“Il senatore a pile” – Gianni Barbacetto Micromega 2008

Sul sito del Senato c’è la sua foto (sorridente), la data di nascita (16 agosto 1950, a Bolzano) e la professione (insegnante di chimica e scienze naturali). La sua storia no, non è scritta. Eppure sarebbe lunga e istruttiva, un pezzo della storia recente d’Italia. Cristano De Eccher, dopo le elezioni dell’aprile 2008, è entrato a Palazzo Madama. Lì ha ritovato una sua vecchia conoscenza, Gerardo D’Ambrosio. I due, oggi, sono entrambi senatori della Repubblica: D’Ambrosio siede nei banchi del Pd, De Eccher in quelli del Pdl, area Alleanza nazionale. Ma quando le loro vite si sono incrociate per la prima volta, tanti anni fa, i loro ruoli erano davvero diversi. D’Ambrosio aveva 43 anni, era magistrato a Milano e indagava sulla strage di piazza Fontana. De Eccher aveva 23 anni ed era un neofascista di Trento, responsabile triveneto del gruppo Avanguardia nazionale.

Era il 1973. Dopo i primi depistaggi che per la strage avevano portato all’incriminazione dell’anarchico Pietro Valpreda, D’Ambrosio aveva seguito la via aperta dal giudice di Treviso Giancarlo Stiz: “pista nera”, l’avevano chiamata, e portava diritta ai neofascisti veneti di Ordine nuovo e di Avanguardia nazionale. Dunque, il 20 marzo 1973, D’Ambrosio spedisce i carabinieri a perquisire un appartamento di Trento, in via Cesare Abba 6. È l’abitazione di Cristano De Eccher, finito nelle indagini per i suoi stretti rapporti con Franco Freda, allora in carcere con l’accusa di essere l’organizzatore della strage. Il giovane De Eccher, discendente di una nobile famiglia del Sacro Romano Impero proprietaria del castello di Calavino, nei pressi di Trento, era una delle poche persone che, in virtù delle sue nobili origini, si dava del tu con Franco Freda. Curioso, il destino di Freda: fu dapprima, nel 1979, condannato all’ergastolo per la strage; poi dichiarato innocente, se pur per insufficienza di prove. Ma è indicato, nell’ultima sentenza del 2004 su piazza Fontana, come il vero organizzatore della strage: però ormai improcessabile, perché definitivamente assolto.

Le pile

Quel giorno di marzo del 1973, a Trento, il bottino della perquisizione a casa De Eccher è comunque scarso: qualche opuscolo e qualche volantino che chiedono la liberazione di Freda; e 78 pile elettriche. Le pile incuriosiscono i carabinieri, che le segnalano nel loro verbale. Che se ne fa uno di ben 78 pile elettriche in casa? Cristano risponde: «Mi servono per i miei hobby». Sua madre, invece, dà un’altra spiegazione: «Servono per far giocare i figli del colonnello Santoro».

Strano questo accenno della signora De Eccher al colonnello Santoro, Michele Santoro, un ufficiale dei carabinieri in quegli anni molto noto a Trento. Strano perché da qualche mese Santoro era stato trasferito in un’altra sede e non operava più a Trento; strano perché il colonnello non aveva «figli», ma un solo figlio, di sei anni; e strano perché un ragazzo di 23 anni, molto impegnato in politica nel gruppo neonazista Avanguardia nazionale, non aveva tempo da perdere per giocare con un bambinetto di sei anni. Le pile in quegli anni e in quegli ambienti erano ferri del mestiere, servivano a confezionare ordigni esplosivi a orologeria. Ma comunque la vicenda si chiude lì: non si può certo mettere in galera un giovanotto solo perché ha la passione del trenino elettrico.

La storia della perquisizione torna alla ribalta molto tempo dopo, negli anni Novanta, quando un altro giudice milanese, Guido Salvini, indagando ancora su piazza Fontana viene in possesso di alcuni documenti dei servizi segreti militari. Tra questi, un foglio intestato Sid (il nome dei servizi nei primi anni Settanta) con un appunto su quella vecchia perquisizione a Cristano De Eccher: scritto a mano, firmato nientemeno che dall’allora segretario del reparto D del Sid, il colonnello Antonio Viezzer, e siglato sulla sinistra con una M. L’appunto dice: «Da Pignatelli. Ieri i carabinieri hanno effettuato una perquisizione nell’abitazione di Cristano De Eccher – quadro pista nera – rinvenendo 40 pile elettriche, parte cariche. De Eccher ha detto che è un hobby; sua madre invece: per far giocare i figli del col. Santoro».

