“Mattarella, Reina, La Torre un’unica regia assassina” Repubblica 28.12.1990

I delitti politici, gli omicidi del segretario provinciale della Dc Michele Reina, del presidente della Regione Piersanti Mattarella e quello del segretario regionale del Pci, Pio La Torre, sono da inquadrare in un’ unica strategia mafiosa. Questi delitti eccellenti sarebbero stati progettati dagli esponenti di primo piano di Cosa nostra, dai vertici che componevano la cupola, l’ organismo decisionale della piovra.
E’ questa la convinzione dei magistrati del pool antimafia di Palermo che da anni indagano sui delitti politici, le cui inchieste adesso sono state unificate ed affidate al giudice istruttore Gioacchino Natoli. Sarà quest’ ultimo magistrato, già titolare delle inchieste Reina e Mattarella, a concludere l’ istruttoria sui tre delitti trasmettendo entro l’ anno gli atti processuali al pubblico ministero per la requisitoria. Il contesto mafioso nel quale sarebbero maturate le uccisioni dei tre esponenti politici siciliani, è stato illustrato recentemente dall’ ultimo pentito di mafia, Francesco Marino Mannoia. Gli omissis delle dichiarazioni di Mannoia, relativi agli omicidi politici, venuti fuori nei giorni scorsi, hanno consentito ai magistrati palermitani di leggere e decifrare la strategia di Cosa nostra, che mal sopportava l’ impegno di alcuni politici che in un modo o in un altro ostacolavano gli affari della mafia. Il pentito ha detto ai giudici palermitani che certi omicidi aventi anche una certa valenza politica sono stati decisi da esponenti di primo piano di Cosa nostra che hanno mostrato maggiore propensione verso i fatti politici. Riferendosi all’ uccisione del segretario regionale del Pci Pio La Torre, assassinato il 30 aprile del 1982 insieme al suo autista Rosario Di Salvo, Mannoia ha dichiarato che l’ intenso ed assiduo impegno profuso dall’ onorevole Pio La Torre nella lotta contro la mafia non era naturalmente visto di buon occhio dal gruppo egemone di Cosa nostra.
Il riferimento è ai corleonesi capeggiati dal latitante Totò Riina che erano usciti vittoriosi dalla guerra di mafia del 1981. Tra l’ altro afferma Mannoia l’ onorevole La Torre era stato uno dei firmatari del disegno di legge che prevedeva la concessione alle forze di polizia ed alla magistratura di nuovi strumenti per combattere Cosa nostra. L’ uccisione del segretario regionale del Pci, secondo Mannoia, fu un errore politico di Cosa nostra. La morte di La Torre e l’ uccisione del generale Dalla Chiesa accelerarono afferma Mannoia l’ approvazione della legge Rognoni-La Torre e dopo quegli omicidi lo Stato non poteva rimanere inerte. Per l’ uccisione di Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980) oltre ai mandanti, ritenuti i componenti della cupola, i magistrati avrebbero individuato anche i presunti esecutori, Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, i due esponenti dell’ eversione nera nei confronti dei quali, il 19 ottobre dello scorso anno, sono stati emessi i mandati di cattura per omicidio.

Sui rapporti tra Licio Gelli e gli altri soggetti sospettati di essere coinvolti nell’omicidio Calvi

(…) MANNOIA ha riferito di aver appreso da BONTATE, intorno al 1980, che Giuseppe CALÒ si stava legando a Francesco PAZIENZA, Licio GELLI e Roberto CALVI e che CALÒ e altri stavano usando queste persone per agevolare l’investimento di ingenti somme di denaro che, in realtà, erano provento del contrabbando di sigarette e del traffico di droga (indicazioni rese 1.11.3.1991, ad agenti del FBI).

In data 15.7.1991, innanzi ai PM di Palermo e Roma, ha riferito di aver appreso da Stefano BONTATE (cognato di Giacomo VITALE, appartenente alla P2) e altri uomini d’onore della sua famiglia mafiosa che “Pippo CALO, Salvatore RIINA, Francesco MADONIA ed altri dello stesso gruppo avevano somme di denaro investite a Roma attraverso Licio GELLI che ne curava gli investimenti ”, e che “parte di questo denaro era investito nella Banca del Vaticano ”.
Il collaborante ha ribadito le sue conoscenze nel corso dell’incidente probatorio del 18.12.1997, ove ha riferito che: “CALO’ investiva i suoi soldiattraverso CALVI e Licio GELLI” e nel corso della deposizione dibattimentale rese nel processo di primo grado, davanti alla Corte di Assise di Roma.

È evidente che tale attività implica l’esistenza di un rapporto collaudato, fiduciario e particolarmente intenso. Sempre M ANNOI A ha posto in rilievo che CALVI era stato presentato a Licio GELLI da Michele SINDONA nel corso del 1975 (vedi verb. 1.10.2002, pag. 8).
Il teste Eligio PAOLI ha riferito di aver compreso da un discorso delle sorelle KLEINSZIG che GELLI e CARBONI si conoscevano da tempo. Ha aggiunto che il primo aveva conosciuto CARBONI tramite Armando CORONA, che Flavio CARBONI era il “tirapiedi” di GELLI, che CARBONI lavorava per conto di GELLI e ORTOLANI (vedi pag. 39 — 40, trasc. 26.9.2006 e verb. reso in fase d’indagine del 22.8.1983, pag. 4).

Antonio MANCINI ha riferito che, secondo ABBRUCIATI, CARBONI costituiva un anello di raccordo tra la Banda della Magliana, la mafia di Pippo CALÒ e gli esponenti della massoneria facenti capo a Licio GELLI (vedi verbale dell’11.3.1994, pag. 9). Ha ribadito tali dichiarazioni anche nel corso della dichiarazione dibattimentale dinanzi alla Corte d’Assise di Roma (vedi pag. 116 e 117, 209 – 210, trasc. 29.3.2006).
Salvatore LANZALACO ha dichiarato che Lorenzo DI GESÙ era stato mandato in soggiorno obbligato a Monte San Savino, ove aveva conosciuto, tramite CALÒ, GELLI; che quando CALÒ andava a trovare DI GESÙ contemporaneamente si recava da GELLI. Ha aggiunto di essersi recato nella villa di GELLI ad Arezzo con PANZECA, nel corso di uno dei weekend, in cui si erano recati a Monte San Savino. Nell’occasione, gli era stato presentato il figlio di GELLI e aveva notato che avevano parlato di DI GESÙ e di alcuni amici di quest’ultimo. Da ciò aveva desunto che GELLI e DI GESÙ avessero avuto dei buoni rapporti (vedi pag. 130, trasc. 2.5.2006, deposizione innanzi alla Corte d’Assise di Roma).
Antonino GIUFFRÈ ha riferito che “Licio GELLI era un tramite, vale a dire gestiva i finanziamenti di altre persone”. Ha aggiunto di aver appreso da DI GESÙ, PANZECA e Pino GAETA che GELLI aveva fatto confluire dei capitali per gli investimenti in Sardegna curati dal gruppo di CALÒ e che PANZECA e DI GESÙ si erano recati a trovare GELLI in Toscana (vedi verb. 4.12.2002, pag. 17 e 18).

