Appoggi e coperture dei neofascisti di Arezzo – estratto memoria delle parti civili depositata il 13.07.1983

Ordine Nero era finanziato ed armato dalla massoneria, avendo raccolto tra i suoi aderenti esponenti di A.N. ed accettato idee stragiste finalizzate ad un presunto e forse millantato colpo di stato (vds. testimonianze Affatigato, Spinoso, Tisei, Brogi, Batani).
L’Avv. Ghinelli finanziava il gruppo di Arezzo: Franci, Batani, Cauchi ed anche Tuti secondo Affatigato (vds. testimonianze Brogi, Sanna, De Bellis).
L’avv. Ghinelli chiedeva finanziamenti a Gelli (vds. testimonianza Birindelli).
Il gruppo faceva da scorta a Ghinelli, Birindelli durante i comizi della primavera 1974 (vds. testimonianze Terra­nova, Donati, Bumbaca).
Birindelli, tramite delle richieste di Ghinelli, prendeva soldi da Gelli (vds. testimonianza Rosseti Siro).
Cauchi andava a casa Gelli e prendeva soldi da lui (vds.testimonianze Luongo, Baldini, Gallastroni).
Franci diceva in carcere di conoscere Gelli e di aspet­tarsi il suo aiuto (vds. testimonianza Bumbaca). Esistevano ad Arezzo intrecci di potere che potevano avere provocato l’omicidio del giudice Occorsio, agosto (vds. interrogatorio Franci, Batani), tra P2, SID e magistratura.
Marsili, sostituto procuratore di Arezzo e genere di Gelli, ha indebitamente indagato e forse inquinato le prove relative alla strage dell’Italicus, prospettando a fi­ni di “copertura” l’utilità della frantumazione dei pro­cessi, ha negato la autorizzazione alla intercettazione dell’avv. Ghinelli nel gennaio 1975, ha omesso di verba­lizzare le “confidenze” ricevute da Del Dottore, ha invitato l’imputata Luddi a non rivelare niente di quanto aveva svelato a lui al Dott. Santillo, nel gennaio 75, premettendole e facendole ottenere in cambio la libertà provvisoria ed il proscioglimento dalle accuse più gravi (vds. memoriale D’Alessandro, deposizione Luongo alla Com­missione P2).

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Il nome di Marsili iscritto alla P2 nel 1974 non è stato incluso nella lista trasmessa al G.I. dell’Italicus nel 1977 firmata da Salvini e Gelli, mentre l’imputato Franci nel 1976 era a conoscenza della sua appartenenza alla loggia P2 (vds. liste, testimonianze Rosseti, interrogatorio Franci).
Tuti ha minacciato di morte Franci a motivo delle sue rivelazioni tra i rapporti O.N.-P.2 (vds. testimonianze Murelli, Latini). Sono state omesse perquisizioni a Franci: nel 73 e 75 denunciato dalla moglie perché fabbricava pericolose bombe in casa e poi coinvolto negli attentati di Terontola e Arezzo.
E’ stato taciuto ai giudici di Arezzo e Bologna da parte della squadra politica di quella città della precedente denuncia a carico del Franci e del suo ruolo nel 74 di autista del locale federale del MSI Avv. Ghinelli (vds. rapporto ed allegati Dott. Berardino – articolo stampa incendio auto MSI dotazione Franci nel settembre 1973), dato significativo ai fini della valutazione di colpevo­lezza.
Tuti è stato preavvertito della perquisizione a suo cari­co con quasi 24 ore di anticipo (vds. testimonianza Di Francesco Ennio, esposto Tuti Procura Firenze 25-5.75).
Cauchi è stato preavvertito nel gennaio 75 di un mandato di cattura a suo carico ed il SID ha fatto da tramite con Marsili che ha accettato, al di fuori di ogni logica e di ogni regola di incontrarsi con il latitante. Incon­tro che si dice non avvenuto (per quanto ne sa il SID) per rinuncia di Cauchi (vds. rapporto Casardi).

