“Oltre ogni prova” – Panorama 06.02.1975

Polizia, carabinieri e magistratura conoscevano fin dalla primavera scor­sa quasi tutti i nomi e i precedenti degli eversori neofascisti che ope­ravano in Umbria e in Toscana e che, in un crescendo di attentati, co­minciato il primo gennaio con un’e­splosione che ha fatto saltare un tra­liccio dell’Enel a Pistoia, si propo­nevano di fare una strage, minando, giovedì 23 gennaio, con quindici chi­logrammi di tritolo, l’edificio della Camera di commercio, al centro di Arezzo.

II Fronte. Invece che con quella strage, la catena di violenza si è chiu­sa, venerdì 24 gennaio, con l’agghiac­ciante uccisione del brigadiere di pubblica sicurezza Leonardo Falco e dell’appuntato Giovanni Ceravolo e con il ferimento dell’appuntato Ar­turo Rocca. A compiere il delitto è stato Mario Tuti, 29 anni, geometra, insospettabile impiegato modello del comune di Empoli, uno dei capi de­gli eversori, il solo di cui non si sa­pesse niente.
Notissimo era, invece, Augusto Cauchi, 24 anni, di Cortona, guarda­spalle di Oreste Ghinelli, segretario del Movimento sociale di Arezzo, complice di Tuti e ricercato dalla sera di domenica 26 gennaio. Da un rapporto riservato del nucleo inve­stigativo dei carabinieri di Perugia del 13 maggio dell’anno scorso, 82 giorni prima della strage sul treno Italicus Roma-Monaco (12 morti), risulta che, in una perquisizione a casa di Cauchi, a Verniana di Monte San Savino, era stata sequestrata una carta topografica con tratteggia­to il percorso della linea ferroviaria Firenze-Bologna, proprio il tratto su cui avvenne l’eccidio.

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Tuti e Cauchi facevano parte del Fronte nazionale rivoluzionario, una filiazione di Ordine Nero, l’organizza­zione eversiva neofascista che si è attribuita tutta una serie di atten­tati della primavera scorsa, culmi­nati nella strage di Brescia del 28 maggio (7 morti). Il Fronte aveva architettato anche l’attentato alla Ca­mera di commercio di Arezzo (« Se fosse avvenuto, sarebbe stato un massacro », dice Emilio Santillo, ca­po dell’ispettorato antiterrorismo), previsto inizialmente per il giorno 22. Rinviata di 24 ore, perché gli orga­nizzatori avevano avuto l’impressio­ne, poi rivelatasi giusta, di sentirsi sorvegliati e pedinati, l’azione terro­ristica è stata sventata all’ultimo momento.

Dal 6 gennaio, infatti, Mario Marsili, un giudice toscano di 33 anni, sostituto procuratore della Repubbli­ca ad Arezzo, era sul chi vive. Un macchinista di un treno merci diret­to al Sud aveva notato per caso vici­no a Terontola, sulla linea Firenze- Roma, che 85 centimetri di una ro­taia erano stati divelti e aveva fer­mato il convoglio. Nel giro di due ore venne accertato che i binari era­no stati minati nel corso della notte precedente e che 34 treni avevano corso il rischio di deragliare.

Immediatamente Emilio Santillo e Silvio Santacroce, questore di Arez­zo, puntarono su due obiettivi: sco­prire gli attentatori e individuare il luogo dove veniva tenuto nascosto l’esplosivo. Sedici giorni dopo, a po­chi chilometri da Arezzo, venne tro­vata una santabarbara, contenente 18 chilogrammi di cheddite, un esplo­sivo ad alto potenziale, celata tra le rovine di una chiesetta dissacrata coperta dai rovi.

La sera stessa, era giovedì 23, la polizia sapeva già chi cercare. A col­po sicuro arrestò due persone: Lu­ciano Franci, 28 anni, ex-democri­stiano, ex-missino, autista e anche lui guardaspalle di Oreste Ghinelli, im­piegato alle poste della stazione di Firenze; e Piero Malentacchi, 25 an­ni, esponente di Ordine Nuovo, l’or­ganizzazione estremista di destra messa fuori legge alla fine del 1973.

Due morti. Il giorno dopo venne arrestata Margherita Luddi, amica di Franci, 25 anni. Il sostituto pro­curatore della Repubblica le aveva messo il telefono sotto controllo e scoprì così che la ragazza aveva na­scosto nella soffitta della casa di campagna di sua nonna, sull’Appennino toscano, venti detonatori, al­trettante micce e tre casse di esplo­sivi. Non solo: Marsili venne a sa­pere anche che la Luddi cercava in­sistentemente per telefono un certo Mario, un nome che gli era già stato fatto da Franci nel corso del primo interrogatorio. Al magistrato non ci volle molto per scoprire che si trat­tava di Mario Tuti.

Così nel pomeriggio di venerdì Marsili ordinò la cattura di Tuti e, contemporaneamente, quelle di Ro­berto Giovanni Gallastroni, 22 anni, responsabile della sezione culturale del Movimento sociale nella zona di Montevarchi e capofila dei superstiti di Ordine Nuovo, e di Mario Morel­li, 23 anni, detto il guercio (nella sua casa di Castiglion Fiorentino, vi­cino ad Arezzo, furono poi trovate 2 mila pallottole calibro 9, alcuni ti­mer e carte topografiche delle zone di Orvieto, Perugia e Tuscania).

Per arrestare Tuti, la questura di Empoli mandò a casa sua, in via Boccaccio 26, nel centro della città, tre uomini a bordo di una volante. Giunti sul posto alle 20,30, il briga­diere Falco e l’appuntato Rocca, che conoscevano Tuti da tempo (ci gio­cavano anche a carte), suonarono al­la porta di casa del geometra, men­tre l’appuntato Ceravolo era rimasto in macchina con il motore acceso.

Tuti aprì subito: sua moglie Loret­ta e il figlio Werther, un bambino di due anni, erano a tavola. La mo­glie di Tuti abbassò il volume del te­levisore e il brigadiere Falco mostrò al geometra i mandati di perquisi­zione e di cattura. Per 35 minuti fi­lati, Mario Tuti sciorinò ai due po­liziotti tutte le autorizzazioni per la detenzione di armi. Quando gli ven­ne chiesto se aveva anche il permes­so per tenere in casa bombe a ma­no, uscì dal soggiorno per dire che andava a prenderlo: quando rientrò, impugnava un fucile a ripetizione che spara anche a raffica. Falco ven­ne fulminato per primo, Rocca gra­vemente ferito, Ceravolo che, all’udi­re degli spari, si ei a precipitato per le scale impugnando la pistola, fu ucciso da un’altra raffica.

Fuggito senza giacca, con cinque­mila lire in tasca, Tufi salì a bordo della 128 bianca della moglie. L’au­tomobile venne ritrovata il giorno dopo in via Sarzanese, a Lucca. Ce l’aveva portata Mario Tuti o qual­che complice nell’intento di deviare le indagini? Per ottenere una ri­sposta, gli agenti dell’Antiterrorismo hanno frugato nelle agende di Franci e di Tuti in cerca di qualche in­dirizzo di Lucca. L’unico che hanno trovato è stato quello di Roy Affatigato, un ex-ordinovista passato a Ordine Nero. Precipitatisi a casa di Affatigato, gli agenti sono riusciti solo a sapere che l’estremista era scomparso la mattina di lunedì. Poi, il buio più completo.

Oltre che di Cauchi, i carabinieri avevano già seguito in passato an­che i movimenti di Franci e Gallastroni. Durante le indagini sull’ attentato dinamitardo del 22 aprile 1974 alla casa del popolo di Moiano di Città della Pieve, in provincia di Perugia, avevano perquisito le loro case sequestrando armi, carte topo­grafiche e volantini.

Ma l’attenzione dei carabinieri si era poi spostata su Massimo Batani, 21 anni, responsabile della sede di Arezzo di Ordine Nuovo per tutto il 1973, e rinviato poi a giu­dizio come uno degli esecutori ma­teriali dell’attentato alla casa del popolo (fu arrestato il 6 luglio), di cui Ordine Nero aveva rivendicato la paternità. Era stato proprio Ba­tani a rappresentare i camerati di Arezzo e dintorni al convegno di Cattolica (2-5 marzo 1974), da cui era nato Ordine Nero.

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Individuati. Sotto questa nuova si­gla si erano riuniti in una specie di federazione i bracci armati dei più noti movimenti neri. Tra i con­venuti a Cattolica, una trentina, era­no presenti con sicurezza alcuni fra i più noti esponenti del neofascismo italiano: Clemente Graziani, capo riconosciuto di Ordine Nuovo, at­tualmente latitante, Salvatore Fran­cia, responsabile del settore stampa del movimento, colpito da innume­revoli mandati di cattura, rifugiato in Svizzera (si è trasferito lì in que­sti giorni, dopo essere stato a lungo a Barcellona, in Spagna), Luigi Falica, organizzatore del convegno, se­gretario del circolo bolognese « Il retaggio », famoso ritrovo di neofa­scisti, in carcere a Bologna.

Quando fu chiaro che gli organiz­zatori del nuovo gruppo eversivo erano tutti ex-appartenenti al di­sciolto Ordine Nuovo, Vittorio Occorsio, sostituto procuratore della Repubblica a Roma, aprì, il 2 giu­gno, un’inchiesta che si concluse in 40 giorni con il rinvio a giudizio di 119 persone, accusate di ricostitu­zione del partito fascista. Nella lista degli imputati figura­vano parecchi esponenti del neofa­scismo umbro-toscano. Oltre a Cauchi, Gallastroni e Batani, la lista comprendeva anche i fratelli Euro e Marco Castori, di Perugia, forte­mente sospettati per l’attentato all’ Italicus perché fuggiti in Svizzera all’indomani della strage.

