“P2, lo scandalo che fece tremare l’Italia” – Corriere della Sera 21.05.2001

P2, lo scandalo che fece tremare l’ Italia Venti anni fa rese note le liste. La Commissione: la loggia di Gelli minacciò le istituzioni. I giudici: non era illegale E’ stata la più profonda crisi istituzionale nella storia della Repubblica. Giusto venti anni fa il presidente del Consiglio Arnaldo Forlani rendeva note le liste della loggia massonica «Propaganda 2» guidata da Licio Gelli. Un elenco di 962 nomi che includeva anche tre ministri; i vertici dei servizi segreti; 208 ufficiali; 18 alti magistrati, 49 banchieri, 120 imprenditori, 44 parlamentari, 27 giornalisti. Fu uno shock che travolse l’ immagine della massoneria e fornì una nuova chiave di lettura alle indagini su decine di misteri degli anni Settanta. Pochi giorni dopo Forlani si dimise. Il parlamento approvò una legge per lo scioglimento della P2. E Giovanni Spadolini, nominato capo del governo, si rivolse al Paese sottolinendo l’ «emergenza morale» per le «gravi alterazioni e distorsioni nei meccanismi istituzionali».
LA SCOPERTA – Gli elenchi erano stati sequestrati il 17 marzo ‘ 81 dalle Fiamme Gialle negli uffici della Giole di Castiglion Fibocchi, un’ azienda di Gelli. La perquisizione venne ordinata dai magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone, che indagavano sul bancarottiere Michele Sindona. Di fronte all’ importanza dei documenti, Colombo e Turone decidono di consegnarli al premier. Per quasi due mesi Forlani mantiene il silenzio: rende noti gli elenchi solo quando ritiene formalmente caduto il segreto, senza però salvare il suo governo.
LA NATURA DELLA LOGGIA – Tre giuristi designati da Palazzo Chigi il 13 giugno 1981 definiscono la P2 una società segreta. La Commissione parlamentare d’ inchiesta presieduta da Tina Anselmi chiude i lavori nell’ 84 mettendo in evidenza «una massiccia infiltrazione nei centri decisionali di maggior rilievo» e i legami con gruppi eversivi: il fine ultimo della P2 è «colpire la sovranità dei cittadini». Opposte le conclusioni della magistratura. Il processo contro la P2 si apre solo nel ‘ 91: tre anni dopo la sentenza di primo grado nega che si trattasse di un associazione cospirativa, assolvendo tutti gli imputati. Il verdetto è diventato definitivo nel ‘ 96: in pratica, per i giudici la loggia è stata soltanto un comitato d’ affari che non ha minacciato le istituzioni. Numerose altre inchieste hanno invece fatto emergere il ruolo di membri della P2 negli episodi più oscuri degli ultimi trent’ anni: gli attentati della strategia della tensione, le bancarotte di Calvi e Sindona, il sequestro di Aldo Moro, il tentato golpe Borghese e l’ alleanza con la mafia.

sindona

GLI ISCRITTI – Dopo la pubblicazione della lista, tutti smentiscono l’ appartenenza alla P2. Solo Maurizio Costanzo e il deputato socialista Fabrizio Cicchitto ammettono di essere stati nella loggia. Il 28 maggio Enzo Biagi con un intervento sul Corriere invita le persone citate nell’ elenco a farsi da parte: tra i primi a dimettersi c’ è l’ allora direttore del Corriere Franco Di Bella, poi quello del Gr1 Gustavo Selva. Molti negano ogni rapporto con la P2, come il segretario del Psdi Pietro Longo o il ministro socialista Enrico Manca; altri precisano di avere soltanto incontrato Gelli. Silvio Berlusconi, ad esempio, dichiara che non avere mai completato la sua domanda di iscrizione ma i giudici non gli credono: viene condannato per falsa testimonianza, reato poi amnistiato.

IL CASO CORRIERE – La situazione del Corriere della Sera appare particolarmente delicata. Negli elenchi ci sono anche l’ editore Angelo Rizzoli e il direttore generale Bruno Tassan Din. Si scopre come dalla fine del ‘ 76 Gelli e il finanziere Umberto Ortolani abbiano sfruttato l’ indebitamento della società per tentare di conquistare il controllo azionario della Rizzoli con capitali forniti da Roberto Calvi e dalla banca vaticana Ior. Il tutto nell’ ambito di un progetto più esteso – il cosiddetto «Piano di rinascita democratica» – che prevede il dominio dei mass media. Il comitato di redazione e il consiglio di fabbrica sin dal ‘ 77 si oppongono alle trasformazioni societarie e chiedono trasparenza nella proprietà. «Gelli chiese a Di Bella di cacciarmi – scrisse Biagi nel maggio ‘ 81 -. Ma ho il dovere di dichiarare che mai un mio articolo ho subito tagli: Di Bella non ha respinto un testo, nè sono stato pregato di usare benevolezza o durezza nei confronti di qualcuno». Nel 1982 dopo il crollo dell’ Ambrosiano, subentra l’ amministrazione controllata che si concluderà in bonis e porterà alla nascita dell’ attuale Rcs. IL VENERABILE – Nel maggio ‘ 81 Gelli fugge in Sud America dove può contare su protezioni nelle dittature di Argentina e Uruguay. Nell’ 82 viene arrestato a Ginevra con un passaporto falso: dopo quasi un anno evade dal carcere di Champ Dollon e scompare fino all’ 87. Si costituisce poi in Svizzera: estradato in Italia, dopo 10 giorni di carcere torna in libertà per motivi di salute. Si stabilisce nella dimora aretina di villa Wanda dove – secondo la denuncia fatta nel ‘ 91 dal ministro Mancino – riprende a muoversi come un «banchiere parallelo». Nel ‘ 96 viene condannato dalla Cassazione per il depistaggio della strage di Bologna. Nel ‘ 98 diventa esecutiva la pena a 12 anni per la bancarotta del vecchio Ambrosiano: Gelli però scappa ancora. Viene arrestato in Francia e riportato in cella. Oggi, all’ età di 82 anni, è agli arresti domiciliari nella sua villa.