Tullio CANNELLA ha riferito di intensi rapporti tra mafia e la P2, affermando: “appresi che la P2 aveva costituito diverse logge regionali, tra le quali questa denominata Carnea, che aveva sede in Liguria — se la memoria non mi inganna a Santa Margherita Ligureera una loggia che era espressione di gruppi mafiosi della Sicilia. Nella fattispecie era una loggia creata e costituita per volontà di Stefano BONTATE”. Ha aggiunto che Giacomo VITALE gli aveva confidato di “ingenti somme di denaro che suo cognato Stefano BONTATE aveva dato alla P2(rif trasc. ud. del 9.7.2001, processo nei confronti di Marcello DELL’UTRI). Si noti che dette indicazioni trovano una significativa conferma in quelle del testimone massone Angelo SIINO (Gran Maestro dell’oriente di Palermo della loggia massonica Carnea, con il grado di 33), il quale ha riferito di un incontro avvenuto casualmente a Santa Margherita Ligure, all’interno della sede della Loggia Carnea, il cui gran maestro era Aldo VITALE. Egli ha riferito di essersi recato a Santa Margherita con Giacomo VITALE, cognato di Stefano BONTATE, massone parimenti appartenete alla loggia CAMEA. Aldo VITALE, sempre espansivo, gentile ed accogliente nei suoi confronti, gli aveva detto di “aspettare un attimo”. Si era meravigliato ed aveva domandato a Giacomo VITALE: “ma chi è questo che è in compagnia di VITALE?”. Questi gli aveva risposto che era CALVI “un banchiere di Milano” “un personaggio importante”, “anche perché gestisce dei soldi nostri”. Aveva usato il plurale maiestatis per fargli intendere che gestiva dei soldi di Cosa Nostra”. Nell’occasione, aveva detto che gestiva anche denaro di altri. Aveva usato l’espressione “e non solo” (vedi pag. 73 — 76, trasc. 28.3.2006). Si era meravigliato del fatto che Aldo VITALE avesse la portata di conoscere Roberto CALVI. Era, però, un personaggio importante, anche amico di Licio GELLI, circostanza che aveva potuto constatare personalmente (vedi pag. 75, trasc. 28.3.2006).

Licio GELLI ha negato di aver mai conosciuto CARBONI e ha escluso qualunque rapporto con lo stesso. Invero, tali affermazioni non appaiono credibili. Tale convinzione viene suffragata dalla documentazione depositata da Emilio PELLICANI il 21.6.1988, all’autorità giudiziaria. In particolare, vi è un prospetto dal quale si rileva l’esistenza di un assegno da Lire 223 milioni a favore del sig. L. GORI (pseudonimo utilizzato da Licio GELLI, come si avrà modo di precisare nel prosieguo della presente richiesta) da parte di Flavio CARBONI e di un altro assegno consegnato al sig. L. GORI, sempre per conto di F. CARBONI.

Licio GELLI ha sostenuto di non aver mai conosciuto il banchiere svizzero Hans KUNZ e Francesco PAZIENZA. Tali indicazioni paiono, invero, poco credibili ove si consideri che nel corso delle investigazioni Eligio PAOLI ha riferito di aver appreso da Riccardo PIAZZESI (vale a dire da Silvano VITTOR, come ha spiegato in maniera convincente nel corso dei verbali del 2003) dell’esistenza di “un’intima amicizia” “tra la moglie di KUNZ e la moglie di GELLI” (vedi verb. 22.8.1983) e che è stato acquisito in atti un appunto del giornalista Bruno FERRARIO dal quale emerge che Hans KUNZ e Licio GELLI, i primi di maggio 1982, avrebbero pranzato al ristorante Chevai Blanc di Vandeuvre nei dintorni di Ginevra.

 

Estratto richiesta di archiviazione pm 2013 – omicidio Calvi pag 4-7

Tommaso Buscetta – dichiarazioni 26.11.1992 sull’omicidio Mattarella

“Bontate Stefano voleva a qualsiasi costo eliminare Riina Salvatore. Era tutto concentrato su questo obbiettivo. Bontate e i suoi alleati non erano favorevoli all’uccisione di Mattarella, ma non potevano dire a Riina (o alla maggioranza che Riina era riuscito a formare) che non si doveva ammazzarlo. Non erano favorevoli per il semplice fatto che sia Stefano, sia Inzerillo, sia Pizzuto Gigino non avevano interessi negli appalti, per cui cercavano di «affievolire» il discorso su Mattarella.

Va, poi, detto che nel passato Mattarella era stato vicino a «Cosa Nostra», soprattutto del trapanese. Mattarella era molto vicino a «Cosa Nostra» (pur senza essere uomo d’onore) anche perché “discendeva” dal padre. In un primo tempo tenne una condotta di «condiscendenza», anche se non proprio di corruzione. Successivamente, dopo l’omicidio di Michele Reina, Mattarella divenne rigoroso, severo, disse “punto e basta”.

Questa la versione che arrivò in «commissione». Se tale versione fosse vera o meno io non so. Certo è che, quando mi incontrai con Lima a Roma, egli mi disse (come riferito in precedente interrogatorio) che aveva problemi seri con Ciancimino, problemi mai finiti. Lima mi disse che era riuscito a non candidarlo più, ma per contentino (suggeritogli da Roma) gli aveva dato «mano libera» per gli appalti dei «quattro quartieri».

lo non mi intendo di queste cose e non so spiegarle bene. Posso soltanto dire che Ciancimino non era più un candidato politico, ma restava «un’eminenza grigia» a Palermo”.

Rosario Spatola – dichiarazioni udienza 29.10.1993 – I

PRESIDENTE : Spatola Rosario…

SPATOLA: sì, Spatola Rosario, nato a Campobello di Marsala il 14.8 del 49.

PRESIDENTE : lei è stato convocato qui nella qualità di imputato di reato connesso, e pertanto può anche astenersi dal deporre.

SPATOLA: intendo rispondere.

PRESIDENTE : avvertito della facoltà di astenersi, vuole deporre. Quale imputato di reato connesso dichiara: “intendo rispondere”. Questa Corte si occupa degli omicidi, avvenuti tutti e tre in Palermo, del segretario provinciale della Democrazia Cristiana Michele Reina, ucciso il 9 marzo del 1979; del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, ucciso il 6 gennaio 1980; dell’onorevole Pio La Torre, segretario regionale del Partito Comunista Italiano, ucciso il 30 aprile del 1982. Lei ci deve dire che cosa sa, per conoscenza sua o per averlo appreso, per averne sentito parlare e da chi di questi delitti. Che cosa ha, saputo?