A parte il piccolo errore nell’appunto (le pile erano 78 e non 40), il giudice Salvini si chiede: come mai per una manciata di pile buone per un trenino elettrico si mette in moto l’intera catena di comando del servizio segreto militare? Perché immediatamente, dopo l’innocua perquisizione, la notizia passa dal responsabile del sottocentro del Sid di Trento al capocentro di Verona (Pignatelli) e poi da questi al segretario del reparto D (Viezzer), il quale gira infine l’appunto addirittura a M, il suo capo, il numero due del Sid, il potentissimo generale Gian Adelio Maletti?

Salvini dà una risposta inquietante: evidentemente Cristano De Eccher «era un personaggio per nulla secondario, che tuttavia è riuscito sempre a tenersi ai margini delle indagini della magistratura, e il cui ruolo non è stato ancora messo nella giusta luce». Cristano De Eccher, insomma, secondo Salvini è uno dei protagonisti silenziosi della stagione delle stragi. Rimasto nell’ombra, malgrado abbia avuto ruoli delicatissimi e rapporti di primo piano. Già il giudice istruttore di Catanzaro Emilio Le Donne lo aveva definito «personaggio ambiguo, rimasto sempre ai bordi delle indagini e sul quale, tuttavia, gravavano elementi di sospetto che lasciavano intravvedere un suo ruolo, almeno successivo e di controllo, nell’operazione del 12 dicembre 1969». Cristano De Eccher è infatti, secondo le testimonianze filtrate dall’interno del mondo dell’eversione nera, nientemeno che il custode dei timer di piazza Fontana.

Anche la storia delle pile, osservata meglio, cambia aspetto: lo assicura il giudice Salvini, secondo cui la spiegazione della madre (le pile servivano «per far giocare i figli del colonnello Santoro») era un messaggio ai carabinieri. Scrive infatti il giudice nella sua sentenza-ordinanza su piazza Fontana: «In sostanza la signora De Eccher aveva lanciato ai carabinieri presenti un messaggio, ben consapevole che tale messaggio sarebbe arrivato sino ai più alti gradi: non bisognava mostrare troppo zelo nell’eseguire gli atti investigativi richiesti dai giudici di Milano, perchè Cristano De Eccher e i suoi camerati non erano nemici o soggetti da inquisire, ma amici, protetti da sempre da un alto ufficiale dei carabinieri nelle loro attività eversive. L’ignara pattuglia dei carabinieri di Trento non sapeva evidentemente che essi in pratica stavano perquisendo se stessi. Si spiega allora la premura con cui il messaggio, riferito dagli operanti, è giunto rapidamente sino alle più alte sfere del reparto D del Sid».

Conclude Salvini: «Dall’appunto del colonnello Viezzer, fortuitamente ritrovato, emerge comunque che (…) Cristano De Eccher, il custode dei timer di piazza Fontana, e i suoi camerati della cellula trentina erano da molto tempo “coperti” dal Comando carabinieri di Trento e molto probabilmente dal Centro Cs di Verona, che all’epoca disponeva di un sottocentro a Trento. Per quali scopi e con quali modalità probabilmente non lo sapremo completamente mai, anche se certamente tale copertura si riferiva non solo alle attività locali del gruppo, ma anche ai fatti del 12 dicembre e alla necessità di occultare la verità su tale operazione».