GLI ELENCHI Il 17 marzo del 1981 vengono sequestrati negli uffici della «Giole» di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi (Arezzo) gli elenchi con i nomi dei 962 appartenenti alla loggia massonica segreta P2 (Propaganda 2). Il 22 maggio arriva il primo ordine di cattura per Gelli. Il 24 luglio la P2 viene sciolta ufficialmente.
LA COMMISSIONE Il 9 dicembre viene istituita una commissione d’ inchiesta presieduta da Tina Anselmi. Secondo la relazione di maggioranza, fine della P2 è «colpire la sovranità dei cittadini». La magistratura, invece, stabilisce che la loggia non aveva finalità cospirative
LE CONDANNE Gelli viene arrestato il 13 settembre del 1982. Condannato per corruzione, fugge e si costituisce nel 1987. Nel ‘ 96 viene condannato per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna. Nel ‘ 98 la Cassazione lo condanna a 12 anni per la bancarotta dell’ Ambrosiano.

http://archiviostorico.corriere.it/2001/maggio/21/scandalo_che_fece_tremare_Italia_co_0_0105218210.shtml

Le attività economiche della P2 – relazione Anselmi terza parte

Non risulta infatti tanto rilevante l’azione svolta dai vari protagonisti ma si afferma ed emerge piuttosto in tutto il suo ruolo l’Istituzione, così indicata nel documento, in rappresentanza della quale alcuni dei partecipanti firmano il « pattone ». È l’Istituzione la sola arbitra dell’attuazione delle varie fasi operative « tenuto conto delle alte finalità del progetto », è l’Istituzione che sceglie le società intermediarie, è l’Istituzione che, con la interposizione fittizia di apposita società, acquisisce la proprietà della quota cardine, pari al 10,2% del capitale, che domina anche la parte (40%) figurante a nome di Angelo Rizzoli.

Questa vicenda segna forse il punto più alto toccato dalla loggia che ritiene opportuna una adeguata pubblicizzazione del ruolo assunto e dell’importanza raggiunta: ed in questa ottica possono essere valutati i proclami, le valutazioni, gli avvertimenti che Gelli esprime nella intervista rilascia il 5 ottobre 1980 al Corriere della Sera (« Il fascino discreto del potere nascosto ») che viene adeguatamente di­vulgata a cura dei « fratelli » operanti nel settore della carta stampata suscitando nuove adesioni e qualche preoccupazione.

Da un punto di vista operativo il progetto delineato procede con l’intervento di Calvi, che dalla struttura estera del Banco Ambrosiano attinge gli strumenti finanziari necessari per la realizzazione di una prima parte degli accordi. La conclusione viene per altro affrettata a seguito del sequestro di Castiglion Fibocchi: risulta infatti incompiuta l’opera di consolidamento al nome di Angelo Rizzoli di tutta quella parte del capitale (20%) su cui altri membri della famiglia vantavano ancora qualche diritto. In buona sostanza, però, la esiguità (3,5%) dei titoli non ancora sotto il pieno ed incontrollato dominio della loggia convince i protagonisti a passare alla fase successiva, che vede l’affidamento in Italia ad una società del gruppo Ambrosiano (« La Centrale Finanziaria S.p.a. »), del ruolo di intestataria di un pacchetto azionario pari al 40% del capitale azionario mentre ad un’altra società appositamente creata (« Fincoriz S.a.s. » di Bruno Tassan Din) risultano destinate le azioni di spettanza dell’Istituzione (10,2%).

Gli accordi formali resi pubblici nella circostanza prevedevano un onere a carico de « La Centrale », correlato alla quantità di fondi necessari per portare a termine il complesso dell’intera operazione, per la parte di azioni circolanti in Italia (aumento di capitale, rimborso di precedenti prestiti, spese, ecc.). Alla fine, infatti, « La Centrale » si troverà ad aver erogato per l’intera operazione di aumento di capitale la somma di L. 177 miliardi che per L. 35 miliardi perverranno all’Istituto Opere di Religione a fronte dell’80% del capitale a suo tempo ceduto (al netto di un fondo spese di L. 4 miliardi) e per la parte residua saranno versati alla Rizzoli, venendo a coprire le quote di pertinenza de « La Centrale » stessa (L. 61,2 miliardi per il 40%), di Angelo Rizzoli (L. 61,2 miliardi per il 40%) e della Fincoriz (L. 15,2 miliardi per il 10,2%).

Agli oneri sostenuti in Italia dal gruppo Ambrosiano tramite « La Centrale » vanno peraltro aggiunti quelli accollati alle banche estere del gruppo le quali, al momento del dissesto, risulteranno aver erogato sia in relazione a ristrutturazione di crediti precedenti sia per esborsi a favore di Gelli, Ortolani e Tassan Din fondi per $ 184 milioni in connessione alle complessive operazioni di aumento di capitale. Quest’ultimo credito — che risulterà poi formalmente di pertinenza del Banco Ambrosiano Andino nei confronti di una società (« Bellatrix S.a. ») assistita da una « lettera di patronage » rilasciata dall’IOR — apparirà garantito da una parte (3,5%) delle azioni « Rizzoli Editore » circolanti all’estero. Il delicato meccanismo così messo in piedi riceve comunque duri colpi con l’arresto di Calvi e con l’opposizione del ministro del tesoro Andreatta, che ostacola la realizzazione dell’intervento de « La Centrale » e ne condiziona l’operato impedendo la conclusione della terza fase (ingresso di nuovi soci) ed avviando così tutta la struttura all’inevitabile, successivo dissesto.

L’intreccio di ambienti finanziari (e non) e lo sviluppo di operazioni che abbiamo delineato sollecitano riflessioni di più generale portata in ordine ai meccanismi sui quali si innestano operazioni finanziarie sui capitali di tipo prettamente speculativo e sul loro collegamento a centri di potere non solo economico. Sono problemi questi la cui analisi approfondita trascende l’ambito di interessi del presente lavoro; quello peraltro che appare certo è che sarebbe ipocrita chiedersi quali collegamenti e di quale natura esistano tra situazioni quali la Loggia P2 e vicende finanziarie come quelle studiate, ignoran­do o fingendo di ignorare che il legame tra le due tipologie non può restringersi a contatti accidentali ed interessati tra ambienti al margine della legalità, ma nasce sotto il segno della intrinseca e reciproca necessità.

La seconda osservazione che emerge dalla precedente narrativa è quella che è a metà degli anni settanta che sembra verificarsi la saldatura concreta ed in termini operativi del gruppo Gelli-Calvi- Ortolani. Gelli che si è battuto per aiutare Sindona, il cui tramonto è ormai inarrestabile, eredita nella sua orbita di influenza il Calvi con una scelta ed una scansione di tempi e di avvenimenti che lascia pensare più ad una successione programmata che ad una semplice coincidenza. Che tutto questo avvenga contemporaneamente alla for­mulazione del piano di rinascita democratica è argomento di rifles­sione che verrà sviluppato diffusamente nel capitolo quarto relativo al progetto politico della Loggia P2, ma che è quanto mai opportuno sottolineare già in questa sede.

L’esame delle vicende finanziarie e lo studio della loro articolazione ci mostrano inoltre la convergenza attraverso la Loggia P2, di gruppi ed ambienti disparati, portatori di interessi anche non omogenei. L’eterogeneità di tali situazioni è del resto ben rappresentata dalla composita articolazione del personale iscritto alla loggia, della quale le liste di Castiglion Fibocchi sono evidente esempio. È dato infatti rilevare come la Loggia P2 annoveri tra i suoi iscritti persone di varia provenienza, spesso anche collocate su versanti apparentemente opposti; sono così contemporaneamente nella loggia, come ha notato il Commissario Covatta, coppie di nemici celebri, come il generale Miceli e il generale Maletti e, par restare nel campo degli affari, Mazzanti e Di Donna, notoriamente avversari nell’ultimo periodo di presenza all’ENI. Soccorre a questo proposito il rilievo contenuto nel piano di rinascita democratica sulla eterogeneità dei componenti della loggia prevista come elemento connotativo dell’organizzazione. Un dato questo che ci mostra la funzione strumentale della loggia presso chi dell’operazione aveva il controllo generale, e cioè il suo Venerabile Maestro, che appunto dalla eterogeneità dei componenti traeva uno dei non secondari motivi del suo potere, in quella logica di contatti verticali tra la base ed il vertice che, come abbiamo visto, è caratteristica strutturale della Loggia P2.

