Giuseppe Zupo arringa 04.04.1991- seconda parte

… Facciamo un passo indietro è il 15 ottobre del ’79 è già scoppiato lo scandalo a cui abbiamo accennato dell’appalto delle sei scuole, 15 ottobre ’79 ancora vivo Mattarella, lo scandalo dell’appalto delle sei scuole a sei ditte apparentemente diverse ma tutte riconducibili agli stessi personaggi di grossa caratura mafiosa. Sei ditte, un unico progetto per ogni scuola, gli altri invitati e partecipanti si sono squagliati come nebbia, il resto è stato un gioco da ragazzi, un gioco obbligato, le sei ditte hanno avuto aggiudicati i sei appalti. Mattarella fa cosa inusitata: dispone una ispezione della presidenza della giunta regionale sulla irregolarità di quegli atti che sono atti del Comune di Palermo.

.. Costa il 15 ottobre ’79 firma lui personalmente, vedete il promemoria Pizzuti, una nota che dispone le indagini su quelle ditte nelle quali compaiono, quali nomi ? quelli di Rosario Spatola, Salvatore Inzerillo classe 44, Gambino. La Guardia di Finanza è chiamata ad operare su quel filone nel corso delle indagini si fa una scoperta delicata, assai delicata: presso la ditta, guardate un po’, Vincenzo Spatola, un nome che abbiamo già sentito collegata ai Rosario Spatola e ad altri, vengono sequestrati documenti originali del Comune di Palermo, lo abbiamo risentito anche in udienza; non dovrebbero stare lì, dovrebbero essere custoditi negli uffici comunali e invece lì si trova nelle mani degli Spatola.

La scoperta e le indagini metteranno capo il 21 marzo dell’80 a una denuncia della stessa Guardia di Finanza a carico di Pietro Lorello, Vincenzo Spatola ed altri per interesse privato in atti di ufficio, lo ha detto Pascucci in dibattimento vedremo poi chi erano questi signori.

Poco dopo questi fatti, il 6 gennaio dell’80 Mattarella viene assassinato. Ma è possibile, è così evidente mah ! va beh ! il 9 gennaio ’80, sono passati tre giorni, nell’ambito delle indagini per l’omicidio del Presidente della Regione, il dr. Grasso, incaricato dal Procuratore Costa, contatta la signora Trizzino, capo gabinetto della presidenza della Regione, cioè di Mattarella, chiedendo ulteriori informazioni sulle sei scuole e dando per imminente la convocazione dell’ispettore Mignosi che è quello che ha fatto l’ispezione. Il 12 gennaio, poco giorni dopo, Mignosi su consiglio dell’avvocato Sciortino… va dal Procuratore generale Viola per collaborare, offrire la sua collaborazione con la giustizia, sono parole testuali su quelle circostanze che egli ritiene assai importanti ai fini dell’individuazione del movente dell’omicidio Mattarella.

.. Viola gli dice che su quelle indagini è venuto in urto con Costa, guardate bene, e quindi non per rispetto ma per ripicca è, come nota all’evidenza anche Mignosi, per paura si chiama fuori, io non c’entro gli dice; come si vede poi in fin dei conti Croce e Sciacchitano erano in buona, anzi eccellente compagnia.

Ma se Viola si chiama fuori Costa invece, vedete i caratteri, va più in fondo perché sente che lì è un punto nevralgico sul quale operare mettendo a nudo la trama intricata degli interessi, seguendo il loro dipanarsi dai punti bassi della mafia dei quartieri, agli uffici delle amministrazioni, delle banche, dei boss politici locali e delle loro cordate e da questi più su nelle stanze di cristallo ..perché noi parliamo non dei sei appalti per i sei appalti, non si muore per sei appalti ma per ciò che i sei appalti dicono, per il mondo che sta dietro, per i fili che da quella piccola indagine, tutto sommato, si dipartivano verso su.

Egli in persona il Procuratore capo l’uno febbraio .. convoca Pascucci che è il comandate del Nucleo di Polizia Tributaria “con riferimento alle indagine relative all’omicidio Mattarella” davanti a Grasso, Costa prospetta a Pascucci.. la necessità del controllo di ditte invischiate in attività illecite tra cui quelle di Spatola Rosario. Non viene fatta, dice Pascucci, alcuna precisa puntualizzazione in quanto Costa gli dice che le specificazioni le avrebbe fatte successivamente Grasso, vedete anche il rispetto dell’autonomia. Pascucci constata che sulle stesse ditte sta indagando anche la Questura il capo della mobile De Luca gli chiede la collaborazione di sei sottoufficiali, Grasso intanto effettua alcune perquisizioni presso varie ditte, Pascucci in dibattimento. Questi passaggi collimano perfettamente con quanto detto da Immordino sia al Consiglio Superiore della Magistratura che in dibattimento, ha detto Immordino al Consiglio Superiore della Magistratura: – in quel momento si facevano le indagini per Mattarella e ci fu il caso di Spatola, lì ci fu l’impegno massimo specialmente per il lato finanziario, bancario etc. e vennero fuori altri collegamenti con impresari vari, insomma ci furono indagini attive-, dice Immordino e in dibattimento ha aggiunto cose assai interessanti, assai interessanti, sentiamolo: –

Nel rapporto dei 55 noi svolgemmo delle indagini che però necessariamente furono limitate all’aspetto societario, avvertimmo anche la necessità di indagini finanziarie e bancarie ed urtammo contro un muro, ritenemmo necessario quindi parlarne all’autorità giudiziaria. Il dr. Costa al quale ne parlammo era ben consapevole del problema e ne intuiva l’esatta portata – la portata è la capacità del proiettile di arrivare a destinazione signor Presidente – e ne intuiva la esatta portata così come del resto il nostro funzionario dr. Boris Giuliano che forse proprio per questo venne ucciso – .. La Finanza fin dove poté arrivare, dice Immordino, arrivò e dopo attendemmo l’impulso dell’autorità giudiziaria… Immordino aveva detto al Consiglio superiore: – a proposito mi venne spesso qualche perplessità, questi rapporti morivano lungo l’iter giudiziario da qui la visita a Costa, i colloqui sulle due fronde interne alla Questura e al palazzo di giustizia, la necessità del fronte unico con lui e con Chinnici – Ma ecco la novità Costa, l’impulso dell’autorità giudiziaria a dare un pugno a quel muro e a sfondarlo viene, cosa che nessun altro procuratore prima aveva fatto, viene preciso, autorevole, paziente ma senza nulla concedere alla necessità di raggiungere in tempi ragionevoli l’obiettivo. Infatti… l’11 febbraio Costa, è sempre lui in persona.. riconvoca Pascucci .. alla presenza di Grasso rispetto dell’autonomia. Si concorda.. sulla necessità che date indagini bancarie e similari fossero richieste direttamente da Grasso e affidate alla Guardia di Finanza, perché la Guardia di Finanza ha bisogno della cuspide dell’autorità giudiziaria per poter penetrare il muro e sfondarlo.

… Pascucci, ed è questo l’essenziale, capisce che Grasso sostituto non è solo, questo è il dato saliente, che quella è la volontà innanzitutto del capo della Procura e che gli ordini che gli verranno dal sostituto scendono per li rami. E certo questo via vai per la stanza del Procuratore, di quel Procuratore, di personaggi come il Questore il Comandante del Nucleo di polizia tributaria, Grasso che ha l’inchiesta Mattarella, forse Chinnici con il quale alcuni incontri avvenivano anche nell’ascensore bloccato tra piano e piano, non deve essere sfuggito ai molti che nel Palazzo vivono di pettegolezzo ed anche a qualcuno che quei pettegolezzi sapeva ben decifrare per conto degli ambienti politico-criminali, e coglieva tutta la estrema pericolosità di questo via vai, di quanto stava accadendo. Non vi è altra spiegazione infatti a un episodio ben preciso, l’episodio della minaccia.. alla moglie del colonnello Pascucci.

… Una voce alle spalle, per strada, una persona che le intima di non voltarsi e dice: signora raccomandi al comandante di non approfondire troppo le indagini in corso.

… Le indagini in corso, almeno quelle di rilievo erano, come ha detto l’ufficiale della Guardia di Finanza, quelle demandate fin dall’ottobre ’79 da Costa sulle sei ditte … vi è un particolare impressionante e rivelatore insieme in questa minaccia badate bene chi minacciava la moglie del colonnello Pascucci a quel modo, con quelle parole aveva, sebbene con opposte intenzioni, la stessa vivissima preoccupazione di Costa: l’approfondimento delle indagini.

… ma Pascucci che è un ufficiale tutto di un pezzo non disarma .. e infatti a marzo, il 21 marzo la Guardia di Finanza malgrado le minacce, inoltra un primo rapporto con cui denuncia per concorso in interesse privato, in atti d’ufficio Pietro Lorello, Vincenzo Spatola, Giuseppe Giordano e Giovanni Schemmari in relazione alla costruzione di una palestra ipsia. Chi erano questi signori ?

Pietro Lorello era assessore ai lavori pubblici del Comune di Palermo …Vincenzo Spatola l’altro denunciato è esattamente il mafioso che viene catturato il 9 ottobre ’79 mentre va dall’avvocato Guzzi a recapitare una delle lettere del sequestrato Michele Sindona, lettere che, come abbiamo già notato, erano intese a minacciare e ricattare settori politici ed economici da cui ci si aspetta sostanziosi interventi di pubblico denaro.

… Gli altri erano personaggi minori di questo rapporto denuncia, funzionari del Comune di Palermo. Maggio, giugno ’80 sono i mesi.. sono i mesi in cui dalla Questura arriva il ciclone del rapporto Immordino … e dei problemi che ne seguirono, è chiaro che questa iniziativa ha gettato un bel po’ di scompiglio sul percorso metodico e silenzioso di Costa. Immordino e la Questura vanno avanti con la fanfara dei giornali.. Costa li sostiene anche se questo gli crea una marea di problemi perché lui indagava secondo il suo metodo, in silenzio, avendo già convocato Pascucci e in silenzio chi lo seguiva aveva minacciato Pascucci … Si è perso forse del tempo dunque e altro tempo si perde nell’aspettare inutilmente l’esito delle indagini che sullo stesso filone stava eseguendo, come sappiamo, anche la Questura. Dice infatti Grasso al pubblico ministero di Catania: – dopo avere esaurito tutte le possibili indagini a mezzo della Questura e dei Carabinieri nei confronti delle ditte in questione – vedete hanno compulsato quei due settori lì – con il dr. Costa concordammo di affidare alla Guardia di Finanza specifici accertamenti sulle medesime ditte e sul loro movimento di capitali. Sul loro movimento di capitali, dichiarazione che collima con quella resa dalla signora Rita Bartoli Costa il 21 aprile ’83 al giudice istruttore dalla quale apprendiamo particolari di grande interesse: – mio marito era di solito riservato – e l’abbiamo visto – riservato riguardo alla sua attività d’ufficio tanto che posso dire che in 36 anni di vita coniugale mai mi aveva parlato di affari di ufficio … mi rimase perciò molto impresso quanto egli mi disse in un giorno della prima quindicina di luglio ..tanto più che non eravamo soli ma vi era anche la presenza di un cugino di mio marito, Aldo Costa giornalista de L’Ora … Mio marito mi disse precisamente che aveva chiesto ripetutamente alla polizia un rapporto relativo ai sei appalti per la costruzione di scuole e sulle sei società che si erano aggiudicate gli stessi ai fini di conoscere chi stesse dietro il paravento di queste società – aggiunse che qualcuno le aveva fatto il nome di Ciancimino ma come indicazione di massima.

Io gli chiesi perché non sollecitasse la risposta … mio marito rispose .. che se avesse insistito correva il rischio di avere una risposta fuorviante e che aveva invece pensato di rivolgersi alla Guardia di Finanza e precisamente al colonnello Pascucci di cui aveva stima e fiducia -.

