“Perché Tuti può stare tranquillo” – Panorama 12.06.1975

Per due giorni, lunedì 2 e martedì 3 giugno, il nucleo antiterrorismo della Toscana ha dovuto sospendere le ricerche di Mario Tuti, il fascista assassino di Empoli. A bloccare di fatto la caccia alla « primula nera » che da mesi si fa beffe di magistrati e polizia, è stato l’ordine arrivato da Roma di spostare nella capitale l’or­ganico quasi al completo del nucleo toscano: compito d’emergenza dell’ antiterrorismo, vigilare contro even­tuali azioni di dimostranti di sinistra durante la parata militare della festa della Repubblica e la visita del pre­sidente americano Gerald Ford.

« È una conferma della confusione nella quale lavoriamo », commenta un sottufficiale di Ps, « se non addi­rittura della diversa importanza che i nostri vertici, soprattutto politici, assegnano ai vari avvenimenti ». È anche in questa chiave che, secondo «molti funzionari di polizia, può es­sere spiegato l’episodio di « autenti­ca dabbenaggine », come l’ha definito in questore di Firenze, Camillo Roc­co, che ha avuto per protagonista due mesi fa l’agente dell’antiterrorismo toscano Luigi Piccolo, 24 anni, alle spalle appena 6 mesi di scuola di Ps meno di un anno di servizio in un ufficio politico.

Piccolo, dopo un accertamento frettoloso, si lasciò scappare dalle mani il 20 marzo in piazza San Firenze, davanti al palazzo di giusti­zia, un giovane con occhiali, barba e baffi sospettato di essere Mario Tu­ti. A portarglielo era stato un vigile urbano, al quale l’aveva indicato uno studente di architettura, Paolo Maestrelli, di Empoli e da anni co­noscente del fascista assassino. « Io Tuti? », si era schermito pron­to il giovanotto. « Ma scherziamo. Quello là ormai sarà già in Argenti­na ». E con freddezza aveva tirato fuori una carta d’identità intestata a un certo Settimo Petri.

L’agente, col documento in mano, si era messo in contatto radio con la centrale: « C’è niente », aveva chie­sto, serafico, senza accennare a Tuti, « a carico di un tale Petri Settimo? ». La risposta era arrivata fulminea: « Accertamento negativo ». Al giova­notto, prima che andasse via, erano anche state fatte molte scuse. « A me dubbi ne rimasero molti », ha detto a Panorama Paolo Mae­strelli, « ma visto che la polizia non lo aveva fermato, non potevo mica mettermi io a inseguirlo ».

Falsificata. L’episodio, dimenticato per molte settimane, è tornato alla mente del vigile, quando alla fine di maggio ha visto sul settimanale Gen­te tre foto di Tuti con la barba e si è convinto che era la persona invano bloccata in piazza San Firenze. A distanza di due mesi, la polizia così ha scoperto che la carta d’iden­tità mostrata dal giovanotto con la barba all’agente Piccolo era stata fal­sificata: il vero Settimo Petri l’aveva persa in gennaio a Lucca, una cit­tà nella quale era operante una for­te cellula nera formata da fidati ami­ci di Tuti. A completare la beffa, è venuta la pubblicazione del diario dell’assassino: alla data del 20 mar­zo, l’annotazione frettolosa « sbirri », chiaro riferimento all’episodio di piazza San Firenze.

Piccolo e i suoi metodi di lavoro non sembrano però un’eccezione. Pa­norama ha accertato che il nucleo antiterrorismo della Toscana, a di­stanza di cinque mesi dal delitto di Empoli (Mario Tuti uccise la sera del 24 gennaio due sottufficiali di polizia che erano andati a casa sua ad arrestarlo), non conosceva i prece­denti del geometra di Empoli con la giustizia e non aveva iniziato una in­dagine che potrebbe rivelarsi assai importante per trovare gli appoggi fiorentini del fascista assassino.
Il nucleo di Firenze non sapeva in­fatti che Tuti, come si ricava dal fa­scicolo 1.488-5986/73 depositato nel­la cancelleria della procura della Re­pubblica di Firenze, il 13 dicembre dell’anno scorso era stato rinviato a giudizio per appropriazione indebita aggravata: un armaiolo di Livorno, Fabrizio Gnesi, 29 anni, lo aveva ac­cusato di non avergli restituito una pistola automatica Colt 7,65 che gli era stata affidata « per fare delle mo­difiche nell’estrattore e nell’espulso­re ». Negli atti dell’istruttoria figura­no vari nomi di persone con le quali Tuti aveva dichiarato di comprare e vendere armi.

Nessun accertamento era stato inoltre disposto su un fucile calibro 12 trovato in casa di Tuti, che secon­do anche le sue dichiarazioni gli era stato affidato da un amico fioren­tino, al quale il geometra si potrebbe essere rivolto il 20 marzo. Il fucile, un Darnè immatricolato con la sigla Q/4222, non risulta ufficialmente de­nunciato: un’indagine per indivi­duarne il proprietario è cominciata soltanto sabato 31 maggio, su se­gnalazione di un giornalista.
« Gli ultimi sviluppi della vicenda Tuti », dice Luigi Pintor, dell’esecuti­vo del Pdup, « ci danno la conferma del punto in cui siamo: per occasioni del genere, in un paese serio, c’è una sola cosa da fare: che il ministro del­l’Interno se ne vada via. Ed è vera­mente interessante vedere come que­sta turistica evasione del fascista Tuti, densa di elementi grotteschi e ridicoli, sia praticamente contempo­ranea al voto democristiano per il golpista Sandro Saccucci e di poco successiva all’approvazione delle nuove norme sull’ordine pubblico. Tutto ciò mostra in quale direzione punti la volontà politica della Dc ».

Non adatti. « È la stessa linea », sottolinea un funzionario di polizia, « che fa spostare di corsa a Roma gli uomini impegnati nel dare la caccia a Tuti. E che assegna all’antiterro­rismo della Toscana 15 uomini in tut­to, agente Piccolo compreso, chiama­ti a occuparsi, tra l’altro, anche del­l’Umbria ». L’agente Piccolo, dopo l’incidente di piazza San Firenze, è stato posto a disposizione ed è andato, in pra­tica, a far compagnia ad altri cinque suoi colleghi che, negli ultimi mesi, sono stati allontanati dal nucleo to­scano perché ritenuti assolutamente non adatti ai loro compiti.

« Dovremo organizzare al più pre­sto corsi di preparazione per le no­stre guardie », ammette Emilio Santillo, capo dell’antiterrorismo. « Lo faremo quando ce lo permetterà l’or­ganico. La speranza è di avere in ogni regione un nucleo formato da al­meno 50-60 uomini ».

« Il difficile è trovarli », dicono al­la questura di Firenze, sottolineando come l’episodio Piccolo sia esploso in un momento particolarmente «sfortunato» (la definizione è del questore) per la Ps. Negli ultimi due mesi, tre agenti a Firenze sono stati arrestati. Uno, per anni in servizio alla squadra mobile, è accusato di favoreggiamento della prostituzione. Due devono rispondere di sei rapine, compreso l’assalto a un treno a Montelupo Fiorentino. Andavano a volto scoperto, con le pistole in mano, « nei momenti di sosta », precisa un magistrato, « della loro attività inve­stigativa ».

“Braccato il fascista assassino” – Stampa Sera 25.01.1975

Centinaia di agenti e carabinieri danno la caccia in tutta la Toscana, sul litorale pisano fino in Maremma, nel senese e nei boschi dell’Amiata, al neofascista di Empoli che ha assassinato il brigadiere Leonardo Falco, l’appuntato Giovanni Ceravolo e ferito l’agente Arturo Rocca presentatisi alla sua abitazione, ieri alle 21, per arrestarlo nel quadro delle indagini per gli attentati dinamitardi sulla linea Firenze-Bologna. L’omicida, Mario Tuti, 29 anni, geometra del comune di Empoli è fuggito con l’auto Fiat 128, targata FI 690681 di proprietà della moglie, Loretta Ruggeri, insegnante di scuola media, madre di una bimba di due anni.

