La sparatoria di Pian del Rascino – prima parte

(…) mentre Esposti è a Roma, D’Intino e Vivirito improvvidamente si esercitano con le armi nelle campagne, come dei ragazzini in gita, e fanno anche conoscenza con due persone che risiedono in un casale nella zona: uno di questi, impaurito, ne denuncia la presenza, consegnando quattro bossoli alle guardie forestali.

[…] ci recammo a Roma con la moto di Vivirito e non riuscimmo a tornare in giornata perché facemmo tardi, D’Intino e Vivirito con un’ingenuità che oggi sembra paradossale, però è la verità, si misero a sparare con un fucile con dei pescatori di frodo, fecero vedere questo fucile che anche il più sprovveduto avrebbe riconosciuto che questo non era fucile che poteva usare il primo che veniva, era un fucile Mauser con un cannocchiale Zais […] era un fucile da killer, era un fucile che un estraneo che l’avesse visto si sarebbe insospettito.[…] Perché noi arrivammo il 29 mattina presto, non appena cominciò ad albeggiare, durante la notte con la moto in queste montagne non riuscivamo a trovare il campo, riuscimmo a trovarlo solo alle prime luci dell’alba. Io ed Esposti arrivammo al campo e lo trovammo vuoto, con il sacco dell’esplosivo abbandonato, con le armi nella tenda, i mitra abbandonati, Giancarlo andò su tutte le furie, quando arrivano D’Intino e Vivirito si presero una bella lavata di capo da Giancarlo Esposti. Esposti, a ripensarci a posteriori, commise un errore che gli è stato fatale, avremmo dovuto smobilitare il campo in seduta stante (…)

Vivirito viene via nel pomeriggio del 29, torna a Milano perché è in libertà condizionata, lo accompagnano alla statale, quindi tornerà usando l’autostop fino a Roma e poi con il treno. Si salva così da una minaccia imminente, perché quella stessa notte l’accampamento sarebbe stato avvistato dalle forze dell’ordine, come indica un appunto del centro CS di Roma a firma Federico Marzollo:

Nella sera del 29 maggio i militari della compagnia carabinieri Cittaducale ed elementi della stazione forestale di Fiamignano eseguivano una ricognizione nella zona mantenendosi a distanza dal punto segnalato che osservavano per qualche tempo con l’ausilio di binocoli, confermata la presenza di una tenda senza alcun segno di vita né veicoli visibili nei pressi, i militari rientravano nelle rispettive sedi e il comando compagnia Cittaducale disponeva per le prime ore del mattino e successivo l’invio di un robusto contingente di carabinieri integrato da 2 guardie forestali.

Tutti negheranno di aver fatto la ricognizione, carabinieri e forestali, ma la nota dei servizi segreti così recita. E comunque è poco credibile che possano muoversi tanti militari soltanto per dei sospetti bracconieri. Infatti la mattina del 30 alle 6.30 circa si danno appuntamento a Pian del Rascino sei uomini dell’Arma e due guardie forestali. Uno dei carabinieri, Bruno D’Angelo, resta di sentinella ai mezzi, gli altri arrivano alla tenda, in realtà sita più avanti, a Pian di Cornino. A una decina di metri dalla tenda c’è anche il Land Rover. In quel momento, mentre i tre neofascisti stanno dormendo, le forze dell’ordine si mettono a semicerchio rispetto all’ingresso, poi il maresciallo Antonio Filippi e il brigadiere Carmine Muffini invitano gli occupanti ad uscire per essere identificati. Non subito ma, dopo qualche minuto, esce Danieletti semi addormentato e già nel panico, che al momento non sa quali documenti dare. Per intanto cede quello fasullo di Esposti e quello di D’Intino:

Vidi subito due uomini in divisa dei carabinieri, uno aveva un’arma in mano, l’altro era quello che seppi poi essere il maresciallo, aveva le mani libere e la pistola nella fondina. Il maresciallo mi chiese di fargli vedere i documenti, rientrai nella tenda scossi e svegliai Esposti e D’Intino, dissi loro che c’erano i carabinieri. Preciso che quando vidi i carabinieri prima di uscire dalla tenda mi infilai i pantaloni e scarponi […], rientrai nella tenda ed a mia richiesta Esposti mi diede la sua patente falsa intestata a Costa Francesco, D’Intino mi diede la sua carta d’identità, i miei documenti erano nella valigia, uscii dalla tenda e porsi al maresciallo i due documenti, spiegando che per i miei dovevo aprire la valigia, perciò mi accinsi ad entrare dentro la tenda. Quando uscii dalla tenda la prima volta vidi che, oltre il maresciallo ed il carabiniere con il MAB che avevo notato quando mi ero affacciato prima piazzati sulla mia sinistra, c’era un altro carabiniere con il MAB al di là della tenda dalla parte opposta alla sua apertura tra la jeep e la tenda dietro un albero.

Dopo che esce dalla tenda anche Giancarlo Esposti, è difficilissimo ricostruire con certezza i fatti. In teoria con una decina di testimoni, quasi tutti appartenenti alle forze dell’ordine, si dovrebbe poter avere una dinamica dei fatti chiara e precisa, ma le dichiarazioni sono discordanti fra di loro. Ciascuno dei presenti racconta una o più versioni differenti e con una serie di contraddizioni non da poco, anche rispetto alle risultanze peritali e balistiche. Comunque, volendo provare a verificare, in aula al processo di Brescia il carabiniere Pietro Mancini spiega così la prima fase in cui gli estremisti vengono fatti uscire dalla tenda:

Guardando la tenda io potevo essere pressappoco sul lato sinistro ecco, a circa 4 metri, 5 metri, una cosa del genere. Allora i due sottufficiali hanno intimato, o per meglio dire, il brigadiere Muffini oppure il maresciallo Filippi ha detto «siamo i carabinieri, uscite fuori dalla tenda», lo ha ripetuto tre o quattro volte però nessuno, in pratica nessuno è uscito subito. A questo punto ha ripetuto mi pare la terza o quarta volta di uscire, e una persona ha fatto capolino dalla tenda e ha detto «sì, stiamo uscendo» e subito è uscito il primo, uscendo il primo i due sottufficiali lo hanno preso, lo hanno spostato dalla tenda davanti, portandoselo dietro cioè, lo hanno perquisito gli hanno fatto con le mani in alto […]. Il secondo è uscito dopo un paio di minuti ed è uscito anche questo, quindi hanno fatto la stessa operazione […]. Esattamente, il terzo è uscito, anziché portarsi verso la direzione dei due sottufficiali, perché credo che dall’interno lui ha potuto vedere i precedenti movimenti dei suoi colleghi, non si è diretto verso i due sottufficiali, addetti al controllo, ma bensì stava venendo verso la mia direzione, è uscito dalla tenda con le mani in tasca.[…] Sì, con le mani in tasca, e appena è uscito ripeto, stava prendendo la direzione verso dove io ero dietro l’albero, anziché portarsi verso i due sottufficiali che stavano di fronte alla tenda.