Il colonnello Santoro non è un carabiniere qualsiasi. È un uomo legato ai servizi segreti militari. È stato inquisito per aver depistato le indagini sulla strage di Peteano (aveva coperto i responsabili neonazisti, inventando alternative piste rosse). Secondo il neonazista Vincenzo Vinciguerra (il vero responsabile di quella strage, che ha rifiutato sdegnosamente le coperture e si è assunto le sue responsabilità) è un uomo dello Stato che manovra i neofascisti. Secondo il neofascista Nico Azzi è il «fornitore del tritolo, proveniente dal Genio militare, di cui disponeva Nico Azzi e il gruppo La Fenice». Secondo Eliodoro Pomar (un ingegnere nucleare scappato in Spagna dopo aver ricevuto un mandato di cattura per il golpe Borghese) è un componente della rete occulta composta da ufficiali dei carabinieri e dai “neri” Stefano Delle Chiaie, Paolo Signorelli, Mario Merlino, Franco Freda e Giovanni Ventura.

Ecco allora l’ipotesi conclusiva del giudice Salvini: che «il colonnello Santoro fosse, all’interno dell’Arma, uno stabile punto di riferimento per i gruppi di estrema destra e fosse disponibile, probabilmente tramite qualche sottufficiale, a fornire aiuto sul piano logistico, procurando materiale esplosivo da utilizzarsi in attentati “diversivi”, che dovevano cioè essere attribuiti ai gruppi di sinistra».

L’ufficiale, insomma, ha rapporti intensi con gli estremisti di destra dell’area triveneta. Sono questi «i figli del colonnello Santoro» di cui parla la signora De Eccher, quelli che «giocavano» con le pile. Uno di loro, Marco Pozzan, tanto aveva giocato che era finito nella lista dei ricercati per l’attentato di piazza Fontana. Allora due uomini dei servizi, Gian Adelio Maletti e Antonio Labruna, lo avevano sottratto alla giustizia. Un’operazione di “esfiltrazione” da manuale: Pozzan era stato portato nell’ufficio coperto del Sid di via Sicilia, a Roma, fornito di documenti falsi e poi fatto arrivare in Spagna. Era il gennaio 1973, poche settimane prima della perquisizione a De Eccher, il prediletto tra i “figli” del colonnello Santoro.

I timer

Peccato che allora D’Ambrosio non avesse fatto perquisire, oltre all’abitazione di Cristano a Trento, anche il castello di famiglia. Scrive il giudice Salvini: «Purtroppo l’atto investigativo non era stato esteso al castello di Calavino di proprietà della famiglia De Eccher, ove probabilmente i timer erano occultati, e l’unico esito della perquisizione nell’appartamento di Trento era stato appunto il sequestro delle pile».

I timer di piazza Fontana: sono questi il grande segreto di Cristano De Eccher. Aggiunge infatti il giudice Salvini: «Se De Eccher, come pare ormai certo, ancora deteneva in quel periodo parte dei timer utilizzati per gli attentati del 12 dicembre 1969, la perquisizione ordinata dal giudice D’Ambrosio avrebbe potuto consentirne il ritrovamento con conseguenze catastrofiche per il gruppo di Padova e per coloro che all’interno del Servizio avevano offerto loro copertura».

Dei timer e dei loro percorsi parlano molti dei “neri” che hanno vissuto dall’interno l’avventura dell’eversione: Sergio Calore, Angelo Izzo, Salvatore Francia, Marco Pozzan, Eliodoro Pomar, Nico Azzi, Edgardo Bonazzi… Che De Eccher riceva i timer avanzati dopo gli attentati a Milano e Roma del 1969 lo scrive Pomar, in un suo memoriale del 1977. Lo testimoniano i “pentiti” Angelo Izzo e Sergio Calore nel processo di Bari per la strage di Milano. Ma sul punto non viene raggiunta alcuna certezza. La vicenda è poi ricostruita negli anni Novanta dal giudice Salvini.

Quei timer facevano parte di un lotto di cinquanta, comprati il 15 settembre 1969 personalmente da Franco Freda a Bologna presso la ditta Elettrocontrolli, costo 80 mila lire. Quelli non utilizzati per gli attentati del 1969, secondo i racconti che vengono dall’interno della galassia nera, sono custoditi da De Eccher che li fa scomparire e, secondo il giudice Salvini, utilizzati come strumento di pressione, se non di ricatto, nei confronti di Freda. Cristano infatti “lavora” su mandato di Stefano Delle Chiaie (il leader di Avanguardia nazionale), che tiene così in pugno Freda e gli uomini di Ordine nuovo: «molto probabilmente», scrive Salvini, «grazie alla possibilità di esibire la prova decisiva nei confronti di Franco Freda, minaccia che costituiva per Freda un efficace deterrente dal rendere ai giudici, anche in caso di cedimento o di difficoltà, dichiarazioni pericolose per i complici e soprattutto quelli di Avanguardia nazionale che erano stati compartecipi dell’operazione del 12 dicembre 1969. Proprio dal fatto che Stefano Delle Chiaie disponeva e si era trattenuto la prova decisiva era nata, secondo Calore, la violenta inimicizia tra Freda e Delle Chiaie emersa anche nel processo di Catanzaro».