Il fuggiasco ha un mitra, forse due pistole ed un sacchetto pieno di pallottole. Appartenente ad un gruppo dell’estrema destra extraparlamentare, Tuti è considerato un elemento pericolosissimo: in casa teneva un arsenale: cinquemila cartucce di vario tipo, 40 coltelli, sette pistole, quindici armi automatiche fra cui carabine e fucili da caccia, un fucile Garand e quattro ” Falk” (fucili automatici dell’ultima guerra), bombe da assalto e ” molotov ” pronte all’uso. Il neofascista assassino era entrato all’ufficio tecnico del comune di Empoli (maggioranza assoluta del pci) dopo aver vinto, tre anni fa, un concorso. Alto, magro, capelli castano scuro, porta occhiali cerchiati d’oro. Nell’insieme un tipo «anonimo» ad Empoli.
Il sottufficiale ed i due agenti si erano presentati a casa del geometra per ordine della procura di Arezzo: dovevano arrestarlo e perquisire l’alloggio nel quadro delle indagini per individuare i responsabili dell’attentato che nella notte fra il 6 e il 7 gennaio fece saltare un tratto di binario in prossimità della stazione di Terontola. Per questo episodio, l’altra notte, ad Arezzo, sono stati arrestati due giovani estremisti di destra: Luciano Franci e Piero Malentacchi, appartenenti al gruppuscolo denominato « Fronte nazionale rivoluzionario ».

Gli arresti erano stati ordinati anche perché, pare, si era saputo che il « Fronte nazionale » avrebbe avuto in animo di compiere un nuovo clamoroso attentato questa volta non contro le linee ferroviarie, bensì conrto, un edificio pubblico. Si dice che l’obiettivo fosse la Camera di commercio di Arezzo. Ieri infatti erano giunti 50 agenti del nucleo antiterroristico al comando dei vice questori di Roma, Carlucci, e Joele di Firenze, inviati dal dottor Santillo. Nel Casentino, in un casolare, erano stati trovati quindici chili di esplosivo. Empoli, è sotto choc. Il sindaco e la giunta hanno deciso ieri sera di proclamare da oggi al giorno dei funerali il lutto cittadino; i sindacati Cgil, Cisl e Uil hanno proclamato per oggi e per il giorno dei funerali lo sciopero generale. Si spera che l’appuntato Arturo Rocca, 50 anni, da Lecce, sposato e con un figlio, abitante in via Canova, riesca a salvarsi. Le possibilità — almeno fino a stamane — sembrano minime. Il brigadiere Falco, 52 anni, di Foggia e residente a Empoli, era sposato e padre di tre figli; l’appuntato Giovanni Ceravolo, 44 anni, nato a Reggio Calabria, era sposato con un figlio.

Giulio Andreotti – audizione in commissione stragi – 17.04.1997 seconda parte

(…)

CORSINI. (…) Nell’ottobre del 1975 il generale Maletti, che allora era capo del reparto D del Sid, fu improvvisamente trasferito al comando della divisione Granatieri di Sardegna. La decisione fu presa credo dal suo successore, il Ministro della difesa Forlani, con giustificazioni che, nel corso dell’audizione di Johannesburg, il generale ha definito false. Negli anni precedenti vi era stato un duro scontro tra il generale Maletti e il suo superiore diretto, il generale Miceli. Qualcuno che si è occupato di ricostruire questa vicenda avanza l’ipotesi che questo scontro fosse un riflesso di un supposto scontro politico tra lei e Aldo Moro. Altri, invece – forse ne ha avuto sentore anche adesso nella domanda che le è stata rivolta dal collega Manca – rimanda questa divaricazione tra i due ad una conseguenza dei rapporti che il generale Maletti aveva con gli israeliani e il generale Miceli con il mondo arabo. Lei può confermare questo scontro politico tra lei e l’onorevole Moro? Può confermare se quelle divergenze erano riconducibili a questo scontro politico o alle motivazioni internazionali cui prima abbiamo fatto riferimento?

PRESIDENTE. Aggiungo una domanda, anche in base a quanto ci ha detto Maletti: ci è potuta essere sull’allontanamento di Maletti una influenza americana?

ANDREOTTI. Circa il cambiamento di Maletti, io non sono intervenuto anche se ho visto che lui ritiene che io ne sia stato un poco il suggeritore.

PRESIDENTE. Forse che non lo abbia difeso.

ANDREOTTI. Non so da cosa dovessi difenderlo. Per la verità, può darsi che nelle Forze armate per lo sconquasso che si era verificato (l’arresto di un generale di corpo di armata non è un fatto ordinario) ci fosse anche qualcuno cui ciò non era andato giù. Può darsi benissimo, però Maletti non ha avuto nessuna misura negativa assunta nei suoi confronti. Questo poi può essere accertato e mi sembra che avete detto che sentirete anche Forlani. Io non ebbi alcuna occasione di parlare con Forlani di questa storia. Maletti era generale di divisione ed i militari sanno che per poter essere scrutinati (e si ha diritto ad essere scrutinati entro un determinato tempo, perché altrimenti vi sono poi tutta una serie di conseguenze negative anche su terzi) occorre avere avuto il comando di un’unità. In precedenza, ma ciò era stato censurato, nel periodo del generale De Lorenzo, era stato fatto un decreto del Ministro pro tempore, che penso fossi io, della cosiddetta equipollenza. Cioè, la direzione del Servizio era considerata come il comando di un’unità militare. L’equipollenza è prevista dalla legge, non è un sopruso, però creava sempre delle irritazioni.
Allora il generale Maletti, che doveva comandare la divisione, fu mandato a comandare la divisione dei granatieri di Sardegna, che era una delle più prestigiose delle Forze armate; quindi, non era un atto di ostilità. Quali fossero poi i rapporti interni tra lui e Miceli, io non lo so. Successivamente si è scoperto che tutti e due appartenevano ad una medesima confraternita massonica (erano dei rapporti un po’ intermittenti se queste cose sono vere, anche se poi mi sembra che Maletti abbia sostenuto che lui figurava come iscritto ma non partecipava. Peraltro, quasi tutti mi pare che dicano qualcosa del genere, non so se i nomi li prendessero dall’elenco telefonico, comunque questo è un affare loro).
Siccome la domanda che mi ha rivolto è specificamente politica, le rispondo che con Moro non ho mai avuto dissensi, salvo proprio sulla questione Miceli. Moro pensava forse che io dovessi fare di più per togliere il generale Miceli dalle «grinfie» della magistratura, poichè riteneva che fosse stato colpito un uomo buono. Miceli era una brava persona, però a mio avviso in alcune circostanze dimostrò di essere molto sprovveduto; e probabilmente l’errore fu di averlo nominato ad un posto per il quale non era qualificato.
Sui contrasti nei confronti di Moro, anche se poi se ne è voluto porre un accento, devo dire che certamente all’interno di un partito ci sono momenti in cui due posizioni divergono e momenti in cui convergono.
Certamente, io appoggiai Moro per bloccare quello che sembrava un cammino troppo rapido verso il centro-sinistra, che era portato avanti da Fanfani; qualche mese dopo, Moro scavalcò Fanfani in questa stessa direzione. Ma direi che sono questioni interne di partito mentre, per il resto, non abbiamo mai avuto dei dissensi. Mi riferisco a quella che si chiama la politica araba, ad esempio, che poi io ritengo sia tanto valida da essere stata adottata nel 1980 a Venezia dalla Comunità europea: la politica di spingere perchè ci fosse un accordo, un negoziato intorno ad uno stesso tavolo, tra palestinesi ed israeliani; e d’altra parte di non accettare demonizzazioni nei confronti di nessuno, anche perchè gli alleati uno se li sceglie, ma i vicini se li trova; e quando ci sono dei vicini uno deve cercare di avere possibilmente almeno un colloquio e non avere motivi di contrasto, se non strettamente necessari.
Quindi, voler fare un’equazione tra il rapporto politico tra Moro e me e il rapporto politico tra Miceli e Maletti è proprio fantapolitica.