Quindi nella versione descritta, Esposti non viene immobilizzato (come accaduto per Danieletti e D’Intino), ma è lasciato libero di muoversi: non è una gestione consona in un’operazione così delicata. Il brigadiere Muffini dice che Esposti tergiversa parecchio poi, uscito dalla tenda, si sposta verso la posizione di Mancini, o meglio cerca di andare verso il Land Rover. La guardia forestale De Angelis in quel frangente si rende conto che l’estremista ha indosso un’arma, notando «una protuberanza che sporgeva leggermente da sotto il lembo posteriore sinistro del giubbotto». De Angelis dice di non aver fatto in tempo ad avvertire nessuno ma, secondo l’altra guardia forestale De Villa, avrebbe addirittura urlato per avvisare gli altri. Poi arriva il primo sparo. Il maresciallo Filippi dice di averlo sentito mentre sta verificando l’interno della tenda: «[…] vidi, verso il fondo della tenda, il calcio di una carabina. Mi rialzai immediatamente per fare un cenno di allarme ai militari, ma nel frattempo udii colpi di arma da fuoco». Anche qui le versioni dei presenti sono discordanti: chi vede Esposti sparare all’impazzata (De Angelis), chi lo vede sparare con le mani in tasca (Jagnemma), chi sente solo partire un colpo e vede del fumo vicino alla jeep. È però spendibile l’ipotesi che non abbia sparato per primo l’estremista lodigiano: mentre Esposti si sta spostando verso la Land Rover (o mentre sta per aversi la colluttazione con Mancini), avviene un primo sparo verosimilmente «esploso da uno dei presenti quando Esposti aveva le mani in tasca». Questo colpo, sfiorando l’estremista lodigiano alla testa, va a infilarsi nella ruota di scorta del Land Rover. Questo lo si può sostenere anche in base alla perizia balistica: Esposti aveva una pistola Browning calibro 9 lungo, mentre potrebbe appartenere ai carabinieri il proiettile finito contro la ruota di scorta: «I frammenti repertati sulla ruota di scorta della Land Rover si riferiscono a proiettile di tipo “blindato” molto verosimilmente di calibro 9 corto».
Comunque il fatto origina la sparatoria, inducendo Esposti a reagire, come un animale in gabbia, d’istinto e non di ragione. Racconta ancora Mancini:

[…] volevo chiaramente indirizzarlo verso dove stavano i due sottufficiali, però lui immediatamente ha sparato, perché mi ha visto, evidentemente lui non si aspettava la mia presenza, forse non mi aveva visto, io stavo dietro l’albero. A questo punto ho subito il colpo, ho accusato il primo colpo, ho buttato, ripeto, il mitra per terra, buttato, lasciato per terra, istintivamente mi sono scagliato contro di lui […] sono riuscito ad afferrarlo, me lo sono messo anche sotto, gli ho anche preso il polso, sono riuscito a prendergli il polso che impugnava la pistola, però c’è stata una colluttazione, ci siamo ruzzolati due volte, uno sopra all’altro, e lui, mio malgrado, è riuscito a sparare un secondo colpo che mi ha ferito […] al gomito, quindi già ferito precedentemente, quando mi sono visto ferito anche il braccio ho perso, ho sentito subito che le forze del braccio non c’erano più, a questo punto ancora lucido mi sono ricordato che c’era un mio collega di guardia ai mezzi, lasciato lì apposta, sono uscito dall’immediata periferia, perché la tenda era nell’immediata periferia del bosco, e mi sono diretto verso questo collega.

In aula, a Brescia, Mancini ha spiegato che avrebbe buttato il mitra per terra in contemporanea con il primo sparo di Esposti. Sarebbe illogico pensare che Mancini si sia gettato contro un uomo armato, per di più che sta sparando, lasciando cadere il proprio mitra. Quindi in teoria il primo colpo di Esposti arriva quando il militare lo sta, coraggiosamente, fermando. Poi c’è la colluttazione, il secondo sparo su Mancini, e quindi il terzo su Jagnemma, che sta sopraggiungendo per aiutare il collega, attinto all’addome in una ferita molto grave. Sia Mancini che Jagnemma, pur essendo armati avrebbero, in questa ricostruzione, cercato di evitare lo scontro a fuoco. Poi invece il terrorista viene ammazzato senza tante riflessioni.
Muffini in una delle sue dichiarazioni dice di aver sparato verso Esposti, con il suo moschetto d’ordinanza, dopo la colluttazione, quando questi «faceva il movimento della persona che si rialza in piedi». Il cadavere del giovane in sede di autopsia presenta infatti ferite da arma da fuoco provenienti da angolazioni diverse, compatibili con una persona che è stata colpita in differenti momenti, da quando si sta «rialzando offrendosi come bersaglio» a quando «cadde definitivamente a terra». Filippi, da parte sua, ha dichiarato:

[…] Cominciai ad aprire il fuoco contro l’Esposti quando vidi la sua testa emergere dall’orizzonte che la tenda mi limitava. Egli, in quell’istante, mi dava il suo fianco destro. Gli sparai finché non lo vidi cadere definitivamente a terra, dove lo vidi giacere con un breve sussulto.

Quindi Filippi vede la testa di Esposti «emergere», ossia il giovane si è alzato in piedi, e gli spara fino a quando non l’ha ammazzato, pur se ferito e ormai impossibilitato a reagire.

Estratto dal libro “Sciabole e tritolo

La gestione Maletti del Reparto D e la copertura accordata a Gelli nel Rapporto sul Golpe Borghese

Fu MALETTI, nel corso del dibattimento svoltosi a Catanzaro sui fatti di Piazza Fontana, che attestò che agli atti del Reparto D giaceva una relazione di GIANNETTINI che gli era stata consegnata da LABRUNA secondo cui Avanguardia Nazionale collaborava con I’ “Ufficio Affari Riservati” e fu sempre il generale che chiese al capitano, già suo dipendente, di riferire “il falso” alla Corte di Assise inducendolo a dichiarare di non ricordare dove il documento fosse stato riposto.
In tal guisa in quel contesto temporale MALETTI coprì e fece coprire anche il dato, di cui alla Relazione, nonché sviluppato in un Appunto ad hoc allegato e poi sparito, secondo cui il TORRISI – ufficiale di marina candidato ad assumere la carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa poi affettivamente ricoperta – aveva anch’egli partecipato alle riunioni segrete tenutesi per la preparazione del GOLPE assieme al dr. DRAGO, medico presso Ministero dell’Interno nonché ai vertici di Avanguardia Nazionale (cfr. in fasc. “DRAGO Salvatore” di cui al carteggio acquisito presso il SISDE relativo agli atti trasmessi dalla Divisione AA.RR). Proprio GIANNETTINI, nel corso dei colloqui con LABRUNA articolatisi dal “settembre 1972”, aveva riferito a questi del ruolo di TORRISI. E’ stato LABRUNA a riportare queste circostanze in verbali poi trasmessi anche al G.l. di Milano che ebbe a risentire più volte il capitano predetto anche su tale specifico punto. Sempre secondo le dichiarazioni del capitano, il generale MALETTI, in ordine sempre agli accertamenti sul GOLPE BORGHESE, atipicamente incaricò dello sviluppo degli stessi il “solo ROMAGNOLI” all’epoca Capo della III Sezione Polizia Militare “subito dopo l’incontro … con il Ministro della Difesa ANDREOTTI” allorché furono fatti ascoltare al predetto i nastri e consegnata la “trascrizione fatta dal NOD delle conversazioni registrate a Lugano presso l’ORLANDINI”.

