Myriam Cappuccio Florio – dichiarazioni 14.12.1982

Sono la vedova del colonnello della GdF Salvatore Florio deceduto il 26.7.1978 a seguito di un incidente stradale nei pressi del casello di Carpi mentre da Vipiteno stava facendo rientro a Roma. Mio marito nel ’74 mi disse di aver ricevuto incarico di portare a termine una indagine sulla massoneria, precisando che aveva incaricato un capitano molto valido e cioè il Rossi. Tali notizie mi furono riferite da mio marito in più riprese. Sempre nel ’74 sono stata in cura presso il dentista prof. Antonino Colasanti e poiché alle numerose sedute sono stata sempre accompagnata da mio marito, per la durata di circa nove mesi, il dentista più volte ha invitato genericamente mio marito a partecipare a delle riunioni fra amici perché ne avrebbe avuto giovamento per la carriera. In quel periodo mio marito era capo del Servizio “I”. Durante lo stesso periodo ignoti si sono introdotti nel nostro appartamento mettendo ogni cosa a soqquadro ma senza asportare nulla, nonostante che la somma di L. 40.000 fosse ben in vista sul tavolo ed ugualmente una catenina d’oro di mio marito. Io e mio marito ci trovavamo a Madrid ed al rientro mio marito disse che si trattava di una intimidazione e che egli non era solito portare carte in casa, per questa ragione non presentò alcuna denuncia. Dopo circa un paio di mesi il prof. Colasanti ci invitò con un gruppo di amici all’Elefante Bianco di via Ludovisi. Ad un tavolo poco distante si trovava, come successivamente mi disse mio marito, insieme ad altre persone il Gelli. Ad un certo punto il predetto si alzò dal suo posto e si avvicinò al nostro tavolo e rivolto a mio marito, il quale non si alzò, disse testualmente: “Colonnello lei si è fatto una cattiva opinione su di me, ma si ricrederà presto”.
Mio marito non replicò ed il Gelli tornò al suo tavolo. Durante il ritorno a casa chiesi chiarimenti al riguardo a mio marito e lui mi rispose: “Si tratta di quel lestofante di Gelli”. Altre volte mio marito mi disse che stavano facendo di tutto per indurlo ad affiliarsi alla P2, ma lui non avrebbe ceduto.
ADR Non so chi avesse dato incarico a mio marito di fare indagini sul conto di Gelli, so soltanto che spesso mio marito veniva convocato da Andreotti ma non so per quale motivo; spesso al ritorno da tali incontri mio marito diceva che l’on. Andreotti gli chiedeva indagini che esulavano dai suoi compiti specifici istituzionali.
Alle mie domande su cosa avesse risposto alle richieste, mio marito diceva di essersi espresso con un “Ni”, si trattava dell’autunno 1973. Con la successiva nomina a Comandante Generale del gen. Giudice mio marito fu immediatamente allontanato dal Servizio “I” e trasferito a Genova. Mentre si trovava a Genova ebbe delle divergenze con il col. Trisolini per il trasferimento preteso da mio marito di un M.llo della GdF di Massa Carrara il quale aveva sposato la sorella di Gelli. Rientrato a Roma alla II Legione è rimasto a tale incarico per circa 8 mesi e poi fu trasferito alla Scuola Sottufficiali di Ostia. Nel luglio 1978 ebbe una vivace discussione con il generale Giudice alla presenza del generale Montanari. Mio marito mi riferì che aveva detto al gen. Giudice che, quando sarebbe rientrato dal campo gli avrebbe rinfacciato tutto quello che sapeva sul suo conto. Per quanto riguarda il capitano Mancusi, soprannominato “Munnezza”, persona molto vicina al generale Lo Prete, posso riferire che questi dopo la morte di mio marito, sapendo che ero senza casa, mi disse che, come da incarico avuto da mio marito, si era interessato per cercare una casa da abitazione che aveva trovato in vendita nella zona Eur al prezzo di L. 26 milioni oltre un piccolo mutuo a tasso agevolato. Si sarebbe trattato di un appartamento ceduto da un senatore non rieletto. Circa l’incarico ricevuto da mio marito rimasi molto perplessa poiché all’epoca non avevamo disponibilità economiche. Mentre io stavo dando da fare per cercare di mettere assieme il prezzo per l’acquisto, facendo affidamento anche sulla liquidazione e su altre somme ricevute a titolo di sussidio, il cap. Mancusi non si fece più vedere. Non ricordo se il Mancusi in tale circostanza mi fece altre domande su altri argomenti. Confermo quanto dichiarato al giudice Dell’Osso.

