“E il loro duce fa la spiegazione – colloquio con Clemente Graziani” – L’Espresso 01.12.1974

Roma. Clemente Graziani, capo riconosciuto di Ordine Nuovo, accetta di parlare: non con i magistrati che l’inseguono con gli ordini di cattura ma con i giornali. Il primo contatto telefonico avviene pochi giorni dopo la strage di Brescia: il cronista ha qualcosa da chiedere al dirigente del gruppo al quale, direttamente o indirettamente, si fa risalire la responsabilità dei più gravi attentati di questi ultimi anni? Certo: sarebbe interessante conoscere i rapporti di ON con la destra parlamentare e con alcuni corpi separati dello Stato, sapere quali stati e quali regimi mantengono rapporti amichevoli e danno rifugio ai latitanti dei gruppi neonazisti… Un anonimo militante di Ordine Nuovo raccoglie al telefono le domande, e dopo alcune settimane fa arrivare al giornale le risposte di Graziani. Eccone i passi principali, un’abile autodifesa, con molte omissioni, qualche sconfessione e la minaccia appena velata di rivelazioni, forse l’inizio di un “jeu de massacre” all’interno della destra eversiva.
D. Perché Rauti e la vecchia direzione del centro studi “Ordine Nuovo” sono rientrati nel MSI?
R. Nel novembre 1969, all’epoca del rientro di Rauti e di altri dirigenti di Ordine Nuovo nel MSI, il lavoro ideologico e dottrinale che da anni il Centro Studi andava elaborando era ormai concluso. Si poneva quindi il problema di tradurre in termini di lotta politica principi, idee, strategie messe a punto partendo da un’analisi critica del fascismo e del nazionalsocialismo. Come è noto, Rauti ed altri esponenti del Centro Studi hanno ritenuto di risolvere il problema entrando o rientrando nel MSI. Io ed altri camerati abbiamo invece deciso (con maggiore coerenza, crediamo) di dar vita ad una formazione politica rivoluzionaria ed extraparlamentare, quale è stato, appunto, il Movimento Politico Ordine Nuovo”.
D. Come valuta il fatto che Rauti sia rientrato nel MSI?
R. A cinque anni di stanza da questo infausto avvenimento credo sia possibile tirare un bilancio sull'”operazione rientro”. Questa operazione poteva avere soltanto una giustificazione: quella relativa alla necessità di effettuare una battaglia ordinovista anche all’interno del partito. Ma questa battaglia ordinovista non è stata affatto combattuta da Rauti e dai suoi seguaci. Ed era fatale che così fosse, era fatale che il partito fagocitasse questi sprovveduti ordinovisti. Questa fine indecorosa noi l’avevamo largamente prevista e i fatti oggi ci dicono che si è trattato di una previsione fin troppo facile. Per queste ed altre considerazioni, dunque, il rientro di Rauti nel MSI non può che essere valutato negativamente. D’altra parte è pur vero che Rauti, a seguito di circostanze straordinarie ed irripetibili, è diventato deputato. E quale deputato aveva la possibilità e il dovere di dare un saggio di come un nazional rivoluzionario può stare in un’assemblea democratica, Farinacci e José Antonio erano modelli da imitare. Questo Rauti non l’ha fatto. Per uno come lui, che ha teorizzato per anni l’abbattimento dello stato borghese, un siffatto atteggiamento è perlomeno singolare.
Per noi, dunque, Rauti è un uomo politico ormai integrato nel sistema e voi democratici dovreste esser lieti di questa sua “borghesizzazione” e dovreste smetterla di attaccarlo. Giacché se per noi è una perdita, per voi è senz’altro un acquisto. Teneteveli cari, lui e il suo capo, Almirante. In una “democrazia corretta” potrebbero entrambi tornarvi utili: sono uomini intelligenti. E lei sa come me quanto sia arduo rintracciare un qualche barlume d’intelligenza presso gli uomini politici italiani!
D. Nell’inverno ’70-71 Rauti fu aggredito e violentemente picchiato. Allora si disse da elementi di sinistra. Ma poi ha preso piede l’ipotesi che i responsabili dell’aggressione siano stati elementi di Ordine Nuovo, dissidenti. Cosa può dirci in proposito?
R. Anche io sono venuto a conoscenza di “voci” che indicavano che indicavano elementi di “Ordine Nuovo” quali responsabili dell’aggressione, voci che potrebbero avere qualche fondamento. Per quanto mi riguarda, sono assolutamente estraneo all’episodio. Se avessi avuto qualcosa da regolare con Rauti sul piano dello scontro fisico l’avrei regolata personalmente, viso a viso, e non attraverso un mandatario che sguscia, protetto dalle tenebre, da dietro un muro con un martello in mano. Tutto ciò non rientra nel mio stile di comportamento.