La loggia stessa in questa prospettiva ci appare come una sorta di camera di compensazione, della quale sono testimonianza eloquente gli accordi finanziari di vario tipo trovati tra le carte di Castiglion Fibocchi; si comprende allora il valore che poteva assumere nel mondo finanziario un centro di mediazione di interessi diversi così costituito e così protetto e risalta appieno il ruolo che in tale contesto veniva assegnato al Venerabile Maestro della loggia.

Emblematica in tale senso è la gestione del « gruppo Rizzoli » nella quale non solo questo articolato stato di cose trova significativa ed esemplare applicazione, ma che altresì ci consente di pervenire ad alcune importanti conclusioni in ordine al rilievo politico assunto dalla loggia ed all’ampiezza di respiro dei suoi progetti e delle sue ambizioni. L’analisi dell’assetto proprietario del Corriere della Sera ci conduce a risultati conoscitivi che fugano ogni dubbio residuo sulla proponibilità di tesi di taglio riduttivo, quando si voglia comprendere e valutare nel suo significato reale un fenomeno quale quello costituito dalla Loggia P2 e dalle attività che in essa e tra­mite essa venivano progettate e gestite da gruppi e forze anche disparate, ma unificate dalla convergenza di interessi su situazioni determinate.

Il dato dell’acquisizione del Corriere della Sera nell’orbita di influenza della Loggia Propaganda denuncia una inequivocabile connotazione di rilevanza politica e letto in parallelo al dato precedentemente enucleato sull’ambiguo rapporto che lega Gelli agli ambienti dei Servizi segreti lascia intravvedere le linee generali di un allarmante disegno generale di penetrazione e condizionamento della vita nazionale. Se le ombre e le zone di ambiguità sono ancora molte, e solo in parte sarà possibile farvi luce, quello che emerge con nitida chiarezza all’attenzione dell’osservatore è che un siffatto fenomeno assurge a questione di rilievo politico primario, come altri­menti non potrebbe non essere, per il coinvolgimento di attività e funzioni non solo pubbliche in senso stretto, ma altresì rilevanti per l’interesse della collettività, secondo la precisazione contenuta nell’articolo 1 della legge istitutiva di questa Commissione.

Le attività economiche della P2 – relazione Anselmi seconda parte

Il « gruppo Ambrosiano » assume così una struttura particolarmente funzionale per far da tramite ad ogni tipo di transazione, articolandosi in Italia ed all’estero in una serie di società bancarie e finanziarie i cui principali affari erano ordinati e seguiti da un univoco centro ma parcellizzati in diversi segmenti operativi in modo da impedire spesso agli stessi esecutori materiali la percezione del quadro complessivo.
Non è ancora disponibile (e forse non lo sarà mai) una visione completa delle operazioni poste in essere da tale struttura ma possono comunque essere identificate due grandi linee direttrici di intervento che attengono, da un lato, alla necessità di conservare saldamente il controllo dello strumento così predisposto e, dall’altro, all’utilizzo, per ben precisi fini, dello strumento stesso.

Per quanto riguarda il primo aspetto, il dissesto del Banco Ambrosiano ha messo chiaramente in evidenza le coperture, gli accordi, gli interventi effettuati per mantenere e rafforzare le posizioni di comando in questa banca. La rilevante quantità di azioni « Ambrosiano » risultate in Italia ed all’estero di pertinenza del Banco stesso, è la testimonianza di un’attenta acquisizione che consentiva di spostare dall’Italia all’estero, e viceversa, ingenti disponibilità mascherando tali movimenti come operazioni di compra- vendita di titoli per le quali ignoti intermediari fruivano di consistenti provvigioni. L’azione così sviluppata permetteva anche di conseguire l’effetto non secondario di coinvolgere in traffici illeciti nu­merosi operatori che, una volta intervenuti a fare da schermo a tali irregolari transazioni, si ponevano nelle condizioni idonee per es­sere ricattati ed utilizzati.

L’esempio tipico di intrecci di transazioni improntate a tali finalità è costituito dagli interventi effettuati per l’acquisizione della maggioranza delle azioni del Credito Varesino, un istituto di credito che il « gruppo Bonomi » aveva ceduto parte in Italia a « La Centrale » e parte all’estero alla CIMAFIN (società appartenente al gruppo Sindona) che a sua volta le avrebbe poi cedute a finanziarie gestite dalla Banca del Gottardo, controllata dall’Ambrosiano. Tutte queste operazioni vengono seguite da vicino dalla Loggia P2, poiché presso Gelli viene poi rinvenuta copia dell’accordo stipulato all’estero tra il « gruppo Bonomi » e la CIMAFIN con la descrizione di tutti i passaggi effettuati tramite apposite società-strumento (Zitropo e la Pacchetti), nonché dei collegamenti esistenti fra Calvi e Sindona e dei movimenti finanziari verificatisi nella circostanza.

In questo contesto i massimi esponenti della loggia, come si evince dalla documentazione rinvenuta a Castiglion Fibocchi, potevano svolgere un ruolo di mediazione tra i diversi interessi e di composizione degli eventuali contrasti (esemplari appaiono i documenti concernenti i patti stipulati tra Calvi, il « gruppo Bonomi » ed il « gruppo Pesenti ») indirizzando nel contempo gli interventi finanziari degli operatori che dovevano fornire i mezzi per “permettere agli uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare le posizioni chiave necessarie” per il controllo delle formazioni politiche in cui ognuno militava.
L’azione di Gelli ed Ortolani, quindi, di pari passo con il potenziamento della struttura strumentale rappresentata dal « gruppo Ambrosiano », acquista connotazioni più precise e, all’estero, favorisce l’espansione di istituzioni finanziarie collegate alla loggia nei paesi del Sudamerica caratterizzati da regimi a spiccato orientamento conservatore, mentre in Italia viene pilotato, con Gelli in posizione centrale, il tentativo di salvataggio di Sindona, evitando peraltro il coinvolgimento in questa operazione della struttura Ambrosiano. Scelta questa che costituisce il segno più evidente di come gli ambienti che gravitano intorno alla loggia, già collegati con il finanziere siciliano, ritenessero la struttura costituita intorno all’Ambrosiano destinata ad altre finalità. In effetti era in pieno sviluppo l’operazione più importante, sia per valenza politica sia per coinvolgimento di vari gruppi, che la Loggia P2 avesse posto in essere: l’acquisizione e la gestione del « gruppo Rizzoli », di cui viene effettuata un’analisi a parte. Il ruolo di Calvi, in tale vicenda, appare infatti fondamentale poiché, a fronte del deteriorarsi della situazione generale e del progressivo ridimensionamento del sostegno creditizio fornito a quel gruppo da altre banche, il gruppo Ambrosiano risulta infine assumere il ruolo di unico ed insostituibile appoggio.