PRESIDENTE. Vorrei un chiarimento su questo punto, senatore Andreotti. D’altra parte, non ho fatto domande e i colleghi mi scuseranno se mi intrometto per cercare pure io di dare un contributo all’audizione. Tutto questo avviene dopo il 1974. Lei, nella scorsa audizione, ci ha spiegato che quando è tornato al Ministero della difesa nel 1974, dato che vi era stata tutta la vicenda di De Lorenzo e i risultati della Commissione Alessi, ha cercato di porre ordine nella materia dei Servizi. E devo dire che, da quello che ci ha detto lei e da quello che ci ha detto anche il generale Maletti, penso di dover correggere un giudizio espresso nella parte finale della mia relazione, quando sottolineo che nell’epoca della guerra fredda, da una parte e dall’altra, i Servizi acquistavano una straordinaria autonomia e che questo fenomeno mi sembrava in Italia più accentuato, quasi con un atteggiamento proprio recessivo della classe politica nei confronti dei Servizi. Penso che effettivamente il giudizio debba essere corretto, distinguendo la fase anteriore al 1974 da quella successiva a tale data. Per quello che riguarda la fase anteriore, lei, ascoltato dalla Commissione P2, ha detto testualmente: «Una delle cose che ho imparato quando nel 1959 ho cominciato a fare il Ministro della difesa – sotto un aspetto era sbagliata, ma sotto un altro no – è che il Ministro, per avere prestigio, non doveva occuparsi né di servizi segreti né di forniture. Per i servizi segreti forse detti una confidenza eccessiva agli esperti; infatti la seconda volta» – quindi nel 1974 – «me ne sono occupato piuttosto attivamente. Ma per quello che riguarda le forniture non me ne sono occupato». La mia domanda è: da chi ha imparato che per avere prestigio un Ministro della difesa non si deve occupare né di servizi segreti né di forniture? Chi erano gli esperti che le dettero tale consiglio? Questo è un giudizio che in parte conferma l’esattezza della mia valutazione per il periodo anteriore al 1974.

ANDREOTTI. Credo di averlo anche accennato l’altra volta: quando inopinatamente mi trovai ad essere Ministro della difesa, il primo o quasi che mi venne a trovare fu l’ex comandante dei carabinieri generale Cerica, che conoscevo poiché era della regione laziale e fu anche nostro senatore. Egli mi disse di non avere preoccupazioni riguardo alla tecnica militare, l’essenziale era che io non mi occupassi né di Servizi né di forniture. Io apprezzai questa valutazione, di cui lui dava anche una spiegazione. Sulle forniture non c’era necessità, anche se successivamente ho visto che una delle tante maldicenze nei miei confronti è che io avrei fatto dare una fornitura di materassi Permaflex alla Nato…

PRESIDENTE. Di questo lei parla poi nell’audizione.

ANDREOTTI. L’ho letto e tra l’altro non è nemmeno una cosa fantasiosa: è stupida e falsa. Sui Servizi, naturalmente egli mi dava una spiegazione, poichè l’ambito in cui si muovono i Servizi è di estrema riservatezza. Quindi – egli diceva – il Ministro non deve sapere nè chi sono gli informatori nè che cosa fanno; l’essenziale è che i Servizi possano essere lasciati operare e che le persone siano affidabili. È uno dei settori in cui l’elemento fiduciario è estremamente vasto, molto più che in quasi tutte le altre mansioni.
Però, quando sono tornato per la seconda volta, avendo vissuto invece – specialmente tramite la Commissione Alessi – tutte le vicende e le polemiche ed avendo anche appreso, man mano, che spesso le posizioni di antagonismo personale erano micidiali, non solo tra le persone ma tra i rispettivi entourages, sono stato ad occhi più aperti ed ho cominciato a predisporre la riforma dei Servizi. Come ho detto prima, tale riforma fu poi elaborata in seno al Governo, fu presentata al Parlamento, il quale la cambiò totalmente, creando appunto i due Servizi più il coordinamento. A mio avviso, se si dovessero rimettere le mani in tale materia (è augurabile che ciò accada), bisognerebbe tornare indietro per semplificare molto tutta questa struttura.

PRESIDENTE. A me dispiace dover fare questo rilievo, però lei ammetterà che nel 1959 c’era la guerra fredda e che quindi di tutto questo si può dare una lettura diversa. I servizi segreti obbedivano ad altra catena di comando, quella atlantica. Sulle forniture poi non si doveva mettere il naso perchè le forniture militari possono coprire grosse vicende di finanziamento politico; la faccenda della Lockheed è questa: è la vicenda di un grosso finanziamento politico che nasce da una fornitura materiale militare, di aerei, da parte di una società notoriamente vicina ai Servizi statunitensi. Questa è naturalmente una mia valutazione.

ANDREOTTI. Presidente, secondo me, siccome ho visto che anche Maletti insiste molto su questa posizione di soggiacenza agli americani, devo dire che non ho mai sentito nessuno di loro lamentarsi di questo. Come ho già detto l’altra volta, io sono veramente sorpreso nell’apprendere la deposizione qui dell’ammiraglio Martini, che avrebbe affermato che i servizi segreti stranieri per cinquant’anni potevano fare il comodo loro in Italia. Non capisco allora perchè ci fossero i nostri servizi segreti e il contro spionaggio.
Io non credo che il fatto di avere una Alleanza, tra l’altro regolarmente votata dal Parlamento – che quindi obbliga lo Stato come tale – ci mettesse, o addirittura mettesse i Servizi, in una posizione quasi di dipendenza gerarchica, con una sovrapposizione degli americani. Non ho mai considerato che l’Alleanza porti a questo, cioè ad un declassamento della nostra struttura amministrativa od altro. Certamente vi sono degli obblighi di rapporti, degli obblighi di controlli. L’altro giorno mi sono in un certo senso rallegrato giacchè in un atto venuto alla ratifica della Commissione esteri del Senato, che è stato approvato, in materia di strutture difensive Ueo, si parla di nullaosta di segretezza per questa struttura difensiva ed ho visto che nessuno assume una posizione di scandalo rispetto a ciò. Queste sono delle esigenze; tuttavia la subordinazione nel senso di impedire l’esercizio libero e approfondito del proprio lavoro di informazione non credo fosse legittima; se qualcuno la intendeva così è perchè aveva una mentalità coloniale.

PRESIDENTE. Le do atto che le cose sarebbero dovute andare come lei dice; le do anche atto che in più occasioni della sua lunga carriera politica lei si è comportato coerentemente con quanto ci sta dicendo, e lo abbiamo anche sottolineato nella scorsa audizione. Tuttavia l’impressione che traggo dall’insieme delle vicende è che non sempre le cose siano andate così. Ritengo che a tal proposito il senatore Manca possa fornirci una testimonianza.

MANCA. Ritengo che forse a livello politico questo non sia accaduto, ma a livello tecnico militare c’era effettivamente una soggezione nei riguardi degli Stati Uniti d’America. Questo credo fino ai primi anni ’70. Non so se la svolta sia avvenuta per direttive politiche o per altre ragioni, ritengo anche perchè cominciavamo ad avere dimestichezza con alcune tecniche e ad avere qualche mezzo in più, eravamo insomma cresciuti. Comunque fino ai primi anni ’70 – per quanto riguarda i Servizi americani e non altri – esisteva effettivamente una soggezione tecnica ed a volta una guida su come si assumono informazioni. Questo posso testimoniarlo per quanto riguarda l’intelligence esterna; eravamo in apprendistato per quanto riguarda questo aspetto.
D’altronde ciò era anche logico perchè come ho detto in altre occasioni gli aerei che avevamo in quel periodo ci erano stati donati da questo grande Stato; le tecniche di addestramento ed altri aspetti ponevano l’organizzazione militare italiana in una posizione di soggezione, di questa natura e non di altra; a livello politico può darsi non vi fosse soggezione, però quando si parlava di tecniche è ovvio che loro avevano molta più esperienza di noi. Il generale Maletti ci ha parlato di uno scontro tra il Capo dei Servizi americani ed il nostro Capo dei Servizi. Lo ritengo possibile perchè la soggezione tecnica porta anche ad una soggezione di carattere funzionale.

