Requisitoria pm Mancuso processo strage di Bologna 11.0.4.1988 – 4

Tutto viene lasciato andare davanti agli occhi di questi militari, di questi uomini dei servizi segreti e continua proprio in quegli anni, a rendersi sempre piu’ frenetica l’ opera di Gelli, raccontata ancora una volta da Aleandri, nel reclutamento dei militari. Abbiamo la vicenda della rivista “Politica e strategia”, di cui vi e’ un rapporto agli atti 07.12.82, che indica come in questa rivista interagissero i fratelli De Felice Fabio e Alfredo. “Politica e strategia”, periodico trimestrale a cura dell’Istituto Studi Strategici per la Difesa, Issed, con proprieta’ della rivista Filippo De Iorio, direttore responsabile Salomone Francesco e poi sostituito da Edgardo Beltrametti, assume tale carica in sostituzione di Edgardo Beltrametti.
Ecco ancora una volta questo collegamento stretto tra rappresentati delle istituzioni come De Iorio, inserito in delicatissimi compiti a livello governativo, con golpisti del calibro dei fratelli De Felice, con teorici della guerra rivoluzionaria, cui al Parco dei Principi, come Edgardo Beltrametti e futuri piduisti come il giornalista Salomone che ritroveremo nell’ ambiente e sul giornale Costruiamo l’ Azione. Sempre nell’ ambito del Golpe Borghese – Fronte Nazionale, Gelli operera’ in collegamento eversivo e massonico con tale avvocato Tilgher di Roma, come a pagina 5 del documento Maletti, e quanto nel dar conto di tutte le forze scese in campo in questa attivita’ eversiva, secondo le dichiarazioni e le rivelazioni, fornite dalle fonti del SID, tra le quali Orlandini Remo, per quanto riguarda la Toscana, racconta: brigata paracadutisti di Livorno, un colonnello e c’e’ il nome, un ufficiale superiore c’e’ il nome, otto ufficiali inferiori, sei sottufficiali. Erano inoltre presenti nei vari scaglioni militari di truppa, aderenti ad Avanguardia Nazionale, fatti inserire a cura dell’ avvocato Tilgher di Roma: buona parte dei nomi nota. Ma restera’ nota solo a Maletti. Avvocato Tilgher di Roma, avanguardista, che ritroveremo, che identificheremo innanzitutto nel Tilgher Mario nella lista che il contenuto sia nella lista italiana che nella lista uruguaiana nella P2 e sapremo passato al Grande Oriente, giuramento firmato, e sul quale si inserisce una storia particolarmente significativa: perche’ Licio Gelli quando consegnera’ alla magistratura fiorentina, che indaga sull’omicidio del magistrato Occorsio Vittorio una lista molto depurata di iscritti alla P2, inserira’ anche il nome di Tilgher Mario. Successivamente si rechera’ dal magistrato per altre precisazioni e tra queste indichera’ che l’avvocato Tilgher non e’ mai stato iscritto alla P2. Viceversa in quello stesso periodo risulta transitare dalla P2 al Grande Oriente d’ Italia, ripeto sia per documentazione italiana che per documentazione uruguaiana proveniente direttamente dall’ archivio di Gelli.
Vi sono poi, poiché in quel periodo diventa più frenetico il tentativo eversivo, siamo nei primi anni ‘70 con Gelli, protagonista abbiamo detto dal ‘71 al ’74, vi sono a scadenza fissa le circolari che Gelli invia ai suoi fratelli nel ’71, nel ’72, nel ’73.

Avremo le riunioni che la commissione ha spiegato che si trattava di più riunioni presso villa Wanda. (…) Anche qui egli nel corso di queste riunioni discuteva e elaborava misure per contrastare – questa e’ la circolare del ‘71 che cito: ” elaborare misure per contrastare la minaccia del Pci volta alla conquista del potere per stabilire opposizione di assumere in caso di ascesa al potere dei clerico-comunisti”, circolare a pagina 17 della relazione. L’ anno successivo dirama addirittura una lettera circolare ai militari iscritti alla sua loggia nella quale si traeva la conclusione che “solo una presa di posizione molto precisa poteva porre fine al generale stato di disfacimento e che tale iniziativa protesa essere assunta soltanto dai militari”. E sulla riunione di Villa Wanda, vi rinvio a quanto afferma la commissione P2, e a quanto dichiarato dal generale Palumbo, al senso di rammarico e di profondo disgusto che la presidente Tina Anselmi comunica al testimone nel congedarlo, rifiutando persino di arrestarlo. Al ruolo che in quegli anni assume, anche, Carmelo Spagnuolo procuratore generale della Cassazione e avvocature di processi pilotati, che interesseranno Gelli e il suo sistema di potere.

La circolare del ‘74, ve ne leggo pochissimi brani, mi auguro innanzitutto l’intestazione interessante “Centro Studi di Storia Contemporanea” – quindi sappiamo che sarà rivolta a tutti i fratelli di questa struttura che e’ una copertura della P2 – , sappiamo che Musumeci avrà una tessera intestata al Centro Studi di Storia Contemporanea, sappiamo anche dove gli verra’ consegnata nonostante le sue affermazioni in contrario. Dice cosi’ Gelli ai suoi fratelli: “mi auguro e auguriamoci insieme che si trovi finalmente la forza e il coraggio, la capacita’ di operare sinceramente, per estirpare il male maggiore che oggi ci affligge le eversioni, la delinquenza organizzata operante all’ombra dell’ideale politico di destra e di sinistra, non è allarmisticamente che si prevede un’estate veramente calda, direi scottante per una notevole quantita’ di problemi estremamente impegnativi, auspichiamo il rispetto delle leggi e la emanazione di quei provvedimenti intesi alla salvaguardia della dignita’ umana, diritto al lavoro, ecc”. Mentre richiamava all’ordine, con accenti squisitamente reazionari, Licio Gelli sovvenzionava la banda armata toscana, dedita ad attentati terroristici sulla linea ferroviaria Firenze – Bologna. Credo che questo argomento meriti un momento di attenzione. Dico questo non soltanto perché forte di una sentenza, sia pure di primo grado, che ha dichiarato Licio Gelli sovvenzionatore di terroristi dediti ad attentati dinamitardi, ma anche perché, presidente, vi è una tale mole di atti che vorrei in qualche modo commentare, sia pure in maniera estremamente succinta e rapida. Alcuni di questi, sono già stati letti ritengo, però opportuno rifarlo ripetere questa lettura anche perché sarà accompagnata dalla lettura di altri atti. Franci Luciano, Procura Repubblica Firenze 13.08.76: “questi fatti ho in mente di riferire hanno attinenza a un particolare ambiente che fa capo ad una persona di Arezzo, o meglio varie persone di Arezzo, poiche’ io temo che queste rivelazioni possono incidere negativamente sull’incolumita’ mia e della mia famiglia poiche’ tali fatti sono a conoscenza anche del Batani – su questo torneremo – desidero appunto che anche il Batani sia presente. Confronto Franci – Batani: “oggi posso precisare – dice Franci – che tali notizie riguardano i collegamenti fra esponenti della massoneria di Arezzo, o meglio della P2, il SID alcuni elementi di destra sempre di Arezzo, nonche’ i rapporti avuti da Batani con un certo maresciallo dei carabinieri di Arezzo”. A questo punto interviene il Batani il quale dichiara: “in effetti ho fatto delle confidenze al Franci sul primo punto non intendo per il momento fare alcuna dichiarazione per timore”. Poi parla del maresciallo Cherubini, che sapremo essere in contatto con Cauchi (…). Sullo stesso punto Murelli Maurizio: “ricordo che effettivamente durante le pause del processo Mario tuti espresse giudizi molto duri, l’intenzione di uccidere Franci e Malentacchi, avevano sporcato l’immagine del movimento Nazionale Rivoluzionario richiamando collegamenti di questo movimento con la massoneria”. “Tuti – Latini Sergio – nelle pause del processo era molto arrabbiato perche’ in quei giorni era apparsa la notizia che Franci era stato colui che aveva tirato in ballo i rapporti tra il suo movimento e la massoneria. Ha fatto capire che non gli andava che fosse stato reso noto quel collegamento ammettendolo esplicitamente. Disse che appena gli capitava l’occasione avrebbe ucciso Franci”. Bumbaca: “non avevo mai saputo di contatti tra Cauchi e la massoneria o Gelli. In carcere pero’ ho saputo da Franci, che lo ha ripetuto parecchie volte, che esso Franci aveva ottimi rapporti, era in ottimi rapporti con Gelli e che la massoneria li avrebbe aiutati.

Queste cose Franci le ha ripetute anche dinanzi al tribunale di Firenze nel processo del Fronte Nazional Rivoluzionario. In mancanza della sentenza leggero’ alcuni brani, si tratta peraltro di deposizioni, riportati nella requisitoria del dottor Vigna di Firenze che riguardano appunto l’episodio del finanziamento: E’ ancora Brogi a riferire con dettagliate dichiarazioni circa un approvvigionamento di esplosivo di armi avvenuto in epoca compresa tra 06.03.74 e il 20.04.74: il camion contenente il materiale – secondo le dichiarazioni di Brogi – fu scortato da lui stesso e da Cauchi da Viserba di Forli’ fino a Ponte San Giovanni di Perugia, con l’aiuto di Bernadelli che usava la moto in tale localita’, – il passo si segnala per la coralita’ dei partecipanti – oltre che di Zani, Ferri, di Esposti, di Vivirito ora deceduti. Fu trasferito altrove un’ altra parte di esplosivo fu portato presso l’ abitazione di Cauchi a Monte San Savino e da qui con l’ aiuto di Brogi e Franci in localita’ Alpe di Poti donde tuti ne prelevo’ un quantitativo. Al procacciamento erano interessati anche i fratelli Castori”. Brogi individuato il casolare ove l’ esplosivo fu nascosto e tale esplosivo poi fu recuperato anche se l’intervento, dopo la strage dell’Italicus del teste imputato Del Dottore, nonche’ uomo collegato al SID”.