Perfettamente individuata da tem­po, dunque, la cellula eversiva di Arezzo, fatta eccezione per Massimo Batani, che era stato arrestato, ha continuato ad agire indisturbata per mesi. C’è voluta la scoperta dell’attentato alla linea ferroviaria Firenze-Roma del 6 gennaio per smuo­vere finalmente le acque. E solo il duplice delitto commesso da Ma­rio Tuti ha spinto magistratura e Antiterrorismo a intervenire drasticamente, a dare uno scossone agli ambienti della destra extraparla­mentare, rivelando collegamenti a livello nazionale e internazionale fi­nora insospettati e collusioni espli­cite tra gli eversori di estrema de­stra e il Movimento sociale.

Dal Msi. « Gli arrestati di Arezzo non solo provenivano tutti dalle fi­le del Movimento sociale, ma alcuni ne facevano ancora parte », ammette apertamente Santillo. E lo stesso Occorsio, che ha indagato a livello nazionale sull’attività degli ordinovisti, ha confermato a Panorama: « Ad Arezzo estremismo eversivo e Movimento sociale si identificano e si confondono ».

Anche Mario Calamari, procurato­re generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Firenze, noto per le sue tendenze conservatrici, ha sottolineato con vigore le responsabilità della cellula eversiva di estre­ma destra assicurando che i respon­sabili saranno perseguiti col massi­mo rigore. « Ci auguriamo di essere a una svolta radicale nella lotta all’ever­sione politica nel paese, alla eversione di destra quale essa è, come sta a testimoniare la documentazio­ne finora raccolta », ha detto il mi­nistro dell’Interno, Luigi Gui. All’Antiterrorismo preannunciano gior­nate calde, scandite da una selva di mandati di cattura. « Andrò fino in fondo », confida Mario Marsili, il magistrato che conduce l’inchiesta.

C’è tuttavia chi di fronte a questa vampata di antifascismo, manifesta qualche perplessità. « Non si può di­fendere la democrazia con strumenti fascisti », ha dichiarato a Panorama Marco Ramat, pretore a Firenze, se­gretario di Magistratura democrati­ca, la corrente più avanzata della magistratura (650 aderenti su circa 6 mila magistrati). « La magistratura deve resistere alla tentazione di far­si influenzare dalle proposte di Fanfani sull’ordine pubblico ». Perples­sità di ordine completamente diver­so, ma anche più gravi e assillanti, nascono dal fatto che, proprio men­tre si verificavano i tragici fatti di Empoli, altri magistrati, in procedi­menti diversi, abbiano preso deci­sioni che lasciano perlomeno dub­biosi sulla autentica volontà di farla finita con le trame nere.

Note a tutti. In Toscana, per esem­pio, ha suscitato particolare stupore la notizia del rinvio sine die del pro­cesso contro i 119 ordinovisti ia cor­so davanti al tribunale di Roma. Il presidente Giuseppe Volpari ha sta­bilito che il processo non potrà es­sere ripreso « fino a che negli altri procedimenti penali attualmente pendenti a carico degli imputati sia pronunciata sentenza non più sog­getta ad impugnazione ». « Se ne parlerà fra due se­coli! », ha commentato il pubblico ministero Vitto­rio Occorsio, visto che i procedimenti pendenti a carico degli imputati so­no ben 44.
« Se i fascisti di Arez­zo fossero stati in gale­ra non sarebbe successo niente. Noi di denunce ne abbiamo fatte tante. Sa­rebbe bastato che polizia e carabinieri li tenessero a bada e non saremmo arrivati a questo punto », dice Giorgio Bondi, se­gretario provinciale del partito comunista di Arezzo, convinto anche lui che « tra eversori e mis­sini non esiste una linea di demarcazione ».
Ad Arezzo le attività dei fascisti erano note a tut­ti. I più attivi si riuniva­no in un bar accanto al­la sede della federazione missina. Alcuni giravano armati, altri si erano com­prati un cane lupo « da difesa », molti frequenta­vano palestre e il poligo­no di tiro (solo per pistole). Alla fine del 1973, quando furono costretti a chiudere la sede di Ordine Nuovo, in via Pescioni 43, i fascisti occuparono per qual­che giorno i portici di corso Italia. Ci furono risse a non finire, mi­nacce e violenze di ogni genere non si contarono più.

L’iniziativa più recente è stata quella di costituire un gruppo di « radioamatori ». Uno di questi era Luciano Franci, ma l’apparecchia­tura più sofisticata sembra essere quella di Giovanni Rossi, un insospettabile professore di matemati­ca e fisica dell’istituto tecnico di Arezzo, dichiaratamente missino. Considerato una specie di eminen­za grigia, Rossi non è mai uscito allo scoperto, se non il 12 novembre 1973, quando, davanti al Supercinema di via Garibaldi, minacciò con una pistola Sergio Nenci, detto Cico, militante del partito comuni­sta. Rossi naturalmente fu denuncia­to ma la cosa non ebbe seguito.

Amico di Franci e Gallatroni, Ros­si era solito incontrarli passeggian­do per il corso Italia. « La sua era una sezione peripatetica del Movi­mento sociale », dice un aderente di Lotta Continua. Adesso, ad Arezzo, Rossi si vede poco. Il giorno dopo l’uccisione dei due sottufficiali di pubblica sicurezza, il professore ha chiesto tre mesi di congedo a scuola. C’è chi dice che viaggiava molto per la Toscana, in particolare tra Empoli e Arezzo. Conosceva Tuti? Santillo non dice di no. Ammette che l’An­titerrorismo sta controllando ad Arezzo i movimenti di tre o quat­tro personaggi ritenuti finora inso­spettabili.

L’ingente quantità di armi che si teneva in casa, l’apparente rispet­tabilità ostentata per anni da Tuti, le coperture che sicuramente ha avuto nella fuga, la ferocia con cui ha sparato contro i tre uomini del­la pubblica sicurezza che erano andati ad arrestarlo, sono la pro­va da una parte che la cellula ever­siva era bene organizzata e godeva di protezioni e dall’altra che Tuti era un anello importante della ca­tena neofascista, pronto a tutto pur di non essere costretto a parlare. Santillo è convinto che Tuti sape­va un mucchio di cose e che proba­bilmente aveva da tempo respon­sabilità ben più gravi di quelle che di fatto gli si possono attribuire (la detenzione delle armi) o forte­mente sospettare (la loro fornitura alle cellule eversive).

Una confidenza. Tuti era già cono­sciuto dalla polizia fin da quando viveva a Pisa e partecipava alle azio­ni squadristiche dei fascisti all’uni­versità. Poi si sposò e si stabilì a Empoli con tutte le carte in regola e la fama di impiegato modello, riu­scendo persino a farsi assumere dal Comune a maggioranza comu­nista. Alla vigilia del delitto, in­contrando un amico, gli confidò che forse non sarebbe mai più tor­nato a lavorare al suo tavolo da geometra. È stata questa circostanza, naturalmente, a far sorgere il sospetto che l’irreprensibile impie­gato stesse per prendere una decisione che avrebbe cambiato radicalmente la sua vita.

Si saprà mai che cosa Tuti avreb­be potuto dire? C’è già chi prevede che non lo si ritroverà vivo e che farà la fine di Giancarlo Esposti, giovane fascista, radioamatore, uc­ciso, la primavera scorsa, in circostanze oscure a Pian del Rascino, vicino a Rieti, o di Armando Calzo­lari, il neofascista esperto nuotato­re che « affogò » in una pozza d’ac­qua di pochi centimetri alla perife­ria di Roma nel gennaio 1970, o di Silvio Ferrari, un neofascista saltato in aria con la sua moto, pochi gior­ni prima della strage di Brescia: è ormai accertato che il suo non fu un incidente. Qualcuno aveva re­golato la sua morte all’ora X, le 3,05 del 19 maggio 1974. Ci sarà un’ ora X anche per Tuti?

Panorama 06.02.1975

La riunione di Nizza e la decisione di uccidere Occorsio

“La situazione” di cui Massagrande, Graziani, Delle Chiaie, Signorelli discussero a Nizza, era molto chiara e semplice. Graziani e Massagrande erano scappati dall’Italia dopo che nel novembre ’73 il Ministro dell’Interno -chiusosi in primo grado, P.M. Occorsio, il processo contro ON- aveva sciolto Ordine Nuovo. Tutti gli ordinovisti quindi, a prescindere dalle proprie posizioni personali con la Giustizia, pote­vano operare in Italia dopo il ‘73 solo in condizioni di clandestinità. Ma anche Delle Chiaie e Concutelli arrivavano a Nizza nei giorni dell’Immacolata del ‘75 perché inseguiti dai Carabinieri.
Difatti, soltanto il 2.12.75 (tre o quattro giorni appena prima della riunione di Nizza) i Carabinieri avevano fatto irruzione nel covo di Via Sartorio, fino a qualche ora prima sicura base romana di Delle Chiaie e Concutelli. Ma il 2.12.75 i CC arrestarono Tilgher non solo per i reati ascrivibili in ragione del possesso che egli aveva del covo di Via Sartorio, quanto e soprattutto per­ché il Tilgher era già ricercato: da alcuni giorni, infat­ti, -e sicuramente dalla fine del novembre ‘75- la Procura di Roma aveva spiccato una sessantina di ordini di cattura per reati associativi contro gli aderenti ad Avanguardia Nazionale; tant’è che proprio con l’arresto del Tilgher del 2.12. 75 iniziò il processo contro AN destinato a chiudersi solo nel giugno ‘76; e Tilgher durante questo processo dichiarerà ufficialmente di sciogliere AN, come a processo finito farà il Ministro dell’Interno.
Dunque, anche per Delle Chiaie e i suoi seguaci persona­li la lotta politica rivoluzionaria in Italia, nel dicem­bre ‘75 era possibile solo ed esclusivamente nelle forme e nei modi della clandestinità.

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Del resto lo stesso Signorelli -non avendo in quel punto a parlare di cose che subito potevano porlo dinnanzi all’assassinio di Occorsio- ha pur spiegato, e in questa istruttoria, di aver convinto Graziani della necessità di fonde­re ON e AN sia per evitare lo sbando degli elementi ordinovisti, sia e soprattutto perché erano “profondamente mutate le condizioni per una lotta politica rivoluzionaria” in Italia. Tutti gli elementi raccolti in causa, con più schiettezza a fronte delle involuzioni linguistiche di Signorelli, chiamano quella “lotta rivoluzionaria” per “lotta armata”.