CORSINI. Senatore Andreotti, sarai molto curioso di conoscere in base a quali considerazioni nel gennaio del 1978 – lei all’epoca era se non sbaglio Presidente del Consiglio – alla guida del Sismi e del Sisde non furono nominati quelli che allora potevano apparire i candidati naturali e cioè il generale Dalla Chiesa e l’ispettore Santillo. Sarebbe interessante conoscere chi suggerì o impose il nome del generale Santovito, che sarebbe stato poi coinvolto, seppure in modo abbastanza marginale, nelle attività di Edgardo Sogno, nell’estate del 1974, attività sulle quali Edgardo Sogno è tornato recentemente in occasione di alcuni convegni. Vorrei soprattutto conoscere quali sono state le ragioni, ammesso che fossero a sua conoscenza, per le quali Santillo non fu nominato capo dell’Ucigos e alla guida dell’organismo fu invece chiamato un altro funzionario.

Emilio Santillo

ANDREOTTI. Circa le proposte per coprire questi incarichi, per quanto riguarda l’Interno ciò andrebbe chiesto alla struttura degli interni. Non so se Santillo fosse stato proposto da qualcuno; personalmente non ero grato a Santillo perchè insieme all’ammiraglio Casardi aveva compiuto un atto non troppo leale nei confronti del Governo, e cioè portare alla Commissione una memoria di critica ad un testo del Governo. Questo non perchè essi non potessero esprimere il loro avviso ma perchè avrebbero almeno dovuto informare di ciò il Presidente del Consiglio.

PRESIDENTE. A quale memoria si riferisce e a quale Commissione?

ANDREOTTI. Mi riferisco alla stesura del testo di riforma dei Servizi con la creazione di un Servizio unico. L’ammiraglio Casardi ed il dottor Santillo portarono questa memoria unica; non voglio definirlo un atto di sedizione, ma comunque non mi piacque. Ciascuno può esprimere le proprie idee, ma andare a soffiare alle Commissioni che si voleva mettere in piedi uno strumento di potere, chissà con quali macchinazioni, mi sembrò scorretto. Detto questo, non ho mai saputo se Santillo fosse candidato a questa posizione. Dalla Chiesa non fu candidato a dirigere il Servizio nè, che io sappia, aveva mai chiesto di fare ciò. Egli fu poi utilizzato in altra maniera; in quel momento si stava occupando molto efficacemente dell’ispettorato delle carceri, svolgendo un lavoro di grande importanza.
La proposta del generale Santovito fu fatta dallo Stato Maggiore; io non lo conoscevo di persona. Quanto alla persona di Sogno, andrei più cauto perchè, come ho detto, tutto sommato quello che era stato l’estensore di questo programma (che oggi fa parte di uno degli aspetti di cui si occupa anche la Bicamerale, cioè di questa idea di struttura dello Stato), divenne poi procuratore generale della Corte d’appello di Milano, laddove altri ebbero delle grane; può darsi che Sogno abbia fatto anche altre cose ma non voglio addentrarmi su questo. In ogni caso non vi furono pressioni o imposizioni per quanto riguarda le nomine ai Servizi. Anzi per il Cesis vi fu difficoltà a trovare qualcuno. In un primo tempo si era nominato il prefetto Napoletano, che io conoscevo bene in quanto era stato prefetto a Roma e prima a Latina. Direi che il Cesis era di maggior correlazione con il Presidente del Consiglio; egli tuttavia lasciò, in parte perchè i due Servizi non gli riconoscevano un potere effettivo ed anche perchè cominciò a star male, tanto è vero che poco dopo morì. Vi fu difficoltà a trovare qualcuno che lo sostituisse. Ricordo che venne interpellato un prefetto e non accettò; venne interpellato un generale dei carabinieri e non accettò. Fu poi proposto dal Ministero il prefetto di Venezia, il quale tra l’altro venne senza grande entusiasmo, forse perché era più prestigioso ricoprire l’incarico di prefetto di Venezia che non quello di direttore del Cesis. Non vi furono però imposizioni da parte di nessuno, nè da parte di americani, nè di altre nazionalità, nè da parte di confraternite.

CORSINI. Vorrei ora venire al caso Moro. Durante quel periodo lei era Presidente del Consiglio. Vorrei anzitutto una sua valutazione: lei ritiene che i nostri servizi segreti abbiano fatto tutto quanto era loro possibile per individuare la prigione di Moro e quindi per salvargli la vita? O ritiene plausibile che i due capi dei Servizi, ambedue aderenti alla loggia P2, abbiano tenuto una condotta per qualche verso passiva o addirittura ostativa, tale da facilitare una conclusione tragica, come poi è drammaticamente avvenuto, del sequestro?
Visto che ha poc’anzi nominato il prefetto Napoletano, nel corso del sequestro lei forse ricevette comunicazioni scritte da parte del direttore del Cesis, prefetto Napoletano, in cui si denunziava la passività del Sismi e del Sisde? E ammesso che abbia ricevuto tali comunicazioni, ebbe occasione di rispondere?
Quando il prefetto, dopo gli eventi legati al falso comunicato del lago della Duchessa, rassegnò le dimissioni lei accettò senza avere un colloquio chiarificatore? Come mai? E come mai nominò in sostituzione il prefetto Walter Pelosi, il cui nome mi sembra sia poi finito nelle liste di Licio Gelli? Desidererei comunque in prima battuta una valutazione sul ruolo dei Servizi.

ANDREOTTI. Intanto, dobbiamo dire che bisogna guardare nel suo complesso e in tutte le sue articolazioni la pubblica amministrazione civile e militare. Non era certamente un compito esclusivo riservato dei servizi quello di individuare dove era tenuto prigioniero Aldo Moro. A me non risulta, nè ebbi alcuna dichiarazione in senso contrario, che non si siano, cioè, impegnati adeguatamente e – ancor meno, mi rifiuto di accettare questa idea – che addirittura fosse una passività voluta per ragioni quali P2 o altra loggia.
Non lo ritengo accettabile: le difficoltà obiettive che ci furono nel rinvenire dove Moro era tenuto prigioniero furono difficoltà vere. Ricordo anche una delle critiche fatte, secondo cui bisognava essere molto più penetranti, per esempio, nella perlustrazione in città. A Roma ci sono alcune migliaia di appartamenti occupati da singoli o da coppie che lavorano entrambi e che durante tutta la giornata sono vuoti. Quindi, non si poteva – credo – sfondare porte. Ritengo che abbiano fatto quello che nel momento era ritenuto possibile. Penso che lo sforzo fosse stato fatto; certamente la volontà di arrivare ad una conclusione positiva era una volontà ed una tensione partecipata da tutti noi; purtroppo non si riuscì in questo. Inoltre, non ricordo affatto che mi abbia mandato – ma dovrei escluderlo – una lettera Napoletano. Tra l’altro, ero anche in grande rapporto personale con lui; lo sono tuttora con la sua vedova tramite mia moglie perchè – ripeto – era stato prefetto di Latina e ci conoscevamo benissimo, egli lasciò perchè era veramente malato: aveva un cancro ed è morto dopo poco tempo. Per quanto riguarda la nomina di Pelosi, come ho detto prima, dopo che erano stati interpellati un prefetto, segnalato dal Ministero ed il generale Ferrara che non avevano accettato, il Ministero dell’interno ci propose il prefetto di Venezia il quale si lamentò e – da quello che si è visto dopo – alla P2 si sarebbe iscritto dopo.

PRESIDENTE. Senatore Andreotti, scusi la mia intromissione: i vertici del Partito socialista informarono lei ed il Ministro dell’interno dei contatti che avevano con Piperno e Pace, cioè con ambienti di Metropolis e dell’Autonomia con cui cercavano di lanciare la via della trattativa?