Non vanno peraltro trascurati anche altri interventi con identici fini, anche se di portata minore, che la Loggia P2 pone in essere sia tramite il Banco Ambrosiano sia tramite altre banche ove alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi, ecc.), trovano appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio. Molti degli istituti bancari, ai cui vertici risultavano essere personaggi inclusi nelle liste P2, non hanno effettuato in merito opportune indagini, ma l’esistenza di una vasta rete di sostegno creditizio per le operazioni interessanti la loggia risulta provata dalla già citata inchiesta portata a termine dal Collegio sindacale del Monte dei Paschi di Siena. Ovviamente i cointeressati a questa rete di collegamenti e complicità al momento opportuno dovranno offrire adeguato aiuto, come risulta evidente dai movimenti finanziari che l’ENI (dove alcuni iscritti avevano posizioni di assoluto dominio operativo) effettua a partire dal 1978 tramite la sua struttura estera (Tradinvest, Hidrocarbons, ecc.), per evitare che gli accertamenti ispettivi presso il Banco Ambrosiano rivelassero gli oscuri e significativi travasi di fondi avvenuti dall’Italia verso l’estero.

Sono dello stesso segno, del resto, i misteriosi passaggi concernenti una parte dei titoli «Credito Varesino», a cui abbiamo già accennato, per evidenziare accordi che hanno visto ima partecipazione corale di alcuni protagonisti P2. Si fa qui riferimento all’intervento della Bafisud Corporation S. A. di Panama (finanziaria legata al Banco Financeiro Sudamericano di Montevideo facente capo alla famiglia Ortolani), che acquista con un finanziamento dell’Ambrosiano Group Commercial n. 4.500.000 azioni del Credito Varesino di proprietà de « La Centrale » consentendole di realizzare 26,6 miliardi di lire ed un utile di oltre 10 miliardi rispetto all’esborso a suo tempo sostenuto per l’acquisto. Tutta l’operazione viene effettuata tramite il Banco Ambrosiano in Italia, dove i titoli rimangono in deposito e quando gli stessi verranno rivenduti (1982) procureranno a misteriosi beneficiari utili all’estero per circa 45 miliardi.

La sostanziale strumentalità del gruppo Ambrosiano risulta infine evidente allorquando Gelli ed Ortolani sono costretti ad abbandonare le scene della finanza italiana: Calvi, eccessivamente compromesso, viene abbandonato dai suoi protettori ed il gruppo è avviato al tracollo. Nel contesto della nuova tattica adottata dalla Loggia P2 a partire dalla seconda metà degli anni settanta, un posto di rilievo occupa l’operazione di infiltrazione e di controllo del gruppo Rizzoli, emblematica delle modalità operative della loggia.
In presenza di una impresa che il presidente della Montedison, Eugenio Cefis, aveva coinvolto nell’acquisizione della società editoriale del Corriere della Sera — nel quadro delle lotte di potere sviluppatesi in quegli anni tra diversi gruppi politici ed economici:
-la Loggia P2 intravede la possibilità di mettere in atto una operazione che la nuova situazione politica rendeva opportuna e che s’inquadra nelle previsioni del piano di rinascita democratica a proposito della stampa. È infatti disponibile una struttura da utilizzare per il « coordinamento di tutta la stampa provinciale e locale » … « in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del paese » ; e le condizioni sono ideali in quanto il gruppo Rizzoli:
a)è gestito come azienda a carattere familiare, con esponenti non sempre all’altezza del loro ruolo imprenditoriale;
b)risulta proprietario di un quotidiano di grandi tradizioni ma appesantito da una difficile situazione finanziaria;
c)si trova sotto la morsa dei finanziamenti — tra i quali, di particolare rilievo alcuni concessi dalla Banca Commerciale Italiana alla cui guida era Gaetano Stammati (iscritto alla Loggia P2) — che erano stati necessari per l’acquisto dell’editoriale del Corriere della Sera; acquisto che risultava per certi versi ancora, solo formale in quanto erano saldamente nelle mani dei finanziatori i pacchetti di controllo delle società figuranti proprietarie della testata.

La Loggia P2, quindi, verso la fine del 1975 si serve di Calvi per coinvolgere il « gruppo Rizzoli » anche in operazioni di sostegno dell’assetto proprietario del Banco Ambrosiano e da quel momento utilizza per le proprie finalità il gruppo editoriale indirizzandone le scelte operative e le iniziative imprenditoriali mediante una manovra di condizionamento finanziario destinata a diventare sempre più soffocante e senza uscita in relazione al crescere dei debiti e dei costi. Si sviluppano così le operazioni “Savoia”, “Globo Assicurazioni”, “Rizzoli Finanziaria”, “Banca Mercantile”, “Finrex” e molte transazioni finanziarie dai risvolti oscuri in merito alle quali sono in corso indagini a cura dell’autorità giudiziaria per accertare i definitivi beneficiari di « premi » e « tangenti » distribuiti, attra­verso il « gruppo Rizzoli », sotto la regia Gelli ed Ortolani. Nello stesso tempo vengono effettuati interventi di sostegno o di acqui­sizione di numerose testate a carattere locale (Il Mattino, Sport Sud, Il Piccolo, L’Eco di Padova, Il Giornale di Sicilia, Alto Adige, L’Adige, Il Lavoro) nell’ambito di un processo di collegamento con il Corriere della Sera, teso a costituire un compatto mezzo di pres­sione destinato a raggiungere il maggior numero di lettori ed in­fluenzare così, in senso moderato e centrista, l’opinione pubblica.

Nel progetto della loggia le imprese Rizzoli assolvono quindi una duplice funzione: da un lato sono utilizzate quali strumenti operativi per fare da sponda ad operazioni finanziarie condotte nel­l’interesse di affiliati unitamente ad esborsi corruttivi; dall’altro rappresentano il polo aggregativo di un sempre maggior numero di testate che, facendo perno sul Corriere della Sera, si sviluppa con interventi partecipativi in imprese editrici di quotidiani a carattere locale.

I mezzi finanziari per entrambi tali funzioni non mancano, in quanto la rilevante presenza nel mondo delle banche consente di non lesinare gli appoggi per superare ogni problema contingente e per consolidare la posizione di comando all’interno del « gruppo Rizzoli ». Un passaggio significativo a tale riguardo è costituito dall’intervento operato nel 1977 per far fronte all’impegno assunto nei confronti del “gruppo Agnelli” all’atto dell’acquisto del Corriere della Sera, nonché per rimborsare alla Montedison e alla Banca Commerciale Italiana (alla cui guida non erano più rispettivamente Eugenio Cefis e Gaetano Stammati) gran parte dei fondi che a suo tempo erano stati messi a disposizione per la stessa finalità.

