Sull’omicidio di Luigi Di Rosa

(…) Il parà, dunque, si arrampica sul palco. I suoi gli si stringono intorno. Per difendersi da eventuali attacchi hanno comprato qualche cassa di acqua minerale ma, alla fine del discorso di Saccucci, non saranno le bottiglie gli unici proiettili a volare. Gli eventi precipitano quando il missino, con una prosopopea di rara tracotanza, pretende di celebrare il secondo anniversario della strage di Brescia urlando un bugiardo “Noi abbiamo le mani pulite!” in faccia al pubblico del comizio. E’ troppo: una bordata di fischi sommerge l’oratore fascista; una ventata di “Assassini! Assassini!” smaschera le sue velleità revisioniste. Saccucci non ci sta. La folla lo contesta? Lui mette mano alla pistola: “Colpi sparati in aria – si difenderà poi l’onorevole – esplosi soltanto per disperdere la folla e tornare alle automobili”. Peccato che, prima di iniziare a sparare, esacerbando ulteriormente gli animi, il missino abbia esclamato: “Non volete sentirmi con le buone, mi sentirete con questa!”.
Facendosi largo a pistolettate, la squadra fascista apre il fuoco: i suoi componenti prima partecipano ai corpo a corpo e al fitto lancio di oggetti che si scatena in piazza IV Novembre dopo le nove di sera, poi riescono a guadagnare le automobili e a fuggire da Sezze. Quando il serpente di macchine supera Porta Pascibella transitando in località Ferro di Cavallo, qualcuno – anzi più di qualcuno – si sporge con il braccio fuori dal finestrino della macchina e spara ancora. (…) a cadere sotto il fuoco dei neofascisti sono il militante di Lotta Continua Antonio Spirito, ferito a una gamba, e Luigi Di Rosa, iscritto alla FGCI. Quest’ultimo colpito alla mano e al ventre, muore quello stesso 28 maggio, malgrado un’inutile corsa in ospedale, dopo diverse ore di agonia. (….)
il caso di Luigi Di Rosa subisce il destino di un’indagine giudiziaria condotta con criteri poco meno che farseschi. Neppure il referto della morte di Luigi spinge i giudici a soffermarsi su un particolare decisivo: i proiettili di diverso calibro che hanno raggiunto il corpo del ragazzo di Sezze dicono che a sparare dicono che a sparare contro il giovane comunista debbano per forza essere state due persone. Invece, quando l’omicidio Di Rosa arriva in tribunale, si accetta la tesi dello stesso Saccucci e si scarica tutta la sua responsabilità su Pietro Allatta, il pesce piccolo della situazione. (…) Indagato insieme a Saccucci, Pirone e Pistolesi, Allatta si accolla l’omicidio di Di Rosa e subisce una condanna a tredici anni di galera, scontati fino al 1984, quando ottiene la semilibertà. Ma mentre Pirone e Pistolesi subiscono un periodo di detenzione, Saccucci si mette in bandiera non appena il Parlamento  – formalizzate le pesanti accuse di omicidio , cospirazione politica, istigazione all’insurrezione armata per i fatti del “golpe della Madonna” – si decide ad autorizzarne l’arresto.
Persino il Movimento sociale sembra abbandonare il suo camerata: Almirante prende la palla al balzo ed espelle Saccucci dal partito. Ma ormai Saccucci, latitante a tutti gli effetti, è già lontano.

Estratto da “Cuori Rossi” di Cristiano Amrati

Il Golpe Borghese – Relazione Commissione Stragi 1995 – prima parte

Può ritenersi ormai certo che nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 si attivò in Roma un tentativo di vero e proprio colpo di Stato, che tuttavia durò soltanto poche ore e fu subito interrotto ben prima che si raggiungesse uno stato insurrezionale. In merito può ormai ritenersi sufficientemente accertato che:

a) Un gran numero di uomini era stato raccolto e organizzato da Junio Valerio Borghese sotto la sigla Fronte Nazionale in stretto collegamento con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

b) Sin dal 1969 il Fronte Nazionale aveva costituito gruppi clandestini armati e aveva stretto relazioni con settori delle Forze Armate.

c) Borghese stesso, con la collaborazione di altri dirigenti del Fronte Nazionale e di numerosi alti Ufficiali delle Forze Armate e funzionari di diversi Ministeri, aveva predisposto un piano, che prevedeva l’intervento di gruppi armati su diversi obiettivi di alta importanza strategica; sin dal 4 luglio 1970 era stata costituita una “Giunta nazionale”. Avrebbero dovuto essere occupati il Ministero degli Interni, il Ministero della Difesa, la sede della televisione e gli impianti telefonici e di radiocomunicazione; gli oppositori (e cioè gli esponenti politici dei diversi partiti rappresentanti in Parlamento), avrebbero dovuto essere arrestati e deportati. Il Principe Borghese avrebbe quindi letto in televisione un proclama, cui sarebbe seguito l’intervento delle Forze Armate a definitivo sostegno dell’insurrezione.

d) Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 il piano comincia ad essere attuato, con la concentrazione a Roma di alcune centinaia di congiurati e con iniziative analoghe in diverse città:

1) Militanti di Avanguardia Nazionale, comandati da Stefano Delle Chiaie e con la complicità di funzionari, entrano nel Ministero degli Interni e si impossessano di armi e munizioni che vengono distribuite ai congiurati.

2) Un secondo gruppo di militanti si riunisce in una palestra, in via Eleniana, ove attende la distribuzione delle armi, che dovrà avvenire a seguito dell’ordine di Sandro Saccucci (un tenete dei paracadutisti stretto collaboratore di Borghese) e a opera del Generale Ricci tra le persone radunate, in parte già in armi, vi sono anche ufficiali dei Carabinieri.