Il dossier Mi.Fo.Biali

Preliminarmente occorre precisare che con il termine Mi.Fo.Biali si intende un dossier formato dal SID negli anni 1974/75 su Mario Foligni fondatore del Nuovo Partito Popolare con cui questi voleva contrastare la Democrazia Cristiana, che, secondo quello che egli riteneva, era degenerata perdendo i suoi originari valori. L’indagine su Mario Foligni era stata ampliata alla Guardia di Finanza durante la quale erano state fatte anche intercettazioni telefoniche ed ambientali illegali, perché non autorizzate dalla magistratura, anche se erano state utilizzate strutture esistenti presso organi pubblici. L’autorizzazione a indagare su Mario Foligni e sul Nuovo Partito Popolare era stata data dal ministro della difesa che, all’epoca, era Giulio Andreotti. Tale circostanza è affermata da Gianadelio Maletti ed appare credibile, malgrado la smentita di Giulio Andreotti e l’astio che può avere spinto Maletti a fare dichiarazioni contrarie all’imputato, perché Gianadelio Maletti riferisce di avere appreso la circostanza dal capo del servizio segreto ammiraglio Casardi e ha annotato l’ordine di continuare a indagare su Mario Foligni e sul Nuovo partito Italiano e di riferire direttamente o all’ammiraglio Casardi o a Giulio Andreotti; la circostanza peraltro è stata pubblicamente ammessa dal governo della repubblica italiana che rispondendo al senato e alla camera dei deputati, ha dato notizia della conoscenza del dossier da parte del ministro e della sua autorizzazione all’indagine.

Il dossier era pervenuto nella mani di Carmine Pecorelli –ad ulteriore prova della bontà delle fonti di prova di cui egli disponeva- il quale ne aveva pubblicato ampi stralci sottolineando che da tale dossier emergeva non solo l’attività politica di Mario Foligni e del Nuovo Partito Popolare, ma, soprattutto, episodi di corruzione ed esportazione illegale di valuta degli alti gradi della Guardia di Finanza (in particolare del comandante generale dell’arma generale Raffaele Giudice, di sua moglie e del suo segretario particolare Giuseppe Trisolini, del vice comandante generale dell’arma Donato Lo Prete) e un traffico di petrolio con la Libia a cui erano interessati non solo Mario Foligni, ma anche il fratello del premier dello stato di Malta Don Mintoff, petrolieri italiani, alti prelati ed ancora il comandante della guardia di finanza generale Raffaele Giudice.

Si trattava, quindi, di un grosso scandalo anche alla luce di quello che stava emergendo in sede giudiziaria, in quel periodo, in ordine al contrabbando di petrolio. Per tale fatto la corte non ravvisa alcun interesse di Claudio Vitalone, ma solo quello di Giulio Andreotti nella sua qualità di ministro della difesa che aveva autorizzato lo spionaggio politico utilizzando mezzi illegali, nonché gli appartenenti alla Guardia di Finanza che dalla pubblicazione degli articoli vedevano compromessa la loro posizione.
E’ stato prospettato da alcuni difensori che il movente dell’omicidio sia da individuare proprio nel possesso del dossier Mi.fo.biali, derivando tale affermazione dalle dichiarazioni, che, seppure a contestazione, sono state fatte da Franca Mangiavacca la quale ha dichiarato, allorquando ha consegnato il dossier alla magistratura, che solo il possesso del dossier le aveva salvato la vita in quegli anni.

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Ritiene la corte, al contrario, che tale affermazione non sia conferente perché dal raffronto tra il dossier e quello che era stato pubblicato su OP si raggiunge la convinzione che oramai non vi era altro di scottante da rivelare in ordine alla corruzione dei vertici della Guardia di Finanza e al traffico di petrolio con la Libia. Peraltro non si comprende come il dossier in parola possa avere salvato la vita a Franca Mangiavacca, circostanza questa che presume la segretezza della notizia in suo possesso con il timore della sua divulgazione, se fin dalle prime indagini il dossier era stato sequestrato nell’abitazione di Carmine Pecorelli ed era a disposizione della magistratura. Evidentemente si tratta di una conclusione errata della testimone.

