“Ma lui ha un partito in più” – L’Espresso 17.03.1974

La chiamano ormai correntemente “la cordata fanfaniana”, intendendo con questa definizione quel gruppo di uomini che, indipendentemente dall’appartenenza o meno alla DC, si muove in perfetta sintonia con Fanfani portandogli il contributo dei gruppi industriali, finanziari, amministrativi  che ciascuno di essi rappresenta, dirige o comunque influenza. Questa cordata è come un partito supplementare di cui Fanfani dispone in aggiunta a quello democristiano.
Il personaggio più rappresentativo della cordata fanfaniana (in un certo senso il capo cordata) è il presidente della Montedison Eugenio Cefis. E’ sempre stato assai vicino a Fanfani fin da quando presiedeva l’Eni, ma era assai legato a Rumor e a Piccoli. Negli ultimi tempi tuttavia ha molto allentato le sue simpatie dorotee ed ormai è schierato nettamente col segretario della DC. Cefis non gli porta soltanto l’enorme forza rappresentata dalla Montedison, ma anche quella dei gruppi strettamente legati con Foro Bonaparte, primo tra tutti Carlo Pesenti e l’Italcementi. Pesenti significa anche giornali: “La Notte”, stampato a Milano e una quota del “Tempo” stampato a Roma.
Un altro potente appoggio finanziario alla causa fanfaniana vien da Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, una banca cattolica da sempre, che negli ultimi due anni ha acquistato un dinamismo prima sconosciuto. L’Ambrosiano significa anche La Centrale, la Banca Cattolica del Veneto e un grosso giro di banca e di borsa. Attilio Monti, il petroliere-zuccheriero-editore (“Carlino”, “Nazione”, “Giornale d’Italia”) è stato sempre un industriale d’assalto, finanziatore dell’estrema destra, di alcuni settori socialdemocratici (Luigi Preti?).
E’ tuttavia amico di Aldo Moro e del suo “brasseur d’affaires” Sereno Freato quando Moro era presidente del Consiglio. Anche Monti è passato ormai in blocco allo schieramento fanfaniano.
Raffaele Girotti, presidente dell’Eni, ebbe un sodalizio assai intenso con Arnaldo Forlani e con Giulio Andreotti quando questi era presidente del Consiglio. Alla loro caduta si è trovato del tutto spiazzato, ha dovuto subire un pesante attacco di Cefis ed è stato sul punto di dimettersi (agosto scorso). Per restare al suo posto ha dovuto rientrare nei ranghi ed ora, recuperata la “protezione” di Cefis, fa parte anche lui della cordata.
Giuseppe Petrilli, fanfaniano da sempre, copre la posizione Iri, almeno fino a quando ne rimarrà presidente. Si pensa però alla sua successione e Fanfani dirà la parola decisiva in proposito.
Franco Piga, presidente dell’Istituto Credito Opere Pubbliche e onnipotente capo di gabinetto di Rumor, ha compiuto nelle ultime settimane un’evoluzione decisiva ed è entrato a far parte della cordata fanfaniana. Legatissimo a Cefis, assai influente al Consiglio di Stato di cui è membro, pone la sua candidatura alla presidenza dell’Imi.
Mario Einaudi, presidente dell’Egam, nasce come uomo vicino ai dorotei, ma ormai si è trasferito con Fanfani. nello stesso campo milita da sempre Franco Grassini, presidente della Gepi. Una recluta recente ma importante è il finanziere Michele Sindona, molto legato ad Andreotti ma ora assai vicino al segretario della DC.

Carlo Semerari – dichiarazioni 30.12.1984

Mi sono presentato spontaneamente per riferire ulteriori circostanze che sono riaffiorate alla mia memoria dopo il colloquio avuto l’ altro ieri.
Ho innanzitutto ricordato di aver conosciuto l’avvocato Era subito dopo l’ arresto di mio fratello avvenuto alla fine dell’agosto 1980 ad opera della procura di Bologna. Intorno al 15.09.80 il radiologo professor Di Gregorio Michele venne da me in anzi mi convoco’ a villa Mafalda dove lavora, per presentarmi l’ avvocato Era Franco, direttore amministrativo della clinica. Andai li’ con gli avvocati Cuttiga e Iezzi. Il Di Gregorio mi consiglio’ quell’ incontro dicendomi che l’ avvocato Era faceva parte dei servizi di sicurezza ed aveva il grado di generale.

Era persona cioe’ molto influente in grado di aiutare mio fratello. In quella occasione l’ Era tenne un atteggiamento vago per cui ci lasciammo senza aver concluso nulla. Ricordo ancora che mio fatello Aldo era iscritto al Grande Oriente d’ Italia da molti anni. Vi fu’ poi il suo passaggio nella loggia massonica P2 ma non posso collocarlo nel tempo ne’ so indicarne le ragioni la circostanza e’ certa e mi riservo altresi’ di approfondire i motivi della sua adesione alla loggia Propaganda 2 (P2) . Poiché il passaggio avvenne assieme a quello del dr Ferrara Carlo, medico legale, ritengo che costui sia in grado di fornire spiegazioni circa le ragioni del passaggio dalla massoneria ufficiale alla detta loggia coperta. Faccio presente ancora che il vero riferimento di mio fratello era la sua segretaria Berarducci Anna, titolare di utenza telefonica nr 06 – 6789489 (ufficio) e nr 6210650 (abitazione) ha lavorato con mio fratello fino al 1978 – 1979, ma e’ rimasta a lui molto legata. Ricordo poi un altro particolare che ritengo di interesse: mio fratello riferi’ a sua moglie, poco prima che venisse arrestato dalla magistratura di bologna e dunque intorno al giugno – luglio 1980 di avre ricevuto un giubbotto antiproiettile consegnatogli dal professor Ferracuti che lo metteva al corrente che mio fratello correva un grave pericolo. Il Ferracuti disse a mio fratello che  il giubbotto gli era stato consegnato dal generale grassini e che era proprio il generale grassini a fargli sapere che egli correva questo grave pericolo. Non fu detto da mio fratello a mia cognata in cosa consisteva questo pericolo. Mio fratello mi disse che il Ferracuti faceva parte dei servizi segreti italiani ed era in stretto contatto con i servizi segreti statunitensi e cioe’ con la Cia. Come e’ noto Ferracuti fece parte della commissione, istituita presso il ministero degli interni, per far luce sulla vicenda Moro. A questo proposito ricordo che un giorno giunse a mio fratello spedita dall’ italia e recapitatagli presso l’ istituto di medicina criminologica una lettera scritta in codice a firma “mister Brown” . Lo si informava delle modalita’ del sequestro Moro e comunque era inerente a tale episodio. Mio fratello si affretto’ a consegnare la lettera al generale dei carabinieri Ferrara. Non so’ perche’ abbia scelto proprio lui, ritengo che cio’ abbia fatto perche’ i due si conoscevano, anche perche’ mio fratello ha sempre insegnato presso la scuola superiore di polizia. Ricordo anche che un giorno, quando fu liberato da Bologna, Aldo mi disse di non aver mai fatto viaggi in Libia e che aveva viceversa riferito di essere stato in Libia alla sua assistente Carrara Fiorella, morta in drammatiche circostanze, per sottrarsi alla carrara che aveva verso di lui un rapporto affettivo assillante.

