Maurizio Tramonte – dichiarazioni 29.02.2000

Non ho notizie dirette sulla strage del treno Italicus del 4.8.74 però posso riferire, come ho già detto ai magistrati bresciani, che nei primi mesi del ’74 in Rimini o nelle vicinanze, forse in un albergo, ci fu una riunione di cui io seppi perché me ne parlò Maggi che vi aveva partecipato; egli disse che la nostra cellula padovana era stata scelta per effettuare un attentato a Bologna nell’estate successiva e che lo stesso Maggi avrebbe dovuto organizzarlo. In effetti ci furono delle riunioni organizzative presso la casa di Gastone Romani in Abano Terme, di cui ho parlato con i magistrati bresciani, con la partecipazione degli appartenenti alla cellula di cui ho già detto prima: Maggi, Melioli, Riello, Romani, Francesconi Sartori e Luigi oltre a me. Ci furono anche diverse prove pratiche per l’esplosione delle bombe, presso delle cave nei Colli Euganei, io non c’ero ma ero informato di tali attività; poiché non riuscivano a fare una bomba abbastanza potente che fosse anche non troppo pesante da trasportare o troppo voluminosa, Delfo Zorzi ottenne la consulenza e l’esplosivo per confezionare l’ ordigno da parte di due appartenenti all’Aginter Press di cui uno all’epoca dimorava ad Abano. Costoro confezionarono due ordigni.

Peraltro nel corso di tale preparazione, che come ho detto era rivolta a compiere un attentato a Bologna nell’ estate’ 74, sorse la necessità di uccidere un appartenente all’estremismo di destra bresciano. Ciò lo decisero quelli dell’Aginter Press che poi eseguirono anche l’omicidio dando a questo giovane, Silvio FERRARI, una bomba da trasportare ingannandolo sull’ora in cui sarebbe esplosa, cosicché esplose mentre lui la portava sulla sua motoretta. Tutte queste cose io le ho sapute da MAGGI. Decisero di uccidere FERRARI perché avevano paura che parlasse .

A causa di tale omicidio e di precedenti attentati terroristici avvenuti a Brescia, fu organizzata dai sindacati la manifestazione di Piazza della Loggia. MAGGI decise di far esplodere nel corso di quella manifestazione la bomba preparata per Bologna. Dopo la strage di Brescia, non ci furono più le condizione per la nostra cellula padovana di realizzare l’ attentato previsto per I’ estate a Bologna.

L’ ufficio da atto che la strage di piazza della Loggia avvenne il 28.5.74. Prendo atto che nell’agosto ’74 vi è stato I’ attentato dell’ Italicus, posso pensare che esso sia stato realizzato da un’ altra cellula neofascista ma non ho avuto alcuna notizia in proposito. Infatti io sapevo da quello che diceva Maggi che esistevano altre cellule come la nostra in altre città italiane, ma non avevo nessuna conoscenza precisa su di esse.

Non sono sicuro per il tempo trascorso ma credo che Maggi mi abbia detto a suo tempo che alla riunione di Rimini parteciparono tra gli altri Massagrande e Bezicheri, Zorzi e Fachini. Comunque costoro erano i capi dell’ organizzazione di cui la nostra cellula faceva parte e quindi erano loro che avevano “l’autorità morale” come dicevano essi stessi, di decidere atti di tale importanza.

Di Bezicherl come uno dei capi morali dell’organizzazione ne ho sentito spesso parlare da Maggi. Melioli non era prima della strage di Brescia al livello di partecipare alla riunione di Rimini, dopo la strage di Brescia ha acquistato grande prestigio nei confronti di Maggi perché ha avuto un ruolo determinante nell’ attentato di Brescia.

Infatti dopo la strage di Brescia Melioli decise di formare una autonoma cellula, come ho detto prima, operante in Rovigo e Ferrara e ciò fu consentito da Maggi che era il capo della cellula di Padova di cui Melioli fino a quel momento faceva parte, proprio per il prestigio acquisito da Melioli con la strage di Brescia.