Estratto memoria parti civili che hanno chiesto la condanna degli imputati (Avv.ti Montorzi, Trombetti, Giampaolo, Filastò, Rossetti, Coliva, Guerini).

“Tuti sconfessa perfino i suoi memoriali e i camerati s’adeguano”

Oggi al processo contro la cellula nera di Arezzo sono stati ascoltati Mario Tuti, il geometra omicida di Empoli e i « gregari » del Fronte  nazionale rivoluzionario: Marino Morelli, 24 anni, Castiglion Fiorentino; Giovanni Gallastroni, 23 anni, ex giocatore di calcio della Castiglionese, ex segretario del Fronte della gioventù e responsabile «cul­turale» per la Val di Chiana della federazione missina, im­putato anche per l’attentato alla Casa del Popolo di Moiano: Luca Donati, l’accompa­gnatore di Augusto Cauchi prima a Rimini e poi in Fran­cia. imputato anch’egli per la bomba di Moiano e in chiu­sura Pietro Morelli, fratello di Marino. Eccetto Tuti che si rifiuta di rispondere alla giustizia italiana, gli altri imputati hanno raccontato la loro « verità ». Si è trattato di una vera e propria sagra delle banalità. Da « Bombardieri neri » si sono trasformati in pastorelli o cercatori di fun­ghi, come il Franci che, va­gando per la campagna are­tina, sostiene di aver rinve­nuto quasi un quintale di esplosivo, di cui una parte (II chili) doveva servire per far saltare la Camera di Com­mercio di Arezzo. L’improvviso cambiamento di rotta è avvenuto dopo l’in­credibile « rimpatriata » del­l’altra notte nel carcere San Benedetto di Arezzo dove gli imputati per gli attentati sulla linea ferroviaria Roma Fi­renze hanno potuto conferire con il « gran capo ». La maggioranza si è trin­cerata dietro i «non ricordo» oppure «se c’ero non ho sen­tito ». La linea di difesa è scaricare tutte le responsa­bilità su Tuti che ha già sulle spalle una condanna all’ergastolo.

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Però, l’ideologo del Fronte nazionale rivoluzionario sta­mane ha chiesto al presi­dente di dare un’occhiata ai memoriali che sono acquisiti agli atti: e ha voluto preci­sare che egli disconosce le prime 13 pagine del memo­riale scritto durante la lati­tanza in Francia, cioè le pa­gine che contengono la descri­zione più minuziosa della se­rie di attentati compiuti nel nostro Paese e precisamente per i due per cui è imputato in questo processo, quello di Incisa Valdarno (Freccia del Sud) e l’ordigno collocato alla stazione di S. Maria Novella a Firenze. Tuti ha scritto che quella bomba venne collo­cata nell’agosto del ’74 fra i binari della stazione fioren­tina insieme ad alcuni volan­tini che furono anche inviati alla stampa. Ora di questa bomba nessuno ha mai tro­vato traccia né la polizia fer­roviaria, né l’Antiterrorismo, né la « politica ». Perchè Tuti oggi nega la paternità di que­ste pagine? A questo punto sarebbe legittimo attendersi dalla Corte di Arezzo per un Tuti già indiziato per l’atten­tato dell’Italicus (4 agosto 1974) un approfondimento pro­cessuale su un episodio che lascia tutti perplessi.

Tuti, non dimentichiamolo, quando ha scritto degli atten­tati di Incisa, di Firenze e degli altri compiuti sulla Fi­renze-Roma era un uomo li­bero, anche se latitante. Il Tuti che oggi ritratta è un ergastolano che non ha nulla da perdere se non il prestigio personale nei confronti dei suoi sette gregari. Resta infine da ipotizzare (non dimen­tichiamo che Santa Maria No­vella era luogo di lavoro di Franci e il 4 agosto prestava servizio in stazione come car­rellista postale, di ritrovo dei soci della cellula nera aretina) che Tuti parlando della bomba dell’agosto ’74 possa riferirsi proprio all’ordigno che collocato sull’ Italicus, provocò, dopo aver lasciato Firenze, la morte di 12 per­sone e il ferimento di 48. Nonostante Tuti disconosca oggi queste pagine scritte nel­la sua inconfondibile calligra­fia, gli interrogativi restano: che il Tuti muovesse Franci e gli altri gregari è ormai assodato. Resta invece la do­manda di sempre: chi attivava il Tuti? Il rifiuto del Tuti a rispon­dere alle domande ha susci­tato vivaci reazioni, da parte dei difensori degli altri impu­tati. Nella discussione è in­tervenuta anche la parte ci­vile. A questo punto l’avvo­cato Oreste Ghinelli difensore dei terroristi se ne è uscito con questa incredibile battu­ta: «Siamo qui a discutere per 50 centimetri di binario!».
Luca Donati nel tentativo di uniformarsi alla linea di di­fesa dei suoi amici è caduto in numerose contraddizioni fra quanto aveva detto in istruttoria e affermato stamani davanti ai giudici popolari.