D. Resta aperto il capitolo dei rapporti di Ordine Nuovo con determinati settori  delle forze armate e con i servizi di spionaggio. Parliamo degli episodi più noti: nel 1964 il Sifar segnala che Graziani e Rauti sono in Portogallo “per trattare con la PIDE la costituzione dei centri informativi in Roma e in altre città italiane” e “la definizione d’un piano diretto a facilitare l’acquisto di armi in Italia per conto di quel paese)”: nel 1969 si svolge la visita di Rauti e Giannettini (anch’egli militante di ON, oltre che informatore del SID) a Coblenza, nelle installazioni militari tedesche…
R. Il viaggio a Lisbona con Rauti e i presunti contatti con la PIDE non ci sono mai stati. Naturalmente, a questo punto penserete che io voglia a tutti i costi tenere nascosti certi aspetti della mia attività “illegale”. Non è così. Dall’alto dei miei 5 o 6 mandati di cattura non ho più di queste preoccupazioni. Ed è per tali ragioni oggi non ho difficoltà a “confessare” di avere intavolato trattative con fabbriche italiane e straniere per una grossa fornitura di armi dell’OAS, organizzazione di cui ho fatto parte. Probabilmente, è trapelata qualche indiscrezione su questa operazione e da questa indiscrezione può essere nata la favola del mio viaggio a Lisbona con Rauti; persona, peraltro, notoriamente aliena dall’occuparsi di certi aspetti dell’attività rivoluzionaria… Quanto al viaggio di Rauti e Giannettini a Coblenza, si tratta di “normale attività professionale”: insieme con loro, “ci saranno stati a Coblenza altri giornalisti invitati dallo stato maggiore tedesco…”. I rapporti con il servizio segreto? Dei rivoluzionari seri, quali noi crediamo di essere, non amano stringere rapporti con certi ambienti… Lasciamo volentieri queste iniziative agli uomini politici dei partiti borghesi.
D. Da alcuni anni a questa parte si dà come imminente un’iniziativa golpista, il cui scopo finale sarebbe quello di spingere le forze armate ad intervenire, per instaurare un regime autoritario, di stampo gollista. Qual è il ruolo di Ordine Nuovo nella complessa geografia eversiva?
R. E’ effettivamente in atto, in Italia, un’azione eversiva condotta da certi ambienti della destra conservatrice, massonica e patriottarda. La documentazione che stiamo raccogliendo su questa operazione, credetemi, è sconvolgente, e mette a nudo responsabilità di uomini politici dello schieramento democratico, insospettati e insospettabili. Presto faremo pagare a costoro tutto, compreso lo scherzetto di Ordine Nero: un’operazione di bonifica che noi possiamo portare in porto prima e meglio di Santillo. I golpisti? Un ambiente ingenuo e folcloristico, col quale, per nostre necessità informative, abbiamo avuto contatti, restando costernati nel constatarne l’assoluta mancanza di qualsiasi logica politica… Così stando le cose, era inevitabile che questi sempliciotti cadessero prima o poi nelle mani dei “servizi” e venissero strumentalizzati ai fini dell’instaurazione di una dittatura clerico-marxista… Soluzioni tipo golpe, blocco d’ordine, repubblica presidenziale sono considerati dal movimento Ordine Nuovo come eventi controrivoluzionari, vere e proprie autocompensazioni delle contraddizioni in atto nello Stato e nella società democratica e borghese. Ciononostante, noi dobbiamo ancora difenderci, anche sul piano giudiziario, dall’accusa di golpismo e di connivenza con i vari Porta Casucci e Fumagalli…
D. E Ordine Nero, le stragi, i messaggi inviati in tutta Italia con questa firma?
R. Hanno inventato una nuova sigla per poterci addossare fatti criminosi cui siamo totalmente estranei. Di qui la persecuzione e la repressione dirette quasi esclusivamente contro di noi”.
D. Ora che in Portogallo e in Grecia è stata restaurata la democrazia, quali sono i riferimenti geografici e politici di Ordine Nuovo? In quali paesi è più facile la penetrazione del movimento?
R. Direi che la Libia e l’Argentina costituiscono oggi il riferimento geopolitico di cui abbiamo bisogno. La Grecia e il Portogallo, invece, non lo sono mai stati. Circa i paesi dove la penetrazione di Ordine Nuovo è più facile, sono quelli nei quali l’involuzione della società borghese e democratica è in fase avanzata. Per esempio l’Italia e la Francia.