Difatti, come una banda armata la struttura nata ad Albano dalla fusione 0N/AN era stata articolata, secondo rigidi canoni di segretezza, in forma capillare per tutta Italia, al fine lampante di ottenere preparazione costante e prontezza indiscutibile da parte degli aderenti nella esecuzione degli ordini, la cui ideazione e decisione era lasciata alla “direzione politica” ferma nelle mani di Graziani, Massagrande, Delle Chiaie, Signorelli. Questa “direzione politica”, allora, si riunì a Nizza pro­prio nelle persone di Graziani, Massagrande, Delle Chiaie, Signorelli, e affrontò i due nodi essenziali che aveva dinnanzi a sé. Il primo era costituito dalla lotta che lo Stato, dopo lo scioglimento di ON nel novembre ‘73 e gli arresti del novembre ‘75 contro AN, sembrava intenzionato a muovere contro la destra eversiva, la quale personificava la repressione sta­tuale nell’operato del giudice Occorsio, contro il quale le mura di Roma venivano riempiendosi di scritte omicidiarie.

Vi era, poi, la necessità per gli estremisti neri di con­frontarsi con le Brigate Rosse, che proprio con il seque­stro del giudice Sossi avevano mostrato di saper portare scompiglio negli organi costituzionali dello Stato e di saperne prendere grande clamore e successo di diffusione per stampa e per televisione.
Con maggiore serietà, Cozi ha fornito in causa i suoi ricordi sulla riunione di Nizza: punzecchiature di Graziani verso i rapporti con tanti Servizi Segreti di Concutelli (che Graziani già a Nizza nel dicembre ‘75 voleva coinvol­to nel tentato omicidio di Leighton, commesso a Roma nel­l’ottobre ‘75) e Delle Chiaie; tanti e tanti “discorsi di politica e ideologia”, materie con le quali il buon Cozi non ha mai voluto avere eccessiva dimestichezza; un Delle Chiaie che continuamente ricordava che loro erano tutti “sotto la scure di Occorsio”, il principale nemico da abbattere.

Mai Cozi ha ricordato che quella riunione si sia chiusa nel dissenso; da essa invece uscirono tutti rinsaldati nei propositi da attuare. Ma giudizio del G.I., sul contenuto della riunione di Nizza (in significativa aderenza alla versione successiva del Cozi) si deve in toto prestar fede alla teste Robbio Mirel­la, che ha riferito tutta un’altra serie di fatti i quali si sono dimostrati importantissimi per il processo e sono sempre stati riscontrati per veri. Disse in proposito la Robbio di avere inteso dal Signorelli e dal Meli che a Nizza si decise “una azione eclatante per controbilanciare la risonanza delle azioni delle BR”. In conclusione, perciò, ritiene il G.I. di dover concordare col P.M., in quanto tutti gli elementi di causa dimo­strano che effettivamente nel dicembre ‘75 Graziani, Massagrande, Delle Chiaie, Signorelli, con la presenza e quindi l’assenso di Concutelli, Pugliese, Cozi, a Nizza vollero dare il massimo impulso in Italia alla lotta armata, uno dei cui principali obiettivi era rappresentato dalla vita del giudice Occorsio.

Sentenza ordinanza omicidio Occorsio 1983 pag 28-33

Marco Pannella in commissione stragi 28.01.1998

PANNELLA. Io vorrei fare a questo punto un salto, perché ho parlato sin troppo di un elemento di atmosfera e vorrei quindi, dal 1965-1966 nonché, in parte, 1967, fare un salto ed arrivare al 1976 (poi vedremo che c’è un 1974 che mi interessa molto).
Noi entriamo nel Parlamento italiano nel giugno 1976, sull’onda del referendum sul divorzio ma anche sull’onda di molte altre battaglie (abbiamo già fatto approvare la legge sull’obiezione di coscienza, per esempio, cioè abbiamo svolto un’attività, diciamo, non parlamentare, ma né antiparlamentare né extraparlamentare) e, non appena entriamo in Parlamento, a proposito dell’assassinio di Occorsio, presentiamo due interrogazioni, una delle quali al ministro dell’interno Cossiga, perché su Occorsio vogliamo sapere qualcosa di più, proprio in relazione già a Gelli e anche alla partitocrazia (e noi dicevamo che la partitocrazia è un certo tipo di massoneria o di pseudomassoneria). Rispetto a quelle interrogazioni si solleva un’obiezione, cioè ci si dice da parte del Governo che, essendoci crisi di Governo, il Ministro non ci può rispondere: su questo noi cominciamo a piantare la prima grana, per così dire, di tipo quasi ideologico, sostenendo che, proprio nel momento in cui c’è una crisi dell’Esecutivo, il Parlamento deve poter avere degli strumenti che vengano fatti valere.
Il ministro Cossiga non ci risponde, se non poi a settembre, in Commissione interni, e il presidente Ingrao è d’accordo su questa posizione. Ma noi già nell’agosto, se non sbaglio, presentiamo un’interrogazione per sapere come mai il Presidente del Consiglio abbia ricevuto a Palazzo Chigi (non ricordo se avevamo detto «a più riprese») tal Licio Gelli, capo di una loggia pseudomassonica («golpista» e non so quante altre amabilità dicemmo subito). E’ il 1976, siamo quattro, conosciamo poco i servizi, i poteri, eccetera. Nel 1979 finisce quella legislatura, otteniamo con grande fatica una prima risposta, ma il Partito comunista (parlo quindi del grande interlocutore) non presenta, almeno fino al 1978 (non so se nell’ultimo anno lo abbia fatto), una sola interrogazione su Licio Gelli. E’ un’atmosfera. Noi su questo abbiamo molto gridato, molto discusso.
E matura molto presto in noi la convinzione che parlare dei servizi significa parlare dell’«unità nazionale», di quella che abbiamo trovato a suo tempo con Cefis, che poi viene protetto con tutto il gruppo ENI, nello stesso tempo, da «l’Unità» e dal Partito Comunista (dirò in che modo) e da un intervento diretto di Paolo VI. Intendo dire che, da una parte, vi sono persino i lavoratori del Silp (mi pare che si chiamasse così il sindacato dei lavoratori petroliferi, cioè quelli dell’AGIP, eccetera) che arrivano a fare uno sciopero e vengono fino alle Botteghe Oscure manifestando – eccetera – e dall’altra parte vi è «l’Unità» che rifiuta di scrivere anche un solo rigo, pur se questi poveri lavoratori erano arrivati allo sciopero perché si trovavano probabilmente in condizioni difficili.
Noi non abbiamo mai ottenuto, in tutti quegli anni, che sulle nostre denunce, sui rapporti che svolgevamo puntualmente (e che si riferivano a Allavena, a Ponzi, all’ENI, eccetera) venisse da sinistra un qualsiasi ascolto, anzi, la nostra era un’azione di «provocazione», perché ci si diceva sempre – nemmeno tanto in privato – che quelli erano la componente partigiana, antifascista, antiamericana, ma nel senso che poteva anche essere filoamericano, ma contro il capitalismo e non contro il liberalismo americano. Sono anni di solitudine atroce.
In quegli anni noi usavamo fare delle marce antimilitariste e pacifiste, prima Milano-Vicenza (il percorso era abbastanza singolare) e poi Trieste-Aviano; ogni anno, dall’uno al dieci agosto.
Nel 1974 (tenete presente il referendum tenutosi a maggio) noi annunciamo, mi pare il 20 luglio, che annulliamo la marcia antimilitarista perché stavamo ascoltando continuamente di gravi rischi di un golpe e ci risultava che dirigenti comunisti importanti non dormissero nello loro abitazioni.
Dunque, il 20 luglio 1974 noi annunciamo che per la prima volta annulliamo all’ultimo momento la marcia che ci portava in quelle contrade (dove incontravamo procuratori della Repubblica golpisti e quant’altro; abbiamo incontrato di tutto, lo abbiamo capito dopo) e facciamo la «dieci giorni della non violenza e dell’antimilitarismo» a San Paolo. Il 4 agosto, mi pare, arriva puntualmente la strage dell’Italicus e ci troviamo infatti dopo un’ora, nella Roma deserta di agosto, in 70-80 militanti a parlare di strage di Stato, di strage preannunziata; a chiedere a quei personaggi dove avessero dormito la notte prima, eccetera. La situazione era molto difficile: la RAI, la televisione, i giornali su questo erano in sintonia, non vi erano eccezioni.

PRESIDENTE. Eccezioni a che cosa? Al silenzio?

PANNELLA. Sì, al silenzio, che era totale. Gli interrogativi c’erano, e anche un po’ di prestigio lo avevamo, avevamo condotto la campagna sul divorzio, già avevamo raccolto le firme sull’aborto, sulla cosiddetta legge Reale. Insomma la nostra attività era, credo, un’attività che meritava e riscuoteva rispetto nel suo peso politico. Sulla strage dell’Italicus abbiamo continuato a chiedere, a manifestare davanti alla Presidenza del Consiglio come davanti a Botteghe Oscure, un po’ dappertutto. La risposta è stata, in quegli anni, feroce; devo dire feroce anche di rimozione. Arriviamo al 1976; denunciamo che esiste una situazione, a nostro avviso, di grosso pericolo perché riteniamo, nella nostra analisi, che la partitocrazia crei una «unità nazionale»…

“I cento giorni di Ordine Nuovo” – Paese Sera 30.01.1972

Alla sbarra in 42: sono accusati di aver ricostituito il disciolto partito fascista – Per 18 di essi (promotori e dirigenti) possibile una condanna da 3 a 10 anni; gli altri rischiano fino a due anni di reclusione – Il decreto di citazione a giudizio emesso ieri dalla presidenza del tribunale – Fra gli imputati l’ex tenente dei paracadutisti Sandro Saccucci (già in carcere per il fallito “golpe” di Borghese) e altri due ex ufficiali già incriminati per attentati e violenze.