SPATOLA: non solo all’interno di Cosa Nostra, cioè dal fatto che Mattarella mentre prima poteva… poteva riconoscere quella realtà precedente di Cosa Nostra, cioè una Cosa Nostra che non era eclatante, si comportava in un certo modo, per cui poteva andargli bene, ma non… così, non riconosceva la nuova Cosa Nostra che si stava affacciando. Cioè l’arroganza dei Corleonesi, diciamo i nuovi sistemi. Mentre prima un onorevole, nonostante fosse… un politico fosse da noi stato eletto, nel momento in cui ci si doveva rivolgere per qualche favore c’era tutto un sistema più educato, più rispettoso di avvicinarlo, mentre diciamo il nuovo sistema corleonese, il politico veniva praticamente comandato. Cioè era una realtà che il Mattarella non accettava, ne aveva preso le distanze a differenza di altri, altri come l’onorevole Lima e Vito Ciancimino in particolare. Di Vito Ciancimino posso dire che non è soltanto un politico colluso con Cosa Nostra, Vito Ciancimino è uomo d’onore a tutti gli effetti, appartenente alla Famiglia di Corleone.

PRESIDENTE: soffermiamoci un momento sulla prima parte di questo discorso che sta facendo lei. Cioè lei distingue il momento operativo di Cosa Nostra prima del sopravvento dei corleonesi, appunto dalla politica, chiamiamola così, in seno a Cosa Nostra instaurata dai corleonesi stessi.

SPATOLA: certamente, era scoppiata una guerra che non sfuggiva…

PRESIDENTE : mi ha detto però di avere, appreso… sta parlando per il momento, sta parlando di avvicinamenti che ci potevano essere da parte di esponenti di Cosa Nostra nei confronti dell’onorevole Mattarella. Ma lei di questo che cosa ne sa? Come lo ha saputo? Cioè che si erano verificati questi interventi, ecco.

SPATOLA: ma quello che stava cambiando, la guerra che c’era in atto, che non sfuggiva neanche, come dire, i politici, a chi ne era anche referente di Cosa Nostra, cioè chi ha preso le distanze, cioè chi ha saputo aspettare e vedere con chi puoi stare, e mi riferisco all’onorevole Lima. Anche Lima faceva parte della vecchia Cosa Nostra ma ha aspettato che… questi mutamenti li ha aspettati senza schierarsi né da una parte, né dall’altra, mentre a differenza l’onorevole Mattarella rimaneva schierato nella vecchia Cosa Nostra.

PRESIDENTE: mi scusi, non è molto chiaro questo concetto.

SPATOLA: forse stento ad esprimerlo io con chiarezza.

PRESIDENTE: vediamo di esprimerlo meglio. Cioè Cosa Nostra, lei sta dicendo, aveva dei suoi referenti politici.

SPATOLA: politici, sì.

PRESIDENTE: fra questi referenti politici c’era l’onorevole Mattarella?

SPATOLA: certamente c’era l’onorevole Mattarella. L’onorevole Mattarella… primo referente era sua padre, Bernardo Mattarella.

PRESIDENTE: no, io vorrei parlare dell’onorevole Mattarella.

SPATOLA: cioè io non voglio così criminalizzare l’onorevole Mattarella, del resto significava… si chiudeva un occhio, ‘sta parola Mafia tutti la pronunciavano e nessuno ne sapeva niente, quindi non era eclatante e si poteva accettare.

PRESIDENTE : questo discorso era allora un discorso un po’ generalizzato, non è che c’era un determinato gruppo o determinate persone, personaggi politici che erano dei referenti e altri no. Lei ne fa un discorso di carattere generale.

SPATOLA: ma diciamo che degli eletti nella zona solo qualcuno non era referente di co… cioè non referente di Cosa Nostra, non aveva avuto i voti di Cosa Nostra.

PRESIDENTE: ah, ecco.

SPATOLA: non può sfuggire ad un politico di sapere da dove sono arrivati i voti.

PRESIDENTE : prego, prego, è gradito l’intervento.

P.M.: continua naturalmente la Corte, però se passiamo da queste affermazioni generali ed ipotetiche, a sapere chi gli ha detto che cosa, se sono stati chiesti favori all’onorevole Mattarella e sono stati poi fatti, quali sono le sue fonti di informazione.

PRESIDENTE: sì, ho capito, ho capito. Il Pubblico Ministero vuole mettere a fuoco una situazione. Lei si sta esprimendo nei termini generali, poi sarà valutato naturalmente. Lei sta dicendo questo, non c’era quasi nessuno di quelli che prendevano voti che non avevano un certo tipo di rapporto…

P.M.: no, che non poteva capire per la verità.

PRESIDENTE: cerchiamo di avvicinare questo discorso a quello che ci interessa, cioè alla figura dell’onorevole Mattarella. Lei può citare da chi ha saputo questo discorso e se c’è stato qualche episodio in particolare a sua conoscenza che le potesse far pensare che Mattarella poteva essere avvicinato, poteva avere rapporti, eccetera.

SPATOLA: io non so dei favori nei dettagli che abbia potuto fare, ma che fosse un politico eletto con una parte dei voti di Cosa Nostra, lo era. E questo lo si sapeva nell’ambito…

PRESIDENTE: è tutto qui?

SPATOLA: sì.

PRESIDENTE: poi non ha saputo di episodi specifici?

SPATOLA: no.

PRESIDENTE: ma anche il “lo si sapeva” dovrebbe essere un po’ circoscritto. Queste notizie a lei, più precisamente, da quale fonte provenivano?

SPATOLA: ma da fonti… soprattutto da Nenè Passarante che era stato capo della famiglia a cui appartenevo, anche lui impegnato in politica.

PRESIDENTE: Nenè Passarante di dove?

SPATOLA: di Campobello di Mazara.

PRESIDENTE: e poi?

SPATOLA: e poi da altri esponenti di Cosa Nostra, della famiglia. Lo si sapeva…

PRESIDENTE : sempre locali?

SPATOLA: sì, sempre locali.

PRESIDENTE : di Campobello di Mazara?

SPATOLA: sì. dalla fine del 72.

PRESIDENTE : all’epoca quanti anni aveva?

SPATOLA: sono del 49, 23 anni.

GIUDICE: faceva parte della Famiglia di Campobello.

SPATOLA: di Campobello di Mazara.

GIUDICE: conosce o ha conosciuto Totò Riina?

SPATOLA: ho incontrato Totò Riina verso la fine dell’81, fine novembre o primi di dicembre, in Bologna. Siamo rimasti insieme con altri per qualche ora, il tempo di pranzare presso il Ristorante Chicchibio. C’erano altri in nostra compagnia, fra i quali Giacomo Riina, Totò Rizzuto, Miccio… Carlo Miccio, un napoletano, un altro palermitano Carmelo Cosmà, abitante a Bologna da tanti anni, palermitano e uomo d’onore.