Donati, quando venne interrogato dal giudice Marsili dichiarò di aver visto a Raggiolo nella casa della nonna della Luddi il mitra e le munizioni che il Franci aveva nascosto e in casa del Tuti le due bombe a mano. Quelle stesse bombe a mano che Tuti, come è noto, afferma, vi furono messe dagli agenti quando castoro si recarono nella sua abitazione di Empoli. Stamane Donati ha ritrattato. Ha confermato di aver visto le armi del Franci mentre per quanto riguarda le bombe del Tuti ha detto che si è trattato « di un equivoco». Anche egli aveva imparato la lezione.

Al termine dell’udienza pomeridiana un epilogo drammatico: testimone, Maurizio Del Dottore, noto giovane missino del Valdarno, è sta­to arrestato in aula per fal­sa testimonianza. Indicato dai fascisti imputati come il confidente della polizia che aveva contribuito in ma­niera determinante alla scoperta della cellula nera di Arezzo e interrogato sulla data dell’incontro che Fran­ci sostiene avvenuto il 22 gennaio 1975. Il teste ha detto di non ricordare il gior­no esatto. Più volte ammo­nito dal presidente e dopo un drammatico confronto con il Franci, che evidente­mente voleva vendicarsi della «soffiata», è stato ar­restato.

Giorgio Sgherri, L’Unità 23.04.1976

Intervista ad Anna Falco – 2013

Alle 19 della sera del 24 gennaio 1975 gli agenti della polizia di Empoli Arturo Rocca e Giovanni Ceravolo vengono incaricati di una perquisizione in via Boccaccio 25, a casa del geometra Mario Tuti, dipendente del Comune e collezionista di armi. Ai due agenti preposti al servizio si aggiunge il brigadiere Leonardo Falco che li accompagna. Nel corso della perquisizione, dove inizialmente Tuti avrebbe tenuto un atteggiamento collaborativo, vengono rinvenute numerose armi regolarmente detenute, ma anche due bombe SRCM. L’appuntato Ceravolo scende in strada per chiamare la centrale e chiedere via radio direttive su come procedere. Tuti a quel punto, per evitare l’arresto, reagisce in modo rabbioso, sproporzionato, sparando con un fucile mitragliatore ai due agenti in casa: Falco muore subito, Rocca rimane a terra ferito, successivamente arriverà in ospedale in condizioni gravissime. Il terrorista si precipita giù, probabilmente dalla finestra, per fuggire, trova fuori Ceravolo che ammazza senza esitazioni, e si dà alla fuga. Non è mai stato chiarito quale meccanismo abbia portato di fronte all’estremista nero tre ignari agenti di polizia, tanto più che l’individuazione di Tuti, come riporta l’ex commissario dell’Antiterrorismo Ennio Di Francesco, «si inquadrava invece in una complessa indagine che da qualche settimana l’ufficio politico della questura di Arezzo, coadiuvato da elementi del nucleo centrale dell’ispettorato antiterrorismo giunti da Roma alla guida del vicequestore Guglielmo Carlucci, stava conducendo nei confronti di alcuni giovani di estrema destra, tra cui Luciano Franci, Augusto Cauchi, Piero Malentacchi e Margherita Luddi sospettati di compiere attentati nella zona».
Oggi Anna Falco, la figlia di uno degli agenti uccisi da Tuti, attraverso il proprio sito internet http://www.falcoeceravolo.it, mantiene viva la memoria di quegli eventi.