Andrea Brogi – dichiarazioni 02.03.1976

Sono al corrente del fatto che in pratica a finanziare il gruppetto dei giovani con i quali ho avuto contatto ad Arezzo era l’ avvocato Ghinelli Oreste.
In fatti il finanziamento ufficiale del partito, essendo in proporzione ai pochi iscritti della federazione aretina, bastavano a malapena a coprire le spese della sede. Sentii anch’ io il Cauchi dire che Rossi faceva parte della “Rosa dei venti” ma questa cosa per chi conosca il Cauchi come lo conosco io non significa niente perche’ era solito fare sparate di questo tipo.

Quanto alla identita’ Ordine Nero – Ordine Nuovo posso dire questo. Ordine Nuovo era costituito da due gruppi tra loro separati un primo gruppo detto (A) costituito da gente autorevole e di una certa eta’ e da un secondo gruppo detto (B) formato da giovani che aveva compiti di piazza e di attivismo allo scoperto.
Questi gruppi (A) avevano il compito di agire dietro le quinte. Infatti erano persone di un certo livello occupati con mansioni dirigenziali nelle aziende. Sciolto Ordine Nuovo fu a tutti noi chiaro che avrebbero continuato ad agire i gruppi A. Noi infatti eravamo tutti noti e non potevamo muoverci in alcun modo. Appena vennero fuori i primi attentati Ordine Nero si penso’ subito all’ azione dei gruppi (A) . Il fatto poi che molti indiziati appartengano ad Avanguardia Nazionale non deve sorprendere, poiche’ dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo, essendo evidente che Avanguardia aveva i giorni contatti, vi fu un avvicinamento tra le due organizzazioni. Questo puo’ aver portato ad agire sotto l’ etichetta di Ordine Nero persone appartenenti ad entrambe le organizzazioni. Anzi ritengo che i massimi dirigenti di Avanguardia non ne potessero essere al corrente.

La stessa organizzazione di avanguardia non permetteva un controllo penetrante come avviene invece per Ordine Nuovo. Comunque Batani, che teneva i contatti con i dirigenti ordinovisti, diceva di agire per ordine di Graziani Lello. La prima volta in cui ho sentito nominare Ordine Nero e’ stato dopo Moiano. Peraltro poiche’ io ero un attivista non potevo mai essere posto al corrente dell’ effettiva esistenza di una cellula clandestina, appunto perche’ ero conosciuto.

– E’ vero che presso la questura di Arezzo c’ erano delle protezioni. Avevo sentito dire che qualcuno avvertiva quando c’ era qualcosa in giro. Non conosco per altro l’ identita’ di questa persona.

– Gli ordini al gruppetto aretino venivano direttamente da Castori Euro. Arezzo era praticamente una succursale di Perugia.

Letto confermato e sottoscritto­

Lamberto Lamberti – dichiarazioni 07.05.1985

Intendo rispondere.

Adr: nel 1973 dal giudice Occorsio ebbi una comunicazione giudiziaria per il processo di Ordine Nuovo a Roma. La comunicazione rimase tale e dopo non e’ venuto altro contro di me. Io pero’ la considerai strana perche’ non ho mai fatto parte di ON. Di ON conoscevo soltanto Tomei Mauro.
Dal 1951 sono stato iscritto al Msi negli anni 1971 – 1972 soltanto per ragioni elettorali il partito creo’ i volontari nazionali che avevano compiti di propaganda come attaccare i manifesti oppure di presenza ai comizi e servivano anche a tenere a freno i giovani facili a trovarsi coinvolti in aggressioni e provocazioni. I volontari nazionali servivano anche per la protezione fisica dei piu’ esposti che venivano accompagnati a casa. Non va scordato che in quegli anni i movimenti extra parlamentari di sinistra sono nati proprio a Pisa e agivano per impedire ogni possibilita’ di manifestazione alla destra. Quindi era impossibile sottarsi a scontri violenti e c’ era la necessita’ di conquistarsi uno spazio politico. Io fui segretario dei volontari nazionali e venivo chiamato capo dei volontari. Non nascondo che mi feci una nomea perche’ contro la volonta’ dei dirigenti di partito ho fatto anche qualche rappresaglia contro chi mi minacciava.
Finita la campagna elettorale i volontari nazionali furono sciolti ma quelli che erano stati piu’ in vista rimasero esposti alle reazioni che continuarono fino a tutto il 1974. Oggetto di reazione da parte degli extra parlamentari di sinistra fu a livello emblematico il bar “Stadio” che si trovava al nr 50 da dove abitavo io nel quartiere di Porta a Lucca e che era un barrionale che fini’ col diventare l’ obiettivo di numerose spedizioni punitive di Lotta Continua. Non nascondo che io ebbi delle reazioni di difesa a queste rappresaglie. Questo creo’ anche una situazione di contrasto col partito dove fu chiesta l’ espulsione di alcuni di noi. Si creo’ anche la leggenda di un gruppo che si andava formando, leggenda che fu accresciuta dalla comparsa dei volantini di ON.

Adr: lessi su un giornale che fu trovata una bomba a mano vicino alla casa di un macellaio minacciato da ON.

Adr: il 10.10.74 fui arrestato da Torino per Ordine Nero. Ma dopo 19 mesi di reclusione fui assolto dalla corte di assise perche’ il fatto non sussiste. Le accuse contro di me venivano solo da Pecoriello che poi in corte quando si trovo’ in difficolta’ cerco’ di cavarsela non rispondendo. Questo Pecoriello era anche un tipo io non ho mai capito com’ e’ che fu assunto alle poste di Livorno senza concorso. In un opuscolo della sinistra extra parlamentare intitolato “La strage di stato” veniva menzionato il suddetto Pecoriello Paolo.
Poi alla pretura di Pisa il Pecoriello e’ stato condannato perche’ riconosciuto l’ unico responsabile di lettere minatorie di ON ad alcuni Pisani per i quali fatti io sono stato assolto con formula piena.