Praticamente mi voleva dire che aveva detto di andare in Libia alla carrara ma poi era andato altrove. Ritengo ancora importante riferire quanto segue: in occasione dell’ arresto di mio fratello Ferracuti assunse un atteggiamento aggressivo nei  confronti di mia cognata, che arrivo’ persino a minacciare di ritorsioni; le disse che se Aldo era stato arrestato per i fatti di Bologna, lui non c’ entrava per nulla e che egli non intendeva essere implicato in tali vicende e che se fosse stato implicato in tali fatti egli avrebbe saputo reagire; ritengo evidente il senso di quel messaggio rivolto a mio fratello che veniva invitato bruscamente attraverso mia cognata a non coinvolgere il Ferracuti in responsabilità. Non è possibile infatti spiegare diversamente quella condotta. Quando mio fratello fu sequestrato, pochi giorni prima di essere ammazzato, partimmo, io e la dottoressa Dell’ Orbo per Martina Franca dove fummo ricevuti dal colonnello Santoro. Questi mi disse che era stato certamente Ammaturo Umberto a sequestrarlo e ricordava il particolare che una sera a cena mio fratello, dopo la scarcerazione, gli aveva esternato preoccupazioni per l’ accertamento di una perizia psichiatrica nei confronti di un malavitoso accusato di avere ammazzato un carabiniere. Non ne ricordo il nome. Invitai allora il colonnello a riferire questa circostanza, che a suo giudizio giustificava il sequestro di mio fratello ad opera di Ammaturo, al magistro di Napoli, cosa che fece. In una certa fase dell’ indagini fu anche accusato del fatto tal Sasso Giovanni, persona a me nota per averlo avuto in cura nell’ Opc di Anversa. Notai che la cosa era impossibile per le gravi mutilazioni e menomazioni che il Sasso aveva all’ arto superiore destro a seguito di conflitto a fuoco precedente l’omicidio di mio fratello. Ho sentito piu’ volte dire nello ambito degli amici di mio fratello che l’ attivita’ di Era a villa mafalda rappresentava una copertura della sua reale attivita’ . Ritengo che l’ avvocato Cuttiga Franco, che il prof Di Gregorio Michele possano fornire indicazioni utili sull’ Era (…) evidentemente il rapporto tra era e mio fratello risaliva a vecchia data. ­

Giulio Andreotti – audizione in commissione stragi – 17.04.1997 quinta parte

DE LUCA Athos. Signor Presidente, è il primo anno che sono parlamentare della Repubblica italiana e il mio gruppo mi ha proposto di far parte di questa Commissione. Conoscendo il Presidente, i primi giorni avevo pensato, come anche i colleghi, che vi potessero essere le condizioni perché in questo paese, dove ogni volta che si installa un nuovo Governo si dice che si vuole far luce sulle stragi, questa potesse essere la volta buona o almeno vi fossero le condizioni politiche per consentire a lei, e ad altre persone protagoniste di questo mezzo secolo della nostra giovane Repubblica, per poter dare un contributo a fare questa benedetta luce.
Come lei saprà ci sono alcuni che sostengono, e anche a me lo hanno detto: tirare fuori questi veleni in questo paese adesso a che servirebbe? Occorrerebbe cioè guardare al futuro senza rivangare ciò che è accaduto. E’ una tesi. In un paese come il nostro forse è necessario che passi ancora del tempo? Il presidente Pellegrino ricordava che gli Stati Uniti, anche se con risultati un po’ nazionalisti o un po’ opportunisti, hanno fatto in fretta a fare luce. Un dato è certo però, signor Presidente, e mi corregga lei che ha studiato molto in questi mesi: noi siamo uno dei paesi che ha ancora tutte queste stragi, anche l’ultima di Ustica, sulle quali non si riesce mai a far luce: ci sono sempre degli ignoti. Malgrado siamo la culla del diritto, un paese di avvocati, di procuratori, di investigatori, di poliziotti, non riusciamo a dare al popolo italiano, e credo anche alle nuove generazioni della politica, la possibilità di liberarsi di questi cadaveri. Ormai il muro di Berlino è caduto, ci sono altri problemi, altri scenari e la mia constatazione era stata: forse riusciamo a farlo. Però ascoltandola, senatore Andreotti, ho compreso che forse non ce la faremo a fare questa luce. Il collega Corsini e anche poi lo stesso senatore Gualtieri dicevano che è un momento storico e che dobbiamo cogliere l’occasione di avere qui con noi a disposizione una personalità che ha ricoperto senza soluzione di continuità un periodo così vasto della nostra giovane Repubblica. Avverto però dai suoi racconti – perché in realtà sono più racconti che testimonianze, racconti anche piacevoli per certi aspetti – che in realtà c’è una reticenza di fondo. Questo può essere anche il motivo del suo successo personale, nel senso che in tanti anni è riuscito a mettere insieme una carriera che credo sia la più prestigiosa tra quelle di politici italiani. Noi però avremmo bisogno di questo scatto, di questa condizione diversa. Noi non riusciamo con i suoi racconti ad uscire e a sciogliere dei nodi politici.
Per farla breve vorrei dire solo alcune cose. Il Presidente si ricorderà che anche al generale Maletti a un certo punto dissi: ma, generale, lei sta qui a Johannesburg, è stato condannato, ormai vive qui, si è organizzato, ha un’età che le può consentire di fare un gesto per sé, due sono le cose: o lei ha ancora paura della minaccia di qualcuno, e quindi ha timore per la sua incolumità, oppure praticamente non vuole dare questo contributo, non si trova in questa condizione.
Voglio dire che noi non produciamo delle personalità che ad un certo punto diventano protagoniste di una svolta nel paese; non solo nella Commissione stragi ma anche in altre situazioni.
Rispetto a questa storia degli americani voglio dire subito che la solidarietà ed il Patto Atlantico non è messa in discussione, però quello che noi cerchiamo di scoprire è un’altra cosa, è proprio questo passaggio da una solidarietà su una certa alleanza all’organizzazione ed ai fondi, nonché a molte altre questioni. Quindi entrare nel merito, un’ingerenza, nelle dinamiche interne di un paese.
Senatore Andreotti, noi ci chiamiamo “Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”. Nel suo racconto, questa classe politica, di cui lei è stato un protagonista, non ha alcuna responsabilità di ciò che è accaduto? 0 la colpa, come qualcuno sostiene, è soltanto dei vertici dei Servizi segreti, che però, nei racconti di molti ed anche in quello dello stesso Maletti, abbiamo scoperto che vengono ridicolizzati? Venivano addirittura impiegati per spiare le abitudini sentimentali di qualche onorevole, anziché dedicarsi alla sicurezza dello Stato. Questo è il nodo politico. Tutte queste stragi, fino ad Ustica, non coinvolgono responsabilità dei politici che hanno governato? Lei è stato Presidente del Consiglio; credo che questa sia l’autorità che ha diritto ad accedere a tutte le carte dello Stato. Questo non è stato fatto. Lei spesso dice che non sa o non ricorda, capisco anche il tempo passato, ma noi non è che le chiediamo di dirci il giorno e la data ma di individuare alcune responsabilità. Capisco, ed è anche normale, che avendo lei coperto un vasto arco di tempo, probabilmente ammettere responsabilità politiche significherebbe ammettere sue responsabilità. Quindi, nessuno è reo confesso, però lei capisce che questo racconto che lei ci fa è sicuramente deludente. Questo non c’entra con la simpatia, con la stima che si può avere per l’uomo, ma riguarda il politico, colui che comunque passerà alla storia per aver cumulato dei primati, nel bene o nel male. Lei, senatore Andreotti, ha avuto dei primati di comunicazioni giudiziarie, di conduzione di Ministeri e di quanto altro.
La sfida che io da parlamentare alla prima esperienza mi permetto di lanciarle, quindi, è questa. Noi le vogliamo mettere a disposizione le condizioni per farci fare questo salto di qualità e gettare luce in questa indagine.
Non so neppure se le farò una domanda specifica. Si è detto che l’Italia ha “tenuto” grazie alla classe politica, comunque che ha tenuto grazie a qualcuno. lo mi permetto di fare una lettura diversa: potremmo dire che l’Italia ha tenuto anche e malgrado il comportamento di una certa classe politica. Ci sono nella storia della nostra Commissione molti interrogativi in ordine ai quali molti uomini politici che sembravano pronti per una svolta autoritaria ad un certo punto si sono fermati ed hanno fatto altre cose. La vicenda Moro, onorevole Andreotti; ma quante domande le dovrei fare sul caso Moro? Non posso fargliele. Vorrei che lei invece mi rispondesse, se è in grado di poterlo fare, a questa unica domanda.
La domanda è questa: per quanto riguarda le responsabilità di queste stragi che noi dobbiamo individuare e che ancora oggi sono ascritte ad ignoti, come ex Presidente del Consiglio, ex Ministro dell’industria, ex Ministro della difesa, ex Ministro degli esteri, eccetera, lei ritiene che non ci siano state responsabilità politiche? Se non ci sono state responsabilità politiche, vuol dire allora che contavano veramente i Servizi, nel paese; voi non contavate ma contavano altri. E se noi abbiamo tenuto, non lo dobbiamo a chi governava in quel momento ma forse al popolo italiano che, anche di fronte alle stragi, di fronte alla gente morta ammazzata, di fronte al sangue e alle spesso ridicole pantomime cui abbiamo assistito, aveva una profonda saggezza, storica, proveniente forse dall’aver assistito a tante vicende. Il popolo italiano non è stato disponibile né ai piccoli golpe preparati male, né a quelli più seri ipotizzati da qualcuno. Quindi, forse dovremmo ringraziare il nostro popolo più che altri.
Io la ringrazio, senatore Andreotti, e mi scuso se nelle mie parole ci può essere stata qualche nota personale. Però lei deve farsi carico dell’amarezza della delusione di un parlamentare che non ha il mezzo secolo di esperienza politica che lei ha e che da questi banchi pensava di poter avere oggi, alle soglie del terzo millennio, con questo desiderio e cadute le preclusioni di cui parlavo, le condizioni per dare al nostro popolo – malgrado tutto un grande popolo – la possibilità di chiarire e di fare luce. Oggi, fino a questo momento, lei non da né a me né ai cittadini italiani questa speranza.