Sentenza omicidio Pecorelli primo grado

Myriam Cappuccio Florio – dichiarazioni 30.05.1981

Sono la vedova del colonnello della GdF Salvatore Florio deceduto il 26.7.1978. Per quanto mio marito fosse molto riservato, ogni tanto capitava che parlasse con me del suo lavoro, soprattutto in momenti di difficoltà. Nell’agosto-settembre 1973 io ebbi bisogno di una cura dentistica. A ben ricordare era settembre e ci rivolgemmo all’ufficiale medico della GdF, dr Piccinini, per chiedere un consiglio. All’epoca mio marito comandava l’ufficio “I” del 2° Reparto del comando generale del corpo. Il dr. Piccinini ci consigliò di rivolgerci al prof. Colasanti Antonio con studio dentistico in Roma, al quale ci indirizzò. Intrapresi pertanto le cure presso il Colasanti, il quale si mostrò fin dall’inizio molto gentile. Preciso che spesso mi accompagnava mio marito giacché le sedute erano pomeridiane. La cordialità del Colasanti aumentò sempre di più sino a divenire per così dire eccessiva. Lo stesso invitò mio marito a dargli del tu, aggiungendo chiaramente che sapeva benissimo dell’incarico particolare che mio marito aveva all’interno del corpo. Debbo dire che mio marito si meravigliò non poco e rimase molto seccato. Peraltro fui io stessa a pregarlo di consentirgli di finire le cure e di non essere scortese con il Colasanti. Quest’ultimo ci invitò anche qualche volta a cena; una volta mio marito mi riferì che il Colasanti lo aveva invitato ad una riunione massonica dicendogli che si sarebbe trovato fra amici. Io chiesi candidamente a mio marito perché non ci andasse e lo stesso mi rispose, arrabbiato, che lì c’era “quel lestofante di Gelli”. Devo a questo punto evidenziare che avevo già sentito qualche altra volta mio marito parlare di Gelli come oggetto di indagini della GdF, in special modo da quando aveva preso il comando del 2° Reparto. Per la verità in precedenza avevo vagamente percepito che la indagine aveva riguardato l’attività di Gelli nel contesto del gruppo Lebole per il quale operava, ma credo che poi non aveva trascurato eventuali aspetti riferentesi la massoneria. Allo stato dei miei ricordi non saprei essere più preciso. Quello che posso dire è che le valutazioni sul Gelli erano del tutto negative. Una sera, sarà stato il marzo-aprile 1974, il Colasanti invitò me e mio marito al ristorante ritrovo romano White Elephant. C’era il Colasanti e un’altra coppia di suoi amici. Al tavolo accanto, un tavolo rotondo, vi erano diverse persone, una delle quali ad un tratto si alzò, si diresse al nostro tavolo e disse, rivolto a mio marito: “Colonnello, lei si è fatto una cattiva opinione di me, ma si ricrederà”. Mio marito si girò appena, molto stupito ed imbarazzato, e non rispose nulla all’interlocutore cui non rivolse la parola. Io rimasi da un lato molto stupita del fatto che lo sconosciuto neppure si era presentato a nessuno degli astanti e dall’altro lato mortificata giacché il comportamento di mio marito mi era apparso comunque sgarbato. La serata comunque proseguì normalmente dopo l’imbarazzo iniziale, giacché lo sconosciuto fece ritorno immediatamente al suo tavolo. Al ritorno, in macchina, dissi a mio marito che era stato un cafone e lo stesso mi rispose che lo sconosciuto era “quel lestofante di Gelli”. Aggiunse: “Ma tu non sai chi era quello”. Era veramente molto arrabbiato, nonostante avesse un carattere calmo e riflessivo. Mi disse che aveva capito che cercavano di adescarlo, di intrappolarlo o qualcosa di simile. In quei mesi si parlava molto nell’ambiente della nomina del nuovo Comandante Generale della GdF, essendo prossima la scadenza del generale Borsi di Parma. Ritengo opportuno evidenziare che i rapporti tra suddetto comandante e mio marito, il cui ufficio dipendeva direttamente da lui, erano stati ed erano improntati alla massima reciproca stima. Nel luglio del 1974 si seppe che era stato nominato nuovo comandante del Corpo il generale Raffaele Giudice, circostanza che stupì moltissimo l’ambiente giacché si trattava di un nome assolutamente al di fuori della rosa dei candidati. Ricordo che mio marito ci rimase di stucco e se ne rattristò. Rammento con precisione che mi disse: “Questo è massone. Vuoi vedere che mi tolgono dal mio posto?”. Devo precisare che a quel posto mio marito teneva perché era innamorato del suo lavoro.