Adr: nei volontari nazionali c’ erano studenti universitari ma non vale la pena di rammentarli per non riaprire vecchie ferite e perche’ ormai tutti si sono fatti una famiglia. Al massimo nella fase culminante delle elezioni i volontari nazionali a Pisa siamo stati in 55. Avevamo rapporti scarsissimi con quelli di Livorno e piu’ frequenti con quelli di Lucca per lo scambio di simpatizzanti ai comizi.
Nella citta’ di Pistoia non vi sono mai stato fisicamente. A Lucca c’ era un dirigente dei volontari nazionali di cui non ricordo il nome e c’ era anche Tomei nonche’ un ragazzetto come Affatigato.

Adr: Tuti non ha mai frequentato il bar stadio. Se nella sua agenda sono stati trovati il mio nome e il mio telefono io la spiego solo cosi’: se lui in quegli anni era iscritto al Msi come dice lui puo’ avere preso il mio nome in virtu’ della carica di segretario dei volontari nazionali. Io pero’ Tuti non l’ ho mai conosciuto e non ho mai avuto contatti con lui. Io ero intimo amico di Mennucci sulla cui morte per come e’ avvenuta c’ e’ solo condanna.

Adr: una volta Tomei venne al bar stadio e mi dette dei manifesti di Ordine Nuovo e mi prego’ di pagare le tasse di affissione cosa che io feci. Ma la riunione a casa di Tomei nel settembre ‘73 io non ho mai partecipato. Le accuse che io ho capito che Affatigato mi ha fatto al GI di Roma sono sbagliate; se al GI di Roma Affatigato ha detto che io avevo detto che noi avevamo armi contro un progetto della sinistra, voglio anche ammettere che nel periodo elettorale del 1972 magari presenti Tomei ed Affatigato io abbia detto che siamo armati anche noi contro la sinistra intendo con questo che anche noi avevamo i bastoni contro i loro bastoni.

Adr: che io abbia dato il ceffone a Tomei nel 1977 o nel 1978 per finirla con il pasticcio incredibile sorto sulla fine delle armi del Tuti alle quali io sono estraneo, non e’ vero. Quando fui in carcere per il processo di Torino lessi su tutti i giornali quelle storie sui memoriali di Tuti e sui rapporti di Tuti con quelli di Lucca e ne trassi la convinzione che a Lucca c’ erano cose poco simpatiche per cui uscito dal carcere, ruppi i rapporti con tutti loro. Dopo ho rivisto qualche volta casualmente Tomei il quale nel gennaio ‘85 e’ venuto a trovarmi con esponenti del Msi a casa mia dove sono agli arresti domiciliari.
Che nel 1976, nel 1977 o nel 1978 ci siano state chiacchiere sulle armi di Tuti coinvolgendo Pisani e lucchesi io non lo so.

Adr: mai visto Batani, Ottobrini, Saltini Mirella, Graziani, Massagrande, Cauchi ne’ nessuno di Arezzo. Pera l’ ho conosciuto nel processo a Pisa.

Si da’ atto che a questo punto per sopraggiunti impegni l’ avv Ceolan si allontana.

Adr: nel 1974 non mi fu sequestrata nessuna macchina da scrivere ma la polizia venne a casa mia e prese un saggio di una macchina da scrivere che avevo allora. Ora la macchina da scrivere non ce l’ ho piu’ e anzi non la trovai nemmeno quando uscii dal carcere.

L.c.s. ­

Mauro Tomei – dichiarazioni 06.01.1982

Tomei Mauro gia’ qualificato. Il quale viene sentito come testimone in stato di arresto provvisorio.

– negli anni 1970 sono rimasto coinvolto in una serie di avvenimenti soprattutto perche’ ero giovane, ma dopo le mie traversie giudiziarie mi sono completamente estraniato da quel tipo di ambiente. Verso al fine del gennaio ‘75 con un colloquio con Giovannoli ho avuto la certezza che Affatigato e Tuti erano nascosti insieme e minacciavano Giovannoli perche’ li nascondesse. Mi pervenne la richiesta di aiutarli ad espatriare tutti e due e di far loro aveva documenti falsi. Io ero molto colpito dalla situazione umana soprattutto di Affatigato e poi volevo liberare Giovannoli che era nei guai senza aver fatto nulla. Allora andai a Roma a trovare Peppino Pugliese che aveva conosciuto gia’ dai tempi del processo di ordine nuovo e che avevo visto a Roma alla fine del 1974.

A Roma mi recai al cinema dove lavorava la moglie di Pugliese e incontrai il Pugliese e incontrai il Pugliese davanti a quel cinema. Pugliese mi porto’ a cena in una trattoria li vicina ma non rammento come si chiama. Con noi ci erano sicuramente Cozi che ha una cicatrice sulla fronte ed altre due persone dei cui uno magrino con i baffetti che mi pare di origine calabrese. Io esposi la situazione di Affatigato e Tuti al Pugliese e il Pugliese mi disse che per Tuti non c’ era assolutamente nulla da fare e Pugliese approfitto’ della occasione e per chiedermi notizie su Tuti e su quello che era successo. Per Affatigato, invece, Pugliese disse che era molto difficile che per avere documenti falsi bisognava rivolgersi alla malavita, ma che avrebbe visto se poteva fare qualcosa. Pugliese mi dette un numero di telefono e mi disse di richiamarlo lì.