La Commissione ha in proposito effettuato una approfondita operazione di polizia giudiziaria, condotta con la collaborazione del nucleo operativo della Guardia di finanza di Milano, volta ad accertare la reale situazione proprietaria della Rizzoli e la natura della presenza in essa della Loggia P2. È stata così accertata una convergenza di interventi che, sotto la regia di Gelli e di Ortolani, coinvolgono il banchiere Calvi, le banche del « gruppo Pesenti » ed altre istituzioni, per la realizzazione di un meccanismo teso a stabilizzare il completo controllo del gruppo mantenendo fermo lo schermo costituito dagli esponenti della famiglia Rizzoli.

La struttura estera del Banco Ambrosiano fornisce infatti gli ingenti capitali ($ 11,8 milioni) necessari per rimborsare una parte dei finanziamenti concessi dalla Banca Commerciale Italiana, mentre in Italia si realizza quel collegamento Banco Ambrosiano-IOR destinato a fornire alla Rizzoli Editore i fondi per completare l’operazione Corriere della Sera. Le banche del gruppo Ambrosiano concedono infatti un finanziamento per 22,5 miliardi di lire alla Rizzoli Editore che utilizza i fondi ricevuti per estinguere il predetto debito nei confronti del « gruppo Agnelli ». Le banche finanziatrici, a fronte del loro intervento, acquisiscono in pegno sia il 51 per cento del capitale della « Rizzoli ». sia l’intero pacchetto azionario della società (Viburnum S.p.A.) proprietaria di un terzo della « Editoriale del Corriere della Sera S.a.s. ».

Nello stesso tempo si realizza l’aumento di capitale della « Rizzoli Editore S.p.A. » con il quale vengono resi disponibili fondi per 20,4 miliardi di lire utilizzati per rimborsare in gran parte i finanziamenti erogati dal gruppo Ambrosiano. Giusta la ricostruzione effettuata a seguito degli accertamenti posti in atto dalla Commissione, tutta l’operazione di aumento di capitale si concretizza:

a)con fondi provenienti dall’Istituto Opere di Religione che utilizza a tal fine disponibilità esistenti a suo nome presso diverse banche;
b)con l’intestazione meramente formale, ad Andrea Rizzoli di tali nuove azioni nel libro soci della « Rizzoli Editore S.p.A. »; in realtà le azioni stesse erano state già girate a favore dello IOR ed al momento della seconda operazione di ricapitalizzazione della « Rizzoli » (1981) una delle condizioni previste sarà proprio la lacerazione dei titoli che riportavano le tracce di questo passaggio di proprietà;
c)con il deposito di tali azioni presso una commissionaria di borsa (« Giammei & C. S.p.A. » di Roma) avente palesemente funzioni fiduciarie;
d) Con un impegno – normalmente assunto da una banca (« Credito Commerciale S.p.A. ») appartenente all’epoca al « gruppo Pesenti » — di trasferire ad appartenenti alla famiglia Rizzoli le dette azioni al realizzarsi di determinate condizioni. Tra queste le più significative risultavano essere l’impossibilità di procedere a tale trasferimento prima del 1° luglio 1980 e la variabilità del prezzo da corrispondere per il riscatto.

Dalla disamina della complessa articolazione degli accordi viene così in evidenza la funzione meramente di facciata della famiglia Rizzoli che, da un punto di vista regolamentare, viene sancita con la previsione, per ogni decisione assunta nell’ambito del Consiglio di amministrazione della « Rizzoli », di un diritto di veto a favore dei consiglieri entrati dopo l’attuazione dell’aumento di capitale. Utilizzando Calvi come supporto bancario e sfruttando bene l’influenza esercitata su Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din, Gelli ed Ortolani (quest’ultimo entra nel 1978 nel consiglio di amministrazione della « Rizzoli ») cominciano quindi dal 1977 a gestire il gruppo editoriale.

Per quanto riguarda più specificamente il Corriere della Sera, diventa più stretto il controllo con la nomina a direttore del dottor Di Bella, voluta esplicitamente da Gelli ed Ortolani in sostituzione del dimissionario Ottone. Si sviluppa da questo momento un sottile e continuo condizionamento della linea seguita dal quotidiano come posto in evidenza dal Comitato di redazione e di fabbrica che, attraverso una disamina degli articoli pubblicati in quegli anni, ha sottolineato come possa essere difficilmente contestabile un’influenza esplicata con l’emarginazione di giornalisti scomodi, con servizi agiografici ben mirati e con l’attribuzione di scelti incarichi a persone appartenenti alla loggia.

L’ampia analisi effettuata in proposito dal comitato evidenzia una linea di tendenza che si sviluppa con una pressione continua la quale, pur contrastata sempre dalla professionalità dei giornalisti, riesce spesso ad orientare alcuni servizi per dare spazio a persone di « area » o per lanciare oscuri messaggi o per evitare inchieste approfondite su alcune vicende, come risulterà evidente per i servizi concernenti i paesi sudamericani. In America Latina, del resto, con il sostegno finanziario di Calvi e con l’intervento di Ortolani e di Gelli (quest’ultimo formalmente rappresentante del « gruppo Rizzoli » presso le autorità ‘governative dei paesi esteri) la Loggia P2 stava estendendo la propria rete d’influenza acquisendo dal gruppo editoriale « Avril », e con l’appoggio dei generali in carica in Argentina, una catena di giornali a larga diffusione.
Per quanto riguarda più specificatamente la linea seguita dal gruppo in ordine alle vicende politiche italiane l’attenzione va riportata con particolare rilievo al 1979 allorquando uomini della loggia tentano di utilizzare le tangenti connesse con il contratto di fornitura di petrolio tra l’ENI e la Petromin per acquisire adeguati mezzi finanziari destinati a colmare il deficit della gestione del « gruppo Rizzoli ».

In ordine alla cennata vicenda sono ancora in corso le indagini a cura di una apposita Commissione parlamentare ma è indubbio che Gelli ed Ortolani erano perfettamente a conoscenza di tutti i risvolti della transazione. A Castiglion Fibocchi è stata infatti rinvenuta copia del contratto stipulato tra l’AGIP e la Petromin, la richiesta avanzata dall’AGIP al Ministero del commercio estero per ottenere l’autorizzazione a pagare la tangente alla Sophilau, il diario predisposto dal ministro Stammati per puntualizzare fino al 21 agosto 1979 gli svi­luppi della vicenda nonché un appunto su tutte le circostanze rilevate, predisposto sotto forma di un articolo da pubblicare. Ortolani, del resto, il 14 luglio 1979 aveva prospettato al segretario amministrativo del PSI, senatore Formica — il quale denunciò il fatto ai ministri competenti — la possibilità di erogazione di fondi, in connessione de­gli acquisti di petrolio da parte dell’ENI, per interventi nel settore dei mass-media. Segno evidente dell’interessamento della loggia alla vicen­da fu poi l’attacco a fondo condotto contro il ministro per le partecipazioni statali, Siro Lombardini, per il quale il Corriere della Sera arrivò a chiedere le dimissioni, con un fondo in prima pagina che si distingueva per la violenza dei toni oltre che per la richiesta in sé, certo non usuale rispetto alla misurata prudenza propria della te­stata milanese.