La nomina del generale Giudice, per quanto ricordo, avvenne il primo agosto; mi correggo: in tale data avvenne la presa di possesso dell’ufficio. Cinque giorni dopo, i miei ricordi sono nitidi in proposito, giacché si tratta di fatti impressi nella mia memoria, il generale Arturo Dell’Isola, capo di Stato Maggiore del corpo fino a quel momento, venne sollevato dall’incarico e spostato a Milano. Il nuovo comandante generale nominò al suo posto il generale Donato Lo Prete. Il generale Dell’Isola telefonò a mio marito e con amarezza gli disse di preparare le valigie perché fra poco sarebbe toccato anche a lui. Il 10 o 12 di agosto mio marito mi disse che gli era stata preannunciata un’ispezione da parte del nuovo comandante Giudice; mi disse di cominciare a fare le valigie perché era sicuro che sarebbe stato trasferito. Dopo l’ispezione mi disse ancora che non gli era stato fatto alcun rilievo, tutt’altro. Aggiunse però che aveva capito che sarebbe stato comunque trasferito, giacché considerato dal generale Giudice persona non di sua fiducia. Di lì a poco mio marito venne convocato al comando generale e gli venne proposta la sede di Catanzaro, che avrebbe costituito un evidente declassamento, stante i titoli e lo stato di carriera di mio marito. Analoga considerazione va fatta per l’altra delle sedi proposte, Messina, che peraltro mio marito non voleva, anche perché in Sicilia vi è il centro d’interessi del generale Giudice. Finì peraltro con l’accettare la sede di Genova che costituiva una sistemazione accettabile. Mio marito mi disse con chiarezza, senza dilungarsi troppo, che era stato spostato a causa del mancato ingresso in massoneria, come avrebbe voluto Gelli Licio. Mi risulta che mio marito si sfogò e si confidò a lungo con il generale Dell’Isola e De Laurentiiis. Durante la permanenza a Genova, io rimasi a Roma con i figli, mio marito cominciò a subodorare qualcosa di non chiaro in ordine a traffico di petroli. Era molto turbato e non mi disse particolari; rammento tuttavia che una volta mi disse “qui scoppia una bomba” e che mi confidò le speranze che non ne restasse coinvolto il corpo della GdF. In quel periodo so che ricevette molte pressioni dal colonnello Trisolini, che lui chiamava “l’anima nera di Giudice”, del quale era effettivamente il factotum. Mi pare che fosse aiutante di campo di Giudice, come lui proveniente da altra arma. Le pressioni rivolte a mio marito erano effettuate per contrastare dei trasferimenti che mio marito disponeva per opporsi in qualche modo agli oscuri traffici dei vertici che aveva intuito. Mio marito rimase 1 anno e 5 mesi a Genova e successivamente riuscì ad ottenere il comando della 9° legione di Roma. Anche lì peraltro dava troppi fastidi al Comandante Generale. Talché venne trasferito al Comando della Scuola Sottufficiali. Era in continuo attrito con il generale Giudice, fino al punto che , allorché vi era qualche ricevimento e a Catania durante l’estate, che noi usavamo passare ivi, mio marito non voleva assolutamente andarvi se vi era il generale Giudice. Nel giugno del 1978 il generale Giudice effettuò una visita presso la Scuola Sottufficiali comandata da mio marito, nel cui studio fra i due vi fu un’animata discussione. So che a un certo punto mio marito disse a Giudice che gli avrebbe detto al più presto tutto quanto era venuto a sapere su di lui. Non so che cosa rispose il generale Giudice, ma mi risulta che la prese sul ridere ed abbracciò per la prima volta mio marito. Al colloquio assistette il generale Danilo Montanari, comandante della Scuola. Costui mi confermò quanto io appresi da mio marito e mi ricordo che mi disse testualmente: “Ho assistito ad un incontro-scontro di tipo mafioso”, riferendosi all’abbraccio del generale Giudice e al suo atteggiamento. Nel raccontarmi l’episodio il Generale Montanari lodò molto il coraggio e l’onestà di mio marito. Purtroppo mio marito venne a mancare in data 26 luglio 1978, circa un mese dopo l’episodio del quale ho detto.