GIUDICE : chiaramente ne conosceva la qualità.

SPATOLA: sì, certamente ne conoscevo la qualità. Per la mia persona a tavola garantì Salvatore Rizzuto.

GIUDICE : parliamo degli altri coimputati del Riina in questo processo, che secondo l’accusa fanno parte dell’organismo detto Commissione.

SPATOLA: sì.

GIUDICE : in Cosa Nostra. Se me scordo qualcuno mi aiutate. Calò?

SPATOLA: sì.

GIUDICE: lei conosce Pippo Calò?

SPATOLA: no, personalmente non lo conosco.

GIUDICE: poi Bernardo Provenzano?

SPATOLA: no, neanche lui. Ne ho sentito sempre parlare ma non lo conosco personalmente.

GIUDICE : Brusca France…

SPATOLA: anche di lui…

GIUDICE : Brusca Bernardo.

SPATOLA: Bernardo di San Giuseppe Iato, lo conosco come nome, ma mai… mai avuto presente.

GIUDICE : Madonia Francesco?

SPATOLA: Ciccio Madonia sì, lo conosco.

GIUDICE: quando lo ha conosciuto?

SPATOLA: credo alla fine dell’82 al carcere dell’Ucciardone.

GIUDICE: allora lei con queste persone, o con altri all’interno dì Cosa Nostra, parlò dell’omicidio Mattarella dopo che si è verificato?

SPATOLA: sì, in seguito, negli anni…

GIUDICE : con queste persone non…

SPATOLA: no, non direttamente con loro. Ne parlai con il mio capofamiglia, con Antonio Messina, perché praticamente il suo punto di questi che la Sua Signoria ha nominato, un suo punto di riferimento della Commissione era particolarmente Ciccio Madonia. Del resto, così per precisare, Ciccio Madonia ha degli ottimi rapporti con Campobello, con la famiglia di Campobello. Ha dei terreni che la famiglia di Campobello si occupava di coltivargli, di mandargli avanti terreni in zona di Torretta Granitola, diversi appezzamenti.

GIUDICE: Antonio Messina cosa le disse specificamente, che era un omicidio maturato all’interno di Cosa Nostra? Che era voluto dalla Commissione?

SPATOLA: ma non solo…

GIUDICE : tutto quello che sa.

SPATOLA: ma non solo esclusivamente dalla Commissione, era…

GIUDICE: lei poco fa ha detto questo, non era una cosa…

SPATOLA: non esclusivamente della Commissione, significava… per lui l’onorevole Mattarella era convinto di dover cambiare, come dire, linea politica anche a costo di perdere i voti… cioè in sostanza voleva pigliare le distanze da Cosa Nostra.

GIUDICE: e allora quindi Cosa Nostra decise l’eliminazione. Sa chi lo uccise?

SPATOLA: no, non so chi personalmente lo uccise.

PRESIDENTE : in seno a Cosa Nostra ci fu qualcuno, le risulta, che caldeggiò particolarmente questa iniziativa?

SPATOLA: ma l’iniziativa fu dei corleonesi soprattutto, per poi caldeggiare l’iniziativa o prenderla anche senza riunirsi tutti, esclusivamente Totò Riina.

PRESIDENTE: poteva farlo?

SPATOLA: si.

GIUDICE: siamo nel 1980.

SPATOLA: sì.

GIUDICE: 6 gennaio. La cosiddetta guerra di mafia a quell’epoca ancora non era iniziata.

SPATOLA: no, era iniziata. La guerra di mafia inizia già da qualche anno prima, inizia nel trapanese.

GIUDICE : come inizia?

PRESIDENTE : perché?

SPATOLA: ma col sequestro Corleo inizia la guerra di mafia. Cioè i corleonesi puntano al sequestro Corleo, poi le cose vanno in un certo modo, come ho riferito ad altra autorità… vanno in un certo modo e allora vengono eliminati chi ha fatto quel sequestro, chi non è più affidabile e i Corleonesi si scaricano da questa accusa di essere stati loro i promotori. In realtà sono stati loro i promotori, tant’è che del sequestro Corleo se ne parlò… venne tutto organizzato in una riunione al ristorante La Fattoria di Settimo Faila, ristorante che si trova fra Palermo e Monreale. Fu lì che venne discusso e organizzato questo sequestro.

GIUDICE : quindi anche se era iniziata questa guerra di mafia, vi era…

SPATOLA: non era iniziata apertamente, ma comincia a partire da lì la vera guerra di mafia.

GIUDICE: ora altri collaboratori hanno detto che per decidere l’omicidio di un personaggio, tra virgolette, importante, quale può essere un magistrato…

SPATOLA: sì, certamente.

GIUDICE: …un uomo politico, la decisione deve essere presa all’interno di Cosa Nostra, per quanto possa esserci un predominio. A lei le risulta che potesse da solo Totò Riina o comunque che la Commissione dovesse esserne al corrente?

SPATOLA: ma anche se non erano tutti d’accordo siamo in piena guerra, per cui può decidere qualcuno e assumersi le sue responsabilità. Se poi ha forza di contrastare, come è successo, chi si era opposto, può andare avanti.

GIUDICE : al di là di quello che poteva succedere, Antonio Messina le disse che questo omicidio fu deciso soltanto da Riina, ovvero che fu la Commissione, o comunque in senso ampio Cosa Nostra a decidere questo omicidio di Mattarella?

SPATOLA: l’omicidio dell’onorevole Mattarella è stato soprattutto deciso dai corleonesi. Per corleonesi non indico solo Totò Riina, certamente c’era il benestare di Ciccio Madonia su cui ricadevano determinate zone, c’era il benestare di Greco. Cioè la maggioranza era con lui, sia il Michele Greco, sia il Calò, per cui altri che si potevano apporre a quel tempo, come Stefano Bontade o Salvatore Inzerillo…

GIUDICE: allora mi dica, per quello che le risulta, Brusca Bernardo faceva parte della corrente dei corleonesi?

SPATOLA: sì.

GIUDICE : Provenzano?

SPATOLA: sì.

GIUDICE : Madonia lo ha già detto.

GIUDICE : quali altri imputati mi dimentico Pubblico Ministero?

P.M.: Gerace.

GIUDICE: Nenè Gerace?

SPATOLA: sì, Nenè Gerace di Partinico è della… corleonese.

GIUDICE : quindi l’omicidio Reina, per quello che le risulta, fu senz’altro deciso da questa…

SPATOLA:  dai corleonesi. Erano loro che potevano…

GIUDICE: di cui fanno parte queste persone che io le ho nominato adesso: Calò, Brusca, Provenzano, Geraci e Madonia.

SPATOLA: sì, sono…

GIUDICE: e Greco Michele.

SPATOLA: e Greco Michele.

GIUDICE : va bene. Ora questo è intanto il discorso Mattarella.