Ancora leggiamo in questo atto di accusa, ripeto che ha trovato una conferma, una prima conferma, nella recente sentenza della corte di assisi di Firenze: “Cauchi manteneva collegamenti – pag 106 – con i vertici romani del gruppo, intesseva rapporti con le persone che gravitavano nell’ambiente milanese di Ordine Nero, Mar Fumagalli, era strettamente legato a tuti presso il quale passo la sera del gennaio ‘75, in cui costui uccise due poliziotti e feri’ gravemente un terzo”. Eppure tutto cio’ non e’ ancora sufficiente a descrivere compiutamente la figura dell’imputato, che manteneva rapporti con persone inserite in apparati statali, si vedano sul punto le dichiarazioni non solo di Brogi ma anche di Vinciguerra o ai vertici di potentati economici della massoneria come Licio Gelli. E se e’ vero quanto afferma Vinciguerra, e non c’e’ ragione di dubitarne, sia per la forte personalita’ del dichiarante sia perche’ la circostanza si inquadra nel contesto sopra richiamato, riferendo un discorso di Cauchi questi pote’ sfuggire all’arresto perche’ avvisato da un non identificato appartenente alle forze dell’ordine e trovò poi rifugio in Spagna ove avrebbe, con altri latitanti dell’eversione nera, compiuto azioni ispirate dai servizi spagnoli. Sono poi documentati in atti i contatti che anche dopo la fuga di Arezzo, il Cauchi ebbe con i responsabili del servizio di Firenze, che all’epoca il magistrato che redigeva quest’atto non conosceva essere una persona il cui nome ricorre in questo processo, cioe’ il capitano Mannucci Benincasa.

Gelli – pag 107 –  mediante l’attribuzione della qualifica di sovventore della banda armata, sulla base delle dichiarazioni di Andrea Brogi: aveva riferito questi Andrea Brogi, di una consegna di danaro da parte del Gelli al Cauchi in vista di azioni di addestramento e di preparazione sul piano militare di persone che avrebbero potuto assumere iniziative dopo il referendum sul divorzio. Degli interrogatori del 01.12.86 e 19.12.86. Brogi ha precisato con maggiori dettagli lo svolgimento dell’operazione di finanziamento che fu concordato tra Gelli e Cauchi accompagnato da Mauro Mennucci. Si tratta di un ufficiale dell’arma dei carabinieri cioe’ quel Salvatore Pecorella inquisito nel gennaio ‘74 anche arrestato nell’ambito delle indagini sul golpe Borghese e anch’egli iscritto alla loggia P2. L’intervento di Pecorella fu propiziato, secondo la narrazione di Brogi, dall’ammiraglio Birindelli, anch’egli della loggia, la cui deposizione non contraddice il racconto del Brogi che doveva servire a garantire a Gelli la serieta’ dell’operazione e che i finanziamenti “non si perdevano e non finivano in cose inutili”, cito tra virgolette: “fu appunto in seguito a quell’intervento che il Gelli erogo’ la somma di lire 18000000 che servi’ anche all’approvigionamento delle armi e dell’esplosivo del periodo compreso tra il 6 marzo ed il 21 aprile, senza peraltro che a Gelli fossero date particolari indicazioni sull’operazione”. Brogi, poi si parla dei supporti a queste dichiarazioni e della riunione che fu indetta da tutti costoro nell’abitazione di Paolo Signorelli sul lago di Bolsena, alla quale anche Brogi partecipo’ sia pure con funzione di copertura esterna. Un primo supporto a quelle dichiarazioni – pag 108 – proviene da Sergio Calore persona altamente attendibile e, il riscontro di cui si tratta, pare sia particolarmente rilevante. Riferisce Calore di “avere appreso da Concutelli che nel ‘76 il gruppo perugino voleva introdursi in una villa presso Arezzo e qui impossessarsi di documenti custoditi in tale villa da un’esponente della massoneria. Ma Pugliese aveva bloccato l’operazione affermando che quel personaggio che abitava nella villa non andava toccato”. Vinciguerra apprese direttamente da Cauchi, Gallastroni anche qui abbiamo documenti provenienti direttamente dalla polizia: Gallastroni parlo’ a personale della Digos di Arezzo di somme date da Gelli a Cauchi, anche se poi cerco’ di stemperare il discorso. Franci sin dal ‘76 aveva assunto iniziative di rivelare i rapporti tra Gelli e la destra eversiva, e via, e cosi’ via di seguito. (…) L’informativa che la polizia di Arezzo il 06.08.80 invia all’illustrissimo signor Questore dice questo “accertamenti connessi all’ attentato di Bologna riferiva che non era, questo Gallastroni, che non era in grado di indicare dove potesse trovarsi il Cauchi ed aggiungeva che all’ epoca delle indagini sul gruppo Tuti, detto Cauchi era amico di Licio Gelli dal quale avrebbe ricevuto somme di danaro”. Gallastroni Giovanni: “Cauchi era amico di Gelli” (…). Ma Cauchi si e’ detto fugge il giorno in cui Tuti ammazza i due poliziotti e ne ferisce gravemente un terzo. Cauchi quella mattina si dirigeva in casa di Tuti, quella sera si dirigeva in casa di Tuti e successivamente dopo questo crimine saranno a cena insieme.

Presidente qui vi e’ anche un atto ufficiale proveniente Firenze 20.12.77. Il centro di Firenze scrive al signor capo reparto D di Roma, racconta come vi siano stati rapporti tra il SID e Cauchi e su questi rapporti vi e’ stato il segreto di Stato su chi abbia mantenuto questi rapporti e’ stato opposto il segreto di Stato, come il servizio abbia avvicinato Cauchi in occasione dell’attentato alla casa del popolo di Moiano, poiche’ si avevano seri sospetti nei confronti di Batani rientrato alle 5 del mattino. Bene avvicinano Cauchi, che confidenzialmente si seppe essere vicino al Batani e in grado di dare confidenze. Il Cauchi si dimostrò subito interessato a parlare del Batani scagionandolo completamente dalla sospetta partecipazione all’ attentato di Moiano. Preciso’ in particolare che il Batani non era mai stato alla casa del popolo di Moiano e che erano quelle testimonianze erano da considerarsi false. E infine che il Batani era rientrato effettivamente alle 23,30 e non alle 5. Questo e’ un concorrente, Presidente, che va a scagionare un attentatore del calibro di Batani ed era un collaboratore del SID di Firenze. Fu chiesto al Cauchi se fosse in possesso di qualche notizia relativa agli altri inquisiti e senza esitazione avvio’ il discorso su Brogi, definendolo un sicuro provocatore. Era il momento in cui gia’ lo aveva condannato a morte ed aveva anche tentato, deciso di sopprimerlo.
Alcuni giorni piu’ tardi, fine maggio, il Cauchi telefono’ al numero datogli al Sid, Presidente, per comunicare che il Batani sarebbe tornato entro una decina di giorni ad Arezzo. Ma “con l’ incontro del 19 giugno si concluse il rapporto con Cauchi, per quanto e’ dato ricordare, cio’ puo’ essere dipeso – dice lo scrivente – dall’ approssimarsi del periodo delle ferie estive”. E quanto saranno drammatiche quelle ferie estive, come il Cauchi partecipera’ a quegli eventi lo sapremo tutti. “Passeranno sette mesi – e ancora il rapporto – prima che il Cauchi si faccia vivo”. “Cio’ dovrebbe essere avvenuto la sera del 26.10.75 o 27.01.75 verso le 22 – 23 allorche’ cerco’ per telefono l’ elemento che lo aveva contattato, a quell’ ora assente dall’ ufficio. Rintracciato fece dire al Cauchi, che aveva lasciato detto che avrebbe richiamato di dare un recapito telefonico. Cosa che il Cauchi fece di li’ a poco dicendo che poteva essere richiamato al posto telefonico pubblico della stazione delle ferrovie dello Stato di Milano”. Il Cauchi era gia’ stato raggiunto, era gia’ stato emesso nei suoi confronti ordine di cattura, era latitante telefonava al Sid e lasciava il suo recapito per essere successivamente rintracciato. “Chiamato successivamente dal contattante, Cauchi rispose effettivamente dal recapito datogli e chiese subito all’ interlocutore se era in grado di metterlo in contatto con il pm che stava conducendo le indagini di Arezzo, e per l’omicidio di Empoli il 24 precedente Tuti ecc. Si disse completamente estraneo alla vicenda, voleva chiarire ogni cosa col magistrato. Fu conseguentemente preso contatto, Cauchi ripete’ , Donati Luca confermo’, l’ avvenuta fuga. La conferma Presidente, la chiusura di questo rapporto, nello stile di quella informativa che vi ho detto: “Da allora non e’ stato attuato alcun tentativo di acquisizione di notizie sulla latitanza del Cauchi, nella precisa preoccupazione di non ingenerare in chicchessia, mal fidati sospetti di collusione col soggetto, si puo’ e si deve pur dire, Giannettini docet”… E chiude questo rapporto.

Antonio Labruna dichiarazioni 07.02.1990

Confermo quanto ho gia’ detto alla sv, di cui ricevo lettura, nel pp 318/87 contro Zamir e Maletti e altri per fatti relativi alla caduta di Argo 16. Circa la gestione del reparto D da parte del generale Maletti, periodo coincidente con l’epoca: 23.11.73 della caduta del velivolo, preciso che detta gestione fu caratterizzata da fatti che ho gia’ narrato, e ribadisco che il velivolo, fino al giorno della caduta, era gestito dal colonnello Minerva, l’ aereo veniva adoperato anche da lui per la coltivazione di contatti da egli intrattenuti con Malta, Don Mintoff, e con i libici. Tanto mi disse lui stesso nelle circostanze gia’ da me narrate.