La morte di mio marito si verificò a causa di un incidente stradale che a me e agli altri congiunti apparve il più strano di questo mondo. A questo punto devo brevemente premettere che mio marito aveva avuto in precedenza l’assegnazione di un autista piuttosto impetuoso nella guida che lo aveva impensierito, tanto da indurlo a chiedere che fosse cambiato. Circa quattro mesi prima del tragico incidente, a mio marito venne assegnato un nuovo autista che ben presto si dimostrò molto calmo, bravo ed affezionato; guidava in maniera estremamente prudente, cosa importante dati i frequenti viaggi in macchina. Peraltro mio marito era, da sempre, molto pignolo circa lo stato della macchina di servizio e della nostra personale, che faceva continuamente controllare. Mi ricordo che qualche volta l’ho anche richiamato, evidenziandogli che tale eccesso di scrupolo ci costava troppi soldi. L’incidente di cui ho detto si verificò alle 19,00 del 26 luglio 1978 all’altezza del casello di Carpi sulla superstrada che immette all’autostrada. Per la verità sullo stato dei luoghi non posso essere precisa, giacché non li conosco bene. Posso dire che, a quanto potetti apprendere, l’incidente si verificò in ottime condizioni di visibilità ed a poche centinaia di metri dal casello. Mio marito ed il suo autista provenivano da Vipiteno, ed erano partiti nel pomeriggio alle ore 16,30, come ebbi ad apprendere poi dai colleghi che li avevano visti partire. Peraltro mio marito mi aveva telefonato un giorno prima o due, dicendomi che non aveva intenzione di partire subito dopo il pranzo, bensì dopo un congruo riposo per lui e soprattutto per l’autista. Intendo evidenziare di aver saputo qualche circostanza in ordine all’incidente che sarebbe stato ricostruito da un giornalista del giornale “La Sicilia” di Catania, che si trovava con la sua auto, vicinissimo alla macchina di mio marito. Ho saputo che la macchina di mio marito avrebbe avuto ad un tratto un pauroso sbandamento per circa 300 metri, come se fosse stata completamente priva di controllo, e sarebbe andata a finire a collidere con una Mercedes proveniente dal senso opposto. Nell’impatto morirono i due occupanti la Mercedes nonché mio marito ed il suo autista. Vi fu un’inchiesta della GdF ed un rapporto della polizia stradale, ma nulla saprei riferire di preciso al riguardo. Ho dato l’incarico di seguire la vicenda all’avvocato Giuseppe Valensise del foro di Roma. Intendo evidenziare la mia prima reazione fu quella di pensare che avessero manomesso la macchina. Precisamente la stessa considerazione ebbe a fare il fratello di mio marito, avvocato Nino Florio presidente dell’ordine di Catania. Posso dire peraltro che diversi organi di stampa avanzarono perplessità e dubbi sulle circostanze della morte di mio marito. Una circostanza che mi pare importante far presente alle S.V. riguarda un fascicolo contenuto nella cassaforte di mio marito presso il comando della Scuola Sottufficiali. Preciso che qualche volta avevo avuto modo di vedere quella cassaforte giacché all’occorrenza vi tenevamo qualche gioiello e qualche pezzo di argenteria di famiglia, per non lasciarlo in casa. In una di siffatta occasione avevo avuto modo di vedere un grosso fascicolo recante la scritta in grassetto “Riservatissimo” ed avevo avuto modo di apprendere da mio marito che vi teneva della documentazione riguardante fatti e atti del generale Giudice, del colonnello Trisolini e dei loro collaboratori: ciò nel caso gli fosse fatto qualche torto più grosso dei precedenti ai fini delle carriere. Dopo la morte di mio marito i tenenti colonnelli Corda e Orioli, forse alla presenza del colonnello Sanna, successore di mio marito, aprirono la cassaforte e fecero un inventario. Mi vennero consegnati pezzi di argenterie e gioielli di proprietà, fascicoli personali riguardanti la carriera di mio marito ed anche il grosso fascicolo recante la scritta “Riservatissimo” del quale ho detto prima. All’interno peraltro rinvenni appena tre o quattro carte che neppure ho voluto leggere e che sono tuttora in mio possesso. Non rinvenni affatto la cospicua documentazione che sapevo esservi. (…) Mi sono peraltro chiesta perché mai mi hanno dato il fascicolo con le poche carte del quale ho detto. (…)
ADR I collaboratori strettissimi del generale Giudice erano il colonnello Trisolini, ed il suo capo di Stato Maggiore, generale Donato Lo Prete. Quest’ultimo, amicissimo del generale Giudice, era particolarmente visto con diffidenza da mio marito per i suoi innumerevoli agganci politici e per i suoi strettissimi rapporti con il comandante generale.
ADR Non saprei precisare quali ufficiali accompagnarono il generale Giudice nell’agosto 1974 in occasione della visita e ispezione all’ufficio “I” 2° Reparto comandato da mio marito. Peraltro ho le fotografie scattate nell’occasione e mi riservo di far pervenire qualche copia alla S.V.