3) Lo stesso Saccucci (che avrebbe dovuto assumere il comando del SID) dirige personalmente un altro gruppo di congiurati, con il compito di arrestare uomini politici.

4) Il Generale Casero e il Colonnello Lo Vecchio (i quali garantiscono di avere l’appoggio del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Fanali) dovrebbero invece occupare il Ministero della Difesa.

5) Il Maggiore Berti, già condannato per apologia di collaborazionismo e ciò nonostante giunto ad alti gradi del Corpo forestale dello Stato, conduce una colonna di allievi della Guardia forestale, proveniente da Città Ducale presso Rieti, che attraversa Roma e va ad attestarsi non lontano dagli studi RAI-TV di via Teulada.

6) Il Colonnello Spiazzi (di cui si è già chiarito il ruolo nei Nuclei per la difesa dello Stato) muove con il suo reparto verso i sobborghi di Milano, con l’obiettivo di occupare Sesto San Giovanni, in esecuzione di un piano di mobilitazione reso operativo da una parola d’ordine.

7) L’insurrezione, già in fase di avanzata esecuzione, fu improvvisamente interrotta. Fu Borghese in persona a impartire il contrordine; ne sono tuttora ignote le ragioni, giacché Borghese rifiutò di spiegarle persino ai suoi più fidati collaboratori.

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Sono questi fatti noti, di cui acquisizioni anche recenti hanno consentito una più ampia ricostruzione e una più approfondita lettura. E tuttavia gli stessi, anche per come percepiti nella immediatezza degli accadimenti, appaiono alla Commissione tali da non giustificarne la valutazione minimizzante che hanno avuto in sede giudiziaria (sentenza Corte d’Assise di Roma 14 novembre 1978 e Corte di Assise di Appello del 14 novembre 1984 che condussero al noto esito globalmente assolutorio) ed anche da gran parte dell’opinione pubblica, apparsa spesso orientata da aspetti velleitari dell’operazione e dallo scarso spessore di molti dei suoi protagonisti, a definire l’episodio come un “golpe da operetta”.
Per ciò che concerne la valutazione giudiziaria, scarsamente condivisibili appaiono alla Commissione innanzitutto le motivazioni con cui già in sede istruttoria furono prosciolti molti di coloro che si erano radunati, agli ordini del Fronte Nazionale; il proscioglimento fu infatti così motivato: “molte persone aderirono al Fronte Nazionale perché illuse e confuse da ingannevole pubblicità… Nei loro confronti non sono state avanzate istanze punitive nella presunzione che l’iscrizione, il gesto isolato e sporadico, il sostegno ‘esterno’, la convergenza spirituale di per sé rilevano, piuttosto che un permanente legame, un atteggiamento psicologico non incidente sulla ‘condizione’ processuale degli interessati”.
Indipendentemente dalla fondatezza giuridica di tale dichiarata presunzione, va rilevato che tra le posizioni così archiviate ve ne erano alcune riferibili a soggetti che negli anni successivi compariranno in momenti di rilievo dell’eversione di destra, quali Carmine Palladino, Giulio Crescenzi, Stefano Serpieri, Gianfranco Bertoli (autore della strage di via Fatebenefratelli a Milano), Giancarlo Rognoni, Mauro Marzorati, Carlo Fumagalli, Nico Azzi (autore della tentata strage del 7 aprile 1973 di cui si è già detto).

Analogamente alcuni dati di fatto – pur non contestati – furono incomprensibilmente svalutati nella decisione della Corte di Assise di primo grado, che accetto le più ridicole giustificazioni di condotte che apparivano ictu oculi di straordinaria gravità (come quella del Generale Berti nell’avere condotto un’intera colonna di militari armati di tutto punto e muniti di manette, acquistate senza autorizzazione ministeriale appena pochi giorni prima, fino a poche centinaia di metri dalla sede della radiotelevisione). Esito di tale complessiva lettura minimizzate può ritenersi la finale ricostruzione della vicenda, cui approda la Corte di Assise di Appello romana nella già ricordata sentenza, affermando: “che i ‘clamorosi’ eventi della notte in argomento si siano concretati nel conciliabolo di quattro o cinque sessantenni nello studio di commercialista dell’imputato Mario Rosa, nella adunata semi pubblica di qualche decina di persone nei locali della sede centrale del Fronte Nazionale (adunata cui potettero presenziare anche estranei al movimento, e cioè attivisti dell’M.S.I., incaricati dal loro partito di sorvegliare, senza neppure tanta discrezione, le attività di J. V. Borghese e dei suoi seguaci), nel dislocamento di uno sparuto gruppo di giovinastri in una zona periferica e strategicamente insignificante dell’agglomerato urbano, nel concentramento di un imprecisato numero di individui, alcuni certamente armati ma i più sicuramente non molto determinati, nella zona di Montesacro , in un cantiere impiantato dall’impresa di Remo Orlandini, e, da ultimo, nella riunione di cento o duecento persone, fra uomini e donne, senza armi in una palestra gestita dall’associazione paracadutisti nella via Eleniana di Roma”.

