Brogi ha collocato all’inizio del processo di unificazione – prima quindicina di gennaio ’74 – l’incontro di Villa Collemandina, tenutosi alla presenza di esponenti delle due organizzazioni (Tomei, Cauchi, Gubini, Enzo Castori, Enrico Pugliese per O.N. Adriano Tilgher per A.N.) al precipuo scopo di coordinare a livello territoriale toscano le strutture e l’azione di O.N e A.N.
Analogamente il Tisei ha datato al 1975 l’unificazione, precisando che anche Stefano Delle Chiaie e Flavio Campo erano entrati a far parte dell’ufficio politico unificato. A suo dire, nella realtà romana l’unificazione aveva retto fino all’arresto del Concutelli. Ne erano seguite delle polemiche, ma i rapporti personali erano continuati, tanto che Adriano Falabella di A.N. , gli aveva riferito di aver incontrato nel ’77 a Madrid Stefano Delle Chiaie in compagnia di Paolo Signorelli.
Del processo di clandestinizzazione seguito allo scioglimento di O.N. ha riferito diffusamente Paolo Aleardi, precisando che venisse visto diversamente dai politici – Graziani e Signorelli – e dai militari, in particolare dal Concutelli. Mentre i primi si limitavano ad accettarla in quanto necessaria al sopravvivere dell’organizzazione, con la tendenza a limitarla a gruppi operativi destinati a specifiche organizzazioni armate, i secondi davano importanza molto maggiore alla clandestinità, vedendola in funzione di uno sviluppo – da loro auspicato – della lotta armata.
Sui  particolari del processo di clandestinizzazione ha riferito poi Sergio Calore, parlando delle istruzioni che vennero date dal Graziani e dal Pugliese ai membri del circolo Drieu La Rochelle di Tivoli, subito dopo lo scioglimento di O.N.
Al riguardo si fa rinvio a quanto esposto al punto 81 della narrativa, sottolineando come – secondo il Calore –  fosse apparsa a tutti evidente la diretta connessione fra tali istruzioni e la serie di attentati iniziati nel ’74 sotto la sigla di Ordine Nero. Certo è che questi attentati, seguiti a breve dalle stragi di Brescia e dell’Italicus, furono immediatamente successivi ai fatti di cui si è trattato.
Ove si consideri che si sono acquisite molte e valide prove di come fossero stati elaborati programmi di attentati strategicamente finalizzati ad un colpo di stato, può giungersi fondatamente a ritenere che, al di là del dato meramente temporale, l’unificazione delle due principali organizzazioni della destra eversiva – anche se in fase di graduale attuazione – e la loro clandestinizzazione costituiscono gli antecedenti logici agli attentati del ’74-75.
(…) Sergio Calore ha riferito di aver appreso dal Signorelli nell’autunno ’73 – ossia proprio all’epoca dello scioglimento di O.N. e della clandestinizzazione delle strutture – di un progetto di colpo di stato previsto per la primavera-estate dell’anno successivo.
In ambienti militari e dei servizi segreti si tendeva ad un rivolgimento istituzionale ed alla instaurazione della Repubblica Presidenziale: la stessa aspirazione – come si è visto – del capo della P2, Licio Gelli, il quale addirittura, a suo dire, ne aveva accennato al Presidente della Repubblica dell’epoca, on. Leone.
Gli attentati, destinati ad opera di sommovimento, dovevano essere compiuti contro vari obiettivi, linee di trasporto, sedi della sinistra e simili. Dovevano essere attuati da vari gruppi – fra i quali esistevano gravi problemi di connessione – e rivendicati con diverse sigle, anche di fantasia. L’ordine avrebbe dovuto essere poi ristabilito da gruppi dell’esercito di stanza nella regione militare del nord-est.
Lo stesso Calore, nella deposizione resa al G.I. di Bologna il 28 maggio 1985, ha parlato della riunione tenutasi a Tivoli nel novembre-dicembre ’73, durante la quale si era trattato, in termini generici, di azioni militari e attentati esplosivi.  Né la voce di calore resta isolata.
Di un programma di attentati parla il Brogi, il quale, nell’interrogatorio del 29 gennaio 1986 al G.I. di Bologna, riferisce di come nelle diverse riunioni preparatorie (Villa Collemandina, Montesilvano, Roma) si fosse determinata una spaccatura fra chi – come il Pugliese – accentuava il momento “politico” degli attentati, i cui obiettivi avrebbero dovuto essere individuati in modo selettivo sulla base di specifiche ragioni,  e chi, come i milanesi, tendeva alla destabilizzazione fine a sé stessa. Su questa posizione erano allineati, in Toscana il Tuti ed il Cauchi.