Cio’ ovviamente previo accordo autoritativo del generale Miceli. Ritengo che la gestione dell’ Argo 16 da parte di Minerva non fosse di carattere esclusivo. Circa la gestione Maletti voglio precisare che il 06.01.74, lo ricordo perche’ era il giorno della Epifania, io, dietro segnalazione del consigliere Niutta, del consiglio di stato, amico di Cefis, mi recai nello studio del professor vassalli. Tanto accadeva in un contesto in cui le pubblicazioni di Pecorelli mi attaccavano continuamente.

Vassalli mi ricevette e io, oltre ai predetti attacchi, gli parlai degli accertamenti sul golpe Borghese, cominciati nel 1972, e della circostanza cui io, ero stato estromesso dagli accertamenti conseguenti alle rivelazioni di Orlandini, accertamenti devoluti dal generale Maletti al solo Romagnoli, capo della III sezione polizia militare: tanto era avvenuto subito dopo l’ incontro, di cui gia’ ho detto, con il ministro della Difesa. I nastri di Lugano che erano due, e quelli ulteriori e pregressi registrati, da me solo, nel corso degli incontri avuti con Orlandini, per ordine di Maletti assieme alle trascrizioni relative – e dopo l’ incontro con il ministro – furono gestite solo da Romagnoli, che redasse il rapporto avvalendosi progressivamente solo del maresciallo esposito, che in sostanza mi sostitui’ e cio’ anche nei miei rapporti con Maletti.

L’ incontro con il ministro della Difesa voglio precisare che avvenne successivamente al 06.01.74, data del mio contatto con il professor Vassalli, e verosimilmente va inquadrato come mi viene detto ha sostenuto il Romagnoli, nel giugno luglio del 1974, allorche’ io, gia’ estromesso dalle indagini, ero delegato dal Romagnoli unicamente a intrattenere contatti esterni. Al 06.01.74, ovviamente, il rapporto Romagnoli non era stato consegnato alla magistratura e io temevo la conseguenza del fatto che si era deciso da parte di Maletti e Romagnoli, di dare una impostazione al rapporto finale diverso dal reale contenuto delle rivelazioni di Orlandini, di cui alle bobine nonche’ dalle risultanze della relazione, da me prodotta in copia, di Giannettini, risalente al 1973, relazione che ricevetti io dalle mani dello stesso a Roma, corredata da un appunto sulle attivazioni del Torrisi circa il golpe, appunto che io rividi con la relazione nel 1977, esibitami da Maletti, priva pero’ dell’ allegato appunto.
In tale circostanza Maletti mi disse di non produrre la relazione Giannettini alla corte di assise di Catanzaro e di non parlare del Torrisi “che dovra’ diventare capo di stato maggiore della difesa”. Tale incontro e’ inquadrabile temporalmente nell’ intervallo tra l’interrogatorio di Maletti ed il mio, sostenuto dopo una settimana.

Nel rapporto finale non fu denunciato Delle Chiaie nonche’ altri: il predetto era il capo effettivo di Avanguardia Nazionale, cio’ emergeva – e mi riferisco al ruolo di Delle Chiaie – dalle dichiarazioni di Orlandini, Degli Innocenti, Nicoli. Sempre in ordine alla gestione del generale Maletti preciso che egli si rapportava, con incontri ripetuti, direttamente al Giannettini, che, dai tempi del generale Aloja, e’ stato sempre in contatto con i vertici militari e del Sid. Fu alla fine del 1972 che Maletti mi chiese di fare da tramite e non volle piu’ contattarlo personalmente.

All’ epoca io portavo a Giannettini 50 mila lire al mese, datemi all’ uopo dal generale Maletti. Io, a quest’ ultimo, nel successivo novembre del 1972, dissi che il suo amico Paglia guido mi aveva proposto un contatto con Delle Chiaie a Barcellona, raccomandandomi che non gli dovevo chiedere fatti pertinenti al golpe. Gia’ il Paglia mi aveva consegnato un rapporto sulla attivita’ di avanguardia nazionale, molto dettagliato, e ove si adduceva anche che il Delle Chiaie era in contatto con d’ amato e con gli uomini dell’ ufficio affari riservati: dr Drago. Il rapporto precitato l’ ho consegnato al pm Ionta nel 1989 e, all’ epoca, lo consegnai a Maletti, senz’ altro prima del novembre 1972: tale rapporto Maletti, non lo produsse nel procedimento contro il Borghese ed altri, ne’ a Catanzaro. Tale rapporto io l’ ho ricevuto tre o quattro anni fa dal giornalista Biasucci di “Momento Sera”.

Quando io volli esperire verifiche di archivio o pratiche in ordine alle rivelazioni di Orlandini e che sapevo giacere al servizio, Maletti mi rispose negativamente in presenza del genovesi della 1 sezione, che confermò che nell’ archivio del servizio del D nulla c’ era, in quanto il materiale riguardante gli extraparlamentari di destra – quindi anche il materiale sul golpe Borghese – era custodito nella cassaforte della 1 sezione da lui gestita. In sostanza Maletti mi rappresento’ che voleva cominciare gli accertamenti ex novo. ­

“Parola del Sid” – Panorama 26.06.1975 – terza parte

8.L’attuazione del «golpe» viene fissata per la notte dell’8 dicembre 1970. Il 7 dicembre inizia l’af­flusso in Roma dei Gruppi B e lo schieramento iniziale dei nuclei. Il Gruppo di La Spezia si raduna al Motel Agip di via Aurelia, il Gruppo di Gros­seto si concentra presso la Tipografia Rotoprint di Pomezia (di proprietà di Federico Bonvicini); altri, tra cui il Gruppo di Genova, convergono nel cantiere di Remo Or­landini; il Gruppo Saccucci si reca nella palestra di via Eleniana. Il Gruppo delle Guardie Forestali che dalla sede stanziale (Cittaduca­le) doveva muovere nella notte sull’8 dicembre 1970 in direzione di Roma per una esercitazione in autocolon­na, risulta senz’altro disponibile agli ordini di un certo tenente colonnel­lo Berti. Lo « stato maggiore » del Fronte è riunito nel cantiere di Orlandini.
Intorno alle ore 11-12 si procede all’attuazione della prima parte del piano (ingresso nel ministero dell’ Interno). Nel pomeriggio del 7 dicembre giungono in Roma anche elementi di Avanguardia Nazionale della Li­guria e Toscana (Cardellini, Sturlese, Carmassi, Mario Bottari).

saccucci-sandro

Nel contempo si definiscono gli ul­timi accordi per l’esecuzione com­pleta dell’intero piano eversivo. (Nel quadro di tale disegno eversivo il 7 dicembre 1970, a sera inoltrata, un gruppo di Avanguardia Nazionale, capeggiato da Mario Bottari, muove per compiere un sequestro di perso­nalità non nota. Sbaglia indirizzo e, tra l’altro, resta bloccato nell’ascen­sore del palazzo. Solo nelle prime ore del giorno successivo riesce a rientrare senza aver condotto l’ope­razione). Il centro operativo è costituito, ol­tre che dal predetto, da Salvatore Drago, Giacomo Micalizio (medico palermitano amico di Drago e di Ste­fano Delle Chiaie), Bonvicini, De Ro­sa, Adriano Monti, Junio Valerio Borghese, Lo Vec­chio, il generale di squadra aerea (ri­serva) Casero e Rosa sono riuniti nello studio di quest’ultimo e costi­tuiscono il comando politico dell’ operazione.

9.Intorno alle ore 24, il maggio­re Enzo Capanna fa uscire dal mini­stero dell’interno un autocarro con 180 mitra Mab destinati a Remo Or­landini. Ma, contemporaneamente, il centro operativo riceve da Junio Bor­ghese l’ordine di sospendere l’operazione e di far rientrare gli uomini. Motivazione data da Borghese: nessun militare è stato disposto ad agevolare l’ingresso nel ministero della Difesa.

In tutta fretta, i convenuti si al­ lontanano da Roma, mentre il com­mando entrato nel ministero dell’Interno guadagna l’uscita portando con sé parte delle armi ricevute in con­segna (sembra n. 7 mitra Mab). (Il camion con i 180 Mab viene rintrac­ciato per le vie di Roma e fatto rientrare al ministero dell’Interno. Le armi vengono scaricate e riposte dal commando prima di uscire dal pre­detto dicastero). Al momento di abbandonare il can­tiere Oriandini, Salvatore Drago rie­sce a impossessarsi delle tute mime­tiche, cinturoni, baschi da carabinie­ri e altro equipaggiamento che il gruppo La Spezia aveva al seguito per l’operazione ministero della Di­fesa (totale 50 combinazioni).

10.Il 20 gennaio 1971, nella sede del Direttivo del Fronte Nazionale in Roma, via XXI Aprile, ha luogo una riunione di tutti i delegati per un esame della situazione. Borghese non dà alcuna spiegazio­ne convincente della sospensione dell’azione Tora-Tora (così definita tra i partecipanti), mentre alcuni tra i presenti ripropongono nuove imprese. Tra questi si evidenzia Giancarlo De Marchi di Genova venuto al con­vegno insieme al delegato della cit­tà ligure, Frattini. Nella circostan­za, De Marchi fa una crìtica dell’ operato e si offre di finanziare, tra­mite i suoi « amici » qualcosa « di nuovo ma serio ».
Il giorno successivo Remo Orlandini va a Genova e incontra De Marchi per un discorso più appro­fondito. Il 22 gennaio, Frattini vie­ne esonerato e l’avvocato genovese diventa il nuovo delegato di Ge­nova.