Così come analogamente minimizzate appare la valutazione che nella medesima sede viene operata del Fronte Nazionale e del suo organizzatore:
“La formazione creata e capeggiata da J. V. Borghese, con l’apporto determinante soprattutto di elementi legati, se non politicamente ed ideologicamente, almeno sentimentalmente al fascismo, ed al fascismo più deteriore, quello repubblichino, accolse nel suo seno esaltati, se non mentecatti, di ogni risma pronti a conclamare in ogni occasione la propria viscerale avversione al sistema della democrazia liberale, avversione condivisa dal loro capo, nonché ad alimentare deliranti segni di rivalsa e speranze e propositi illusori di rovesciare il regime creato dalle forze andate al potere dopo la disfatta del fascismo: conseguentemente è indubbio e risulta documentato in atti, che all’organizzazione del Fronte Nazionale appartennero individui che, in assenza di qualsiasi elemento che potesse conferire caratteri di concretezza ai loro discorsi, presero a farneticare di imminenti colpi di Stato, nei quali essi stessi e il movimento cui si erano affiliati avrebbero dovuto avere un ruolo determinante, o almeno significativo, a spingere le proprie sfrenate fantasie, apparse subito comiche alla generalità dei compari, un po’ meno sprovveduti di loro, sino al punto di vagheggiare spartizioni di cariche per sé e per i propri amici e conoscenti nell’amministrazione centrale e periferica dello Stato, a predisporre proclami da rivolgere al popolo dopo la auspicata instaurazione del fantasticato “ordine nuovo”, ad immaginare come imminenti sovvertimenti istituzionali….”.
Sorprendente appare alla Commissione che a valutazioni siffatte si sia potuto giungere nel 1984, cioè al termine del terribile quindicennio che ha insanguinato la Repubblica; e cioè dopo che una serie di eventi, con la tragicità della loro evidenza, avevano dimostrato la estrema pericolosità dei fenomeni, in cui la vicenda della notte dell’Immacolata veniva ad inserirsi, preannunciando in qualche modo episodi successivi, di cui molti degli aderenti al Fronte Nazionale furono, come già segnalato, i negativi protagonisti. Vuol dirsi cioè che una valutazione giudiziaria così minimizzante dell’episodio avrebbe avuto senso se lo stesso fosse venuto ad inserirsi in un contesto storico sociale assolutamente pacifico; e cioè affatto diverso da quello che caratterizzò il Paese per l’intero decennio degli anni ’70. In quel contesto la vicenda della notte dell’Immacolata non può meritare una così intensa sottovalutazione che stride, fino alla inverosimiglianza, con la stessa personalità del suo protagonista, (il Comandante Borghese), quale già all’epoca nota e quale meglio è venuta a precisarsi a seguito di più recenti acquisizioni: un coraggioso uomo d’armi, avvezzo a responsabilità di elevato comando, esperto di guerra e di guerriglia, conoscitore degli aspetti e dei profili occulti del potere, sia in ambito nazionale che internazionale. Appare francamente inverosimile che personalità siffatta si sia posta alla testa di un gruppo di “mentecatti” o di “giovinastri” quali alla autorità giudiziaria sono apparsi gli affiliati al Fronte Nazionale, per assumere i rischi di pesanti responsabilità senza alcun tornaconto personale ovvero senza alcuna concreta possibilità di successo.

Borghese junio

Peraltro è estremamente probabile che anche gli esiti giudiziari della vicenda sarebbero stati diversi se intense e molteplici non fossero state le condotte di occultamento della verità anche da parte degli apparati. Le varie fasi del tentativo insurrezionale furono infatti costellate da contatti tra uomini del Fronte Nazionale e pubblici funzionari, in cui è difficile distinguere le condotte partecipative di questi ultimi da quelle di mero favoreggiamento successivo. Con nota del 13 agosto 1971, infatti, il SID comunicò all’autorità giudiziaria che le notizie in possesso del Servizio “portavano all’esclusione di collusioni, connivenze o partecipazioni di ambienti o persone militari in attività di servizio”. Sin dal 1974 emerse, invece, che il SID aveva occultato rilevanti elementi di prova sugli avvenimenti della notte dell’Immacolata. Erano infatti state raccolte, nell’immediatezza dei fatti (e per alcuni versi persino prima che essi accadessero), informazioni assai particolareggiate sulla organizzazione del colpo di Stato e sulla identificazione di coloro che – a diverso titolo – vi avevano avuto parte. Tra queste informazioni ve ne erano di provenienza non meramente confidenziale, come le registrazioni dei colloqui avvenuti tra il Capitano del SID Antonio Labruna e uno dei congiurati, Remo Orlandini, nonché registrazioni di conversazioni telefoniche raccolte sin dal giorno successivo al fallimento dell’iniziativa. Nel settembre 1974 il Ministro della Difesa, Giulio Andreotti, impose al SID (e per esso al nuovo direttore Casardi e a quello del Reparto D, Gian Adelio Maletti) di comunicare all’autorità giudiziaria le informazioni in possesso del servizio.