… Vi era dunque qualcuno in Questura non certo Immordino .. che andava sabotando le inchieste più delicate, parola del Procuratore, e questo qualcuno aveva forse qualche corrispondente più in alto presso gli uffici del Ministero tanto da far temere al Procuratore Costa che, che certo sulla istituzione non aveva sospetti pregiudiziali, che il pericolo se avesse insistito di indagine e risposte depistanti era un pericolo reale … Siamo dunque a luglio, Costa ha chiaro il quadro delle inerzie e delle possibili manovre che si preparano per impedirgli di approfondire quelle indagini.

… Riconvoca allora l’uomo, Costa, l’uomo di cui si fida, il colonnello Pascucci e lo fa anche questa volta con una telefonata personale.. ed una convocazione di pomeriggio in un Palazzo di giustizia che il 14 luglio a Palermo possiamo immaginare pressoché deserto …E lì nella stanza del Procuratore, Pascucci ci dice che egli insistette.. sulla necessità, non opportunità, necessità di – approfondire le indagini -, quelle indagini che sappiamo; ancora Pascucci – di entrare in profondo anche se i tempi non sarebbero potuti essere brevi – Pascucci al pubblico ministero di Catania.

… Anche nel diligente promemoria del colonnello Pizzuti del 26 aprile ’81 si accenna alla volontà del dr. Costa di svolgere approfonditi accertamenti in proposito e Pascucci quel giorno stesso passa nella stanza del dr. Grasso che redige il verbale delle tre paginette con le precise, precise direttive di indagine della Procura della Repubblica. Quali sono in sintesi queste direttive ?

… si chiedono approfonditi accertamenti.. sui seguenti punti: primo struttura della società, organi sociali, capitale sociale, azionariato e simili cioè le notizie ufficiali desumibili dagli atti che vengono depositati obbligatoriamente alla Camera di commercio, alla cancelleria commerciale etc.; 2 – i soci occulti, occulti! 3 – le attività delle imprese nell’ultimo triennio, l’ultimo triennio è il triennio di Sindona e di tutte le manovre e della P2.. con specifico riferimento agli appalti di tutti gli enti pubblici, statali, comunali e regionali; 4 – in particolare la vicenda dell’appalto delle sei scuole che sono il punto di partenza sulla quale aveva indagato l’ispettore regionale Mignosi per conto di Mattarella; 5 – i collegamenti ed inserimenti in un contesto delinquenziale a sfondo mafioso sul quale abbia potuto incidere l’azione ispettiva disposta dal Mattarella.

Ma la cosa più importante di questo verbale sta al fondo ed è l’autorità, che è anche precisa indicazione, di cui la Procura riveste l’azione della polizia giudiziaria, la cuspide, dandole facoltà di esaminare la corrispondenza e tutti gli atti e documenti in possesso di tutti gli istituti bancari sia pubblici che privati nell’arco dell’ultimo triennio, in relazione a rapporti di qualsiasi natura intercorsi tra i suddetti istituti e i legali rappresentanti delle più volte citate imprese, ma anche quelli che ci stanno dietro, i nomi propri i loro familiari etc.

… ed è una strada pericolosa, quanto pericolosa ! lo sa anche Pascucci questo, non solo per la minaccia che ha già ricevuto esplicita e precisa e lo sa tanto che non mette al corrente di quel mandato neanche i suoi collaboratori, almeno in un primo momento, e dirama i messaggi ai comandi esterni – senza precisarne i motivi … non ne parla ai collaboratori in un primo momento, … incarico da ritenersi riservato a lui, al dr. Costa e al pubblico ministero Grasso e al massimo alla segretaria dattilografa di quest’ultimo – da qui la notevole sorpresa, sorpreso ed amareggiato, dirà in dibattimento, perché già l’indomani, all’indomani dell’uccisione di Costa la stampa riportava quella notizia di quelle indagini di cui egli conosceva la estrema pericolosità…

… Falcone la stessa sera dell’omicidio Costa nell’ambito delle possibili ipotesi sul movente di quell’attentato ha un collegamento preciso ed è relazionato da un giudice, Guarino, che poi è quello se non mi sbaglio che si interessa delle prime indagini, quelle urgenti a Costa, nell’ambito di queste possibili ipotesi sul movente di quell’attentato Falcone ebbe a dirgli, sono termini testuali, che quella indagine aveva una vastità, sentite, che poteva coinvolgere anche operazioni estranee al processo dei 55.

… Costa capisce bene che sta camminando sull’orlo di un precipizio, non è un incosciente come non lo era Mattarella e che occorre far presto in una lotta contro il tempo per acquisire risultati che consentano di vibrare un colpo grosso ai centri nevralgici della bestia prima che questa si scateni.

Abbiamo già detto le ragioni del particolare valore da attribuire alle dichiarazioni della signora Rita Bartoli Costa. Il primo accenno della signora Rita in proposito è al pubblico ministero di Catania a chiusura del brevissimo verbale, sei righe, del 29 ottobre ’80.

… – Segnalo che mio marito si mostrava in attesa di accertamenti attinenti all’istruttoria dell’omicidio Mattarella -. Ma già il 13 marzo successivo di fronte allo stesso inquirente aggiunge specificazioni di eccezionale rilievo … – come ho riferito in precedenti occasioni le confermo che mio marito di solito molto riservato, in epoca successiva all’episodio della convalida dell’arresto .. dell’arresto delle persone denunziate dalla Questura per associazione per delinquere, conversando in famiglia si mostrava ansioso .. di avere risposta ad una richiesta di accertamenti … bancari, non ricordo se questi erano stati da lui chiesti alla Guardia di Finanza e se in riferimento a detto processo o al processo per la morte del presidente Mattarella anzi, anzi posso precisare che di tali accertamenti mio marito parlò con riferimento, si, si ai sei appalti bloccati dal presidente Mattarella -.

… A domanda risponde: – ritengo che la richiesta sia stata fatta al colonnello Pascucci , è da tener presente per quanto possa valere che tali accertamenti vennero richiesti nel luglio – e conclude –ritengo che dovrebbe seguirsi anche la pista che si ricollega con i detti appalti. – Sentiamola ancora davanti al giudice istruttore nel verbale di cui abbiamo riportato già una parte – dopo una decina di giorni chiesi a mio marito se avesse.. ricevuto il rapporto richiesto al colonnello Pascucci. Mio marito rispose che ancora era troppo presto.–

Il giorno 6 agosto ’80..e cioè il giorno del delitto domandai nuovamente a mio marito se avesse ricevuto il rapporto in questione ..mio marito mi rispose testualmente penso, ritengo che lo troverò al ritorno da Vulcano. … come lei sa mio marito a Vulcano non è nemmeno andato.- … Ma la storia delle indagini che non si voleva che si facessero non finisce qui, sarebbe finita qui, vi prego di riflettere su questo, spento Costa, se fosse stata una ripicca non avremmo più avuto storia su queste indagini, non ne avremmo avuta, è morto, una ripicca, una vendetta abbiamo saldato il conto sulle convalide dei 55. Eh no vedete la storia su quelle indagini continua, continua e questo significa sulla base logica che Costa non è stato ucciso per la convalida dei 55 fermi; sarebbe finita qui come vorrebbe far crederci quel sant’uomo di Buscetta; ma non è così e infatti si succedono altri avvenimenti che ci aiutano a comprendere il tutto.

… Allora tra il 14 e il 29 agosto, Costa è già morto, Pascucci attiva le indagini bancarie direttamente su tutto il territorio nazionale, risulta agli atti, interessandovi il Nucleo centrale tutti i Nuclei regionali e tutti i gruppi provinciali della Guardia di Finanza, non della Sicilia, d’Italia. Poi le attiva anche sulla piazza di Palermo, promemoria Pizzuti, il che fa capire diverse cose. Primo che in un primo tempo Pascucci aveva iniziato da se con tutto il riserbo possibile.. ci aveva dato sotto proprio con quelle indagini di cui egli conosceva tutto il tremendo significato. Seconda cosa, che quelle indagini come Costa le aveva concepite riguardavano innanzitutto il livello nazionale dove per primi si dirigono i telex di Pascucci e poi Palermo. Quante cose possono dire le carte se le si vuole ascoltare.

E Pascucci, Pascucci che fine fa Pascucci ? Per fortuna è vivo ma un mese dopo è costretto a far valigie, il comando generale dell’Arma retto all’epoca dal generale Orazio Giannini, poi risultato iscritto alla loggia massonica P2 è succeduto per suo conto al generale Giudice anch’esso del pio sodalizio al pari di Sindona, di Miceli Crimi e di tanti altri illustri patrioti gli dà – tempestiva comunicazione telefonica – che è stato trasferito a Bari, telefonica… vi fui costretto perché se volevo diventare generale.. nel partire lascia al suo successore il colonnello Mola un promemoria che come pure ha detto chiaramente si riferiva a che cosa ? anche alle indagini demandate dal dr. Costa e dal giudice Grasso, …. Arriviamo a novembre, non ci sono più né Costa né Pascucci entrambi allontanati in diverso modo dalle indagini abbiamo visto; la Procura eretta ad interem è dall’eterno aggiunto Martorana, è rimasto in campo il dr. Grasso che a novembre ci riprova, poveretto, convoca il colonnello Mola, risulta dal rapporto dal promemoria Pizzuto, nuovo comandante del Nucleo della polizia tributaria di Palermo, ma Grasso non è Costa e Mola non è Pascucci ed ecco che a comparire è un subordinato, .. il capitano D’Auria che non è neanche l’affidatario del rapporto che è il capitano Aloi.. il magistrato piuttosto desolato evidentemente decide di formalizzare il processo, cioè di passarlo al giudice istruttore e lo comunica al suo interlocutore.

Dicembre ’80, gennaio ’81 prontamente la Guardia di Finanza fa l’altra mossa e passa l’incarico dal capitano Aloi al tenente Moscuzza con il compito, così si precisa, tutto archivistico di riordinare il materiale in arrivo dagli istituti bancari, perché arrivava su quell’impulso di Pascucci questo materiale, lo vedremo dopo, se ne occuperà Chinnici e morirà anche lui: chi tocca muore, in arrivo dagli istituti bancari e prendere contatti con il magistrato. E a gennaio il tenentino diligentemente si presenta al dr. Grasso che subito lo manda dal dr. Chinnici il quale stando al promemoria Pizzuti gli ordina di rimanere in attesa sollecitandogli nel contempo questioni diverse da quelle in trattazione. La Guardia di Finanza al 16 gennaio ’81 annota la sospensione delle indagini, sospensione delle indagini sull’omicidio Mattarella! cosa è accaduto ? Chinnici non è uno sciocco ha capito subito il significato di quei colpi esplosi in via Cavour, altro che ripicca del bamboccio Inzerillo, e ha potuto constatare che l’inchiesta della Guardia di Finanza è stata brutalmente degradata dalla prima fase, nella quale Costa aveva voluto ed ottenuto la centralizzazione delle indagini nelle mani del comandante del Nucleo a quella archivistica del tenentino Moscuzza. Da persona prudente, che valuta anche lui le forze in campo, prende tempo aspettando l’arrivo del nuovo Procuratore capo con il quale concertare una ripresa di iniziativa su quello che egli sa essere il punto focale non più del solo delitto Mattarella ma anche dell’omicidio del suo collega ed amico Costa. E infatti nominano Paino e questi nella visita di cortesia del generale Vitali, quante cose ci ha detto questo promemoria Pizzuti, comandante generale Vitali comandante di zona della Guardia di Finanza il 27 gennaio ’81 gli, testuale, sollecita lo sviluppo delle indagini affidate dal suo predecessore dr. Costa … Il sollecito sembra avere effetto perché il giorno successivo 28 gennaio il colonnello Mola in persona si reca a conferire con Paino e con Chinnici … Il 29 gennaio, il giorno dopo come si apprende sempre dal promemoria Pizzuti il colonnello comandante, bellissime queste parole ordina al capitano D’Auria di non trascurare la pratica e capolavoro di ipocrisia, tenersi pronto per le richieste del magistrato.