ANDREOTTI. Vorrei dire al senatore De Luca che il senso di avvilimento e di frustrazione per la mancata risposta al legittimo quesito relativo alla responsabilità dietro questi fatti di strage, se mi è consentito, lo sento più di lei. Avendo vissuto questo periodo politico, sento il peso di una struttura che non è stata in condizione di dare una risposta al filone – o ai filoni, possono essere più di uno – che sottende la responsabilità di questi fatti. La volontà di collaborazione è totale. In un certo senso, proprio per aver vissuto con responsabilità politiche di vertice a lungo, sono non più di lei, ma quanto lei interessato a vedere se si può ottenere quello che finora non si è riusciti a raggiungere, nonostante gli sforzi che sono stati fatti anche nelle precedenti edizioni di questa Commissione e in tante altre sedi.
Non si può tuttavia affermare che fuori dall’Italia tutto sia più facilmente chiarificabile. Per esempio, tuttora sulla morte di Kennedy non si è fatta una luce effettiva, su un fatto così sconvolgente anche sul piano internazionale. Io ritengo che ci sia una serie di quesiti aperti, che non so se si potranno mai soddisfare.
Per quanto riguarda la responsabilità della classe politica, se noi guardiamo a quella che è stata una linearità di conduzione, che fino a prova contraria deve essere a mio avviso riconosciuta, noi abbiamo avuto – forse non tutti avvertivano questa diversità – una condizione migliore rispetto ad altri paesi sotto un aspetto. Faccio riferimento ad esempio all’atteggiamento del Partito comunista francese che in momenti decisivi dichiarava, come in caso di guerra, che il suo posto sarebbe stato accanto all’Unione Sovietica. Questo in Italia non solo non è stato mai detto, ma a mio avviso non è stato mai maturato. In sostanza, non abbiamo mai perduto un certo filone unitario ed è un dato di fatto: non lo dico perché può giovare o non può giovare ma è un fatto che è esistito. Superato il momento duro del 1948, a mio avviso, è cominciato un rispetto sostanziale del metodo democratico, con momenti più intensi e momenti meno intensi. Chi c’è dietro queste cose?…

andreotti 6

PRESIDENTE. Scusi se la interrompo, ma questo fu l’effetto di uno scontro politico fortissimo nel Partito comunista italiano. Dopo l’attentato Pallante ci fu all’interno del Pci uno scontro. Quindi, quella linea democratica ha trionfato perché c’è stata una storia interna e una parte del Pci ha prevalso sull’altra.

ANDREOTTI. Vede, nella vita ci sono anche delle curiose coincidenze. Io sono stato, il giorno dopo l’attentato a Togliatti, il latore di un’assicurazione che, appena risvegliato, Togliatti dette al suo medico, il dottor Spallone, e che fu portato immediatamente a me, tramite un mio zio medico per segnalare a De Gasperi. Per cui anche in quel momento in cui ci furono dei fatti isolati, Monte Amiata ed altri, non ci fu un sostegno eversivo. Anzi, probabilmente, ma questo è anche un modo di interpretare la storia seriamente, una parte dei successivi eventi legati alle Brigate rosse è venuta proprio in ragione della convinzione che la via rivoluzionaria fosse stata abbandonata (che ci fosse stata oppure no prima). Perché dico questo? Certamente si può fare un ulteriore sforzo per riuscire a fare chiarezza, ma io posso dire che mai nelle forze politiche responsabili, non solo del mio partito ma anche di altri partiti che io ho conosciuto, c’è stato un momento di flessione o di dubbio su quella che doveva essere una strada di vita democratica. Questo veramente non è accaduto, dal punto di vista proprio della storia.
Quando adesso leggo, in una delle pubblicazioni che gentilmente il presidente Pellegrino mi ha inviato, tutta una storia che collega intanto l’esistenza di un partito americano e poi la tormentata vicenda intersocialista con possibili momenti addirittura del terrorismo, a me sembra che questa sia una costruzione che io faccio una enorme fatica a considerare, perché mi pare proprio lontana dalla realtà. Ci sono stati dei fenomeni; ma i fenomeni che portarono a Ordine nuovo e a fatti di questo genere (come del resto ci furono, a parte le Brigate rosse, frange di una sinistra di tipo autonomo) vanno a mio avviso valutati proprio come tali e in quella direzione occorre cercare di indagare. Forse noi abbiamo una struttura che globalmente non è stata sufficiente; ma da molti anni, ad esempio, vi è la disponibilità a non coprire con segreti o con atti di classificazione non superabili l’attività di indagine della magistratura.
Siamo in condizioni di poter ulteriormente fare luce? Alcune cose questa sera sono venute fuori, forse marginali, come la Lega della libertà o la Terza armata che io stesso approfondirò. Ma sono pezzi di un mosaico: quello che conta è proprio il mosaico.
Certamente non avrei aspettato la Commissione della XIII legislatura se avessi avuto elementi per poter dare un contributo più forte a chiarire queste pagine tristi della nostra storia, pagine circa le quali bisogna anche, se non ridimensionarle, dire che sono momenti gravi di una storia che tuttavia globalmente è una storia molto positiva, dal punto di vista di tutti. Dire che tutto ciò è avvenuto nonostante i politici, senatore De Luca, mi sembra ingiusto. Forse tra vent’anni, quando potrà vedere il suo corso, quello del suo partito, constaterà che anche i partiti hanno delle limitazioni nel poter fare determinate cose. Non mi si può mettere sulle spalle tutto quello che accade. Si può fare un ulteriore approfondimento sul Servizi, su questi collegamenti? Credo di sì, credo che vada fatto. Tra l’altro non è che io mi arrenda sul fatto di dire che gli altri in Italia potevano fare il comodo loro, noi non ne sapevamo niente. Questo non lo accetto, sarebbe oltretutto un atto troppo semplicistico per risolvere un problema.
Lei parla di testimonianze, di racconti, anche se il margine tra le une e gli altri è difficile da stabilire. Qualche volta può sembrare che, sminuzzando i vari episodi, si tolga la visione di carattere generale, ma ripeto che lo sono quanto lei e forse più di lei storicamente interessato a cercare di vedere se si può andare più a fondo per trovare una soluzione autentica, una soluzione vera che dia una spiegazione a questi fatti. Mi sembra che lo stesso Presidente abbia detto che uno di questi fatti, quello dell’Italicus, abbia una matrice diversa. Non ho ora di fronte tutte le istruttorie, però quello che voglio ripetere con grande fermezza è che lo stesso non mi acquieto sul fatto di dire che avevamo una sovranità limitata, che i Servizi americani contavano oltre misura. Del resto forse per lo stesso sequestro Moro, un fatto veramente tragico che abbiamo vissuto, c’è modo di vedere se è esatto che vi siano state una serie di manovre attorno e dopo. Alcune di queste persone sono vive, Moretti è vivo.