ANDREOTTI. No, Presidente. Allora non ho saputo questo; probabilmente se avessero avuto – ritengo almeno – delle possibilità concrete di proporre, questo sarebbe stato portato a conoscenza, come il segretario del Partito socialista certamente mi parlò di alcune iniziative (l’avvocato Guiso, che essendo difensore a Torino si sperava potesse aver qualche contatto; la cosa poi non andò in porto). Però, devo anche dire un fatto sulla linea, chiamata della fermezza, che è la linea del rispetto e non di una legalità astratta. Pensiamo a cosa sarebbe successo se, dinanzi a persone che avevano ucciso carabinieri, guardie di finanza, magistrati, giornalisti, per salvare uno di noi avessimo mollato e accettato di liberare i tredici che loro volevano e di riconoscere il loro status politico. Questa era una linea su cui ci si trovava con una grande concordia. Ho conservato una dichiarazione di Enrico Berlinguer quando i rapporti, per altri motivi, con il Partito comunista, non erano più gli stessi del 1978. In occasione di una polemica fu resa una dichiarazione di Berlinguer molto ferma a questo riguardo dicendo che nulla è stato trascurato di quello che si poteva fare. Per il resto, l’approvazione della politica seguita dal Governo era fondamentale.

PRESIDENTE. Su questo voglio essere chiaro per quello che può valere una mia valutazione: all’epoca ero completamente fuori dalla politica; ero un modestissimo avvocato di provincia. Da cittadino italiano, ritenevo che la linea della fermezza fosse quella giusta; lo sviluppo della linea della fermezza però sarebbe stato cercare di fare di tutto, di rintracciare la prigione e liberare Moro. La mia impressione, vivendo adesso nel mondo politico, è che però si attivò allora un conflitto politico, ancora una volta tutto spiegato sulla attualità, per cui, per i fautori della trattativa, la liberazione da parte delle forze di polizia di Moro sarebbe stata una sconfitta politica e quindi potevano non dare le informazioni che potevano servire a rintracciare ed a trovare Moro.
D’altra parte, il partito della fermezza poteva avere la grossa preoccupazione del rischio (che indubbiamente c’era nella liberazione manu militari di Moro) di un esito tragico dell’intera vicenda, perchè allora sarebbero stati responsabilizzati della sua morte. Questo poteva portare a quello che la Commissione di indagine sul caso Moro disse: «quello stato quasi di rassegnata attesa che gli eventi giungessero al loro esito naturale».

ANDREOTTI. Signor Presidente, questa credo sia una ricostruzione che rispetto, ma che non corrisponde minimamente al vero: siamo stati in una tensione enorme in quel periodo, sentendo veramente la drammaticità del fatto e nessuno pensava che qualcosa dovesse essere trascurato o faceva delle ipotesi subordinate di che cosa succedesse e di un rischio nel caso di un conflitto a fuoco. Se noi avessimo saputo dove, certamente sarebbe stato meglio affrontato questo rischio che non lasciare Moro in mano loro. Questo purtroppo non si è mai verificato, nè credo che potesse verificarsi. Se veramente ci fosse stato qualcuno dell’amministrazione che avesse fatto questi ragionamenti sarebbe stato arbitrario ed un folle, anzi direi un mascalzone.

PRESIDENTE. Vorrei precisare che lei non condivide una valutazione che non è mia, ma della Commissione Moro che parlò appunto di questa rassegnazione di questo atteggiamento di inerzia e di impreparazione. Per quanto riguarda l’altro aspetto della vicenda (cioè che il partito della trattativa non desse le informazioni possibili) in fondo sarebbe stato sufficiente pedinare Pace per arrivare a Morucci e pedinare Morucci per arrivare a Moretti. Loro andavano a parlare con Pace; evidentemente sapevano che Pace era un interlocutore possibile, un tramite della trattativa.

ANDREOTTI. Probabilmente, lo avranno fatto in maniera riservata e non informando allora di questa situazione, forse per mantenere un contatto, se questo fosse stato noto, certamente si sarebbe operato il pedinamento. Seguimmo tutte le strade, anche delle strade indirette e demmo anche il consenso a che da parte di una personalità importante del Vaticano (il segretario di Paolo VI) si potesse tentare anche una possibilità di riscatto. Dispiaceva da un lato mettere un certo numero di miliardi in mano a questi poichè significava non farli utilizzare per cose innocue però, dicemmo che non c’era nessuna difficoltà anche a questo riguardo. Quindi, fu tentato di tutto; parlare di rassegnata inerzia…

PRESIDENTE. …e da parte della famiglia potrebbe esserci stato per esempio il silenzio su alcune informazioni importanti, perchè vi era una atmosfera di sfiducia; il cosiddetto canale di ritorno.

ANDREOTTI. Voglio fare due osservazioni. Siccome qui è stato evocato tra l’altro Cazora, voglio dire che ho appreso che vi era una intercettazione telefonica tra Cazora e Sereno Freato; l’ho notato adesso leggendo gli atti, ma non lo avevo mai saputo. Ebbene, che la famiglia potesse cercare di avere anche dei contatti personali era normale. Comunque, conservo un biglietto molto eloquente che ricorda che proprio la sera del 9 maggio Guerzoni mandò a Evangelisti, che era Sottosegretario, per ringraziare per tutto quello che noi avevamo fatto e pregandolo di ringraziare anche me. Fra l’altro, non so se qui o in altra sede, ho visto che Guerzoni aveva detto che io avrei fatto aggiungere o togliere alcune frasi nella lettera del Papa.

PRESIDENTE. Lo ha detto in questa sede.

ANDREOTTI. Questo appartiene ad una fantasia anche piuttosto fervida. Capisco che Guerzoni era attaccatissimo a Moro e che abbia sofferto la tragedia in maniera direi più che filiale, però non so chi abbia potuto pensare che il Papa mi abbia fatto leggere la lettera prima di mandarla.

PRESIDENTE. Lei avrà notato che, nella mia proposta di relazione, io esamino le ipotesi ricostruttive di Guerzoni e dico che non ci sono elementi per ritenerle nemmeno altamente probabili.

ANDREOTTI. Noi abbiamo seguito tutto. Si ricorderà che vi era stata anche la possibilità di quell’avvocato svizzero che la famiglia voleva contattare. Noi avevamo dato tutti i consensi perchè potesse essere attivata anche quella strada, che poi si dimostrò una pista non valida.

Le informative della guardia di Finanza del 1974 – relazione Tina Anselmi

Nel 1974 anche l’Ufficio I della Guardia di Finanza si interessò a Licio Gelli predisponendo nella primavera tre relazioni, alle quali non fu riservata una sorte migliore di quella toccata alle due note del Centro SID di Firenze prima ricordate.

Emilio Santillo

Le indagini sembra che furono avviate su richiesta dell’Ispet­torato antiterrorismo di Santillo — in relazione a quelle svolte su Lenzi Luigi di Quarrata (P2), sospetto di traffico di armi — e furono affidate dal comandante dell’Ufficio I, colonnello Florio, al tenente colonnello Giuseppe Serrentino, al maggiore Antonino De Salvo ed al capitano Luciano Rossi. Il più completo dei tre rap­porti è senza dubbio quello del maggiore De Salvo che riferisce delle nuove attività economiche di Gelli e degli incarichi ricoperti in due società del gruppo Lebole nel settore dell’abbigliamento: la GIOLE e la SOCAM. Circa la posizione politica di Gelli, la qualifica «spiccatamente destrorsa», dopo aver peraltro riferito che il Gelli « in Pistoia sino al 1956 era di orientamento comunista »; il rapporto si dilunga sulle amicizie sui apporti politici e con le autorità civili e militari di colui che indica come « un alto esponente della massoneria internazionale » ed afferma che proprio attra­verso la massoneria passerebbero i suoi rapporti con Peron e Campora (nel 1973 ha ricevuto la nomina a console onorario d’Argentina). Il maggiore dà anche notizia dei rapporti di Gelli con i paesi arabi ed avanza l’ipotesi che egli svolga funzioni di public relation man per i rapporti non palesi e non ufficiali intrattenuti dall’Italia con Stati arabi, chiedendosi se ciò non sia in relazione al trafficodi armi. Questo filone di indagine non fu più ripreso da nessun apparato informativo, nonostante nel rapporto si documenti in modo certo il contatto tra Licio Gelli e Luigi Lenzi. Il rapporto accennava anche al sicuro possesso, da parte del Centro di Firenze, di un fascicolo personale intestato a Licio Gelli, del quale non gli fu pos­sibile prendere visione.