PRESIDENTE: verbalizzazione riassuntiva da non registrare… (verbalizzazione riassuntiva)…

PRESIDENTE: se è sbagliata la mia verbalizzazione riassuntiva me lo dica. Era Nenè Passarante il capofamiglia o no?

SPATOLA: in precedenza, fino al 74.
(verbalizzazione riassuntiva)

PRESIDENTE : allora queste notizie relative all’omicidio di Piersanti Mattarella a lei vengono da Pino Ala, perché Pino Ala…

SPATOLA: ma non è che mi venissero solo da Pino Ala. C’erano altri che conoscevano la realtà… altri, sia uomini d’onore, come i fratelli Caro, campobellesi, della famiglia di Campobello, ma inseriti anche in logge massoniche e quindi determinate cose erano più a conoscenza degli altri. Cioè della realtà palermitana ne erano più a conoscenza e quindi…

PRESIDENTE : chi erano questi?

SPATOLA: Rosario Caro e Federico Caro.

PRESIDENTE: fratelli?

SPATOLA: sì, sono entrambi fratelli e abitano in Palermo.

PRESIDENTE :…(verbalizzazione riassuntiva)… i fratelli come si chiamano?

SPATOLA: Federico e Rosario Caro. Anzi a questo proposito su Federico Caro ho parlato di una riunione nell’agosto del 79 dove era presente in Tre Fontane… ci fu una riunione… cioè parlando di Federico Caro parlo di uno che all’interno della loggia è un trentatré.

PRESIDENTE : è un?

SPATOLA: è un trentatré di grado massonico.

GIUDICE: scusi, lei è massone?

SPATOLA: no, stavo per esserlo, quindi sono documentato.

PRESIDENTE: costoro erano anche massoni?

SPATOLA: credo che siano ancora massoni, non sono morti.

GIUDICE : per quanto riguarda l’omicidio dell’onorevole La Torre, lei apprese di questo omicidio all’interno di Cosa Nostra? Nell’82 lei era già uomo d’onore.

SPATOLA: sì, nell’82, quando ci fu questo omicidio io ero detenuto all’Ucciardone e quindi se ne parlava che era stato bene ammazzarlo perché si occupava di antimafia, si occupava di fare delle leggi contro la mafia, perché non la si chiamava ancora Cosa Nostra.

PRESIDENTE : un momento, lei ha detto che in quel periodo era detenuto. Poi lei specificherà i suoi periodo di detenzione.

SPATOLA: sì.

PRESIDENTE: intanto lei mi dica qual è il suo periodo di detenzione riferito a questo periodo.

SPATOLA: fui arrestato a febbraio dell’82 e scarcerato a gennaio dell’83.

PRESIDENTE : questo si parlava e si diceva lo vogliamo mettere a fuoco specificando chi glielo ha detto mentre lei era detenuto?

SPATOLA: quand’ero detenuto in quel periodo che fu ucciso ero alla quinta sezione e quindi gli uomini d’onore con cui ero più referente era Rosario D’Agostino in quel periodo.

PRESIDENTE: uno solo?

SPATOLA: Rosario D’Agostino… sì, era… diciamo non è che ci fosse un altro mio coimputato su… Salvatore Panzera ed altri di cui non… momentaneamente non ricordo il nome.

PRESIDENTE: di dove erano questi due, D’Agostino e Panzera?

SPATOLA: D’Agostino di Palermo, Panzera è originario di Raffadano (o nome simile).

PRESIDENTE: e dicevano che avevano fatto bene ad ammazzarlo per le sue iniziative nella lotta alla mafia.

SPATOLA: iniziative, si, della lotta antimafia. Questo era quello che si diceva in quel momento.

PRESIDENTE: fatemi verbalizzare questo. …(verbalizzazione riassuntiva)…

SPATOLA: poi successivamente anche con altri se ne parlò, quali Armando Bonanno in seguito, anche con Peppuccio Madonia.

PRESIDENTE: in seguito quando?

SPATOLA: verso la fine dell’82, quando fui trasferito all’infermeria. …(verbalizzazione riassuntiva)…

PRESIDENTE: da Armando Bonanno e chi?

SPATOLA: da Peppuccio Madonia, Stefano Fontana, Totò… anche questo credo che sia stato ucciso… Totò Anselmo, con cui eravamo nella stessa stanza, Domenico Adamita ed altri… Salvatore Anselmo.

PRESIDENTE : ed altri. Va bene, per la riassuntiva può bastare.

GIUDICE: al di là del commento positivo sull’uccisione, le dissero che questa uccisione era stata deliberata…

SPATOLA: che era opera nostra fuor di dubbio. Che era stata opera nostra.

GIUDICE: sa chi ha commesso questo omicidio?

SPATOLA: no, non ne sono stato informato, né tantomeno mi riguardava chi era direttamente questo… chi era stato. Era una cosa nostra e tanto bastava. Solo che in seguito, dopo la mia scarcerazione, tornammo su questo argomento. Cioè quando io venni scarcerato, a gennaio dell’83, quindi trovai la nuova realtà che era la legge Rognoni-La Torre. Quindi visti i problemi che c’erano, in banca si doveva stare attenti a non superare i venti milioni, se no venivi segnalato… e quindi chiesi se era stato veramente un bene uccidere l’onorevole La Torre, visto che dopo la sua morte era scattata questa legge che ci… cioè erano aumentate anche le richieste di misure di prevenzione, viste queste cose, per cui pensavo che… e chiesi che non era stato tanto intelligente. E mi si disse che sì in realtà era questo suo impegno antimafia, ma c’era anche qualcos’altro che aveva fatto scattare questo omicidio.

GIUDICE : e che cosa?

SPATOLA: era stato questo suo impegno anche antimafia, il suo impegno pacifista in quel periodo che disturbava praticamente l’installazione e quindi i lavori per Comiso.

PRESIDENTE : questo specificatamente da chi lo ha sentito?

SPATOLA: da Antonio Messina.

GIUDICE: mi scusi, ad Antonio Messina cosa interessava che vi fossero dei lavori a Comiso per l’installazione…

SPATOLA: ma non è che interessavano a lui personalmente, questo non so se… credo di no, ma lui come ho già riferito in quel periodo, nell’83, aveva un ruolo di primo piano in provincia, visto che c’era stato anche l’arresto di Mariano Agate, e quindi il referente con Palermo in determinati casi ne era per cui era a conoscenza di decisioni particolari prese in Palermo.

GIUDICE : interessava a chi quindi questa installazione del…

SPATOLA: interessavano soprattutto… non lo so a Cosa Nostra. A Cosa Nostra può interessare quella fettina che… quella fetta che… su cui nel territorio indubbiamente si deve mettere le mani.

PRESIDENTE: lo specifichi meglio questo discorso.

PRESIDENTE : ma non c’è un lavoro in una zona della Sicilia dove… un appalto dove non ci sia una fetta per Cosa Nostra.

GIUDICE: quindi diciamo da un punto di vista economico?