Io non ricordo di aver dato a Pugliese fotografie di Affatigato e di Tuti. Prendo atto che il GI mi mostra fotocopie di fotografie allegate al rapporto dei cc di Firenze del 04.02.77 (si da atto che e’ rapporto relativo a cose rinvenute in via Sartorio) : la foto a destra in alto di uomo con occhiali con giacca e cravatta sotto la quale foto e’ scritto il nr 3 assomiglia moltissimo a come era a quel tempo Mario Tuti la foto segnaletica di Affatigato e’ stata poi pubblicata dai giornali e si riferisce ad un Affatigato molto giovane sui 16 anni. Le altre foto in generale ricordano la fisionomia di Affatigato ma francamente non sono in grado di riconoscere l’Affatigato in queste fotografie. Dopo l’ incontro con il Pugliese tornai a Lucca e feci avere ad Affatigato e Tuti il numero di telefono che mi aveva dato Pugliese. Mi fu anche consegnato il memoriale di Tuti che poi dopo io dalla Corsica detti a un giornalista italiano dell’ Europeo. Io andai in Corsica alla fine del febbraio 1975 e qui tramite Orlando Moscatelli presi contatti con incerti che venne a Bastia intervisto’ me e prese il memoriale di Tuti.

Mi raccomandai con incerti perche’ non disse dove era avvenuto l’incontro per non farmi rintracciare facilmente. Nel giugno 1975 arrivarono a Bastia due persone che io non conosco le quali mi dissero che erano state mandate come commissione di inchiesta da ordine nuovo. I due vennero per la pubblicazione del memoriale di Tuti e per la intervista che era stata pubblicata su Europeo. Intanto i familiari di Affatigato prendevano contatti con i miei a Lucca e alla fine io consentii perche’ i miei parenti dicessero ad Affatigato che stavo a Bastia e poteva venirci anche lui.

In effetti Affatigato arrivo’ a Bastia proveniente da Marsiglia nell’ottobre-novembre ‘75 e venne a vivere nella casa ove stavo io. Subito dopo arrivo’ Peppino Pugliese e Affatigato e Pugliese andarono ad abitare in albergo mi pare che Pugliese andasse e venisse dalla Corsica perche’ ogni tanto si allontanava; io cominciai a prender le distanze da Affatigato che cominciava a dare fastidio anche in Corsica e poi perche’ sulla stampa Affatigato veniva anche in Corsica e poi perche’ sulla stampa Affatigato veniva legato a Tuti e io non volevo entrare con questa storia . So che Affatigato e Pugliese si misero a compravendere giubbotti e parlarono di varie imprese commerciali. Poi arrivarono Graziani e Massagrande , io ricordai anche di aver visto Cozi per un giorno solo, ma non ricordo bene quando; mi ricordo soltanto che Cozi mi disse “voi della Toscana andate ibernati” con Graziani e Pugliese io e Affatigato avemmo una grossa discussione , preciso che avvenne fra me Affatigato e Graziani ci fu uno scontro prima di tutto perche’ io non volevo che Affatigato stesse in Corsica in quanto altrimenti i giornali che gia’ collegavano Affatigato a Tuti avrebbe poi collegato Ordine Nuovo e specie me personalmente a Tuti.

Poi io insistevo perche’ i soldi che Moscatelli aveva preso per il memoriale di Tuti venissero mandati alla famiglia di Tuti alla fine Graziani invito’ Affatigato ad andarsene dalla Corsica e lo consiglio’ di andare a Parigi da un suo amico dove Affatigato avrebbe potuto aiutare nella diffusione del giornale Annee Zero alla cui progettazione era interessato il Graziani. Da allora io mi allontanai dal gruppo e mi feci i fatti miei. Sono sicuro di aver rivisto Graziani in Corsica dopo il maggio 1976 quando fui assolto da un processo a Torino e Graziani che era in compagnia di Pugliese mi invitò a bere insieme con lui. Ho visto venire in Corsica Sgavicchia che non avevo mai vista prima e fu in quel periodo che cominciarono a parlare di aprire un ristorante. Io sono sicuro che varie altre persone venivano a trovare il gruppo di Pugliese, ma siccome io non li frequentavo spesso non sono in grado di ricordare i nomi e fisionomie. Non ho saputo che nel luglio 1976 la polizia francese controllo’ Graziani in Corsica e Erbalunga e che Graziani aveva in quella occasione documenti intestati Achilli.
Mi pare che sia stato proprio in agosto che io rividi a Bastia Cozi e questi mi disse che i toscani non davano affidamento sono sicuro che Cozi fosse solo e mi pare che facesse caldo contestatogli che secondo Affatigato io avrei parlato con Moscatelli dell’ omicidio Occorsio.

– Ripeto che questo non è vero. E’ vero invece che quando ho rivisto Affatigato in Italia e altre persone abbiamo parlato anche di queste cose.

