“Il torbido passato di Gianni Nardi” – L’Unità 22.09.1972

Di Gianni Nardi si è parla­to la prima volta all’indomani del clamoroso colpo di scena che portò all’identificazione del vero assassino del benzinaio Innocenzo Prezzavento, ucciso da due colpi di pistola la notte del 9 febbraio del 1967 nel chiosco che gestiva in piazzale Lotto. L’omicidio era avvenuto a scopo di ra­pina. Era stato incriminato per l’assassinio il giovane Pasqua­le Virgilio, riconosciuto, dopo molte perplessità, dall’unico testimone del delitto, Italo Rovelli; il Virgilio, al termine dell’istruttoria, venne rinvia­to a giudizio sotto l’accusa di omicidio aggravato a scopo di rapina.

Ma dodici giorni prima del processo ci fu un clamoroso colpo di scena: un giovane, Marcello Del Buono, si pre­sentò al magistrato accusando dell’assassinio un certo Rober­to, aggiungendo che egli stes­so e due suoi amici, Gianni Nardi — appunto — e Gian­carlo Esposti, appartenenti tutti e tre alla « Giovane Ita­lia », la organizzazione giova­nile fascista, fiancheggiatrice del MSI, avevano fornito l’ar­ma del delitto. Il Nardi interrogato dal giu­dice dopo le rivelazioni del Del Buono, che insisteva a parlare di traffico d’armi da parte dei tre fascisti, ammise di conoscere un certo Roberto Rapetti che venne rintraccia­to di lì a poco, nelle carceri di Forlì.
Si ebbe allora un confronto a quattro col Del Buono, il Nardi, il Rapetti e l’Esposti. Il Del Buono riconobbe nel Rapetti, il Roberto di cui aveva parlato; a sua volta il Rapetti venne riconosciuto anche da Italo Rovelli, il testimone del delitto. La corte tuttavia non die­de molto peso al riconosci­mento perchè il Del Buono era appena uscito da una casa di cura: egli morì qualche tempo dopo in circostanze mi­steriose.

Il Virgilio venne comunque prosciolto dall’accusa di omi­cidio dopo un nuovo colpo di scena, con l’avv. Pisapia che affermò davanti alla Corte di avere appreso da un clien­te, sotto il vincolo del segre­to professionale, cose tali da far escludere la responsabi­lità di Virgilio. La Corte pro­sciolse il Virgilio per non avere commesso il reato. Il Nardi, l’Esposti e il Rapetti vennero a loro volta incrimi­nati per concorso in omicidio aggravato e rapina. Il Rapetti, che intanto ave­va finito di scontare la pena cui era stato condannato per il tentato omicidio, fu sotto­posto a misure di sicurezza, e ricoverato all’istituto psi­chiatrico Paolo Pini di Mila­no. Senonché il giudice sco­pri che l’istituto non era adat­to ad ospitarlo e ordinò la sua incarcerazione a San Vittore.

Il Rapetti informato, cercò di fuggire, ma venne cattu­rato nascosto in un armadio nella sua casa di via Lorenteggio a Milano. Due giorni dopo, i carabinieri arrestarono nel­la sua villa vicino ad Ascoli Piceno, anche il Nardi. Una perquisizione portò alla sco­perta di un vero e proprio ar­senale: nella villa del Nardi si trovarono centinaia di car­tucce per fucile mitragliato­re; il Nardi venne arrestato Il Rapetti alla fine confessò di essere l’autore del de­litto di Piazzale Lotto e ac­cusò il Nardi di avergli, lui, fornito l’arma del delitto. Il Nardi è nipote di un no­to industriale; suo padre stes­so (morto da qualche anno) fu costruttore d’aerei; la for­tuna della famiglia cominciò sotto il periodo fascista. An­che l’Esposti ha un curricu­lum significativo; anche se la sua parte nella rapina dì Piazzale Lotto non risultò mai abbastanza chiara. Il 2 feb­braio del 1969 fu bloccato al­le porte di Bologna dalla po­lizia che sulla sua auto trovò una rivoltella con munizioni, una miccia al magnesio, pol­vere di alluminio e alcune « gabbiette » che costituisco­no la sicura delle bombe a mano « SRCM », cioè quelle dello stesso tipo usate In at­tentati appena precedenti, compiuti ai danni di sezioni del PCI dalle SAM (« squadre d’azione Mussolini»). Il 6 giu­gno dello stesso anno nella sua abitazione, perquisita per un attentato al palazzo espo­sizioni di Vigevano, vennero trovati ancora detonatori, ba­rattoli di polvere d’alluminio e di magnesio, di clorato di potassio e altre sostanze esplo­sive.

“C’è un mistero nella fine di Nardi: noi diciamo che non è mai morto” – L’Europeo 26.11.1976

In queste settimane L’Europeo ha indagato sulle diverse facce del terrore nero: quella dei legami oscuri con l’apparato statale, quella, più recente, dei rapporti istituzionali con la malavita (sequestri, rapine, riciclaggi e altro), quella della preparazione e dell’attuazione del terrorismo politico puro. Terrorismo che, abbiamo visto, si deve più correttamente definire « di centro », o bianco.
Ma il terrore ha un’altra faccia, spesso dimenticata. Quella dell’abbandono, o del « tradimento ». Decine e decine di giovani, usati per anni dai corpi separati dello Stato attraverso le organizzazioni di estrema destra, addestrati con cura all’attentato, alla rapina, alla violenza, all’assassinio politico (due settimane fa abbiamo parlato del segreto campo di addestramento di Alghero) sono stati poi abbandonati dai loro protettori.
Con minore o maggior durezza, i più sono stati « invitati » al silenzio e formano oggi il piccolo esercito degli espatriati, ricattabili e pronti a tutto. Come Pierluigi Concutelli, l’assassino del giudice Vittorio Occorsio. Alcuni, depositari di segreti irrivelabili, sono stati giustiziati: vale per tutti l’esempio di Giancarlo Esposti, colpito a morte nell’imboscata di Pian del Rascino. E del resto, quella pallottola nel collo di Mario Tuti al momento dell’arresto non ha mai avuto una plausibile giustificazione.
Fra i giustiziati la pubblicistica ha inserito i giovani fascisti colpiti da morti misteriose. L’e­lenco è lungo: gli ultimi due nomi sono partico­larmente interessanti. Qualche mese fa, Bruno Stefàno, Avanguardia nazionale e poi Ordine nuovo, amico di Stefano Delle Chiaie, di Gianni Nardi e dei veneti di Freda, viene dato per morto in Svizzera. La notizia è definita certa dalla polizia, ma il corpo di Stefàno non è mai stato trovato, né mai sono state svelate le circo­stanze della sua morte. A metà settembre, infi­ne, Gianni Nardi muore in un incidente d’auto a Palma di Majorca. In circostanze altrettanto misteriose.

Gianni Nardi 2

La morte di Nardi ha avuto l’onore della cro­naca, sui giornali italiani, per due giorni. Qual­cuno vi ha visto dietro le mani del potere. Qualcun altro ha segnalato piccole « stranez­ze ». Poi tutto è finito. Abbiamo voluto condur­re un’inchiesta in Spagna. La sua conclusione è sconcertante: secondo noi, Gianni Nardi non è mai morto. Eppure il suo caso, questo caso, è pur sempre un esempio dell’altra faccia del ter­rore. Un esempio atipico, come atipico è il per­sonaggio Gianni Nardi, con tutti i suoi miliardi e con le palesi protezioni che, per lui, certo non svaniscono nell’arco di una stagione. Ecco i ri­sultati della nostra inchiesta.