Su questo punto il VIEZZER (dep. 18.7.88), quanto all’incontro tra ANDREOTTI, MALETTI e personalità militari quali i Comandanti Generali, aveva già riferito che il Ministro aveva suggerito di espungere alcuni nominativi pur citati, tra cui quello di GELLI, che poi MALETTI provvide a eliminare onde non furono denunciati il generale NARDELLA, il generale DEL VECCHIO nonché lo stesso Licio GELLI.

In particolare sul generale NARDELLA, ha riferito significativamente l’ex Capo del MAR Carlo FUMAGALLI (cfr. dep. 30.9.96 f. 13234) il quale ha ricordato come fu lo stesso alto ufficiale, agli inizi del 74, a formulargli esplicita richiesta di fare evadere Amos SPIAZZI “dal carcere dov’era all’epoca ristretto… lo stesso NARDELLA poi mi disse che non se ne faceva niente perché lo SPIAZZI aveva riferito che sarebbe uscito dal portone principale”. Sia pure indirettamente vi è in atti il riscontro di contatti avuti da GELLI con i partecipanti al GOLPE: all’esito della perquisizione disposta nel domicilio di VIEZZER è stata sequestrata il 28.10.88 dalla DIGOS di Venezia una cartella gialla, titolata “materiale relativo al processo” (pendente all’epoca a carico di VIEZZER e istruito dall’A.G. di Roma) ove, in fogli vergati a mò di memoria difensiva (f.58) dal predetto, si legge del contenuto di una conversazione tra VIEZZER e GELLI intercorsa sul Golpe BORGHESE a Villa Wanda ad Arezzo: “mi disse che aveva avuto contatti con due Ufficiali in pensione, uno di quelli si chiamava DEL VECCHIO e che, sentite le loro fantasie, li aveva messi in guardia contro quel fanfarone di ORLANDINI che pure aveva incontrato e che aveva subito giudicato come tale”.

VIVIANI, all’epoca Capo della II Sezione, ha ricordato che nei novembre 1973 erano stati espletati accertamenti in direzione di GELLI “sia in sede di Archivio di Reparto che in Archivio di Sezione” e che erano stati attivati anche i Centri CS sempre in ambito Reparto D, raccontando che “dopo la reazione di GELLI evidentemente formulata indirettamente in direzione di MICELI, vi fu un curioso ed improvviso invito a cena, il primo, da parte del Ministro della Difesa … al generale MALETTI. La mattina successiva, siamo ai primi di dicembre 1973, il MALETTI mi parlò in termini entusiastici del suo ospite. La settimana successiva MALETTI mi disse di essere stato ancora invitato a cena dal Ministro della Difesa: siamo a metà dicembre”. Rileva che il periodo degli incontri è collocabile a poche settimane dalla caduta di ARGO 16.
Sui contatti con MALETTI ANDREOTTI ha ricordato: “..lui mi chiese di venire, io credo me l’abbia chiesto nelle vie formali, proprio, di venire il Generale, allora non so se era Colonnello ancora o Generale, non lo so questo, forse Colonnello; ma mi chiese di venire per un… si mise a rapporto e mi chiese di venire e mi spiegò che, nel corso dell’indagine che lui aveva coordinato, per quello che era stato il Golpe del 70, era venuto fuori il nome del generale MICELI, cioè del suo Capo, per un contatto col Principe Borghese e quindi lui si trovava in un grandissimo imbarazzo e io dissi con molta precisione “lei riferisca al generale MICELI. Ove il generale MICELI non prendesse delle iniziative allora io mi riserbo di intervenire”. Ma invece il generale MICELI mi portò lui il Rapporto che aveva ricevuto dal generale MALETTI e poi lo vedemmo insieme, nella riunione collegiale di cui abbiamo già parlato. Quindi il rapporto con MALETTI fu questo rapporto, direi, molto semplice. Poi, il seguito di questo fu tutta la vicenda della denuncia e poi del processo del Golpe del 70” (int. 15 maggio 1996). VIVIANI ha collegato indi l’inizio delle ostilità nei suoi confronti da parte del generale MALETTI parlando di “manovra destabilizzante” in relazione al fatto che “all’esito degli incontri tra ii generale MALETTI ed ii Ministro delia Difesa ANDREOTTI” la attività di accertamento a carico di GELLI “cessò, almeno al livello di controspionaggio” spiegando che “dai centri dipendenti, Centri CS, non affluirono più gli aggiornamenti sui sospetti” in direzione del GELLI.

MALETTI dunque come bloccò le articolazioni da lui dipendenti a livello Sicurezza interna e Controspionaggio, 1A e 2A Sezione, così censurò il nominativo di GELLI dal Rapporto sul GOLPE BORGHESE e dei già citati Generali legati allo stesso. Sull’elisione del nominativo del GELLI LABRUNA ha tentennato pur a fronte delle contestazioni di cui al verbale VIEZZER secondo cui era stato proprio lui a raccontare al segretario di MALETTI l’episodio della eliminazione del nominativo di GELLI ascrivibile alle raccomandazioni di ANDREOTTI. La circostanza ha trovato comunque riscontri.

Il GENOVESI, narrando delle fasi precedenti l’incontro con il Ministro della Difesa e con le altre autorità militari quanto agli accertamenti sul GOLPE, ha ricordato: “la lettura del Rapporto a Palazzo BARACCHINI avvenne in presenza mia, del col. MARZOLLO, del t. col. Agostino D’ORSI Capo del CS1, io Capo della 1A Sezione. La riunione era presieduta dal generale MICELI al cui fianco sedeva MALETTI che fu invitato da MICELI a leggere il malloppone. All’esito della lettura MICELI disse che bisognava inviare l’incarto in visione al Ministro e chiese a ciascuno di noi un parere MARZOLLO disse che l’incarto doveva essere mandato così com’era all’A.G. lo eccepii che non ci dovevano essere palleggiamenti interni: Ministro, Capo di Stato Maggiore Difesa. Il carteggio doveva andare direttamente e integralmente all’A.G. … lo ricordo che durante la lettura fu fatto riferimento esplicito alla MASSONERIA che aveva sovvenzionato il GOLPE. Fu letto il nome di Licio GELLI” (int. 5.10.95).

Il Senatore ANDREOTTI, come tra poco emergerà, ha negato di aver suggerito l’eliminazione dal Rapporto del nominativo di GELLI e di altri ma ha confermato di aver raccomandato in quella sede di eliminare dati, relativi a persone, non riscontrabili. In realtà, vista la prevalenza dei dati relativi ad una ponderata valutazione dell’esigenza di non far emergere all’esterno, all’A.G., il ruolo di GELLI, già emerso ai vari livelli del SID sia in relazione a fatti eversivi interni che a collegamenti con servizi stranieri, è indubitabile che, per gli addetti ai lavori e per il vertice politico dell’epoca, GELLI rivestisse una eccezionale valenza.

Il col. MANNUCCI BENINCASA (3.4.96 f. 11070) ha ricordato, quanto alla nascita di un rapporto diretto MALETTI – ANDREOTTI, che fu il VIEZZER a riferirgli, prima della deflagrazione del caso GIANNETTINI, che “erano” già riusciti a stabilire, a procurare “il giusto contatto” e “che se ne sarebbero visti i frutti” collocando il colloquio nella prima metà del 1974. Contestualmente ha addotto che effettivamente il nominativo de! GELLI come persona implicata nel GOLPE BORGHESE “scomparve dall’insieme dei nomi coinvolti nel GOLPE”, informazione che mediò dal GENOVESI, e che fu il Cap. LABRUNA, dopo il 1974, a riferirgli a Roma “in Centrale che il cosiddetto malloppone divenne malloppino per intervento di ANDREOTTI sul MALETTI”.