Una parte di quei timer arriva a Milano, nelle mani del gruppo eversivo La Fenice di Giancarlo Rognoni, il quale progetta di impiegarli per un’operazione di depistaggio delle indagini su piazza Fontana che coinvolga l’editore “rosso” Giangiacomo Feltrinelli. Gli altri approdano forse a Reggio Calabria, nelle mani di un avanguardista di nome Bruno Galati. Ma dove siano davvero finiti i timer di piazza Fontana resta un giallo insoluto: per gli investigatori e per i cittadini, non però per i protagonisti della vicenda.

Disoccultamento o cooptazione

Quella dei timer non è l’unica storia nera del curriculum di Cristano De Eccher. Secondo un rapporto del 21 gennaio 1971 inviato al Sid dalla fonte Avorio, nel gennaio ’71 De Eccher, insieme ai fratelli Cecchin, avrebbe organizzato, scrive il giudice Salvini, «un addestramento alla guerriglia sulle pendici della Maranza, una zona montuosa nei pressi di Trento». Il gruppo «avrebbe avuto a disposizione 50 chili di esplosivo rubato in cantieri della zona, detonatori e quattro moschetti modello 91. Tale esplosivo era destinato ad attentati da compiere a Trento in danno dell’Istituto di Sociologia, della Questura e del Tribunale».

Nel 1972 avrebbe invece avuto un ruolo in un attentato sulla linea ferroviaria Trento-Verona. Racconta Vincenzo Vinciguerra: «Posso dire per la prima volta che sono al corrente di un episodio di cui mi parlò Mario Ricci, esponente di Avanguardia nazionale a Trento, nel 1974-75 a Madrid dove ci trovavamo entrambi. Egli mi disse che una sera ricevette l’ordine di recarsi con altri camerati sulla linea ferroviaria nelle vicinanze di Verona per compiere un attentato dimostrativo. Successivamente qualcuno li raggiunse e disse loro di fare ritorno a Trento e che l’attentato non si doveva più fare, infatti non venne compiuto. Mario Ricci aggiunse che l’ordine glielo aveva dato Cristano De Eccher».

Ma il giovane neonazista viene arrestato per la prima volta solo nel giugno 1973, per un fallito attentato a Gardolo contro l’auto di uno studente di Lotta continua. È scarcerato dopo un mese. Arrestato di nuovo nel novembre 1975 come organizzatore delle attività eversive di Avanguardia nazionale, è condannato a due anni. Al giudice Salvini, che prima di interrogarlo nel 1992 gli chiede i precedenti penali, risponde: «Sono già condannato per oltraggio a pubblico ufficiale e a due anni di reclusione per ricostituzione del disciolto partito fascista».

Per il resto, nulla di penalmente rilevante. Anche Salvini ha dovuto infine emettere sentenza di non doversi procedere perché i fatti o erano non sufficientemente provati, o erano prescritti. Ma De Eccher non ha ricorso in appello per ottenere un proscioglimento nel merito. Cristano sostiene comunque di aver abbandonato completamente l’attività politica dopo il 1973. Se intemperanze ci furono, dunque, si tratta di errori di gioventù. Peccato che Cristano sia smentito da un camerata calabrese, Carmine Dominici, il quale racconta di averlo incontrato («un giovane alto, biondo e distinto») nel 1975 a una riunione riservata con Delle Chiaie a Pomezia, nella villa di Frank Coppola, in cui fu discussa l’unificazione di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale. L’unificazione poi non si fece. Si è quasi fatta invece, tanti anni dopo, quella tra Alleanza nazionale e Forza Italia: così De Eccher, dopo essere stato militante del Msi e poi consigliere provinciale di An a Trento, è stato eletto senatore del Popolo della libertà.