… Ma quale fosse la reale attenzione che il Mola dedicava a quella pratica così scottante lo apprendiamo dalle sue stesse parole in dibattimento, egli ha detto: – Quanto al contenuto delle indagini affidate al colonnello Pascucci io non ho avuto una conoscenza precisa e dettagliata e neanche del fatto che tale indagine trovasse un suo momento unitario e qualificante in quelle relative all’omicidio di Piersanti Mattarella… aveva il promemoria Pascucci, che gli aveva lasciato Pascucci per dire io me ne vado… ecco queste sono le attività che sono in corso … io non ho precisa memoria nella sua fisicità del documento o meglio del provvedimento col quale il dr. Grasso conferì preciso incarico al mio predecessore colonnello Pascucci, non escludo di aver preso in visione tale documento, anzi è normale che l’abbia fatto anche se adesso non ho precisa memoria del suo contenuto … Di lì a pochi giorni precisamente l’1 febbraio ’81 anche Mola viene trasferito. Alla domanda del Presidente di questa Corte circa possibili collegamenti tra il trasferimento del Pascucci e l’intento di lasciar cadere quelle indagini sdegnato Mola risponde: – lo escludo particolarmente … anche se come ha dovuto precisare il suo trasferimento non era stato desiderato ma serenamente accettato ed era avvenuto senza che egli fosse stato interpellato, con brevissimo preavviso, allora si usava così da parte del comando generale-.

Contestato a nostra domanda che il suo successore colonnello Pizzuti aveva fatto intendere nella sua deposizione istruttoria che almeno il suo avvicendamento con Mola era avvenuto all’improvviso, tanto che non c’era stato neanche il tempo per le vere e proprie consegne e che quindi questi meccanismi di trasferimento qualche pecca dovevano pure averla, il teste prima è andato in collera poi, quando ha capito che non si trattava di insinuazioni della difesa di parte civile bensì di precise affermazioni del suo collega di corpo, ha dovuto dire: – non riesco a spiegarmi le ragioni per cui il mio collega abbia reso dichiarazioni simili, tali dichiarazioni, ma escludo che esse siano rispondenti al vero – cioè ha dato del bugiardo al colonnello oggi generale Pizzuti. Ed ha continuato ribadendo che certamente le consegne erano avvenute anch’esse secondo regolamento, è un uomo di regolamento questo, mediamente in una giornata è che senz’altro egli aveva avuto modo di rendere dotto il Pizzuti anche dello stato delle indagini relative all’omicidio Mattarella che per la verità poco prima aveva detto che non conosceva per niente insomma non sapeva neanche che quel fascicolo si riferisse a Mattarella.

… La deposizione di Pizzuti ..inizia innanzi tutto dicendo di avere appreso da voci raccolte che il colonnello Pascucci fu indotto a trasferirsi in altra sede per minacce da parte della mafia rivolte alla di lui moglie; ora noi sappiamo il preciso tenore di queste minacce che non erano rivolte alla moglie di Pascucci bensì a Pascucci stesso attraverso il punto sensibile della moglie e sappiamo anche che quelle minacce risalivano a marzo aprile dell’80, attenzione, mentre il trasferimento è di 6 mesi dopo e anche qui fatto senza preavviso ed in quel lasso di tempo Pascucci non solo non si era fermato con le indagini ma le aveva approfondite così come richiesto insistentemente dal Procuratore Costa … Il Presidente di questa Corte ha poi insistito per chiarire al meglio questi delicatissimi risvolti della vicenda e ha domandato al teste di indicare.. ove le conosca.. le ragioni ufficiali del trasferimento del colonnello Pascucci;.. Pizzuti ha risposto alla domanda per implicito signor Presidente parlando cioè del suo trasferimento.

… E qual erano queste ragioni del suo trasferimento leggiamole: – Io sono stato trasferito in maniera del tutto insolita, da un momento all’altro, dal comando di Nucleo polizia tributaria di Firenze a Palermo per ordine delle P2 di Licio Gelli – … Il Presidente giustamente rimane un po’ insomma gli chiede dopo poco gli chiede ragione: – insomma mi specifichi un’affermazione di questo genere – lui continua – le consegna da parte del colonnello Mola – con buona pace di Mola – che comandava il Nucleo di polizia tributaria di Palermo avvennero in mezz’ora e non ho avuto nemmeno il tempo di chiedergli alcunché tra cui notizie sul precedente trasferimento di Pascucci che io conoscevo personalmente in quanto mio compagno di corso… quanto sopra detto circa l’ingerenza della P2 nel mio trasferimento posso motivarlo in relazione al fatto che la P2 di Licio Gelli aveva in Arezzo la sua sede operativa e che il comandante generale della Guardia di Finanza generale Giannini risultò poi essere un’aderente a tale loggia massonica;

probabilmente avevo messo le mani su qualche cosa che non andava toccato – -… Il generale Giannini mi telefonò direttamente ..anche ciò è insolito dicendomi che dovevo andare via da Firenze e proponendomi di andare alla Criminalpol di Roma … o a dirigere il Nucleo di polizia tributaria di Palermo. … pur non competendomi tale destinazione in quanto io ero al mio terzo comando di legione mentre di solito a Palermo si mandano dei colonnelli… al loro primo incarico a Palermo, optai per Palermo intendendo restare nell’ambito della Guardia di Finanza …il passaggio di consegna tra Mola e me avvenne come ho detto in mezz’ora, mi limitai a firmare il registro delle comunicazioni riservate e ritirare le chiavi della cassaforte, per il resto mi disse il Mola te la vedrai con l’aiutante maggiore del quale non ricordo il nome -.

Domandato risponde – il colonnello Mola non mi ha minimante accennato alle indagini giudiziarie in corso e alla attività demandata alla Guardia di Finanza. Faccio presente che solo da notizie attinte dai miei dipendenti nonché dagli atti d’ufficio, appresi delle indagini delicate e particolari in corso e tra esse quelle relative all’appalto di sei scuole collegate all’omicidio Mattarella. Ricordo che i miei dipendenti brancolavano nel buio – ci ritorneremo fra un momento – non essendo riusciti ad acquisire elementi utili …Debbo però far presente …che c’era una situazione alquanto insolita in questo comando …mentre normalmente in un Nucleo di polizia tributaria vi sono diversi ufficiali superiori quali tenenti e colonnelli, nel Nucleo di Palermo trovai ufficiali giovanissimi il più anziano dei quali era il maggiore Tramet – … Spiega poi che, e c’era l’indagine più importante d’Italia, spiega poi che in mancanza di indicazioni dal suo predecessore sui più importanti filoni di indagine egli si era messo in diretto contatto e collaborazione con il dr. Falcone, perché non sa a chi riferirsi, e con altri sostituti quale il dr. Sciacchitano svolgendo con loro articolatissime indagini, ed è vero, anche a mezzo di reiterate rogatorie all’estero e principalmente in Belgio dove c’era un pentito sia sul caso Sindona che sul riciclaggio dei narco-dollari che è un’altra cosa. Aveva inoltre accertato che tra i vari soggetti indagati una posizione di preminenza aveva lo Spatola Rosario. A questo punto il signor Presidente poneva questa domanda della difesa di parte civile: – domandansi se a lui generale Pizzuto, risulta che la Guardia di Finanza all’epoca dei fatti in trattazione sia stata richiesta ed abbia dispiegato la sua attività investigativa soltanto o prevalentemente sulle questioni relative al riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di droga o anche sulle connessioni di interessi occulti tra le società inquisite per il processo Mattarella ed ambienti amministrativi, politici e finanziari; oppure se questo secondo ramo di indagine venne assunto e condotto personalmente dal consigliere Chinnici .

Ecco la risposta – Non mi consta che in effetti la Guardia di Finanza si sia occupata particolarmente del troncone di indagini relative ai rapporti societari, ai collegamenti tra i vari soci e le società con ambienti retrostanti. Noi ci siamo limitati a seguire le direttive dei magistrati … non ho un’articolata conoscenza del provvedimento con il quale lo stesso d’intesa con il procuratore Costa ebbe a dare precise indicazioni sull’omicidio Mattarella e l’appalto delle sei scuole al colonnello Pascucci -. Mola non gliene aveva parlato gli aveva dato le chiavi della cassaforte vai per il resto te la vedi col… questo è quanto ha detto Pizzuti e questa è la realtà dei fatti, una realtà che collima con ciò che sappiamo da altre fonti, non è solo Pizzuti e infatti, poiché Paino e dietro di lui ovviamente Chinnici insisteva su quelle indagini, il 9 febbraio ’81 ne aveva riparlato al generale Vitali, Paino, proprio quelle indagini quelle di Costa, quelle di Costa in relazione all’omicidio Mattarella, Paino ci ritorna. Veniva confezionato, confezionato il rapporto 28 marzo ’81 che è quello che avete in atti … esso è la riprova documentale che le indagini commissionate da Costa non furono mai fatte. Tutto il lavoro si è fermato al primo punto quello della struttura illegale delle imprese sulla base degli atti della cancelleria commerciale della Camera di Commercio; ma vi sono anche alcuni fogli interessanti in questo rapporto per il discorso che stiamo svolgendo, intendiamo riferirci alle risposte che le banche avevano cominciato a fare pervenire, ai fonogrammi di Pascucci, risposte zeppe di numeri di conto corrente, di mutui, di garanzie etc. atti che fanno intravedere quale sviluppo potessero avere quelle indagini e non hanno avuto. Del resto lo dice con innocenza quasi disarmante il tenente Silvio Montonati l’ultimo tenentino inviato a Chinnici che non voleva capire Chinnici l’antifona e non disarmava, dice il tenente Montonati – il genere di – interrogato da questa Corte – il genere di indagini che io ho svolto in relazione al mandato conferito dal dr. Grasso al colonnello Pascucci attennero principalmente a riscontri cartolari documentali volti ad accertare l’effettiva titolarità di dette imprese delle quali non ricordo i nomi. Tali indagini comportarono l’acquisizione di atti presso gli enti pubblici e in quegli uffici pubblici quali il Comune, la Camera di Commercio – bravo – la cancelleria commerciale del tribunale e così via – benissimo – in taluni casi ci limitammo a prendere in visione tali atti, utilizzammo anche dei dati dell’anagrafe tributaria a loro informazione – ottimo. Richiesto al teste se è in condizione di fornire precise notizie sull’esito delle indagini riguardanti l’appalto delle sei scuole, cioè in relazione all’omicidio Mattarella risponde – Ricordo che la nostra indagine ci portò al disegno di una mappa di tante società e ditte in ordine ad alcune delle quali accertammo se erano state invitate alla gara d’appalto, cioè con gli atti del Comune, se avendo presentato domanda non avevano poi dato corso alla presentazione di un progetto e perché; se avevano subito delle pressioni volte ad impedire la presentazione dei progetti e con riferimento ad altre se erano collegate alle ditte che avevano ricevuto gli appalti. Il risultato di tali indagini – dice il tenente Montonati – formò oggetto di un rapporto sottoposto alla autorità giudiziaria – ed è il rapporto del 28 marzo ’81 di cui abbiamo testé parlato – Di li a poco – conclude Montonati – la mia collaborazione con il dr. Chinnici finì -. Chinnici non volle umiliarlo, avendo ben capito il perché di quel minuetto di finanzieri con progressiva e quasi irridente degradazione delle indagini, reagisce a modo suo, licenzia il buon Montonati e le indagini le fa lui.