Furono quindi inviate tre distinte memorie, che riguardavano rispettivamente il Golpe Borghese, la “Rosa dei Venti” e ulteriori fatti di cospirazione dell’estate 1974, a seguito delle quali fu infine esibito il materiale (che all’epoca si ritenne integrale) raccolto dl Reparto D. Già da questo materiale risultò evidente che il Servizio aveva seguito sin dalla nascita il Fronte Nazionale; risultano accuratamente descritti i contatti con i dirigenti di Ordine Nuovo (tra cui Pino Rauti) e di Avanguardia Nazionale (tra cui Stefano Delle Chiaie, definito “un tecnico della agitazione di massa e della cospirazione”); l’addestramento all’uso delle armi individuali; la preparazioni del colpo di Stato; la disponibilità di armi e i collegamenti con settori delle Forze Armate (ivi compreso il ricorso alle caserme per l’approvvigionamento delle armi e munizioni in caso di necessità). Nessuna contromisura risultò però essere stata predisposta e il disvelamento della condotta del Servizio al suo interno portò all’allontanamento del suo Direttore generale Miceli e al rafforzamento di Casardi e Maletti.
Fu però soltanto a seguito dell’assassinio del giornalista Mino Pecorelli (avvenuto in Roma il 21 marzo 1979) che si accertò come solo una parte delle informazioni fosse stata effettivamente posta a disposizione degli inquirenti: quelle concernenti il coinvolgimento di alti ufficiali delle Forze Armate e dello stesso Servizio di informazione erano state in realtà in larga parte soppresse. Nel colorito linguaggio del settimanale OP – che appare sempre di più un singolarissimo crocevia, un luogo fitto di intrecci di svariati “fiumi carsici” che attraversarono la vita del Paese – ciò verrà sintetizzato nella espressione “malloppone e mallopponi” a segnalare che da un originario, grande rapporto erano state ricavate più modeste, purgate informative.
I contenuti di OP, decrittati alla luce delle acquisizioni di cui oggi si è in possesso, convincono che tra le responsabilità da occultare vi fu anche con ogni probabilità quella di Lucio Gelli il cui ruolo sarebbe stato quello di consegnare la persona del Presidente della Repubblica in mano al Fronte Nazionale, avvantaggiato in ciò dai rapporti diretti con il Generale Miceli che davano a Gelli libero accesso al Quirinale. Questo è il ruolo che a Gelli sarebbe stato assegnato nel colpo di Stato del 1970 in danno del Presidente Saragat; analogo ruolo Gelli avrebbe dovuto svolgere in danno del Presidente Leone secondo un altro progetto eversivo del ’73-’74, di cui in seguito più ampiamente si dirà.

“Parola del Sid” – Panorama 26.06.1975 – terza parte

8.L’attuazione del «golpe» viene fissata per la notte dell’8 dicembre 1970. Il 7 dicembre inizia l’af­flusso in Roma dei Gruppi B e lo schieramento iniziale dei nuclei. Il Gruppo di La Spezia si raduna al Motel Agip di via Aurelia, il Gruppo di Gros­seto si concentra presso la Tipografia Rotoprint di Pomezia (di proprietà di Federico Bonvicini); altri, tra cui il Gruppo di Genova, convergono nel cantiere di Remo Or­landini; il Gruppo Saccucci si reca nella palestra di via Eleniana. Il Gruppo delle Guardie Forestali che dalla sede stanziale (Cittaduca­le) doveva muovere nella notte sull’8 dicembre 1970 in direzione di Roma per una esercitazione in autocolon­na, risulta senz’altro disponibile agli ordini di un certo tenente colonnel­lo Berti. Lo « stato maggiore » del Fronte è riunito nel cantiere di Orlandini.
Intorno alle ore 11-12 si procede all’attuazione della prima parte del piano (ingresso nel ministero dell’ Interno). Nel pomeriggio del 7 dicembre giungono in Roma anche elementi di Avanguardia Nazionale della Li­guria e Toscana (Cardellini, Sturlese, Carmassi, Mario Bottari).

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Nel contempo si definiscono gli ul­timi accordi per l’esecuzione com­pleta dell’intero piano eversivo. (Nel quadro di tale disegno eversivo il 7 dicembre 1970, a sera inoltrata, un gruppo di Avanguardia Nazionale, capeggiato da Mario Bottari, muove per compiere un sequestro di perso­nalità non nota. Sbaglia indirizzo e, tra l’altro, resta bloccato nell’ascen­sore del palazzo. Solo nelle prime ore del giorno successivo riesce a rientrare senza aver condotto l’ope­razione). Il centro operativo è costituito, ol­tre che dal predetto, da Salvatore Drago, Giacomo Micalizio (medico palermitano amico di Drago e di Ste­fano Delle Chiaie), Bonvicini, De Ro­sa, Adriano Monti, Junio Valerio Borghese, Lo Vec­chio, il generale di squadra aerea (ri­serva) Casero e Rosa sono riuniti nello studio di quest’ultimo e costi­tuiscono il comando politico dell’ operazione.

9.Intorno alle ore 24, il maggio­re Enzo Capanna fa uscire dal mini­stero dell’interno un autocarro con 180 mitra Mab destinati a Remo Or­landini. Ma, contemporaneamente, il centro operativo riceve da Junio Bor­ghese l’ordine di sospendere l’operazione e di far rientrare gli uomini. Motivazione data da Borghese: nessun militare è stato disposto ad agevolare l’ingresso nel ministero della Difesa.

In tutta fretta, i convenuti si al­ lontanano da Roma, mentre il com­mando entrato nel ministero dell’Interno guadagna l’uscita portando con sé parte delle armi ricevute in con­segna (sembra n. 7 mitra Mab). (Il camion con i 180 Mab viene rintrac­ciato per le vie di Roma e fatto rientrare al ministero dell’Interno. Le armi vengono scaricate e riposte dal commando prima di uscire dal pre­detto dicastero). Al momento di abbandonare il can­tiere Oriandini, Salvatore Drago rie­sce a impossessarsi delle tute mime­tiche, cinturoni, baschi da carabinie­ri e altro equipaggiamento che il gruppo La Spezia aveva al seguito per l’operazione ministero della Di­fesa (totale 50 combinazioni).

