Vincenzo Vinciguerra – dichiarazioni 29.06.1984

Premetto che nella giornata di ieri ho deposto davanti al GI di Venezia che indaga sulla strage di Peteano ed ho gia’ riferito a lui quando fino sino ad ora mi ero ripromesso di dire su tale fatto. Non ho difficolta’ a dire che nella sede suddetta mi sono attribuito la responsabilita’ della organizzazione, dell’ ideazione e della esecuzione dell’attentato. E’ evidente pertanto che la mia decisione di contribuire a tale chiarezza intorno ad un periodo di tempo che si e’ caratterizzato anche per le stragi costantemente definite di marca “fascista” , non trae origine da motivi di interesse personale bensi’ da una insopprimibile esigenza politica.
Ripeto che i nomi e le indicazioni concrete mi riservo di farle soltanto dopo essermi consultato con i miei camerati posto che è mio intendimento che una operazione politica come questa non sia decisa da me solo, ma portata avanti da tutto il mio gruppo politico, il quale e’ estraneo alle stragi ed al terrorismo.
Per fare questo in ogni caso bisognerà prendere le mosse fin dai primi anni sessanta, piche’ da tale data che viene portata avanti in Italia una strategia politica unitaria, la quale si e’ servita anche delle stragi, ma non solo queste, in funzione di potere. Il fine politico che attraverso le stragi si e’ tentato di raggiungere e’ molto chiaro: attraverso gravi “provocazioni” innescare una risposta popolare di rabbia da utilizzare poi per una successiva repressione. In ultima analisi il fine massimo era quello di giungere alla promulgazione di leggi eccezionali o alla dichiarazione dello stato di emergenza. In tale modo si sarebbe realizzato quella operazione di rafforzamento del potere che di volta in volta sentiva vacillare il proprio dominio. Il tutto ovviamente inserito in un contesto internazionale nel quadro dell’ inserimento italiano nel sistema delle alleanze occidentali. Se questo meccanismo non ha funzionato cio’ e’ dovuto, almeno in parte non tanto nella sua inidoneità intrinseca a conseguire gli scopi suddetti, quanto per la capacita’ di controllo dimostrata dal Pci sul proprio apparato, sicche’ le masse popolari non sono state coinvolte. Tutto quanto ho affermato sulle finalita’ politiche delle stragi si appoggia non a mie soggettive opinioni, ma a fatti concreti ed alla conoscenza esatta dei meccanismi di azioni relativi. Anche per riferire in dettaglio di cio’ riservo la mia decisione ai prossimi giorni. E poiche’ , come ho detto, sono pronto anche a fare dei nomi, desidero sin d’ ora chiarire che non faro’ i nomi di coloro che io so essere stati coinvolti inconsapevolmente in certe operazioni perche’ me lo vietano precise ragioni etiche, mentre indichero’ con nome e cognome coloro che dalla militanza politica sono passati ad un inserimento in strutture dei servizi di sicurezza divenendo in tale modo agenti di tali servizi destinati ad operare in ambito politico, essendo inseriti nelle formazioni di destra. I loro nomi li posso fare perche’ non riconosco ad essi la qualifica di “camerati” . Per quanto concerne la mia conoscenza di elementi direttamente rilevati come prova sulla strage di Bologna del 02.08.1980 faccio presente in primo luogo che all’ epoca ero detenuto e che quindi per mia scienza diretta su tale fatto non posso sapere nulla. Mi consta tuttavia che “AN” è del tutto estranea a tale fatto.
Indico sin d’ora come teste una persona che fu detenuta con me a Volterra certo Hirsch Hans cittadino austriaco autodefinitosi di destra, il quale mi avvicino’ nel giugno del 83 per dirmi: “che era a conoscenza della estraneita’ di AN alla strage” .