SPATOLA: sì. Se poi questi interessi coincidono con altri interessi, allora Cosa Nostra se ne assume la responsabilità di eliminare queste difficoltà, quale era l’interesse dell’onorevole La Torre.

GIUDICE : lei sta facendo capire, non so per quanto lo sa o per quanto lo intuisce, o comunque le è stato ventilato, perché non è chiaro… se lo può specificare meglio… che vi fossero degli altri interessi di cui Cosa Nostra si sia fatta portatrice in qualche modo? Cioè abbia eliminato l’onorevole La Torre per questo impegno pacifista che dava fastidio a qualche altra forza che io non capisco quale possa essere.

SPATOLA: forza io intendo su chi aveva interessi politici perché fosse installata questa base a Comiso, e a cui lui si opponeva. C’erano manifestazioni che ritardavano i lavori, che ritardavano l’installazione, e quindi interessi anche economici su cui Cosa Nostra ha la sua fetta e quindi gli torna utile che questa difficoltà si abbatta. Ma non era solo Cosa Nostra ad avere questo interesse, gli altri… non lo so chi siano gli altri.

GIUDICE: sa come era composta la commissione di Cosa Nostra in questo periodo nell’omicidio La Torre?

SPATOLA: nell’omicidio La Torre era già composta da Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Nené Geraci… non ricordo altri.

PRESIDENTE : Greco Giuseppe non c’era?

SPATOLA: no, non ne sono a conoscenza, ma credo che poi se si riferisce a Greco Giuseppe Scarpuzzedda, o Scarpa, che in realtà si dice Scar… ma è Scarpa il suo soprannome, non poteva in quel momento esserlo, in quanto lui subentrò dopo a Michele Greco, per cui non poteva fare parte di quella Commissione.

PRESIDENTE: perché ci fu un momento in cui Michele Greco fu accantonato?

SPATOLA: dopo l’arresto sì. Ma no solo dopo l’arresto, anche prima di essere arrestato su Michele Greco gravavano le colpe di Buscetta, nel senso che il pentimento di Buscetta aveva messo in difficoltà Cosa Nostra e a Michele Greco si rimproverava il fatto che quando si era deciso di ucciderlo già nel 70 l’unico ad opporsi all’uccisione di Buscetta era stato Michele Greco.

GIUDICE : non Bontade?

SPATOLA: no, che io sappia Michele Greco.

PRESIDENTE : perché nel 70 era stato deciso di uccidere Buscetta?

SPATOLA: ma perché era alleato con Angelo La Barbera, quindi si pensava di uccidere anche lui… da parte dei corleonesi di uccidere anche lui.

PRESIDENTE : e lei quando lo ha saputo questo?

SPATOLA: ma quando praticamente Buscetta poi in seguito ha combinato quello che combinato, anche commentando col mio capofamiglia, dice: “vedi, se nel 70 Michele Greco se ne stava buono, non interveniva per salvargli la testa, non sarebbe successo quello che è successo adesso”.

Omicidio Mattarella – articolo Alberto Di Pisa 12.07.2016

A meno di un anno dall’uccisione di Michele Reina, il 6 gennaio 1980, in via Libertà, una delle principali strade di Palermo, sotto gli occhi della moglie, veniva ucciso il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Le indagini fecero emergere indizi a carico di esponenti della destra eversiva quali Valerio “Giusva” Fioravanti; si indirizzarono verso la pista del terrorismo nero a seguito delle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti secondo cui il fratello gli avrebbe detto di essere stato lui stesso, insieme con Gilberto Cavallini, l’esecutore materiale dell’omicidio di Piersanti Mattarella.

L’indagine si presentava particolarmente complessa in quanto bisognava capire se la “pista nera” fosse alternativa rispetto a quella mafiosa oppure si compenetrasse con quella mafiosa.Quest’ultima ipotesi era di particolare importanza dato che, ove accertata, avrebbe costituito la prova di una saldatura tra diverse organizzazioni criminali (mafia e terrorismo) e sarebbe forse stata idonea a spiegare altre vicende del nostro Paese. Questa compenetrazione non è stata accertata giudiziariamente dato che i giudici, esclusa la responsabilità Di Valerio Fioravanti, ritennero che ad ordinare l’omicidio fosse stato Totò Riina che per tale omicidio venne condannato all’ergastolo insieme ai soliti Michele Greco, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò e Nenè Geraci, tutti componenti della cupola mafiosa. Rimasero sconosciuti gli esecutori materiali; circostanza questa anomala nei delitti di mafia nei quali in genere vengono individuati gli esecutori materiali ma non i mandanti.

In questi giorni si apprende dalla stampa che la Procura della Repubblica di Palermo avrebbe riaperto le indagini in direzione della “pista nera” che allora, come si è detto, non portò ad alcun risultato giudiziario rilevante dato che Giusva Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, rinviati a giudizio e processati quali esecutori materiali del delitto, vennero assolti malgrado alcuni terroristi neri pentiti li avessero indicati appunto quali esecutori materiali dell’omicidio. Lo stesso Cristiano Fioravanti, che aveva accusato il fratello Giusva, ritrattò le accuse. L’avvocato Crescimanno che ha sollecitato la riapertura delle indagini, ha dichiarato : “la mafia c’entra, certo che c’entra. Ma quello di Mattarella lo ritengo un omicidio più politico che mafioso”

Secondo le prime indagini l’omicidio sarebbe stato eseguito da Giusva Fioravanti su richiesta di Pippo Calò, elemento di spicco di Cosa Nostra e della banda della Magliana a Roma. Indusse allora a ritenere il coinvolgimento di Valerio Fioravanti il fatto che l’omicidio venne rivendicato con la sigla di Nuclei fascisti rivoluzionari, la stessa sigla cioè con la quale erano stati rivendicati alcuni attentati commessi a Roma dallo stesso Valerio e dal fratello minore Cristiano. La rivendicazione perveniva all’ANSA di Palermo, alle 14,45 del 6/1/1980: qui Nuclei fascisti rivoluzionari, rivendichiamo l’uccisione dell’On. Mattarella in onore dei caduti di Acca Laurentia” . Cristiano Fioravanti disse in proposito . “Prendo atto per la prima volta che con la sigla Nuclei fascisti rivoluzionari fu rivendicato anche l’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana. Io ho sempre espresso la convinzione che gli autori materiali di quest’omicidio fossero mio fratello e Cavallini coinvolti in ciò dai rapporti equivoci che stringeva Mangiameli (altro estremista di destra, n.d.r.) in Sicilia (….). Peraltro mi risultava che in quei giorni mio fratello e Cavallini e Francesca Mambro erano in Sicilia per loro contatti con Mangiameli. Quando furono pubblicati gli identikit degli autori materiali dell’omicidio Mattarella sui giornali ricordo che mio padre esclamò per la somiglianza degli identikit con mio fratello e Cavallini che io stesso avevo rilevato immediatamente : “Hanno fatto anche questo”.