PRESIDENTE. Il problema è che Franceschini ha recentemente pubblicato un romanzo in cui fa capire in maniera trasparente che Moretti uccide Moro perché era collegato con l’Hyperion, quindi con una nota centrale internazionale. Sono divisi tra di loro.

ANDREOTTI. Moretti è vivo ed io anzi avrei voluto che fosse testimone anche in altra sede, però egli si rifiuta di riconoscere i tribunali borghesi; ma siccome voi non siete un tribunale forse, è un modestissimo suggerimento, potrebbe aiutarvi a capire un pezzo di questa realtà.

PRESIDENTE. Lei veramente può assicurarci che in tutto l’arco dei partiti di centro non vi fossero uomini, rappresentanti, pezzi di corrente che sentissero il richiamo possibile di una soluzione autoritaria nel Paese? Farò soltanto un esempio. L’11 dicembre del 1969, un settimanale come “Epoca”, un settimanale moderato, borghese, originariamente vicinissimo alle posizioni di Pella, di cui spessissimo pubblicava in prima pagina la foto, fece uscire un articolo a firma di un certo Pietro Zullino in cui si diceva: “Se la confusione diventasse drammatica” – in realtà la confusione del Paese era drammatica – “le Forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana. Questo non sarebbe un colpo di Stato ma un atto di volontà politica a tutela della libertà e della democrazia. Tuttavia il ristabilimento manu militari della legalità repubblicana, possibile nel giro di mezza giornata potrebbe non essere sufficiente. Perché non ci poniamo seriamente il problema della repubblica presidenziale, l’unica capace di dare forza e stabilità al potere esecutivo?” Questo avviene – l’onorevole Fragalà dice che io sopravvaluto il fatto – dopo il convegno dell’Istituto Pollio…

FRAGALA’. Dico che è un fatto ridicolo.

PRESIDENTE…. cui partecipa un Ministro della repubblica come Ivan Matteo Lombardo; un convegno ove si dicono una serie di cose. Questo accade l’11 dicembre del 1969; ebbene il giorno dopo scoppia la bomba di piazza Fontana.
Allora nel momento in cui un giudice della repubblica viene a dirci che c’era l’attesa che l’onorevole Rumor dichiarasse lo stato di emergenza a seguito della bomba, capisco che non possiamo dire che è certo ma almeno possiamo dire che lo riteniamo verosimile. 0 forse no, o forse dobbiamo dire che erano tutti profondamente democratici, che queste tentazioni di involuzione autoritaria non ci sono mai state, nemmeno in un momento in cui la tensione nel Paese era tale che la richiesta di ordine saliva effettivamente da grosse parti della società?

FRAGALA’. Radio Città Futura annuncia il ritrovamento di via Caetani prima che Moro venisse ritrovato.

PRESIDENTE. Se è per questo Renzo Rossellini annuncia il rapimento di Moro prima che questo avvenisse.

ANDREOTTI. Signor Presidente, lei si riferisce al 1969. Certamente ciascuno era libero di fare le analisi, le valutazioni che riteneva. Tuttavia io ho vissuto dall’interno anche quel periodo, in maniera precisa, nel 1969 ero Presidente del Gruppo parlamentare, vivevo all’interno della vita politica e non all’esterno. Ebbene, che vi possano essere state in questo o in quel partito delle persone che o per essere teste calde o per convinzioni di tipo gollista o di repubblica presidenziale (argomento che è poi divenuto addirittura oggetto di disputa politico- costituzionale corrente), o dei singoli gruppi, non lo escludo…

PRESIDENTE. Ma vi fu un conflitto politico interno che noi non abbiamo percepito e che fu risolto in un certo modo?

ANDREOTTI. No, no. Conosco bene la storia del mio partito che poi era determinante perché aveva il massimo delle responsabilità e posso dire che nel nostro partito, e per quello che conosco anche negli altri, non c’era questo. Probabilmente anche per l’aspetto che è sembrato più vicino a cose di questo genere, quello relativo a Pacciardi, dubito che egli avesse la possibilità di ritenere che vi fossero delle forze controrivoluzionarie in Italia e che le Forze armate fossero tali da corrispondere.

PRESIDENTE. Quindi quando Moro parla di connivenza e indulgenza dice una cosa non vera?

ANDREOTTI. Una parte di queste funzioni le ho svolte e una parte di queste strutture le ho vissute dall’interno e responsabilmente e devo dire che non vi era alcuna indulgenza, tanto è vero che quando si è trattato di dover adottare misure anche dolorose nei confronti dei militari esse sono state prese egualmente. Non era in un certo senso irrilevante mettere in discussione un generale di corpo di armata, mettere in un certo senso in discussione una struttura. Ma a me non è venuto mai in mente che si potesse agire diversamente. Sinceramente non credo che le nostra democrazia abbia corso dei rischi effettivi. Che vi fossero sia quelli che mettevano bombe, sia quelli che innescavano un disegno d riforma costituzionale avanzato, che vi fossero delle idee, che vi fossero delle velleità, delle azioni perfide, senza dubbio vi sono state, ma si tratta di fenomeni estremamente circoscritti. Per me questa è una constatazione nella storia del nostro Paese.
Certamente, tra l’altro, è interessante proprio il fatto ricordato di Ustica. Potrei dire che è stato uno dei pochi momenti in cui non sono stato al Governo, ma ciò non ha alcuna importanza perché successivamente è stato un argomento di notevole dibattito di ricerca per una collaborazione.
Per quello che leggo, vi sarebbe stata recentemente una nuova possibilità di una collaborazione anche da parte della struttura della Alleanza atlantica. Se emergeranno degli elementi negativi, ciò in me provocherà un motivo, non di riconsiderazione generale, ma di grande perplessità.
Vorrei assicurare il senatore De Luca che il desiderio di andare a fondo esiste veramente. Ho sempre considerato l’alleanza con grande fedeltà, impegno, sforzandomi di lavorare proprio per dilatare il consenso interno nei suoi confronti, ma non mi sono mai sentito un suddito. Ho sempre ritenuto che lo stesso rapporto con gli americani debba essere fatto non sull’attenti ma sul riposo. Questo può far comodo o no, però è un dato acquisito. Non ha importanza per una persona o per l’altra, ma per una linea anche di dignità personale, che, secondo me, è esistita. Non ci sono state delle flessioni responsabili, ma degli individui. Certamente, ritengo che voi abbiate molto lavoro per poter approfondire a parte le cose dette questa sera; del resto, è chiaro che dopo 50 anni non si può ricordare tutto…

PRESIDENTE. Peraltro, senatore Andreotti lei ha una memoria fortissima.