11.Le attività successive del Fron­te Nazionale, alle quali è sempre assente Borghese, possono sintetiz­zarsi in :
-27 gennaio 1971, riunione in Ro­ma presso un circolo culturale im­precisato. Scopo: discutere sull’opportunità della ripresa dell’azione. Partecipan­ti: on. Filippo Di Iorio, Remo Orlandini, Fabio e Renzo De Felice, Ciabatti, Zanelli, Quattrone (farma­cista, del Gruppo A di Genova), Bonvicini ;
-primi di marzo 1971, riunione in Roma, presso i De Felice (sembra in via Abetone). Scopo: quello del giorno 27 gennaio. Partecipanti: fra­telli De Felice, Rosa, Ciabatti, Orlandini, De Marchi. Risultano altre­sì presenti due ufficiali dei carabi­nieri. (Nell’occasione, Orlandini pre­ga De Marchi di acquistare e conse­gnare a Rosa 100 tute e accessori per equipaggiamento da carabiniere. Incarico successivamente assolto).

12.Il 17 marzo 1971 la Rai-Tv pub­blicizza il tentativo di « golpe » e avviene l’arresto di Remo Orlandini e altri. Immediatamente, un gruppo di affiliati si riunisce e si autodefinisce nuovo Direttivo Nazionale del Fron­te. I soggetti sono : De Marchi, Bon­vicini, Zanelli, il figlio del chirurgo Pietro Valdoni, Ciabatti, Costanti­ni (medico di Padova), Stefano Di Luia (esponente di Lotta di Popo­lo), Stefano Delle Chiaie, un rappre­sentante non noto di Ordine Nuovo di Rieti, Pomar, Micalizio e Salva­tore Drago.
Nell’estate 1971 i predetti si riu­niscono sul monte Terminillo, in una villa privata, ed eleggono Cia­batti rappresentante in Italia dei ca­po del Fronte Nazionale (Valerio Borghese infatti è fuggito in Spagna per sottrarsi al mandato di cattura).
Inoltre, in uno sforzo di rimpasto organizzativo, vengono nominati :
-Giancarlo De Marchi, delegato responsabile per il Nord-Italia;
-Bonvicini, delegato responsabi­le per il Centro;
Micalizio, delegato responsabi­le per il Sud-Italia.

Relazione di Guido Paglia su A.N. e il Golpe Boghese – documento trovato presso la sede di OP

Per forza di cose questa relazione si riferisce all’attività svolta dall’Avanguardia Nazionale nel periodo compreso tra la fine del 1967 ed il corrente mese di novembre del 1972. Di volta in volta si cercherà di narrare anche fatti antecedenti dei quali, tuttavia, si hanno per il momento soltanto particolari frammentari.
Innanzi tutto è bene precisare subito che quando si parla di Avanguardia Nazionale ci si riferisce in generale ad un certo ambiente che gravita inevitabilmente intorno alla figura di Stefano Delle Chiaie, uno dei leader più rappresentativi delle frange della destra extraparlamentare. La metodologia studiata da Delle Chiaie per la battaglia politica ha fatto però in modo che l’Avanguardia Nazionale non sia altro che la facciata “ufficiale” di un’organizzazione che può contare sopra tutto su un “apparato” clandestino di notevole capacità operativa. Questo “apparato” costituisce la vera e propria forza del gruppo di Delle Chiaie.
Di esso fanno parte personaggi più o meno noti dell’estrema destra, ma anche (ed è questo un punto di ulteriore forza) per­sone assolutamente sconosciute agli archivi “politici”. Ciò permette all’organizzazione una notevole libertà di movimento.

Il metodo di lavoro politico si basa così sui seguenti punti:
1) gli attivisti più noti e comunque tutti coloro che in qualche modo hanno avuto a che fare con la polizia, i carabinieri e naturalmente la magistratura, vengono inquadrati in seno all’Avanguardia, la “facciata ufficiale” dell’organizzazione; sono loro che conducono le battaglie che riguardano la “politica attiva”, quella di stretta concorrenza al MSI;
2) gli aderenti meno noti e soprattutto coloro i quali hanno dimo­strato delle capacità organizzative più adatte alla clandestinità, vengono invece destinati alla struttura “secondaria”, quella dell’apparato; di esso comunque fanno parte anche attivisti notissimi che però, almeno “ufficialmente” non svolgono più attività politica; a questa struttura “secondaria” appartengono proprio i componenti dei “commandos” terroristici; per garantire la loro attività sono stati studiati particolari accorgimenti quali ad esempio il fatto di non conoscersi neppure tra membri dell’apparato, di non sapere mai chi ha compiuto una certa “azione” etc.;
3) l’Avanguardia oltre che condurre la battaglia ufficiale ha anche il compito di “filtrare” per l’”apparato” gli elementi che via via vengono giudicati idonei a svolgere un lavoro di maggiore responsabilità;
4) infine, proprio per quanto detto finora, c’è anche da tenere presente che non tutti (anzi è meglio dire la stragrande maggioranza) gli appartenenti all’Avanguardia appartengono alla struttura secondaria; l’inquadramento in quest’ultima avviene per meriti (e soprattutto per fiducia) soltanto in un secondo momento.

Elencati i principi generali sui quali si fonda la metodologia di lotta ideata e messa in pratica da Delle Chiaie, passiamo a qualche dato più concreto sull’organizzazione. Attualmente, ad esempio, il ver­tice è composto, oltre che da Delle Chiaie, dalle seguenti persone:

MAURIZIO GIORGI (senz’altro il più autorevole ed il più capace tra i luogotenenti), abitante in via Olindo Malagodi 25, numero di tele­fono 4383430;
FLAVIO CAMPO, già numero due del gruppo e attualmente destinato all’organizzazione e all’esecuzione dei pro­grammi clandestini, abitante in via Cerveteri ed impiegato presso il Ministero delle Finanze dove lavorano anche il padre e la sorella); CESARE PERRI, laureando in Medicina, studente fuori sede residente a Catanzaro (è colui che curò più da vicino i rapporti con il “Fronte Nazionale” di Borghese in occasione del “colpo di stato”); GIULIO CRESCENZI, idraulico, abitante al quartiere Nuovo Salario (Val Melaina); FAUSTO FABBRUZZI, impiegato presso la Cassa di Risparmio di Rieti in via in Aquiro. Gli ultimi due sono di scarse capacità ed appartengono al vertice più in quanto amici fedelissimi di Delle Chiaie che per meriti individuali; eccellenti esecutori di ordini e niente più. Pur non facendo parte del “vertice” è alla stessa altezza dei sunno­minati anche ADRIANO TILGHER (il padre, Mario, lavora al “Roma” di Napoli al servizio interni), abitante in via dei giornalisti 6 o 8 (telefono 341548). Tilgher ha assunto l’incarico di Presidente Nazio­nale dell’Avanguardia dopo le dimissioni di Guido Paglia. È anch’egli soprattutto un buon esecutore d’ordini, ma non difetta neppure di qualità organizzative ed ideative. Instancabile, svolge quotidianamente una molo di lavoro impressionante. Attualmente, in seguito al noto mandato di cattura per falsa testimonianza circa l’istruttoria della strage di Milano, Delle Chiaie è sostituito al vertice da una specie di triumvirato del quale fanno parte Campo, Giorgi e Perri.

Elementi di sicura affidamento per l’apparato sono anche Roberto Palotto, Tonino Fiore, Saverio Ghiacci, Bruno Di Luia, Marco Marchetti, Saverio Savarino, Riccardo Minetti, Enzo Casale, Fabio Regoli, Carmine Palladino etc. In tutt’Italia, la struttura dell’Avanguardia rispecchia fedelmente i principi generali già elencati: agli attivisti di piazza, inquadrati ufficialmente, fanno riscontro i membri dell’apparato clandestino. Punto di forza è naturalmente la Calabria: in tutte e tre le province, l’Avanguardia ha raggiunto posizioni di indiscutibile autorità  riuscendo perfino a scalzare dalle piazze i missini (l’emorragia di giovani verso la linea dura dell’Avanguardia è incessante).

Responsabile delle due “strutture” in Calabria è il marchese Felice (Fefè) Zerbi di Reggio Calabria. Persona di grande prestigio, gode di incondizionate protezioni anche presso l’ambiente mafioso che in più di un’occasione è stato assai utile all’Avanguardia. In passato ha ricoperto l’incarico di “reggente” del Fronte Nazionale e in occasione della visita a Reggio di Borghese (ottobre 1969) dimostrò ampiamente lo sue capacità organizzative. Suoi strettissimi collaboratori sono Pino Barletta e Carmelo Dominici (attualmente in carcere). A Catanzaro, fiduciario risulta tale Totonno, un professore facilmente meglio identificabile in quanto già “reggente” anche lui del Fronte Nazionale.

La presenza dell’Avanguardia è particolarmente consistente anche nelle seguenti città: Messina, Catania, Bari, Taranto, Avellino, Napoli, Latina, Rieti, Grosseto (qui per l’apparato è responsabile tale Ciabatti, fedelissimo di Borghese), Massa (Piero Carmassi), Pistoia, Firenze, Perugia, Terni, Viareggio (e tutta la Versilia), La Spezia, Lucca, Siena (Pierfranco Di Giovanni), Ravenna (tale Alvaro), Bologna, Reggio Emilia (Paolo Pecoriello), Pavia, Trento (Cristiano De Eccher), Trieste, Padova, Novara, etc. Recentemente è stato costituito il gruppo di Avanguardia anche a Milano (responsabile tale Marco, un nobile molto amico di Flavio Campo). In poche settimane di attività, il gruppo ha già acquistato notevole forza e prestigio.