Al Senatore ANDREOTTI sono state lette anche le dichiarazioni del MANNUCCI predetto (cfr. int. 15 maggio 1996, f. 26):
R. Confermo in maniera assoluta che quello riguardava solo militari, fra l’altro, cioè riguardava dei militari, perché dissi: “non è giusto esporre dei militari”, perché non c’erano nomi civili, né GELLI né altri, che richiedevano cose di questo genere, il nome di GELLI non c’era, specialmente dopo tutto quelle che e venuto fuori me lo sarei ricordato, quindi…
D. Ma lo esclude in maniera radicale o non se lo ricorda?
R. No, no, beh, lo escludo in maniera radicale perché mi avrebbe colpito; è vero che, insomma, in quel momento ancora, forse, le polemiche sul GELLI erano minori, però, sapendo che il GELLI, almeno come Direttore della Permaflex, chi era, mi avrebbe colpito questo nome se fosse stato, non c’era nelle…
D.Veniamo, alla elisione di una cosa che ha una maggiore valenza e cioè degli elementi di…
R. Del resto forse qualcuno, non so se adesso siano ancora viventi, ma qualcuno di questi dello Stato Maggiore, cioè che fecero poi questa revisione per guardare, forse esiste ancora e può essere sentito.
D. Si, però sono coinvolti in maniera tale da non essere attendibili.
R. Beh, non lo so.
D. Se non addirittura inquisiti.

Anche sull’elisione del nome di GELLI ha indagato la Procura della Repubblica di Roma che ha recepito atti inviati dalla A.G. di Milano che a sua volta aveva da questo Ufficio ricevuto alcuni atti, estrapolati in copia dai presente procedimento, sviluppandoli. L’A.G. di Roma da quella di Milano ha altresì ricevuto anche le bobine di registrazione impiegate da LABRUNA nel corso dei contatti intercorsi con Remo ORLANDINI.

Sentenza ordinanza Argo 16 – pag 200-203

Amedeo Vecchiotti – dichiarazioni 01.10.1985

Verso il maggio 1973 perche’ processato per bancarotta, mi costituii a fermo nel cui carcere trovai Nardi Gianni. Nardi era molto diffidente ma poiche’ eravamo della stessa citta’ ed una mia sorella era amica di sua madre, finimmo insieme nella cella nr 17 . Facemmo un piano di fuga per superare la doppia cinta muraria, io mi ero fatto amici i cani da guardia, a cui davo da mangiare.
Ma all’ improvviso Nardi fu scarcerato e allora il 30.09.73 io eseguii il piano di fuga progettato con Nardi. A me si uni’ per l’ evasione Lascialfari Rinaldo un livornese detenuto comune. Quel giorno dopo la fuga andai a Roma da un cileno che si chiama Michael e che abita alla Magliana in via dell’Impruneta nr 14 oppure nr 31. Il recapito di Michael me l’ aveva dato Nardi, seppi da Michael che Nardi era in spagna e per telefono lo stesso Nardi mi invito’ a raggiungerlo ad Andorra. Lo raggiunsi ad Andorra assieme al Lascialfari e li insieme al Nardi trovai Proietti Antonio, anche se mi pare che questo sia un nome falso. Dopo alcuni giorni Nardi disse che doveva rientrare in Italia e partimmo in macchina io, lui e Lascialfari e facemmo tutta una tirata fino a Ginevra da dove andammo a Vaduz e poi a Innsbruk e poi a Linz e poi a Gratz e poi a Lubiana. Al valico di villa Opicina Nardi rientro’ a piedi approfittando della confusione, mentre io e Lascialfari rientrammo in macchina in Italia pero’ ci separammo e Nardi si fermo’ a Vicenza ove penso sia andato dal generale Maggi Giuseppe che era un amico di famiglia. Ci trovammo con Nardi a Roma dopo tre o quattro giorni. Qui vidi che Nardi ebbe dalla madre tanto denaro da riempire una sacca da tennis. Sistemati i conti con la famiglia e mi pare fosse questa la ragione per cui era tornato in Italia, Nardi abbandono’ il gruppo di Esposti Giancarlo, con traghetto andammo in Sardegna e poi a Palau, da punta maddalena un pescatore trasporto’ il solo Nardi in Corsica mentre io e Lascialfari ritornati in Italia, in macchina raggiungemmo Marsiglia dove riprendemmo Nardi e lo riportammo ad Andorra ove lo lasciammo.

– mentre eravamo in carcere insieme, Nardi diceva che lui non c’ entrava nulla con l’ omicidio di calabresi. Nardi sapeva molte cose sui neri ma in sostanza li denigrava tutti, perche’ non li riteneva alla sua altezza. Aveva una forte ammirazione per Franco Freda, con cui era stato detenuto a san vittore. A Milano Nardi frequentava Esposti e Antonio Proietti che e’ uno robustello alto che deve scontare una forte pena. Ad Ascoli Nardi era molto legato a Marini che era fidanzato di sua sorella, e quando Nardi ando’ via il suo posto ad Ascoli fu preso da Viccei che era uno “nero nero” e che poi e’ finito in una serie di storie di rapine nella zona. In questo momento mi sfugge il nome di Milano che dopo la scomparsa di Nardi ne prese il posto sempre a Milano. Ad Ascoli Nardi si appoggiava anche a delinquenti comuni come un certo Niccolai e ragazzotti di mezza tacca, con cui facevano degli scherzi nel senso di simulare la presenza di bombe che allarmavano tutti ma poi si rilevavano come dei giocattoli. Io ho sempre avuto dubbi sulla morte di Nardi e se e’ vivo , penso che sia in Cile . Due anni fa a San Benedetto del Tronto Kostopulos Andrea che conosceva molto bene Nardi e che ha la residenza a Mikonos in Grecia, credette di riconoscere Nardi.

– fu Nardi che mi disse se avevo bisogno di andare dal Michael che ho detto prima il quale aveva i passaporti falsi e dette la Mercedes con cui io a Marsiglia ripresi il Nardi come ho gia’ detto.

– ho conosciuto Esposti quando rividi Nardi a Roma dopo che lui si era fermato a Vicenza. Questo e’ accaduto alla fine del 1973. Con Esposti c’ erano altre due o tre persone; ma io ricordo solo Bruno Stefàno. A Roma con la sorella di Nardi veniva Marini che poi e’ stato due anni anche lui ad Andorra dopo la morte di Esposti.

– non avevano progetti particolari. Jordan l’ ho sentito nominare ma non so altro. Non vorrei sbagliarmi ma ho sentito parlare di botti verso l’ Altare della patria.