L’incidente
Palma di Majorca, venerdì 10 settembre, cin­que e mezzo del pomeriggio. Sulla strada che va da Santani a Las Palmas, al chilometro trentaquattro, poco fuori il paesino di Campos, una Fiat 127 esce troppo forte da una curva diffici­le, sbanda sulla sinistra e si schianta contro un camion che viene in senso opposto. L’auto ha una targa italiana: Vicenza 323885. L’incidente provoca un morto.
Del fatto, prima « stranezza », non si sa nulla per sette giorni. È soltanto il venerdì seguente, infatti, che la Guardia Civil di Palma dà una prima versione dell’incidente: la comunica a un giornalista che telefona da Madrid. Questa la versione: nello scontro è morto un cittadino boliviano, Arnaldo Costa Vina; era alla guida della Fiat; nell’auto sono stati trovati i suoi do­cumenti e la sua patente rilasciata a La Paz.
Dopo la telefonata circola per Madrid il nome di Gianni Nardi. Suoi parenti si sono recati a Palma (e già sono rientrati in Italia). Al centra­lino dell’isola è giunta una valanga di chiamate dall’Italia: amici, giornalisti e anche uomini dello Stato. Il giornalista di Madrid richiama la Guardia Civil di Palma e riceve questa seconda versione: a bordo dell’auto c’erano due persone, l’autista boliviano, che è morto, e un italiano, certo Giuseppe Ascoli, che è rimasto ferito solo leggermente. Questo nome è falso (lo provano controlli effettuati in seguito), ma è un nome falso-logico: Giuseppe si chiama il proprietario dell’auto, un generale italiano amico del Nardi, e Ascoli è la città natale di Gianni Nardi (oltre che del generale).
Questa seconda versione della Guardia Civil, comunque, deve terribilmente spaventare il Co­mando. Evidentemente l’ha fornita qualche in­genuo poliziotto che lì per lì ha consultato le carte dell’incidente (come fa infatti uno spa­gnolo a inventare un nome come quello di Giu­seppe Ascoli che calza così bene al ricercato Gianni Nardi? ). Sta di fatto che il comando del­la guardia di Palma si premura subito dopo di richiamare il giornalista di Madrid (in Spagna non capita mai, per prassi ormai quarantenna­le, che la polizia chiami la stampa) per avvisar­lo che la seconda versione è falsa: sull’auto c’e­ra soltanto il boliviano. Un deplorevole errore.
Che a bordo della Fiat ci fosse un boliviano, comunque, la polizia di Palma era ben convin­ta: subito dopo l’incidente, infatti, la Guardia segnala il fatto al consolato generale di Bolivia a Barcellona. Ma, invece di parenti boliviani, giungono a Palma (quattro giorni dopo lo scon­tro) l’avvocato di Nardi, Fabio Dean, la madre Cecilia e uno zio materno. Seconda « stranez­za »: come hanno fatto a sapere, così rapida­mente, che Gianni è coinvolto nell’incidente? L’avvocato Dean sostiene che il riconoscimento di Gianni Nardi è stato fatto dalla polizia spa­gnola subito dopo lo scontro: ciò contrasta con la segnalazione della polizia stessa al consolato di Bolivia e con le tre telefonate. Una settima­na dopo i poliziotti parlavano ancora di bolivia­no, perché?
Il mistero con cui la Guardia Civil copre l’in­tera vicenda appare molto significativo. Dopo le risposte telefoniche di settembre essa non ha più voluto offrire spiegazioni, né mai ha comu­nicato notizie precise sull’incidente, né mai ha rilasciato fotografie. Infine non ha mai voluto fornire il nome del camionista investito, testi­mone decisivo sulla presenza di una o due per­sone a bordo della Fiat 127 finita sotto le ruote del camion. Ho telefonato alla Guardia di Las Palmas. Due mesi dopo l’incidente, non mi ha fornito alcun dato e ha motivato il silenzio con il « necessario riserbo » dovuto al fatto che l’in­chiesta è in mano a un non meglio precisato giudice di Manacor. Ci si chiede: perché un’in­chiesta giudiziaria su un semplice incidente stradale? Ci si chiede ancora: che motivo ha il « necessario riserbo » quando le responsabilità sono ben definite (la Fiat è piombata sulla cor­sia di sinistra)?

Se la Guardia Civil resta silenziosa, qualcosa è pur possibile sapere da chi ha potuto seguire a Las Palmas gli sviluppi della vicenda. Qual­cosa di molto significativo. Martedì 14 settem­bre giungono nell’isola l’avvocato e i parenti di Gianni Nardi (ripartono tre giorni dopo). Ar­rivano per il riconoscimento. Come viene ef­fettuato? Non dalla madre (che quindi non vede il corpo di suo figlio), non dall’avvocato (che come unica prova ha dunque la lettura del certificato di morte), ma dallo zio del Nardi. È la seconda « stranezza » della vicenda: non si sa chi sia questo zio e, comunque, anche di questo riconoscimento non viene fornito alcun docu­mento. Come si fa a dire con certezza, allora, che il « boliviano » ucciso è proprio Gianni Nar­di? Non si sa.
Il corpo dell’ucciso alla curva di Campos vie­ne provvisoriamente sepolto a Las Palmas. In attesa, evidentemente, del suo trasferimento nella tomba della famiglia Nardi, ad Ascoli Pi­ceno. Qui siamo di fronte alla terza « stranez­za », che appare macroscopica: sono passati due mesi è il corpo definito di Gianni Nardi è anco­ra là, nell’isola spagnola. Ci siamo informati: per il trasporto è sufficiente l’autorizzazione del pre­fetto della regione che, in questi casi (non è un semplice incidente stradale?), viene concessa con estrema rapidità. E allora? Nel settimanale spagnolo Posible, che da un paio di settimane avanza dubbi sulla morte di Nardi, scrive nel­l’ultimo numero: « Una volta che tutto era regolato [per il trasporto, n.d.r.], giunge la stra­na novità che la madre, che era andata a Palma per prendere il corpo del figlio, mostrava il suo disinteresse sull’argomento ». Non sappiamo se è disinteresse: sottolineiamo il dato di fatto che, due mesi dopo, il corpo dell’ucciso di Campos è ancora là, a Palma.

Una piccola notazione politica. Ai dubbi di Posible ha replicato con violenza il quotidiano falangista di Palma, Baleares. « Il corpo è sen­za ombra di dubbio quello di Nardi, voi giocate con i morti », ha scritto, e ha proseguito con pesanti offese alla nuova stampa spagnola. Si­gnificativa è l’impennata dell’estrema destra lo­cale, che per coerenza politica avrebbe dovuto porre dubbi sulla morte del camerata e non so­stenere a spada tratta, semplicemente, che il morto è proprio lui. Ma ancora più significativo è il fatto che l’organo falangista di Palma non ha smentito uno solo dei dubbi che circondano la morte di Nardi, non ha pubblicato un docu­mento, una dichiarazione, un’intervista, non ha portato una prova che è una. L’incongruenza è stata rilevata da alcuni quotidiani di Madrid che stanno assaporando, in questi mesi, l’eb­brezza della critica alle posizioni ufficiali, del governo, dei funzionari, della polizia.