Graziani

Fine dell’istruttoria (condotta con il rito sommario) contro il movimento di “Ordine Nuovo”. Il presidente del Tribunale dott. Angelo Jannuzzi, su richiesta del pubblico ministero dott. Vittorio Occorsio, ha emesso ieri il decreto di citazione a giudizio nei confronti di quarantadue fra dirigenti e iscritti all’organizzazione neofascista, che fra breve compariranno dinanzi al giudice della I Sezione penale del tribunale, per rispondere dell’accusa di avere costituito, con “Ordine Nuovo”, un movimento che per i metodi e le finalità corrisponde al disciolto partito fascista.
L’indagine su “Ordine Nuovo” incominciò agli inizi dello scorso anno. Per ordine della magistratura, la polizia effettuò perquisizioni presso le sedi del movimento, a Roma e in molte altre città, sequestrando una vasta documentazione che ha poi  permesso agli inquirenti di “individuare” gli scopi per i quali “Ordine Nuovo” era stato costituito e le finalità che i suoi promotori perseguivano. E’ tuttavia il caso di ricordare che “Ordine Nuovo”, fondato una prima volta nel 1956 dal giornalista Pino Raut, redattore del Tempo, fu sciolto in concomitanza con la nomina dell’on. Giorgio Almirante a segretario nazionale del MSI, nelle cui fila confluirono, insieme a Rauti, numerosi suoi seguaci.

I cento giorni
Qualche tempo dopo, però, l’organizzazione fu ricostituita. Ciò accadde esattamente il 21 dicembre 1969, e infatti il capo d’imputazione a carico dei 42 rinviati a giudizio fa esplicito riferimento a un’attività compresa fra tale data e il 31 marzo 1971 (in tutto cento giorni). Ma ecco i nomi degli imputati, fra i quali spiccano quelli di alcuni personaggi già noti alle cronache quali responsabili di violenze e attentati, e di manifestazioni di aperta esaltazione del defunto regime: Clemente Graziani, 47 anni, segretario nazionale di “Ordine Nuovo”, residente in Roma; Mario Tedeschi, 45 anni, Roma; Gaetano Graziani, 41 anni, Roma; Sandro Saccucci, 29 anni, Roma; Tommaso Stabile, 51 anni, Latina; Roberto Besutti, 30 anni, Mantova; Elio Massagrande, 30 anni, Verona; Leone Mazzeo, 31 anni, Bergamo; Antonio Ragusa, 25 anni, Messina; Bruno Esposito, 27 anni, Napoli; Alfonso Della Corte, 27 anni, Salerno; Leopoldo Morlunghi, 25 anni, Perugia; Renato Smantelli, 34 anni, Perugia; Umberto Balistreri, 25 anni, Bologna; Agatino Marletta, 26 anni; Claudio Bizzarri, 26 anni, Firenze; Raffaele Moschetto, 25 anni, Napoli; Augusto Pastore, 38 anni, Novara.
Questo primo gruppo comprende diciotto persone chiamate a rispondere “del delitto di cui agli articoli 1 e 2 della legge 20.6.1952, n. 645, per avere – stralciamo dal capo di accusa – organizzato e diretto il movimento politico “Ordine Nuovo”, movimento denigratore della democrazia e delle sue istituzioni, basato sull’esaltazione dei principi, dei simboli e dei metodi propri del disciolto partito fascista, dedito alla minaccia e all’uso della violenza quale sistema di lotta politica”.
Sono in sostanza coloro che hanno promosso la creazione del movimento, organizzandone e dirigendone l’attività e, in base alle vigenti norme di legge, possono essere condannati a una pena variante dai tre ai dieci anni di reclusione.
Gli altri ventiquattro imputati devono rispondere, sempre per effetto della legge n. 645, di “avere partecipato” al movimento di Ordine Nuovo. E’ una ipotesi di reato minore e quindi diversa, punita “con la reclusione fino a due anni”. (…) Più volte i giornali si sono occupati in passato dell’inchiesta “Ordine Nuovo”, che praticamente era giunta a conclusione nell’ottobre dello scorso anno quando il PM, dott. Occorsio, richiese il decreto di citazione a giudizio. Adesso, con il provvedimento adottato ieri dal presidente capo del Tribunale, anche l’ultimo atto è stato compiuto con l’assegnazione del processo alla prima sezione, che dovrà ora iscriverlo a ruolo e fissarne la data d’inizio.

Un ex parà
Si diceva che alcuni degli imputati sono personaggi già noti alle cronache: e infatti Sandro Saccucci è l’ex tenente dei paracadutisti che si trova in carcere dal marzo scorso sotto l’accusa di avere partecipato al (fallito) “golpe” di Junio Valerio Borghese; mentre Elio Massagrande, Elio Besutti (entrambi ex ufficiali dei paracadutisti), Claudio Bizzarri e Pietro Rocchini furono arrestati, nell’aprile del ’71, per ordine del giudice istruttore del tribunale di Verona, dottor Solina, che li incriminò per una serie di reati gravissimi commessi nel Veneto: attentati contro sedi dei partiti democratici, contro un negozio e un ufficio pubblico; aggressioni contro studenti universitari e incendio di un’auto di un deputato del PSIUP. I quattro sono attualmente in libertà provvisoria. Quanto a Clemente Graziani, segretario del movimento neofascista, è il caso di ricorrere che nel maggio del 1954 fu tratto in arresto perché coinvolto nelle attività eversive di un gruppo fascista.

Il primo di molti?
Quello contro gli esponenti di “Ordine Nuovo” è il primo grande processo che si celebra in Italia contro un’organizzazione di stampo nettamente fascista. E’ stato istruito in applicazione alla legge 20 giugno 1952, n.645, che riguarda la “riorganizzazione del disciolto partito fascista” (la stessa legge in base alla quale il Procuratore generale della corte di appello di Milano, Luigi Bianchi D’Espinosa, ha aperto l’inchiesta nei confronti del MSI). Negli ambienti giudiziari è stato autorevolmente dichiarato che anche la Procura della repubblica di Roma si sta interessando a fondo alle attività eversive di alcuni gruppi dell’estrema destra. E’ peraltro il caso di rilevare che il processo contro i quarantadue di “Ordine Nuovo” potrà, forse, avviare finalmente, in termini concreti, un serio discorso sulle criminose attività delle organizzazioni eversive fasciste. La democrazia e le istituzioni della Repubblica debbono essere tutelate e difese dalla tracotanza squadristica, e il dibattimento che si aprirà fra breve non può che essere il primo passo per mettere il neofascismo con le spalle al muro. L’opinione pubblica ha il diritto di reclamare, in questo senso, che la legge sia applicata inflessibilmente.

Paese Sera 30.01.1972

Paolo Bianchi – dichiarazioni 05.09.1981

Preciso che Signorelli Paolo non rivestiva ufficialmente la carica di responsabile del circolo De La Rochelle, ma lo era di fatto. Tutti gli iscritti sapevano della sua posizione dirigenziale. Il Signorelli svolgeva una duplice funzione: una di carattere pubblico, aperta agli iscritti a tutti i simpatizzanti e anche agli estranei, che si manifestava in dibattiti e conferenze politiche, religiose ed ideologiche sui temi di attualità; l’ altra funzione consisteva nella preparazione della lotta armata, attraverso una serie di iniziative che andavano dalla partecipazione ai campi paramilitari in via di creazione, al comportamento da tenere rispetto al nemico che era rappresentato dallo stato borghese ed in particolare dai carabinieri e magistratura. Si impartivano vere e proprie lezioni sull’ uso delle armi, sugli scontri armati, sulla guerriglia urbana, sulla necessità dell’ autofinanziamento. Nel contempo, sempre a livello occulto, i dirigenti dei circoli culturali cercavano di stabilire contatti con organizzazioni o con governi stranieri per averne un aiuto sul piano finanziario, politico e militare, in cambio di una collaborazione della stessa natura offerta da noi sia in Italia che all’ estero. Si riuscì a stabilire dei solidi rapporti con i servizi segreti spagnoli fin dal 1969. Molti terroristi Italiani trovarono ospitalita’ in Spagna con il benestare del governo spagnolo. Tra questi ci furono Delle Chiaie Stefano, Graziani Clemente, Massagrande Elio, Pomar Eliodoro, Giorgi ed altri.

Ritornando all’ attivita’ svolta dai circoli culturali, preciso che questi non registrarono uno sviluppo politico per quanto concerne l’ aspetto legale, ma ebbero un notevole peso nella diffusione della lotta armata, poiche’ favorirono una serie di imprese criminose compiute in varie parti d’ Italia. Ci furono attentati a strutture statali e ad organizzazioni di sinistra, attentati ai treni (Italicus) , ect.

Nel circolo culturale De La Rochelle emerse quale dirigente e organizzatore, Calore Sergio, che divenne il braccio destro di Signorelli Paolo. Egli acquisì una notevole esperienza e competenza nel campo degli esplosivi e in misura minore in materia di armi. Dopo il mio arresto, si verificarono alcuni fatti particolarmente gravi ad opera della organizzazione ordine nuovo, alcuni attuati dopo la fusione di tale organizzazione con Avanguardia Nazionale. Tra tali fatti posso parlare dei seguenti:

1) rapina al ministero del lavoro, che fu commesso nel 1975 1976 ad opera di Concutelli, Rovella Francesco di Catania ed altri che non conosco.
2) sequestro Mariano a Taranto, cui parteciparono Signorelli Paolo, l’ avvocato Miglio Mario, Concutelli, un deputato gia’ del MSI passato nelle file di Democrazia Nazionale. Della partecipazione di Signorelli e Miglio seppi nell’ ambiente di Ordine Nuovo da persone di cui non intendo fare i nomi. Signorelli fu l’ organizzatore del rapimento. Ricevette il danaro del riscatto, di cui una parte era destinata ai latitanti italiani in Spagna. I soldi furono rinvenuti in parte a Genova a casa della persona a cui erano stati affidati.
3) l’omicidio Occorsio. Questo avvenne dopo la fusione tra Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Premetto che la prova di tale fusione si ravvisa anche nel fatto che in via Sartorio furono arrestati elementi delle due organizzazioni e cioè Tilgher Adriano, Vinciguerra Vincenzo, Crescenzi Giulio, Di Luia Bruno di Avanguardia Nazionale e Guidi Graziano di Ordine Nuovo.