10.Il 20 gennaio 1971, nella sede del Direttivo del Fronte Nazionale in Roma, via XXI Aprile, ha luogo una riunione di tutti i delegati per un esame della situazione. Borghese non dà alcuna spiegazio­ne convincente della sospensione dell’azione Tora-Tora (così definita tra i partecipanti), mentre alcuni tra i presenti ripropongono nuove imprese. Tra questi si evidenzia Giancarlo De Marchi di Genova venuto al con­vegno insieme al delegato della cit­tà ligure, Frattini. Nella circostan­za, De Marchi fa una crìtica dell’ operato e si offre di finanziare, tra­mite i suoi « amici » qualcosa « di nuovo ma serio ».
Il giorno successivo Remo Orlandini va a Genova e incontra De Marchi per un discorso più appro­fondito. Il 22 gennaio, Frattini vie­ne esonerato e l’avvocato genovese diventa il nuovo delegato di Ge­nova.

11.Le attività successive del Fron­te Nazionale, alle quali è sempre assente Borghese, possono sintetiz­zarsi in :
-27 gennaio 1971, riunione in Ro­ma presso un circolo culturale im­precisato. Scopo: discutere sull’opportunità della ripresa dell’azione. Partecipan­ti: on. Filippo Di Iorio, Remo Orlandini, Fabio e Renzo De Felice, Ciabatti, Zanelli, Quattrone (farma­cista, del Gruppo A di Genova), Bonvicini ;
-primi di marzo 1971, riunione in Roma, presso i De Felice (sembra in via Abetone). Scopo: quello del giorno 27 gennaio. Partecipanti: fra­telli De Felice, Rosa, Ciabatti, Orlandini, De Marchi. Risultano altre­sì presenti due ufficiali dei carabi­nieri. (Nell’occasione, Orlandini pre­ga De Marchi di acquistare e conse­gnare a Rosa 100 tute e accessori per equipaggiamento da carabiniere. Incarico successivamente assolto).

12.Il 17 marzo 1971 la Rai-Tv pub­blicizza il tentativo di « golpe » e avviene l’arresto di Remo Orlandini e altri. Immediatamente, un gruppo di affiliati si riunisce e si autodefinisce nuovo Direttivo Nazionale del Fron­te. I soggetti sono : De Marchi, Bon­vicini, Zanelli, il figlio del chirurgo Pietro Valdoni, Ciabatti, Costanti­ni (medico di Padova), Stefano Di Luia (esponente di Lotta di Popo­lo), Stefano Delle Chiaie, un rappre­sentante non noto di Ordine Nuovo di Rieti, Pomar, Micalizio e Salva­tore Drago.
Nell’estate 1971 i predetti si riu­niscono sul monte Terminillo, in una villa privata, ed eleggono Cia­batti rappresentante in Italia dei ca­po del Fronte Nazionale (Valerio Borghese infatti è fuggito in Spagna per sottrarsi al mandato di cattura).
Inoltre, in uno sforzo di rimpasto organizzativo, vengono nominati :
-Giancarlo De Marchi, delegato responsabile per il Nord-Italia;
-Bonvicini, delegato responsabi­le per il Centro;
Micalizio, delegato responsabi­le per il Sud-Italia.

“I cento giorni di Ordine Nuovo” – Paese Sera 30.01.1972

Alla sbarra in 42: sono accusati di aver ricostituito il disciolto partito fascista – Per 18 di essi (promotori e dirigenti) possibile una condanna da 3 a 10 anni; gli altri rischiano fino a due anni di reclusione – Il decreto di citazione a giudizio emesso ieri dalla presidenza del tribunale – Fra gli imputati l’ex tenente dei paracadutisti Sandro Saccucci (già in carcere per il fallito “golpe” di Borghese) e altri due ex ufficiali già incriminati per attentati e violenze.

Graziani

Fine dell’istruttoria (condotta con il rito sommario) contro il movimento di “Ordine Nuovo”. Il presidente del Tribunale dott. Angelo Jannuzzi, su richiesta del pubblico ministero dott. Vittorio Occorsio, ha emesso ieri il decreto di citazione a giudizio nei confronti di quarantadue fra dirigenti e iscritti all’organizzazione neofascista, che fra breve compariranno dinanzi al giudice della I Sezione penale del tribunale, per rispondere dell’accusa di avere costituito, con “Ordine Nuovo”, un movimento che per i metodi e le finalità corrisponde al disciolto partito fascista.
L’indagine su “Ordine Nuovo” incominciò agli inizi dello scorso anno. Per ordine della magistratura, la polizia effettuò perquisizioni presso le sedi del movimento, a Roma e in molte altre città, sequestrando una vasta documentazione che ha poi  permesso agli inquirenti di “individuare” gli scopi per i quali “Ordine Nuovo” era stato costituito e le finalità che i suoi promotori perseguivano. E’ tuttavia il caso di ricordare che “Ordine Nuovo”, fondato una prima volta nel 1956 dal giornalista Pino Raut, redattore del Tempo, fu sciolto in concomitanza con la nomina dell’on. Giorgio Almirante a segretario nazionale del MSI, nelle cui fila confluirono, insieme a Rauti, numerosi suoi seguaci.