La quarta « stranezza » è la più grave. Essa inquadra direttamente il caso Nardi in quello che ha tutta l’aria di essere: un « affaire » poli­tico. Sino a due settimane dopo l’incidente, dunque, nulla indica che il morto di Campos sia con certezza Gianni Nardi. Date per buone tutte le notizie e lo stesso riconoscimento, man­ca ancora una dichiarazione ufficiale. La Guar­dia Civil, ufficialmente, non ha mai detto che l’ucciso nell’incidente sia Gianni Nardi. Il 17 settembre l’Antiterrorismo italiano dichiara che è « indispensabile accertare l’identità dell’uomo morto a Palma, perché sarebbe il secondo del terzetto a sparire » (il primo è Bruno Stefàno, la terza è la tedesca Gudrun Kiess). Lo stesso giorno, Antonio Delfino, vicedirigente della se­zione italiana dell’Interpol, dichiara a La Stam­pa: « La certezza della sua identità la potremo avere soltanto quando sarà fatto il confronto delle impronte digitali ». Ecco, le impronte. È stato fatto questo confronto? No. Più precisamente (è la quarta « stranezza ») la Guardia Ci­vil ha fatto arrivare le impronte dell’ucciso sia all’Interpol che al ministero dell’Interno italiano. Sono passati due mesi e in Spagna non hanno ricevuto nulla: non solo i risultati del confronto, ma neppure il riscontro dell’arrivo delle impronte con la promessa di esaminarle al più presto, come è prassi. Che cosa nasconde questo nuovo disinteresse? Che cosa è tutto questo silenzio su una vicenda, abbiamo visto, zeppa di « stranezze »?

Il terrorismo
A tutt’oggi, dunque, resta il fatto, incontro­vertibile, che ufficialmente il morto di Palma non è ancora Gianni Nardi. Chi è allora? Avanziamo un’ipotesi, che può d’incanto spie­gare tutte le « stranezze » della vicenda. Gian­ni Nardi è quel Giuseppe Ascoli seduto accan­to al falso boliviano che guida la Fiat. Tra l’altro egli non ha mai avuto la patente e sem­pre ha amato farsi scortare da amici-gorilla. O da sosia, come quel Mario Merlini che lo seguiva nelle imprese ascolane e milanesi. Seguiamo l’ipotesi. Ascoli-Nardi resta fe­rito nell’incidente, il falso boliviano muo­re. Ascoli-Nardi vede allora nella vicen­da una occasione unica per « scompa­rire » e, muovendo le amicizie che ha (più i milioni), mette in piedi la storia della sua morte. Si spiegherebbero co­sì i tempi strani della vicenda, le in­cognite della Guardia Civil, il corpo an­cora a Palma, le impronte che non ar­rivano (per inciso, quand’anche arrivas­sero potrebbero avere un valore di pro­va relativo: Gianni Nardi vivo, infatti, muovendo le solite e antiche amicizie, può ben far giungere a Roma sue im­pronte).

Questa è un’ipotesi. Un’altra è quella dell’incidente provocato e ciò spieghereb­be l’inchiesta della magistratura spagno­la. Altre ipotesi sono possibili. Tutte co­munque portano il segno dell’altra fac­cia del terrorismo politico, quella dell’ab­bandono. Gianni Nardi vuole scomparire o, ipotesi alternativa, deve scomparire. Perché?
Nardi è stato per molti anni una pedi­na di quel ramo dell’apparato statale che ha favorito e coperto le bande armate neofasciste con lo scopo di piegare verso destra (non troppo!) l’asse politico italiano. Una pedina di rilievo di quel ra­mo che aveva i suoi nuclei operativi nel­l’Ufficio affari riservati del ministero del­l’Interno e del SID parallelo. Quel ramo lo ha usato in vari modi: lo ha protetto in numerose azioni e in numerosi traffi­ci (di armi, ad esempio), lo ha costretto, più o meno spontaneamente, a subire l’accusa, poi rivelatasi falsa, di aver uc­ciso il commissario Calabresi. Un’accusa che serviva soltanto a sviare le indagini dai veri assassini e mandanti.

Nella primavera del 1974 Gianni Nardi viene gettato allo sbaraglio con il suo amico Giancarlo Esposti e con i resti di Ordine nuovo e di Avanguardia nazio­nale, ormai fuorilegge. Il giudice bre­sciano Giovanni Arcai che ha indagato, sin che ha potuto, sulla vicenda di Pian del Rascino, è convinto che Esposti, pri­ma di essere giustiziato, abbia ingaggiato la violenta sparatoria con i carabinieri per permettere a Nardi di fuggire. Resta il fatto che da interrogativi di altri neo­fascisti appare che, se Esposti era re­sponsabile nel Reatino di quella che egli considerava una « guerriglia preparatoria della guerra civile», Nardi lo era per il versante marchigiano.

Il ministero
I due avevano appoggi sicuri che giungevano molto in alto. Al giudice Ar­cai l’istruttoria è stata tolta un anno fa, ma egli ha preparato una contro-requisitoria in cui ribadisce i precisi legami fra le bande armate e il ministero dell’Interno. In particolare, egli sostiene (nulla di ciò apparirà poi nell’indagine ufficiale, naturalmente) di aver individuato l’uffi­ciale del centro Italia che fornì all’Esposti la cartina dei posti di blocco della polizia e dei carabinieri. Dice Arcai sull’episodio: « Ritengo, sul­la base di precise risultanze istruttorie, che tale ufficiale sia stato identificato nel maggiore di PS Mezzina, il cui arresto provvisorio il PM non volle convalidare.
Il maggiore Mezzina comandava all’epo­ca il gruppo guardia di PS di Frosinone; aveva subito una perquisizione domici­liare durante la quale era stato trovato, nel suo alloggio di servizio, Gianni Nar­di, che aveva abbandonato il soggiorno obbligato di Ascoli Piceno e che vi per­maneva da una ventina di giorni dopo essere rientrato clandestinamente dalla Spagna. L’alloggio di servizio dell’ufficia­le era frequentato anche da Giancarlo Esposti ».
Gianni Nardi, dunque, in soggiorno obbligato ad Ascoli e poi latitante in Spagna è protetto e ospitato da un ufficiale di PS! Non basta: dall’ufficiale e dall’intera vicenda di Pian del Rascino il giudice Arcai risale, con nomi e cognomi, al ministero dell’Interno e al SID paralle­lo. È evidente che risale troppo e, come già un anno fa L’Europeo scrisse e come è ben documentato in un coraggioso li­bro pubblicato in questi giorni (Achille Lega e Giorgio Santerini, Strage a Bre­scia, potere a Roma, Mazzotta), un testi­mone improvviso coinvolge il figlio del giudice (quindici anni e mezzo all’epoca) nella strage di piazza della Loggia. L’in­chiesta del padre, è ovvio, deve cambiare titolare. Quel tenue filo che porta al ministero dell’Interno si spezza.
Primavera ‘74
Ma che cosa succede in quella prima­vera del 1974? Succede che quel nucleo di potere statale che proteggeva Nardi e la gente come lui viene duramente col­pito: l’Ufficio affari riservati è sciolto d’autorità subito dopo la strage di Brescia e l’altro SID prepara e attua, patro­no Andreotti, l’attacco decisivo a Miceli. L’immediata conseguenza è che tutti i giovani protagonisti del terrore « nero » restano senza copertura: questa è la ve­rità che il potere politico, Partito comu­nista incluso, vuole tener nascosta agli italiani. Così, Giancarlo Esposti viene giustiziato a Pian del Rascino, così deci­ne di neofascisti vengono a ripetizione (e improvvisamente, dopo anni di pro­tezione) colpiti da mandati di cattura e molti sono costretti a fuggire all’estero. I più entrano in quel giro « parallelo » (certo gestito dall’alto, ma non più o non esclusivamente con gli obiettivi politici di prima) che opera, a contatto con la malavita, nel campo dei sequestri, delle rapine, degli assassinii su ordinazione.
Qui non si vuole certo difendere i neo­fascisti, ma impedire che ancora una volta la stampa cada, in nome di un fal­so antifascismo, nei giochi del potere, del nuovo potere in questo caso: un pe­ricolo di estrema destra in Italia non c’è più da anni, è inutile riesumarlo, magari con tardive inchieste giudiziarie, per co­prire una nuova stabilizzazione. Il nuovo fascismo, se verrà, non sarà fatto dai volti di questi fanatici resti dell’ordinovismo, non sarà fatto da « alalà » né da slogan vecchi di cinquant’anni. Sarà fatto da altro su cui, questo è il dovere della stampa, sarà utile indagare. Si vestirà, magari, con i panni di una ferrea stabi­lizzazione.