Omicidio Mattarella – articolo Alberto Di Pisa 17.07.2016

Della possibilità di una “pista nera” e di una compenetrazione di questa con la pista mafiosa nell’omicidio del Presidente della Regione, era convinto lo stesso Falcone il quale, nella audizione del 3 novembre 1988, dinanzi la Commissione parlamentare antimafia dichiarava : “Il problema di maggiore complessità per quanto riguarda l’omicidio Mattarella deriva dall’esistenza di indizi a carico anche di esponenti della destra eversiva quali Valerio Fioravanti. Posso dirlo con estrema chiarezza perché risulta anche da dichiarazioni dibattimentali da parte di Cristiano Fioravanti che ha accusato il fratello, di avergli detto di essere stato lui stesso, insieme con Gilberto Cavallini, l’esecutore materiale dell’omicidio di Piersanti Mattarella. E’ quindi un’indagine estremamente complessa perché si tratta di capire se e in quale misura “la pista nera” sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa. Il che potrebbe significare saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani”. Alla domanda rivoltagli dal presidente della Commissione Violante se Fioravanti fosse incriminato per questo delitto, dopo avere dato risposta affermativa, ricollegava l’indagine sull’omicidio Mattarella ad altre delicate indagini. Riferiva in proposito :”Ci sono stati grossi problemi di prudenza in relazione a procedimenti in corso presso altre giurisdizioni, quale ad esempio il processo per la strage di Bologna in cui per parecchi punti la materia è coincidente. Ci sono collegamenti e coincidenze anche con il processo per la strage del treno Napoli-Firenze-Bologna che è attualmente al dibattimento, collegamenti che risalgono a certi passaggi del “golpe Borghese”, di cui possiamo parlare perché se ne è già parlato nel dibattimento, in cui sicuramente era coinvolta la mafia siciliana. Ciò risulta dalle dichiarazioni convergenti, anche se inconsapevoli, di Buscetta, di Liggio   di Calderone. Ci sono inoltre collegamenti con la presenza di Sindona, sono tutti fatti noti. Questi elementi comportano per l’omicidio Mattarella, se non si vorrà gestire burocraticamente questo processo, la necessità di una indagine molto approfondita che peraltro stiamo svolgendo e che prevediamo non si possa esaurire in tempi brevi”. (Audizione di Giovanni Falcone. Dal resoconto stenografico della seduta del 3 novembre 1988 della Commissione Parlamentare Antimafia).

Questa convinzione fu avvalorata dall’avere lo stesso Falcone. , nel frattempo passato in Procura come Procuratore Aggiunto, firmato, insieme agli altri magistrati che si occupavano delle indagini, la richiesta di rinvio a giudizio di Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini nonchè dei componenti della cupola mafiosa. Falcone e gli altri magistrati della Procura erano infatti fermamente convinti che i due terroristi di estrema destra, membri del Nar, fossero gli esecutori materiali del delitto nell’ambito di una cooperazione tra movimenti eversivi e Cosa Nostra.

Ha riferito poi, di recente Massimo Ciancimino che il padre aveva avuto la conferma, da parte di Bernardo Provenzano che per l’esecuzione dell’omicidio del Presidente della Regione erano stati impiegati terroristi venuti da fuori e che a seguito di tale confidenza il padre aveva sospettato un coinvolgimento dei servizi in quanto riteneva anomalo per Cosa Nostra agire in questo modo.

In particolare dichiarava Massimo Ciancimino ai PM Ingroia e Di Matteo nel luglio del 2015 : “Mio padre diceva che c’era un’anomalia in quell’omicidio, che si erano serviti di manovalanza romana legata ai brigatisti rossi, neri, non mi ricordo che colore era…mio padre apprese da Purpi , questo personaggio dei servizi, che c’era stato uno scambio di favori e chiese spiegazioni a Provenzano come mai in occasione di un eccidio così feroce, così eclatante, non si adoperava la prudenza di lasciare tutto in un territorio stagno, perché rendere partecipi e a conoscenza un’altra organizzazione che ha dei fini che sono completamente diversi dal vostro. Gli fu detto che era uno scambio di favori”

Dell’omicidio Mattarella parlò anche Alberto Volo, militante di estrema destra il quale disse :“L’omicidio Mattarella era stato deciso perché quello di Reina non aveva sortito l’effetto sperato”. Facendo poi riferimento ad un colloquio intervenuto con l’esponente di Terza posizione Ciccio Mangiameli, poi ucciso a Roma dallo stesso Valerio , riferiva Volo “A proposito di una mia precisa domanda, Mangiameli mi disse che l’omicidio Mattarella era stato deciso in casa di Licio Gelli, persona quella di cui sentii fare il nome per la prima volta in quella occasione. Quando gli chiesi chi fosse, Mangiameli rispose che si trattava di uno dei capi della massoneria”

Questa la situazione quale cristallizzata ad oggi a seguito della sentenza definitiva che, come si è detto, ha riconosciuto la responsabilità per il delitto dei soli componenti della cupola mafiosa escludendo qualsiasi partecipazione del Fioravanti e del Cavallini quali esecutori materiali del delitto. Non può però omettersi di rilevare che le dichiarazioni dei pentiti di mafia, che hanno ricondotto esclusivamente alla mafia l’omicidio Mattarella, sono apparse in contrasto tra loro per quanto riguarda l’individuazione dei killer che entrarono in azione, avendo ciascuno di loro indicato soggetti diversi. Nessun esecutore infatti è stato individuato e condannato.

Non si è a conoscenza degli elementi nuovi sopravvenuti che avrebbero giustificato la riapertura delle indagini indirizzando e probabilmente valorizzando la c.d. pista nera o ipotizzando l’intervento nel grave delitto di entità diverse che potrebbero avere avuto un interesse alla eliminazione del Presidente della Regione che era stato, sin dall’inizio del suo mandato, portatore di una linea di rinnovamento e di apertura alla sinistra soprattutto nel delicato settore degli appalti pubblici che è il settore in cui convergono e si saldano gli interessi politico mafiosi, con la conseguente volontà da parte di ben individuati ambienti politici, legati ai vertici della mafia, di interrompere la politica di apertura ai comunisti da Mattarella avviata e prima di lui da Michele Reina.

Da quanto peraltro emerso dalle indagini allora effettuate, anche se non sfociate in un definitivo accertamento giudiziario, non è priva di fondamento la tesi sostenuta da Falcone e dagli altri pubblici ministeri della Procura di Palermo secondo cui sarebbe stato Pippo Calò a fare da tramite tra Cosa Nostra e i terroristi neri per la realizzazione dell’omicidio del presidente della regione siciliana. Sarebbe stato infatti Calò, esponente di spicco della commissione mafiosa, con l’incarico di tenere i rapporti con le altre organizzazioni criminali, ad ingaggiare Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini per l’esecuzione dell’omicidio. I giudici di Palermo definirono Calò “un mafioso atipico” il cui nome compare sempre nelle vicende più torbide del nostro Paese. Ciò costituirebbe la prova della compenetrazione tra terrorismo mafia ed altri organismi e cioè di quella saldatura che, come sostenuto da Falcone, comporterebbe la necessità di una rilettura di tutte le più gravi vicende criminali del nostro paese. Non per nulla, nel corso della sua audizione dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia, Falcone evidenziò, come si è visto, collegamenti e coincidenze dell’indagine sull’omicidio Mattarella, con il processo per la strage del treno Napoli-Firenze-Bologna, con il “golpe Borghese”, in cui sicuramente era coinvolta la mafia siciliana, con la presenza di Sindona in Sicilia avvenuta con la collaborazione della mafia e della massoneria.

Io credo che una riapertura delle indagini dovrebbe muoversi nella direzione tracciata da Falcone anche se non potrà non tenersi conto che, per quanto riguarda determinati personaggi, tra cui Valerio Fioravanti, questi ormai, ove dovessero essere accertate responsabilità nei loro confronti, non potranno più essere perseguiti essendo intervenute sentenze passate in giudicato che li hanno definitivamente scagionati.

Fonte: http://www.siciliainformazioni.com/fonso-genchi/369923/2reina-mattarella-moro-stesso-movente-politico

Omicidio Mattarella – articolo Alberto Di Pisa 12.07.2016

A meno di un anno dall’uccisione di Michele Reina, il 6 gennaio 1980, in via Libertà, una delle principali strade di Palermo, sotto gli occhi della moglie, veniva ucciso il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Le indagini fecero emergere indizi a carico di esponenti della destra eversiva quali Valerio “Giusva” Fioravanti; si indirizzarono verso la pista del terrorismo nero a seguito delle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti secondo cui il fratello gli avrebbe detto di essere stato lui stesso, insieme con Gilberto Cavallini, l’esecutore materiale dell’omicidio di Piersanti Mattarella.

L’indagine si presentava particolarmente complessa in quanto bisognava capire se la “pista nera” fosse alternativa rispetto a quella mafiosa oppure si compenetrasse con quella mafiosa.Quest’ultima ipotesi era di particolare importanza dato che, ove accertata, avrebbe costituito la prova di una saldatura tra diverse organizzazioni criminali (mafia e terrorismo) e sarebbe forse stata idonea a spiegare altre vicende del nostro Paese. Questa compenetrazione non è stata accertata giudiziariamente dato che i giudici, esclusa la responsabilità Di Valerio Fioravanti, ritennero che ad ordinare l’omicidio fosse stato Totò Riina che per tale omicidio venne condannato all’ergastolo insieme ai soliti Michele Greco, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò e Nenè Geraci, tutti componenti della cupola mafiosa. Rimasero sconosciuti gli esecutori materiali; circostanza questa anomala nei delitti di mafia nei quali in genere vengono individuati gli esecutori materiali ma non i mandanti.

In questi giorni si apprende dalla stampa che la Procura della Repubblica di Palermo avrebbe riaperto le indagini in direzione della “pista nera” che allora, come si è detto, non portò ad alcun risultato giudiziario rilevante dato che Giusva Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, rinviati a giudizio e processati quali esecutori materiali del delitto, vennero assolti malgrado alcuni terroristi neri pentiti li avessero indicati appunto quali esecutori materiali dell’omicidio. Lo stesso Cristiano Fioravanti, che aveva accusato il fratello Giusva, ritrattò le accuse. L’avvocato Crescimanno che ha sollecitato la riapertura delle indagini, ha dichiarato : “la mafia c’entra, certo che c’entra. Ma quello di Mattarella lo ritengo un omicidio più politico che mafioso”

Secondo le prime indagini l’omicidio sarebbe stato eseguito da Giusva Fioravanti su richiesta di Pippo Calò, elemento di spicco di Cosa Nostra e della banda della Magliana a Roma. Indusse allora a ritenere il coinvolgimento di Valerio Fioravanti il fatto che l’omicidio venne rivendicato con la sigla di Nuclei fascisti rivoluzionari, la stessa sigla cioè con la quale erano stati rivendicati alcuni attentati commessi a Roma dallo stesso Valerio e dal fratello minore Cristiano. La rivendicazione perveniva all’ANSA di Palermo, alle 14,45 del 6/1/1980: qui Nuclei fascisti rivoluzionari, rivendichiamo l’uccisione dell’On. Mattarella in onore dei caduti di Acca Laurentia” . Cristiano Fioravanti disse in proposito . “Prendo atto per la prima volta che con la sigla Nuclei fascisti rivoluzionari fu rivendicato anche l’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana. Io ho sempre espresso la convinzione che gli autori materiali di quest’omicidio fossero mio fratello e Cavallini coinvolti in ciò dai rapporti equivoci che stringeva Mangiameli (altro estremista di destra, n.d.r.) in Sicilia (….). Peraltro mi risultava che in quei giorni mio fratello e Cavallini e Francesca Mambro erano in Sicilia per loro contatti con Mangiameli. Quando furono pubblicati gli identikit degli autori materiali dell’omicidio Mattarella sui giornali ricordo che mio padre esclamò per la somiglianza degli identikit con mio fratello e Cavallini che io stesso avevo rilevato immediatamente : “Hanno fatto anche questo”.

Si accertò inoltre che all’epoca dell’omicidio Mattarella, Giusva Fioravanti si trovava certamente in Sicilia. Nell’interrogatorio reso al giudice istruttore di Roma il 28.10.1982 dichiarava Cristiano Fioravanti: “Un altro episodio delittuoso che, senza averne le prove istintivamente ricollego a mio fratello Valerio è stato l’omicidio di un personaggio siciliano, non so dire se un uomo politico o un magistrato, che venne ucciso in una piazza, o in una strada di Palermo, in presenza della moglie. Si era nel luglio 1980 e Valerio era in Sicilia ospite di Mangiameli e, all’epoca, progettava l’evasione di Concutelli ed una rapina in una mega gioielleria di Palermo.Nel vedere gli identikit, convenni, assieme a mio padre che sembravano somigliare moltissimo sia a Valerio che a Gigi (Cavallini nd.r).