I cento giorni
Qualche tempo dopo, però, l’organizzazione fu ricostituita. Ciò accadde esattamente il 21 dicembre 1969, e infatti il capo d’imputazione a carico dei 42 rinviati a giudizio fa esplicito riferimento a un’attività compresa fra tale data e il 31 marzo 1971 (in tutto cento giorni). Ma ecco i nomi degli imputati, fra i quali spiccano quelli di alcuni personaggi già noti alle cronache quali responsabili di violenze e attentati, e di manifestazioni di aperta esaltazione del defunto regime: Clemente Graziani, 47 anni, segretario nazionale di “Ordine Nuovo”, residente in Roma; Mario Tedeschi, 45 anni, Roma; Gaetano Graziani, 41 anni, Roma; Sandro Saccucci, 29 anni, Roma; Tommaso Stabile, 51 anni, Latina; Roberto Besutti, 30 anni, Mantova; Elio Massagrande, 30 anni, Verona; Leone Mazzeo, 31 anni, Bergamo; Antonio Ragusa, 25 anni, Messina; Bruno Esposito, 27 anni, Napoli; Alfonso Della Corte, 27 anni, Salerno; Leopoldo Morlunghi, 25 anni, Perugia; Renato Smantelli, 34 anni, Perugia; Umberto Balistreri, 25 anni, Bologna; Agatino Marletta, 26 anni; Claudio Bizzarri, 26 anni, Firenze; Raffaele Moschetto, 25 anni, Napoli; Augusto Pastore, 38 anni, Novara.
Questo primo gruppo comprende diciotto persone chiamate a rispondere “del delitto di cui agli articoli 1 e 2 della legge 20.6.1952, n. 645, per avere – stralciamo dal capo di accusa – organizzato e diretto il movimento politico “Ordine Nuovo”, movimento denigratore della democrazia e delle sue istituzioni, basato sull’esaltazione dei principi, dei simboli e dei metodi propri del disciolto partito fascista, dedito alla minaccia e all’uso della violenza quale sistema di lotta politica”.
Sono in sostanza coloro che hanno promosso la creazione del movimento, organizzandone e dirigendone l’attività e, in base alle vigenti norme di legge, possono essere condannati a una pena variante dai tre ai dieci anni di reclusione.
Gli altri ventiquattro imputati devono rispondere, sempre per effetto della legge n. 645, di “avere partecipato” al movimento di Ordine Nuovo. E’ una ipotesi di reato minore e quindi diversa, punita “con la reclusione fino a due anni”. (…) Più volte i giornali si sono occupati in passato dell’inchiesta “Ordine Nuovo”, che praticamente era giunta a conclusione nell’ottobre dello scorso anno quando il PM, dott. Occorsio, richiese il decreto di citazione a giudizio. Adesso, con il provvedimento adottato ieri dal presidente capo del Tribunale, anche l’ultimo atto è stato compiuto con l’assegnazione del processo alla prima sezione, che dovrà ora iscriverlo a ruolo e fissarne la data d’inizio.

Un ex parà
Si diceva che alcuni degli imputati sono personaggi già noti alle cronache: e infatti Sandro Saccucci è l’ex tenente dei paracadutisti che si trova in carcere dal marzo scorso sotto l’accusa di avere partecipato al (fallito) “golpe” di Junio Valerio Borghese; mentre Elio Massagrande, Elio Besutti (entrambi ex ufficiali dei paracadutisti), Claudio Bizzarri e Pietro Rocchini furono arrestati, nell’aprile del ’71, per ordine del giudice istruttore del tribunale di Verona, dottor Solina, che li incriminò per una serie di reati gravissimi commessi nel Veneto: attentati contro sedi dei partiti democratici, contro un negozio e un ufficio pubblico; aggressioni contro studenti universitari e incendio di un’auto di un deputato del PSIUP. I quattro sono attualmente in libertà provvisoria. Quanto a Clemente Graziani, segretario del movimento neofascista, è il caso di ricorrere che nel maggio del 1954 fu tratto in arresto perché coinvolto nelle attività eversive di un gruppo fascista.

Il primo di molti?
Quello contro gli esponenti di “Ordine Nuovo” è il primo grande processo che si celebra in Italia contro un’organizzazione di stampo nettamente fascista. E’ stato istruito in applicazione alla legge 20 giugno 1952, n.645, che riguarda la “riorganizzazione del disciolto partito fascista” (la stessa legge in base alla quale il Procuratore generale della corte di appello di Milano, Luigi Bianchi D’Espinosa, ha aperto l’inchiesta nei confronti del MSI). Negli ambienti giudiziari è stato autorevolmente dichiarato che anche la Procura della repubblica di Roma si sta interessando a fondo alle attività eversive di alcuni gruppi dell’estrema destra. E’ peraltro il caso di rilevare che il processo contro i quarantadue di “Ordine Nuovo” potrà, forse, avviare finalmente, in termini concreti, un serio discorso sulle criminose attività delle organizzazioni eversive fasciste. La democrazia e le istituzioni della Repubblica debbono essere tutelate e difese dalla tracotanza squadristica, e il dibattimento che si aprirà fra breve non può che essere il primo passo per mettere il neofascismo con le spalle al muro. L’opinione pubblica ha il diritto di reclamare, in questo senso, che la legge sia applicata inflessibilmente.

Paese Sera 30.01.1972

“Nel reparto delle pratiche insabbiate” – Giuseppe Catalano, L’Espresso 27.10.1974

L’avvocato Mario Veutro (difensore del maggiore Berti, l’uomo che ha guidato verso la sede della Rai una autocolonna di guardie forestali le notte del Golpe Borghese), ha chiesto formalmente in una lettera al giudice istruttore Gallucci di incriminare il ministro dell’Interno dell’epoca, Restivo, il capo della polizia Vicari e il ministro della Difesa Tanassi. “Se Berti è in carcere” scrive Veutro, “vuol dire che i magistrati ritengono che i fatti di quella notte sono veri: e se lo sono bisogna mandare a tenergli compagnia anche quelli che hanno sempre taciuto rendendo possibile fino ad oggi l’insabbiamento della intera vicenda…”.
Una fitta rete di complicità e di silenzi verrebbe a galla.