Si accertò inoltre che all’epoca dell’omicidio Mattarella, Giusva Fioravanti si trovava certamente in Sicilia. Nell’interrogatorio reso al giudice istruttore di Roma il 28.10.1982 dichiarava Cristiano Fioravanti: “Un altro episodio delittuoso che, senza averne le prove istintivamente ricollego a mio fratello Valerio è stato l’omicidio di un personaggio siciliano, non so dire se un uomo politico o un magistrato, che venne ucciso in una piazza, o in una strada di Palermo, in presenza della moglie. Si era nel luglio 1980 e Valerio era in Sicilia ospite di Mangiameli e, all’epoca, progettava l’evasione di Concutelli ed una rapina in una mega gioielleria di Palermo.Nel vedere gli identikit, convenni, assieme a mio padre che sembravano somigliare moltissimo sia a Valerio che a Gigi (Cavallini nd.r).

Dopo avere ritrattato le dichiarazioni accusatorie nei confronti del fratello, il 26/3/1986 chiedeva di essere ascoltato dal PM di Firenze al quale riferiva : “ (…) Ed allora voglio dire quello che so sull’omicidio Mattarella. (….). E allora Valerio mi disse che avevano ucciso un politico siciliano in cambio di favori promessi da Mangiameli e relativi sempre alla evasione di Concutelli, oltre ad appoggi logistici in Sicilia (….)Mi disse Valerio che, per decidere l’omicidio del politico siciliano vi era stata una riunione in casa Mangiameli e in casa vi erano anche la moglie e la figlia di Mangiameli, riunione cui aveva partecipato anche uno della regione Sicilia che aveva dato le opportune indicazioni e cioè la “dritta” per commettere il fatto.

Mi disse Valerio che al fatto di omicidio avevano partecipato lui e Cavallini e che Gabriele De Francisci aveva dato loro la casa….in un luogo non lontano da quello ove si svolse il fatto di omicidio”.

In effetti accertammo che Gabriele De Francisci, altro terrorista nero, disponeva di una abitazione nella via Ariosto di Palermo, a poco distanza dal luogo dove fu commesso l’omicidio. Mangiameli verrà ucciso da Valerio Fioravanti che intendeva uccidere anche la moglie e la figlia in quanto essendo state le stesse presenti alla riunione, una volta ucciso il marito, erano pericolose quanto lo stesso Mangiameli. L’uccisione delle due donne non avvenne essendo stato poco dopo rinvenuto il cadavere di Mangiameli. Queste dichiarazioni venivano poi confermate dal Cristiano Fioravanti al Giudice istruttore di Palermo il 29/3/1986.

Va peraltro detto che dinanzi alla Corte di primo grado Cristiano Fioravanti si avvalse della facoltà di non rispondere. Un riscontro alle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti sembrò il riconoscimento che la moglie del Presidente fece individuando in Giusva Fioravanti uno degli esecutori materiali dell’omicidio del marito.

A seguito di ricognizione fotografica effettuata il 19.3.1984 dichiarò la signora Mattarella: “…debbo comunque dire che ho provato una forte sensazione nel vedere le fotografie di Giusva Fioravanti. Lo stesso Fioravanti è quello che più corrisponde all’assassino che ho descritto nell’immediatezza dei fatti”. Il 25/9/1986 veniva effettuata una ricognizione formale (alla quale chi scrive partecipò a Roma insieme a Giovanni Falcone). In questa sede la signora Mattarella dichiarò : “Riconosco con certezza nell’individuo posto alla mia sinistra quel Fioravanti Valerio la cui fotografia ho visto più volte sui giornali. In particolare l’altezza coincide e lo stesso dicasi per quanto si riferisce alla fisionomia. (….) In sostanza quando dico che è probabile che nel Fioravanti si identifichi l’assassino ho inteso dire che è più che possibile che lo stesso sia autore dell’omicidio, ma che non sono in grado di formulare un giudizio di certezza”

I giudici di appello, così come i giudici di primo grado, non ritennero tuttavia del tutto attendibile la ricognizione. Si legge infatti nella sentenza: “Senonchè, in data 8/7/1986, nel confermare i precedenti interrogatori la vedova Mattarella non si esprimeva più in termini di certezza, mentre, nell’esame dibattimentale ritornava ad indicare, con quasi assoluta sicurezza, nel Fioravanti, il killer del marito” (sentenza di appello pag.296). I giudici quindi avanzarono delle perplessità in ordine al riconoscimento effettuato dalla vedova Mattarella, intervenuto a distanza di anni dal delitto ed espresso in termini di semplice probabilità avendo parlato sempre di notevole somiglianza e non di certezza. E ciò a maggior ragione considerato che tanto Buscetta che Marino Mannoia avevano escluso categoricamente che all’attentato avessero partecipato elementi estranei a Cosa Nostra, indicando addirittura i mafiosi che avrebbero eseguito il delitto (Salvatore Federico, Francesco Davì, Santo Inzerillo ed Antonino Rotolo).

Il collaboratore Di Carlo, poi, rivelò di avere appreso da Bernardo Brusca che il “Killer” che aveva esploso i colpi d’arma da fuoco all’indirizzo di Mattarella si identificava nel mafioso Nino Madonia che tra l’altro presentava una notevole somiglianza con il Fioravanti che, come quest’ultimo, aveva gli occhi chiari e dall’espressione glaciale. In effetti l’esame delle fotografie dei due soggetti e delle schede antropometriche evidenziò una notevole somiglianza tra i due. Tutti i collaboratori poi, sentiti in dibattimento, dichiararono unanimemente che il delitto era stato deliberato dalla ”commissione” con il consenso di tutti i componenti dovendosi escludere qualsiasi coinvolgimento di soggetti esterni all’organizzazione mafiosa e in particolare di terroristi neri.

Per quanto riguarda le ritrattazioni di Cristiano Fioravanti, alternate a dichiarazioni accusatorie, le stesse però potrebbero trovare una giustificazione nel tentativo, sotto le spinte dei familiari, di alleggerire la posizione del fratello. E d’altra parte non si vede per quale ragione Cristiano Fioravanti avrebbe dovuto formulare delle false accuse nei confronti del fratello Valerio.                                 

La pista nera nell’omicidio Mattarella emerse anche nel 1993 dai documenti della Commissione parlamentare antimafia in occasione della audizione di Angelo Izzo, terrorista di destra ed autore del massacro del Circeo che era ben a conoscenza dell’ambiente della eversione nera. Si legge infatti nei documenti della Commissione: “Qualche mese dopo l’assassinio di Piersanti Mattarella, il neofascista (Izzo) aveva aggiunto che era stato proprio Bontate a commissionare l’omicidio Mattarella ai “camerati”. Cristiano Fioravanti ritratterà le accuse mosse al fratello sostenendo di essere stato indotto a ciò da Izzo che avrebbe voluto rendersi utile ai giudici per potere trarre dei benefici nella sua situazione carceraria. Nel corso poi di un confronto tra Izzo, e Cristiano Fioravanti affermava il primo : “ …..Sia Valerio che Concutelli mi dissero che erano la mafia e gli ambienti imprenditoriali legati alla massoneria, nonché esponenti romani della corrente democristiana avversa a quella di Mattarella a volere la morte dell’On. Mattarella. Valerio mi disse che questi ambienti, mandanti   dell’omicidio Mattarella si erano fidati di lui poiché vi era stata la garanzia della sua persona direttamente dagli ambienti della Magliana a Roma….”.