Poiche’ cio’ fu detto nel corso di un discorso piu’ generale, e non conoscendo io in modo approfondito la persona non chiesi ulteriori delucidazioni. Ricordo tuttavia che Hirsch uso’ la parola “so’ ” e non penso o ritengo. In sostanza espresse non una opinione ma una precisa conoscenza. Hirsch era in contatto con Dragutin Petrovic ed altri elementi dell’ ambiente milanese a cavallo tra la destra e la malavita comune, ritengo pertanto che se ha detto di essere a conoscenza dell’ estraneita’ di “AN” alla strage, sia opportuno interrogarlo. Avuta integrale lettura delle dichiarazioni rese da Izzo Angelo al pm di Firenze in merito a confidenze che avrebbe ricevuto dal Sinatti, dichiaro:
In primo luogo non e’ vero che io abbia mai detto al Sinatti le cose riferite da Izzo; in secondo luogo escludo che Sinatti possa avergliele dette. Infatti nel giugno del 1982 Sinatti aveva collaborato con me alla spedizione in varie carceri di un articolo da scritto sulle stragi nel quale veniva esplicitata quale fosse la nostra posizione. E’ evidente dunque che nel parlare della strage di Bologna Sinatti si sarebbe necessariamente attenuto al contenuto di tale documento nel quale erano pesantemente attaccate le posizioni stragiste. Tale documento fu inviato anche a Freda da Sinatti a nome proprio, (non volli firmarlo io non volendo che il gesto fosse interpretato come una ripresa di un dialogo politico che non mi interessava). Avuta lettura delle dichiarazioni di Izzo a pagina 1 del verbale del 20.01.84 al pm di Firenze nella parte in cui lo stesso riferisce di aver appreso da Sinatti Gaetano particolari sulla strage di Peteano dichiaro:
A questo punto mi sono convinto che realmente l’ ispiratore di Izzo non puo’ che essere Calore Sergio. Infatti, poiche’ io non ho mai parlato al Sinatti di Peteano, e quindi nulla egli poteva sapere di tale fatto, debbo ritenere che neppure possa aver detto ad Izzo le cose che questi riferisce. Invero notizie del genere circolarono nell’ ambiente di destra nell’ ottobre 1972,quando ne’ Izzo ne’ Sinatti gravitavano in ambienti di destra (Izzo neppure in seguito) mentre Calore gia’ occupava una posizione in “ON” .

– Posso sin d’ ora affermare che sono in possesso di informazioni relative la strage del 02.08.1980 che sono intenzionato a rivelare al seguito del mio incontro con i “camerati di AN”. Dopo questo incontro, qualunque sia l’esito dello stesso, saro’ disponibile nei limiti che ho sopra precisato, a dire quanto è a mia conoscenza in merito all’ attentato di Bologna.

Letto confermato e sottoscritto­

 

Verbale di confronto Rudy Miorandi e Giorgi Maurizio 17.09.1982

Miorandi: Confermo quanto ho dichiarato nei precedenti verbali, in particolare che fu il Giorgi ad organizzare la cena e a brindare in occasione dell’ 02.08.82.

Giorgi: Io ero all’ aria, non ho organizzato io la cena del 2 agosto ne ho brindato anzi, ho manifestato il mio dissenso per il cattivo gusto dell’ iniziativa.

Miorandi: Confermo che ebbi dal Giorgi una medaglietta ed un appunto scritto per mettermi in contatto con i suoi amici di fuori.

Giorgi: Ti consegnai la medaglietta e l’ appunto perche’ potessi metterti in contatto con i miei amici al fine di ottenere del denaro, in quanto eri continuamente in cerca di denaro per pagare il tuo avvocato.

Miorandi: Confermo che invece il mio contatto all’ esterno era finalizzato ad organizzare la tua fuga.

Giorgi: Di fuga ne hai parlato sempre e solo tu e facesti questi discorsi molto tempo prima.

Miorandi: Confermo che tu mi riferisti di aver ingannato i giudici affermando di aver fatto un solo viaggio in Italia nel 1980, mentre mi riferisti di aver fatto un altro viaggio nel giugno ‘80.

Giorgi: Io commentai soltanto dopo l’ interrogatorio le contestazioni che i giudici mi avevano fatto relativamente al viaggio di giugno, negando di averle mai fatte.

Miorandi: Confermo che tu mi riferisti che prima della strage vi fu una riunione nell’ ufficio di Palladino cui partecipasti tu, Delle Chiaie, lo stesso Palladino ed altre persone.

Giorgi: E’ assolutamente falso.

Miorandi: Confermo che commentando la notizia giornalistica mi dicesti che i due tedeschi implicati nella strage non sarebbero stati mai individuati e che ora si trovavano in un paese dell’ America Latina.

Giorgi: Io ti ho solo parlato del fatto che alcuni europei si ritrovavano in America Latina.