L’insuccesso del tentativo, anche per la ferma opposizione di alcuni esponenti socialisti, determina la ricerca di nuove soluzioni mentre lo schermo « Rizzoli » viene utilizzato per patti con altri grup­pi (accordo Rizzoli-Caracciolo) o per tentativi di acquisizione di altre testate (giornali del « gruppo Monti ») con l’intervento di Francesco Cosentino. Questa situazione induce ad un tentativo impostato alla finalità di allentare la dipendenza del gruppo editoriale da una sola banca che non può fronteggiare, senza pericolosi contraccolpi, oneri così elevati ed evidenti.
Sin dai primi mesi del 1980 Gelli, Ortolani e Tassan Din cominciano quindi a studiare le varie possibilità per reperire nuovi fondi sotto forma di partecipazione al capitale, senza comunque far perdere alla loggia il controllo del gruppo. I vari progetti che vengono via via studiati ruotano sempre, come ampiamente rilevabile dalla documentazione rinvenuta presso Gelli, intorno a questi princìpi fondamentali e si concretizzano nel giugno del 1980 per essere formalmente esposti in una « convenzione » firmata da Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din, Roberto Calvi, Umberto Ortolani e Licio Gelli.

È questo il documento più rappresentativo dell’intera vicenda che consente la identificazione delle finalità del progetto e dei diversi ruoli svolti da ciascuno dei protagonisti. Il documento ri­trovato tra le carte di Castiglion Fibocchi consta di otto cartelle, ognuna siglata dai protagonisti dell’operazione. La Commissione, attesa l’importanza, ha verificato tramite apposita perizia, che ha dato esito positivo, l’autenticità delle sigle, riconosciute peraltro anche da Rizzoli e Tassan Din.
Alla base di tutta la costruzione finanziaria viene innanzitutto posta la necessità che solo il più vulnerabile dei rappresentanti di facciata (i componenti della famiglia Rizzoli) partecipi alla fase operativa. Ad Angelo Rizzoli è quindi fatto carico, con adeguato compenso, di concentrare a suo nome tutti i diritti concernenti la parte di azioni dell’azienda capo-gruppo (20 per cento del capitale) che, pur soggetta a vincoli e condizionamenti attuati tramite l’interposizione fittizia di banche estere, figurava ancora di pertinenza della famiglia Rizzoli.

Il successivo passaggio prevede poi la suddivisione del capitale azionario in quattro pacchetti di cui due assorbenti ciascuno il 40 per cento del totale mentre il residuo capitale era ripartito in altre due quote diseguali (10,2 per cento e 9,8 per cento). Per ognuna delle suddette parti erano stabilite diverse modalità di gestione con l’intervento di Angelo Rizzoli per una di esse (40 per cento) e con l’interposizione di società-schermo per le altre tre. A questa fase avrebbe forse dovuto far seguito, almeno secondo quanto si può evincere dalla qualifica di intermediarie attribuita alle società-schermo, un ulteriore passaggio di azioni incentrato sulla successiva cessione di una parte del capitale (49,8 per cento), mentre la quota di maggioranza (50,2 per cento) rimaneva di pertinenza di una struttura che legava tra loro stabilmente (almeno per dieci anni) sia la quota intestata ad Angelo Rizzoli che il pacchetto di azioni pari al 10,2 per cento del capitale: in questa struttura pertanto la quota del 10,2 per cento veniva ad assumere valore determinante ai fini del controllo della società.

La schematica rappresentazione degli accordi stilati tra gli esponenti della loggia relativamente all’assetto della proprietà del « gruppo Rizzoli » — articolato su interventi finanziari comportanti in Italia ed all’estero complesse trasformazioni di ragioni creditorie in proprietà azionane e che prevedevano la erogazione di una « tangente » (in contanti e/o in azioni) pari a lire 180 miliardi — consente comunque di far risaltare la funzione della loggia, che si pone come elemento centrale e determinante per ogni singolo passaggio della operazione.

Le attività economiche della P2 – relazione Anselmi prima parte

Un primo approccio per una disamina dei collegamenti e della influenza della P2 nel mondo degli affari va effettuato tenendo presente, al momento del ritrovamento delle « liste », la elevata con­sistenza numerica, sessantasette, degli iscritti appartenenti al Mini­stero del tesoro, a banche e ad ambienti finanziari in senso stretto.

In particolare, per quanto riguarda il Ministero del tesoro (do­dici iscritti) l’esame delle funzioni espletate dalle persone che com­paiono negli elenchi rinvenuti a Castiglion Fibocchi permette di identificare la natura e l’importanza dei collegamenti instaurati, fina­lizzati ad assicurare contatti con dirigenti situati in punti chiave della amministrazione, sì da far conseguire al gruppo stabili agganci con ambienti di rilevante influenza sia nell’ambito nazionale sia, soprattutto, in quello internazionale. Sotto quest’ultimo profilo, in effetti, assume estrema rilevanza l’inclusione nelle liste di alti dirigenti del Ministero del tesoro e di altri personaggi situati in delicati istituti come la SACE (organismo che dà sostanzialmente sostegno finanziario nell’assicurazione degli interventi commerciali) e come la Banca d’Italia, aventi funzioni decisive in tema di rap­porti finanziari con l’estero.

A completare il quadro concorrevano, inoltre, i contatti emer­genti con esponenti di numerose banche pubbliche e private per alcune delle quali le presenze erano particolarmente significative per qualità e rappresentatività, come per la Banca nazionale del lavoro (quattro membri del Consiglio di amministrazione, il di­rettore generale, tre direttori centrali di cui uno segretario del Consiglio), il Monte dei Paschi di Siena (il Provveditore), la Banca Toscana (il direttore centrale), l’Istituto centrale delle casse rurali ed artigiane (il presidente ed il direttore generale), l’Interbanca (il presidente e due membri del Consiglio), il Banco di Roma (due amministratori delegati e due membri del Consiglio di amministra­zione) ed il Banco Ambrosiano (il presidente ed un consigliere di amministrazione).

Le indagini effettuate solo da alcuni degli istituti citati si sono in genere limitate al mero riscontro dell’appartenenza o meno alla Loggia massonica P2 e non hanno consentito di acquisire elementi di rilievo in ordine all’attività svolta da ciascuno dei cennati esponenti ed al segno di interferenza che la loro appartenenza alla loggia può aver rappresentato nella ordinata gestione degli affari. Solo il Collegio sindacale del Monte dei Paschi di Siena ri­sulta aver condotto una inchiesta attenta e dettagliata per valutare gli effetti dei collegamenti piduisti sull’operatività aziendale. L’in­chiesta si è conclusa ponendo in evidenza « casi di possibile tratta­mento di favore, casi di perdite avute o temute dall’istituto (fre­quenti i casi di trasferimento di posizioni a contenzioso con perdite già previste e/o definite) ».