Oggi si intitolano vie a Giorgio Almirante e si sostiene che la destra missina ha contribuito a mantenere la democrazia in Italia e a impedire la guerra civile. Lo dice qualcuno anche a sinistra: «Almirante», ha dichiarato per esempio Luciano Violante, «ebbe un ruolo nel far evolvere compiutamente la nostra democrazia». In verità, la democrazia è stata ferita ripetutamente, tra gli anni Sessanta e gli Ottanta. E una guerra c’è stata, in quei decenni, con attentati, stragi, morti e feriti. Una guerra segreta, che ha coinvolto apparati dello Stato e militanti della destra estrema, ufficialmente “polo escluso” della politica italiana, ma nei fatti “polo occulto” della nostra storia repubblicana. Ora, invece che il disoccultamento di quel che è stato, si è imboccata la strada della cooptazione del personale politico protagonista di quella guerra. Così il non detto del passato, con i suoi segreti impronunciabili e i suoi ricatti, resterà a fare da trama al futuro e le vecchie ferite alla democrazia resteranno cicatrici nascoste, possibili focolai di nuove infezioni.

Carlo Semerari – dichiarazioni 30.12.1984

Mi sono presentato spontaneamente per riferire ulteriori circostanze che sono riaffiorate alla mia memoria dopo il colloquio avuto l’ altro ieri.
Ho innanzitutto ricordato di aver conosciuto l’avvocato Era subito dopo l’ arresto di mio fratello avvenuto alla fine dell’agosto 1980 ad opera della procura di Bologna. Intorno al 15.09.80 il radiologo professor Di Gregorio Michele venne da me in anzi mi convoco’ a villa Mafalda dove lavora, per presentarmi l’ avvocato Era Franco, direttore amministrativo della clinica. Andai li’ con gli avvocati Cuttiga e Iezzi. Il Di Gregorio mi consiglio’ quell’ incontro dicendomi che l’ avvocato Era faceva parte dei servizi di sicurezza ed aveva il grado di generale.

Era persona cioe’ molto influente in grado di aiutare mio fratello. In quella occasione l’ Era tenne un atteggiamento vago per cui ci lasciammo senza aver concluso nulla. Ricordo ancora che mio fatello Aldo era iscritto al Grande Oriente d’ Italia da molti anni. Vi fu’ poi il suo passaggio nella loggia massonica P2 ma non posso collocarlo nel tempo ne’ so indicarne le ragioni la circostanza e’ certa e mi riservo altresi’ di approfondire i motivi della sua adesione alla loggia Propaganda 2 (P2) . Poiché il passaggio avvenne assieme a quello del dr Ferrara Carlo, medico legale, ritengo che costui sia in grado di fornire spiegazioni circa le ragioni del passaggio dalla massoneria ufficiale alla detta loggia coperta. Faccio presente ancora che il vero riferimento di mio fratello era la sua segretaria Berarducci Anna, titolare di utenza telefonica nr 06 – 6789489 (ufficio) e nr 6210650 (abitazione) ha lavorato con mio fratello fino al 1978 – 1979, ma e’ rimasta a lui molto legata. Ricordo poi un altro particolare che ritengo di interesse: mio fratello riferi’ a sua moglie, poco prima che venisse arrestato dalla magistratura di bologna e dunque intorno al giugno – luglio 1980 di avre ricevuto un giubbotto antiproiettile consegnatogli dal professor Ferracuti che lo metteva al corrente che mio fratello correva un grave pericolo. Il Ferracuti disse a mio fratello che  il giubbotto gli era stato consegnato dal generale grassini e che era proprio il generale grassini a fargli sapere che egli correva questo grave pericolo. Non fu detto da mio fratello a mia cognata in cosa consisteva questo pericolo. Mio fratello mi disse che il Ferracuti faceva parte dei servizi segreti italiani ed era in stretto contatto con i servizi segreti statunitensi e cioe’ con la Cia. Come e’ noto Ferracuti fece parte della commissione, istituita presso il ministero degli interni, per far luce sulla vicenda Moro. A questo proposito ricordo che un giorno giunse a mio fratello spedita dall’ italia e recapitatagli presso l’ istituto di medicina criminologica una lettera scritta in codice a firma “mister Brown” . Lo si informava delle modalita’ del sequestro Moro e comunque era inerente a tale episodio. Mio fratello si affretto’ a consegnare la lettera al generale dei carabinieri Ferrara. Non so’ perche’ abbia scelto proprio lui, ritengo che cio’ abbia fatto perche’ i due si conoscevano, anche perche’ mio fratello ha sempre insegnato presso la scuola superiore di polizia. Ricordo anche che un giorno, quando fu liberato da Bologna, Aldo mi disse di non aver mai fatto viaggi in Libia e che aveva viceversa riferito di essere stato in Libia alla sua assistente Carrara Fiorella, morta in drammatiche circostanze, per sottrarsi alla carrara che aveva verso di lui un rapporto affettivo assillante.