ANDREOTTI. Se veramente sapessi seriamente come dipanare questo filo della matassa per arrivare al responsabile o ai responsabili delle stragi, non dormirei la notte.

PRESIDENTE. Considerato l’orario, riterrei opportuno interrompere l’audizione.

CIRAMI. Vorrei chiedere se il senatore Andreotti tornerà nuovamente in questa sede.

PRESIDENTE. In tal caso, se il senatore Andreotti è d’accordo, dovremmo riconcordare la data.

ANDREOTTI. Non ho nessuna difficoltà signor Presidente a tornare, tra l’altro, potrei cercare anche di documentarmi.

PRESIDENTE. Rinvio, pertanto, il seguito della audizione ad altra seduta.

La seduta termina alle ore 23,15.

Giulio Andreotti – audizione in commissione stragi – 17.04.1997 seconda parte

(…)

CORSINI. (…) Nell’ottobre del 1975 il generale Maletti, che allora era capo del reparto D del Sid, fu improvvisamente trasferito al comando della divisione Granatieri di Sardegna. La decisione fu presa credo dal suo successore, il Ministro della difesa Forlani, con giustificazioni che, nel corso dell’audizione di Johannesburg, il generale ha definito false. Negli anni precedenti vi era stato un duro scontro tra il generale Maletti e il suo superiore diretto, il generale Miceli. Qualcuno che si è occupato di ricostruire questa vicenda avanza l’ipotesi che questo scontro fosse un riflesso di un supposto scontro politico tra lei e Aldo Moro. Altri, invece – forse ne ha avuto sentore anche adesso nella domanda che le è stata rivolta dal collega Manca – rimanda questa divaricazione tra i due ad una conseguenza dei rapporti che il generale Maletti aveva con gli israeliani e il generale Miceli con il mondo arabo. Lei può confermare questo scontro politico tra lei e l’onorevole Moro? Può confermare se quelle divergenze erano riconducibili a questo scontro politico o alle motivazioni internazionali cui prima abbiamo fatto riferimento?

PRESIDENTE. Aggiungo una domanda, anche in base a quanto ci ha detto Maletti: ci è potuta essere sull’allontanamento di Maletti una influenza americana?

ANDREOTTI. Circa il cambiamento di Maletti, io non sono intervenuto anche se ho visto che lui ritiene che io ne sia stato un poco il suggeritore.

PRESIDENTE. Forse che non lo abbia difeso.

ANDREOTTI. Non so da cosa dovessi difenderlo. Per la verità, può darsi che nelle Forze armate per lo sconquasso che si era verificato (l’arresto di un generale di corpo di armata non è un fatto ordinario) ci fosse anche qualcuno cui ciò non era andato giù. Può darsi benissimo, però Maletti non ha avuto nessuna misura negativa assunta nei suoi confronti. Questo poi può essere accertato e mi sembra che avete detto che sentirete anche Forlani. Io non ebbi alcuna occasione di parlare con Forlani di questa storia. Maletti era generale di divisione ed i militari sanno che per poter essere scrutinati (e si ha diritto ad essere scrutinati entro un determinato tempo, perché altrimenti vi sono poi tutta una serie di conseguenze negative anche su terzi) occorre avere avuto il comando di un’unità. In precedenza, ma ciò era stato censurato, nel periodo del generale De Lorenzo, era stato fatto un decreto del Ministro pro tempore, che penso fossi io, della cosiddetta equipollenza. Cioè, la direzione del Servizio era considerata come il comando di un’unità militare. L’equipollenza è prevista dalla legge, non è un sopruso, però creava sempre delle irritazioni.
Allora il generale Maletti, che doveva comandare la divisione, fu mandato a comandare la divisione dei granatieri di Sardegna, che era una delle più prestigiose delle Forze armate; quindi, non era un atto di ostilità. Quali fossero poi i rapporti interni tra lui e Miceli, io non lo so. Successivamente si è scoperto che tutti e due appartenevano ad una medesima confraternita massonica (erano dei rapporti un po’ intermittenti se queste cose sono vere, anche se poi mi sembra che Maletti abbia sostenuto che lui figurava come iscritto ma non partecipava. Peraltro, quasi tutti mi pare che dicano qualcosa del genere, non so se i nomi li prendessero dall’elenco telefonico, comunque questo è un affare loro).
Siccome la domanda che mi ha rivolto è specificamente politica, le rispondo che con Moro non ho mai avuto dissensi, salvo proprio sulla questione Miceli. Moro pensava forse che io dovessi fare di più per togliere il generale Miceli dalle «grinfie» della magistratura, poichè riteneva che fosse stato colpito un uomo buono. Miceli era una brava persona, però a mio avviso in alcune circostanze dimostrò di essere molto sprovveduto; e probabilmente l’errore fu di averlo nominato ad un posto per il quale non era qualificato.
Sui contrasti nei confronti di Moro, anche se poi se ne è voluto porre un accento, devo dire che certamente all’interno di un partito ci sono momenti in cui due posizioni divergono e momenti in cui convergono.
Certamente, io appoggiai Moro per bloccare quello che sembrava un cammino troppo rapido verso il centro-sinistra, che era portato avanti da Fanfani; qualche mese dopo, Moro scavalcò Fanfani in questa stessa direzione. Ma direi che sono questioni interne di partito mentre, per il resto, non abbiamo mai avuto dei dissensi. Mi riferisco a quella che si chiama la politica araba, ad esempio, che poi io ritengo sia tanto valida da essere stata adottata nel 1980 a Venezia dalla Comunità europea: la politica di spingere perchè ci fosse un accordo, un negoziato intorno ad uno stesso tavolo, tra palestinesi ed israeliani; e d’altra parte di non accettare demonizzazioni nei confronti di nessuno, anche perchè gli alleati uno se li sceglie, ma i vicini se li trova; e quando ci sono dei vicini uno deve cercare di avere possibilmente almeno un colloquio e non avere motivi di contrasto, se non strettamente necessari.
Quindi, voler fare un’equazione tra il rapporto politico tra Moro e me e il rapporto politico tra Miceli e Maletti è proprio fantapolitica.

PRESIDENTE. Vorrei un chiarimento su questo punto, senatore Andreotti. D’altra parte, non ho fatto domande e i colleghi mi scuseranno se mi intrometto per cercare pure io di dare un contributo all’audizione. Tutto questo avviene dopo il 1974. Lei, nella scorsa audizione, ci ha spiegato che quando è tornato al Ministero della difesa nel 1974, dato che vi era stata tutta la vicenda di De Lorenzo e i risultati della Commissione Alessi, ha cercato di porre ordine nella materia dei Servizi. E devo dire che, da quello che ci ha detto lei e da quello che ci ha detto anche il generale Maletti, penso di dover correggere un giudizio espresso nella parte finale della mia relazione, quando sottolineo che nell’epoca della guerra fredda, da una parte e dall’altra, i Servizi acquistavano una straordinaria autonomia e che questo fenomeno mi sembrava in Italia più accentuato, quasi con un atteggiamento proprio recessivo della classe politica nei confronti dei Servizi. Penso che effettivamente il giudizio debba essere corretto, distinguendo la fase anteriore al 1974 da quella successiva a tale data. Per quello che riguarda la fase anteriore, lei, ascoltato dalla Commissione P2, ha detto testualmente: «Una delle cose che ho imparato quando nel 1959 ho cominciato a fare il Ministro della difesa – sotto un aspetto era sbagliata, ma sotto un altro no – è che il Ministro, per avere prestigio, non doveva occuparsi né di servizi segreti né di forniture. Per i servizi segreti forse detti una confidenza eccessiva agli esperti; infatti la seconda volta» – quindi nel 1974 – «me ne sono occupato piuttosto attivamente. Ma per quello che riguarda le forniture non me ne sono occupato». La mia domanda è: da chi ha imparato che per avere prestigio un Ministro della difesa non si deve occupare né di servizi segreti né di forniture? Chi erano gli esperti che le dettero tale consiglio? Questo è un giudizio che in parte conferma l’esattezza della mia valutazione per il periodo anteriore al 1974.