Dopo avere ritrattato le dichiarazioni accusatorie nei confronti del fratello, il 26/3/1986 chiedeva di essere ascoltato dal PM di Firenze al quale riferiva : “ (…) Ed allora voglio dire quello che so sull’omicidio Mattarella. (….). E allora Valerio mi disse che avevano ucciso un politico siciliano in cambio di favori promessi da Mangiameli e relativi sempre alla evasione di Concutelli, oltre ad appoggi logistici in Sicilia (….)Mi disse Valerio che, per decidere l’omicidio del politico siciliano vi era stata una riunione in casa Mangiameli e in casa vi erano anche la moglie e la figlia di Mangiameli, riunione cui aveva partecipato anche uno della regione Sicilia che aveva dato le opportune indicazioni e cioè la “dritta” per commettere il fatto.

Mi disse Valerio che al fatto di omicidio avevano partecipato lui e Cavallini e che Gabriele De Francisci aveva dato loro la casa….in un luogo non lontano da quello ove si svolse il fatto di omicidio”.

In effetti accertammo che Gabriele De Francisci, altro terrorista nero, disponeva di una abitazione nella via Ariosto di Palermo, a poco distanza dal luogo dove fu commesso l’omicidio. Mangiameli verrà ucciso da Valerio Fioravanti che intendeva uccidere anche la moglie e la figlia in quanto essendo state le stesse presenti alla riunione, una volta ucciso il marito, erano pericolose quanto lo stesso Mangiameli. L’uccisione delle due donne non avvenne essendo stato poco dopo rinvenuto il cadavere di Mangiameli. Queste dichiarazioni venivano poi confermate dal Cristiano Fioravanti al Giudice istruttore di Palermo il 29/3/1986.

Va peraltro detto che dinanzi alla Corte di primo grado Cristiano Fioravanti si avvalse della facoltà di non rispondere. Un riscontro alle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti sembrò il riconoscimento che la moglie del Presidente fece individuando in Giusva Fioravanti uno degli esecutori materiali dell’omicidio del marito.

A seguito di ricognizione fotografica effettuata il 19.3.1984 dichiarò la signora Mattarella: “…debbo comunque dire che ho provato una forte sensazione nel vedere le fotografie di Giusva Fioravanti. Lo stesso Fioravanti è quello che più corrisponde all’assassino che ho descritto nell’immediatezza dei fatti”. Il 25/9/1986 veniva effettuata una ricognizione formale (alla quale chi scrive partecipò a Roma insieme a Giovanni Falcone). In questa sede la signora Mattarella dichiarò : “Riconosco con certezza nell’individuo posto alla mia sinistra quel Fioravanti Valerio la cui fotografia ho visto più volte sui giornali. In particolare l’altezza coincide e lo stesso dicasi per quanto si riferisce alla fisionomia. (….) In sostanza quando dico che è probabile che nel Fioravanti si identifichi l’assassino ho inteso dire che è più che possibile che lo stesso sia autore dell’omicidio, ma che non sono in grado di formulare un giudizio di certezza”

I giudici di appello, così come i giudici di primo grado, non ritennero tuttavia del tutto attendibile la ricognizione. Si legge infatti nella sentenza: “Senonchè, in data 8/7/1986, nel confermare i precedenti interrogatori la vedova Mattarella non si esprimeva più in termini di certezza, mentre, nell’esame dibattimentale ritornava ad indicare, con quasi assoluta sicurezza, nel Fioravanti, il killer del marito” (sentenza di appello pag.296). I giudici quindi avanzarono delle perplessità in ordine al riconoscimento effettuato dalla vedova Mattarella, intervenuto a distanza di anni dal delitto ed espresso in termini di semplice probabilità avendo parlato sempre di notevole somiglianza e non di certezza. E ciò a maggior ragione considerato che tanto Buscetta che Marino Mannoia avevano escluso categoricamente che all’attentato avessero partecipato elementi estranei a Cosa Nostra, indicando addirittura i mafiosi che avrebbero eseguito il delitto (Salvatore Federico, Francesco Davì, Santo Inzerillo ed Antonino Rotolo).

Il collaboratore Di Carlo, poi, rivelò di avere appreso da Bernardo Brusca che il “Killer” che aveva esploso i colpi d’arma da fuoco all’indirizzo di Mattarella si identificava nel mafioso Nino Madonia che tra l’altro presentava una notevole somiglianza con il Fioravanti che, come quest’ultimo, aveva gli occhi chiari e dall’espressione glaciale. In effetti l’esame delle fotografie dei due soggetti e delle schede antropometriche evidenziò una notevole somiglianza tra i due. Tutti i collaboratori poi, sentiti in dibattimento, dichiararono unanimemente che il delitto era stato deliberato dalla ”commissione” con il consenso di tutti i componenti dovendosi escludere qualsiasi coinvolgimento di soggetti esterni all’organizzazione mafiosa e in particolare di terroristi neri.

Per quanto riguarda le ritrattazioni di Cristiano Fioravanti, alternate a dichiarazioni accusatorie, le stesse però potrebbero trovare una giustificazione nel tentativo, sotto le spinte dei familiari, di alleggerire la posizione del fratello. E d’altra parte non si vede per quale ragione Cristiano Fioravanti avrebbe dovuto formulare delle false accuse nei confronti del fratello Valerio.                                 

La pista nera nell’omicidio Mattarella emerse anche nel 1993 dai documenti della Commissione parlamentare antimafia in occasione della audizione di Angelo Izzo, terrorista di destra ed autore del massacro del Circeo che era ben a conoscenza dell’ambiente della eversione nera. Si legge infatti nei documenti della Commissione: “Qualche mese dopo l’assassinio di Piersanti Mattarella, il neofascista (Izzo) aveva aggiunto che era stato proprio Bontate a commissionare l’omicidio Mattarella ai “camerati”. Cristiano Fioravanti ritratterà le accuse mosse al fratello sostenendo di essere stato indotto a ciò da Izzo che avrebbe voluto rendersi utile ai giudici per potere trarre dei benefici nella sua situazione carceraria. Nel corso poi di un confronto tra Izzo, e Cristiano Fioravanti affermava il primo : “ …..Sia Valerio che Concutelli mi dissero che erano la mafia e gli ambienti imprenditoriali legati alla massoneria, nonché esponenti romani della corrente democristiana avversa a quella di Mattarella a volere la morte dell’On. Mattarella. Valerio mi disse che questi ambienti, mandanti   dell’omicidio Mattarella si erano fidati di lui poiché vi era stata la garanzia della sua persona direttamente dagli ambienti della Magliana a Roma….”.

Queste affermazioni trovavano poi conferma in altrettanto affidabili dichiarazioni di Sergio Calore, altro terrorista di destra. Anche le dichiarazioni di Izzo, che venne imputato di calunnia, non furono ritenute attendibili dai giudici. Scrissero in proposito sia i giudici di primo grado che quelli di appello a proposito di Izzo : “ Del resto, l’attività di “investigatore carcerario” e di promotore di false collaborazioni (oggetto di personali ricostruzioni e proprie deduzioni logiche) dell’Izzo emerge in tutta la sua evidenza”

Va peraltro osservato, per ciò che riguarda il riferimento fatto da Izzo a Bontate, che, come sostenuto dall’Accusa, sono stati accertati rapporti tra terroristi neri ed esponenti della banda della Magliana, a sua volta collegata a Pippo Calò, il che potrebbe fare pensare ad una saldatura tra elementi di Cosa Nostra e terroristi neri.

Altri personaggi dell’estrema destra (Paolo Bianchi, Sergio Calore, Stefano Soderini, Paolo Aleandri)confermarono le accuse mosse da Cristiano Fioravanti al fratello in ordine alla di lui partecipazione all’omicidio Mattarella. Anche tali dichiarazioni non furono peraltro ritenute attendibili dai giudici trattandosi di “testimonianze “de relato”, fondate su confidenze ricevute dallo stesso Cristiano Fioravanti e da un altro estremista di destra, Roberto Nistri” (sent. di appello pag.305, vol. 3, parte prima).

Fonte: http://www.siciliainformazioni.com/fonso-genchi/367389/1-uno-della-regione-sicilia-decise-lassassinio-di-mattarella

Giuseppe Zupo arringa 04.04.1991- prima parte

… perché è morto Gaetano Costa procuratore della Repubblica di Palermo. Per rispondere occorre ricostruire innanzi tutto il dove, il quando, il come.

… Dove? Quando? Palermo, fine degli anni 70. Palermo è una città difficile, pericolosa, sonnolenta, permeata di mafia in tutte le strutture, Palermo è una città piena di mafia. Così la descrive Rocco Chinnici, in un documento che richiameremo spesso, non solo per l’autorità della persona anch’essa suggellata dalla morte, ma perché in esso, in una lettura attenta e penetrante di alcuni suoi passaggi essenziali riteniamo vi siano le chiavi per entrare laddove a Costa e a Chinnici fu impedito di entrare. Si tratta dell’audizione del 25 febbraio ‘82 da parte della prima commissione referente del Consiglio Superiore della Magistratura, nel procedimento che come sappiamo dopo la morte di Costa si instaurò circa il comportamento dei sostituti Croce e Sciacchitano nella riunione del 9 maggio ‘80; riunione di cui tanto ci siamo occupati nell’istruttoria dibattimentale e di cui parleremo più estesamente in seguito.

Piena di mafia, ma quale mafia. La parola è generica e si rischiano equivoci se non la si colloca in un determinato contesto soprattutto economico e politico. Si veda ad esempio l’audizione del dr. Costa dalla Commissione parlamentare antimafia il 28 marzo ‘69 opportunamente pubblicata dal giornale L’Ora di Palermo il giorno dopo il suo assassinio. Lì egli coglieva con grande lucidità il nesso tra trasformazioni del tessuto economico dell’isola e mutamenti della mafia da agraria ad urbana, dal feudo e dalla guardiania alle mani sulle pubbliche amministrazioni delle città, agli appalti espressamente indicati anche nella tipologia delle possibili procedure truffaldine, ed eravamo ancora nel 1969 pensate che antiveggenza, che capacità di analisi. Quali erano dunque i connotati salienti della mafia della fine degli anni ‘70? Il sacco edilizio della città è ormai in gran parte consumato; c’è il filone dei lavori pubblici che dipende dalla forza dei legami con i settori amministrativi e politici per condizionare, innanzi tutto, il flusso del denaro pubblico che dal governo nazionale e regionale si riversa sulla città; e poi l’assegnazione degli appalti; questi ultimi servono anche, sebbene in misura che va attenuandosi, per il riciclaggio del denaro che viene dal filone più recente e più ricco: la droga. La droga ha assunto una tale importanza per l’intensificarsi del traffico internazionale verso gli Stati Uniti da porre, da tempo, problemi nuovi per l’investimento dell’immenso surplus finanziario della mafia.

… Del resto è Buscetta stesso che … di fronte alle insistenze di Falcone si confessa: tutte le famiglie palermitane sono coinvolte nel traffico degli stupefacenti; so con certezza perché riferitomi da Stefano Bontade e dallo stesso Salvatore Inzerillo che i più attivi nel traffico di eroina sono e qui segue l’elenco nel quale figura lo stesso Salvatore Inzerillo.

… Già da tempo dunque il surplus finanziario derivante dal traffico di droga ha imposto nuovi sbocchi e investimenti a più largo raggio, Palermo non basta più e ha un livello, questi investimenti, impensabile ai tempi della torbida economia delle campagne e anche in quella dei primi esperimenti sulle città. Ed ecco, ecco l’uomo, ecco il ruolo di Sindona ….il mago della finanza.