Il massimo livello dell’ organizzazione era composto da un gruppo di persone residenti in spagna con poteri di decisione e di organizzazione. I compiti esecutivi venivano svolti esclusivamente dal responsabile del settore militare che, dal 1975 e fino a poco prima dell’ omicidio di Occorsio, fu Signorelli Paolo.

SIGNORELLI

Costui, secondo quanto appresi dopo la mia scarcerazione (novembre 1976), avrebbe dovuto uccidere Occorsio gia’ quattro mesi prima dell’ omicidio stesso. L’omicidio fu preparato in Corsica da Calore, Signorelli, Papa Claudia, i fratelli Saverio e Sandro Sparapani, Rovella Francesco, Di Bella Leone, Concutelli Pier Luigi, Ferro Gianfranco, Pugliese Peppino (il cui fratello lavorava al ministero dello spettacolo), Cozi Barbera Piccoli. Le armi per l’ uccisione furono portate a Roma dalla Corsica (ove erano pervenute dalla Spagna) da Rovella Francesco che le depositò alla stazione Termini al deposito bagagli. Tra le armi c’era un Ingram modello 10 proveniente dai servizi segreti spagnoli. Nell’ impresa fu usata una Renault con targa francese di provenienza furtiva (nel furto e nelle contraffazione dei documenti era implicato Sparapani Saverio) , che e’ stata trovata dalla polizia dopo l’arresto di Concutelli nei pressi di via dei Foraggi. Ferro guido’ la motocicletta Guzzi 850 che fece da staffetta. Concutelli fu colui che sparò, mentre gli altri erano in attesa nelle vicinanze. Ignoro i compiti specifici di ciascuno di essi.  La maggior parte di tali notizie mi furono riferite nel corso di riunioni che ebbi con Concutelli, Calore e lo stesso Signorelli che rivendicava a suo merito l’ organizzazione dell’ attentato contro Occorsio. Incontrai Signorelli in un bar di piazza Quadrata, al primo piano. Eravamo solo io e lui. Il Signorelli mi parlo’ anche della necessità di eliminare politicamente dall’organizzazione Concutelli Pier Luigi, che lo aveva soppiantato. Seppi anche che gli autori dell’omicidio avevano atteso il giorno in cui non c’era la scorta, per evitare di coinvolgere nel fatto persone ritenute estranee al comportamento di Occorsio considerato un inquisitore e persecutore politico. La decisione di escludere la scorta fu presa anche per distinguere dai terroristi rossi che nell’ omicidio Coco aveva coinvolto anche gli uomini della scorta.

omicidio-giudice-occorsio

Tra i dirigenti dell’ organizzazione (nata dalla fusione tra ordine nuovo e avanguardia nazionale) che decise l’ esecuzione di Occorsio e tutte le azioni successive alla fusione, posso indicare Delle Chiaie Stefano, Graziani Clemente, Massagrande Elio, Pomar Eliodoro e Tilgher Adriano, che era ed e’ braccio destro di Delle Chiaie Stefano. Il Concutelli mi racconto’ con cinismo che aveva ucciso Occorsio avvicinandosi a lui con un mitra in pugno e ridendo. Disse che le pallottole erano a carica dirompente e perforante per l’ eventualita’ che ci fosse un vetro blindato. Durante l’azione erano presenti oltre al Concutelli e al Ferro, anche il Calore ed un’ altra persona di cui non ho saputo il nome.

Devo far presente che pochi giorni prima dell’ omicidio Occorsio, ebbi in colloquio con Calore e Tisei nel carcere di Regina Coeli. Costoro mi dissero che l’ organizzazione era perfettamente funzionante, essendosi autofinanziata attraverso le rapine, e ben fornita di armi e munizioni. Essi dissero che era imminente una azione esclusivamente politica eclatante di cui avrei saputo attraverso gli organi di informazione. Faccio presente che ordine nuovo in passato non aveva mai rivendicato azioni di autofinanziamento come rapine e sequestri, ma solo azioni politiche. Dopo alcuni giorni 760710 seppi che c’ era stato l’omicidio Occorsio ed immediatamente collegai la visita di Calore alla esecuzione del magistrato. Dell’omicidio Occorsio possono essere considerati responsabili anche Arcangeli Giorgio e Miglio Mario, i quali facevano parte dell’organizzazione a livello locale, il secondo quale appartenente a Ordine Nuovo. Dall’insieme dei discorsi fatti con Concutelli, Calore, Sparapani Saverio, Rossi Mario, Arcangeli e Tisei Aldo, poco prima dell’ arresto di Concutelli capii che anche l’ avvocato arcangeli era corresponsabile dell’omicidio Occorsio. L’ avvocato arcangeli anzi reclamava l’ ammissione ad ordine nuovo proprio grazie al suo contributo all’ omicidio Occorsio. Arcangeli aderi’ alla decisione di sopprimere Occorsio senza partecipare minimamente all’ operazione. L’ avvocato arcangeli ha sempre esaltato l’ uccisione di Occorsio, definendolo “boia” persecutore politico in mala fede. Egli criticò gli elementi di avanguardia nazionale come degli incapaci militarmente, non avendo mai attuato alcuna operazione politica di rilievo, come quella relativa all’ uccisione di Occorsio. Arcangeli esaltava l’ omicidio sostenendo che Occorsio era un boia, un inquisitore che teneva dentro le persone solo per le sue idee e non perche’ colpevoli di fatti specifici. Ho partecipato a due riunioni a casa dell’ avvocato arcangeli con l’ intervento di Concutelli, Calore Sergio, Rossi Mario, Ferorelli Gianni che rappresentava Vallanzasca. In queste riunioni non furono trattati problemi legali di difesa di camerati, poiche’ i temi discussi riguardavano l’ espansione dell’ organizzazione attraverso contatti con elementi della banda Vallanzasca e con Bergamelli Albert, nonche’ i programmi futuri politici e criminosi come i sequestri, le rapine e i furti per autofinanziamento.

Fu l’ avvocato Arcangeli a stabilire contatti tra Vallanzasca ed esponenti della nostra organizzazione. L’ avvocato vitale paolo rappresentava gli interessi di Bergamelli. Gli obiettivi da raggiungere erano i seguenti: dare ospitalita’ a roma alla banda Vallanzasca braccata dalla polizia e dalla banda rivale di Turatello a Milano, fornendo ad essa alloggi e armi. In cambio Vallanzasca avrebbe preso parte ad una serie di sequestri il cui ricavato doveva essere diviso tra la sua banda e la nostra organizzazione. Vallanzasca mi diede circa 12000000 provenienti dal sequestro trapani, che io consegnai a Concutelli per alcune spese organizzative. Tra gli altri obiettivi da raggiungere, la nostra organizzazione si impegno’ a realizzare l’ evasione di Bergamelli Albert, con la collaborazione di elementi della banda Vallanzasca. Cio’ per aderire ad una richiesta che era stata fatta in modo pressante dallo avvocato vitale paolo, il quale ci disse che l’ azione doveva essere compiuta durante il trasferimento di Bergamelli dal carcere di Viterbo a quello di Civitavecchia. Il Vitale disse che poteva godere dell’ appoggio di un funzionario del ministero di Grazia e Giustizia – Ufficio III – , al quale aveva promesso un compenso di 10000000. In seguito a causa dell’ arresto mio, di Concutelli e Vallanzasca, il piano salto’ . Come del resto anche gli altri obiettivi che ci eravamo proposti fallirono. Il giorno dell’arresto mio in via XX settembre, ero partito insieme a Ferrarelli e al Cochis, dallo studio dell’ avvocato arcangeli che conosceva bene l’ identita’ e le altre attivita’ reali del Cochis, all’ epoca latitante. Il Cochis, che era il braccio destro di Vallanzasca, avrebbe dovuto attuare un piano operativo concreto l’ accordo tra la nostra organizzazione e quella di Vallanzasca. L’ avvocato Arcangeli e l’ avvocato vitale erano i promotori di tali iniziative. Vallanzasca, il giorno del mio arresto, gia’ si trovava a Roma a mia insaputa. Cio’ seppi in carcere dallo stesso Vallanzasca il quale mi disse al braccio G13 di Rebibbia, che egli sapeva perfettamente chi l’ aveva fatto arrestare e che avrebbe avuto la certezza da un capitano dei carabinieri di Milano, al quale egli in cambio intendeva confessare un sequestro di persona. Vallanzasca mi disse che si trattava del dr Mottola che sarebbe stato sicuramente ucciso.