Antonino De Salvo – dichiarazioni 26.05.1981

Fin dal 1968 ho comandato il Centro 10 di Firenze, uno degli uffici periferici del Comando Generale del Reparto 2° della G.d.F. In tale mia qualità mi venne richiesto dal comandante del 2° Reparto, colonnello Florio, nel marzo 1974, di raccogliere molto riservatamente ed in dettaglio il maggior numero di notizie possibili su Gelli Licio. Rammento che si trattò di una richiesta, per così dire, a tamburo battente, fattami personalmente dal colonnello Florio, che mi rappresentò l’urgenza e mi illustrò anche i profili che gli interessavano particolarmente. Il colonnello Florio mi chiese anche di verificare eventuali rapporti tra il Gelli e un certo Lenzi.
Preciso che il Lenzi era un industriale del pistoiese, il quale aveva avuto dei problemi per una o più armi rinvenute su un suo panfilo, in Sardegna.
Non saprei riferire di più al riguardo e non sono in grado di ricostruire se si tratti di fatto precedente o successivo al momento in cui mi fu affidato l’incarico da parte del colonnello Florio. Nel giro di circa quindici giorni, stante l’assoluta urgenza che mi era stata rappresentata, raccolsi tutte le possibili informative sul Gelli e redassi una relazione in cinque pagine con un allegato in due pagine. Si tratta esattamente del documento che la S.V. mi mostra, che è titolato alla prima pagina “Situazione informativa Gelli Licio” e che reca stampigliato sul margine superiore destro del primo foglio il timbro “Doc. 3 fascicolo I. 9/31” nonché la annotazione a mano “C10” e l’altra “N. 2”. Mi pare di poter dire che l’annotazione a mano “C10” sia di mio pugno. La stessa sta a significare la provenienza dal Centro 10, ossia dal Centro di Firenze. Tale annotazione mi sembra proprio mia: ho qualche lieve dubbio. Il timbro stampigliato, evidentemente, è stato apposto dal 2° Reparto, cui la relazione venne trasmessa. La relazione predetta reca in calce data e sigla di mio pugno. Dopo aver redatto tale relazione provvidi a farla tenere rapidamente al colonnello Florio. Non saprei precisare se vi fu consegna diretta da parte mia ovvero trasmissione per raccomandata. Successivamente nell’estate del ’74 feci degli accertamenti, sempre su richiesta del colonnello Florio, sul Lenzi e redassi un’altra relazione: non ricordo se nella stessa ebbi a parlare del Gelli, cosa facilmente appurabile dato che il documento dovrebbe trovarsi agli atti del 2° Reparto. Mi ricordo che durante i contatti con il colonnello Florio lo stesso mi disse di essere cauto e di fermarmi in ordine all’interessamento sulla persona del Gelli, apparendo il personaggio un terreno di difficile esplorazione. Nell’estate del ’74, mentre ero in licenza, era il mese di settembre, fui convocato come teste dal Sostituto Procuratore Generale dr Catelani di Firenze nell’ambito di indagini relative a sbarchi di sigarette contrabbandate dalla nave Floriana nel porto di Viareggio. Nell’occasione venni indiziato per omissione di rapporto ed iniziò per me una dolorosa vicenda giudiziaria durata circa due anni e conclusasi poi con un proscioglimento istruttorio. Nell’ottobre-novembre 1974 il colonnello Florio venne del tutto inaspettatamente trasferito a Genova e la cosa lo amareggiò profondamente, per quanto mi consta. Preciso che fra il marzo e l’ottobre del 1974 era nel frattempo mutato il comandante generale della G.d.F. giacché al generale Borsi di Parma era succeduto il generale Giudice: rammento che coevo al trasferimento del colonnello Florio fu quello del capo di Stato Maggiore che venne sostituito dal generale Lo Prete.
ADR Il colonnello Florio non si aspettava minimamente il trasferimento e ne rimase dispiaciuto.
Nel gennaio-febbraio 1975 all’incirca, un certo Sergio Denti, mio conoscente, gallerista d’arte in Calenzano, mi disse che una persona voleva parlarmi. Non mi ricordo se fu il Denti a dirmelo o se fui io a supporlo stanti modalità del suo parlare, ma posso dire che andai all’incontro in questione ritenendo di vedere il Gelli. Così fu. Il Denti, io e la persona che poi si rivelò essere il Gelli ci vedemmo in Firenze al Bar Giubbe Rosse di piazza della Repubblica, luogo in cui il Denti mi aveva dato appuntamento. Fu in tal maniera che conobbi il Gelli. Il predetto non mi chiese nulla di particolare, talché ne ricavai che aveva voluto conoscermi. L’uomo mi lasciava piuttosto perplesso e parlava in maniera allusiva. Ebbi la netta sensazione che sapesse che io mi ero interessato di lui nella mia qualità di ufficiale della G.d.F. ed in particolare di comandante del Centro 10. Sempre parlando per allusioni , mi fece intendere che il trasferimento del colonnello Florio poteva essere collegato a lui. Ad un certo punto, senza alcuna domanda da parte mia, mi disse che sapeva del processo a mio carico, aggiungendo altresì che la mia posizione processuale era del tutto buona; in sostanza mi disse che non c’era niente. Parlò peraltro termini tali da non farmi capire quali potevano essere le sue fonti. Uscii dall’incontro in questione piuttosto turbato per il tipo d’uomo che avevo conosciuto e per le relazioni che mi aveva fatto intravedere. Telefonai qualche giorno dopo al colonnello Florio e gli dissi dell’incontro e degli elementi che ne avevo ricavato. Sottolineai che il sospetto che il Gelli potesse avere delle amicizie con i vertici della G.d.F. era uscito rafforzato dall’incontro. A questo punto devo evidenziare che verso la fine del 1973, inizi del 1974, avevo autorizzato il mio conoscente Denti Sergio a darsi da fare per farmi iscrivere nella massoneria.
Avevo, per la verità, una particolare ragione per farlo: avendo un figlio gravemente ammalato, da parte dei medici mi era stata prospettata l’opportunità di farlo visitare e curare in America, cosa per me davvero impossibile. Il Denti, a conoscenza del problema, mi aveva prospettato l’iscrizione alla massoneria come la via per riuscire nell’intento. In prosieguo e particolarmente dopo l’incontro con il Gelli, il Denti, riferendosi all’incarico avuto e da egli stesso, come ho detto, sollecitato, in ordine alla mia iscrizione alla massoneria, mi disse che era opportuno entrare in una loggia coperta a livello nazionale, così si espresse. Specificò che vi erano alte personalità e che per questo la loggia era coperta, ossia l’appartenenza alla stessa non era pubblicizzata e nota. Dissi di non avere nulla in contrario, tanto più che nel frattempo al motivo iniziale si era aggiunto il mio desiderio di vederci più chiaro nel trasferimento del colonnello Florio, in altri fatti a mia conoscenza e nelle disavventure giudiziarie occorsemi.