ANDREOTTI. Credo di averlo anche accennato l’altra volta: quando inopinatamente mi trovai ad essere Ministro della difesa, il primo o quasi che mi venne a trovare fu l’ex comandante dei carabinieri generale Cerica, che conoscevo poiché era della regione laziale e fu anche nostro senatore. Egli mi disse di non avere preoccupazioni riguardo alla tecnica militare, l’essenziale era che io non mi occupassi né di Servizi né di forniture. Io apprezzai questa valutazione, di cui lui dava anche una spiegazione. Sulle forniture non c’era necessità, anche se successivamente ho visto che una delle tante maldicenze nei miei confronti è che io avrei fatto dare una fornitura di materassi Permaflex alla Nato…

PRESIDENTE. Di questo lei parla poi nell’audizione.

ANDREOTTI. L’ho letto e tra l’altro non è nemmeno una cosa fantasiosa: è stupida e falsa. Sui Servizi, naturalmente egli mi dava una spiegazione, poichè l’ambito in cui si muovono i Servizi è di estrema riservatezza. Quindi – egli diceva – il Ministro non deve sapere nè chi sono gli informatori nè che cosa fanno; l’essenziale è che i Servizi possano essere lasciati operare e che le persone siano affidabili. È uno dei settori in cui l’elemento fiduciario è estremamente vasto, molto più che in quasi tutte le altre mansioni.
Però, quando sono tornato per la seconda volta, avendo vissuto invece – specialmente tramite la Commissione Alessi – tutte le vicende e le polemiche ed avendo anche appreso, man mano, che spesso le posizioni di antagonismo personale erano micidiali, non solo tra le persone ma tra i rispettivi entourages, sono stato ad occhi più aperti ed ho cominciato a predisporre la riforma dei Servizi. Come ho detto prima, tale riforma fu poi elaborata in seno al Governo, fu presentata al Parlamento, il quale la cambiò totalmente, creando appunto i due Servizi più il coordinamento. A mio avviso, se si dovessero rimettere le mani in tale materia (è augurabile che ciò accada), bisognerebbe tornare indietro per semplificare molto tutta questa struttura.

PRESIDENTE. A me dispiace dover fare questo rilievo, però lei ammetterà che nel 1959 c’era la guerra fredda e che quindi di tutto questo si può dare una lettura diversa. I servizi segreti obbedivano ad altra catena di comando, quella atlantica. Sulle forniture poi non si doveva mettere il naso perchè le forniture militari possono coprire grosse vicende di finanziamento politico; la faccenda della Lockheed è questa: è la vicenda di un grosso finanziamento politico che nasce da una fornitura materiale militare, di aerei, da parte di una società notoriamente vicina ai Servizi statunitensi. Questa è naturalmente una mia valutazione.

ANDREOTTI. Presidente, secondo me, siccome ho visto che anche Maletti insiste molto su questa posizione di soggiacenza agli americani, devo dire che non ho mai sentito nessuno di loro lamentarsi di questo. Come ho già detto l’altra volta, io sono veramente sorpreso nell’apprendere la deposizione qui dell’ammiraglio Martini, che avrebbe affermato che i servizi segreti stranieri per cinquant’anni potevano fare il comodo loro in Italia. Non capisco allora perchè ci fossero i nostri servizi segreti e il contro spionaggio.
Io non credo che il fatto di avere una Alleanza, tra l’altro regolarmente votata dal Parlamento – che quindi obbliga lo Stato come tale – ci mettesse, o addirittura mettesse i Servizi, in una posizione quasi di dipendenza gerarchica, con una sovrapposizione degli americani. Non ho mai considerato che l’Alleanza porti a questo, cioè ad un declassamento della nostra struttura amministrativa od altro. Certamente vi sono degli obblighi di rapporti, degli obblighi di controlli. L’altro giorno mi sono in un certo senso rallegrato giacchè in un atto venuto alla ratifica della Commissione esteri del Senato, che è stato approvato, in materia di strutture difensive Ueo, si parla di nullaosta di segretezza per questa struttura difensiva ed ho visto che nessuno assume una posizione di scandalo rispetto a ciò. Queste sono delle esigenze; tuttavia la subordinazione nel senso di impedire l’esercizio libero e approfondito del proprio lavoro di informazione non credo fosse legittima; se qualcuno la intendeva così è perchè aveva una mentalità coloniale.

PRESIDENTE. Le do atto che le cose sarebbero dovute andare come lei dice; le do anche atto che in più occasioni della sua lunga carriera politica lei si è comportato coerentemente con quanto ci sta dicendo, e lo abbiamo anche sottolineato nella scorsa audizione. Tuttavia l’impressione che traggo dall’insieme delle vicende è che non sempre le cose siano andate così. Ritengo che a tal proposito il senatore Manca possa fornirci una testimonianza.

MANCA. Ritengo che forse a livello politico questo non sia accaduto, ma a livello tecnico militare c’era effettivamente una soggezione nei riguardi degli Stati Uniti d’America. Questo credo fino ai primi anni ’70. Non so se la svolta sia avvenuta per direttive politiche o per altre ragioni, ritengo anche perchè cominciavamo ad avere dimestichezza con alcune tecniche e ad avere qualche mezzo in più, eravamo insomma cresciuti. Comunque fino ai primi anni ’70 – per quanto riguarda i Servizi americani e non altri – esisteva effettivamente una soggezione tecnica ed a volta una guida su come si assumono informazioni. Questo posso testimoniarlo per quanto riguarda l’intelligence esterna; eravamo in apprendistato per quanto riguarda questo aspetto.
D’altronde ciò era anche logico perchè come ho detto in altre occasioni gli aerei che avevamo in quel periodo ci erano stati donati da questo grande Stato; le tecniche di addestramento ed altri aspetti ponevano l’organizzazione militare italiana in una posizione di soggezione, di questa natura e non di altra; a livello politico può darsi non vi fosse soggezione, però quando si parlava di tecniche è ovvio che loro avevano molta più esperienza di noi. Il generale Maletti ci ha parlato di uno scontro tra il Capo dei Servizi americani ed il nostro Capo dei Servizi. Lo ritengo possibile perchè la soggezione tecnica porta anche ad una soggezione di carattere funzionale.

CORSINI. Senatore Andreotti, sarai molto curioso di conoscere in base a quali considerazioni nel gennaio del 1978 – lei all’epoca era se non sbaglio Presidente del Consiglio – alla guida del Sismi e del Sisde non furono nominati quelli che allora potevano apparire i candidati naturali e cioè il generale Dalla Chiesa e l’ispettore Santillo. Sarebbe interessante conoscere chi suggerì o impose il nome del generale Santovito, che sarebbe stato poi coinvolto, seppure in modo abbastanza marginale, nelle attività di Edgardo Sogno, nell’estate del 1974, attività sulle quali Edgardo Sogno è tornato recentemente in occasione di alcuni convegni. Vorrei soprattutto conoscere quali sono state le ragioni, ammesso che fossero a sua conoscenza, per le quali Santillo non fu nominato capo dell’Ucigos e alla guida dell’organismo fu invece chiamato un altro funzionario.

Emilio Santillo

ANDREOTTI. Circa le proposte per coprire questi incarichi, per quanto riguarda l’Interno ciò andrebbe chiesto alla struttura degli interni. Non so se Santillo fosse stato proposto da qualcuno; personalmente non ero grato a Santillo perchè insieme all’ammiraglio Casardi aveva compiuto un atto non troppo leale nei confronti del Governo, e cioè portare alla Commissione una memoria di critica ad un testo del Governo. Questo non perchè essi non potessero esprimere il loro avviso ma perchè avrebbero almeno dovuto informare di ciò il Presidente del Consiglio.