gelli peron

Le indagini svolte su Licio Gelli non sembra giovarono agli ufficiali che se ne erano occupati. Il maggiore De Salvo appare iscritto alla Loggia P2; Luciano Rossi finì suicida dopo essere stato, come sembra, minacciato da Gelli; Serrentino abbandonò il Servizio per infermità; quanto al colonnello Florio, dopo aver subito una vera e propria persecuzione nell’Arma con l’arrivo di Giudice e Trisolini (su Giudice, a dire della vedova, aveva raccolto uno scot­tante dossier), morì in un incidente d’auto. Ai fini dell’analisi successiva quello che preme qui rilevare è che il 1974 è l’anno in cui certi settori dei Servizi (Centro SID di Firenze, Ispettorato antiterrorismo. Ufficio I della Guardia di Fi­nanza) si sono attentamente interessati di questo « personaggio emer­gente ». Il quadro complessivo che viene fuori da una lettura com­binata dei rapporti è ancora oggi pienamente valido e significativo, e tanto più ci colpisce in quanto compilato nel 1974, l’anno che segna, come vedremo, l’apice del fenomeno terroristico, di conno­tazione nera, in Italia.

Lettera del capo dell’antiterrorismo Santillo al giudice Tamburino su Gelli del 17.12.1974

In relazione alla nota suindicata e per quanto concerne il punto 2 della richiesta stessa, si comunica che nel decorso mese di agosto, fonte fiduciaria, non controllata, segnalò che alcuni esponenti della massoneria finanziavano gruppi dell’estrema destra rivoluzionaria.
In particolare segnalava l’operato di Gelli Licio, incaricato delle pubbliche relazioni della ditta “Lebole”, che dirige l’organo “Loggia Propaganda 2” al quale farebbero capo personaggi di rilievo nel mondo economico, della burocrazia italiana e alti ufficiali.
Univa copia fotostatica (n.1) di una lettera del 15.1.1973 di Accornero Nando, in cui tra l’altro il Gelli veniva definito “sgradito e pericoloso”, “che ha gravi e pesanti precedenti fascisti e che attualmente dispone degli schedari in codice conservati in una particolare sede che non è specificata, ma che molti dicono trovarsi in via Cosenza in Roma”.
In un altro documento (vedi n. 2) il Gelli veniva indicato come “un fratello, che non solo ha un triste passato fascista, ma che ancora vive delle concezioni di un funesto regime, fino al punto di invitare i fratelli che appartengono ad alte gerarchie della vita nazionale, ad adoperarsi perché l’Italia abbia una forma di governo dittatoriale” o “violento persecutore di giovani partigiani o renitenti alla leva della Repubblica di Salò”.
La stessa fonte fiduciaria precisava che del “Raggruppamento Gelli” avrebbero fatto parte, tra gli altri, Ambesi Alberto da Milano, e Donini Francesco da Bologna.
I predetti avrebbero avuto rapporti con i noti Junio Valerio Borghese, Giancarlo De Marchi e Attilio Lercari. In relazione alle notizie fiduciarie sono stati svolti alcuni accertamenti in merito.
Donini è stato identificato per Donini Francesco, nato a Bologna il 20.3.1931, ivi residente in via Mengoni, 48, fondatore della “Gioventù italiana del Sagittario”  che svolse la sua attività dal 1953 al 1956, con sede a Bologna. Già responsabile della condotta “profana” della Loggia “Felsinea” con il “grado nove” della guardia massonica, attualmente non appartiene ad alcuna loggia, né risulta mai aver fatto parte del Raggruppamento Gelli né aver conosciuto il Gelli stesso.
Per quanto attiene ai contatti avuti dal Donini con il Principe Junio Valerio Borghese e con il De Marchi, questi si riducono ad un incontro in occasione di un congresso della X MAs presso il ristorante “Tre Vecchi” sito a Bologna in via Indipendenza.
Ambesi è stato identificato per Ambesi Cesare Alberto di Umberto, nato a Torino il 7.9.1931, residente a Milano in via Gerolamo Forni n. 33. Giornalista si dedica alla libera professione e non ha mai partecipato a manifestazioni politiche; recentemente si è interessato alal storia della massoneria, sulla quale dovrebbe a breve pubblicare un libro.
Gli accertamenti svolti escluderebbero che l’Ambesi abbia avuto contatti con elementi della destra estrema, soprattutto nelle vesti di finanziatore.
Gelli Licio è stato identificato per Gelli Licio di Ettore e fu Gori Maria, nato a Pistoia il 21.7.1919, ivi residente che risulta avere appartenuto in passato al PNF.
Accornero Nando è stato identificato per Accornero Ferdinando, fu Anselmo e fu Battaglia Irma, nato a Genova il 28.3.1910, residente a Roma, in via Anapo n. 7, coniugato, professore di neuropsichiatria alla locale università.
Il Nucleo Antiterrorismo di genova ha assunto, poi, a verbale tale Barbieri Giorgio, nato a S.Giorgio Lomellina, il 10.10.1931, domiciliato a Genova in Corso Dogli 8/6, giornalista, in ordine a sue affermazioni che il Golpe (di Borghese) era appoggiato da alcuni elementi della massoneria.
In merito è stata riferita in data 23 ottobre u.s. all’Ufficio Istruzione di Roma (dr. Fiore), cui sono stati inviati anche i documenti fiduciari su Gelli, la cui “Loggia”, definita anche “Raggruppamento Gelli” potrebbe significare che il gruppo aveva una destinazione d’attività diversa da quella specifica della Massoneria.
Si allega (all. n. 3) infine il bollettino n. 30 – 31 del 29 – 30 novembre u.s., dell’agenzia di stampa “Informatore economico” in cui si accenna a presunti rapporti tra il SID e la massoneria.

Il direttore dell’ispettorato dr. Emilio Santillo

“Oltre ogni prova” – Panorama 06.02.1975

Polizia, carabinieri e magistratura conoscevano fin dalla primavera scor­sa quasi tutti i nomi e i precedenti degli eversori neofascisti che ope­ravano in Umbria e in Toscana e che, in un crescendo di attentati, co­minciato il primo gennaio con un’e­splosione che ha fatto saltare un tra­liccio dell’Enel a Pistoia, si propo­nevano di fare una strage, minando, giovedì 23 gennaio, con quindici chi­logrammi di tritolo, l’edificio della Camera di commercio, al centro di Arezzo.

II Fronte. Invece che con quella strage, la catena di violenza si è chiu­sa, venerdì 24 gennaio, con l’agghiac­ciante uccisione del brigadiere di pubblica sicurezza Leonardo Falco e dell’appuntato Giovanni Ceravolo e con il ferimento dell’appuntato Ar­turo Rocca. A compiere il delitto è stato Mario Tuti, 29 anni, geometra, insospettabile impiegato modello del comune di Empoli, uno dei capi de­gli eversori, il solo di cui non si sa­pesse niente.
Notissimo era, invece, Augusto Cauchi, 24 anni, di Cortona, guarda­spalle di Oreste Ghinelli, segretario del Movimento sociale di Arezzo, complice di Tuti e ricercato dalla sera di domenica 26 gennaio. Da un rapporto riservato del nucleo inve­stigativo dei carabinieri di Perugia del 13 maggio dell’anno scorso, 82 giorni prima della strage sul treno Italicus Roma-Monaco (12 morti), risulta che, in una perquisizione a casa di Cauchi, a Verniana di Monte San Savino, era stata sequestrata una carta topografica con tratteggia­to il percorso della linea ferroviaria Firenze-Bologna, proprio il tratto su cui avvenne l’eccidio.