lucianoberti

1.Il tenente col. Dei carabinieri, Salvatore Pecorella, la notte del golpe, non solo ha fornito delle divise ai congiurati ma ha scorrazzato indisturbato per la città alla guida di uno dei gruppi usciti dai 3 centri di raduno della congiura, mentre il maggiore di P.S. Enzo Capanna, nello stesso momento, faceva rubare un camion alla stazione Termini e ci caricava i 180 mitra in dotazione al ministero dell’Interno per andare all’assalto del ministero della Difesa. A proposito di mitra, nella casa di uno degli indiziati, è stato trovato un mitra Mab identico a uno di quelli del ministero perfino nel numero di matricola. Evidentemente per coprire la sparizione dei 7 Mab portati via la notte del golpe dai congiurati penetrati nel Viminale, qualcuno li aveva fatti rifare, utilizzando i numeri di matricola registrati negli schedari dell’armeria.
2. Si è scoperto che il medico Salvatore Drago (oggi in carcere), medico fiscale della Questura romana, faceva tranquillamente visita a Regina Coeli agli imputati del golpe arrestati durante l’inchiesta del ’71, primo fra tutti il tenente Saccucci.

Saccucci1

3. I quattro uomini incaricati di rapire Vicari furono trovati dal portiere la mattina dopo intrappolati nell’ascensore della casa accanto: il contrordine non era riuscito a raggiungerli.
4. Pacciardi si teneva regolarmente in contatto con il partito del golpe, prima e dopo la notte del 7 dicembre, e come lui l’avv. De Jorio (ex consigliere regionale democristiano) e l’avv. De Felice.
5. Borghese era stato visto nella palestra Cesalunga a Cittaducale, sede del corpo di guardie forestali comandato da Berti, nei giorni successivi al golpe.
6. da Sabaudia, dove è di stanza un altro corpo della forestale, alcune guardie si erano mosse nella notte del golpe per raggiungere l’autocolonna di Berti. Non se ne era mai saputo nulla.
7. Umberto Poltronieri, altro indiziato, ritenuto uno dei “cervelli” della storia, faceva parte della segreteria particolare del ministro dell’Agricoltura Natali. All’indomani della inchiesta del ’71 viene improvvisamente allontanato con una solenne lettera di encomio. La lettera è scomparsa dagli archivi.
8. Il rapporto steso nel ’71 dal col. Dei carabinieri Testi per conto del ministro Natali (e inviato da Natali alla Procura), concludeva seraficamente dopo avere speso un mese di indagini a Cittaducale che “niente di anormale risultava dalle indagini”. Le stesse conclusioni a cui arrivava il rapporto steso in quei giorni dal funzionario Saetta per il ministro dell’Interno. Non basta. Alcuni allievi dell’autocolonna di Berti raccontarono all’indomani del golpe che quella notte sulla Salaria Berti s’incontrò con due funzionari del ministero dell’Agricoltura accompagnato dal direttore generale Ezio Saleri (possessore di una villa proprio a Cittaducale). Nei rapporti ufficiali però Saleri e gli altri due si trasformarono in un “gruppetto di anonimi pederasti”. Altro mistero: chi aveva autorizzato al ministero (come prescrive il regolamento) l’improvvisa passeggiata notturna di Berti con 200 soldati e perché dovevano essere armati fino ai denti? Al ministero l’autorizzazione non si trova più. E il Sid? Ricevette la prima informativa sul golpe la notte del 7 dicembre, alle 22. Ma dimenticò di avvertire la Questura prima delle 2 del mattino seguente.

Giuseppe Catalano, “L’Espresso” 27.10.1974

Gaetano Orlando – dichiarazioni 13.11.1992

Adr: ricevo lettura del mio verbale del 15.07.91, foglio 2, nella parte in cui alludo a certe cose sentite dire in Spagna. Non si tratta di argomenti riguardanti le stragi avvenute in Italia. Si tratta di notizie concernenti attentati e in genere atti di terrorismo avvenuti in Spagna. In Spagna ho appreso che Delle Chiaie aveva eseguito azioni terroristiche attribuite ai baschi. Non dico che le abbia eseguite materialmente Delle Chiaie, ma che lui era l’ organizzatore e che utilizzava la sua gente. Godeva dell’ appoggio della guardia civile come ho avuto modo di constatare relativamente alla vicenda di Montejurra. Venivano eseguiti attentati, sequestri di persona ed altri fatti criminosi che poi venivano addebitati all’Eta. Gli uomini di Delle Chiaie non operavano solo a Madrid, ma anche a San Sebastiano, a Barcellona e in altre localita’ della Spagna. Queste notizie apprese circa l’ azione di Delle Chiaie in Spagna hanno formato in me la convinzione che in Italia deve essere successo qualcosa di analogo. Si tratta, tuttavia, soltanto di un mio convincimento.

Adr: quando nel verbale 12.10.91 dico che il processo di primo grado per la strage di Bologna del 02.08.80 ha colpito nel segno riporto non solo una opinione mia, ma anche di Vinciguerra, col quale ho parlato a lungo del processo di bologna e che mi aveva fatto intendere appunto che aveva colpito giusto e che pero’ sarebbe finito in nulla.