Miorandi: Confermo che mi riferisti un’ episodio relativo al fatto che una volta tornando da una fattoria, restasti a piedi e fosti aggredito da alcuni cani.

Giorgi: E’ vero che una volta parlammo in cella di cani e gatti e che io raccontai un episodio in merito, ma non ho mai accennato ad una fattoria dove io mi recai.

Miorandi: Confermo che mi dicesti che in un’ altra occasione andasti in una fattoria insieme a Tilgher Adriano.

Giorgi: Questa e’ la prova della tua falsita’ perche’ Tilgher non e’ mai stato nell’ America Latina.

Miorandi: Confermo che mi dicesti che la strage era finalizzata ad un colpo di stato.

Giorgi: Non e’ vero.

Miorandi: Confermo che mi dicesti che eri venuto in Italia insieme ad una persona il cui nome figurava sulla agendina sequestrata e che su queste vi figuravano altri nomi di persone importanti.

Giorgi: Era prevedibile che tu sapessi che mi era stata sequestrata un’ agendina ma io non ti ho mai riferito i fatti che tu hai appena affermato.

Si dà atto che la verbalizzazione descrive solo sommariamente il contenuto del confronto e che lo stesso e’ stato registrato su nastro magnetico. Continua confronto datato 17.09.82 ore 18,30 tra Miorandi e Giorgi.

Miorandi: Ieri mattina con un permesso rilasciatomi dal dr gentile mi sono recato a colloquio con Giorgi Maurizio. Questi si e’ subito mostrato incuriosito e meravigliato per il fatto che mentre i suoi parenti era stato negato il colloquio a me era stato concesso. Io gli ho detto che tramite il mio avvocato ero riuscito a farmi dare un permesso e lui ha soggiunto: “ho l’ impressione che ci vedremo a confronto al processo, se qualcuno non ti ammazza prima”.

A questo punto viene nuovamente introdotto il Giorgi dinanzi al quale il teste interrogato conferma quanto appena dichiarato.

Giorgi: E’ vero che ho detto che ci saremmo visti in aula in quanto avevo capito che stavi svolgendo il ruolo del provocatore. Non ho mai detto la frase finale e cioe’ non ho mai fatto cenno alla possibilita’ che qualcuno ti ammazzasse.

Letto confermato sottoscritto

Cristiano Fioravanti – dichiarazioni 29.03.1986

Confermo cio’ che ho dichiarato al dr Vigna di Firenze ed al dr D’Ambrosio di Roma nei verbali del 26.03.86 e 27.03.86 in relazione all’ omicidio di Mattarella Piersanti. Preciso che gia’ nel 1983 io esternai la mia convinzione, sotto forma di supposizione, che mio fratello Valerio avesse ucciso un politico siciliano. Ricordo che ne parlai a proposito dell’omicidio Pecorelli con il magistrato che si occupava di quelle indagini, o il dr Monastero o il dr Macchia o il dr D’Ambrosio.
Ricordo anche che collaborai all’ esame della documentazione alberghiera e delle societa’ che gestiscono i voli Roma Palermo al fine di accertare le presenze di mio fratello Valerio in Sicilia nel periodo gennaio 1980. Ricordo bene che le mie dichiarazioni ai suddetti magistrati vennero verbalizzate. In realta’ io sull’omicidio Mattarella avevo appreso direttamente da mio fratello Valerio, ma ritenni all’ epoca di esternare soltanto mie asserite supposizioni per saggiare quali fossero le reazioni di mio fratello.
Preciso meglio che io ho amato molto mio fratello e ho dedicato a lui la mia vita poiche’ ero convinto che agisse per ragioni esclusivamente ideali e pure.
Senonche’ dopo le accuse recentemente mossegli a proposito della strage di Bologna, recentemente formulate, ho cominciato a dubitare che mio fratello fosse invece inserito in un giro diverso e che le motivazioni delle sue azioni fossero piu’ oscure. Ho deciso pertanto di metterle definitivamente alla prova. Io so, infatti, per avermele lui stesso rivelate che egli e’ coinvolto nell’ omicidio Mattarella.
Se egli lo ammetterà, continuando pero’ a negare la partecipazione alla strage di Bologna, ne dedurro’ che di questa ultima e’ innocente. Se neghera’ invece anche l’ omicidio Mattarella, che io come ho detto so che ha commesso, ne dedurro’ che e’ possibile un suo effettivo coinvolgimento nella strage di Bologna.