Letto confermato e sottoscritto.­

I collegamenti con l’eversione – Relazione di maggioranza dell’Onorevole Tina Anselmi

IX Legislatura – Legge 23 settembre 1981, n. 527

I collegamenti con l’eversione – contatti con l’eversione nera

Il periodo che corre tra il 1970 e il 1974 registra la proliferazione di movimenti extraparlamentari, la nascita di sempre nuove organizzazioni eversive paramilitari o terroristiche, la moltiplicazione di gravi delitti politici – secondo forme affatto nuove per il Paese – la rinnovata virulenza della malavita comune e delle sue organizzazioni criminali.
Sono questi gli avvenimenti che formano il quadro entro cui si sviluppa quella che venne definita la “strategia della tensione”, favorita dalla crisi economica e dalla crescente instabilità del quadro politico.
Quegli anni, oltre ad essere caratterizzati, come abbiamo già visto, dall’intensa opera di politicizzazione della loggia svolta da Licio Gelli, si contraddistinguono anche per i collegamenti che ci è consentito di identificare tra Licio Gelli, la Loggia P2, suoi qualificati esponenti ed il complesso mondo dell’eversione nera.
Dal materiale in possesso della Commissione si trae infatti la ragionata convinzione, condivisa peraltro da organi giudiziari, che la Loggia P2 attraverso il suo capo o suoi esponenti (le cui iniziative non possono considerarsi sempre soltanto a titolo personale) si collega più volte con gruppi ed organizzazioni eversive, incitandoli e favorendoli nei loro propositi criminosi con una azione che mirava ad inserirsi in quelle aree secondo un disegno politico proprio, da non identificare con le finalità, più o meno esplicite, che quelle forze e quei gruppi ponevano al loro operato.
Al fine di procedere ad una lettura politica di queste relazioni e di questi collegamenti è d’uopo individuare entro la vasta mole di materiale documentale – peraltro ampiamente incompleto: né altrimenti poteva essere, in considerazione della vastità dell’argomento – che alla Commissione è pervenuto, alcuni episodi che si ritengono più significativi ai fini della nostra indagine, secondo il
metodo di analisi espresso nell’introduzione al presente lavoro.
Prima tra tali situazioni nelle quali appare sicuramente documentato un coinvolgimento significativo di Licio Gelli e di uomini della loggia, è il cosiddetto golpe Borghese, attuato nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, sotto la spinta degli esponenti oltranzisti del Fronte Nazionale, i quali avevano da ultimo prevalso all’interno dell’organizzazione.
La vicenda ha registrato un lungo e non facile iter processuale, concluso con sentenza passata in giudicato, sul cui esito non è qui il caso di entrare, perché ai fini che a noi interessano quel che più preme è porre l’accento su alcuni aspetti sicuramente documentati che suffragano l’ipotesi prospettata della collusione esistente tra esponenti della loggia con questa situazione eversiva, tale da consentire una valutazione attendibile del rilievo concreto che tali contatti ebbero a rivestire.
E’ così dato rilevare prima di tutto come molti dei personaggi che nel golpe ebbero un ruolo non secondario appartengano alla Loggia P2 o alla massoneria: così infatti troviamo tra gli attori di quella vicenda Vito Miceli, Duilio Fanali, Sandro Saccucci (da più fonti indicato come appartenente alla massoneria) assieme ad altri imputati del golpe quali Lo Vecchio, Casero, De Jorio, che tutti figurano nelle liste di Castiglion Fibocchi. Altre fonti poi riconducono alla massoneria sia Salvatore Drago, accusato di aver disegnato la pianta del Ministero dell’interno, sia il costruttore Remo Orlandini, che l’ispettore Santillo, nella sua terza nota informativa, indica più specificamente come appartenente alla Loggia P2.
Questo primo dato di palese riscontro è suffragato da ulteriori testimonianze, anche documentali, dalle quali si evince come ambienti massonici si fossero posti in posizione di collateralità o fiancheggiamento con i gruppi che al Borghese facevano capo. Esplicita in questo senso la lettera di Gavino Matta (comunione di Piazza del Gesù) al principe Borghese: “Caro Comandante, debbo comunicarle che la Loggia non intende assecondare la sua iniziativa, essendo per principio fondamentalmente contraria ai metodi violenti. Con la presente, pertanto, vengo autorizzato ad annullare ogni precedente intesa…”.
Questi elementi di indubbio riscontro fanno da cornice a situazioni di più puntuale incisività in ordine al ruolo che due personaggi quali Licio Gelli ed il Direttore del SID, Vito Miceli, ebbero a ricoprire durante e dopo il golpe. Come noto, punto cruciale di quella vicenda fu l’inopinato, per gli esecutori, arresto delle operazioni già avviate: Orlandini, stretto collaboratore del Borghese, dirà che non poca fatica gli costò correre ai ripari per fermare quei gruppi che già erano entrati in azione. Lo sconcerto provocato tra i congiurati da quella improvvisa inversione di marcia è del resto ben testimoniato dalla reazione di Sandro Saccucci, che poche settimane dopo ebbe ad esprimere l’auspicio che il responsabile venisse “preso”, distinguendo nella vicenda la posizione dei golpisti da quella di “altre piccole manichette, più o meno in divisa”. Numerose comunque sono le testimonianze dalle quali si evince la convinzione diffusa tra quanti avevano a vario titolo preso parte all’operazione “che qualcosa non aveva funzionato”, o, come affermò Mario Rosa, stretto collaboratore di Borghese “…è la valvola di testa che non ha concorso a quello che doveva concorrere…”.
Recentemente alcune deposizioni di appartenenti agli ambienti dell’eversione nera consentono di indirizzare l’attenzione direttamente su Licio Gelli in relazione al contrordine operativo che paralizzò l’azione insurrezionale. Si hanno infatti testimonianze secondo le quali il Venerabile era ritenuto elemento determinante nel contrordine: tale il convincimento di Fabio De Felice, il quale ne fece parte ad un giovane adepto, Paolo Aleandri, che poi provvide a mettere in contatto con Licio Gelli. L’incarico era quello di tenere i contatti tra questi e l’avvocato De Jorio, allora latitante a Montecarlo; e in tale veste l’Aleandri ebbe numerosi incontri con Licio Gelli, che si sarebbe prodigato per “alleggerire” la posizione processuale degli imputati. Le deposizioni dell’Aleandri – che trovano conferma in quelle di altri elementi quali Calore, Sordi, Primicino – hanno il pregio di fornire la prova del contatto diretto tra Licio Gelli e quegli ambienti, aggiungendo un riscontro preciso alle considerazioni generali già espresse.
E’ stato altresì testimoniato che Licio Gelli teneva il contatto con ufficiali dei carabinieri, e certo è che tra i congiurati era diffusa l’opinione che ambienti militari sostenevano o quanto meno tolleravano l’operazione. Certo, il Borghese si esprimeva nel suo proclama con decisione: “Le Forze Armate sono con noi”.
A loro volta questi elementi ben si inquadrano nel contesto di una serie di deposizioni dalle quali emerge come la generazione immediatamente successiva a quella direttamente coinvolta nel golpe Borghese vedeva nel Gelli l’espressione di ambienti “che in forma più o meno palese venivano contattati, però non con l’esplicita richiesta di aderire ad un golpe, quanto per avvicinarli a posizioni che implicassero un loro consenso per una svolta autoritaria o comunque per una democrazia forte”. Tale almeno l’interpretazione di Fabio De Felice.
Sta di fatto che nell’analisi che questa generazione forniva di quegli eventi si assumeva che un’opera di strumentalizzazione fosse poi stata messa in atto proprio dal Gelli e da coloro che gli erano vicino. Per tali considerazioni venne prospettata persino l’eventualità di eliminare fisicamente il Venerabile della Loggia P2, segno questo che la presenza di Gelli in quegli ambienti aveva assunto un rilievo non secondario, incidendo sulla loro operatività con conseguenze che venivano valutate come deleterie per l’organizzazione.
Accanto alla figura di Licio Gelli, un altro elemento di spicco nell’analisi di questa vicenda è costituito dal generale Vito Miceli, direttore del SID dal 1970 al 1974. In proposito quello che a noi interessa è rilevare come sia accertata l’esistenza di contatti tra il generale Miceli, allora nella sua veste di capo del SIOS, Orlandini e Borghese, contatti da far risalire al 1969, epoca nella quale il
generale entra nella Loggia P2. Tali eventi si accompagnano significativamente alla sua nomina al vertice dei Servizi, che il Gelli si vantò, come sappiamo, di aver favorito e che precede di poco il tentativo insurrezionale guidato dal principe nero.
Contatti aveva altresì il generale Miceli con Lino Salvini, al quale aveva consentito di mettersi in contatto con lui sotto lo pseudonimo di “dottor Firenze”.
Questi dati, unitariamente considerati, vanno letti in parallelo con la successiva inerzia del generale nei confronti delle indagini sul Fronte Nazionale, condotte dal reparto D guidato dal generale Maletti. Con questi il Miceli entrò poi in contrasto, avendo richiesto lo scioglimento del nucleo operativo facente capo al capitano La Bruna; e va a tal proposito sottolineata la svalutazione che il direttore del SID faceva dei risultati investigativi raggiunti sul golpe, come non mancò di esternare all’onorevole Andreotti e all’ammiraglio Henke.
Gli elementi conoscitivi indicati, che non esauriscono di certo una situazione oggetto di una contrastata vicenda giudiziaria, debbono essere a questo punto del discorso inquadrati nell’ambito delle considerazioni alle quali siamo pervenuti analizzando il rapporto tra Gelli ed i Servizi segreti.
Il dato relativo all’appartenenza di Licio Gelli a quegli ambienti va considerato alla luce delle successive attività che vedono il Venerabile impegnato a venire in soccorso degli imputati, svolgendo un’azione che si muove significativamente in perfetta sintonia con la documentata inerzia del Direttore del SID. Il minimo che si possa dire è che questi non sembra aver seguito con
particolare accanimento le indagini sul Fronte Nazionale, pur avendo avuto contatti diretti con i suoi massimi dirigenti.
Contatti che peraltro egli aveva giustificato proprio con la necessità di acquisire informazioni, nella sua veste di dirigente di apparati informativi. E’ del pari in tale prospettiva che vanno valutate sia le diffuse convinzioni maturate nell’ambiente golpista sul ruolo di Licio Gellí, quale cerniera di raccordo con gli ambienti militari, che il risentimento maturato per il fallimento dell’operazione.
Come si vede, anche muovendo da questa situazione l’analisi ci conduce alla figura di Licio Gelli, al suo ruolo di elemento intrinseco ai Servizi, come del resto riteneva il De Felice, ma soprattutto alla individuazione della Loggia P2 come struttura nella quale ed attraverso la quale si intrecciano rapporti e si stabiliscono collegamenti la cui ortodossia lascia ampi margini di dubbio, anche
accedendo alla più benevola delle valutazioni.
Elementi di estremo interesse ai nostri fini emergono poi dalla inchiesta condotta dal giudice Tamburino di Padova sul movimento denominato Rosa dei Venti, nel quale troviamo la presenza di uomini iscritti al “Raggruppamento Gelli”, secondo quanto affermato dall’ispettore Santillo nelle sue note informative. Venivano in tali documenti considerati come appartenenti all’organizzazione gelliana il generale Ricci, Alberto Ambesi e Francesco Donini. L’inchiesta sulla “Rosa dei Venti” si segnala peraltro alla nostra attenzione per due testimonianze raccolte dal giudice patavino che rivestono per noi un sicuro interesse se poste in relazione ad altri elementi conoscitivi emersi nel corso del nostro lavoro.
Va ricordato in primo luogo che il giornalista Giorgio Zicari ha testimoniato di aver collaborato con l’Arma dei carabinieri e con i Servizi segreti, entrando in contatto nel 1970 con Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando, elementi di spicco del gruppo dei MAR, ed ottenendo da costoro informazioni per i detti apparati investigativi.
Quando nel 1974 lo Zicari venne riservatamente convocato dal giudice Tamburino, gli accadde di ricevere nel giro di poche ore l’invito ad un colloquio con il generale Palumbo nel corso del quale l’alto ufficiale ebbe ad esprimersi nei seguenti termini: “…il tema centrale fu che io non dovevo parlare, che poteva succedermi qualcosa, dei fastidi, che io avevo tutto da perdere dalla vicenda, che i magistrati stavano tentando di sostituirsi allo Stato, riempiendo un vuoto di potere, che non si sapeva che cosa il giudice Tamburino volesse cercare, che non ero obbligato a testimoniare…”.
Questa iniziativa del generale Palumbo viene a collocarsi in modo preciso a sostegno della già ricordata osservazione del generale Dalla Chiesa sulla collaborazione non particolarmente motivata degli ambienti della divisione Pastrengo nell’azione che il generale conduceva contro il terrorismo. Va altresì rilevato che l’atteggiamento del generale Palumbo riporta alla nostra attenzione il tipo di risposta che l’ammiraglio Casardi, direttore del SID, forniva ai giudici che indagavano sulla strage dell’Italicus quando si rivolsero al Servizio per ottenere notizie su Licio Gelli, ottenendo un rinvio alle notizie apparse sulla stampa.
Sempre nel corso del 1974 il giudice Tamburino raccolse alcuni riferimenti testimoniali sul cosiddetto SID parallelo, il cui procedimento si chiuse infine con la richiesta di archiviazione formulata dal Procuratore della Repubblica di Roma, accolta dal giudice istruttore in data 22 febbraio 1980.
E’ di particolare interesse, nel contesto di tali deposizioni, quanto ebbe a dichiarare il generale Siro Rossetti, uscito nel 1974 dalla Loggia P2 in posizione polemica nei confronti di Licio Gelli.
L’alto ufficiale in ordine al problema dell’esistenza di un’organizzazione parallela ai Servizi affermò: “…la mia esperienza mi consente di affermare che sarebbe assurdo che tutto ciò non esistesse…” ed ancora “…a mio avviso l’organizzazione è tale e talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, della finanza, dell’alta delinquenza organizzata…”.
Questa descrizione letta oggi sulla base delle conoscenze acquisite in ordine alla Loggia P2, non può non porsi per noi quale motivo di seria riflessione, soprattutto quando si ponga mente alla sua provenienza da parte di un elemento che conosceva la loggia direttamente dall’interno e che professionalmente si occupava di servizi di informazione.
Passando ad altro argomento di ben più impegnativo rilievo, ricordiamo che i gruppi estremistici toscani compirono parecchi degli attentati (specialmente ai treni) che funestarono l’Italia tra il 1969 e il 1975. Il generale Bittoni (P2), comandante la brigata dei Carabinieri di Firenze, iniziò a svolgere indagini, cercando di dare impulso all’inchiesta e di coordinare le ricerche dei comandi di
Perugia e di Arezzo. L’impegno degli ufficiali aretini si rivelò, peraltro, del tutto insufficiente, come ebbe a lamentare lo stesso Bittoni e come risulta dalle deposizioni dei sottufficiali.
Rilevato come ben due degli ufficiali superiori del comando di Arezzo incaricati delle indagini facessero parte della Loggia P2 (uno di essi parlò della relativa iscrizione come di una “necessità”) e che Gelli rivolse al generale Bittoni discorsi sufficientemente equivoci da provocarne una accesa reazione, non sembra azzardato mettere in rapporto di causa ed effetto l’infiltrazione della Loggia
nell’Arma e l’insufficienza dell’indagine. A questo si aggiunga che analoga situazione si verificava per la questura della stessa città, essendosi potuta accertare l’iscrizione alla Loggia non solo di due dei suoi funzionari, ma addirittura del questore pro tempore.
Anche in tal caso appare legittimo mettere in rapporto di causa ed effetto il fenomeno di infiltrazione piduista con disfunzioni “mirate”: così, ad esempio, nel caso della informativa su Gelli e Marsili e sui rapporti del primo con il gruppo Sogno e Carmelo Spagnuolo, richiesta dal giudice istruttore di Torino alla questura di Arezzo e mai ottenuta. Fu rinvenuta, però, tra le carte di Castiglion Fibocchi copia dello scritto anonimo che aveva sollecitato alla richiesta i giudici torinesi: il Venerabile era stato quindi tempestivamente informato ed aveva potuto predisporre le sue difese. In definitiva, sembra potersi concludere sul punto che le infiltrazioni piduistiche ad Arezzo nella Polizia e nei Carabinieri (ed il sospetto di infiltrazione anche nella magistratura, come si vedrà in seguito) servirono in quegli anni a conferire al Gelli un’aura di intangibilità, lasciandogli mano libera per tutte le proprie – non certo lecite – attività.
Un discorso a parte merita, poi, la strage perpetrata con la collocazione di un ordigno esplosivo sul treno Italicus, ordigno esploso nella notte fra il 3 ed il 4 agosto 1974.
I fatti relativi sono stati già giudicati in primo grado dalla corte d’assise di Bologna con sentenza assolutoria dubitativa che, pur se non passata in cosa giudicata, costituisce per la Commissione doveroso – anche se non esclusivo – punto dì riferimento.
Le istruttorie di una Commissione di inchiesta e quelle dell’autorità giudiziaria penale hanno infatti la comune caratteristica di utilizzare prove storiche e prove critiche per giungere, attraverso un processo logico esternato di libero convincimento, a determinate conclusioni. Gli elementi differenziali riguardano invece l’oggetto e lo scopo dell’indagine. Quanto al primo occorre rilevare
che la giustizia penale ha come limite di accertamento realtà oggettivate od oggettivabili, mentre la Commissione parlamentare può (e deve) tener conto anche di più soggettive emergenze come modi di pensare, opinioni e convincimenti diffusi.
Quanto al secondo appare evidente che, mentre la giustizia penale ha un compito di accertamento strumentale rispetto ad affermazioni di responsabilità personali, la Commissione ha invece quello di un accertamento funzionalizzato ad un più puntuale futuro esercizio dell’attività legislativa, e in esso vi è dunque spazio per affermazioni di responsabilità che siano di tipo morale o politico, secondo la natura propria dell’istituto.
Tanto doverosamente premesso ed anticipando le conclusioni dell’analisi che ci si appresta a svolgere, si può affermare che gli accertamenti compiuti dai giudici bolognesi, così come sono stati base per una sentenza assolutoria per non sufficientemente provate responsabilità personali degli imputati, costituiscono altresì base quanto mai solida, quando vengano integrati con ulteriori
elementi in possesso della Commissione, per affermare:

-che la strage dell’Italicus è ascrivibile ad una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana;

-che la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana;

-che la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale.

Gioverà a tal fine riportarsi direttamente agli accertamenti giudiziari. Già nella sentenzaordinanza bolognese di rinvio a giudizio (14. 4. 1980) si leggeva: “Dati, fatti e circostanze autorizzano l’interprete a fondatamente ritenere essere quella istituzione (la Loggia P2 n.d.r.), all’epoca degli eventi considerati, il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale: e ciò in
incontestabile contrasto con le proclamate finalità statutarie dell’istituzione”.
Più puntualmente nella sentenza assolutoria d’Assise 20.7.1983-19.3.1984 si legge (i numeri tra parentesi indicano le pagine del testo dattiloscritto della sentenza):
“(182) A giudizio delle parti civili, gli attuali imputati, membri dell’Ordine Nero, avrebbero eseguito la strage in quanto ispirati, armati e finanziati dalla massoneria, che dell’eversione e del terrorismo di destra si sarebbe avvalsa, nell’ambito della cosiddetta “strategia della tensione” del paese creando anche i presupposti per un eventuale colpo di Stato. La tesi di cui sopra ha invero trovato nel processo, soprattutto con riferimento alla ben nota Loggia massonica P2, gravi e sconcertanti riscontri, pur dovendosi riconoscere una sostanziale insufficienza degli elementi di prova acquisiti sia in ordine all’addebitalità della strage a Tuti Mario e compagni, sia circa la loro appartenenza ad Ordine Nero e sia quanto alla ricorrenza di un vero e proprio concorso di elementi massonici nel delitto per cui è processato”.
Significativamente, poi, si precisa in proposito:
” (183-184) Peraltro risulta adeguatamente dimostrato:
-come la Loggia P2, e per essa il suo capo Gelli Licio (dapprima “delegato” dal Gran Maestro della famiglia massonica di Palazzo Giustiniani, poi – dal dicembre 1971 – segretario organizzativo della Loggia, quindi – dal maggio 1975 – Maestro Venerabile della stessa), nutrissero evidenti propensioni al golpismo;
-come tale formazione aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare (all’udienza in data 27.10.1982 il generale Rosseti Siro, già tesoriere della Loggia, ha ricordato come quest’ultima avesse, tra l’altro, sovvenzionato la campagna elettorale del “fratello” ammiraglio Birindelli), ma anche giovani della destra extraparlamentare, quanto meno di Arezzo (ove risiedeva appunto il Gelli);
-come esponenti non identificati della massoneria avessero offerto alla dirigenza di Ordine Nuovo la cospicua cifra di L. 50 milioni al dichiarato scopo di finanziare il giornale del movimento (vedansi sul punto le deposizioni di Marco Affatigato, il quale ha specificato essere stata tale offerta declinata da Clemente Graziani);
-come nel periodo ottobre-novembre 1972 un sedicente massone della “Loggia del Gesù” (si ricordi che a Roma, in Piazza del Gesù, aveva sede un’importante “famiglia massonica” poi fusasi con quella di Palazzo Giustiniani), alla guida di un’auto azzurra targata Arezzo, avesse cercato di spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tomei e ad Affatigato armi, esplosivi ed una sovvenzione di L. 500.000″.