Quali direttive ebbero i tre agenti che andarono a casa di Tuti? come ha ricostruito il fatto?
Per quanto ne sappiamo noi, all’inizio ci hanno detto che erano andati là per un semplice controllo delle armi, e che poi trovando armi non denunciate, mio padre abbia detto a Ceravolo di chiedere via radio in commissariato che cosa dovevano fare, ed è lì che il Tuti ha impugnato il fucile. Successivamente, invece, ci hanno detto che stavano aspettando il mandato di cattura e sono andati là per evitare che il Tuti fuggisse, nell’attesa dell’ordine di arresto. Francamente, non mi pare ci sia niente di preciso e logico. So per certo che mio padre era in borghese e senza pistola, tra l’altro stavano per andare ad una cena organizzata dai dipendenti del commissariato per festeggiare l’arrivo del nuovo commissario dott. Franco Antonelli. Non credo assolutamente che sapessero con chi avevano a che fare.

Quali spiegazioni vi vennero date dopo l’eccidio?
Quando abbiamo fatto notare che mio padre non aveva la pistola, ci hanno detto che se l’era fatta prestare, perché lui era fatto così, andava sempre disarmato e all’ultimo momento si faceva sempre prestare l’arma… e ci hanno detto di non dirlo. Quello che è successo è stato imputato alla loro «leggerezza» e al fatto che fossero «amici». Anche su questa presunta amicizia nutro seri dubbi. Insomma, la responsabilità dell’accaduto è stata tutta scaricata sui tre poliziotti. Ed è questa la cosa che più ci ha fatto male in tutta questa storia, doverci quasi vergognare noi di quello che era accaduto.
Io la penso in tutt’altro modo, anche se ovviamente non posso sapere se è la verità, ma mi sembra la ricostruzione più plausibile: so che dei vicini si erano più volte lamentati perché avevano visto degli strani movimenti intorno all’abitazione del Tuti, ed avevano più volte chiamato il commissariato chiedendo che venissero a controllare. Ma ovviamente non era mai stato fatto niente. Probabilmente quel giorno c’era stato più movimento del solito e i tre erano stati inviati a fare un controllo veloce prima di andare a cena, così, per tranquillizzare i vicini, e a questo punto mi sembra anche plausibile che trovando le bombe a mano non sapessero più come comportarsi e abbiano chiesto lumi in commissariato.

È vero che vi venne consigliato di non costituirvi parte civile al processo contro Tuti?
Personale del commissariato di Empoli, nel consigliarci di non dire che mio padre era disarmato (ci sarebbe passato male lui!), ci hanno anche convinto a non costituirci parte civile. Mia madre non era in grado di decidere niente, la mia sorella maggiore aveva 22 anni e non avevamo parenti in zona che ci potessero consigliare. Ci hanno detto che non serviva a niente, che tanto si sapeva come erano andate le cose, e poi costituirsi parte civile consisteva soltanto nel prendere soldi alla famiglia del Tuti, che insomma tutto ciò non aveva alcun senso. E ci siamo lasciati convincere…

Nel libro Quasi per caso Silvestro Picchi, all’epoca appartenente al nucleo dell’antiterrorismo di Firenze, afferma che inizialmente era stato deciso che lui e i suoi colleghi dovevano andare ad arrestare Tuti. Ma poi arrivò un contrordine, dovettero rimanere ad Arezzo per proseguire con le perquisizioni. Come è stato giustificato questo?
Ho incontrato Silvestro Picchi, ho provato a chiedere e a capire perché poi alla fine non sono andati loro ad arrestare Tuti, ma non l’ho capito. Lui mi ha detto che erano lì pronti, poi li hanno dirottati verso un altro servizio, e dopo poco è arrivata la notizia dell’eccidio. Non so però cosa possa essere accaduto esattamente. L’ipotesi peggiore è che abbiano mandato mio padre e gli altri a morire con la consapevolezza di quello che poteva succedere solo per permettere al Tuti di fuggire (visto che ancora non l’aveva fatto nonostante sapesse di essere nel mirino), ma sinceramente mi sembra un po’ troppo, spero… Comunque a noi è stato giustificato col fatto che, poiché il Tuti era il geometra del Comune, e quindi conosciuto, era meglio se la cosa veniva risolta a livello locale, ed ecco che qui mio padre e gli altri avrebbero detto: «ma andiamo noi, lo conosciamo, non c’è problema». Versione che credo per niente plausibile.