Torniamo a Nardi. Dopo le disgrazie del suo « ramo » statale (primavera ’74) egli capisce di essere alla vigilia dell’ab­bandono. Dopo l’« esecuzione » di Esposti egli capisce che può diventare un capro espiatorio. Fugge allora in Spagna defi­nitivamente. Malgrado sia soltanto accu­sato, in Italia, per una storia di armi e bossoli nella sua villa di Marino del Tron­to, non vuole più tornare. Conoscendo l’ambiente e i suoi polli, avendo perduto di forza le sue protezioni, teme di essere di nuovo coinvolto nell’uccisione di Ca­labresi e di finire i suoi giorni in car­cere.
In Spagna Nardi frequenta per un po’ l’ambiente del neofascismo in esilio e ne scopre le debolezze e la doppiezza. La famosa « Internazionale nera » spagnola è in realtà un’accozzaglia di cani sciolti neofascisti, di agenti spagnoli e italiani, di « manager » pronti a vendere notizie e uomini al miglior offerente. Più che un’Internazionale nera è un’Internazio­nale della malavita. Nardi tende a non frequentare questo ambiente, vede sol­tanto qualche amico di Barcellona che considera fidato. È ricco, e allora viaggia molto per l’Europa, è spesso in Svizzera, si concede le vacanze a Palma di Major­ca, dove affitta un appartamento a Santani. Vuole tornare in Italia, questo de­siderio lo esprime a molti. L’incidente può avergli fornito lo spunto, l’occasione. In tal modo spera che, morto ufficialmente, l’altra faccia del terrorismo non lo colpisca più.

CorradoIncerti, L’Europeo 26.11.1976

Amedeo Vecchiotti – dichiarazioni 01.10.1985

Verso il maggio 1973 perche’ processato per bancarotta, mi costituii a fermo nel cui carcere trovai Nardi Gianni. Nardi era molto diffidente ma poiche’ eravamo della stessa citta’ ed una mia sorella era amica di sua madre, finimmo insieme nella cella nr 17 . Facemmo un piano di fuga per superare la doppia cinta muraria, io mi ero fatto amici i cani da guardia, a cui davo da mangiare.
Ma all’ improvviso Nardi fu scarcerato e allora il 30.09.73 io eseguii il piano di fuga progettato con Nardi. A me si uni’ per l’ evasione Lascialfari Rinaldo un livornese detenuto comune. Quel giorno dopo la fuga andai a Roma da un cileno che si chiama Michael e che abita alla Magliana in via dell’Impruneta nr 14 oppure nr 31. Il recapito di Michael me l’ aveva dato Nardi, seppi da Michael che Nardi era in spagna e per telefono lo stesso Nardi mi invito’ a raggiungerlo ad Andorra. Lo raggiunsi ad Andorra assieme al Lascialfari e li insieme al Nardi trovai Proietti Antonio, anche se mi pare che questo sia un nome falso. Dopo alcuni giorni Nardi disse che doveva rientrare in Italia e partimmo in macchina io, lui e Lascialfari e facemmo tutta una tirata fino a Ginevra da dove andammo a Vaduz e poi a Innsbruk e poi a Linz e poi a Gratz e poi a Lubiana. Al valico di villa Opicina Nardi rientro’ a piedi approfittando della confusione, mentre io e Lascialfari rientrammo in macchina in Italia pero’ ci separammo e Nardi si fermo’ a Vicenza ove penso sia andato dal generale Maggi Giuseppe che era un amico di famiglia. Ci trovammo con Nardi a Roma dopo tre o quattro giorni. Qui vidi che Nardi ebbe dalla madre tanto denaro da riempire una sacca da tennis. Sistemati i conti con la famiglia e mi pare fosse questa la ragione per cui era tornato in Italia, Nardi abbandono’ il gruppo di Esposti Giancarlo, con traghetto andammo in Sardegna e poi a Palau, da punta maddalena un pescatore trasporto’ il solo Nardi in Corsica mentre io e Lascialfari ritornati in Italia, in macchina raggiungemmo Marsiglia dove riprendemmo Nardi e lo riportammo ad Andorra ove lo lasciammo.

– mentre eravamo in carcere insieme, Nardi diceva che lui non c’ entrava nulla con l’ omicidio di calabresi. Nardi sapeva molte cose sui neri ma in sostanza li denigrava tutti, perche’ non li riteneva alla sua altezza. Aveva una forte ammirazione per Franco Freda, con cui era stato detenuto a san vittore. A Milano Nardi frequentava Esposti e Antonio Proietti che e’ uno robustello alto che deve scontare una forte pena. Ad Ascoli Nardi era molto legato a Marini che era fidanzato di sua sorella, e quando Nardi ando’ via il suo posto ad Ascoli fu preso da Viccei che era uno “nero nero” e che poi e’ finito in una serie di storie di rapine nella zona. In questo momento mi sfugge il nome di Milano che dopo la scomparsa di Nardi ne prese il posto sempre a Milano. Ad Ascoli Nardi si appoggiava anche a delinquenti comuni come un certo Niccolai e ragazzotti di mezza tacca, con cui facevano degli scherzi nel senso di simulare la presenza di bombe che allarmavano tutti ma poi si rilevavano come dei giocattoli. Io ho sempre avuto dubbi sulla morte di Nardi e se e’ vivo , penso che sia in Cile . Due anni fa a San Benedetto del Tronto Kostopulos Andrea che conosceva molto bene Nardi e che ha la residenza a Mikonos in Grecia, credette di riconoscere Nardi.

– fu Nardi che mi disse se avevo bisogno di andare dal Michael che ho detto prima il quale aveva i passaporti falsi e dette la Mercedes con cui io a Marsiglia ripresi il Nardi come ho gia’ detto.

– ho conosciuto Esposti quando rividi Nardi a Roma dopo che lui si era fermato a Vicenza. Questo e’ accaduto alla fine del 1973. Con Esposti c’ erano altre due o tre persone; ma io ricordo solo Bruno Stefàno. A Roma con la sorella di Nardi veniva Marini che poi e’ stato due anni anche lui ad Andorra dopo la morte di Esposti.