…. al vertice di un impero che sugge linfa dai traffici della mafia; ma per fortuna, e lo possiamo ben dire, a un certo punto il meccanismo si inceppa, qualcosa non ha funzionato secondo le aspettative. Si sono fatte molte ipotesi in proposito, era l’uomo che aveva appunto salvato la lira, l’uomo della provvidenza; una reazione dei vertici sani dell’economia di fronte ad uno strapotere che diventava ogni giorno più invadente e pericoloso; un errore nelle alleanze politiche … Sta di fatto che qualcosa non funziona e il meccanismo si inceppa. Cuccia e la Banca d’Italia non coprono i giochi, negli Stati Uniti la potentissima banca sindoniana va in fallimento e vanno in fallimento di conseguenza le banche italiane collegate al giro. La reazione è violentissima, almeno in Italia; Cuccia, Cuccia è lui il Gotha dell’industria italiana, Mediobanca è colui che ha fatto il bello e il cattivo tempo nell’economia italiana ma da quaranta anni a questa parte; Cuccia subisce due attentati … Ambrosoli liquidatore delle banche del finanziere di Patti, uomo integerrimo e competente per tanti versi simile a Costa anche nel destino, viene assassinato il 12 luglio del ’79, siamo nei dintorni. Sui vertici della Banca d’Italia si abbatte un ciclone senza precedenti con l’arresto di Sarcinelli e il mancato arresto, ma solo in extremis dello stesso governatore della Banca d’Italia, … in America non si scherza e lì Sindona viene arrestato senza tanti complimenti e malgrado i graziosi affidatari di tanti illustri personaggi nostrani tra i quali l’ex Procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo, anche lui della stessa loggia massonica P2; dietro tutto la regia … della loggia massonica P2. Una regia presente anche in quella sorta di colpo ad effetto fatale che doveva essere il finto sequestro di Sindona ad opera di un gruppo terroristico di sinistra.

… Un sequestro operato in America dove Sindona il 3 agosto del ’79, guardate le date, sparisce dall’hotel Pierre sua residenza in stato di libertà sulla parola e dove ricompare, come Garibaldi ferito ad una gamba, ma molto meno nobile, il 16 ottobre successivo. Nell’intermezzo il 9 ottobre del ’79 viene fermato dalla polizia a Roma mentre sta recapitando all’avvocato Guzzi una delle lettere del cosiddetto sequestrato, tale Vincenzo Spatola di professione almeno quella dichiarata, costruttore edile in Palermo. Si accerterà poi che il finto sequestro di Sindona è stato concertato e gestito da ambienti massonici e piduisti che hanno ospitato Sindona a Palermo e dalla cosca mafiosa dei Gambino, quelli americani e quelli italiani, degli Spatola, degli Inzerillo, dei Bontade.

… la messa in scena del finto sequestro mira sicuramente e accertatamente a ricattare ambienti che contano per ottenere finalmente l’avalla ad una operazione di salvataggio con denaro pubblico.

… l’incontro tra Bontade e gli altri Spatola, Inzerillo etc. come è noto, avvenne tra Sindona, Bontade e Inzerillo nell’agosto del ’79 sapete dove? negli uffici dell’altro costruttore di famiglia Rosario Spatola.

Ecco dunque il livello signori della Corte… a cui si situava all’epoca dell’omicidio Costa il raggruppamento mafioso degli Inzerillo, Bontade, Spatola, Gambino, Di Maggio…. questa cosca dominante che la fa da padrona forte dell’intreccio con settori importanti, assai importanti dell’apparato politico finanziario espresso da Sindona.

…. Tutto questo era, ci sembra, abbastanza chiaro anche al consigliere Falcone il quale così scriveva nel mandato di cattura del 9 luglio ’83: “Per quanto concerne l’Inzerillo” diceva Falcone “basterà richiamare l’ordinanza di rinvio a giudizio nel procedimento penale contro Spatola Rosario ed altri del 26 gennaio ‘82 che ha trovato autorevole conferma nella sentenza dibattimentale etc. Da tale provvedimento emerge che il predetto Inzerillo era il capo indiscusso della cosca mafiosa di Uditore Passo di Rigano, collegata con quella dei cugini Gambino degli USA e che lo smercio dell’eroina in tale paese era la più lucrosa delle attività illecite di tale organizzazione.

… La famiglia di Inzerillo era particolarmente legata a quella di Stefano Bontade… i motivi di tale guerra ormai sono chiari… il predominio nel traffico degli stupefacenti, dalle dichiarazioni di un imputato particolarmente attendibile perché riscontrate etc. risulta in sintesi che Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo consapevoli della forza delle proprie organizzazioni e delle loro alleanze intendevano fare la parte, loro, del leone nella spartizione dei proventi del traffico degli stupefacenti estromettendo le altre organizzazioni e in particolare quella dei corleonesi capeggiati da Riina…. Anzi era intenzione del Bontade e degli Inzerillo di attirare in un tranello i capi delle cosche avversarie per sterminarli. Il tranello però non funzionò e la vendetta contro Bontade etc fu bestiale.”

… Al predominio della cosca Bontade, Inzerillo, Di Maggio, e company fanno da contrappunto per completare il quadro di quella Palermo, di quella città di Palermo primo: un lavoro della commissione antimafia vasto e complesso, ma che ha inciso poco sui nodi essenziali per motivi facilmente intuibili dopo quanto abbiamo cercato di ricordare. Secondo: un mondo politico nazionale e siciliano fortemente intimidito dall’eliminazione brutale ed oscura di uomini come Aldo Moro, è morto nel ’78 un anno prima …. E l’eliminazione di Michele Reina segretario provinciale dello stesso partito assassinato il 9 marzo ’79 dopo avere annunciato, appena poche ore prima, di volere aprire il governo dell’isola alle forze sane dell’opposizione.

… Terzo punto: un mondo della giustizia magistrati e polizia giudiziaria fermo quando non acquiescente, nel quale comunque la paura si taglia a fette. L’ultimo processo memorabile alla mafia quello cosiddetto dei 114 si era risolto malgrado gli sforzi del povero giudice Terranova, anche lui ammazzato, prima di Costa, in una memorabile sconfitta davanti ai giudici di Catanzaro e si trattava di fatti vecchi di dieci anni prima e più, poi il vuoto tanto che il consigliere Martorana sentito in questa aula ha dovuto annaspare indietro fino al 1970 per cavare dalla sua memoria un processo di rilievo, e non è che non vi fossero stati delitti e delitti di ogni genere: dagli omicidi di Reina a quello del sindaco di Castelvetrano al colonnello dei carabinieri Russo al mafioso Di Cristina, alle decine di confidenti della polizia sistematicamente eliminati come ha ricordato il questore Immordino dando un quadro veramente impressionante della situazione da lui trovata al momento dell’assunzione della carica in Palermo nel dicembre del ’79. Ed è la stessa situazione in cui alla Procura della Repubblica di Palermo arriva un uomo dal nome comune in Sicilia: Gaetano Costa.

… Ed un commento ci ha colpito per la sua sobria intensità, un articolo del giornalista Mario Farinella, gettato giù a caldo, come si suol dire, su l’Ora del giorno successivo all’omicidio, leggiamolo:

“ Nessuno del resto era meno simbolo di Tano Costa, si può dire anzi che era l’antisimbolo, era l’antisimbolo per cultura, per educazione, per naturale disposizione. Si considerava ed era soltanto un caparbio amministratore della giustizia, un uomo apparentemente comune, disadorno, dalla vita semplice; essenziale nelle parole, nei gesti, nel lavoro e perciò era un magistrato di audace modernità, razionale e puntiglioso, comprensivo, di raro rigore morale ed intellettuale. Lo si è visto nel modo di affrontare e impostare le inchieste sulle cosche e intricate trame internazionali della mafia, quelle che a primo vedere ne avrebbero determinato la morte.”

…. un siciliano di razza schietta che viene da una terra, Caltanissetta, dove la mafia agraria aveva espresso le sue massime autorità, un uomo affabile e colto, forte, pacato, schivo e concreto, conoscitore profondo di uomini e cose. Ha combattuto la mafia in altri processi, ne segue l’evolversi la sua audizione dalla Commissione antimafia nel ’69, i suoi appunti sul tema, la sua assidua ed attenta partecipazione al convegno di magistratura democratica a Palermo ne sono conferma. Sa come muoversi in un ambiente nuovo, infido e pericoloso come quello di Palermo. – Io ebbi la sensazione che Costa fosse molto, ma molto prudente – esclama il pur prudentissimo consigliere Chinnici, ma questa virtù non ha salvato né l’uno, né l’altro.

… Tra Costa e Chinnici, così diversi tra loro, corre presto intesa e reciproca stima, sanno di potersi fidare l’uno dell’altro, in una città … in cui non ci si può fidare di nessuno.

… Bisognava dunque essere accorti, agire senza clamori, valorizzare in una situazione per tanti aspetti paurosa, gli elementi positivi che sembravano accennare ad una ripresa. Alla Regione il giovane Presidente Piersanti Mattarella sembra infatti intenzionato ad andare a fondo nel rinnovamento della pubblica amministrazione, a cominciare dal Comune di Palermo, quel Comune dove troppo spesso la mafia ha fatto il bello e il cattivo tempo.

In Questura c’è Immordino, anch’egli siciliano verace, buona tempra che non vuole andare in pensione lasciando lo sfascio che ha trovato. E nel Palazzo di giustizia se Pizzillo Presidente della Corte di Appello ha ritardato di 6 mesi la presa di possesso della carica da parte di Costa e con il Procuratore generale Viola non c’è grande affiatamento, con Chinnici si ragiona, ci si incontra, a volte in gran segreto, si collabora ad instaurare un nuovo clima nei due uffici incoraggiando i giovani magistrati ed educandoli ad una conduzione non superficiale delle indagini più pericolose e difficili.

… Ognuno forte o debole che sia, preparato o meno viene investito di responsabilità messo alla prova, consigliato e sostenuto, non è un pool orrenda parola di importazione, è una scuola, scuola di formazione umana e professionale … un esercizio di disciplina sui fatti concreti della vita di ogni giorno, quei fatti che per un magistrato inquirente si chiamano inchieste, reati, processi, un esercizio delicato e a Palermo in certi casi assai pericoloso.

Da qui l’insistenza di Costa a non personalizzare l’inchiesta, … Una sollecitudine invano, disperatamente invocata a Roma, signor Presidente, signori giudici vi abbiamo prodotto quei verbali del Consiglio Superiore che sono un’altra pagina della storia giudiziaria del nostro paese, quelli in cui viene sentito il consigliere Amato, leggetele perché il consigliere Mario Amato dopo poco anche lui stava sul selciato ucciso, guarda caso, dalla stessa parte che oggi viene indiziata dell’omicidio Mattarella.

… Ed è inequivocabile l’accenno che Gaetano Costa fa alla giornalista Bartoccelli all’indomani dell’assassinio di Mario Amato ad opera del terrorismo neofascista. “Ultimamente”, dice, “un giornale del nord mi chiese di indicare un sostituto della Procura esperto in un particolare settore, dice Costa, mi sono rifiutato e ho detto che tutti i magistrati della Procura sono competenti in tutto”. Avevano capito tutto questo i sostituti della Procura di Palermo? comprendevano il peso che gravava sulle spalle di quell’uomo?

… Ebbene cosa avvenne nella sostanza quel mattino del 9 maggio di 11 anni fa?

… il procuratore già da alcuni mesi stava lavorando su una pista promettente e a lui più congeniale, quella dell’intreccio affari politica che si dipartiva da alcuni appalti truccati del Comune di Palermo, impugnati dal Mattarella e andava su, oltre i nomi dei costruttori che per altro facevano sempre capo alla cosca denunciata da Immordino. … Costa sapeva dunque che la direzione in cui il Questore aveva mosso le sue forze era quella giusta … Immordino aveva fatto a lui e a Chinnici discorsi chiari e largamente condivisi. … Ed insieme a Chinnici avevano stabilito, i tre, di tener duro di non rompere le righe, di fare è testuale la frase – fronte unico – per restaurare l’autorità dello Stato e con essa almeno un minimo di legalità.