A questo punto il pm valutata la deposizione resa in data odierna da Tomei; considerato che in attesa di altri accertamenti istruttorie’ da ritenere, allo stato che il Tomei abbia sostanzialmente ritrattato il falso di cui alla deposizione di ieri, chiede che il GI voglia disporre la scarcerazione, citando nuovamente a comparire per il giorno 08.06.82 ore 10 presso caserma dei carabinieri di Firenze Via Borgognisanti. Il GI preso atto che il Tomei comincia finalmente a ricordare minuscoli frammenti di verita’ valutata la opportunità di concedere al Tomei un periodo di riflessione dispone la scarcerazione del Tomei con separato provvedimento avvertendo lo stesso deve ripresentarsi alle ore 10 dell’ 08.06.82 presso la caserma dei cc di Borgognisanti di Firenze.

Letto confermato sottoscritto.

 

Fulvio Felli – dichiarazioni 15.02.1993

Poichè l’Ufficio mi chiede di nuovo se esistessero altre fonti di destra a Padova negli anni ’70 con specifico riferimento ad Ordine Nuovo, posso dire che, come ho già accennato nella precedente deposizione, c’era TURCO che era seguito soprattutto dal mio collega NICO. Turco si rivolgeva a noi con il nome di RODOLFO, che era stato convenuto e con il quale si presentava quando ci telefonava, cioè telefonava al nostro ufficio. Ho compreso benissimo che l’Ufficio è perfettamente al corrente che Turco altri non è che Gianni Casalini di cui oggi ha chiesto il fascicolo. Mi rendo conto che questo soggetto interessa molto l’Ufficio e mi sento di dover dire innanzitutto che Nico, il mio collega, è morto un mese fa in seguito ad un ictus mentre era ancora in servizio. Io avevo visto Casalini solo una volta insieme a Nico.

Posso precisare che Casalini era stato però reclutato dall’altro mio collega che mi viene indicato con il nome di NIEVO. In seguito Nievo venne trasferito e la gestione di Turco venne affidata a Nico. Devo dire che la fonte Turco è collegata ad una situazione di rilievo che posso così descrivere. Ricordo che una sera il Direttore mi chiese di affiancare Nico in un contatto che doveva avere con Turco. Il Direttore segnalò anche a me la delicatezza della situazione anche in relazione allo stato della fonte. Non saprei collocare nel tempo con esattezza questo incontro, comunque, anche alla luce della relazione di cui in seguito dirò, dovrebbe collocarsi intorno al 1974.

Ci incontrammo con Turco prima vicino alla stazione ferroviaria, che credo fosse un costante punto di incontro per loro due, e poi andammo a Campo San Piero. Il ristorante si chiamava PINO VERDE. Casalini mi apparve come una persona veramente depressa, molto agitata, tanto da avere difficoltà a mangiare e anche ad articolare i movimenti semplici. Sembrava che volesse scaricarsi la coscienza come se avesse qualcosa che lo tormentava.

Mi pare che fu proprio lui a parlare spontaneamente degli eventi più gravi. Non ho un ricordo preciso, ma evidentemente di questa situazione il mio collega doveva avere avuto qualche avvisaglia in un precedente incontro. Casalini mostrava un rimorso in relazione agli attentati che erano avvenuti negli anni precedenti ad opera di gruppi di destra. Iniziò a dirci qualcosa su questi avvenimenti. Disse che era stato a Milano con TONIOLO e che costui aveva portato con sè una borsa con dell’esplosivo. Si erano fermati in un ristorante e Toniolo aveva posato la borsa in un angolo vicino ad un vaso con una pianta. Ricordo che le parole gli venivano fuori con molta fatica e chiaramente si traeva la sensazione che egli fosse angosciato dalla catena di avvenimenti che si erano conclusi con la strage di Piazza Fontana.

La sensazione non era quella di una diretta partecipazione a quest’ultimo evento, ma di un coinvolgimento marginale negli avvenimenti precedenti e l’angoscia per quello che era avvenuto alla fine. Parlava di riunioni a casa di TRINCO nelle quali pareva che avvenissero le decisioni. Non sono in grado di ricordare di più perchè fu per me un incontro unico, mentre Nico trattava da tempo la fonte. Trassi comunque la sensazione che fosse una persona che poteva dare un importante contributo e che tuttavia andava trattata con estrema delicatezza. Ebbi l’impressione che Nico avesse già raccolto, in incontri precedenti, confidenze analoghe.

Io non feci alcuna relazione. Non fu ufficializzato niente nel senso che in ufficio ci chiedemmo comunque cosa fare. In seguito, però, posso affermare che fu ufficiosamente informata la polizia giudiziaria che seguiva da vicino le indagini. Comunque, dopo avere investito la polizia giudiziaria, una relazione fu elaborata utilizzando tutte le notizie che Nico aveva ricevuto. In sostanza fu scritto tutto quello che era necessario, pur senza protocollarlo nei nostri atti. Quando fu fatta questa relazione era Direttore il maggiore BOTTALLO e per ordinare gli elementi raccolti da Nico vennero anche uno o due sottufficiali dell’Arma di Milano con funzioni di polizia giudiziaria. Non sono al corrente degli sviluppi della questione in sede di Autorità Giudiziaria e di polizia giudiziaria.
Era un momento difficile e non escludo che la nostra azione sia stata vista con sospetto da qualcuno.