Fu così che il Denti nell’estate inoltrata del 1975 mi disse che la domanda era stata accettata e che avremmo dovuto recarci a Roma per la formalizzazione dell’iscrizione. Al Denti mi pare che, allorché avevamo parlato all’inizio della questione, avevo dato, su sua richiesta una domanda d’iscrizione. Il ricordo sul punto è però impreciso. Ritornando all’estate del 1975, mi recai con il Denti a Roma a bordo della macchina del predetto che era dotata, ricordo il particolare, di condizionatore d’aria in funzione. Il Denti mi accompagnò in un appartamento sito in via Condotti, all’incirca al di sopra del negozio di gioielleria Bulgari; lessi una targa “Centro di Studi Storici” o qualche cosa di simile. Preciso che qualche giorno prima appresi dal Denti che il Gelli faceva parte della loggia alla quale mi sarei iscritto. Incontrammo, infatti, nell’appartamento in questione il Gelli, una persona che fungeva da segretario e una persona che venne qualificata “Gran Maestro”. Tale Gran Maestro aveva accento settentrionale e mi fu detto che proveniva dal nord, da Milano o da Genova. Mi era stato detto dal Denti di indossare un abito di colore blu, cosa che avevo fatto. Sul posto mi furono dati dei guanti bianchi e mi fu fatto leggere un giuramento il cui contenuto non saprei esattamente ricordare. Ricordo che si parlava di mutua fratellanza e di fedeltà ed obbedienza alla loggia. Il Denti mi disse che la loggia era denominata P2. Ricordo che vi era una spada su un tavolo. Non mi ricordo se nel cerimoniale la spada venne in qualche maniera simbolicamente adoperata per la iniziazione. Rammento di avere apposto una firma in calce ad un documento che penso fosse lo stesso contenente il giuramento da me letto. Esaurita questa sorta di cerimonia, io e il Denti, andammo via. Ebbi modo in prosieguo di rivedere il Gelli qualche altra volta, due o tre. Una volta lo vidi al ristorante Fini sull’autostrada nei pressi di Firenze nella primavera del 1976; c’era anche il Denti. Che io mi ricordi non si parlò di nulla di particolare. In un’altra occasione andai alla società Giole unitamente ad un collega. Non ricordo i particolari, al di fuori di una circostanza che mi è rimasta impressa. Alla nostra presenza il Gelli telefonò al generale della G.d.F. Spaccamonti dandogli del tu. Ormai avevo compreso che certamente il Gelli aveva solidi legami con i vertici del corpo, cosa che aumentava il turbamento che io provavo in maniera sempre più crescente. Devo precisare che a partire dal momento della cerimonia romana cominciai a ritenere che quanto stavo facendo non mi sarebbe stato di nessuna utilità in ordine ai motivi che mi avevano spinto. Fu per questo che non detti mai seguito alle lettere che mi presero a pervenire dal Gelli con richiesta di foto per la tessera. Infatti, che io sappia, non mi è stata fatta mai la tessera né io ho versato mai dei contributi. Nel frattempo, verso la fine del 1975, prendendo spunto da un articolo della Nazione redassi un’articolata relazione sulle importazioni dalla Romania effettuate dalla ditta Giole, Socam e Incom: nelle prime due era direttamente interessato il Gelli. Siffatta relazione si riallacciava a quella fatta a suo tempo sul Gelli, che la S.V. mi ha mostrato. Spedita tale relazione sulle società in questione al 2° Reparto, dissi a mia moglie di aspettarci da un momento all’altro il trasferimento, il quale giunse puntualmente con provvedimento del maggio giugno 1976. Il trasferimento era da Firenze a Trento e mi poneva gravi difficoltà pur essendo, mi corre l’obbligo di dirlo, formalmente ineccepibile. Chiesi di conferire con il comandante Giudice e mi fu risposto di scrivergli, cosa del tutto inconsueta, almeno a livello ufficiali. Mi adattai, scrissi e mi fu risposto che esigenze di servizio impedivano la modifica del provvedimento. Agli inizi di agosto ’76 mi recai al comando generale e fui ricevuto dal generale Furbini, comandante in 2° essendo assente il generale Giudice. Il generale Furbini si rese conto della mia situazione familiare legata alla grave malattia di mio figlio e mi aiutò concretamente, riuscendo a far sì che mi dessero l’incarico di aiutante Maggiore presso la legione di Firenze. Si trattava del male minore e certamente mi giungeva più gradito del trasferimento a Trento. Non ebbi alcun modo di vedere più il Gelli che doveva aver capito ben presto di non poter contare su di me. Posso dire che le ultime sue richieste per lettera risalgono a taluni anni orsono. Ho sempre cestinato tali lettere e non ho mai risposto alle stesse, certo com’ero che il Gelli avrebbe gelosamente custodito, per suoi fini, eventuali scritti provenienti da me. Non ho mai partecipato a riunioni di sorta. Nelle poche occasioni, che ho evidenziato, nelle quali ho incontrato il Gelli mi è stato fatto capire che della loggia dovevano far parte, o che comunque dovevano essere in rapporti con lui, il generale Giudice, il generale Lo Prete, il colonnello Trisolini. A titolo di cronaca posso dire che in stretti rapporti con il colonnello Trisolini era l’allora capitano Micoli che mi era succeduto al comando del Centro 10 di Firenze. Intendo precisare che, se non vado errato, nel corso del primo incontro con Gelli al bar di Firenze il predetto mi disse di avere un cognato, fratello di sua moglie, nella Guardia di Finanza: si trattava del maresciallo Vannacci in servizio a Massa Carrara. Non credo di avere altro da dire e comunque mi riservo di fornire altri particolari nel caso in cui, riandando più volte con la memoria ai fatti, dovessi riuscire a puntualizzare ulteriori elementi.