– Della partecipazione di mio fratello all’ omicidio Mattarella appresa da lui stesso dopo l’ omicidio del Mangiameli e precisamente il giorno dopo di mattina. Io infatti avevo a detto omicidio partecipato senza conoscere né previamente chiedere i motivi. Successivamente, specie perche’ mio fratello insisteva che era necessario uccidere anche la moglie e la figlia del Mangiameli, chiesi spiegazioni sul perche’ di tali delitti.
Eravamo in auto in giro per Roma e credo fosse presente anche Mambro Francesca. Mio fratello mi disse che il Mangiameli aveva fatto delle promesse circa aiuti ed appoggi che doveva ricevere in Sicilia e che queste promesse non erano state mantenute.In particolare aveva promesso che grazie a determinati appoggi che si era procurato sarebbe riuscito a propiziare l’ evasione di Concutelli, previo trasferimento di costui in un ospedale o in un carcere meno sorvegliato di quello ove si trovava.
Quanto a questi appoggi ed aiuti sarebbero venuti al Mangiameli ed al nostro gruppo, come mi disse mio fratello, in cambio di un favore fatto ad imprecisati ambienti che avevano interesse alla uccisione del presidente della regione siciliana.
All’ uopo era stata fatta una riunione a Palermo, in casa del Mangiameli, in periodo che non so di quanto antecedente all’omicidio del Mattarella, e nel corso di essa erano intervenuti, oltre al Mangiameli, mio fratello Valerio, la moglie del Mangiameli ed una persona della regione (non so se funzionario o politico). Quest’ ultimo avrebbe dato “la dritta” cioe’ le necessarie indicazioni per poter programmare l’ omicidio.
Aggiunse mio fratello che l’ omicidio era stato poi effettivamente commesso da lui e dal cavallini, mentre collaborazione era stata prestata da De Francisci Gabriele, il quale aveva procurato una casa di appoggio, sempre necessaria allorche’ si procede ad azioni armate.
Circa l’ uso della casa, debbo far presente che nelle azioni armate è sempre necessario averne una a disposizione e non ha importanza se questa è occupata o meno da persone che debbono o non debbono essere messe al corrente del fatto. Ci si puo’ infatti ivi presentare, occultando le armi sulla persona, come amici in visita e trattenersi il tempo necessario perche’ venga allentata la pressione di polizia che scatta nelle immediatezze del fatto criminoso. La casa deve infatti trovarsi nelle vicinanze del luogo del delitto. Faccio ancora presente che l’ episodio della uccisione del Mattarella narratami da mio fratello non mi meraviglio’ nonostante fossi certo che l’ uccisione di un politico siciliano era estranea ai fini politici delle nostre azioni. Infatti rientrava nella nostra filosofia di azione procedere anche ad azioni criminose per procurarci favori a condizione pero’ che cio’ non comportasse un legame stabile con diversi ambienti e gruppi. Invero azioni criminose siffatte furono commesse anche in Milano e Roma.

– solo recentemente ho appreso da Calore Sergio, che si trova detenuto con me a Paliano, che i primi contatti di mio fratello Valerio con Mangiameli risalgono al 1979, probabilmente. In particolare tra l’ altro il Calore mi ha rivelato che nel 1979 mio fratello, Dimitri giuseppe e Nistri Roberto, capi militari di Terza Posizione, si recarono da lui per chiedergli un mitra Uzi che doveva servire per essere utilizzato in una progettata evasione del Concutelli a Palermo. Il Dimitri ed il Nistri era legati notoriamente al Mangiameli e ne debbo pertanto dedurre che all’ epoca mio fratello aveva gia’ avuto contatti con costui. Il Mangiameli, per altro, era il responsabile in Sicilia di Terza Posizione ed ovviamente non poteva essere estraneo a quel progetto di evasione del Concutelli, al quale, come ho appreso dal Calore, anche mio fratello partecipava.

– la mia conoscenza col De Francisci risale al 1978 1979, periodo in cui entrambi militavamo nel Fuan. Il De Francisci era molto legato a me ed ancor di piu’ a Valerio.

– mai Valerio ebbe ad accennarmi a matrice mafiosa dell’ omicidio Mattarella, nel senso che questo fosse stato commissionato da ambienti mafiosi. Il fine ultimo era quello di agevolare l’ evasione di Concutelli. Valerio si recava a Palermo talora in macchina e talora in aereo (…)

– Quando si parla di spontaneismo si intende che il nostro gruppo non prendeva ordini da altri ne’ doveva avere contatti stabili con altre organizzazioni.