Il Colpo di Stato
A questo proposito il discorso va riallacciato alla nascita del “Fronte Nazionale” di Borghese. Per decisione di Delle Chiaie i rapporti tra i due ambienti si fecero sempre più stretti, tanto che spesso era l’Avanguardia, a camuffarsi da “Fronte” per svolgere azioni di una certa importanza. Borghese poté comunque contare sempre sulla dispo­nibilità dell’apparato. I primi discorsi sulla possibilità di effettuare un “golpe” con l’aiuto delle Forze Armate cominciarono a circolare tra i membri dell’apparato verso la fine del 1969. Si parlò sempre di scadenze brevi e di organizzazione perfetta (in poche ore era­no pronte -secondo i discorsi dei responsabili del Fronte- tutte le soluzioni per assicurare la continuità dell’apparato statale). I rapporti tra il Fronte e l’Avanguardia vennero curati da Borghese in persona e in sua assenza o indisponibilità dal maggiore Orlandini.
Per l’Avanguardia partecipavano alle riunioni Delle Chiaie, Campo e Perri. La prima data stabilita per agire doveva e sa ere compresa nel mese di giugno del 1970. Nel cantiere che l’impresa edilizia di Orlandini aveva nei presai della Buffalotta, le riunioni si intensificarono sempre più: vi partecipavano senza dubbio alti ufficiali e personaggi del mondo politico (testimonianze dirette); Orlandini e Adria­no Monti (membro del consiglio nazionale del PLI, medico, molto noto a Rieti) sostenevano che c’era un appoggio praticamente incondizionato anche da parte dei carabinieri, della, polizia e di stessi ambienti governativi. Tutto sembrava procedere senza intoppi di sorta e se non altro la coreografia che circondava i preparativi, pareva avva­lorare lai credibilità del discorso di fondo. La complicità all’interno del Ministero degli Interni era assicurata da un certo dottor Drago che sembrava essere uno dei più autorevoli «golpisti».

Si arrivò così alla famosa notte sul 4 dicembre quattro giorni prima di quella prestabilita per l’azione. Il 7 dicembre, Delle Chaie rifinì gli ultimi particolari. Divise i compiti e affidò a Flavio Campo i compiti dinamitardi, riservando a se stesso quelli riguardanti l’azione al Viminale. I membri fedelissimi dell’Avanguardia sarebbero stati convocati in sede per le 18 del 7 stesso. Dovevano essere circa una cinquantina e sarebbero stati informati dei loro compiti all’ultimo momento poiché soltanto pochissimi di loro facevano già parte dell’apparato clandestino. Ufficialmente essi dovevano restare a disposizione presso la sede dell’Avanguardia (via dell’Arco della Ciambella 6, ter­zo piano) perché i dirigenti avevano saputo che proprio quella notte i comunisti avrebbero dato l’assalto alla sezione. Contemporanea­mente tutti gli altri membri dell’apparato si sarebbero riuniti in una serie di appartamenti dislocati in varie zone della città. Ai romani (un centinaio) si aggiunsero un’altra cinquantina di elementi di varie città fatti affluire precipitosamente, nella capitale. E’ scontato che anche al di fuori di Roma i membri dell’apparato erano pronti ad intervenire: gli ordini prevedevano però il passaggio allo scoperto soltanto dopo una precisa comunicazio­ne proveniente da Roma e diramata solo nel caso in cui tutti gli obiettivi strategici fossero stati occupati secondo i piani pre­stabiliti.

Si seppe che oltre all’Avanguardia risultavano mobilitati per l’azione la stragrande maggioranza degli aderenti all’associazione paracadutisti (punto di raccolta la famosa palestra, di via Eleniana), il gruppo “Europa Civil­tà” diretto da Loris Facchinetti, Stefano Serpieri e Mauro Tappella, ed elementi del MSI raccolti intorno all’on. Giulio Caradonna (particolar alquanto stridente con quanto proclamato fin dal principio dai responsa­bili del “Fronte”, i quali avevano assicurato che in nessun caso i missini sarebbero stati resi partecipi del “colpo di stato”). All’ora prestabilita gli attivisti dell’Avanguardia si trovarono all’appuntamento fissato in sede, periodicamente, i dirigenti vennero informati degli sviluppi della situazione da altri membri dell’appa­rato. Alle 19,30, ad esempio, Giulio Crescenzi giunse in via dell’Arco della Ciambella per comunicare che il gruppo dell’Avanguardia guidato da Adriano Monti e da Alberto Mariantoni (responsabili delle due strutture del capoluogo) era già all’interno del Viminale pronto ad agire.
Alle 23, sempre il Crescenzi avvertiva che un secondo gruppo si tro­vava nel garage del Ministero degli Interni dove era stato armato da un maggiore della “Celere” di Centro Pretorio (non sarebbe diffici­le individuarlo perché si seppe che quel giorno era di turno). Insieme a quelli dell’Avanguardia (tutti appartenenti al gruppo del Quadraro e guidati da Roberto Palotto, Saverio Ghiacci e Carmine Palladino), c’erano comunque anche alcuni (tre o quattro) agenti di polizia che avevano naturalmente il compito di inquadrare gli attivisti. Particolare significativo; il maggiore fece un discorsetto di circostanza affermando che lui non era affatto fascista ma che comunque credeva in quello che stava facendo; concluse chiedendo la massima collaborazione e soprattutto l’esecuzione di qualsiasi ordine senza discussioni.

All’una la “doccia fredda”: dal quartier generale, dopo che tutti i giovani dell’Avanguardia, informati sul reale motivo della convoca­zione, si apprestavano a salire su un automezzo che sarebbe dovuto giun­gere nel giro di pochi minuti dal Viminale, giunse l’ordine di “fer­mare” tutto e di tornare a casa senza creare complicazioni. Si disse che l’ordine giungeva direttamente da Orlandini e quindi da Borghese.

Il maggiore si mostrò estremamente contrariato e iniziò a congedare quelli dell’Avanguardia che si trovavano nel garage del Viminale di­cendo: “Mi dispiace ragazzi, purtroppo è finita… è finita… gli ordini di Orlandini e Drago sono precisi… si sospende tutto e si torna a casa”. Fu a questo punto che Palotto e Ghiacci pensando ad una possibile e futura manovra “ad incastro” decisero di impadronir­si di alcune “machine-pistolen” e dei relativi proiettili. Queste armi –pensarono – fanno parte della dotazione del Ministero degli Interni. Se domani dovesse andarci male, potremo almeno, grazie a queste, andare fino in fondo a questa storia.

I membri più fedeli dell’apparato vengono convocati da Delle Chiaie che informa gli intervenuti circa le disposizioni alle quali ciascu­no dovrà attenersi in concomitanza con lo scoccare dell'”ora X”.
Secondo le decisioni del comandante Borghese, l’Avanguardia dovrà occuparsi di due obiettivi:
1) alcuni “commandos” avranno il compito di far saltare in aria tutto le strade che potrebbero permettere alle unità dell’esercito di stanza ad Anzio-Nettuno (al “Fronte” viene spiegato trattarsi di truppe corazzate fedelissime al presidente Saragat): di raggiungere Roma. I golpisti distribuiscono a questo proposito mappe e schizzi a membri dell’Avanguardia.
2) Il grosso dei membri dell’Avanguardia ufficiale e clandestina si dovrà invece occupare di occu­pare il Ministero degli Esteri. A loro verranno affiancati tecnici specializzati che subito dopo l’occupazione degli edifici, dovranno preoccuparsi di utilizzare, a seconda dogli ordini, la importantissima centrale di comunicazioni radio e telefoniche. A questo proposito viene fatto un discorso del genere: “agiremo servendoci di complicità interne. Con voi ci saranno anche parecchi carabinieri. Altri ne troverete dentro il ministero. Questi ultimi dovrebbero immediatamente unirsi a noi; nel caso in cui però ciò non avvenisse allora non bisognerà avere esitazioni: se necessario, dovrete usare le armi!”.

La seconda parte del “golpe” prevedeva poi questa ulteriore utilizzazione degli elementi di Delle Chiaie: “Dopo l’occupazione del Ministero degli Esteri, dovrete attendere fino all’alba del giorno appresso (l’azione naturalmente si sarebbe dovuta svolgere intorno alla mezzanotte). Vorrete infatti rimpiazzati da truppe rego­lari. Compiuto così la prima fase del colpo di Stato, sarete destina­ti ad un altro incarico di fiducia: insieme ad i carabinieri andrete a rastrellare nelle prime ore del mattino una serie di persone che viene ritenuto opportuno allontanare coattivamente da Roma por qualche tempo. Quelli del “Fronte” spiegarono trattarsi soprattutto di sindacalisti molto importanti la cui eventuale libertà d’azione avrebbe potuto provocare uno sciopero generale immediato che avrebbe fatalmente arrestato e forse compromesso l’esito dell’insurrezione delle forze armate. Que­ste persone dovevano essere caricate a bordo di autocarri dei carabinieri e della celere e scortate fino a Civitavecchia. Qui, al porto, sarebbero state messe a disposizione diverse navi che avrebbero poi accompagnato gli arrestati in due isole dell’arcipelago delle Eolie o Lipari.