Dalle dichiarazioni rese dallo stesso Brogi al G.I. il 9 gennaio 1986 risulta poi che sul piano locale aretino, contemporaneamente alle riunioni di cui si è parlato, “stava iniziando un processo di individuazione delle persone che avrebbero potuto rendersi disponibili per compiere azioni di tipo militare”.
Dal suo canto e nello stesso senso Angelo Izzo riferisce di aver appreso da Tuti come costui avesse partecipato in Toscana ad alcune riunioni del gruppo ordinovista, cui aveva aderito. Ad una di tali riunioni era stato presente Clemente Graziani (di poi, quando si era tentato di prendere le distanze da Tuti, si era fatto circolare la voce che si fosse trattato di un sosia), il quale aveva parlato di attentati alle ferrovie ed ai treni.
Nell’interrogatorio al G.I. di Bologna dell’8 maggio 1985 l’Izzo ha confermato queste dichiarazioni, precisando come il Tuti fosse irritato per le voci sulla partecipazione alla riunione di un sosia del Graziani e come – a suo dire – il discorso sui treni non fosse immediatamente operativo: treni e ferrovie erano stati indicati come obiettivo primario da colpire ai fini di una rapida destabilizzazione, ma non erano stati programmati specifici attentati.
Per ulteriori particolari su queste dichiarazioni si richiama il punto 82.

In termini pressoché analoghi si è espresso il Calore (interrogatorio  del 28.5.1985 al G.I. di Bologna): “Il Tuti, durante la comune detenzione, mi confidò di aver preso parte ad una riunione preordinata all’organizzazione di attentati  alle ferrovie, cui prese parte anche il Graziani. Tuti era certo si trattasse proprio di Clemente Graziani e irrideva quella tesi  secondo cui si sarebbe trattato di un sosia”.
Riunioni dunque in preparazione di un programma di attentati, ma anche persone che sollecitavano gli attentati stessi, li finanziavano o si dicevano disposti a farlo.
(…) si ricordano le dichiarazioni rese da Marco Affatigato sullo sconosciuto massone, verosimilmente aretino, che venne a Lucca, presentato da Batani, per sollecitare un programma terroristico e per offrire finanziamenti. Ove si consideri come il teste Spinoso – della cui attendibilità non è lecito dubitare – abbia ricevuto da Mauro Tomei piena conferma dell’episodio, deve ritenersi che la posizione negativa assunta al riguardo dal Tomei non impedisca affatto di considerare l’episodio stesso come validamente provato.
Né certo va trascurato che Affatigato – come si è visto, pienamente attendibile sul punto – ha riferito di aver appreso dal Graziani di ben più consistenti offerte di finanziamento da parte di ambienti massonici.
Più specifici elementi in tema di finanziamenti ha fornito il Brogi, attestando (…) di aver visto il Cauchi in possesso di una notevole somma di denaro che lo stesso Cauchi aveva detto essergli stata consegnata dal Gelli. Al riguardo, ed anche ai fini di valutare l’attendibilità del Brogi, è importante ricordare come la polizia aretina avesse avuto il sospetto che il Cauchi fosse finanziato dal Gelli. Come si è evidenziato (…) il Maresciallo Baldini, notando come il Cauchi avesse una certa disponibilità di danaro e sapendo che era solito frequentare la casa del Gelli, ne aveva dedotto che questi gli desse del denaro. Il Cauchi, naturalmente, lo ha negato: ha dovuto però ammettere di averne frequentato la casa, ed allora resta da chiedersi il perché di un fatto certamente inusuale, data la differenza di età, di posizione sociale, di interessi dei due personaggi.
Si deve considerare, nella doverosa valutazione d’assieme delle emergenze processuali, come fin dall’istruttoria siano emerse non solo le aspirazioni del Gelli ad mutamento istituzionale in senso autoritario, ma le preoccupazioni, nutrite ai vertici massonici, di un suo coinvolgimento in trame golpiste (punto 10).
Si ricordano al riguardo le precise accuse dell’avv. Ermenegildo Benedetti; le dichiarazioni di Angelo Sambuco su come il Gran Maestro Salvini desse quasi per sicuro un colpo di stato proprio nell’estate del 1974; le ammissioni a denti stretti dello stesso Salvini  sulla possibilità che nel luglio ’71 si fosse espresso in senso favorevole a “far fuori” Gelli (naturalmente in senso massonico).