Praticamente mi voleva dire che aveva detto di andare in Libia alla carrara ma poi era andato altrove. Ritengo ancora importante riferire quanto segue: in occasione dell’ arresto di mio fratello Ferracuti assunse un atteggiamento aggressivo nei  confronti di mia cognata, che arrivo’ persino a minacciare di ritorsioni; le disse che se Aldo era stato arrestato per i fatti di Bologna, lui non c’ entrava per nulla e che egli non intendeva essere implicato in tali vicende e che se fosse stato implicato in tali fatti egli avrebbe saputo reagire; ritengo evidente il senso di quel messaggio rivolto a mio fratello che veniva invitato bruscamente attraverso mia cognata a non coinvolgere il Ferracuti in responsabilità. Non è possibile infatti spiegare diversamente quella condotta. Quando mio fratello fu sequestrato, pochi giorni prima di essere ammazzato, partimmo, io e la dottoressa Dell’ Orbo per Martina Franca dove fummo ricevuti dal colonnello Santoro. Questi mi disse che era stato certamente Ammaturo Umberto a sequestrarlo e ricordava il particolare che una sera a cena mio fratello, dopo la scarcerazione, gli aveva esternato preoccupazioni per l’ accertamento di una perizia psichiatrica nei confronti di un malavitoso accusato di avere ammazzato un carabiniere. Non ne ricordo il nome. Invitai allora il colonnello a riferire questa circostanza, che a suo giudizio giustificava il sequestro di mio fratello ad opera di Ammaturo, al magistro di Napoli, cosa che fece. In una certa fase dell’ indagini fu anche accusato del fatto tal Sasso Giovanni, persona a me nota per averlo avuto in cura nell’ Opc di Anversa. Notai che la cosa era impossibile per le gravi mutilazioni e menomazioni che il Sasso aveva all’ arto superiore destro a seguito di conflitto a fuoco precedente l’omicidio di mio fratello. Ho sentito piu’ volte dire nello ambito degli amici di mio fratello che l’ attivita’ di Era a villa mafalda rappresentava una copertura della sua reale attivita’ . Ritengo che l’ avvocato Cuttiga Franco, che il prof Di Gregorio Michele possano fornire indicazioni utili sull’ Era (…) evidentemente il rapporto tra era e mio fratello risaliva a vecchia data. ­

Carlo Semerari – dichiarazioni 28.12.1984

Per quanto riguarda gli ambienti frequentati da mio fratello ed in particolare ambiente della destra eversiva, devo dire che nulla so in proposito poiche’ io e Aldo, pur essendo legati da affetto profondo, avevamo diverse ideologie e frequentavamo ambienti diversi. Conosco il colonnello Santoro Michele, in passato inquisito a Trento, poiche’ questi e’ stato amico di infanzia sia mio che mio fratello. Solo in occasione del funerale di Aldo conobbi poi un certo avvocato Franco Era, all’ epoca amministratore di villa Mafalda. Dopo il funerale si raccolsero gli amici in casa di mio fratello nella sua villa di Poggio Mirteto.