L’arresto di Carlo Digilio – sentenza G.I. Salvini 1995

Carlo DIGILIO, Segretario del poligono di tiro di Venezia e frequentatore del dr. Carlo Maria MAGGI (Reggente di Ordine Nuovo per il Triveneto), era stato coinvolto nell’istruttoria concernente la riorganizzazione, alla fine degli anni ’70, di tale gruppo e i reati connessi a tali attività, istruttoria condotta prima dall’A.G. di Bologna e poi dall’A.G. di Venezia sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di

giustizia, fra i quali Claudio BRESSAN, e del sequestro di ampia documentazione e altro materiale eversivo. Tratto in arresto una prima volta nel giugno del 1982 su mandato di cattura del G.I. di Venezia per alcuni reati minori (quali la detenzione illegale di munizioni), era stato dopo pochi giorni scarcerato e, prevedendo un imminente nuovo arresto per reati di gravità di gran lunga maggiore, si era allontanato nell’estate del 1982 da Venezia iniziando una lunga latitanza in Italia e all’estero. Aveva infatti raggiunto, a Verona, l’amico ordinovista Marcello SOFFIATI ed era stato da lui ospitato in un appartamento vuoto sito in Via Stella.

Accompagnato poi alla stazione ferroviaria dallo stesso Soffiati e dal colonnello Amos SPIAZZI, aveva raggiunto Milano in treno e si era rifugiato per una notte a Barni nella casa di campagna di Cinzia DI LORENZO, militante del gruppo “La Fenice”. Qui era stato raggiunto da Ettore MALCANGI, elemento di supporto a Milano del gruppo di Gilberto Cavallini, e insieme a lui si era trasferito in una casa isolata a Villa d’Adda, in provincia di Bergamo.

Continuando ad abitare tranquillamente in tale località, certo non esotica ma riparata dalle ricerche degli inquirenti, i due avevano condiviso la latitanza fino alla fine del 1985 quando entrambi, a breve distanza di tempo, avevano raggiunto Santo Domingo, meta storica negli anni ’80 di molti ricercati italiani anche appartenenti all’estrema destra. Nell’isola, Digilio e Malcangi avevano poi condotto vite separate, pur frequentandosi occasionalmente e frequentando altri italiani, ed entrambi si erano dedicati a varie attività lavorative formandosi anche una famiglia. I vari processi a carico di Carlo Digilio, celebrati a Venezia e a Milano mentre questi era in stato di latitanza, si erano quindi conclusi con sentenza definitiva per un totale di oltre 10 anni di reclusione, così come erano stati condannati a varie pene altri militanti veneziani di Ordine Nuovo quali il dr. Maggi e, per attività di favoreggiamento, la stessa Cinzia Di Lorenzo (cfr. sentenza della Corte d’Assise e della Corte d’Assise d’Appello di Venezia, vol.24, fasc.3; sentenza del Tribunale di Milano, vol.24, fasc.7).

In particolare Carlo Digilio era stato condannato per avere promosso la ricostruzione della disciolta organizzazione Ordine Nuovo, per la detenzione di detonatori (seppelliti nel terreno del Poligono di Tiro di Venezia), per la cessione di un gran numero di pistole ed altre armi al gruppo di Gilberto Cavallini, all’epoca ancora latitante, e per la detenzione di attrezzature idonee alla riparazione e trasformazione di armi e alla falsificazione di documenti. Tutte le sentenze avevano riconosciuto a Carlo Digilio (molto probabilmente soprannominato “ZIO OTTO” nell’ambiente) un ruolo più di quadro “coperto” che di esponente politico con attività pubblica, espertissimo di armi e di altri aspetti tecnici e per questo incaricato soprattutto di attività di supporto e di consulenza tecnico-logistica.

Una figura, quindi, particolare non di militante di destra che si esponeva in pubbliche manifestazioni, ma di “consigliere” e di “esperto” in favore della struttura che operava a Venezia e dintorni.

La latitanza di Carlo Digilio, personaggio ormai quasi dimenticato se non per la presenza nei verbali di vari collaboratori di giustizia in istruttorie sulle stragi del suo probabile nome in codice (ZIO OTTO o ZIOTTO), era proseguita sino all’autunno del 1992.

In tale periodo, personale della Digos di Venezia, dopo un’accurata e minuziosa indagine, aveva infatti individuato il domicilio del latitante a Santo Domingo, ne aveva ottenuta, d’intesa con l’Interpol, la cattura da parte della Polizia locale e la quasi immediata espulsione verso l’Italia, cosicché Carlo Digilio era giunto a Roma con un aereo proveniente da Santo Domingo il 30.10.1992 ed aveva iniziato ad espiare in un carcere italiano la pena definitiva che gli era stata irrogata (cfr. rapporto Digos di Venezia del 15.1.1993, contenuto nel fascicolo personale dell’imputato).