– Gelli Licio non l’ ho mai visto sentito o conosciuto, ma l’ ho intravisto una volta in una fabbrica. Prendo atto che il gi mi legge alcuni frammenti della lettera del novembre ‘74 che io indirizzai a Ghiron. Quelle notizie su Gelli le ho sentite perche’ frequentavo un tale che si chiama Castellani Renato che era impiegato alle poste ma stava sempre in ambienti governativi oppure al comune di Roma quando era sindaco Darida. Io non ricordo chi ma mi interessavo a Gelli perche’ mi dissero di farlo. Di una foto mia in mano a Gelli io so che mi fotografarono non so chi sia il colonnello Franchi di cui si parla nella lettera; a meno che non fosse il colonnello Marzollo. (…)

– Nardi era pienamente d’ accordo con Esposti ed io ricordo che Nardi era piu’ pacato e ragionatore, mentre Esposti era piu’ irruento e entusiasta.

– nel 1976 quando fui detenuto a Rieti parlai con Spinelli che e’ un funzionario del ministero dell’ Interno. A Spinelli feci il nome di Mauro Tomei, perche’ questo nome l’ avevo sentito fare da Esposti. Loro ammiravano il gruppo toscano perche’ era il migliore. Non so d’ incontri tra il gruppo Esposti e il gruppo toscano. Fecero anche il nome di Tuti come di uno di professata fede di destra.

– a Roma nello studio dell’ avvocato Taddei, il quale non c’ entra assolutamente nulla, io facevo seguire le mie vicende dall’ avvocato Nicosia Ernesto. (…) Nicosia mi presento’ Ghiron il quale a sua volta mi fece conoscere il maggiore Amici dei servizi segreti, a sua volta il tempo successivo vidi una persona che mi fu presentata come un colonnello di 52 anni scapolo, ben portante che aveva una motocicletta e che secondo me era il colonnello Marzollo. Questo accadde agli inizi del 1974 ed io collaborai con i servizi per rintracciare Nardi.  (…)

– Lascialfari dall’evasione e’ rimasto con me fino al gennaio febbraio 1974, quando portammo Nardi Gianni in Spagna.

– Prendo atto che il gi mi fa presente che dagli atti risulta che nel 1976 al funzionario del ministero dell’ interno io dissi che il mandante dell’ Italicus era stato Gelli e che il lavoro l’ avevano fatto i due di Lucca sotto la guida di Tomei Mauro. Sono frasi generiche che io riprendevo dall’aver frequentato nel 1974 l’ ambiente di Esposti. Ho frequentato l’ ambiente fino alla fine del maggio 1974. Prendo atto che l’ attentato dell’ Italicus e’ avvenuto il 04.08.74.

– Nardi ando’ a Frosinone a casa di mia sorella perche’ cercavano me che ero l’ unico di cui si fidasse in quel momento. Io non so nulla di una piantina stradale consegnata ad Esposti  recante l’ indicazione di posti di blocco.

A questo punto il GI fa presente al testimone che esso appare piuttosto incline a scivolare di fronte alle domande dirette e specifiche che gli vengono poste.

– non solo sono passati dieci anni dai fatti ma gli ultimi sette di questi anni li ho passati nascondendomi da una parte e dall’ altra ed ho bisogno di tempo per riordinare le idee. Fatemi ricordare i fatti cosi’ mi sono stati raccontati perche’ non li ho vissuti. Io poi devo ricordare tante cose (…). Tra la fine del 1977 e l’ inizio del 1978 , a Rebibbia era detenuto con me un Marco che era di Pistoia o di Prato, e raggiungeva il suo capo Graziani Clemente a Londra. (…).  Gelli io l’ ho conosciuto personalmente perche’ avevo bisogno di un passaporto che mi facesse stare tranquillo. Nel settembre 1984 secondo me Gelli e’ stato nella tenuta La Forra, a cavallo delle province di Siena ed Arezzo, comune di Montevarchi. Mi sembra che nei discorsi di Esposti si dicesse che il figlio di Gelli mi sembra Raffaele finanziasse la destra e in particolarmente a Lucca. Ma questi sono soltanto ricordi frammentari che io ho di parole ascoltate oltre 10 anni fa. (…) Per fare questi discorsi in termini chiari e precisi di fatti persone cose come li vuole il GI devo essere sicuro di quello che dico, chiederò io stesso di essere interrogato una seconda volta.

A questo punto entrambi i GI premesso che e’ doveroso assicurare ai testimoni l’ incolumita’ anche in regime carcerario, fanno presente al teste che perche’ cio’ sia possibile e’ necessario che esso vecchiotti renda dichiarazioni chiare ed inequivocabili. Di cio’ viene dato atto perche’ il Vecchiotti ha dimostrato timori per la sua incolumita’ in relazioni al prosieguo della deposizione.

Letto confermato sottoscritto.­

 

Amos Spiazzi – dichiarazioni 13.12.1984

Ricevo lettura del carteggio intercorso tra me e Soffiati, sequestrato nel corso del procedimento penale a mio carico, poi trasmesso alla AG di Venezia, nelle parti in cui si fa riferimento al Carletto ed al Marzollo. Mi riporto alle dichiarazioni gia’ rese negli altri interrogatori e preciso che il Soffiati era un informatore stabile del gruppo dei carabinieri di Verona. In tale sua attivita’ faceva capo a Pellegrini Carletto, il quale ostentava, ma simulandoli, atteggiamenti e tendenze di destra. Il Carletto a sua volta riferiva al colonnello Marzollo, attraverso il suo superiore. Il Soffiati mi disse di avere avuto contatti diretti con il Marzollo, come peraltro afferma nella lettera di cui ho ricevuto lettura. Ritengo che cio’ sia verosimile, tenuto conto del metodo di lavoro del Marzollo, il quale era solito convocare presso di se’ gli informatori e farsi riferire direttamente le notizie di maggior rilievo. Ricordo che il Marzollo era solito registrare le conversazioni con gli informatori. Cio’ avveniva almeno nei miei confronti.
Nell’ esercizio dei miei compiti, infatti, accadeva che le notizie di maggior rilievo le riferissi non al comandante di compagnia interna, bensi’ direttamente al comandante il gruppo, colonnello Marzollo.

– il rapporto tra Soffiati ed i carabinieri era ancora in atto al momento del mio arresto. In quell’ epoca il colonnello Marzollo era gia’ stato trasferito a Roma.

– Quanto al sedicente Venturi, di cui ho parlato nel processo per la “Rosa dei venti” , sia io che il generale Ricci, che Orlandini abbiamo chiarito, durante il processo di appello, che si trattava non gia’ del capitano Venturi, bensi’ del capitano Labruna.

– Relativamente alla questione della mitraglietta trovata a pian del Rascino indosso a esposti, mi riporto integralmente a quanto riferito al GI di Venezia. In effetti disegno armi, ed in particolare ho progettato una mitraglietta di piccole dimensioni tale arma, comune, non e’ mai stata costruita. Ho distribuito copie del progetto a numerosi ufficiali e precisamente al comando divisione di artiglieria che a sua volta li trasmise all’ arsenale militare di Piacenza.

– Nel carteggio che mi e’ stato ora letto nella parte concernente la mitraglietta, il Soffiati simula una provocazione ai miei danni; escludo che tale provocazione possa avere avuto luogo. Uscito dal carcere il Soffiati mi disse che era convinto che io avessi effettivamente costruito questa mitraglietta. Lo disse di fronte alle mie rimostranze per l’ assurdita’ della insinuazione.