Adr: confermo quanto ho dichiarato al GI di Milano circa l’interrogatorio da me subito in Spagna, cioe’ che ad esso presero parte anche Ricci e Carmassi. Ricordo che era presente anche Cicuttini, pur senza una specifica funzione. L’ appartamento dove ebbe luogo era molto misero, era un piano terra per accedere al quale occorreva scendere uno scalino. Una volta chiaritomi con Delle Chiaie frequentai un po’ tutto il gruppo ed appresi i nomi di Carmassi, di Vinciguerra e di Cicuttini. Il Ricci in Spagna lo conoscevo solo come Carlo e solo piu’ tardi appresi il suo cognome. Durante il periodo di carcerazione trascorso con Vinciguerra questi mi ha detto che fu Delle Chiaie ad apporre gli omissis al testo trascritto delle mie dichiarazioni e mi disse anche che Delle Chiaie aveva fatto modificare il nastro in alcune parti. Chiestomi chi possa avere eseguito questa operazione da un punto di vista tecnico, ricordo che parlavano di un certo Maurizio, ma non credo che Maurizio che conoscevo io fosse in grado di fare qualcosa del genere. Prendo visione della fotografia nr 148 dell’ album fotografico dei cc di Bologna ed escludo che la persona ivi raffigurata, che lei mi dice essere tale Giorgi Maurizio, sia il Maurizio di cui parlo.

Adr: quando faccio riferimento a uomini politici che promossero la unificazione di Avanguardia e Ordine Nuovo e a tal fine effettuarono dei viaggi in Spagna, intendo alludere a Romualdi Pino, che ho gia’ nominato in un precedente verbale, nonche’ a Saccucci e Rauti Pino. Circolavano i nomi anche di altri personaggi, ma trattandosi di semplici voci non intendo riferirli.

Adr: quando nel verbale 15.07.91 faccio riferimento a conflitti all’interno dell’ organizzazione anticomunista di cui avevo in precedenza parlato, intendo alludere a vecchie questioni, risalenti al 1964 1965, insorte fra ex partigiani di varie fazioni e concernenti la distribuzione fra i vari gruppi di materiale militare e in particolare di apparecchiature radio. Non si tratta, dunque, di questioni di particolare importanza, ne’ relative a personaggi di rilievo. La verbalizzazione delle ultime righe del foglio 4 dello interrogatorio predetto e’ forse dovuta ad una incomprensione nel senso che non si riferisce a questi contrasti, bensi’ alle frequentazioni di politici da parte del Bertoli ed ai suoi contatti con Fanfani e Pacciardi.

Adr: il Birindelli di cui parlo in un precedente verbale ed il cui nome si trova annotato nell’ agenda a suo tempo sequestratami, non e’ l’ ammiraglio Birindelli, bensi’ un mio coimputato di nome Amedeo gia’ inquisito nel processo del Mar.

Adr: i nomi di Campo Flavio e Coltellacci ed i relativi numeri telefonici mi furono dati da Delle Chiaie prima della mia partenza dalla Spagna per Caracas. Delle Chiaie fu molto leale nei miei confronti in quanto mi avverti’ che di li a breve sarebbero avvenuti degli arresti e fu lui a dirmi di fuggire a Caracas. Mi diede i nomi di campo e coltellacci come punti di riferimento. In realta’ ebbi una conoscenza molto superficiale dei due, che incontrai solo pochissime volte.

Il GI di Milano mostra al testimone le fotografie pubblicate su cambio 16 acquisite in fotocopia dalla Digos di Milano e concernenti l’ episodio di Montejurra.

Orlando dichiara: non e’ questo il gruppo di fotografie in cui appare la mia autovettura. Le fotografie che vedo mi sembrano scattate in cima alla collina, mentre quelle in cui fu ritratta lamia autovettura e’ stata scattata alla base della collina dove c’ e’ l’ albergo. Evidentemente non riesco a ricordare con esattezza quale fosse la rivista dove questa fotografia con la mia auto apparve. Prendo visione di una fotocopia di panorama del 761102 in cui appare un’ altra fotografia e sempre concernente i fatti di Montejurra. Posso dire che a sinistra di Cauchi c’è Mario il calabrese di cui ho gia’ accennato. Per quanto concerne Massagrande posso confermare di averlo visto con una certa assiduita’ ad Asuncion in Paraguay, anzi io stesso gli trovai un appartamento a fianco del mio in una villetta a fianco della mia. Massagrande mi disse che precedentemente era stato in Grecia dove aveva tenuto anche un ristorante che andava abbastanza bene. Non ho pero’ avuto mai occasione di parlare con Massagrande dell’ eventuale presenza di altri Italiani con lui in Grecia. Con Massagrande litigai e cesso’ la nostra frequentazione quando egli, durante una discussione cerco’ di negarmi l’ esistenza dei campi di concentramento ed i forni crematori nazisti. Confermo che in Paraguay vidi due volte Ricci Mario insieme al sudamericano che era presente all’ interrogatorio. Ricci pero’ non viveva in Paraguay e non so cosa fosse venuto a fare.

Ad GI Milano r: nulla so della morte del generale Ciglieri e non so neanche chi fosse.
Poiche’ l’ ufficio mi chiede di meglio precisare le circostanze dell’ acquisto di armi a Milano di cui ho gia’ parlato al GI di Milano e di Brescia il 25.05.92, posso precisare che quando questo episodio avvenne io mi trovavo a Milano e stavo lavorando alla Dia. Io e Carlo venimmo a sapere che era possibile acquistare armi in un ambiente della malavita milanese nella zona fra porta Genova e porta romana per la precisione l’ offerta di acquisto era stata fatta proprio a me. Volevamo comprare queste armi e portarle in Valtellina. Carlo si occupo’ della “copertura” interessando Degli Occhi il quale si mise in contatto con i carabinieri in via Moscova.
Fu cosi’ comunicato la data e l’ ora dell’ acquisto e la macchina con cui ci saremmo mossi in modo di essere sicuri di non essere fermati. Io e Carlo acquistammo le armi, una decina fra corte e lunghe e le portammo cosi’ senza problemi in Valtellina. Questo episodio si colloca all’ incirca nel 1971 1972 diverso tempo dopo la mia scarcerazione che avvenne il 20.11.70.