– non avevano progetti particolari. Jordan l’ ho sentito nominare ma non so altro. Non vorrei sbagliarmi ma ho sentito parlare di botti verso l’ Altare della patria.

– Gelli Licio non l’ ho mai visto sentito o conosciuto, ma l’ ho intravisto una volta in una fabbrica. Prendo atto che il gi mi legge alcuni frammenti della lettera del novembre ‘74 che io indirizzai a Ghiron. Quelle notizie su Gelli le ho sentite perche’ frequentavo un tale che si chiama Castellani Renato che era impiegato alle poste ma stava sempre in ambienti governativi oppure al comune di Roma quando era sindaco Darida. Io non ricordo chi ma mi interessavo a Gelli perche’ mi dissero di farlo. Di una foto mia in mano a Gelli io so che mi fotografarono non so chi sia il colonnello Franchi di cui si parla nella lettera; a meno che non fosse il colonnello Marzollo. (…)

– Nardi era pienamente d’ accordo con Esposti ed io ricordo che Nardi era piu’ pacato e ragionatore, mentre Esposti era piu’ irruento e entusiasta.

– nel 1976 quando fui detenuto a Rieti parlai con Spinelli che e’ un funzionario del ministero dell’ Interno. A Spinelli feci il nome di Mauro Tomei, perche’ questo nome l’ avevo sentito fare da Esposti. Loro ammiravano il gruppo toscano perche’ era il migliore. Non so d’ incontri tra il gruppo Esposti e il gruppo toscano. Fecero anche il nome di Tuti come di uno di professata fede di destra.

– a Roma nello studio dell’ avvocato Taddei, il quale non c’ entra assolutamente nulla, io facevo seguire le mie vicende dall’ avvocato Nicosia Ernesto. (…) Nicosia mi presento’ Ghiron il quale a sua volta mi fece conoscere il maggiore Amici dei servizi segreti, a sua volta il tempo successivo vidi una persona che mi fu presentata come un colonnello di 52 anni scapolo, ben portante che aveva una motocicletta e che secondo me era il colonnello Marzollo. Questo accadde agli inizi del 1974 ed io collaborai con i servizi per rintracciare Nardi.  (…)

– Lascialfari dall’evasione e’ rimasto con me fino al gennaio febbraio 1974, quando portammo Nardi Gianni in Spagna.

– Prendo atto che il gi mi fa presente che dagli atti risulta che nel 1976 al funzionario del ministero dell’ interno io dissi che il mandante dell’ Italicus era stato Gelli e che il lavoro l’ avevano fatto i due di Lucca sotto la guida di Tomei Mauro. Sono frasi generiche che io riprendevo dall’aver frequentato nel 1974 l’ ambiente di Esposti. Ho frequentato l’ ambiente fino alla fine del maggio 1974. Prendo atto che l’ attentato dell’ Italicus e’ avvenuto il 04.08.74.

– Nardi ando’ a Frosinone a casa di mia sorella perche’ cercavano me che ero l’ unico di cui si fidasse in quel momento. Io non so nulla di una piantina stradale consegnata ad Esposti  recante l’ indicazione di posti di blocco.

A questo punto il GI fa presente al testimone che esso appare piuttosto incline a scivolare di fronte alle domande dirette e specifiche che gli vengono poste.

– non solo sono passati dieci anni dai fatti ma gli ultimi sette di questi anni li ho passati nascondendomi da una parte e dall’ altra ed ho bisogno di tempo per riordinare le idee. Fatemi ricordare i fatti cosi’ mi sono stati raccontati perche’ non li ho vissuti. Io poi devo ricordare tante cose (…). Tra la fine del 1977 e l’ inizio del 1978 , a Rebibbia era detenuto con me un Marco che era di Pistoia o di Prato, e raggiungeva il suo capo Graziani Clemente a Londra. (…).  Gelli io l’ ho conosciuto personalmente perche’ avevo bisogno di un passaporto che mi facesse stare tranquillo. Nel settembre 1984 secondo me Gelli e’ stato nella tenuta La Forra, a cavallo delle province di Siena ed Arezzo, comune di Montevarchi. Mi sembra che nei discorsi di Esposti si dicesse che il figlio di Gelli mi sembra Raffaele finanziasse la destra e in particolarmente a Lucca. Ma questi sono soltanto ricordi frammentari che io ho di parole ascoltate oltre 10 anni fa. (…) Per fare questi discorsi in termini chiari e precisi di fatti persone cose come li vuole il GI devo essere sicuro di quello che dico, chiederò io stesso di essere interrogato una seconda volta.

A questo punto entrambi i GI premesso che e’ doveroso assicurare ai testimoni l’ incolumita’ anche in regime carcerario, fanno presente al teste che perche’ cio’ sia possibile e’ necessario che esso vecchiotti renda dichiarazioni chiare ed inequivocabili. Di cio’ viene dato atto perche’ il Vecchiotti ha dimostrato timori per la sua incolumita’ in relazioni al prosieguo della deposizione.

Letto confermato sottoscritto.­

 

Imputazione e proscioglimento del maggiore Mezzina – processo Mar 1976

La prima fonte di prova che ha condotto all’incriminazione del maggiore di P.S. Crescenzio Mezzina è costituita dalle dichiarazioni di Alessandro D’Intino (cfr. interrogatorio in data 1 giugno 1974) il quale dichiarò che Giancarlo Esposti gli aveva confidato di aver segnato su una carta topografica tutti i luoghi ove venivano costituiti i posti di blocco. Gli avevo, anche precisato che tempo prima aveva conosciuto un tenente colonnello, o forse maggiore, della Polizia il quale, in procinto di essere trasferito per avanzamento ad un comando superiore di Padova, aveva deciso di suicidarsi perché col trasferimento sarebbe emerso un grosso ammanco di cassa. Egli invece lo aveva convinto a darsi alla latitanza ed espatriare. In questa occasione lo aveva ricattato per aiutarlo e così aveva ricevuto il piano dei posti di blocco di una certa zona. L’identificazione dell’ignoto tenente colonnello, o maggiore nel Mezzina, deriva comunque sostanzialmente dal contenuto del rapporto in data 2 giugno 1975 del Nucleo Investigativo CC. di Pordenone (cfr vol.114-/A in faldone H/5) nel quale si riferisce che nel corso di un intervento effettuato da una pattuglia composta dal maresciallo Iurissevich e dal brigadiere Resciniti, nel maggio 1975 presso l’abitazione del Mezzina in Porcia, la moglie di questi Maria Grazia Vecchiotti, aveva confidato ai militata intervenuti gravi fatti in cui era stato coinvolto il marito.