Gli estremisti neri toscani in quegli anni hanno goduto di appoggi assolutamente anomali. Lo stesso Tuti, ma anche Cauchi, sapeva dell’imminente mandato di cattura, per esempio. Nelle indagini su questi terroristi sono emerse incalcolabili protezioni e depistaggi, in particolare da parte di appartenenti alla P2. L’eccidio di Empoli come è collocabile in questo contesto?
Come si possa collocare l’eccidio di Empoli, sinceramente non lo so, ho sempre sospettato che il Tuti godesse di protezioni da parte di esponenti della P2 (non a caso il mandato di cattura «postumo» viene firmato da Marsili) e il verbale del 26 gennaio è veramente anomalo. Si basa solo su telefonate, dalla questura di Firenze, da Arezzo, all’epoca le comunicazioni si facevano via telex, così ne sarebbe rimasta traccia, per telefono, ovviamente, non resta niente. La fuga indisturbata del Tuti dopo l’eccidio e tutta la serie di fandonie che hanno propinato a noi familiari, facendoci quasi vergognare di nostro padre, ne sono ulteriore conferma.

Come giudica, e secondo lei perché rappresentanti delle istituzioni hanno fiancheggiato o manovrato dei terroristi?
Non sono in grado di sapere perché rappresentanti delle istituzioni abbiano fiancheggiato o manovrato i terroristi, mi sembra comunque che il suo libro dia un quadro molto chiaro di quelle che potrebbero essere le motivazioni.

L’opinione pubblica ha una visione corretta (e correttamente informata) di ciò che è successo negli anni di piombo?
Per quanto riguarda l’opinione pubblica penso che non ci sia assolutamente una visione corretta e informata di quegli anni. Per fare un esempio, per molti, qui a Empoli, il Tuti è un brigatista rosso oppure un pazzo isolato. C’è una confusione totale sull’argomento, e anche la volontà politica che rimanga tutto così. Per un Paese che non ha ancora fatto i conti con un passato ben più remoto, dall’unità d’Italia in poi, chiedere di far luce su fatti così recenti forse è troppo, forse esistono ancora troppi coinvolgimenti diretti. Penso che comunque sarebbe più che giusto arrivare ad una verità storica.

Estratto “Italicus la bomba di nessuno”

Le indagini sulle dichiarazioni della De Bellis – sentenza ordinanza contro Marsili

La seconda ipotesi del capo B) attiene alle indagini conseguenti alle, dichiarazioni rese sull’attentato dell’Italicus e altri fatti criminosi da tale De Bellis Alessandra.
Costei è stata sposata col Cauchi ed ha convissuto col medesimo circa sino agli inizi del 1974. Va qui rammentato che Augusto Cauchi era un estremista di De­stra di spicco, aveva avuto contatti con i vertici delle organizzazioni eversive operanti all’epoca, nonché con Gelli e con i servizi segreti. Inquisito nei procedimenti conto il FNR, e  contro ordine nero, si era sottratto all’esecuzione di ordine di cattura grazie ad una segnalazione giuntagli de un graduato della polizia di Arezzo (nel valutare l’episodio si tenga con­to delle infiltrazioni piduiste nella questura di Arezzo, co­sì come evidenziate dagli atti della commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia P2).