– dopo essere stato dimesso dal carcere, ho avuto contatti con funzionari della Digos di Bologna; verso l’ agosto di questo anno, mi si presento’ un tale qualificatosi come il dottor Santagnello, a suo dire appartenente al Sismi, ricordo che mi esibi’ una tessera recante il simbolo della Repubblica italiana.
Questi mi invito’ a cessare qualsiasi contatto con le forze di polizia ed a collaborare invece con il suo servizio; in caso contrario mi avrebbe reso la vita molto difficile. Tutto cio’ l’ ho denunciato nella immediatezza del fatto al quinto CMT di Padova e, per conoscenza, al presidio militare di Verona ed alla quinta zona di Vicenza. Mi risulta che il mio comando abbia immediatamente informato la questura di Verona ed il gruppo carabinieri, dai quali sono stato poi convocato per ulteriori chiarimenti.

– so che il De Iorio aveva stabilito rapporti di amicizia con il De Marchi, il quale ha avuto anche rapporti con l’ Orlandini. Cio’ e’ emerso dagli atti del processo Borghese.

– In merito all’unico incontro che ritengo di avere avuto con Gelli, ho gia’ ampiamente riferito nell’ interrogatorio reso al dr Fiore nel 1976 ed in quello reso innanzi alla commissione P2 ai quali mi riporto.

Letto confermato e sottoscritto­

L’imputazione a carico di Tuminello e sua improcedibilità per prescrizione

La seconda questione attiene al ruolo giocato dal Col. TUMINELLO, all’ epoca comandante del Gruppo Carabinieri di Arezzo, nelle indagini relative all’ attentato dell’italicus. Il tema P.2, peraltro, è ricorrente nell’istruttoria e la figura di GELLI emerge in molti altri contesti, come si vedrà in seguito. Per ben comprendere la posizione del TUMINELLO occorre premettere che questi risultò affiliato alla P.2 (come pure risultarono affiliati alla P.2 il Gen. BITTONI, all’ epoca comandante della 5° Brigata Carabinieri di Firenze, l’Amm. BIRINDELLI) ed il prof. OGGIONI, persone tutte coinvolte a vario titolo nell’intricata vicenda che ora si cercherà di chiarire.
Peraltro il TUMINELLO doveva avere un rapporto diretto con GELLI, come traspare dalla deposizione del Col. Mario SANTONI al G. I. Di Venezia di data 13.2.1990 e dalla successiva deposizione dello stesso innanzi al G.I. atti dai quali si evince che il TUMINELLO provvide, almeno in un’ occasione, ad avvertire il Gen. MALETTI di un’ indagine sul conto del GELLI, che venne quindi bloccata:

” Allorché tornai a Roma da Pistoia il MARZOLLO mi informò che il Generale MALETTI era venuto a sapere della mia visita a Pistoia (appunto nell’ ambito dell’ indagine sul GELLI; n.d.r.), penso dal comandante del Gruppo di Arezzo, TUMINELLO, -poi risultato iscritto alla P.2- e che pertanto era andato su tutte le furie: MALETTI infatti disse testualmente a me “sei andato a toccare una persona sacra per noi, per il nostro Servizio”…”.

birindelli

Accadde dunque che il Generale BITTONI, in data 11.12 81 (cioè alcuni mesi dopo che gli elenchi degli affiliati alla P.2, nei quali egli stesso era inserito, erano divenuti pubblici) rese al P. M. Del processo bis delle dichiarazioni estremamente importanti, che successivamente rinnoverà, seppur poi sfumandole, innanzi alla Corte d’ Assise di Bologna (v. Sent 20.7.83 C. Ass. Bologna, f. 51 ess.). Il BITTONI affermò dunque, in queste due diverse sedi, che l’Amm. BIRINDELLI -già comandante delle forze N.A.T.O. per il Sud Europa e quindi passato alla politica nelle file del M.S.I.- nell’estate del 1974 gli aveva telefonato chiedendogli un appuntamento e, -incontratolo-, gli aveva passato un biglietto recante tre nomi -FRANCI, certamente, e probabilmente MALENTACCHI e BATANI- ed aveva affermato che, secondo informazioni provenienti dalla federazione dell’ M.S.I. di Arezzo, le predette persone erano implicate nella strage dell’ ITALICUS.

Il Col. TUMINELLO, come si è visto comandante del Gruppo Carabinieri di Arezzo, nel settembre del 1974 ricevette – giratagli dal Bittoni- la segnalazione in questione. Fece svolgere accertamenti a suo dire risultati negativi (v. Dichiarazioni TUMINELLO 19.12.81), ma nulla riferì all’a. G. Di Bologna che procedeva per l’attentato dell’ ITALICUS. Di qui l’imputazione di favoreggiamento a suo carico. Detto reato risulta prescritto nel settembre del 1989 (prescrizione nei quindici anni per il delitto di favoreggiamento aggravato, tenuto conto degli atti interruttivi) ed il Col. TUMINELLO va prosciolto, essendo il reato estinto per la causa anzidetta.

Gli elementi di prova a suo carico , infatti, sono tali da non consentire un proscioglimento istruttorio nel merito ai sensi dell’ art. 152 C. P. P.. A tal proposito va premesso che, come peraltro esplicitato dall’ art. 378 u.c.C.P. , a nulla rileva che il FRANCI ed il MALENTACCHI siano stati assolti con sentenza definitiva dal delitto di strage. Anzi, ciò in un certo senso aggrava la responsabilità dell’imputato in quanto, senza le omissioni del TUMINELLO, le indagini bolognesi avrebbero potuto orientarsi sul FRANCI e sul MALENTACCHI pressoché nell’ immediatezza del fatto (anziché ad anni da questo) e forse avrebbero potuto sortire risultati ben diversi da quelli ottenuti.

A carico del TUMINELLO va considerato, poi, che vi sono le dichiarazioni del BITTONI, (v. BITTONI, atti di sommaria), quelle dei M.lli CHERUBINI e BRODI (che negano di aver mai ricevuto l’incarico, da parte del Col. TUMINELLO, di controllare l’alibi del FRANCI; v. CHERUBINI e BRODI; atti di sommaria ), quelle del Cap. TERRANOVA (v. TERRANOVA, atti di sommaria) che esclude di aver fatto accertamenti sul FRANCI successivamente all’attentato dell’italicus, circostanza questa che, invece, il TUMINELLO avrebbe riferito al Gen. BITTONI; quelle analoghe del Cap. REGOLI e del Magg. PENZO (ibidem, f. 36 e 40) e, infine, la documentazione contenuta nel fascicolo n. 14181 del Gruppo Carabinieri di Arezzo, mai portata a conoscenza dell’ A. G. Di Bologna (in particolare i ff. 18 e 25 e ss.), contenente elementi tali da far sospettare l’implicazione del FRANCI in attentati ferroviari, e, in particolare, uno schizzo planimetrico riguardante un’ area ferroviaria.
Va aggiunto che il Col. Olinto DELL’AMICO, all’ epoca comandante del Nucleo Investigativo dei Carabinieri Firenze, in data 9.2.82 consegnò al P. M. Di Bologna un biglietto di pugno del TUMINELLO recante i nomi di FRANCI e di Batani e appunti concernenti il FRANCI relativi all’ ipotesi di una sua implicazione nell’attentato di Vaiano ed al relativo alibi. Vero è, peraltro, che proprio questo materiale documentale ha fatto ritenere (e questa ipotesi è adombrata anche nella sentenza di primo grado dell’ ITALICUS) che la segnalazione del BIRINDELLI al BITTONI risalisse alla primavera del 1974 (e quindi ad epoca anteriore all’ ITALICUS) e si riferisse all’ attentato di Vaiano del 21.4.1974, ma tale congettura risulta inequivocabilmente smentita dalle deposizioni ARESU (ibidem, f. 19), MALVAGIA (f. 30) e TERRANOVA ( f. 41 ), nonché dalle stesse dichiarazioni rese dal TUMINELLO ancora in veste di testimone (f. 30) che collocano l’incontro BIRINDELLI-BITTONI e la successiva richiesta del BITTONI al TUMINELLO in epoca sicuramente successiva alla strage dell’ ITALICUS.