PRESIDENTE. A quale memoria si riferisce e a quale Commissione?

ANDREOTTI. Mi riferisco alla stesura del testo di riforma dei Servizi con la creazione di un Servizio unico. L’ammiraglio Casardi ed il dottor Santillo portarono questa memoria unica; non voglio definirlo un atto di sedizione, ma comunque non mi piacque. Ciascuno può esprimere le proprie idee, ma andare a soffiare alle Commissioni che si voleva mettere in piedi uno strumento di potere, chissà con quali macchinazioni, mi sembrò scorretto. Detto questo, non ho mai saputo se Santillo fosse candidato a questa posizione. Dalla Chiesa non fu candidato a dirigere il Servizio nè, che io sappia, aveva mai chiesto di fare ciò. Egli fu poi utilizzato in altra maniera; in quel momento si stava occupando molto efficacemente dell’ispettorato delle carceri, svolgendo un lavoro di grande importanza.
La proposta del generale Santovito fu fatta dallo Stato Maggiore; io non lo conoscevo di persona. Quanto alla persona di Sogno, andrei più cauto perchè, come ho detto, tutto sommato quello che era stato l’estensore di questo programma (che oggi fa parte di uno degli aspetti di cui si occupa anche la Bicamerale, cioè di questa idea di struttura dello Stato), divenne poi procuratore generale della Corte d’appello di Milano, laddove altri ebbero delle grane; può darsi che Sogno abbia fatto anche altre cose ma non voglio addentrarmi su questo. In ogni caso non vi furono pressioni o imposizioni per quanto riguarda le nomine ai Servizi. Anzi per il Cesis vi fu difficoltà a trovare qualcuno. In un primo tempo si era nominato il prefetto Napoletano, che io conoscevo bene in quanto era stato prefetto a Roma e prima a Latina. Direi che il Cesis era di maggior correlazione con il Presidente del Consiglio; egli tuttavia lasciò, in parte perchè i due Servizi non gli riconoscevano un potere effettivo ed anche perchè cominciò a star male, tanto è vero che poco dopo morì. Vi fu difficoltà a trovare qualcuno che lo sostituisse. Ricordo che venne interpellato un prefetto e non accettò; venne interpellato un generale dei carabinieri e non accettò. Fu poi proposto dal Ministero il prefetto di Venezia, il quale tra l’altro venne senza grande entusiasmo, forse perché era più prestigioso ricoprire l’incarico di prefetto di Venezia che non quello di direttore del Cesis. Non vi furono però imposizioni da parte di nessuno, nè da parte di americani, nè di altre nazionalità, nè da parte di confraternite.

CORSINI. Vorrei ora venire al caso Moro. Durante quel periodo lei era Presidente del Consiglio. Vorrei anzitutto una sua valutazione: lei ritiene che i nostri servizi segreti abbiano fatto tutto quanto era loro possibile per individuare la prigione di Moro e quindi per salvargli la vita? O ritiene plausibile che i due capi dei Servizi, ambedue aderenti alla loggia P2, abbiano tenuto una condotta per qualche verso passiva o addirittura ostativa, tale da facilitare una conclusione tragica, come poi è drammaticamente avvenuto, del sequestro?
Visto che ha poc’anzi nominato il prefetto Napoletano, nel corso del sequestro lei forse ricevette comunicazioni scritte da parte del direttore del Cesis, prefetto Napoletano, in cui si denunziava la passività del Sismi e del Sisde? E ammesso che abbia ricevuto tali comunicazioni, ebbe occasione di rispondere?
Quando il prefetto, dopo gli eventi legati al falso comunicato del lago della Duchessa, rassegnò le dimissioni lei accettò senza avere un colloquio chiarificatore? Come mai? E come mai nominò in sostituzione il prefetto Walter Pelosi, il cui nome mi sembra sia poi finito nelle liste di Licio Gelli? Desidererei comunque in prima battuta una valutazione sul ruolo dei Servizi.

ANDREOTTI. Intanto, dobbiamo dire che bisogna guardare nel suo complesso e in tutte le sue articolazioni la pubblica amministrazione civile e militare. Non era certamente un compito esclusivo riservato dei servizi quello di individuare dove era tenuto prigioniero Aldo Moro. A me non risulta, nè ebbi alcuna dichiarazione in senso contrario, che non si siano, cioè, impegnati adeguatamente e – ancor meno, mi rifiuto di accettare questa idea – che addirittura fosse una passività voluta per ragioni quali P2 o altra loggia.
Non lo ritengo accettabile: le difficoltà obiettive che ci furono nel rinvenire dove Moro era tenuto prigioniero furono difficoltà vere. Ricordo anche una delle critiche fatte, secondo cui bisognava essere molto più penetranti, per esempio, nella perlustrazione in città. A Roma ci sono alcune migliaia di appartamenti occupati da singoli o da coppie che lavorano entrambi e che durante tutta la giornata sono vuoti. Quindi, non si poteva – credo – sfondare porte. Ritengo che abbiano fatto quello che nel momento era ritenuto possibile. Penso che lo sforzo fosse stato fatto; certamente la volontà di arrivare ad una conclusione positiva era una volontà ed una tensione partecipata da tutti noi; purtroppo non si riuscì in questo. Inoltre, non ricordo affatto che mi abbia mandato – ma dovrei escluderlo – una lettera Napoletano. Tra l’altro, ero anche in grande rapporto personale con lui; lo sono tuttora con la sua vedova tramite mia moglie perchè – ripeto – era stato prefetto di Latina e ci conoscevamo benissimo, egli lasciò perchè era veramente malato: aveva un cancro ed è morto dopo poco tempo. Per quanto riguarda la nomina di Pelosi, come ho detto prima, dopo che erano stati interpellati un prefetto, segnalato dal Ministero ed il generale Ferrara che non avevano accettato, il Ministero dell’interno ci propose il prefetto di Venezia il quale si lamentò e – da quello che si è visto dopo – alla P2 si sarebbe iscritto dopo.

PRESIDENTE. Senatore Andreotti, scusi la mia intromissione: i vertici del Partito socialista informarono lei ed il Ministro dell’interno dei contatti che avevano con Piperno e Pace, cioè con ambienti di Metropolis e dell’Autonomia con cui cercavano di lanciare la via della trattativa?

ANDREOTTI. No, Presidente. Allora non ho saputo questo; probabilmente se avessero avuto – ritengo almeno – delle possibilità concrete di proporre, questo sarebbe stato portato a conoscenza, come il segretario del Partito socialista certamente mi parlò di alcune iniziative (l’avvocato Guiso, che essendo difensore a Torino si sperava potesse aver qualche contatto; la cosa poi non andò in porto). Però, devo anche dire un fatto sulla linea, chiamata della fermezza, che è la linea del rispetto e non di una legalità astratta. Pensiamo a cosa sarebbe successo se, dinanzi a persone che avevano ucciso carabinieri, guardie di finanza, magistrati, giornalisti, per salvare uno di noi avessimo mollato e accettato di liberare i tredici che loro volevano e di riconoscere il loro status politico. Questa era una linea su cui ci si trovava con una grande concordia. Ho conservato una dichiarazione di Enrico Berlinguer quando i rapporti, per altri motivi, con il Partito comunista, non erano più gli stessi del 1978. In occasione di una polemica fu resa una dichiarazione di Berlinguer molto ferma a questo riguardo dicendo che nulla è stato trascurato di quello che si poteva fare. Per il resto, l’approvazione della politica seguita dal Governo era fondamentale.