Che avrebbe significato in una situazione del genere fare poche convalide come volevano Croce e Sciacchitano: sette-otto su ventotto ha detto Croce al Consiglio Superiore della Magistrature, ma Pignatone che era stato tra i convocati alla riunione a casa di Sciacchitano la sera precedente, dice schiettamente che – noi altri avendo già esaminato detto documento sapevamo che se ne poteva salvare comunque ben poco -. Ha risposto in proposito lo stesso Martorana, fonte insospettabile, nella sua deposizione al Consiglio Superiore della Magistrature,- se le convalide fossero state poche il fatto sarebbe apparso come una clamorosa smentita del rapporto stesso-, con la conseguenza questo non è ancora Immordino questo sono io, che il sostituto Aliquò dice – il Procuratore ebbe ad esplicitare di possibili accuse di connivenza con i mafiosi-, che sarebbero venuti dagli ambienti della polizia a quel punto.

C’erano già. Ma perché la riunione allora, perché la riunione di quel mattino del 9 maggio ? … non poteva egli, il Procuratore capo, imporsi o trovare vie meno esposte, più diplomatiche per raggiungere l’obiettivo ? … Fu dunque un errore quella riunione in piena mattina tutti nella stanza del capo con fuori avvocati, parenti e giornalisti e un città dal fiato sospeso ?
No, per come era fatto Gaetano Costa fu un atto di necessità. E occorre dire che questo è il punto più oscuro e più inquietante del comportamento dei due sostituti incaricati dell’inchiesta e di chi come Scozzari, con la sua riconosciuta intelligenza, lucidamente vi dette mano, perché ? se il dubbio circa la tenuta del rapporto poté essere onesto, onestamente andava manifestato e subito al Procuratore capo.

… E qual’era, qual’era l’impedimento a parlare delle proprie perplessità con un capo così sollecito, affabile e comprensivo? e invece no, si va avanti con gli interrogatori, si fa intendere chiaramente o addirittura, si dice … che si tratta di acqua fresca e tutti saranno fuori in capo a poche ore. Poi la sera ci si raduna in pochi, si guardano le carte, ma non erano coperte da segreto istruttorio ? evidentemente il garantismo di qualcuno funziona a senso unico e ci si galvanizza per l’indomani e tutto questo alle spalle del Procuratore, tradendone la fiducia anzi preparandosi a fronteggiarne la forte personalità in una situazione per lui di obiettiva difficoltà, quale? L’indomani a un’ora, a un’ora e mezza da quando il duo Croce e Sciacchitano gli porta la bella notizia del rifiuto di convalidare i fermi ammantata di scrupoli garantistici, scadevano i termini.

Costa capisce, capisce il detto ed il non detto, intuisce che nella riunione notturna di cui gli si da notizia ora, si è stabilito un fronte che minacciava di sabotare la prima risposta forte dello Stato alla mafia dopo 10 anni di vuoto. Non è uomo di imposizioni brutali.

… Tra i nomi del rapporto vi erano pezzi da novanta, veramente paurosi ha detto Immordino che pur in tanti anni di polizia nell’isola di questi pezzi deve averne incontrati tanti e Costa decide di metterli alla prova quei suoi discepoli … per sapere su chi può fare veramente affidamento e da chi eventualmente guardarsi. Qui a nostro avviso sta la spiegazione di quel suo atteggiamento ostinato e radicale, convalida globale, che egli contrappone a quello altrettanto globale di Scozzari, scarcerazione globale.

Tra l’una e l’altra sponda dovranno schierarsi, pensa, e qui rivelarsi, scoprire il fondo del loro carattere e quando tutti si saranno dislocati si deciderà, lì, il da farsi con una soluzione che comunque non getti a mare il rapporto. Ed è qui che interviene l’imprevedibile e la situazione va fuori controllo; Croce o Sciacchitano, uno dei due certamente, lo dice Martorana al Consiglio Superiore della Magistratura, con tono ghiattante gli lancia la sfida: a questo punto li convalidi lei. Cosa avreste fatto al mio posto?

chiede Costa ai sostituti che silenziosi e sgomenti gli si stringono attorno dopo che la sfida è stata raccolta senza parole, senza questioni, col semplice tratto di quella firma solo un po’ più dilatato e grande del solito, come ricorda Geraci. … Costa dunque era riuscito a tener fermo l’obiettivo di non sfaldare il fronte esterno tra forza di polizia e magistratura inquirente ed aveva raggiunto anche l’obiettivo interno di conoscere e pesare meglio i suoi collaboratori, ma a quale prezzo, a quale prezzo! lui ormai era un bersaglio, il bersaglio, questo a Palermo lo capivano anche le pietre.

Il modo con cui il duo Croce e Sciacchitano aveva dato la notizia… aveva senz’altro aggravato un esposizione a quel punto, per altro, inevitabile. Chinnici che la leggeva bene dice al Consiglio Superiore della Magistratura: – allora ebbi la sensazione che ci fosse stata una affermazione come per dire noi non ci entriamo in tutta questa faccenda-. La verità è che chi si chiamava fuori, come i due sostituti, di rischi seri non ne correva perché la questione per la mafia, per quella mafia non era di vendicare un preteso torto, bensì di leggere bene anch’essa la situazione e individuare i punti di forza del campo nemico, come faceva Costa, i soggetti capaci e irriducibili che potevano minacciarla e questi soggetti non si chiamavano certo né Croce né Sciacchitano.

Cristiano Fioravanti – dichiarazioni 29.03.1986

Confermo cio’ che ho dichiarato al dr Vigna di Firenze ed al dr D’Ambrosio di Roma nei verbali del 26.03.86 e 27.03.86 in relazione all’ omicidio di Mattarella Piersanti. Preciso che gia’ nel 1983 io esternai la mia convinzione, sotto forma di supposizione, che mio fratello Valerio avesse ucciso un politico siciliano. Ricordo che ne parlai a proposito dell’omicidio Pecorelli con il magistrato che si occupava di quelle indagini, o il dr Monastero o il dr Macchia o il dr D’Ambrosio.
Ricordo anche che collaborai all’ esame della documentazione alberghiera e delle societa’ che gestiscono i voli Roma Palermo al fine di accertare le presenze di mio fratello Valerio in Sicilia nel periodo gennaio 1980. Ricordo bene che le mie dichiarazioni ai suddetti magistrati vennero verbalizzate. In realta’ io sull’omicidio Mattarella avevo appreso direttamente da mio fratello Valerio, ma ritenni all’ epoca di esternare soltanto mie asserite supposizioni per saggiare quali fossero le reazioni di mio fratello.
Preciso meglio che io ho amato molto mio fratello e ho dedicato a lui la mia vita poiche’ ero convinto che agisse per ragioni esclusivamente ideali e pure.
Senonche’ dopo le accuse recentemente mossegli a proposito della strage di Bologna, recentemente formulate, ho cominciato a dubitare che mio fratello fosse invece inserito in un giro diverso e che le motivazioni delle sue azioni fossero piu’ oscure. Ho deciso pertanto di metterle definitivamente alla prova. Io so, infatti, per avermele lui stesso rivelate che egli e’ coinvolto nell’ omicidio Mattarella.
Se egli lo ammetterà, continuando pero’ a negare la partecipazione alla strage di Bologna, ne dedurro’ che di questa ultima e’ innocente. Se neghera’ invece anche l’ omicidio Mattarella, che io come ho detto so che ha commesso, ne dedurro’ che e’ possibile un suo effettivo coinvolgimento nella strage di Bologna.

– Della partecipazione di mio fratello all’ omicidio Mattarella appresa da lui stesso dopo l’ omicidio del Mangiameli e precisamente il giorno dopo di mattina. Io infatti avevo a detto omicidio partecipato senza conoscere né previamente chiedere i motivi. Successivamente, specie perche’ mio fratello insisteva che era necessario uccidere anche la moglie e la figlia del Mangiameli, chiesi spiegazioni sul perche’ di tali delitti.
Eravamo in auto in giro per Roma e credo fosse presente anche Mambro Francesca. Mio fratello mi disse che il Mangiameli aveva fatto delle promesse circa aiuti ed appoggi che doveva ricevere in Sicilia e che queste promesse non erano state mantenute.In particolare aveva promesso che grazie a determinati appoggi che si era procurato sarebbe riuscito a propiziare l’ evasione di Concutelli, previo trasferimento di costui in un ospedale o in un carcere meno sorvegliato di quello ove si trovava.
Quanto a questi appoggi ed aiuti sarebbero venuti al Mangiameli ed al nostro gruppo, come mi disse mio fratello, in cambio di un favore fatto ad imprecisati ambienti che avevano interesse alla uccisione del presidente della regione siciliana.
All’ uopo era stata fatta una riunione a Palermo, in casa del Mangiameli, in periodo che non so di quanto antecedente all’omicidio del Mattarella, e nel corso di essa erano intervenuti, oltre al Mangiameli, mio fratello Valerio, la moglie del Mangiameli ed una persona della regione (non so se funzionario o politico). Quest’ ultimo avrebbe dato “la dritta” cioe’ le necessarie indicazioni per poter programmare l’ omicidio.
Aggiunse mio fratello che l’ omicidio era stato poi effettivamente commesso da lui e dal cavallini, mentre collaborazione era stata prestata da De Francisci Gabriele, il quale aveva procurato una casa di appoggio, sempre necessaria allorche’ si procede ad azioni armate.
Circa l’ uso della casa, debbo far presente che nelle azioni armate è sempre necessario averne una a disposizione e non ha importanza se questa è occupata o meno da persone che debbono o non debbono essere messe al corrente del fatto. Ci si puo’ infatti ivi presentare, occultando le armi sulla persona, come amici in visita e trattenersi il tempo necessario perche’ venga allentata la pressione di polizia che scatta nelle immediatezze del fatto criminoso. La casa deve infatti trovarsi nelle vicinanze del luogo del delitto. Faccio ancora presente che l’ episodio della uccisione del Mattarella narratami da mio fratello non mi meraviglio’ nonostante fossi certo che l’ uccisione di un politico siciliano era estranea ai fini politici delle nostre azioni. Infatti rientrava nella nostra filosofia di azione procedere anche ad azioni criminose per procurarci favori a condizione pero’ che cio’ non comportasse un legame stabile con diversi ambienti e gruppi. Invero azioni criminose siffatte furono commesse anche in Milano e Roma.

– solo recentemente ho appreso da Calore Sergio, che si trova detenuto con me a Paliano, che i primi contatti di mio fratello Valerio con Mangiameli risalgono al 1979, probabilmente. In particolare tra l’ altro il Calore mi ha rivelato che nel 1979 mio fratello, Dimitri giuseppe e Nistri Roberto, capi militari di Terza Posizione, si recarono da lui per chiedergli un mitra Uzi che doveva servire per essere utilizzato in una progettata evasione del Concutelli a Palermo. Il Dimitri ed il Nistri era legati notoriamente al Mangiameli e ne debbo pertanto dedurre che all’ epoca mio fratello aveva gia’ avuto contatti con costui. Il Mangiameli, per altro, era il responsabile in Sicilia di Terza Posizione ed ovviamente non poteva essere estraneo a quel progetto di evasione del Concutelli, al quale, come ho appreso dal Calore, anche mio fratello partecipava.

– la mia conoscenza col De Francisci risale al 1978 1979, periodo in cui entrambi militavamo nel Fuan. Il De Francisci era molto legato a me ed ancor di piu’ a Valerio.

– mai Valerio ebbe ad accennarmi a matrice mafiosa dell’ omicidio Mattarella, nel senso che questo fosse stato commissionato da ambienti mafiosi. Il fine ultimo era quello di agevolare l’ evasione di Concutelli. Valerio si recava a Palermo talora in macchina e talora in aereo (…)

– Quando si parla di spontaneismo si intende che il nostro gruppo non prendeva ordini da altri ne’ doveva avere contatti stabili con altre organizzazioni.

– Da domande che mi sono state rivolte dai magistrati che indagano sulle vicende giudiziarie in cui io sono coinvolto; domande attinenti anche a mie eventuali conoscenze di rapporti tra il Mangiameli, Pazienza, Sindona e personaggi del genere, ho tratto la convinzione che siano emerse tracce di legami tra Mangiameli ed i servizi segreti, legami dei quali ovviamente io ero all’oscuro. Volo Alberto nel corso del procedimento che si sta celebrando dinanzi alla corte di assise di Roma per l’ omicidio del Mangiameli, ha detto in aula che dopo la strage di Bologna era stato contattato da Spiazzi, che gli avevano proposto dimostrarsi “pentito” per coinvolgere determinati ambienti di destra.