Chi era il Cauchi è sicuro e dimostrato: il leader, con il Batani, degli ordinovisti aretini. Come tale lo indica la moglie, De Bellis Alessandra. Analogamente il Brogi, che lo dà presente a tutte le riunioni tenute in preparazione degli attentati. Viene indicato dall’Affatigato come membro del F.N.R. ed era certo di stretti rapporti col Tuti, che lo attendeva, il giorno del duplice omicidio di Empoli, per darsi assieme alla latitanza. Era presente col Franci al sequestro del Borgi; venne raggiunto da ordine di cattura per i fatti del gennaio ’75; fu di poi latitante in Spagna aiutato da esponenti di A.N. (vedi Vinciguerra punto 78), a riprova di come all’epoca fossero tutt’altro che inusuali i contatti fra Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.
La De Bellis inoltre descrive il Cauchi, con riferimento all’epoca della loro convivenza, cessata nell’ultimo torno del ’73, come un individuo con occupazioni incerte e saltuarie, né vi sono motivi per ritenere che nel periodo immediatamente successivo le sue condizioni economiche siano decisamente migliorate. Il Brogi inoltre riferisce dei numerosi viaggi fatti dal Cauchi nel febbraio-marzo ’74, fornendo un elemento che singolarmente coincide – rafforzandolo – col rilievo del maresciallo Baldini sulla sua successiva e inspiegabile disponibilità di denaro.
Deve aggiungersi che Vincenzo Vinciguerra (punto 78) ha dato atto di aver saputo dallo stesso Cauchi di suoi rapporti di notevole intimità col Gelli, il quale di tanto in tanto – a suo dire – gli aveva versato delle piccole somme di denaro a titolo di finanziamento.
Inoltre dal documento consegnato da Mauro Tomei al G.I. di Firenze il 16.10.1985 (si tratterebbe di una relazione autografa di Affatigato al Graziani, pervenuta alT tramite certo George Tamboulive) risulta, oltre ad una conferma dell’incontro a Lucca col massone, che il Cauchi era entrato in contatto col finanziatore del gruppo aretino per parlargli di un acquisto di armi. Il documento (…) sembra di mano dell’Affatigato – come dichiarato dallo stesso Tomei – ma reca numerose aggiunte e correzioni eseguite con diverse grafie; è inoltre incompleto e quindi ha un valore probatorio piuttosto modesto, anche in considerazione del modo non certo chiaro con cui è pervenuto al Tomei. Da comunque un ulteriore riscontro agli elementi in base ai quali può ritenersi validamente accertato che ambienti massonici, ed in particolare il Gelli, nel periodo fine ’73- inizio ’74 fossero in contatto con gruppi ordinovisti lucchesi ed aretini e, sia pure parzialmente, ne finanziassero le attività.
Né certo va trascurato di porre in rilievo che lo stesso Franci, nel confronto Batani dell’8.9.1976 afferma espressamente  di aver appreso dal Batani e dal Cauchi – all’epoca latitante – notizie sui “collegamenti fra esponenti della massoneria di Arezzo, o meglio della P2, il SID ed alcuni elementi di destra sempre di Arezzo” nonché sui “rapporti avuti dal Batani con un certo Maresciallo dei Carabinieri di Arezzo”.  Il Batani in quella circostanza ammise di aver fatto queste confidenze al Franci, parlò dei suoi rapporti con Maresciallo Cherubini mentre si rifiutò, per timore, di fare dichiarazioni sui collegamenti fra la Loggia P2 ed esponenti della destra aretina.
Non è chi non veda quindi la debolezza del successivo assunto del Franci di aver parlato soltanto per evitare il trasferimento al carcere di Nuoro. Che questo fosse il suo intento lo si può dare per acquisito (al termine del confronto consegnò al PM perché l’inoltrasse, una domanda di trasferimento dal carcere di Nuoro):  che avesse però riferito solo voci correnti ad Arezzo non è vero affatto, se lo stesso Batani ammise di avergli parlato dell’argomento P2, e non certo in termini banali se rifiutò ogni dichiarazione al riguardo adducendo l’aver paura.
Tutto ciò si pone come ulteriore, anche se generica conferma dei rapporti fra il Cauchi ed il Gelli emersi sulla base degli accertamenti della Squadra politica della Questura di Arezzo, delle ammissioni del Cauchi, delle dichiarazioni dell’Affatigato, dello Spinoso, del Brogi, nonché di quanto risulta dal suddetto documento consegnato dal Tomei.

Sentenza di appello Italicus 1986