“Un nuovo anello alla catena della strage” – Il Candido 06.02.1975

Orribilmente straziato dallo scoppio di una bomba, nascosta nel bauletto del suo scooter, moriva la notte del 19 maggio dello scorso anno, Silvio Ferrari, un giovane di appena vent’anni. Da qualche settimana il grosso della banda di Carlo Fumagalli era caduto nella rete tesa dalla magistratura bresciana. Ferrari, scrivevano i giornali di quei giorni, era molto amico di Kim Borromeo, il ragazzo arrestato in Val Camonica mentre trasportava sessanta chili di tritolo per conto di Fumagalli, quindi anche lui, senza dubbio, faceva parte dell’organizzazione terroristica e certamente si era ammazzato mentre trasportava un ordigno chissà a chi diretto.
La magistratura, comunque, aprì un’inchiesta. Dopo aver pensato ad un incidente occorso ad un attentatore maldestro, gli inquirenti ritennero che il Ferrari, in realtà, fosse stato fatto saltare in aria e ordinarono una perizia tecnico-balistica, affidandola all’ingegner Cerri, al colonnello Schiavi, al dottor Mario Brandone, all’orologiaio Giuseppe Albini e a un tecnico della Piaggio (la fabbrica della motoretta che Ferrari montava) Pietro Cavalli, per scoprire la verità.
Era necessario conoscere se al momento dello scoppio Silvio Ferrari stava recandosi a piazzare l’ordigno a scopo terroristico oppure se qualcuno gliel’aveva affidato con l’intenzione di assassinarlo.
I periti pare siano di questo parere: la bomba era stata innescata per le 3,05 e quindi doveva esplodere a quell’ora. Se il Ferrari l’avesse confezionata per farla esplodere certamente non si sarebbe attardato nel vicolo che porta in piazza Mercato dove saltò in aria. Per i periti, infatti, Silvio Ferrari, al momento della deflagrazione era seduto sulla motoretta con il busto leggermente inclinato in avanti, con le mani sul manubrio e con i piedi a terra, per mantenere l’equilibrio. La marcia non era inserita, ma in posizione di folle e il motore era acceso.
Per quale motivo si era fermato? Chi attendeva? E chi ha avuto interesse a farlo tacere per sempre? Sono domande inquietanti a cui i magistrati dovranno, ora, dare una risposta. Soprattutto perché ruotano intorno ad episodi altrettanto drammatici: la strage di Brescia e la morte di Giancarlo Esposti, di cui si attende ancora di conoscere il nome dei colpevoli.

Trafiletto del Corriere della Sera 20.05.1974 sulla morte di Silvio Ferrari

Un giovane estremista di destra, Silvio Ferrari, è morto questa notte dilaniato da un ordigno esplosivo che portava sulla sua moto. Il violentissimo scoppio è avvenuto alle 3.05 in pieno centro cittadino. Nel punto dove la moto è saltata in aria è stata rinvenuta una pistola calibro 7.65 con un colpo in canna e un caricatore con 7 pallottole, un secondo caricatore vuoto e 5 proiettili di diverso calibro oltre a copie di “Anno Zero” un numero unico del 31.1.1974 sotto la cui testata si erano raggruppati alcuni elementi di “Ordine Nuovo”. Alla morte di Silvio Ferrari se ne aggiunge un’altra con la quale potrebbe esistere una connessione: mezz’ora dopo lo scoppio, un’auto targata Milano è andata a schiantarsi contro un muro. Dei quattro occupanti il pilota, Carlo Valtorta, è deceduto sul colpo mentre gli altri tre, Ferdinando Bonfà, Mario Casue Domenico Russo, sono stati ricoverati con ferite gravi. Sull’auto sono stati ritrovati un barattolo di vernice nera, un pennello e un manifesto del MSI-DN.