Queste affermazioni trovavano poi conferma in altrettanto affidabili dichiarazioni di Sergio Calore, altro terrorista di destra. Anche le dichiarazioni di Izzo, che venne imputato di calunnia, non furono ritenute attendibili dai giudici. Scrissero in proposito sia i giudici di primo grado che quelli di appello a proposito di Izzo : “ Del resto, l’attività di “investigatore carcerario” e di promotore di false collaborazioni (oggetto di personali ricostruzioni e proprie deduzioni logiche) dell’Izzo emerge in tutta la sua evidenza”

Va peraltro osservato, per ciò che riguarda il riferimento fatto da Izzo a Bontate, che, come sostenuto dall’Accusa, sono stati accertati rapporti tra terroristi neri ed esponenti della banda della Magliana, a sua volta collegata a Pippo Calò, il che potrebbe fare pensare ad una saldatura tra elementi di Cosa Nostra e terroristi neri.

Altri personaggi dell’estrema destra (Paolo Bianchi, Sergio Calore, Stefano Soderini, Paolo Aleandri)confermarono le accuse mosse da Cristiano Fioravanti al fratello in ordine alla di lui partecipazione all’omicidio Mattarella. Anche tali dichiarazioni non furono peraltro ritenute attendibili dai giudici trattandosi di “testimonianze “de relato”, fondate su confidenze ricevute dallo stesso Cristiano Fioravanti e da un altro estremista di destra, Roberto Nistri” (sent. di appello pag.305, vol. 3, parte prima).

Fonte: http://www.siciliainformazioni.com/fonso-genchi/367389/1-uno-della-regione-sicilia-decise-lassassinio-di-mattarella

Leonardo Messina – dichiarazioni 03.06.1996

Nell’agosto del 1991 il Miccichè mi disse che nella zona di Enna, in un posto che non specificò, si trovavano riuniti Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Madonia e Benedetto Santapaola.
Costoro, come ebbe a riferirmi lo stesso Miccichè successivamente, si trattennero nella zona di Enna sino al febbraio del ’92, data in cui si svolse una riunione formale della Commissione Regionale, alla quale parteciparono anche Angelo Barbero, Salvatore Saitta ed altri rappresentanti provinciali, dei quali non mi fece i nomi. Provenzano, Riina, Madonia e Santapaola, dall’agosto ’91 sino agli inizi del ’92, si trattennero nella zona di Enna per discutere di un progetto politico finalizzato alla creazione di uno Stato indipendente del Sud all’interno di una separazione dell’Italia in tre stati: uno del Nord, uno del Centro e uno del Sud. In tal modo, Cosa Nostra si sarebbe fatta Stato.

Il progetto era stato concepito dalla massoneria. A tal riguardo, intendo chiarire che Cosa Nostra e la massoneria, o almeno una parte della massoneria, sono stati sin dagli anni ’70 un’unica realtà criminale integrata. Il progetto aveva anche l’appoggio di potenze straniere. Era stata stanziata la somma di mille miliardi per finanziare il progetto. Coinvolti in tale progetto erano non solo esponenti della criminalità mafiosa e della massoneria, ma anche esponenti della politica, delle istituzioni e forze imprenditoriali.

Il progetto consisteva nella futura creazione di un nuovo soggetto politico, la Lega Sud o Lega Meridionale – che doveva essere una sorta di “risposta naturale” del sud alla Lega Nord.
A proposito della Lega Nord, quando io proposi al Miccichè di uccidere Bossi in occasione di un suo viaggio a Catania nel settembre – ottobre ‘91, questi mi spiegò che Bossi era in realtà un “pupo” e che il vero artefice del progetto politico della Lega Nord era Miglio, dietro il quale c’erano Gelli e Andreotti. Mi disse anche che la Lega Nord era finanziata da forze imprenditoriali del nord, non meglio precisate, che avevano interesse alla suddivisione dell’Italia in tre stati separati. Quando Miccichè, che aveva appreso quanto sopra poiché era lui ad ospitare Riina e gli altri nel suo territorio, mi fece tale discorso, era presente pure Giovanni Monachino, “uomo d’onore” della famiglia di Pietraperzia, il quale faceva da vivandiere a Riina e agli altri.

Durante la permanenza di Riina e gli altri nella zona di Enna, io incaricai Remigio Augello, figlio di una persona che ha un negozio di carte di parati a S. Cataldo, di predisporre e collocare nella zona ove Riina e gli altri si riunivano, un’apparecchiatura che serviva ad intercettare sia i telefonini sia le radio della Polizia per garantire la sicurezza dei vertici di Cosa Nostra. Io non dissi all’Augello a quale scopo serviva l’apparecchiatura, né che in quella zona si trovavano Riina e gli altri. L’Augello fu costretto ad acquistare a Catania un’antenna più potente di quella originariamente installata. L’Augello fu portato sul luogo, che io non conosco, dal Monachino e da Potente Mario (cugino di Borino Miccichè e altro “uomo d’onore” della famiglia di Pietraperzia). L’Augello non è uomo d’onore. E’ una persona alla quale io avevo fatto dei favori.

In particolare, avevamo simulato il furto di una sua Lancia integrale di colore bianco del valore di circa 50 milioni di lire (furto denunciato a Catania). L’autovettura fu venduta all’officina Giambra di S. Cataldo per 9 milioni di lire. L’Augello lucrò dall’assicurazione la somma di circa 50 milioni di lire. Ciò avvenne nel 1991.
Inoltre, gli feci consegnare della droga da Sessa Michele, trafficante di Napoli, regalandogli del denaro. Il Sessa alloggiava all’hotel Elios di S. Cataldo, luogo dove doveva avvenire la consegna nel 1991. Senonchè, io venni a sapere che l’albergo era sorvegliato dalla polizia, sicché feci alloggiare il Sessa nell’abitazione dell’Augello, che si trova in una parallela di Piazza degli Eroi. La consegna di 200 grammi di eroina avvenne davanti il ristorante “La flambè” di S. Cataldo.
Le riunioni che si svolsero dall’agosto in poi furono preparatorie della riunione allargata tenutasi nel febbraio ’92. Dopo tale ultima riunione, il Miccichè mi disse che era stato deciso di uccidere Falcone. Non mi parlò degli altri argomenti che erano stati discussi.