PRESIDENTE. Su questo voglio essere chiaro per quello che può valere una mia valutazione: all’epoca ero completamente fuori dalla politica; ero un modestissimo avvocato di provincia. Da cittadino italiano, ritenevo che la linea della fermezza fosse quella giusta; lo sviluppo della linea della fermezza però sarebbe stato cercare di fare di tutto, di rintracciare la prigione e liberare Moro. La mia impressione, vivendo adesso nel mondo politico, è che però si attivò allora un conflitto politico, ancora una volta tutto spiegato sulla attualità, per cui, per i fautori della trattativa, la liberazione da parte delle forze di polizia di Moro sarebbe stata una sconfitta politica e quindi potevano non dare le informazioni che potevano servire a rintracciare ed a trovare Moro.
D’altra parte, il partito della fermezza poteva avere la grossa preoccupazione del rischio (che indubbiamente c’era nella liberazione manu militari di Moro) di un esito tragico dell’intera vicenda, perchè allora sarebbero stati responsabilizzati della sua morte. Questo poteva portare a quello che la Commissione di indagine sul caso Moro disse: «quello stato quasi di rassegnata attesa che gli eventi giungessero al loro esito naturale».

ANDREOTTI. Signor Presidente, questa credo sia una ricostruzione che rispetto, ma che non corrisponde minimamente al vero: siamo stati in una tensione enorme in quel periodo, sentendo veramente la drammaticità del fatto e nessuno pensava che qualcosa dovesse essere trascurato o faceva delle ipotesi subordinate di che cosa succedesse e di un rischio nel caso di un conflitto a fuoco. Se noi avessimo saputo dove, certamente sarebbe stato meglio affrontato questo rischio che non lasciare Moro in mano loro. Questo purtroppo non si è mai verificato, nè credo che potesse verificarsi. Se veramente ci fosse stato qualcuno dell’amministrazione che avesse fatto questi ragionamenti sarebbe stato arbitrario ed un folle, anzi direi un mascalzone.

PRESIDENTE. Vorrei precisare che lei non condivide una valutazione che non è mia, ma della Commissione Moro che parlò appunto di questa rassegnazione di questo atteggiamento di inerzia e di impreparazione. Per quanto riguarda l’altro aspetto della vicenda (cioè che il partito della trattativa non desse le informazioni possibili) in fondo sarebbe stato sufficiente pedinare Pace per arrivare a Morucci e pedinare Morucci per arrivare a Moretti. Loro andavano a parlare con Pace; evidentemente sapevano che Pace era un interlocutore possibile, un tramite della trattativa.

ANDREOTTI. Probabilmente, lo avranno fatto in maniera riservata e non informando allora di questa situazione, forse per mantenere un contatto, se questo fosse stato noto, certamente si sarebbe operato il pedinamento. Seguimmo tutte le strade, anche delle strade indirette e demmo anche il consenso a che da parte di una personalità importante del Vaticano (il segretario di Paolo VI) si potesse tentare anche una possibilità di riscatto. Dispiaceva da un lato mettere un certo numero di miliardi in mano a questi poichè significava non farli utilizzare per cose innocue però, dicemmo che non c’era nessuna difficoltà anche a questo riguardo. Quindi, fu tentato di tutto; parlare di rassegnata inerzia…

PRESIDENTE. …e da parte della famiglia potrebbe esserci stato per esempio il silenzio su alcune informazioni importanti, perchè vi era una atmosfera di sfiducia; il cosiddetto canale di ritorno.

ANDREOTTI. Voglio fare due osservazioni. Siccome qui è stato evocato tra l’altro Cazora, voglio dire che ho appreso che vi era una intercettazione telefonica tra Cazora e Sereno Freato; l’ho notato adesso leggendo gli atti, ma non lo avevo mai saputo. Ebbene, che la famiglia potesse cercare di avere anche dei contatti personali era normale. Comunque, conservo un biglietto molto eloquente che ricorda che proprio la sera del 9 maggio Guerzoni mandò a Evangelisti, che era Sottosegretario, per ringraziare per tutto quello che noi avevamo fatto e pregandolo di ringraziare anche me. Fra l’altro, non so se qui o in altra sede, ho visto che Guerzoni aveva detto che io avrei fatto aggiungere o togliere alcune frasi nella lettera del Papa.

PRESIDENTE. Lo ha detto in questa sede.

ANDREOTTI. Questo appartiene ad una fantasia anche piuttosto fervida. Capisco che Guerzoni era attaccatissimo a Moro e che abbia sofferto la tragedia in maniera direi più che filiale, però non so chi abbia potuto pensare che il Papa mi abbia fatto leggere la lettera prima di mandarla.

PRESIDENTE. Lei avrà notato che, nella mia proposta di relazione, io esamino le ipotesi ricostruttive di Guerzoni e dico che non ci sono elementi per ritenerle nemmeno altamente probabili.

ANDREOTTI. Noi abbiamo seguito tutto. Si ricorderà che vi era stata anche la possibilità di quell’avvocato svizzero che la famiglia voleva contattare. Noi avevamo dato tutti i consensi perchè potesse essere attivata anche quella strada, che poi si dimostrò una pista non valida.

Tommaso Buscetta – dichiarazioni 06.04.1993

Come ho già riferito in precedente interrogatorio (26.11.92), il BONTATE, nel corso di una conversazione che ebbi a Palermo con lui nel 1980, mi disse che l’omicidio PECORELLI era stato “fatto” da Cosa Nostra, più precisamente da lui e da BADALAMENTI, su richiesta dei cugini SALVO.
Successivamente (nel 1982/83) me ne parlò negli stessi termini, confermandomi la versione di BONTATE, BADALAMENTI Gaetano. In base alla versione dei due (coincidente), quello di PECORELLI era stato un delitto politico voluto dai cugini SALVO, in quanto a loro richiesto dall’on.le ANDREOTTI. Proprio nel contesto di questa conversazione, il BADALAMENTI mi parlò dell’incontro che aveva personalmente avuto con Giulio ANDREOTTI a Roma, allo scopo di interessarlo per il processo riguardante RIMI Filippo. Secondo quanto mi disse BADALAMENTI, sembra che PECORELLI stesse appurando “cose politiche” collegate al sequestro MORO. Giulio ANDREOTTI era appunto preoccupato che potessero trapelare quei segreti, inerenti al sequestro dell’on.le MORO, segreti che anche il generale DALLA CHIESA conosceva. PECORELLI e DALLA CHIESA sono infatti “cose che si intrecciano fra loro”. BADALAMENTI mi disse anche che, verso la fine del terrorismo, il generale DALLA CHIESA era stato promosso per “toglierlo dai piedi”, ma non so se questo sia vero.

Debbo precisare che oggi non mi è facile distinguere tra le cose dettemi da BONTATE e quelle dettemi da BADALAMENTI. In ogni caso ho riferito esattamente quel che ricordo, e quel che ho riferito scaturisce dai racconti di BONTATE e di BADALAMENTI su PECORELLI; racconti – ribadisco – fattimi in epoche diverse, ma in termini assolutamente coincidenti. Apprendo oggi dalle SS.LL. che per l’omicidio PECORELLI è stato imputato FIORAVANTI Valerio, sapevo già, invece, che lo stesso FIORAVANTI è tuttora tra gli imputati dell’omicidio MATTARELLA.
Ebbene, debbo dirvi che almeno per quanto riguarda l’omicidio MATTARELLA dovete dimenticarvi FIORAVANTI, che con questo fatto non c’entra assolutamente nulla. Ritornando a PECORELLI, ribadisco quanto mi dissero BONTATE e BADALAMENTI. Questi ultimi erano legatissimi ai cugini SALVO, e per quanto riguarda BADALAMENTI, questo strettissimo legame continuò anche dopo che non fece più parte della Commissione (1978).