Aggiunge significativamente il magistrato: “appare quanto meno estremamente probabile” – si legge a pag. 193 – che anche tale “fantomatico massone appartenesse alla Loggia P2”.
La conclusione, su questo punto corre – significativamente – come segue: “(194) Peraltro tali importanti dati storici non sembrano ulteriormente elaborabili ai fini della costruzione di una indiscutibile prova di colpevolezza dei prevenuti circa la strage del treno Italicus”.
La statuizione – che non spetta alla Commissione valutare – appare ispirata al principio di personalità della responsabilità penale ed a quello di presunzione di innocenza: letta in controluce e con riferimento alla responsabilità storico-politica delle organizzazioni che stanno dietro agli esecutori essa suona ad indiscutibile condanna della Loggia P2. Una condanna rafforzata dalle enunciazioni contenute nella prima parte della sentenza ove si esterna il convincimento del giudice sulla matrice ideologica ed organizzativa dell’attentato, una matrice ovviamente irrilevante in sede penale finché non si individuino mandanti, organizzatori od esecutori ma
preziosa in questa sede.
Scrivono ancora, infatti, i giudici bolognesi: “(13-14) Premesso doversi ritenere manifesta la natura politica dell’orrendo crimine di che trattasi (anche in assenza di inequivoche rivendicazioni), data la natura dell’obiettivo colpito e la gravità delle prevedibili conseguenze della strage sul piano della pacifica convivenza civile (fortunatamente poi risultate assai modeste per la “tenuta” della collettività) e dato l’inserimento dell’attentato in un contesto di analoghi crimini politici verificatisi in Italia negli anni 1974-1975 (si pensi alla strage di Piazza della Loggia ed alle bombe di Ordine Nero)”; ed ancora: “(15) è pacifica l’immediata ascrivibilità del fatto ad un’organizzazione terroristica che intendeva creare insicurezza generale, lacerazioni sociali, disordini violenti e comunque (nell’ottica della cosiddetta strategia della tensione) predisporre il terreno adatto per interventi traumatici, interruttivi della normale, fisiologica e
pacifica evoluzione della vita politica del Paese.
Ebbene, non è dubbio che, nel variegato quadro delle organizzazioni terroristiche operanti in Italia negli anni in cui fu eseguito il crimine al nostro esame, l’impiego delle bombe e la loro collocazione preferenziale su obiettivi “ferroviari” caratterizzasse, usualmente, gruppi di ispirazione neofascista e neonazista (si ricordino gli attentati sulla linea ferroviaria Roma-Reggio Calabria in occasione dei disordini di Reggio Calabria e dei successivi raduni, il mancato attentato in cui venne ferito Nico Azzi, l’attentato di Vaíano, rivendicato dalle Brigate Popolari Ordine Nuovo, gli attentati dicembre 1974-gennaio 1975, per cui furono condannati dalla
corte di assise di Arezzo proprio Tuti e Franci) e che fra tali gruppi debba annoverarsi come già vivo e vitale, nell’agosto 1974, quello ricomprendente Tuti e Franci”.
Concludono peraltro malinconicamente i giudici bolognesi con la constatazione di un limite invalicabile alla loro indagine, costituito dal fatto che “l’imputazione riguarda solo esecutori materiali e non, ahimè, lontani mandanti”.
Già tanto potrebbe bastare per legittimare le conclusioni sopra anticipate. A ciò si aggiunga che sospetti di protezione dell’ultra-destra eversiva gravano su ben individuati uffici della magistratura aretina. Persino la sentenza di Bologna (pag. 191) ne riferisce, confermando il convincimento degli eversori neri di poter contare sull’importante protezione di un magistrato affiliato ad una potentissima loggia massonica, e risultano agli atti dichiarazioni assai gravi relative ad autorizzazioni di intercettazioni telefoniche non concesse ed ordini di cattura non emessi. Il dato – al di là di responsabilità individuali su cui non è questa la sede per disquisire – è dimostrativo di una di quelle “opinioni” o “stati d’animo” significativi – fondati o meno che siano – che legittimamente una commissione d’inchiesta accerta e da cui altrettanto legittimamente trae motivi di convincimento.
Le affermazioni dei giudici competenti vanno adesso riportate alle conoscenze proprie della Commissione ed in particolare a due dati di conoscenza emersi con particolare significato in questa relazione.
Il primo è che la pista della Loggia P2 e di Licio Gelli fu seguita in fase istruttoria dai magistrati bolognesi che indagavano sulla strage dell’Italicus e che chiesero notizie in proposito al SID: il Servizio, che, come ben messo in risalto in altra parte della relazione, era assai più che documentato in proposito, altra risposta non forni se non quella, già ricordata, di nulla sapere riportandosi a quanto diffuso dalla stampa.
Secondo elemento di estremo interesse è quello riguardante i rapporti fra l’Ispettorato antiterrorismo ed i già ricordati ambienti della magistratura aretina. Il commissario De Francesco che, per incarico di Santillo, seguiva la pista piduistica di Arezzo, in stretta collaborazione con i magistrati bolognesi, ebbe uno scontro violentissimo con un magistrato aretino che lo accusò – convocandolo in questura nel cuore della notte – di violare il segreto istruttorio. L’incidente, che comprometteva in loco i rapporti tra magistratura e polizia, condusse al richiamo a Roma del commissario De Francesco da parte di Santillo per ordine superiore (cfr. deposizione del De Francesco al dott. Persico 9-6-1981), con conseguente accantonamento di una “pista” pur così sagacemente fiutata dal capo dell’antiterrorismo.
Non è difficile vedere sulla base degli elementi sinora riportati come le considerazioni svolte dai giudici bolognesi si pongano in piena armonia con le conclusioni alle quali il presente lavoro è pervenuto in altra sezione. Non è chi non veda infatti che, ricondotte ad un singolo episodio concreto quale quello in esame, le affermazioni prima argomentate trovano puntuale conferma.
Emerge infatti che in primo luogo venne dai Servizi negata ai giudici bolognesi la conoscenza delle notizie su Licio Gelli che essi detenevano e che nei loro confronti venne attivato quel cordone sanitario informativo le cui ragioni abbiamo prima individuato, e che adesso vediamo operante nei confronti del giudice inquirente che indagava sul caso dell’Italicus. Appare in secondo luogo che il filone investigativo Gelli-Loggia P2 venne anche in questo caso specifico individuato dall’unico apparato investigativo – l’ispettore Santillo – che autonomamente arrivò ad intuire il valore di questa organizzazione e del suo capo perseguendola con costanza nel tempo.
Quanto sopra esposto ci mostra che, alla certezza raggiunta dai giudici bolognesi sul coinvolgimento piduista nella strage dell’Italicus attraverso prove storiche, si aggiungono i risultati ai quali la Commissione è pervenuta attraverso prove critiche tutte gravi, precise, concordanti e che quella certezza già acquisita, quindi, corroborano ed arricchiscono di particolari.
Nel periodo compreso tra la fine del 1973 ed il marzo del 1974 viene ad evidenziarsi un’altra iniziativa nella quale si trovano coinvolti uomini risultati iscritti alla P2 o indicati, nella più volte ricordata relazione Santillo del 1976, come aderenti alla stessa quali Edgardo Sogno, Remo Orlandini, Salvatore Drago e Ugo Ricci.
Dai documenti in nostro possesso si può avanzare l’ipotesi che il gruppo facente capo a Sogno, pur non ignorando le iniziative più tipicamente eversive, abbia sviluppato sin dalla fine degli anni Sessanta, per proseguire nella prima metà degli anni settanta, una linea più legalitaria, che però muove sempre dalle premesse di un grave pericolo delle istituzioni provocato dagli opposti estremismi e dalla incapacità delle forze politiche di farvi fronte. Tale linea quindi si pone gli obiettivi di realizzare riforme anche costituzionali e mutamenti degli equilibri – politici al fine di dare vita ad un governo forte e capace di resistere alle minacce incombenti sul, paese. Possono citarsi in questo contesto la costituzione dei Comitati di resistenza democratica sorti nel 1971 per iniziativa di Edgardo Sogno e le proposte avanzate nei periodici Resistenza democratica e Progetto 80.
Quello che più interessa ai fini della nostra indagine è che la complessa tematica legata al gruppo Sogno, le proposte di riforme costituzionali avanzate, come pure, in parte, la strategia adottata, rivelano punti di contatto con il Piano di rinascita democratica e la strategia di Gelli dopo il 1974.
Ricordiamo infine che nella busta “Riservata personale” che Gelli custodiva a Castiglion Fibocchi era custodita copia di un anonimo, per il quale ci fu richiesta di informativa su Gelli inviata alla questura di Arezzo nel marzo del 1975 dal giudice Violante che indagava sulla eversione di destra. Nell’anonimo leggiamo tra l’altro:
“Il Gelli sembra inoltre collegato al gruppo Sogno e ad altri ambienti che fanno capo all’ex procuratore Spagnuolo oltre che ad ambienti finanziari internazionali”.
Un’ultima notazione sul delitto del giudice Occorsio, il quale avrebbe iniziato ad investigare sui possibili collegamenti tra l’Anonima sequestri ed ambienti massonici ed ambienti dell’eversione.
Tale almeno fu la confidenza che Occorsio fece ad un giornalista il giorno prima di essere, ucciso.
Per quanto a nostra conoscenza il questore Cioppa, iscritto alla Loggia P2, ha dichiarato alla Commissione di aver incontrato Licio Gelli nell’anticamera del giudice Occorsio, due giorni prima dell’omicidio del magistrato. L’esito dell’istruttoria relativa esclude collegamenti tra la Loggia P2 ed il delitto; rimane peraltro da spiegare per quale motivo il giudice avesse convocato il Gelli, secondo il dato in nostro possesso.

http://www.archivio900.it/it/documenti/doc.aspx?id=482