Tali fatti, sostanzialmente, si riassumevano nelle seguenti circostanze:
a) il Mezzina aveva avuto contatti ed aveva ospitato in casa sua a Frosinone Gianni Nardi, Piergiorgio Marini ed il latitante Amedeo Vecchiotti (fratello della donna);
b) in un’occasione aveva consegnato a Nardi e Marini due cassette militari di legno e degli involti, provenienti, a detta del Mezzina, dal magazzino della P.S. di Sora;
c) il giorno seguente erano venuti in casa ad eseguire una perquisizione il vicequestore Ieppariello ed il commissario Bochicchio; scopo della visita era la ricerca del latitante Vecchiotti che si presumeva poter aver trovato rifugio presso la sorella. Vi era invece stato trovato il Nardi il quale avrebbe dovuto trovarsi in soggiorno obbligato ad Ascoli Piceno;
d) due giorni dopo erano arrivati, mandati dal Nardi, Piergiorgio Marini e Giancarlo Esposti i quali offrirono al Mezzina, afflitto da una pesante situazione debitoria, di espatriare in Spagna: il maggiore aveva rifiutato ed allo scopo di suicidarsi aveva estratto la pistola. Esposti gli aveva chiesto l’arma e Mezzina gliel’aveva data. Tutto ciò, tuttavia, aveva precisato la Vecchiotti, era avvenuto per semplici interessi e non perché Mezzina condividesse o fosse implicato nell’attività politica dei vari Nardi, Marini ed Esposti. In data 13 giugno 1975 il G.I. dopo aver escusso il Maresciallo Iurissevich ed il brigadiere Resciniti, emetteva nei confronti del Mezzina mandato di arresto provvisorio per il reato previsto dall’art. 205 C.P..

Gli ulteriori sviluppi istruttori non hanno tuttavia permesso di consolidare l’ipotesi accusatoria. L’imputato ha sostanzialmente negato tutte le circostanze predette, limitandosi ad ammettere la sua conoscenza con Nardi e Marini, vecchi conoscenti di famiglia della moglie. In ispecie, ha decisamente negato di aver conosciuto Esposti e quindi di avergli mai consegnato un piano dei posti di blocco od una pistola o di aver consegnato munizioni a Nardi e a Marini. Ritualmente escussa in data 26 luglio 1975 Maria Grazia Vecchiotti ha sostanzialmente ritrattato quanto dichiarato informalmente ai carabinieri, precisando che all’epoca delle suddette dichiarazioni era “irritata dal comportamento del marito” e che comunque certamente questi non seguiva l’ideologia di Nardi e Marini.
Nel rapporto 19/6/1975 del Nucleo Antiterrorismo Lazio-Abruzzi, riferendo sulle modalità della visita effettuata il 22 novembre 1975 in casa Mezzina da parte. dei funzionari Ieppariello e Bochicchio, si precisa infine:

-che in tale occasione non erano state notate nell’abitazione cassette di munizionamento (contrariamente a quanto assunto dalla Vecchiotti con i CC.);
-che nel munizionamento della sezione di Sora non erano stati riscontrati ammanchi;
-che il Mezzina non possedeva in dotazione una pistola, né aveva mai denunziato il possesso di una pistola personale;
-che, infine, l’abitazione del Mezzina in Frosinone era ubicata all’ultimo piano dello stabile dove hanno sede gli uffici del Comando di P.S..

Dal complesso delle indagini svolte la figura del Mezzina é uscita in una luce di estrema equivocità, sia sotto il profilo professionale, sia sotto quello familiare, altrettanto deve però obiettivamente rilevarsi anche per quanto concerne la moglie, Maria Grazia Vecchiotti, la quale è sicuramente legata da vecchia data alle famiglie Nardi e Marini, fa risalire tutte le disgrazie e le vicissitudini familiari ad una situazione relativa ad un’amante che il marito aveva a Frosinone, ma nel contempo appare essere stata legata da rapporti intimi con Gianni Nardi (cfr. deposizione Ghiron, Marozzi, e Mori rispettivamente in data 2 e 22 luglio 1975).

Tali le circostanze e le valutazioni che, evidentemente, hanno indotto il Giudice istruttore a revocare, in data 5 luglio 1975 il mandato di arresto nei confronti dell’imputato, pur non escludendo la possibilità che proprio il Mezzina fosse colui che aveva comunicato a Giancarlo Esposti l’ubicazione dei posti di blocco, dovendosi tuttavia in questa sede puntualizzare definitivamente le prove a carico dell’imputato allo scopo di determinarne eventuali responsabilità in ordine al reato contestato (art. 305 C.P.), deve osservarsi:

a) che secondo l’accusa la partecipazione del Mezzina all‘associazione cospirativa si concretò esclusivamente nella consegna a Giancarlo Esposti della carta topografica su cui erano segnati i posti di blocco;
b) che a questo proposito l’unica fonte di prova è costituita dalle dichiarazioni di Alessandro D’Intino il quale anzitutto riferisce semplicemente delle confidenze fattegli da Esposti ed in secondo luogo non fornisce elementi di certezza per l’identificazione dell’ufficiale di P.S.;
c) che le iniziali accuse della moglie dell’imputato (anche volendo prescindere da una valutazione strettamente giuridica in ordine alla loro validità) concernono elementi diversi da quello posto a fondamento dell’imputazione e paiono in ogni caso essere poste in dubbio dagli elementi acquisiti successivamente;
d) che ancora, anche volendo dar per provato quanto affermato da D’Intino e dalla Vecchiotti, proprio dal contenuto delle rispettive dichiarazioni parrebbe di dover escludere nella condotta dell’imputato l’elemento psicologico richiesto dall’art.305 C.P. (essendo avvenuta la supposta consegna della carta topografica o della pistola per un “ricatto” o per un interesse di natura economica).

In tale situazione non può concludersi se non nel senso dell’esistenza di sospetti, anche gravi, nei confronti dell’imputato in ordine al fatto materiale della consegna della carta topografica, dovendosi peraltro escludere, in ogni caso, che la consegna suddetta sia avvenuta nell’ambito di un’adesione dell’imputato all’associazione cospirativa facente capo a Fumagalli ed Esposti. Versandosi in ogni caso nell’ambito di semplici sospetti da condividere appare il proscioglimento dell’imputato con la formula terminativa proposta dal P.M..

Sentenza ordinanza Mar 1976 pag 303-307

L’attentato di Silvi Marina e le dichiarazioni di Viccei – Sentenza Italicus bis – prima parte

La formalizzazione dell’ istruttoria ebbe luogo nel 1984. Vennero subito acquisiti atti da altre Autorità Giudiziarie, soprattutto dal G. I. di Firenze che procedeva per l’attentato di Vaiano del 21.4.74, e vennero sentiti imputati in procedimenti connessi che avevano nel frattempo assunto un atteggiamento collaborativo, fra i quali Angelo IZZO, neofascista romano resosi responsabile di un efferato omicidio e quindi condannato all’ ergastolo. In data 22.3.85, poi, fu sentito per la prima volta tale Valerio VICCEI, il quale interessava all’ indagine in corso soprattutto perché avrebbe potuto fornire riscontri in ordine ad alcuni fatti precedentemente riferiti da IZZO nel corso di un interrogatorio reso all’A. G. di Firenze ed acquisito ex art. 165 bis C. P. P..