Orbene, la De Bellis, già do tempo divisa dal marito, durante un viaggio in Sardegna, in data 9/8/75, Contattò di propria iniziativa la sede del P.C.I. di Cagliari per riferire notizie concernenti l’Italicus e altre attività della destra eversiva: Toscana. I responsabili del P.C.I. di Cagliari le accompagneranno in questura dove, assunta a s.i.t., la De Bellis riferì fra l’altro che nel dicembre 1973 suo merito le aveva parlate di progetti di attentati, in particolare riferendosi a quello di Molano e a quello dell’Italicus, e indicò i nomi di tali Mas­simo Batani, Luciano Franci, Paolo Duchi nonché di tali Lucia­na e Patrizia. La donna affermò di non aver parlato di ciò con nessuno per paura del merito, il quale le aveva fatto confidenze per coinvolgerla nella propria attività e per comprometterla. La questura di Cagliari diramò alle Questure interessate le notizie relative alla De Bellis secondo una logica che a tutt’oggi risulta indecifrabile (si vedano in proposito gli analoghi accertamenti di cui al rapporto della Digos di Bologna del marzo ‘85) e, in particolare non sembra aver notiziato l’A.G. di Bologna in merito alle dichiarazioni rese dalla teste che invece, venne condotta in aereo ad Arezzo ove fu sentita dal dr. Marsili il 10 agosto 1975.

Innanzi al P.M. la De Bellis rese ulteriori dichiarazioni non del tutto coincidenti con le precedenti, ed indicò in un tale generale Mario Giordano di Carrara la persona cui il Cauchi si rivolgeva con l’appellativo di “capo”.
In esito alle dichiarazioni della teste vennero compiuti accertamenti estremamente limitati, consistenti in alcune perquisizioni .

Non è questa la sede per esprimere una valutazione delle dichiarazioni della De Bellis, ritenuta sofferente di disturbi psichici e sottoposta, dopo i fatti ora richiamati, a terapie particolarmente distruttive quali l’elettroshock. Non ci si può esimere, tuttavia dal ritenere come le affermazioni della donna (forse rese in uno stato di particolare tensione emotive, ma certo verbalizzate dalla P.G. di Cagliari in modo grossolano e del tutto inadeguato alla gravità, delicatezza e complessità dei fatti riferiti) abbiano trovato negli anni di lunghe indagini compiute sulle attività eversive di destre dell’epoca una serie di significativi riscontri e come traspaia negli inquirenti una sorta di prevenzione nei confronti della teste, al cui presunto stato di sofferenza psichica si fa conseguire – implicitamente o esplicitamente – una presunzione di inattendibilità. Riprendendo l’esposizione dei fatti, occorre rilevare che le dichiarazioni della De Bellis sul Gen. Giordano fossero comunque assolutamente precise e risultassero integrate delle deposizione del col. Arturo De Bellis (padre della teste) che sentito dal dr. Marsili il 13.8.75, aggiunse alle già circostan­ziate indicazioni della figlia un decisivo elemento di identi­ficazione precisando che Alessandra e suo marito erano in ami­cizia con un Ufficiale sposato ad una donna paralitica.

Il giorno 11 agosto, comunque, venne ordinata e fu eseguita una perquisizione presso il Gen. Mario Giordano di Massa. Tale perquisizione diede esito negativo. Solo il rapporto 13/11/84 della Digos di Bologna rivelerà che Mario Giordano era sposato con tale Farri Adriana , affetta da paralisi e che il suddetto all’epoca dei fatti, era segretario del M.S.I. di Massa. Il suddetto rapporto evidenzierà infine che già all’epoca dei fatti l’autorità di polizia aveva notizie sul Gen. Giordano e in particolare, era al corrente che fosse coniugato con donne affetta da paralisi. Risulterà, poi che il Ger. Mario Giordano, perlomeno stando a notizie di stampa, era in rapporto col noto Porta Casucci, inquisito nel processo per la “Rosa dei Venti, tant’è vero che fu identificate nella villa di quest’ultimo allorché il Casucci fu tratto in arresto.

Il giorno 12 agosto il dr. Luongo, vice questore di Arezzo trasmise al dr. Marsili un’informativa del seguente tenore: “a quadro delle note indagini, si informa la S.V. che da parecchio tempo fonti confidenziali hanno segnalato a questo Ufficio, nella persona di un Ufficiale superiore (colonnello o generale) abitante tra Massa-Carrara-e La Spezia, il capo cella cellula eversiva toscana ed in specifico come la persona con cui il Cauchi Augusto teneva i contatti”.