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Tuti e Cauchi facevano parte del Fronte nazionale rivoluzionario, una filiazione di Ordine Nero, l’organizza­zione eversiva neofascista che si è attribuita tutta una serie di atten­tati della primavera scorsa, culmi­nati nella strage di Brescia del 28 maggio (7 morti). Il Fronte aveva architettato anche l’attentato alla Ca­mera di commercio di Arezzo (« Se fosse avvenuto, sarebbe stato un massacro », dice Emilio Santillo, ca­po dell’ispettorato antiterrorismo), previsto inizialmente per il giorno 22. Rinviata di 24 ore, perché gli orga­nizzatori avevano avuto l’impressio­ne, poi rivelatasi giusta, di sentirsi sorvegliati e pedinati, l’azione terro­ristica è stata sventata all’ultimo momento.

Dal 6 gennaio, infatti, Mario Marsili, un giudice toscano di 33 anni, sostituto procuratore della Repubbli­ca ad Arezzo, era sul chi vive. Un macchinista di un treno merci diret­to al Sud aveva notato per caso vici­no a Terontola, sulla linea Firenze- Roma, che 85 centimetri di una ro­taia erano stati divelti e aveva fer­mato il convoglio. Nel giro di due ore venne accertato che i binari era­no stati minati nel corso della notte precedente e che 34 treni avevano corso il rischio di deragliare.

Immediatamente Emilio Santillo e Silvio Santacroce, questore di Arez­zo, puntarono su due obiettivi: sco­prire gli attentatori e individuare il luogo dove veniva tenuto nascosto l’esplosivo. Sedici giorni dopo, a po­chi chilometri da Arezzo, venne tro­vata una santabarbara, contenente 18 chilogrammi di cheddite, un esplo­sivo ad alto potenziale, celata tra le rovine di una chiesetta dissacrata coperta dai rovi.

La sera stessa, era giovedì 23, la polizia sapeva già chi cercare. A col­po sicuro arrestò due persone: Lu­ciano Franci, 28 anni, ex-democri­stiano, ex-missino, autista e anche lui guardaspalle di Oreste Ghinelli, im­piegato alle poste della stazione di Firenze; e Piero Malentacchi, 25 an­ni, esponente di Ordine Nuovo, l’or­ganizzazione estremista di destra messa fuori legge alla fine del 1973.

Due morti. Il giorno dopo venne arrestata Margherita Luddi, amica di Franci, 25 anni. Il sostituto pro­curatore della Repubblica le aveva messo il telefono sotto controllo e scoprì così che la ragazza aveva na­scosto nella soffitta della casa di campagna di sua nonna, sull’Appennino toscano, venti detonatori, al­trettante micce e tre casse di esplo­sivi. Non solo: Marsili venne a sa­pere anche che la Luddi cercava in­sistentemente per telefono un certo Mario, un nome che gli era già stato fatto da Franci nel corso del primo interrogatorio. Al magistrato non ci volle molto per scoprire che si trat­tava di Mario Tuti.

Così nel pomeriggio di venerdì Marsili ordinò la cattura di Tuti e, contemporaneamente, quelle di Ro­berto Giovanni Gallastroni, 22 anni, responsabile della sezione culturale del Movimento sociale nella zona di Montevarchi e capofila dei superstiti di Ordine Nuovo, e di Mario Morel­li, 23 anni, detto il guercio (nella sua casa di Castiglion Fiorentino, vi­cino ad Arezzo, furono poi trovate 2 mila pallottole calibro 9, alcuni ti­mer e carte topografiche delle zone di Orvieto, Perugia e Tuscania).

Per arrestare Tuti, la questura di Empoli mandò a casa sua, in via Boccaccio 26, nel centro della città, tre uomini a bordo di una volante. Giunti sul posto alle 20,30, il briga­diere Falco e l’appuntato Rocca, che conoscevano Tuti da tempo (ci gio­cavano anche a carte), suonarono al­la porta di casa del geometra, men­tre l’appuntato Ceravolo era rimasto in macchina con il motore acceso.

Tuti aprì subito: sua moglie Loret­ta e il figlio Werther, un bambino di due anni, erano a tavola. La mo­glie di Tuti abbassò il volume del te­levisore e il brigadiere Falco mostrò al geometra i mandati di perquisi­zione e di cattura. Per 35 minuti fi­lati, Mario Tuti sciorinò ai due po­liziotti tutte le autorizzazioni per la detenzione di armi. Quando gli ven­ne chiesto se aveva anche il permes­so per tenere in casa bombe a ma­no, uscì dal soggiorno per dire che andava a prenderlo: quando rientrò, impugnava un fucile a ripetizione che spara anche a raffica. Falco ven­ne fulminato per primo, Rocca gra­vemente ferito, Ceravolo che, all’udi­re degli spari, si ei a precipitato per le scale impugnando la pistola, fu ucciso da un’altra raffica.

Fuggito senza giacca, con cinque­mila lire in tasca, Tufi salì a bordo della 128 bianca della moglie. L’au­tomobile venne ritrovata il giorno dopo in via Sarzanese, a Lucca. Ce l’aveva portata Mario Tuti o qual­che complice nell’intento di deviare le indagini? Per ottenere una ri­sposta, gli agenti dell’Antiterrorismo hanno frugato nelle agende di Franci e di Tuti in cerca di qualche in­dirizzo di Lucca. L’unico che hanno trovato è stato quello di Roy Affatigato, un ex-ordinovista passato a Ordine Nero. Precipitatisi a casa di Affatigato, gli agenti sono riusciti solo a sapere che l’estremista era scomparso la mattina di lunedì. Poi, il buio più completo.

Oltre che di Cauchi, i carabinieri avevano già seguito in passato an­che i movimenti di Franci e Gallastroni. Durante le indagini sull’ attentato dinamitardo del 22 aprile 1974 alla casa del popolo di Moiano di Città della Pieve, in provincia di Perugia, avevano perquisito le loro case sequestrando armi, carte topo­grafiche e volantini.

Ma l’attenzione dei carabinieri si era poi spostata su Massimo Batani, 21 anni, responsabile della sede di Arezzo di Ordine Nuovo per tutto il 1973, e rinviato poi a giu­dizio come uno degli esecutori ma­teriali dell’attentato alla casa del popolo (fu arrestato il 6 luglio), di cui Ordine Nero aveva rivendicato la paternità. Era stato proprio Ba­tani a rappresentare i camerati di Arezzo e dintorni al convegno di Cattolica (2-5 marzo 1974), da cui era nato Ordine Nero.

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Individuati. Sotto questa nuova si­gla si erano riuniti in una specie di federazione i bracci armati dei più noti movimenti neri. Tra i con­venuti a Cattolica, una trentina, era­no presenti con sicurezza alcuni fra i più noti esponenti del neofascismo italiano: Clemente Graziani, capo riconosciuto di Ordine Nuovo, at­tualmente latitante, Salvatore Fran­cia, responsabile del settore stampa del movimento, colpito da innume­revoli mandati di cattura, rifugiato in Svizzera (si è trasferito lì in que­sti giorni, dopo essere stato a lungo a Barcellona, in Spagna), Luigi Falica, organizzatore del convegno, se­gretario del circolo bolognese « Il retaggio », famoso ritrovo di neofa­scisti, in carcere a Bologna.

Quando fu chiaro che gli organiz­zatori del nuovo gruppo eversivo erano tutti ex-appartenenti al di­sciolto Ordine Nuovo, Vittorio Occorsio, sostituto procuratore della Repubblica a Roma, aprì, il 2 giu­gno, un’inchiesta che si concluse in 40 giorni con il rinvio a giudizio di 119 persone, accusate di ricostitu­zione del partito fascista. Nella lista degli imputati figura­vano parecchi esponenti del neofa­scismo umbro-toscano. Oltre a Cauchi, Gallastroni e Batani, la lista comprendeva anche i fratelli Euro e Marco Castori, di Perugia, forte­mente sospettati per l’attentato all’ Italicus perché fuggiti in Svizzera all’indomani della strage.