Il fatto di essere subito estromessi da un punto-chiave quale il Ministero degli Esteri e naturalmente il timore che tutto il “golpe” potesse rivelarsi una trappola per stroncare l’estrema destra provocò non poche perplessità e perfino proteste. Tra l’altro si paventava il pericolo di un arresto in massa degli appartenenti all’Avanguardia all’uscita del Ministero: in questo modo, in un certo senso si poteva ripetere  quanto era avvenuto in Grecia dove, subito dopo il colpo di stato, i colonnelli avevano pensato bene di mettere in galera sia estremisti di destra che di sinistra. Le obiezioni trovarono quasi subito l’appoggio incondizionato di Delle Chiaie e di altri autorevoli responsabili del “vertice” d’apparato. Venne pertanto deciso di chiedere ufficialmente ai responsabili del “Fronte” di fare svolgere a quelli dell’Avanguardia un compito di maggiore responsabilità e che soprattutto potesse in pratica fornire quelle garanzie di sicurezza futura che stavano a cuore di tutti.
La proposta fu accettata quasi subito e a questo proposito va sotto­lineato come un appoggio autorevole alle richieste dell’Avanguardia venne dal dott. Drago il quale non mancò di ricordare gli indiscutibili meriti dei giovani guidati da Delle Chiaie nell’organizzazione di tutto il “pre-golpe”. Il 6 dicembre venne cosi deciso che l’Avanguardia avrebbe avuto il compito di occupare il Ministero degli Interni. Drago fornì Delle Chiaie ed al­tri di una pianta del Viminale. La mappa era fatta a mano ma appariva corrispondente alla realtà. Drago spiegò per filo e per segno le tappe dell’occupazione mostrando bene dove si trovava la centrale operativa del Ministero.

Aggiunse che la notte sull’8 dicembre sarebbe stato senz’altro necessario far uso del le armi in quanto le guardie ed i funzionari che orano all’interno della sala che ospitava la cen­trale radio non avrebbero aperto la porta se non di fronte a persone più che conosciute e soprattutto in possesso di precise credenziali. Venne garantito che i membri dell’Avanguardia sarebbero stati fatti entrare nel Ministero degli Interni grazie ad una serie di complicità sfuggendo ai frettolosi controlli delle guardie, le armi uscirono così dal Viminale.
Dopo una riunione convulsa svoltasi nel quartiere generale (installato nella sede del Fronte in viale XXI Aprile) si predisposero gli ultimi accorgimenti affinché la macchina del golpe si potesse arrestare senza provocare una serie di reazioni a catena contro i partecipanti all’azione. All’alba tutti gli attivisti convocati fecero così ritorno a casa con l’impegno di non fare parola con alcuno di quanto accaduto nel corso della notte. Nei giorni seguenti, naturalmente, si svolsero diverse riunioni per tentare di capire cosa avesse inceppato l’ingranaggio definito fino all’ultimo momento come “assolutamente perfetto”. Fu lo stesso comandante Borghese a spiegare che le difficoltà maggiori erano giunte nel corso dell’occupazione del Ministero della Difesa. “Qualcuno” infatti si era tirato indietro e non era stato più possibile procedere senza troppi rischi ed entrare nei palazzi di via XX settembre da dove, secondo quanto stabilito in precedenza, un altissimo ufficiale avrebbe rivolto un appello comunicato attraverso la radio.

Si seppe anche un altro particolare. Un ufficiale dei carabinieri, tale Pecorella, che doveva arrivare da fuori Roma accompagnato da quaranta militi, era giunto portando con sé soltanto sedici carabinieri. Per rimediare allora Orlandini e gli altri avevano proposto di armare e rivestire con l’uniforme alcuni attivisti. Pecorella si era però recisamente opposto a questa soluzione, minacciando di rinunciare ad entrare in azione. Poiché il suo obiettivo doveva essere proprio il Ministero della Difesa per l’occupazione del quale erano già sorte complicazioni delle quali si è detto, anche questo atto convinse i golpisti a rimandare l’operazione.
E’ chiaro (e borghese a questo proposito non volle aggiungere altro che vi furono comunque anche altri intoppi poiché non è certo giustificabile in questo modo l’arresto di un “colpo di stato”.

Fu proprio questa considerazione che contribuì a far sorgere i primi sospetti circa l’inattendibilità delle intenzioni “golpiste” di certi personaggi che circondavano Borghese, primo fra tutti il Drago. I sospetti divennero quasi certezza quando l’entourage dell’Avanguardia apprese che il Drago altri non era se non un fedelissimo del dottor Federico Umberto D’Amato, capo della sezione “Affari Riservati” del Ministero degli Interni.
Si rivelò comunque fondamentale la mossa del trafugamento delle armi e delle munizioni dal Viminale: fu infatti probabilmente grazie a quello stratagemma che l’ambiente dell’Avanguardia non subì alcun danno dall’azione poi intrapresa sia dalla polizia (Provenza, l’amico di D’Amato in testa) che dalla magistratura.
Nessuno del giro di Delle Chiaie finì in carcere e questo particolare confermò che evidentemente lo stesso D’Amato doveva aver ritenuto più prudente non colpire chi avrebbe potuto svelare sconcertanti retroscena dell’inchiesta contro il Fronte Nazionale.
Naturalmente il Drago cerco in tutti di farsi restituire le armi e le munizioni trafugate. Si mise in contatto più volte con Flavio Campo affermando che se le armi non fossero state restituite, il maggiore della “Celere” di Castro Pretorio avrebbe passato dei guai seri perché i mitra facevano parte di una dotazione numerata. Disse anche che non era possibile farne copia (particolare falso perché invece così fu poi fatto).
Tutte le sue preghiere non sortirono effetti di sorta e ancora oggi le armi sono in possesso del gruppo di Delle Chiaie, così come probabilmente anche altri documenti significativi riguardanti i preparativi del famoso “colpo di Stato”. Risulta che al corrente del golpe erano anche diversi altri ambienti. Fra questi quello che fa capo ai giornalisti Gianfranco Finaldi e Raffaello Della Bona (proprietari del Bagaglino). Fu proprio Finaldi, parlando con alcuni elementi dell’Avanguardia, a rivelare che si era trattato di una “azione provocatoria” organizzata dal Ministero degli Interni.

La gestione Maletti del Reparto D e la copertura accordata a Gelli nel Rapporto sul Golpe Borghese

Fu MALETTI, nel corso del dibattimento svoltosi a Catanzaro sui fatti di Piazza Fontana, che attestò che agli atti del Reparto D giaceva una relazione di GIANNETTINI che gli era stata consegnata da LABRUNA secondo cui Avanguardia Nazionale collaborava con I’ “Ufficio Affari Riservati” e fu sempre il generale che chiese al capitano, già suo dipendente, di riferire “il falso” alla Corte di Assise inducendolo a dichiarare di non ricordare dove il documento fosse stato riposto.
In tal guisa in quel contesto temporale MALETTI coprì e fece coprire anche il dato, di cui alla Relazione, nonché sviluppato in un Appunto ad hoc allegato e poi sparito, secondo cui il TORRISI – ufficiale di marina candidato ad assumere la carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa poi affettivamente ricoperta – aveva anch’egli partecipato alle riunioni segrete tenutesi per la preparazione del GOLPE assieme al dr. DRAGO, medico presso Ministero dell’Interno nonché ai vertici di Avanguardia Nazionale (cfr. in fasc. “DRAGO Salvatore” di cui al carteggio acquisito presso il SISDE relativo agli atti trasmessi dalla Divisione AA.RR). Proprio GIANNETTINI, nel corso dei colloqui con LABRUNA articolatisi dal “settembre 1972”, aveva riferito a questi del ruolo di TORRISI. E’ stato LABRUNA a riportare queste circostanze in verbali poi trasmessi anche al G.l. di Milano che ebbe a risentire più volte il capitano predetto anche su tale specifico punto. Sempre secondo le dichiarazioni del capitano, il generale MALETTI, in ordine sempre agli accertamenti sul GOLPE BORGHESE, atipicamente incaricò dello sviluppo degli stessi il “solo ROMAGNOLI” all’epoca Capo della III Sezione Polizia Militare “subito dopo l’incontro … con il Ministro della Difesa ANDREOTTI” allorché furono fatti ascoltare al predetto i nastri e consegnata la “trascrizione fatta dal NOD delle conversazioni registrate a Lugano presso l’ORLANDINI”.

Su questo punto il VIEZZER (dep. 18.7.88), quanto all’incontro tra ANDREOTTI, MALETTI e personalità militari quali i Comandanti Generali, aveva già riferito che il Ministro aveva suggerito di espungere alcuni nominativi pur citati, tra cui quello di GELLI, che poi MALETTI provvide a eliminare onde non furono denunciati il generale NARDELLA, il generale DEL VECCHIO nonché lo stesso Licio GELLI.

In particolare sul generale NARDELLA, ha riferito significativamente l’ex Capo del MAR Carlo FUMAGALLI (cfr. dep. 30.9.96 f. 13234) il quale ha ricordato come fu lo stesso alto ufficiale, agli inizi del 74, a formulargli esplicita richiesta di fare evadere Amos SPIAZZI “dal carcere dov’era all’epoca ristretto… lo stesso NARDELLA poi mi disse che non se ne faceva niente perché lo SPIAZZI aveva riferito che sarebbe uscito dal portone principale”. Sia pure indirettamente vi è in atti il riscontro di contatti avuti da GELLI con i partecipanti al GOLPE: all’esito della perquisizione disposta nel domicilio di VIEZZER è stata sequestrata il 28.10.88 dalla DIGOS di Venezia una cartella gialla, titolata “materiale relativo al processo” (pendente all’epoca a carico di VIEZZER e istruito dall’A.G. di Roma) ove, in fogli vergati a mò di memoria difensiva (f.58) dal predetto, si legge del contenuto di una conversazione tra VIEZZER e GELLI intercorsa sul Golpe BORGHESE a Villa Wanda ad Arezzo: “mi disse che aveva avuto contatti con due Ufficiali in pensione, uno di quelli si chiamava DEL VECCHIO e che, sentite le loro fantasie, li aveva messi in guardia contro quel fanfarone di ORLANDINI che pure aveva incontrato e che aveva subito giudicato come tale”.