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Qui venne anche l’ avvocato Era, il quale, in presenza del colonnello Santoro, mi riferi’ una circostanza che a me sembro’ immediatamente molto strana. Premetto che io ricevetti la telefonata di mio fratello da Napoli verso le ore 17,00 di giovedi’ , giorno in cui venne sequestrato. Mi disse che aveva avuto conferma che la sua salute era ottima, che si sentiva in forma e che il viaggio era andato bene. Mi apparve insomma in ottima forma dopo giorni in cui era apparso molto preoccupato per la sua salute. L’ avvocato Era mi disse, in quella occasione, di avere ricevuto una telefonata di mio fratello, tra le 17 e le 18 di quello stesso giovedi’ .

In quella telefonata mio fratello gli avrebbe detto che lo aveva chiamato per comunicargli una cosa importante ma poiche’ , a detta di Era, la linea era disturbata, egli lo invito’ a riferirgli quella cosa importante il giorno dopo, in occasione del suo rientro a Roma. La cosa mi sembro’ subito molto strana, sia perche’ una telefonata interurbana non la sia lascia cadere tanto facilmente, e sia perche’ le stesse ragioni adottate mi sembravano poco credibili posto che avevo chiamato poco prima e la linea funzionava benissimo. Chiesi al colonnello Santoro chi fosse questo Era ed egli mi disse che faceva parte dei servizi segreti e che era persona molto trasparente. Aggiungo che io non ho mai creduto alla responsabilità di Ammaturo Umberto quale autore dell’ omicidio di mio fratello nel modo piu’ categorico, sia perche’ era in ottimi rapporti con lui, sia perche’ era inverosimile che un uomo come Ammaturo potesse lasciare nella

Tasca della vittima la prova di un incontro precedente e cioe’ un assegno a sua firma e sia perche’ io stesso, frequentando gli ambienti dei manicomi giudiziari come consulente, avevo appreso da piu’ fonti cui davo credito, dell’ estraneita’ di Ammaturo. Peraltro io stesso avrei corso pericolo ove mio fratello fosse stato ammazzato per uno “sgarro” alla camorra, che viceversa, non aveva nessun interesse ad eliminarlo.

Lo stesso suicidio della sua assistente mi lascio’ perplesso poiche’ avvenuto dopo il sequestro di mio fratello e poche ore prima del ritrovamento del suo corpo ad Ottaviano e perche’ avvenuto con un colpo di pistola 44 magnum esploso in bocca, cosa che non ricorre letteralmente come ipotesi di suicidio per una donna. La stessa motivazione di quel gesto e’ scarsamente credibile. Posso dire con sicurezza che la lettera che Aldo spedi’ a Maresca Marina ed anzi all’ “Unita’ ” di Roma, gli venne estorta non trattandosi del suo stile e contenendo la lettera errori di grammatica, laddove mio fratello era un cultore della lingua italiana. Ricordo che quando mio fratello venne scarcerato dalla magistratura di Bologna, appariva preoccupatissimo e si trasferì per ragioni di malattia dal San Camillo dove era piantonato, a villa Mafalda. Dopo qualche tempo gli giunse un telegramma, nel settembre – ottobre 1981, con il quale Cutolo Raffaele lo nominava perito del figlio. Era incerto se accettare o meno per le sue condizioni precarie di salute. Cio’ lo mise in stato di agitazione, ma infine accettò l’ incarico anche dietro mio consiglio. Questo telegramma che egli aveva sulla propria scrivania, non fu piu’ trovato dopo il suo omicidio. Riferii questa stranezza immediatamente ai carabinieri che vennero a perquisire la casa ed al giudice di Napoli.

La sua segretaria a nome Barlesi Lucia mi disse che la mattina del giovedì in cui scomparve Aldo subì due “avvertimenti”, un’auto tento di speronare la loro vettura e, contrariamente al solito, non trovo’ la stanza nell’ albergo che riuscì ad ottenere solo dietro insistenza. Anche questa cosa mi sembro’ non credibile, perche’ come ho detto mio fratello era di buon umore quando mi telefono’ e mi avrebbe riferito una circostanza di quella gravità come il tentativo di speronamento e sia perche’ la Barlesi non avverti’ per tutta la notte ne’ me, ne’ mia cognata, del mancato rientro in albergo di Aldo.

Letto confermato e sottoscritto.­