Detto questo, la vicenda può essere ricostruita come segue.
Nell’ agosto-settembre 1974 l’Ammiraglio BIRINDELLI si recò dal Gen. BITTONI e gli indicò tre nominativi di persone ( una delle quali il FRANCI), segnalategli come implicate nell’ ITALICUS da una non precisata fonte aretina. Il BITTONI passò la segnalazione al TUMINELLO per accertamenti. Questi omise qualsiasi indagine e non comunicò la segnalazione all’ A. G. di Bologna. Nel frattempo, molto tempo dopo, il FRANCI venne inquisito per l’attentato dell’ ITALICUS e rinviato a giudizio sulla base delle dichiarazioni di Aurelio FIANCHINI (che suscitarono sin dall’inizio dubbi e polemiche pubbliche fra innocentisti e colpevolisti), ma né il BITTONI, né il TUMINELLO fecero alcunché per segnalare gli elementi -di scarsissimo peso processuale, ma di notevole rilievo investigativo- che essi avevano a disposizione sul conto del FRANCI. Solo a dibattimento già iniziato e solo dopo la perquisizione di Castiglion Fibocchi, il BITTONI comparve sulla scena processuale con le note dichiarazioni, non smentite, ma fortemente stemperate dalle dichiarazioni rese sulla questione dal BIRINDELLI.
Viene a questo punto da chiedersi che senso abbia questa inutilmente intricata vicenda ed in proposito si deve tenere conto di alcuni fatti. In primo luogo della circostanza che sia il BITTONI che il BIRINDELLI che il TUMINELLO sono risultati affiliati alla P.2 e che la loro affiliazione è stata svelata a seguito della nota perquisizione. In secondo luogo del fatto che l’ Amm. BIRINDELLI risulta esser stato intimo di GELLI e collegato ai vari eversori toscani che gli facevano da guardaspalle durante le campagne elettorali (in particolare v. BROGI Andrea 23.4.87 int. ITALICUS).
In terzo luogo del fatto che la cooperazione fra l’ambiente piduista-militare filogolpista e i gruppi eversivi di destra a un certo punto -evidentemente- deve essere entrata in crisi. FRANCI e MALENTACCHI vennero tratti in arresto col venir meno, forse proprio nell’ estate del 1974, della praticabilità di quel colpo di Stato atteso già dal 1970. Se è così, non è azzardato ipotizzare che l’Amm. BIRINDELLI, ormai consapevole della pericolosità delle relazioni che aveva sino allora coltivato, abbia voluto lasciar traccia della sua presa di distanza dagli eversori. La pregressa contiguità a costoro rischiava infatti di divenire sempre più imbarazzante.

Ed è ragionevole che per distanziarsi, cautamente, come era necessario in un frangente così delicato, si sia rivolto al suo compagno di loggia BITTONI che, a sua volta, affidò la questione al TUMINELLO. Questi non indagò sul FRANGI, quale possibile autore dell’attentato dell’ ITALICUS, ma si limitò a tener memoria, per ogni evenienza della segnalazione del BIRINDELLI. Che il BITTONI, poi, abbia rispolverato la questione nel 1982 (e, si noti bene soltanto nel 1982, a istruttoria già da tempo conclusa) si spiega col fatto che -a quel punto, scoperta la sua affiliazione alla P.2, e sapendo dei nessi fra P.2 e eversione di destra- aveva tutto l’interesse a sottolineare la sua distanza da quell’ ambiente e -come traspare dai sui verbali- dallo stesso GELLI. I processi e le aule di giustizia sono stati utilizzati per uno scambio di segnali -niente di più- attorno al quale si sono affannati per lungo tempo Corte d’Assise, giudici e pubblici ministeri, senza che nulla di utile ne venisse all’accertamento della verità’, se non un ulteriore elemento di generica conferma degli ambigui rapporti fra esponenti di rilievo delle forze armate, massoneria deviata ed eversione di destra.

Sentenza ordinanza Italicus bis pag 48-51

Il caso Aiello: gli sviluppi nell’inchiesta Italicus bis

Comunque sia, molte erano le ragioni per chiedere al Servizio qualcosa di più su Claudia AIELLO ed il Servizio, effettivamente, in data 17.6.85 fece pervenire a questo Ufficio, tramite p. g. , il testo integrale dell’ appunto 19.11.74, “depurato solo degli elementi riguardanti l’ordinamento del Servizio”.
A parte l’arbitrarietà di questa “depurazione” , non autorizzata dal Giudice e non giustificata dal segreto di Stato, cui -si ripete- nel caso in esame non si era fatto ricorso, il documento in questione aggiungeva a quanto sino allora acquisito un elemento di sicuro interesse. Cioè che Claudia AIELLO era stata impiegata -unitamente al padre ed alla madre- nelle operazioni “Palla” e “Morfeo”, in direzione rispettivamente dell’ Ambasciata Greca a Roma ed ambienti ad essa legati, nonché di appartenenti al fuoriuscitismo ellenico.

In altre parole l’AIELLO aveva tradotto bobine riproducenti conversazioni telefoniche intercettate sull’ Ambasciata Greca e in “ambienti ad essa legati” e si era infiltrata fra i dissidenti del regime dei Colonnelli (evidentemente per schedarli e segnalarli), venendosi cosi oggettivamente a collocare in un contesto certo contiguo a chi aveva ordito la provocazione di Camerino. Possibile, dunque, che Claudia AIELLO -inserita in questo contesto- abbia raccolto notizie su un imminente attentato ferroviario a Bologna e che le abbia comunicate, per telefono, alla madre (pare assodato fosse lei la sua interlocutrice), che proprio in quei giorni doveva transitare il treno per Bologna nel corso di un viaggio di piacere. E’ possibile che per fare ciò si sia servita di un telefono pubblico anziché dei telefoni -certo compromettenti- che si trovavano nel suo ufficio.