VIVIANI, all’epoca Capo della II Sezione, ha ricordato che nei novembre 1973 erano stati espletati accertamenti in direzione di GELLI “sia in sede di Archivio di Reparto che in Archivio di Sezione” e che erano stati attivati anche i Centri CS sempre in ambito Reparto D, raccontando che “dopo la reazione di GELLI evidentemente formulata indirettamente in direzione di MICELI, vi fu un curioso ed improvviso invito a cena, il primo, da parte del Ministro della Difesa … al generale MALETTI. La mattina successiva, siamo ai primi di dicembre 1973, il MALETTI mi parlò in termini entusiastici del suo ospite. La settimana successiva MALETTI mi disse di essere stato ancora invitato a cena dal Ministro della Difesa: siamo a metà dicembre”. Rileva che il periodo degli incontri è collocabile a poche settimane dalla caduta di ARGO 16.
Sui contatti con MALETTI ANDREOTTI ha ricordato: “..lui mi chiese di venire, io credo me l’abbia chiesto nelle vie formali, proprio, di venire il Generale, allora non so se era Colonnello ancora o Generale, non lo so questo, forse Colonnello; ma mi chiese di venire per un… si mise a rapporto e mi chiese di venire e mi spiegò che, nel corso dell’indagine che lui aveva coordinato, per quello che era stato il Golpe del 70, era venuto fuori il nome del generale MICELI, cioè del suo Capo, per un contatto col Principe Borghese e quindi lui si trovava in un grandissimo imbarazzo e io dissi con molta precisione “lei riferisca al generale MICELI. Ove il generale MICELI non prendesse delle iniziative allora io mi riserbo di intervenire”. Ma invece il generale MICELI mi portò lui il Rapporto che aveva ricevuto dal generale MALETTI e poi lo vedemmo insieme, nella riunione collegiale di cui abbiamo già parlato. Quindi il rapporto con MALETTI fu questo rapporto, direi, molto semplice. Poi, il seguito di questo fu tutta la vicenda della denuncia e poi del processo del Golpe del 70” (int. 15 maggio 1996). VIVIANI ha collegato indi l’inizio delle ostilità nei suoi confronti da parte del generale MALETTI parlando di “manovra destabilizzante” in relazione al fatto che “all’esito degli incontri tra ii generale MALETTI ed ii Ministro delia Difesa ANDREOTTI” la attività di accertamento a carico di GELLI “cessò, almeno al livello di controspionaggio” spiegando che “dai centri dipendenti, Centri CS, non affluirono più gli aggiornamenti sui sospetti” in direzione del GELLI.

MALETTI dunque come bloccò le articolazioni da lui dipendenti a livello Sicurezza interna e Controspionaggio, 1A e 2A Sezione, così censurò il nominativo di GELLI dal Rapporto sul GOLPE BORGHESE e dei già citati Generali legati allo stesso. Sull’elisione del nominativo del GELLI LABRUNA ha tentennato pur a fronte delle contestazioni di cui al verbale VIEZZER secondo cui era stato proprio lui a raccontare al segretario di MALETTI l’episodio della eliminazione del nominativo di GELLI ascrivibile alle raccomandazioni di ANDREOTTI. La circostanza ha trovato comunque riscontri.

Il GENOVESI, narrando delle fasi precedenti l’incontro con il Ministro della Difesa e con le altre autorità militari quanto agli accertamenti sul GOLPE, ha ricordato: “la lettura del Rapporto a Palazzo BARACCHINI avvenne in presenza mia, del col. MARZOLLO, del t. col. Agostino D’ORSI Capo del CS1, io Capo della 1A Sezione. La riunione era presieduta dal generale MICELI al cui fianco sedeva MALETTI che fu invitato da MICELI a leggere il malloppone. All’esito della lettura MICELI disse che bisognava inviare l’incarto in visione al Ministro e chiese a ciascuno di noi un parere MARZOLLO disse che l’incarto doveva essere mandato così com’era all’A.G. lo eccepii che non ci dovevano essere palleggiamenti interni: Ministro, Capo di Stato Maggiore Difesa. Il carteggio doveva andare direttamente e integralmente all’A.G. … lo ricordo che durante la lettura fu fatto riferimento esplicito alla MASSONERIA che aveva sovvenzionato il GOLPE. Fu letto il nome di Licio GELLI” (int. 5.10.95).

Il Senatore ANDREOTTI, come tra poco emergerà, ha negato di aver suggerito l’eliminazione dal Rapporto del nominativo di GELLI e di altri ma ha confermato di aver raccomandato in quella sede di eliminare dati, relativi a persone, non riscontrabili. In realtà, vista la prevalenza dei dati relativi ad una ponderata valutazione dell’esigenza di non far emergere all’esterno, all’A.G., il ruolo di GELLI, già emerso ai vari livelli del SID sia in relazione a fatti eversivi interni che a collegamenti con servizi stranieri, è indubitabile che, per gli addetti ai lavori e per il vertice politico dell’epoca, GELLI rivestisse una eccezionale valenza.

Il col. MANNUCCI BENINCASA (3.4.96 f. 11070) ha ricordato, quanto alla nascita di un rapporto diretto MALETTI – ANDREOTTI, che fu il VIEZZER a riferirgli, prima della deflagrazione del caso GIANNETTINI, che “erano” già riusciti a stabilire, a procurare “il giusto contatto” e “che se ne sarebbero visti i frutti” collocando il colloquio nella prima metà del 1974. Contestualmente ha addotto che effettivamente il nominativo de! GELLI come persona implicata nel GOLPE BORGHESE “scomparve dall’insieme dei nomi coinvolti nel GOLPE”, informazione che mediò dal GENOVESI, e che fu il Cap. LABRUNA, dopo il 1974, a riferirgli a Roma “in Centrale che il cosiddetto malloppone divenne malloppino per intervento di ANDREOTTI sul MALETTI”.

Al Senatore ANDREOTTI sono state lette anche le dichiarazioni del MANNUCCI predetto (cfr. int. 15 maggio 1996, f. 26):
R. Confermo in maniera assoluta che quello riguardava solo militari, fra l’altro, cioè riguardava dei militari, perché dissi: “non è giusto esporre dei militari”, perché non c’erano nomi civili, né GELLI né altri, che richiedevano cose di questo genere, il nome di GELLI non c’era, specialmente dopo tutto quelle che e venuto fuori me lo sarei ricordato, quindi…
D. Ma lo esclude in maniera radicale o non se lo ricorda?
R. No, no, beh, lo escludo in maniera radicale perché mi avrebbe colpito; è vero che, insomma, in quel momento ancora, forse, le polemiche sul GELLI erano minori, però, sapendo che il GELLI, almeno come Direttore della Permaflex, chi era, mi avrebbe colpito questo nome se fosse stato, non c’era nelle…
D.Veniamo, alla elisione di una cosa che ha una maggiore valenza e cioè degli elementi di…
R. Del resto forse qualcuno, non so se adesso siano ancora viventi, ma qualcuno di questi dello Stato Maggiore, cioè che fecero poi questa revisione per guardare, forse esiste ancora e può essere sentito.
D. Si, però sono coinvolti in maniera tale da non essere attendibili.
R. Beh, non lo so.
D. Se non addirittura inquisiti.

Anche sull’elisione del nome di GELLI ha indagato la Procura della Repubblica di Roma che ha recepito atti inviati dalla A.G. di Milano che a sua volta aveva da questo Ufficio ricevuto alcuni atti, estrapolati in copia dai presente procedimento, sviluppandoli. L’A.G. di Roma da quella di Milano ha altresì ricevuto anche le bobine di registrazione impiegate da LABRUNA nel corso dei contatti intercorsi con Remo ORLANDINI.

Sentenza ordinanza Argo 16 – pag 200-203

Antonio Labruna – dichiarazioni 09.10.1992

E’ comparso il testimone seguente cui rammentiamo anzitutto, a mente dell’ articolo 357 cpp, l’ obbligo di dire tutta la verita’ e nulla altro che la verita’ e le pene stabilite contro i colpevoli di falsa testimonianza.

Prendo atto che vengo sentito al fine di approfondire una mia dichiarazione resa al GI di Milano il 07.07.92 relativamente ad una proposta fattami dal Benincasa e dal D’Ovidio. Effettivamente su proposta di Maletti il Benincasa ed il D’Ovidio mi fecero un discorso relativo ad un atto di provocazione. Intendevano dare fuoco alla 500 di Lazagna, a Bobbio e farvi trovare nell’ autovettura incendiata dei documenti evidentemente compromettenti per il Lazagna stesso. Ripeto che l’ iniziativa era del Maletti ed i due si rivolsero a me, dietro indicazione del Maletti per trattarne l’aspetto operativo. Naturalmente rifiutai di partecipare a questa operazione che non rientrava nei compiti del Nod.