– Da domande che mi sono state rivolte dai magistrati che indagano sulle vicende giudiziarie in cui io sono coinvolto; domande attinenti anche a mie eventuali conoscenze di rapporti tra il Mangiameli, Pazienza, Sindona e personaggi del genere, ho tratto la convinzione che siano emerse tracce di legami tra Mangiameli ed i servizi segreti, legami dei quali ovviamente io ero all’oscuro. Volo Alberto nel corso del procedimento che si sta celebrando dinanzi alla corte di assise di Roma per l’ omicidio del Mangiameli, ha detto in aula che dopo la strage di Bologna era stato contattato da Spiazzi, che gli avevano proposto dimostrarsi “pentito” per coinvolgere determinati ambienti di destra.

– ricevo lettura delle rivendicazioni anonime pervenute dopo l’omicidio Mattarella. Nessuna di esse mi sembra possa pervenire dai nostri gruppi, sia per lo stile che per il contenuto.

 

Letto confermato sottoscritto. ­

“La banalità del male nel labirinto stragista” – Leonardo Grassi

Sono stato trasferito a Bologna nel 1982, come giudice istruttore e, praticamente da subito, da buon ultimo arrivato, sono stato investito dei processi collaterali a quello della strage. Più avanti mi sono occupato dei processi cosiddetti “bis” per la strage dell’ Italicus del 1974 e per la strage di Bologna del 1980. Dal 1982 al 1994 mi sono occupato di stragi(…)
In uno di questi processi era stata sequestrata della corrispondenza intercorsa fra detenuti dell’area della destra eversiva e una pubblicazione clandestina, denominata «Quex», nonché una serie di documenti di carattere eversivo. Si trattava di leggere quei carteggi e di ricavarne indicazioni utili, se non altro per avere conferme sull’area di provenienza degli autori della strage. Venivo da Trieste, dove avevo iniziato la mia carriera di giudice, e non mi ero mai occupato di terrorismo. È a questo punto che ha iniziato ad aprirsi una prima ferita nella mia buona coscienza di cittadino e di giudice. Le carte che leggevo erano terribili(…).
In molti di quei testi si esaltava il terrorismo indiscriminato, cioè quella forma di terrorismo che non colpisce un obiettivo preciso, bensì, appunto indiscriminatamente, cittadini qualsiasi, colpevoli solo del fatto di trovarsi, in un certo momento, in un posto qualsiasi, per esempio su un treno o in una stazione. È difficile comprendere le motivazioni del terrorismo indiscriminato. Perché la vita di tanti sconosciuti deve essere sacrificata? Quali forze, quali calcoli spingono a un gesto simile? Quale posta è in gioco? Nelle carte che leggevo, trovavo di tutto. Dall’esaltazione del gesto fine a se stesso, prova in sé di supremazia e di potenza, alle nostalgie di epoche e regimi autoritari. Sudditanze a ideologie e gerarchie semplicemente assurde per un tranquillo giudice di provincia della Repubblica italiana. Gli autori di questi scritti erano persone che esaltavano lucidamente l’odio e ispiravano la loro ideologia a varie letture, apparentemente le più improbabili, dal «Signore degli anelli» all’Hermann Hesse del «Giuoco delle perle di vetro», del quale mi parlò con grande sussiego uno dei più noti eversori di quel tempo allorquando lo interrogai per avere risposte sulle stragi e ricevetti, invece, una modesta lezione di letteratura. Povero Hermann Hesse, prima mito di una generazione che cercava l’armonia nel viaggio in India e poi esempio per un gruppo di fanatici stragisti! In quelle carte c’era di tutto, dicevo, ma non c’era l’essenziale. C’era la strategia stragista cosi come veniva percepita dai fascisti extraparlamentari autori di attentati o dai loro simpatizzanti, c’era un’esaltazione quasi romantica del gesto estremo e della morte, ma non si parlava del senso politico delle stragi, della loro ragione concreta, del loro senso di atto di guerra: «guerra psicologica», la chiamavano negli scritti della Cia, oppure «not ortodox war» oppure, ancora, «guerra a bassa intensità».
Da ingenuo qual ero, non sapevo neppure che ci fosse una guerra in Italia, una guerra a una sola direzione, combattuta dai Servizi statunitensi e dai loro complici italiani per contrastare non solo il comunismo ma anche le regole più elementari della democrazia, come quella che il popolo è sovrano e che non si può uccidere, a caso, una parte del popolo, per esempio in una stazione ferroviaria, in nome di cervellotiche trame. Follia? No, assumere la strategia stragista sotto la definizione di follia significa semplicemente eludere gli interrogativi che quella strategia ha proposto. Gli eversori che interrogavo a quel tempo erano abituati all’impunità. Avevano commesso rapine, omicidi, stupri nella convinzione di essere intoccabili. I loro scritti e le dichiarazioni di alcuni collaboratori avevano aperto uno squarcio sul loro stile di vita e sulla loro mentalità, avevano rivelato la loro percezione di un senso di onnipotenza confermato dalla debolezza con cui le istituzioni avevano risposto ai loro crimini. Quei detenuti rappresentavano una sorta di feroce jeunesse dorée, nella quale si agitava una cultura della morte divenuta ideologia, in alcuni casi «spontanea» (si parlava allora di «spontaneismo armato»), in altri casi indotta dalle sollecitazioni che i più lucidi di loro riconoscevano, dagli oscuri teorizzatori della «strategia della tensione». Si contrapponevano due linee e una,la più improbabile, la più fragile, consisteva nel fare attentati e seminare il panico fra la popolazione per arrivare infine