Perfettamente individuata da tem­po, dunque, la cellula eversiva di Arezzo, fatta eccezione per Massimo Batani, che era stato arrestato, ha continuato ad agire indisturbata per mesi. C’è voluta la scoperta dell’attentato alla linea ferroviaria Firenze-Roma del 6 gennaio per smuo­vere finalmente le acque. E solo il duplice delitto commesso da Ma­rio Tuti ha spinto magistratura e Antiterrorismo a intervenire drasticamente, a dare uno scossone agli ambienti della destra extraparla­mentare, rivelando collegamenti a livello nazionale e internazionale fi­nora insospettati e collusioni espli­cite tra gli eversori di estrema de­stra e il Movimento sociale.

Dal Msi. « Gli arrestati di Arezzo non solo provenivano tutti dalle fi­le del Movimento sociale, ma alcuni ne facevano ancora parte », ammette apertamente Santillo. E lo stesso Occorsio, che ha indagato a livello nazionale sull’attività degli ordinovisti, ha confermato a Panorama: « Ad Arezzo estremismo eversivo e Movimento sociale si identificano e si confondono ».

Anche Mario Calamari, procurato­re generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Firenze, noto per le sue tendenze conservatrici, ha sottolineato con vigore le responsabilità della cellula eversiva di estre­ma destra assicurando che i respon­sabili saranno perseguiti col massi­mo rigore. « Ci auguriamo di essere a una svolta radicale nella lotta all’ever­sione politica nel paese, alla eversione di destra quale essa è, come sta a testimoniare la documentazio­ne finora raccolta », ha detto il mi­nistro dell’Interno, Luigi Gui. All’Antiterrorismo preannunciano gior­nate calde, scandite da una selva di mandati di cattura. « Andrò fino in fondo », confida Mario Marsili, il magistrato che conduce l’inchiesta.

C’è tuttavia chi di fronte a questa vampata di antifascismo, manifesta qualche perplessità. « Non si può di­fendere la democrazia con strumenti fascisti », ha dichiarato a Panorama Marco Ramat, pretore a Firenze, se­gretario di Magistratura democrati­ca, la corrente più avanzata della magistratura (650 aderenti su circa 6 mila magistrati). « La magistratura deve resistere alla tentazione di far­si influenzare dalle proposte di Fanfani sull’ordine pubblico ». Perples­sità di ordine completamente diver­so, ma anche più gravi e assillanti, nascono dal fatto che, proprio men­tre si verificavano i tragici fatti di Empoli, altri magistrati, in procedi­menti diversi, abbiano preso deci­sioni che lasciano perlomeno dub­biosi sulla autentica volontà di farla finita con le trame nere.

Note a tutti. In Toscana, per esem­pio, ha suscitato particolare stupore la notizia del rinvio sine die del pro­cesso contro i 119 ordinovisti ia cor­so davanti al tribunale di Roma. Il presidente Giuseppe Volpari ha sta­bilito che il processo non potrà es­sere ripreso « fino a che negli altri procedimenti penali attualmente pendenti a carico degli imputati sia pronunciata sentenza non più sog­getta ad impugnazione ». « Se ne parlerà fra due se­coli! », ha commentato il pubblico ministero Vitto­rio Occorsio, visto che i procedimenti pendenti a carico degli imputati so­no ben 44.
« Se i fascisti di Arez­zo fossero stati in gale­ra non sarebbe successo niente. Noi di denunce ne abbiamo fatte tante. Sa­rebbe bastato che polizia e carabinieri li tenessero a bada e non saremmo arrivati a questo punto », dice Giorgio Bondi, se­gretario provinciale del partito comunista di Arezzo, convinto anche lui che « tra eversori e mis­sini non esiste una linea di demarcazione ».
Ad Arezzo le attività dei fascisti erano note a tut­ti. I più attivi si riuniva­no in un bar accanto al­la sede della federazione missina. Alcuni giravano armati, altri si erano com­prati un cane lupo « da difesa », molti frequenta­vano palestre e il poligo­no di tiro (solo per pistole). Alla fine del 1973, quando furono costretti a chiudere la sede di Ordine Nuovo, in via Pescioni 43, i fascisti occuparono per qual­che giorno i portici di corso Italia. Ci furono risse a non finire, mi­nacce e violenze di ogni genere non si contarono più.

L’iniziativa più recente è stata quella di costituire un gruppo di « radioamatori ». Uno di questi era Luciano Franci, ma l’apparecchia­tura più sofisticata sembra essere quella di Giovanni Rossi, un insospettabile professore di matemati­ca e fisica dell’istituto tecnico di Arezzo, dichiaratamente missino. Considerato una specie di eminen­za grigia, Rossi non è mai uscito allo scoperto, se non il 12 novembre 1973, quando, davanti al Supercinema di via Garibaldi, minacciò con una pistola Sergio Nenci, detto Cico, militante del partito comuni­sta. Rossi naturalmente fu denuncia­to ma la cosa non ebbe seguito.

Amico di Franci e Gallatroni, Ros­si era solito incontrarli passeggian­do per il corso Italia. « La sua era una sezione peripatetica del Movi­mento sociale », dice un aderente di Lotta Continua. Adesso, ad Arezzo, Rossi si vede poco. Il giorno dopo l’uccisione dei due sottufficiali di pubblica sicurezza, il professore ha chiesto tre mesi di congedo a scuola. C’è chi dice che viaggiava molto per la Toscana, in particolare tra Empoli e Arezzo. Conosceva Tuti? Santillo non dice di no. Ammette che l’An­titerrorismo sta controllando ad Arezzo i movimenti di tre o quat­tro personaggi ritenuti finora inso­spettabili.

L’ingente quantità di armi che si teneva in casa, l’apparente rispet­tabilità ostentata per anni da Tuti, le coperture che sicuramente ha avuto nella fuga, la ferocia con cui ha sparato contro i tre uomini del­la pubblica sicurezza che erano andati ad arrestarlo, sono la pro­va da una parte che la cellula ever­siva era bene organizzata e godeva di protezioni e dall’altra che Tuti era un anello importante della ca­tena neofascista, pronto a tutto pur di non essere costretto a parlare. Santillo è convinto che Tuti sape­va un mucchio di cose e che proba­bilmente aveva da tempo respon­sabilità ben più gravi di quelle che di fatto gli si possono attribuire (la detenzione delle armi) o forte­mente sospettare (la loro fornitura alle cellule eversive).

Una confidenza. Tuti era già cono­sciuto dalla polizia fin da quando viveva a Pisa e partecipava alle azio­ni squadristiche dei fascisti all’uni­versità. Poi si sposò e si stabilì a Empoli con tutte le carte in regola e la fama di impiegato modello, riu­scendo persino a farsi assumere dal Comune a maggioranza comu­nista. Alla vigilia del delitto, in­contrando un amico, gli confidò che forse non sarebbe mai più tor­nato a lavorare al suo tavolo da geometra. È stata questa circostanza, naturalmente, a far sorgere il sospetto che l’irreprensibile impie­gato stesse per prendere una decisione che avrebbe cambiato radicalmente la sua vita.

Si saprà mai che cosa Tuti avreb­be potuto dire? C’è già chi prevede che non lo si ritroverà vivo e che farà la fine di Giancarlo Esposti, giovane fascista, radioamatore, uc­ciso, la primavera scorsa, in circostanze oscure a Pian del Rascino, vicino a Rieti, o di Armando Calzo­lari, il neofascista esperto nuotato­re che « affogò » in una pozza d’ac­qua di pochi centimetri alla perife­ria di Roma nel gennaio 1970, o di Silvio Ferrari, un neofascista saltato in aria con la sua moto, pochi gior­ni prima della strage di Brescia: è ormai accertato che il suo non fu un incidente. Qualcuno aveva re­golato la sua morte all’ora X, le 3,05 del 19 maggio 1974. Ci sarà un’ ora X anche per Tuti?

Panorama 06.02.1975