Adr: e’ certo che il Mannucci Benincasa era strettamente legato al Maletti anche perche’ – come mi era stato detto – suo padre aveva militato in Africa alle dipendenze del padre di Maletti. Circa la carriera del Mannucci so che questi occupo’ una posizione in sottordine presso il centro cs di Padova fino a quando non fu nominato capocentro a Firenze in sostituzione del colonnello Viezzer, che venne a Roma ad occupare il posto di capo della segreteria del reparto D.
A questo punto desidero fornire spontaneamente alcune precisazioni in merito alla mia iscrizione alla loggia P2. Fu il Viezzer a propormi l’ iscrizione ed il Maletti mi disse di accettare in quanto cosi’ avrei potuto conoscere quell’ ambiente. Naturalmente a quel tempo non si sapeva nulla sulla loggia P2; non sapevo che il Maletti appartenesse a tale loggia, ne’ sapevo che ne facesse parte anche il D’Ovidio. Viezzer dunque, avuto il mio consenso ad associarmi, mi condusse a Roma, all’ albergo Excelsior dove sottoscrissi il documento di iscrizione alla presenza di Gelli. Non c’ erano altre persone. Successivamente la mia iscrizione venne formalizzata alla presenza del gran maestro Salvini Lino e del Gelli. Di cio’ ho gia’ parlato a suo tempo al dr Sica.

Adr: non so se il Mannucci fosse iscritto alla massoneria, ne’ so se avesse legami con Gelli.

Adr: come ho gia’ detto in altre mie dichiarazioni, nell’ ambito della mia indagine sul golpe Borghese presi contatto col maresciallo Rossi di Pistoia e con l’ avvocato degli innocenti. Insieme a me c’ era l’ allora colonnello Romagnoli. In quell’ occasione appresi, fra l’ altro, che il colonnello santoni – allora capitano – aveva richiesto al Rossi un’ informativa sul Gelli, che l’ aveva richiesta con urgenza, ma che poi non si era piu’ curato di farsela consegnare. Cio’ e’ quello che mi ha detto il Rossi, il quale visto che il Santoni sembrava non avere piu’ bisogno di quel documento lo diede a me. Io e Romagnoli consegnammo il predetto documento al Viezzer.

Adr: ricordo chiaramente che il maresciallo Rossi ci disse che aveva chiamato santoni per telefono dicendogli che l’ appunto era pronto e che questi gli aveva risposto che non aveva piu’ tanta fretta.

Adr: fra le altre cose dall’ avvocato Degli Innocenti appresi che il Gelli frequentava il centro CS di Firenze. Spontaneamente ora dico che nel 1973 il mio nome e’ stato bruciato in quanto comparve sulla rivista OP di Pecorelli. Dal 1973 Pecorelli mi ha costantemente attaccato sino alla sua morte, anzi fino a quattro o cinque mesi prima, quando mi fu presentato al palazzo di Giustizia di Roma dall’ avvocato Antetomaso. Ricordo che il Pecorelli in quella circostanza mi disse che avrebbe potuto aiutarmi nel procedimento pendente a mio carico a Catanzaro. Come ho detto sono stato “bruciato” nel 1973 e dal 1976 ho cessato il mio rapporto con il servizio. Gia’ al tempo del mio arresto, comunque, ero stato sospeso.

Adr: nella mia indagine sul golpe Borghese ho raccolto informazioni da diverse fonti, fra queste Paglia Guido il quale mi venne indicato dal generale Maletti come persona che aveva bisogno del mio aiuto in una serie di accertamenti riguardanti il genero di Monti. Preso contatto col Paglia in realta’ non ebbi il tempo di fare quanto richiestomi dal Maletti, ma appresi dal Paglia stesso delle informazioni su Avanguardia Nazionale e in particolare sul coinvolgimento di tale organizzazione nel golpe Borghese. Le informazioni del Paglia si riferivano soprattutto alla notte della madonna. Inoltre il Paglia mi consegno’ una sua relazione su AN.
Inoltre mi mise in contatto con Delle Chiaie tramite Giorgi Maurizio che mi accompagno’ a Barcellona. A Barcellona trascorsi due giorni con Delle Chiaie e feci una relazione su questo incontro che aveva come scopo quello di raccogliere elementi sul golpe Borghese. Chiestomi che cosa sappia della cosiddetta provocazione di camerino dico che chi comandava la compagnia dei carabinieri di camerino era l’ allora capitano D’Ovidio. Chiestomi per quali ragioni Delle Chiaie mi accusi dei fatti di camerino dico che lo fa per gli stessi motivi per i quali smentisce la relazione di Paglia su AN.
Inoltre il Delle Chiaie continua a formulare delle accuse contro di me tanto che a Venezia pende a mio carico un processo per calunnia intentato da Delle Chiaie.

Adr: altre fonti circa il golpe Borghese li acquisii nelle seguenti occasioni. Ora non ricordo se nel 1972 o nel 1973 ricevetti l’incarico di prelevare un carico di armi da una nave che si trovava nei pressi della costa sarda in acque extraterritoriali. Dovevo portare tali armi a Capo Teulada. A dirigere questa operazione era il generale Viviani. L’ operazione non ebbe seguito poiche’ la nave in questione fu intercettata da sottomarini inglesi e israeliani costringendo il comandante a gettare il carico in mare. Questo episodio venne anche riferito dalla televisione. Nel contesto di questa attivita’ conobbi comunque l’ armatore napoletano che apparteneva alla societa’ di navigazione della nave suddetta.
Questo armatore, del quale ora non ricordo il nome, appariva molto preoccupato del fatto che potessero nuovamente verificarsi iniziative golpiste analoghe a quelle del 1970 cui egli stesso aveva partecipato mettendo le proprie navi a disposizione per il trasporto degli internati. Questo armatore mi disse che poteva mettermi in contatto con tale Orlandini. Autorizzato dal Maletti incontrai piu’ volte l’Orlandini, che mi racconto’ molte cose sul golpe Borghese.
Mi presentai col mio nome come dipendente del servizio e, senza che l’ Orlandini se ne accorgesse, registrai tutte le conversazioni. Nel frattempo, come ho gia’ prima accennato, avevo preso contatto con l’ avvocato degli innocenti – uomo dell’ Orlandini – nonche’ con tale Nicoli Torquato.

Adr: le mie fonti furono dunque l’ Orlandini, il Nicoli, il Degli Innocenti e le relazioni del Paglia e del Giannettini. Il Delle Chiaie, invece, non volle parlarmi del golpe. (…)

Adr: circa corsi speciali organizzati dal servizio in Sardegna ricordo che gia’ all’ epoca dei fatti – cioe’ prima che mergesse la questione Gladio – sapevo che il D’Ovidio, il Romagnoli e l’Esposito avevano frequentato un corso in Sardegna presso una base ove avevano notato un biliardo, dono di Andreotti, nonche’ un registro dei visitatori.

Adr: sentito in merito ai miei rapporti con Fachini Massimiliano, ricordo che un mio brigadiere, tale Pasin, Padovano, recatosi a Padova per un permesso, al suo ritorno mi segnalo’ il nominativo di Fachini come eventuale fonte di notizie. Il Pasin aveva un parente nella destra Padovana o forse un amico ed è per questo che conosceva il nominativo del Fachini. Convocai quest’ ultimo a Roma e gli fissai un incontro – che effettivamente ebbe luogo – in una via cittadina. Questo incontro non fu molto importante – fu un primo contatto – ed in pratica il Fachini non mi disse nulla. Incontrai il Fachini una seconda volta a Roma, alla stazione termini ove mi ero recato, insieme al Giannettini, per incontrare tale Zanella, cioe’ il Pozzan. Questi giunse accompagnato appunto dal Fachini. Credo che Giannettini conoscesse gia’ il Fachini. Io mi ero recato a questo appuntamento su incarico del generale Maletti e ritenevo che questo Zanella potesse essere utilizzato come fonte sull’ estremismo di destra. Il Fachini se ne ando’ da solo ed io condussi il Pozzan negli uffici di via Sicilia assieme al Giannettini incontrai una terza volta Fachini a Milano. Ero col generale Maletti e con un giornalista al Biffi e mi stavo recando dal giudice d’ ambrosio che mi aveva convocato per l’ indomani. Vidi il Fachini da lontano, mi fece cenno di avvicinarmi, cosa che feci. Il Fachini sapeva della mia convocazione presso il giudice in quanto l’ unica cosa che mi disse fu chiedermi di non dire a D’Ambrosio che lo conoscevo. Poiche’ il Fachini per me era un personaggio del tutto privo di importanza effettivamente non ne parlai al D’Ambrosio. Io mantenni questa versione sulla non conoscenza del Fachini anche durante il dibattimento di Catanzaro su indicazione scritta da Maletti.

Adr: col Fachini ho avuto dunque soltanto i tre incontri di cui ho parlato.

Adr: ritengo che il Maletti disponesse di informazioni sul Fachini ulteriori rispetto a quelle conseguenti ai miei contatti con quest’ultimo. E’ una conseguenza logica della disposizione impartitami e dei fatti successivi di cui sono venuto a conoscenza. Tali notizie il generale Maletti poteva averle raccolte o tramite i centri CS da lui dipendente o tramite un colonnello e un sottufficiale del reparto D, che dipendevano direttamente dal Maletti ed i cui nomi ora non ricordo. Credo di avere indicato i nomi di costoro in una memoria che le faro’ avere.

Adr: le mie attivita’ si conclusero nel 1973, allorquando il mio nome comparve su op. L’ indagine sul golpe Borghese passo’ al colonnello Romagnoli.

Adr: ricordo un incontro che ebbi con Degli Innocenti e Orlandini in una villa ove sopraggiunse anche il generale Ricci. Parlavano di golpe, di armi e il Degli Innocenti tendeva a smorzare gli entusiasmi. Agli occhi di Ricci potevo essere un probabile alleato.

Adr: ritornando alla posizione di Delle Chiaie ripeto cio’ che ho detto piu’ volte, cioe’ affermo formalmente che era un agente dell’Ufficio Affari Riservati. Non sono il solo a dirlo. Lo afferma anche il Paglia nella sua relazione, il Giannettini in una sua relazione, l’ Orlandini nelle registrazioni che ho consegnato al GI di Milano.

Lo diceva anche il Nicoli probabilmente anche nelle registrazioni. ­