Da quel momento il VICCEI sviluppò ed approfondi un rapporto di collaborazione con la giustizia -già in precedenza iniziato con l’ammissione innanzi ad altre A. G. di alcuni reati comuni da lui stesso commessi- che lo portò a ricostruire con dovizia di particolari le attività di un gruppo eversivo di destra operante ad Ascoli Piceno negli anni 71-74 e strettamente collegato, attraverso Gianni NARDI e Giancarlo ESPOSTI, ad un più efficiente, organizzato ed autorevole gruppo eversivo milanese che, in quel tempo, era impegnato a selezionare ed a raccogliere attorno a sé persone provenienti da varie organizzazioni di destra quali O. N., A. N., ORDINE NERO, il M. A. R., ecc., disponibili a partecipare all’elaborazione e all’esecuzione di un disegno terroristico di tipo stragista. Tale organizzazione, secondo le notizie raccolte da VICCEI nei suoi colloqui con Giancarlo ESPOSTI, Piergiorgio MARINI e Giuseppe ORTENZI, aveva centro a Milano ed avrebbe dovuto mettere a segno quattro attentati di tipo stragista (fra cui quello dell’ITALICUS).

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Il gruppo milanese a tal fine si sarebbe avvalso, secondo le circostanze, sia di propri elementi, sia di terroristi militanti nelle propaggini periferiche del gruppo suddetto. Occorre subito sottolineare come già tali indicazioni di carattere generale abbiano trovato riscontro in numerose risultanze antecedenti e successive alle dichiarazioni di VICCEI. Fra le ultime, si segnalano le dichiarazioni di Andrea BROGI (int. Brogi del 16.1.86) nelle parti in cui riferiscono dei collegamenti fra elementi milanesi ed esponenti della destra eversiva Toscana. Fra le prime vanno evidenziate sia alcune risultanze del procedimento contro il M. A. R. di FUMAGALLI (v. sent. ord. del G. I. di Brescia di data 28.4.76), sia le conclusioni cui è addivenuto il procedimento contro ORDINE NERO (si vedano le copie dell’ordinanza di rinvio a giudizio e della sentenza della Corte di Assise d’Appello di Bologna del 14.2.84).

Prodromi della vocazione stragista del gruppo milanese, sono rilevabili, poi, nel procedimento contro Giancarlo ROGNONI ed altri, relativo all’attentato ferroviario eseguito in data 7.4.73 da Nico AZZI. Orbene, le dichiarazioni del VICCEI consentirono di delineare i contorni di una organizzazione che, nel 1974, aveva sviluppato un programma terroristico complementare e parallelo a quello propugnato e realizzato da ORDINE NERO. Mentre “ORDINE NERO”, infatti, eseguiva e rivendicava attentati dinamitardi che avevano una valenza politica e simbolica resa esplicita sia dalla natura degli obiettivi (sedi di partiti politici avversi, case del popolo, esattorie comunali ecc.), sia dagli atti di rivendicazione degli attentati stessi, l’organizzazione di cui ora si discute propugnava un programma di stragi indiscriminate aventi lo scopo di terrorizzare la popolazione e di pervenire direttamente ad una situazione di destabilizzazione del Paese.
L’organizzazione in questione si proponeva il fine immediato di produrre il maggior numero possibile di vittime (si vedano in proposito le dichiarazioni di VICCEI e DANIELETTI in merito ad attentati di tipo stragista mai realizzati, ideati da Giancarlo ESPOSTI) e perciò prediligeva obiettivi quali i treni e le ferrovie che, per loro natura, ben si prestavano al conseguimento di tale scopo.

Ovviamente questi attentati non potevano venire rivendicati ed anzi dovevano restare circonfusi da un alone di ambiguità e di mistero, sì che l’opinione pubblica potesse ritenerli ascrivibili alla parte politica avversa. E’ proprio in questo contesto e nell’ambito della suddetta organizzazione che maturò l’evoluzione politico-operativa della c. d. “Cellula Ascolana” e che venne eseguito un attentato ferroviario a Silvi Marina, località sulla costa adriatica nei pressi di Teramo. Il VICCEI, dunque, superando progressivamente timori e parziali reticenze, giunse infine a fornire le notizie in suo possesso relative all’ambiente della destra eversiva ascolana dell’epoca, alle sue attività ed ai suoi collegamenti. Il complesso delle sue dichiarazioni venne quindi sottoposto ad una minuziosa analisi che teneva conto, come dati di riscontro:

1)Delle acquisizioni di altri procedimenti (quali quelli contro il M. A. R., contro ORDINE NERO, quello per gli attentati in Toscana del 1974, quello per la strage di Brescia ); 2) degli esiti dell’attività istruttoria compiuta da questo G. I. nell’ambito del procedimento di sua competenza; 3) degli accertamenti e degli interrogatori svolti dall’A. G. di Ascoli Piceno a seguito di dichiarazioni del VICCEI pertinenti a fatti locali.

Una cospicua parte delle dichiarazioni del VICCEI, inoltre, fu oggetto di analisi da parte della D.I.G.O.S. di Bologna, che col rapporto 10.10.85 e relativi allegati, riferì i riscontri rilevati.

In esito a tale rapporto venne emesso mandato di cattura contro MARINI e ORTENZI per i reati di cui agli artt. 270, 306 e 285 C. P. e contro Giancarlo ROGNONI Marco BALLAN per i reati di cui agli artt. 270 e 306 C. P. . Nei confronti dei quattro venne contestualmente spedita comunicazione giudiziaria per la strage di San Benedetto Val di Sambro.

Il VICCEI aveva iniziato a parlare dettagliatamente dell’ambiente ascolano nell’interrogatorio del 5.6.85 ed è alla lettura di tale atto e degli interrogatori successivi che occorre fare riferimento per disporre di un essenziale elemento di comprensione dell’evoluzione della cellula ascolana e del passaggio di questa dalla pratica di attentati minori (quali quello al Tribunale di Ascoli e al ripetitore R.A.I. della stessa città) all’inserimento a pieno titolo in quel progetto stragista cui si è già più volte accennato.

L’esposizione del VICCEI è particolarmente significativa, poi, per quanto attiene alle modalità della sua cooptazione e del suo progressivo coinvolgimento nell’attività terroristica del gruppo ad opera principalmente dell’ORTENZI e del MARINI e per quanto attiene alle modalità di raccordo e di collaborazione fra la cellula ascolana ed i milanesi, modalità queste ultime che paiono essere state seguite dai milanesi anche con riferimento di altri gruppi dell’Italia Centrale per la messa a punto e l’esecuzione di ulteriori attentati avvenuti nel corso del 1974, come più volte evidenziato da altre fonti sia antecedenti che successive al contributo di VICCEI.
In estrema sintesi, le dichiarazioni del VICCEI toccano i punti seguenti :