L’attività della Commissione — appena si è delineato il qua­dro operativo della Loggia P2 — si è quindi concentrata sull’esame del disegno complessivo e sull’azione svolta da alcuni gruppi non solo finanziari fin dagli inizi degli anni settanta, collegandosi con le risultanze della Commissione d’inchiesta sul caso Sindona che ha messo chiaramente in evidenza come gli interventi operati a favore del banchiere siciliano si erano sviluppati nell’ambito di solidarietà ed accordi, che esistevano nel mondo finanziario e ban­cario tra alcuni esponenti di primo piano e che contribuivano ad agevolare l’attuazione di operazioni speculative, finalizzate ad esten­dere il potere di determinati gruppi economici.

Quali fossero la matrice, il metodo, l’obiettivo di tali gruppi non appare sempre con chiarezza, ma indubbiamente la loro azione non può essere ristretta ad un fenomeno di mera criminalità economica o ad accordi diretti ad accrescere la ricchezza dei singoli. In effetti « intorno alla mobilitazione in difesa di Sindona accade qualcosa di più di una semplice accanita gestione di interessi da proteggere magari con l’omertà e l’uso della forza: si rafforza e si espande il potere del sistema P2 che collega ed unifica tanti personaggi operanti in diverse collocazioni ».

Il momento più significativo a livello documentale di tali azioni è collegato alla presentazione di affidavit a favore di Sindona (rila­sciati negli ultimi mesi del 1976), quando Gelli ed altri personaggi (Francesco Bellantonio, Carmelo Spagnuolo, Edgardo Sogno, Flavio Orlandi, John Me Caffery, Stefano Gullo, Philip Guarino, Anna Bonomi) si espongono in modo chiaro e scoperto per effettuare uno sfor­zo ritenuto decisivo per il salvataggio di Michele Sindona. Alcuni dei firmatari, oltre al Bellantonio, sono in termini di intrinseca dime­stichezza con Licio Gelli; ciò vale sia per Carmelo Spagnuolo sia per Philip Guarino, che, secondo una corrispondenza in possesso della Commissione, ha con Gelli un rapporto di mutua ed operante ami­cizia. Appare dagli atti il ruolo centrale assunto da Licio Gelli che è il regista attivo di questa operazione, segno concreto di un non effi­mero legame tra i due personaggi, che prosegue sino al sequestro di Castiglion Fibocchi nel quale Michele Sindona, come abbiamo visto nel capitolo secondo, gioca un ruolo non secondario.

Contatti ed i legami tra questi ambienti si intrecciano in un contesto che assume, a motivazione delle malversazioni e delle attività economiche fraudolente poste in essere, finalità politiche di ordine più elevato. Così ad esempio le dichiarazioni di John Me Caffery senior (già capo del controspionaggio inglese in Italia e membro del Consiglio di amministrazione della Banca privata italiana) quando dichiara che esisteva un più nobile collegamento tra i gruppi che « condividevano le sane idee occidentali nel tentativo di opporsi alla diffusione del comunismo in Europa » e di conseguenza erano orien­tati a favorire l’ascesa di personaggi aventi la medesima ideologia, da situare nei punti chiave dei settori economici per influenzare, per questa via, l’andamento politico generale.

Quando si pensi ai corposi collegamenti tra tali settori ed am­bienti di malavita comune a livello internazionale, non si può non rilevare che l’identificazione delle « sane idee occidentali » con questi ambienti risulta quanto meno problematica e che il sistema capitali­sta occidentale, quando fisiologicamente funzionante, dispone di ben altri strumenti per garantire la propria autonomia.

È comunque avendo riguardo a questi ambienti che deve essere vista e spiegata l’ascesa di Sindona e l’azione da questi esplicata per acquisire sia la finanziaria « La Centrale » sia, unitamente al generale Sory Smith, già capo del gruppo consultivo di assistenza militare USA in Italia, la proprietà del Rome Daily American. Nella stessa prospet­tiva va quindi collocato il mutamento operativo che si determinò allorquando il fallimento dell’offerta pubblica di acquisto per il con­trollo della « Bastogi » (13.9.1971/8.11.1971) fece emergere una resi­stenza a queste operazioni di infiltrazione più estesa di quanto fosse stato possibile immaginare e rese necessaria una loro più accurata preparazione. Quando Sindona in conseguenza di tali eventi trasfe­risce la sua attività nei paesi al di là dell’Atlantico, in Italia cresce e si afferma Roberto Calvi, nominato direttore generale del Banco Ambrosiano nel 1971, che ne acquisisce l’eredità oltre che la tutela condizionante di Gelli e Ortolani. La nuova strategia prende il via con il trasferimento (1972) della quota di controllo de « La Cen­trale » alla « Compendium S.A. Holding » finanziaria del Banco Am­brosiano che nel 1976 muterà nome in « Banco Ambrosiano Holding Lussemburgo ». Si viene così a realizzare tra Calvi e Sindona un modulo operativo che, all’estero, era gestito unitamente a Sindona e che in Italia era articolato in diversi comparti (bancari, assicura­tivi, finanziari) sempre più complessi ed intrecciati man mano che si accresceva la fiducia in Calvi dei più importanti gruppi economici.

Per quest’ultimo aspetto un ruolo di rilevante importanza è stato svolto da Umberto Ortolani il cui ingresso nella Loggia P2 rappresentò l’acquisizione all’organizzazione di un elemento dotato di una vasta rete di relazioni personali di grande prestigio, sia nel mondo politico che negli ambienti della curia vaticana, e di quella competenza nel campo finanziario che si rivelerà necessaria nella seconda fase di sviluppo delle attività gelliane e della Loggia Pro­paganda.

In effetti proprio mentre Sindona viene estromesso definitiva­mente dall’Italia, e poi arrestato, si estende e si rafforza la rete P2 nel settore degli affari e Calvi diventa il principale braccio operativo nel settore finanziario per tutte le necessità previste dai programmi della loggia.