“Parola del Sid” – Panorama 26.06.1975 – prima parte

Siglando con una G e una A, le iniziali del suo nome, la lettera di quat­tro cartelle indirizzata al procuratore capo della Repubblica di Roma Elio Siotto, il ministro della Difesa Giulio Andreotti ebbe un momento di indecisione nonostante la sua proverbiale freddezza di nervi. Rivolgendosi a Giorgio Ceccherini, suo braccio destro da sempre, mormorò: « Qui scoppia il finimondo ».

Erano le 11 del mattino del 15 set­tembre 1974. Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana un ministro in carica forniva ufficialmente alla magistratura le prove di un tentativo di colpo di Stato che avreb­be dovuto rovesciare nel sangue il regime democratico.

Le prove erano contenute in 30 cartelle accluse alla lettera, rimaste sino a oggi segrete, che narrano la storia completa di quella che nella cronaca politica degli anni Settanta e conosciuta come la congiura golpista di Junio Valerio Borghese. A dare il rapporto ad Andreotti era stato il generale Gian Adelio Maletti, capo dell’ufficio D del Sid, una sezione del con­trospionaggio composta da 13 uomini guidati dal capitano dei carabinieri Antonio Labruna.

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Nella lettera che accompagnava il documento, Andreotti era esplicito. Confermava la gravità dei « temuti fatti », sollecitava un intervento massiccio della magistratura contro i congiurati i cui nomi figuravano nel rapporto del servizio segreto, anche se « pur avendo criticamente selezionato le notizie acquisite, il Sid non poteva assumere la garanzia di corrispondenza al vero ». E concludeva consigliando gli organi di polizia giudiziaria a « verificare e sviluppare autonomamente » gli « indizi » raccolti dal Sid. Battute in bella copia con una macchina dai grandi caratteri, le 30 cartelle fitte di nomi e cognomi raccontano la storia autentica di come nacque e si sviluppò la strategia dei congiurati, di come fallì l’occupazione del ministero dell’Interno la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, sino alla recente riorganizzazione della congiura dopo la morte di Borghese.

Sino a oggi, oltre che da Andreot­ti e dai magistrati che dirigono l’inchiesta sul tentato golpe, il famoso rapporto del Sid è stato letto soltanto dal comandante dei carabinieri Enrico Mino, da quello della Finanza Raffaele Giudice, dall’ex-presidente del Consiglio Mariano Rumor, dall’attuale presidente Aldo Moro e dal capo dello Stato Giovanni Leone. Adesso Panorama lo pubblica. Il rapporto abbraccia un arco di tempo che va dal 1968 al 1974. È composto da quattro fascicoli, due dei quali presentati sotto forma di allegati (A e B). Il primo fascicolo con­tiene la storia dell’organizzazione e poi del tentato golpe della notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 da parte del Fronte nazionale di Valerio Borghese: il secondo (allegato A), i rapporti tra il Fronte nazionale e Avanguardia na­zionale, il gruppo nazifascista guidato da Stefano Delle Chiaie, e la parte che questo gruppo ebbe nel golpe. Questi due primi fascicoli Panorama pubblica in questo numero. Il terzo e il quarto saranno pubblicati la setti­mana prossima. Il terzo (allegato B), contiene le vicende del dopo golpe e gli agganci del Fronte nazionale con la Rosa dei venti e col Movimento azione rivoluzionaria (Mar) di Carlo Fumagalli; il quarto e ultimo fascicolo svela una serie di progettate azioni dinamitarde e attentati alla vita di leader politici e sindacali.

Panorama pubblicherà nel prossimo numero anche un quinto documento. Fu consegnato direttamente dal Sid alla magistratura romana nell’ot­tobre 1974, senza passare ufficialmente dalle mani di Andreotti. Contiene notizie riguardanti la riorganizzazione del Fronte nazionale e una nuova « Intesa » con Avanguardia nazionale, assieme a ennesimi progetti di attentati e uccisioni per raggiungere il fine di sempre: gettare il paese nel caos e scatenare la guerra civile.

Romano Cantore – Panorama 26.061975