1° esistenza, già nel 1971-72 di una cellula paramilitare ascolana contigua al Fronte della Gioventù di quella città; appartenenza a tale cellula dell’ORTENZI e del MARINI;
2° passaggio del controllo sulla “Cellula Ascolana” dal NARDI all’ESPOSTI;
3° colloquio con l’ESPOSTI del marzo-aprile 1974, nel corso del quale il VICCEI apprende per la prima volta (dopo che già era avvenuto l’attentato di Silvi Marina): a) che i milanesi intendevano portare avanti un progetto terroristico comprensivo dell’esecuzione di quattro stragi ed avevano individuato le ferrovie come obiettivo preferenziale; b) che vi era stato un dissidio di fondo fra il NARDI ed il gruppo milanese in quanto il primo non si sentiva di seguire la strategia stragista che era stata decisa; c) che l’attentato di Silvi Marina era stato preparato dal MARINI e da due milanesi dei quali l’ESPOSTI non fece il nome, i quali, inoltre, assistettero l’ORTENZI mentre questi installava l’ordigno sui binari; d) che l’attentato in questione avrebbe dovuto essere la prima delle quattro stragi volute dal gruppo milanese, da eseguirsi nel 1974 nel contesto di un piano di destabilizzazione di sovvertimento delle istituzioni; e) che l’attentato era fallito a seguito di un errore tecnico del l’ORTENZI, ma che negli intenti degli esecutori e degli ideatori avrebbe dovuto provocare una vera e propria strage;
4° colloquio con l’ORTENZI, nel corso del quale quest’ultimo, dopo qualche resistenza, conferma nella sostanza il racconto dell’ESPOSTI in ordine all’attentato di Silvi Marina, ma ne addebita l’insuccesso al comportamento tenuto dai milanesi durante la collocazione dell’ordigno sui binari;
5° colloquio con l’ORTENZI, nell’estate del 1975, nel corso del quale quest’ultimo riferisce al VICCEI che sia la strage di Brescia che quella dell’ITALICUS erano opera del gruppo dei milanesi cui aveva fatto capo la cellula di Ascoli;
6° individuazione di alcuni dei referenti milanesi della “Cellula Ascolana” e, in particolare, indicazione del BALLAN e del ROGNONI come persone collocate ai vertici del gruppo; contatti personali e telefonici fra i predetti e l’ESPOSTI;
7° notizie apprese dal MARINI in merito alla latitanza di quest’ultimo e in particolare rapporti di quel periodo fra il MARINI, il ROGNONI ed il CONCUTELLI;
8° rapporti fra l’ESPOSTI ed ufficiali delle Forze Armate di stanza nel Veneto;
9° trasporto a villa NARDI, in epoca prossima alla Pasqua del 74, di armi ed esplosivi; coinvolgimento in tale attività’ del MARINI, dell’ORTENZI, dell’ESPOSTI e dello stesso VICCEI;
10° indicazione dei luoghi ove al tempo dei fatti l’ORTENZI e il MARINI erano soliti occultare armi ed esplosivi;
11° colloquio col MARINI, risalente al 1980, durante il quale quest’ultimo conferma la versione dell’ESPOSTI in merito all’attentato di Silvi, addebita l’insuccesso alla responsabilità dell’ORTENZI ed esprime comunque non vi siano state vittime.

Sentenza ordinanza Italicus bis pag 56-60

Serafino Di Luia – verbale 06.06.1986

Sono stato inquisito per ricostruzione del disciolto partito fascista, avendo militato in Lotta di Popolo. Sono stato prosciolto in istruttoria da tale imputazione. Preso atto di cio’ e preso atto altresi’ che il Di Luia non ha procedimenti nei suoi confronti attualmente pendenti il GI dispone procedersi all’ audizione del Di Luia nella forma della deposizione testimoniale.

– Lotta di Popolo si sciolse spontaneamente verso la fine del 1972 inizio del 1973, ancor prima che fosse aperto il procedimento penale contro tale organizzazione. Lo scioglimento ebbe luogo poiche’ vi era un clima inadatto a proseguire la nostra attività  politica e si temevano delle provocazioni.

– ho fatto parte di Avanguardia Nazionale giovanile, ma non di Avanguardia Nazionale. Ebbi delle divergenze con Delle Chiaie per differenze di impostazione politica e poiche’ non lo stimavo – ho frequentato Tilgher soltanto fino al 1969.

– per quanto ne so Lotta di Popolo non esisteva a Bologna. Prendo atto che nel 1974 sono stati rinvenuti in Bologna manifesti di Lotta di Popolo. Di cio’ non so nulla ed insisto a dire che nel 1974 questa organizzazione non esisteva piu’ .

– non ho nulla a che fare con la libreria di via degli Scipioni a Roma, libreria dove sono stato alcune volte. Avevo una libreria denominata “Libreria Romana” negli anni 1976 1981 .

– non ho mai conosciuto Mondini Fulco.

– non ho mai conosciuto Crespi Giovanni.

– il Nardi l’ ho visto un paio di volte attorno al 1972 1973 mi venne presentato da Stefano Bruno, ma non approfondimmo la nostra conoscenza.

– Non ho mai conosciuto Esposti Giancarlo. Prendo atto che esistono in atti affermazioni in senso contrario e ricevo lettura dell’ allegato nr 10 al rapporto 851010 della Digos Bologna, nella parte in cui si parla dei miei contatti con l’ Esposti. Prendo atto nella mia veste di testimone che ho il dovere giuridico di dire la verita’. Insisto a dire di non aver mai conosciuto Esposti Giancarlo. Non ho mai conosciuto neppure Frei Heinz.

– Non sono mai stato a trovare Nardi Gianni a Milano. E’ vero invece che una notte ho dormito a casa di sua madre. Quando arrestarono la Kiess Gudrun, infatti, venne sequestrato anche un suo cagnolino ed io accompagnavo lo Stefano alla localita’ di frontiera ove era avvenuto l’ arresto e ove era custodito il cane. Lo Stefano infatti lo voleva avere in restituzione. Durante il viaggio ci fermammo a dormire a Milano appunto nella casa della famiglia Nardi. Gianni non c’ era.

– Insisto a dire di non aver avuto nulla a che fare con la libreria di via degli Scipioni. Faccio pero’ presente che il Dantini, dal 1973 al 1976 aveva una libreria in via dei Prefetti. Si tratta di quella libreria romana che successivamente io ho gestito dal 1976 al 1981.

– ora che mi dice che Mondini Fulco lavorava in una armeria di Roma ricordo di aver sentito parlare di questa persona, che nel mio ambiente era indicata come colui che aveva dato ai carabinieri le indicazioni necessarie per individuare il luogo ove si trovava l’ Esposti ed il suo gruppo. Si diceva che era stato proprio il Mondini a suggerire all’ Esposti di fermarsi in quel luogo, cioe’ Pian di Rascino. Tutto cio’ mi e’ stato detto tra l’ altro dal Coltellacci Romano il quale ha raccolto un dossier in proposito.

– Quando pernottai a casa di Nardi venni notato da alcuni sanbabilini ed il Msi mise in giro la notizia , che poi fu pubblicata anche dal Secolo, che gli incidenti in cui perse la vita l’ agente marino erano stati determinati da provocatori nell’ indicare tali provocatori si fece allusivamente riferimento anche alla mia persona. Anni piu’ tardi venni a sapere che era stata messa in giro la voce che a Milano avevo con me una valigia piena i soldi che avrei utilizzato per fomentare i disordini nei quali perse la vita l’ agente Marino. Anche la voce che ero stato assunto presso il banco di S Spirito nonostante i miei precedenti giudiziari grazie a delle raccomandazioni era stata messa in giro da Almirante, il quale, assieme a Birindelli, parlo’ di questo nel corso di una conferenza stampa successiva alla morte dell’ agente Marino .

– non escludo di aver incontrato Esposti Giancarlo a Milano, o meglio non escludo che lui mi abbia visto allorche’ mi fermai a Milano in casa Nardi. Certo e’ che io l’ Esposti non l’ ho mai conosciuto.

– conoscevo bene Stefano Bruno, col quale ho fatto il liceo, ma questi non mi ha mai parlato di Esposti Giancarlo e non so nemmeno se i due si conoscessero.

– Escludo di aver mai conosciuto il Crespi e, in particolare, escludo di aver avuto un incontro con lui e l’ Esposti, 740400, nella libreria di via degli Scipioni.

Letto confermato sottoscritto.­