a quello che allora veniva definito il «golpe nero», cioè un golpe che portasse al potere un regime di tipo dichiaratamente nazifascista, la seconda, sicuramente più realistica, tendeva, con i medesimi mezzi, a indurre nella popolazione uno stato di paura tale da consentire l’avvento al potere di un governo d’ordine che, in nome di un’istanza di sicurezza, cancellasse le garanzie democratiche e perseguisse con il massimo vigore gli odiati comunisti, in particolare le frange più radicali della sinistra. L’impunità della quale l’ambiente di cui mi occupavo aveva sino a poco prima goduto, tuttavia, per una complessa serie di ragioni, era in qualche misura venuta meno e quegli uomini, ora, si trovavano in carcere grazie alle indagini di alcuni giudici, due dei quali, il giudice Occorsio e il giudice Amato, per vendetta, erano stati uccisi a pochi anni di distanza l’uno dall’altro. Il giudice Amato, in particolare, aveva indagato sui Nar (Nuclei armati rivoluzionari), organizzazione che prima delle sue indagini risultava del tutto misteriosa, della quale facevano parte alcuni di quelli che poi sarebbero stati gli autori della strage di Bologna. Il giudice Amato, guardato con diffidenza dai propri capi, non compreso nell’importante lavoro che stava svolgendo, era stato ucciso poco tempo prima della strage di Bologna, nel contesto di un progetto di terrore e destabilizzazione che, come effettivamente avvenne, doveva culminare, dopo una serie di altri attentati, nell’attentato della stazione. Di fronte alle cose difficili da capire occorre essere umili e io cercai di esserlo. Cercai di evitare facili demonizzazioni, inutili enfasi, facili retoriche. Leggevo i loro scritti, cercavo di assimilare la loro cultura e poco alla volta compresi qualcosa forse secondario ai fini delle indagini ma importante per la mia crescita personale(…). La violenza, in realtà, è dentro la nostra civiltà progredita e tecnologica. Il piacere del sangue è dentro di noi. «La guerra è bella anche se fa male» canta De Gregori e Hillman intitola il suo ultimo libro «Un terribile amore per la guerra». La storia delle stragi italiane ha a che fare con i torturatori di ogni tempo, sino a oggi, sino a quelli di Guantanamo o delle carceri irachene, legittimati, da poteri espliciti o oscuri, a usare violenza in nome di un’istituzione. Il piacere di uccidere, di umiliare, è dentro di noi e, se lasciato incontrollato o magari coltivato, incoraggiato, produce i suoi frutti corrotti. Ciò che avevo cosi faticosamente compreso, in realtà era una banalità. Ne avevano già parlato per esempio Freud in «Eros e Thanatos» e Norman Mailer in un suo splendido libro sulla Cia, «Il fantasma di Harlot»(…) Compresi anche che non si devono dare per scontati i valori su cui riteniamo fondata la nostra civiltà, la democrazia, la pace. Compresi che questi sono valori instabili, messi costantemente in discussione. Compresi che i diritti possono essere cancellati molto più facilmente di come sono stati costruiti. La seconda ferita, forse ancora più dolorosa, si apri con un altro processo, il «processo bis» sulla strage di Bologna. Qui i miei imputati erano valenti funzionari dei Servizi, gente rispettabile, con cravatta e famiglia, con i problemi di molti, di carriera, di soldi, di prestigio. L’accusa contro queste persone era di aver protetto gli stragisti, di aver deviato le indagini contro di loro in nome delle ragioni di quello «stato occulto» che aveva incoraggiato o, se non altro, tollerato la strategia della tensione. «La banalità del male» è il titolo di un libro in cui Hanna Arendt descrive la rete di connivenze di gente qualunque, di gente apparentemente per bene, che ha consentito la consumazione dell’olocausto. Ecco, avevo a che fare con la banalità del male. Ricordo strani personaggi che si atteggiavano a collaboratori e che, in un gioco intellettuale in un certo senso raffinato ma in realtà allucinante, nel senso letterale del termine, offrivano all’indagine complesse ricostruzioni dei fatti del 2 agosto con l’unico scopo di scagionare quelli che nel primo processo per l’attentato di Bologna erano già stati riconosciuti colpevoli. Ancor più doloroso fu comprendere che anche alcuni miei collaboratori avevano perso di vista l’orrore della strage e l’ovvia istanza di verità e giustizia che ne seguiva e, in qualche modo, avevamo assecondato questo gioco. Insomma, annidata in qualche piega limacciosa del potere, anche del potere apparentemente bonario dell’Italia democratica di quegli anni, sembra che debba comunque permanere la pretesa di assurgere a potere di vita e di morte sui sudditi, come sempre era stato prima che l’umanità conquistasse i diritti civili e la democrazia, prima cioè che i sudditi divenissero cittadini. E sembra che questa pretesa, in contesti storici dati, venga considerata da molti come un dato di fatto che non dà scandalo, da accettare o, addirittura, da assecondare. Vorrei però concludere con una nota positiva. L’essere cittadini e non sudditi dipende in misura non secondaria da noi, dalla nostra capacità di leggere criticamente gli eventi e di far valere il diritto. Non è scontato che noi, «noi che viviamo nel cuore dal ritmo spesso alterato di un decrepito capitalismo», come scriveva negli anni Settanta Ronald Laing, dobbiamo necessariamente limitarci a cantare «le nostre canzoni di sconfitta». La democrazia e il diritto sono ormai parte di noi, della nostra storia (…)