 

Gli iscritti alla P2 nel 1971 – estratto libro “I massoni in Italia”

(…) A quel tempo Gelli aveva già strutturato la P2 come un mondo del tutto separato dall’universo massonico ma presente, e ai più alti livelli, in ogni settore della vita pubblica, dei ministeri, delle banche e delle forze armate. La sede era in una palazzina di via Cosenza, a Roma, presidiata in permanenza dai fedelissimi generali Franco Picchiotti e Luigi De Sanctis. Lo schedario comprendeva nomi del calibro di Nicola Picella, segretario generale della presidenza della Repubblica e tra i politici erano stati arruolati Forlani, Stammati, il senatore democristiano Vincenzo Carollo, il deputato romano Umberto Righetti, i repubblicani Emanuele Terrana e Pasquale Bandiera, il socialista all’apice dell’ascesa Luigi Mariotti, l’ex ammiraglio Gino Birindelli, che lasciata l’uniforme era andato a intrupparsi nel Movimento sociale italiano ad alimentare i sogni di grandezza di Giorgio Almirante.
Il 30 per cento dei membri della P2 erano direttori generali o comunque alti funzionari di ministeri, enti pubblici e parapubblici: Luigi Samuele Dina, direttore generale del ministero della Difesa, Mario Besusso, direttore per la Cassa del Mezzogiorno, Aldo Fraschetti, ex direttore generale dell’Anas, Carlo Biamonti, dell’Enpas, Antonio De Capua, Ministero dell’Interno, Giuseppe Catalano, direttore della Banca d’Italia, Giuseppe Arena, ufficio italiano dei cambi. Pochi e non di primo piano i magistrati: Marco Lombardi, consigliere di corte d’Appello, Domenico Raspini, presidente del tribunale di Ravenna in compagnia di un altro ravennate, Edoardo Zambardino, del magistrato a riposo palermitano, Giuseppe Mannino e di Francesco Pinello e Giuseppe Del Pasqua.
Consistente e di buon peso la rappresentanza del mondo imprenditoriale, dove brillavano le stelle Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli. Seguivano l’industriale aeronautico Domenico Agusta, quelli dell’abbigliamento Vincenzo Monti e Mario Lebole (di questo Gelli sarebbe anche diventato socio), il titolare dell’industria elettronica romana Voxson, Umberto Ortolani, l’industriale del caffè, Giovanni Danesi, il presidente dell’Alsor-alluminio Sardegna, Giorgio Costa e l’armatore triestino Giorgio Vassilà.
L’architrave della P2 era però costituito da militari, vecchia passione  e lucida intuizione di Gelli, che ne aveva capito l’importanza e valutato il peso nella vita della nazione molti anni prima che i grandi partiti popolari italiani cominciassero a esplorare quell’universo a loro completamente sconosciuto. Di militari nella P2 ce n’erano talmente tanti che avrebbero potuto riunirsi in una caserma. Dietro al massone della prima ora Saverio Malizia, in lista fin dal 18 dicembre 1961, stavano allineati e coperti Vito Miceli, fresco di nomina a capo del Sid, OSvaldo Minghelli, ufficiale di Pubblica Sicurezza, Renzo Apollonio, che sarebbe diventato presidente del tribunale militare dopo aver fatto un tentativo per arrivare al comando dei carabinieri, Siro Rosseti, di cui erano note le simpatie per il Partito comunista e che dirigeva il servizio informazioni dell’esercito, Antonino Anzà, aperto ai socialisti, che dopo aver comandato con abilità e saggezza il quinto corpo d’armata avrebbe cercato di diventare comandante dei carabinieri, o capo di stato maggiore dell’esercito o capo di qualunque altra cosa e sarebbe morto tragicamente, Paolo Gaspari, protagonista di una memorabile battaglia contro il generale Giovanni De Lorenzo. Scarsa la presenza dell’aeronautica, il cui uomo più in vista nella P2 era il generale Duilio Fanali.
Consistente quella dei carabinieri che oltre a Picchiotti allineavano Luigi Bittoni, che era stato capo di stato maggiore ai tempi di De Lorenzo, Igino Missori che comandava la divisione carabinieri Lazio e sarebbe diventato vice comandante dell’Arma, gli allora colonnelli Emilio e Umberto De Bellis, Giuseppe Cianciulli e Giuseppe Bernabò Pisu seguiti da un battaglione di maggiori e capitani.
La parte del leone la faceva però la guardia di finanza, altra furbissima intuizione gelliana. Le fiamme gialle avevano nella P2 i generali Fausto Musso, di Bolzano, e Salvatore Scibetta, di Roma, il colonnello Amedeo Centrone, di Perugia, tre tenenti colonnelli, Pietro Aquilino, Enzo Climinti E Roberto Manniello, i capitani Angelo Iaselli e Franco Sabatini, di Firenze, e Lino Sovdat, di Trento.
Un gruppo poderoso e presente praticamente ovunque davanti al quale la patetica P1 di Lino Salvini con i suoi mantelli e cappucci neri suscitava tenerezza e ilarità. (…) alla fine del 1971 il Gran Maestro nominò Gelli, fino ad allora factotum abusivo, segretario organizzativo della P2 (…). Poi consegnò lo schedario della P1 a Gelli: 450 nomi per lo più di medio livello. Il padrone della P2 non si contentò di questo ma pretese una procura scritta con la quale il Gran Maestro lo autorizzava formalmente a custodire lo schedario e in più gli delegava la sua più preziosa prerogativa: quella di poter iniziare segretamente nuovi fratelli.

Roberto Fabiani, “I massoni in Italia”, 1978

Angelo Rizzoli – intervista Sette 1999

(…)

D: Fu allora che a lei venne l’idea di iscriversi alla P2?

R: Prendo a prestito da Tayllerand: “E’ stato peggio di un delitto, è stato un errore”.

D: Un errore mica da poco.

R: Tutti i Grandi Maestri della Massoneria, Gamberini, Salvini, Battelli, Corona, mi avevano assicurato: “Stia tranquillo si tratta di una loggia perfettamente regolare”.

D: Ma perché si è iscritto?

R: Ero completamente digiuno di contatti politici. Iscrivermi alla massoneria – mi dissero – mi avrebbe facilitato. Era descritta come una specie di circolo elitario. A Roma Gelli era conosciuto da tutti. E tutti, segretari di partito, ministri, tutti mi dissero: è una persona straordinaria, è bravissimo, se ne fidi.

D: Chi le diceva questo?

R: Nella Dc tutti, nel Psi tutti, nel Psdi tutti, nel Pri e nel Pli molti.

D: E nel Pci?

R: Nel Pci nessuno. Noi avevamo difficoltà con le banche alle quali era stato suggerito di non finanziarci più. Nei giorni precedenti al Natale del 1975 incontrai Gelli nello studio dell’avvocato Ortolani,
in via Condotti. Trovai ad aspettarlo il direttore generale della Banca Nazionale del Lavoro, il presidente  della Banca Commerciale, il direttore generale del Monte dei Paschi, il presidente del Banco Ambrosiano. Tutti col regalino di Natale.

D: Parterre de roi.

R: Sembravano i Re Magi con il bambinello. Io avevo 30 anni. Queste persone non ero mai riuscito a vederle nonostante mi chiamassi Rizzoli. Le trovai tutte insieme in fila per omaggiare Gelli. Ebbi la sensazione di trovarmi davanti a un potere reale. Questo mi convinse.

D: E quando andava all’Excelsior?

R: Ci andavo un paio di volte all’anno. C’era la hall piena di questuanti eccellenti.

D: Chi per esempio.

R: Nella hall o fuori della hall li ho incontrati tutti. Tranne i comunisti tutti. (…)

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