– ricevo lettura delle rivendicazioni anonime pervenute dopo l’omicidio Mattarella. Nessuna di esse mi sembra possa pervenire dai nostri gruppi, sia per lo stile che per il contenuto.

 

Letto confermato sottoscritto. ­

Sergio Calore – dichiarazioni 29.04.1986

Confermo, previa lettura avutane, la dichiarazione da me resa al P.M. di Bologna il 25.3.1985 e quanto da me dichiarato, in sede di confronto con Angelo IZZO, l’8.4.1986.

A D.R. Circa il periodo in cui vi è stata la discussione fra me e Valerio FIORAVANTI sulla strage di Bologna, debbo dire che, senz’altro, ciò è avvenuto intorno al settembre 1982.
In carcere, nella sezione G8 del Carcere di Rebibbia, stavamo curando la diffusione di un documento, in parte da me redatto, in cui si censuravano le azioni non motivate da ideologia esclusivamente politica e si impartiva la direttiva di denunziare all’Autorità Giudiziaria ogni fatto che fosse da considerarsi frutto di compromissioni con centri occulti di potere.
Tale documento comportò discussioni fra gli aderenti alla nostra area ideologica e, fra l’altro, Valerio FIORAVANTI, che in un primo momento aveva condiviso l’impostazione del documento, in seguito mostrò di non essere d’accordo sul punto di cui sopra: anzi, spontaneamente, fece l’esempio della strage di Bologna e mi disse che, se per esempio ne fosse stato autore Alessandro ALIBRANDI, non era escluso che avesse avuto motivi apprezzabili; tale ragionamento non era da me condiviso poiché quello che conta, a mio parere, è l’obiettività della significazione politica delle azioni.

A D.R. Inizialmente, io non ritenevo possibile che Valerio FIORAVANTI fosse autore dell’omicidio MATTARELLA. Infatti, immediatamente prima dell’omicidio LEANDRI, avvenuto il 17.12.1979 e commesso materialmente dal FIORAVANTI, dal MARIANI, dal PROIETTI, da INZILLO e da me stesso, il FIORAVANTI mi disse che era rimasto completamente isolato (in sostanza, egli apparteneva all’area che si raccoglieva intorno al FUAN di Roma) e mi chiese di entrare a far parte del mio gruppo e, cioè, di quanto era rimasto dell’area «COSTRUIAMO L’AZIONE».
Nell’immediatezza dell’omicidio, fummo tutti arrestati tranne Valerio FIORAVANTI e, pertanto, basandomi sulla sua affermazione di essere un isolato, ritenni impossibile che egli, dopo pochi giorni, potesse avere commesso un omicidio come quello dell’on. MATTARELLA, che intuitivamente presuppone un’organizzazione; inoltre, mi apparivano oscuri i motivi che potevano averlo indotto a tale gesto.
I primi sospetti e le prime voci su una possibile implicazione del FIORAVANTI nell’omicidio in questione giunsero al mio orecchio tra la fine del 1982 ed il 1983, quando NISTRI, come seppi in carcere, andava dicendo che Valerio aveva commesso l’omicidio MATTARELLA.

Successivamente, nel carcere di Ascoli, NISTRI mi disse che il FIORAVANTI non era quel puro che noi ritenevamo perché aveva appreso da Giorgio VALE che Valerio aveva ucciso PECORELLI, MATTARELLA e alcuni banchieri francesi. Soggiunse che tali omicidi erano stati commessi su mandato della P2 e che il VALE aveva formulato queste accuse anche in presenza della donna del FIORAVANTI, Francesca MAMBRO, che significativamente non le aveva smentite.
In seguito, e cioè in questi giorni, ho appreso da Angelo IZZO e da Cristiano FIORAVANTI, a Paliano, quanto da loro dichiarato ai giudici su tali argomenti.
Più precisamente, Cristiano, il giorno dopo il mio esame testimoniale davanti al P.M. di Bologna del 25.3.1986, mi comunicò che aveva chiesto di parlare con dott. VIGNA, P.M. di Firenze, il quale si trovava a Paliano per motivi di lavoro, e gli aveva dichiarato il coinvolgimento del fratello Valerio, fra l’altro, nell’omicidio MATTARELLA.

Il FIORAVANTI mi disse che la fonte delle sue notizie era il fratello, il quale gli aveva detto che esecutori materiali erano stati egli stesso e Gilberto CAVALLINI e che si erano avvalsi dell’appoggio logistico di Gabriele DE FRANCISCI, che gli aveva procurato la casa.
Questo particolare mi rimase impresso perché, quando eravamo detenuti insieme ad Ascoli Piceno, un giorno il DE FRANCISCI mi disse: «pensa un po’! La casa di mia zia dista un isolato dal luogo dell’uccisione di MATTARELLA».

Il DE FRANCISCI mi riferì tale fatto quando commentavamo le dichiarazioni di NISTRI sul coinvolgimento del FIORAVANTI nell’omicidio MATTARELLA; al riguardo, nel mostrarsi incredulo, il DE FRANCISCI mi riferì la circostanza di cui sopra per rilevare che, se il NISTRI l’avesse saputo, probabilmente avrebbe coinvolto anche lui.
Circa il movente, Cristiano FIORAVANTI mi disse che vi era stata una riunione a casa di Francesco MANGIAMELI alla presenza di un’altra persona, nella quale quest’ultima promise che avrebbe fatto trasferire in ospedale CONCUTELLI, per consentirne l’evasione; in contropartita aveva richiesto l’uccisione dell’on. MATTARELLA.

A questo punto (ore 13.55), si sospende l’esame testimoniale. Successivamente, il 29.4.1986, ore 15.30, davanti all’Ufficio come sopra costituito è nuovamente comparso il teste CALORE Sergio.

A D.R. Circa la presenza o meno della AMICO Rosaria, moglie di Francesco MANGIAMELI, alla riunione nella quale si era decisa l’uccisione dell’on. MATTARELLA, Cristiano FIORAVANTI non mi disse nulla.

A D.R. Io ho incontrato solo una volta Francesco MANGIAMELI e ciò è avvenuto, nel 1978, a casa di Paolo SIGNORELLI, a Roma, in occasione di un convegno di Terza Posizione; col MANGIAMELI, ho conosciuto anche il palermitano Roberto MIRANDA ed altri due uomini, anch’essi di Terza Posizione di cui però ignoro i nomi; erano presenti anche Roberto INCARDONA e due dei figli di Fabio DE FELICE, nonché Maurizio NERI, di origine, credo, palermitana, ma abitante a Salisano, in provincia di Rieti.
Ignoro in quali circostanze e quando il FIORAVANTI Valerio abbia conosciuto F. MANGIAMELI. Debbo dire, però, che fino al momento del mio arresto, FIORAVANTI mi diceva di non conoscere nessuno in Sicilia, ad eccezione di due catanesi, di cui però non mi fece il nome. Dopo il suo arresto, Valerio ammise, invece, che conosceva il MANGIAMELI, da lui incontrato per il tramite di aderenti a Terza Posizione; non mi disse o comunque non ricordo in quale periodo conobbe il MANGIAMELI.

A D.R. Per quel che ne so, FIORAVANTI ha conosciuto Paolo SIGNORELLI nell’estate 1979, nel Carcere di Rebibbia. Io e SIGNORELLI eravamo detenuti nella stessa cella con imputazione di ricostituzione del partito fascista. FIORAVANTI, arrestato a Ponte Chiasso per porto abusivo di una pistola, insieme con BORGANGELLI Fabrizio e con un minorenne, certo POLLARA, fu tradotto al carcere di Roma ed ivi ne feci la conoscenza. Notai che, almeno apparentemente, nemmeno il SIGNORELLI lo conosceva.
Debbo dire, però, che nel 1977, uno dei due FIORAVANTI, credo Cristiano FIORAVANTI, e Alessandro ALIBRANDI si erano dati alla latitanza per timore di essere arrestati in ordine all’omicidio di Walter ROSSI, che credo sia stato commesso dall’ALIBRANDI.
Il SIGNORELLI mi chiese se il mio gruppo poteva prestare asilo ai due e, alla mia risposta negativa, rispose che, per il momento, i due erano nascosti presso un suo conoscente, di cui per adesso non ricordo il nome.
Non sono in grado, pertanto, di dire se, già allora, il SIGNORELLI e almeno uno dei due FIORAVANTI si conoscessero, quanto meno per interposta persona; è certo, però, che quando Valerio venne a Rebibbia nel 1979, mostrò di non conoscere il SIGNORELLI.

A D.R. Pochi giorni dopo il mio colloquio con Cristiano FIORAVANTI, anche Angelo IZZO mi ha rivelato di essere a conoscenza di fatti rilevanti in ordine all’omicidio MATTARELLA e di averli riferiti all’Autorità Giudiziaria. Sostanzialmente, mi ha detto gli stessi fatti già riferitimi da Cristiano FIORAVANTI, aggiungendo il particolare che il FIORAVANTI, nell’uccidere l’on. MATTARELLA, aveva fatto un movimento di avanti-indietro. Circa la fonte delle sue conoscenze, mi ha informato che ciò, in un primo tempo, gli era stato rivelato da CONCUTELLI e, successivamente, dallo stesso FIORAVANTI Valerio.
Abbiamo discusso circa la causale di questo omicidio e a tutti e due è sembrata piuttosto debole la causale riferibile ad un appoggio, da parte di terzi, della fuga di CONCUTELLI.

A D.R. Angelo IZZO non mi ha parlato di ambienti della D.C. ostili a MATTARELLA che ne avrebbero decretato l’uccisione.

A D.R. Ignoro se FIORAVANTI Valerio sia andato a Palermo prima dell’uccisione di MATTARELLA. Posso dire, però, che, nel novembre 1979 (e, cioè, circa una settimana dopo la mia scarcerazione avvenuta il 13.11.1979), mi contattarono FIORAVANTI Valerio, NISTRI, DI MITRI e Stefano PROCOPIO, per chiedermi se potevo procurare loro un mitra di piccole dimensioni; mi spiegarono che intendevano utilizzarlo per far evadere CONCUTELLI, allora detenuto a Palermo, e che il mitra doveva essere poco ingombrante per nasconderlo sotto un camice da infermiere, indossato dà uno di loro.
Io feci consegnare un mitra UZI, detenuto in un casolare sulla Prenestina, a Cristiano FIORAVANTI; il mitra fu consegnato o da Mario ROSSI o da Bruno MARIANI. Dopo una dozzina di giorni il mitra ci fu riconsegnato, non ricordo se materialmente dallo stesso Cristiano FIORAVANTI, con la motivazione che non era stato possibile realizzare la progettata evasione del CONCUTELLI.
In quel periodo, come seppi in seguito, Valerio FIORAVANTI usò detto mitra per la nota rapina alla Chase Manhattan Bank di Roma.

Da tali fatti, da me già ampiamente riferiti nelle opportune sedi giudiziarie, deduco come probabile che qualcuno si sia recato a Palermo constatando l’impossibilità di procedere alla evasione del CONCUTELLI per il mancato trasferimento in ospedale; ma non è da escludere che non vi sia stata nemmeno la necessità di spostarsi a Palermo per constatare l’impossibilità di realizzare il progetto.
Ho appreso da NISTRI che, in questo tentativo di evasione, essi avrebbero avuto come base operativa l’abitazione di Roberto MIRANDA.

A D.R. Fra le persone che potrebbero essere a conoscenza dei fatti su cui la S.V. mi interroga, ritengo, come altamente probabile, Stefano SODERINI, attualmente detenuto a Rebibbia, che, come ho appreso ha recentemente iniziato a collaborare con la Giustizia. Egli, infatti, faceva parte del gruppo dei FIORAVANTI, CAVALLINI, VALE, MAMBRO, NISTRI e così via ed è stato arrestato fra gli ultimi, credo nel 1983.