La straordinaria complessità della figura di Carlo Digilio e degli elementi emersi nel periodo successivo al suo rientro in Italia richiede di trattare la sua particolare posizione, all’interno dell’area di Ordine Nuovo dalla fine degli anni ’60 in poi, nella seconda parte della presente istruttoria e del relativo provvedimento conclusivo che riguardano gli episodi più gravi oggetto del processo.

In questa sede appare opportuno trattare solamente le modalità e la storia della sua fuga e i reati di carattere accessorio connessi alla stessa.

Per quanto concerne la storia della fuga e della latitanza di Carlo Digilio può dirsi che tale vicenda è interamente ricostruita in quanto, come si dirà anche nel capitolo dedicato alla posizione di Ettore Malcangi, le dichiarazioni di quest’ultimo e dello stesso Digilio, rese in modo assai particolareggiato a questo G.I. (cfr. int. Digilio, 25.6.1993, 3.8.1993, 30.10.1993), hanno consentito di mettere a fuoco quasi ogni spostamento e ogni frequentazione da parte dei due latitanti.

Con il rapporto poc’anzi citato, la Digos di Venezia comunicava a questo Ufficio che, al momento dell’arresto di Carlo Digilio, erano stati rinvenuti nella sua disponibilità, e sequestrati, un passaporto e una patente di guida (oltre ad una carta di identità in relazione alla quale si procede separatamente dinanzi all’A.G. di Venezia), documenti entrambi intestati a tale PIERINO MARTINELLI, all’incirca coetaneo di Digilio e sui quali era applicata la fotografia dello stesso Digilio.

Con il medesimo rapporto, la Digos di Venezia trasmetteva anche, in originale, i due documenti.

Il modulo della patente di guida – portante il numero c 1107047 – risultava facente parte di uno stock di circa 15.000 patenti in bianco rubate presso la Motorizzazione di Rovigo, zona non lontana da quella in cui risiedeva Digilio, il 20.5.1985.

Il passaporto – portante il numero E 708582 – risultava invece interamente falsificato applicando su un libretto contraffatto la fotografia del ricercato e riportando i dati anagrafici di Pierino MARTINELLI, persona effettivamente esistente, ma del tutto estraneo ad attività criminose.

Si trattava, in termini “tecnici”, di un “doppione” approntato procurandosi, in circostanze che non è stato possibile chiarire (forse in un agenzia o in un albergo), i dati anagrafici che comparivano sui documenti di una persona incensurata (cfr. accertamento tecnico della Polizia Scientifica della Questura di Milano in data 10.3.1993 e verbale di s.i.t. di Pierino Martinelli in data 3.2.1993, entrambi contenuti nel fascicolo personale di Digilio).

Sulla base di tali emergenze questo Ufficio, con mandato di comparizione emesso in data 12.6.1993, provvedeva a contestare a Digilio i reati di concorso in fabbricazione di documenti e di sigilli e di ricettazione di cui al capo di imputazione.

In proposito Digilio dichiarava , nei suoi primi interrogatori, di avere acquistato il passaporto a Lugano poco prima di raggiungere Zurigo per imbarcarsi alla volta di Santo Domingo.

L’indicazione gli era stata fornita in Italia da una persona che lo aveva aiutato durante la latitanza ed egli aveva quindi potuto rivolgersi, a Lugano, a colpo sicuro ad un giovane al quale era stato sufficiente fornire la fotografia per ricevere poco dopo il passaporto interamente compilato (cfr. int. 25.6.1993, f.3, e 30.10.1993, f.1).

Egli si era invece procurato, secondo il suo racconto, la patente di guida molto tempo dopo, quando già si trovava a Santo Domingo, al fine di rafforzare con tale secondo documento la credibilità del passaporto.

La patente gli era stata fornita in un quartiere di Santo Domingo da un italiano che poteva definirsi un “trafficone” (cfr. int. 23.6.1993, f.4).

Effettivamente, la data del furto dello stock di moduli da cui proviene la patente di guida sequestrata a Digilio corrisponde ad un periodo in cui egli già si trovava certamente a Santo Domingo e quindi è certo che egli si sia munito di tale documento in un secondo momento.

Tuttavia – anche alla luce della località in cui è avvenuto il furto (la città di Rovigo) non lontana dalla città in cui Digilio aveva risieduto e operato – appare probabile che la ricettazione e l’approntamento del documento siano stati commissionati e operati in qualche modo in Italia, con l’accordo di Digilio e di conseguenza, anche in questo caso, non si tratta di reati commessi all’estero, ma di reati parzialmente avvenuti, e quindi passibili di procedibilità, in Italia.

Ne consegue, alla luce degli accertamenti svolti e delle dichiarazioni dell’imputato (che almeno in relazione a tali episodi appaiono volutamente reticenti), che Carlo Digilio deve essere rinviato a giudizio per tutti i reati a lui contestati, differendo alla seconda parte della sentenza-ordinanza l’esame del ruolo complessivo dallo stesso svolto nelle vicende più gravi oggetto del procedimento.

L’arresto di Carlo Digilio – sentenza G.I. Salvini 1995