Possibile soprattutto in considerazione della sequenza di falsità imbastite dai suoi superiori gerarchici e ben evidenziate dalla sentenza del Pretore di Bologna del 27 gennaio 1983, nonché dall’ ordinanza di rinvio a giudizio emessa da questo G. I. nel procedimento contro MARZOLLO ed altri, grazie alle quali venne frustrata ogni possibilità di ulteriore indagine. L’ argomento restò a lungo in sospeso e molto più tardi, a seguito di un approfondito esame del materiale del DELLE CHIAIE e di iniziative del R.O.S. dei Carabinieri di Roma, si decise infine di fare un ulteriore tentativo richiedendo al Servizio l’esibizione del fascicolo concernente Claudia AIELLO. Per l’esame di tale materiale, fra cui si segnala un documento parzialmente strappato e con il numero d’ archivio cancellato e sostituito con un altro, si fa rinvio al rapporto 30.10.93 del R.O.S. dei Carabinieri di Roma, che qui parzialmente si trascrive:

“…Il primo fascicolo che veniva esaminato, intestato alla AIELLO, era quello prodotto dalla Divisione Personale. Lo stesso si presentava privo della copertina indice e, con all’interno, più atti riprodotti più volte. In realtà l’utilizzo della terminologia “atti” è errato in quanto il progressivo fascicolare si presentava, in effetti, come un susseguirsi di pagine… Tale circostanza, unitamente alla mancanza della copertina indice nonché della reiterazione di numerose pagine, non ha consentito una sufficiente comprensione della successione e della progressione degli atti… Da questo fascicolo sono stati acquisiti due “atti” (pagine?) estremamente significativi: quelli indicati nel verbale con i numeri 9 e 10. I due atti sono posti uno di seguito all’altro, il primo porta la data del 18.07.1974 e l’altro quella del 23.11.1974, e sono, quindi, da considerarsi consecutivi.
Tra l’uno e l’altro atto avviene uno degli avvenimenti più importanti nella vita dell’agente AIELLO: la sua vera professione viene resa pubblica ed è in circostanze che ben avrebbero potuto giustificare un carteggio, interno al Servizio, teso a valutare, ad esempio, l’opportunità di sospenderla, di trasferirla ad altra sede od altro.
Allo stato degli atti la Divisione personale ufficialmente ignora quanto accaduto. Altresì importante è l’atto indicato con il n. 8, esso attesta, come era già emerso processualmente che la stessa, nel 1974, era già alle dipendenze del Servizio in forma “non ufficiale” da oltre sei anni. Di questi sei anni non vi è alcuna traccia cartacea, l’agente AIELLO nasce documentalmente nel 1974. Lo scrivente richiedeva al Dott. LEHMANN e al Dott. MAZZANTI di esibire un qualunque atto amministrativo riferentesi alla AIELLO e prodotto nel periodo 1968-1974, ad esempio richieste di rimborso spese, ricevute di emolumenti, informazioni raccolte sulla stessa. Gli stessi facevano presente che nulla vi era agli atti del Servizio.

“…Sempre nello stesso atto (il n. 8, n.d.r.) il MALETTI chiarisce immediatamente che la donna lavora per il suo Reparto “a tempo pieno”.

“…L’atto 1 chiarisce definitivamente quanto rimasto processualmente nel dubbio: il trasferimento dell’AIELLO dalla casa della madre all’appartamento di via Casalbertone non fu frutto di una ricerca casuale della stessa… L’atto 2 sembra far ritenere che l’iscrizione dell’AIELLO al Partito Comunista non fosse stata genuina ma, guidata, ai fini di una penetrazione informativa.
Inoltre si evince chiaramente come anche la madre, CREUSI Maria, avesse fatto, oltre al lavoro di interprete e traduttrice, anche l’ascolto di bobine e nastri…Si noti come la sera precedente l’audizione (dell’AIELLO, n.d.r.,) vi fosse stata una riunione tra il MALETTI, il MARZOLLO ed il SASSO per concordare quanto dire, con il parere favorevole del COGLIANDRO (atto n. 4, n.d.r.,). L’atto è utile proprio perchè attesta la “sorpresa” del SASSO, uno dei pochi dai quali traspare l’esistenza interna al Servizio di due diverse vedute sulla gestione dell’affaire AIELLO...L’atto 7 è estremamente singolare. Trattasi di copia del contratto di locazione della AIELLO per l’immobile di via Casal Bertone. L’atto è datato 30.03.1973, tuttavia si trova tra due atti del 1983 che con esso non hanno nulla a che vedere. A specifica richiesta, il Dr. LEHMANN e il Dr. MAZZANTI spiegavano che non era prassi del Servizio procurarsi copia dei contratti di locazione dei propri dipendenti.
Si noti che, in ogni caso, il contratto avrebbe dovuto situarsi non in un fascicolo “operativo”, ma in quello della Divisione Personale, inoltre il 30.03.1973 la AIELLO, ufficialmente, per il Servizio non esisteva. Il contratto presenta alcuni fogli privi della parte superiore, ove chiaramente vi erano riportate delle annotazioni, come può desumersi dalla porzione inferiore di alcune lettere che è rimasta sui fogli protocollo. Poiché gli strappi effettuati non sarebbero potuti sfuggire neanche ad un esame documentale superficiale, attirando anzi, su di essi, la curiosità, v’è da chiedersi la ragione di tale comportamento. In via ipotetica sarebbe stato molto più semplice sostituire il contratto con altro atto, anche perché nessun legame vi era con ciò che seguiva e ciò che precedeva. Questo avrebbe comunque anche dovuto comportare la sostituzione della copertina indice, ove il contratto è indicato, pur non essendo precisato da dove proviene (alla voce specifica è presente la parola “mancante”). Se, come a questo punto appare molto probabile, l’appartamento era di pertinenza del Servizio è chiaro che il contratto dovesse essere per forza conservato, vuoi per motivi contabili, vuoi per motivi di amministrazione interna.

Poiché il numero di posizione fascicolare è chiaramente stato cambiato, è ipotizzabile che chi non dovesse vedere le annotazioni poste in testa al contratto fosse qualcuno interno al Servizio e che immediatamente avrebbe potuto accorgersi della mancanza del contratto. E’ anche evidente che la situazione dovette precipitare, in quanto, evidentemente, i tempi non consentirono il ricorso a più eleganti strumenti di eliminazione della scrittura…L’atto 12 riporta l’annotazione del MALETTI riferita alla necessità di eseguire un contropedinamento sugli agenti della Questura (che a loro volta pedinavano l’AIELLO n.d.r.). L’atto 13 rappresenta l’ordine esecutivo per la contro osservazione, del MALETTI al MARZOLLO. Si noti come il MALETTI relazioni la gravità di quanto sta accadendo alla notorietà di ciò alla magistratura. Anche questa volta sono documentati dei dubbi: il Servizio, oltre a tutto, consentirà anche di seguire le mosse della donna. Non si era quindi certi dell’assenza di un doppio gioco. L’allarme novembrino del MALETTI non appare in sintonia con la normalità che un organo di Polizia provveda ad un controllo dell’AIELLO, stante il suo presunto coinvolgimento in una strage…”.

Si vedrà poi, prendendo in esame la deposizione del Gen. PUCCI, già direttore del S.I.S.M.I., quali siano i problemi concernenti gli atti acquisiti presso il Servizio e quali limiti abbiano tali acquisizioni. Certo non si possono compiere generalizzate attribuzioni di responsabilità, ma resta il fatto che il fascicolo dell’ AIELLO presenta le anomalie cosi accuratamente evidenziate nel rapporto citato e che un documento è stato strappato e cancellato prima che venisse consegnato ai Carabinieri.

Gli atti relativi a questo episodio vanno quindi trasmessi alla Procura della Repubblica di Roma, competente per materia e territorio circa i reati che si dovessero ravvisare, con l’amara constatazione che nelle forme paludate del segreto di Stato o in quelle più dimesse di un ignoto funzionario che strappa un foglio, comunque un elemento di conoscenza, per quanto piccolo, è stato sottratto alla valutazione del Giudice di un processo per strage.

Sentenza ordinanza Italicus bis pag 116-119