“Cauchi: in Italia mai stati attentati”

«In Italia non ci sono mai stati attentati. Nè l’Italicus nè la strage di Bologna lo sono stati, ma sono solo risultati del Lodo Moro tra l’ex presidente del Consiglio ed il Fronte per la liberazione della Palestina»: lo afferma Augusto Cauchi, l’ex latitante di estrema destra. Nel giorno dell’anniversario della strage di Bologna, Cauchi, che vive da anni nella capitale argentina, ribadisce all’ANSA: «Moro aveva garantito ai palestinesi la possibilità di trasportare armi ed esplosivi in Italia, in cambio della sicurezza che non ci fossero attentati terroristici nel nostro Paese. Lo ha detto di recente anche il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, e lo hanno confermato sia Carlos ‘lo sciacallo sia Abu Abbas, quello che ha fatto gli accordi con il Sismi a Beirut». Cauchi esclude qualsiasi legame tra le due stragi, invitando i giudici «a parlare con il presidente Cossiga, non con i pentiti che mentono». Secondo Cauchi «i servizi segreti italiani vogliono tappare questa verità. Lo Stato italiano sa perfettamente di aver messo in galera gente innocente ma non può accettare che si sappia questa verità. Ma noi lo obbligheremo ad ammettere questa verità grazie a Internet: ho messo in rete dei filmati su Youtube e non arretreremo». Rivelando che «perseguitati politici di allora, messi in galera senza ragione, vittime di una strategia politica» si sono rivisti qualche giorno fa in Italia, in Toscana«, Cauchi lancia un monito ai servizi segreti italiani: “smettano di tentare di assassinarmi; ci hanno già provato senza riuscirci, in Italia e in Argentina. Ora la verità verrà fuori”

Ansa, 02.08.2010