Il 14 agosto il dr. Marsili raccolse nella sede di escussione testimoniale le contradditorie dichiarazioni che il generale Mario Giordano volle rendere spontaneamente in merito alla circostanza se avesse o meno conosciuto il Cauchi. L’imputato non ha dunque tenuto in alcuna considerazione l’indicazione accusatoria fornita dalla De Bellis ed ha attribuito al Generale Giordano la veste – processualmente del tutto impropria di testimone. Ciò è pacifico, come peraltro è pacifico che nonostante il fatto che l’Ufficiale indicato dalla De Bellis e da suo padre fosse identificabile senza il benché minimo dubbie nel Generale Mario Giordano di Massa, il dott. Marsili ritenne di dover dar corso ad una perquisizione contro un altro Generale di cognome Giordano, il Generale Luigi Giordano residente a Corlaga di Bagnone e del tutto estraneo agli ambienti della destra.

Questi a seguito della perquisizione subita inviò alla Procura Generale di Firenze un esposto contro il PM di Arezzo. Il nominativo del generale Luigi Giordano aveva fatto comparsa negli atti processuali grazie alla deposizione di tale Pierini Andrea, qualificato come pensionato INPS, il quale venne sentito dal dr. Marsili in data 18/8/75 per ragioni che non sono rilevabili dagli atti e che perciò risultano ora del tutto incomprensibili. Nella sua deposizione il Pierini disse dunque al PM di conoscere un Generale di cognome Giordano abitante a Corlaga frazione di Bagnone.Solo il rapporto 21/3/85della Digos di Bologna riferirà che il Pierini era all’epoca, commissario della federazione del MSI di La Spezia.
E’ oggettivamente inconfutabile, dunque, che le indagini volte a verificare le affermazioni della De Bellis (fra l’altro compiute senza alcun coordinamento con l’A .G . di Bologna e precedeva per l’Italicus e per Ordine Nero, sono consistite solo in alcune sporadiche perquisizioni e che non furono sottoposte al minimo vaglio le posizioni di coloro che stati indicati dalla donna come ispiratori e organizzatori degli attentati di Moiano e dell’Italicus.(…) Pare inoltre aderente ai fatti ora esposti la conclusione del PM “che le indagini che si erano inizialmente appuntate sul generale Mario Giordano vennero dirottate sul Generale Luigi Giordano grazie alla testimonianza del Pierini, cioè di un teste il cui ingresso negli atti di causa appare del tutto misteriosa e che le duplicazione dei nominati Giordano sia valsa a screditare le indicazioni della De Bellis”.

Sentenza ordinanza di rinvio a giudizio del giudice Marsili

La fuga di Cauchi – Italicus bis

Questo, nella sua materialità, è sostanzialmente ammesso dallo stesso MANNUCCI BENINCASA, dapprima in un appunto agli atti del Servizio di data 20.12.77 inviato al Capo Reparto D e quindi nella sua dichiarazione al P.M. di data 20.2.82:

“…Della vicenda tra il Gen. BITTONI e l’Ammiraglio BIRINDELLI ho appreso dai giornali quindici giorni fa, quando è emerso nel processo di Bologna…Prendo atto che mi rendete edotto che l’Ammiraglio CASARDI nella sua veste di Capo del Servizio e Autorità Nazionale di Sicurezza certificava che il CAUCHI Augusto nel 1974 aveva avuto contatto telefonico con il nostro Ufficio e ritengo di poter chiarire che la comunicazione del Capo Servizio dovrebbe ripetere in realtà una nostra attestazione. Preciso il fatto: nell’ambito degli accertamenti sul gruppo di cui poteva aver fatto parte il BATANI riuscii a stabilire personalmente un contatto con il CAUCHI Augusto in Firenze. Nel nostro incontro in Firenze il CAUCHI avallò l’alibi del BATANI, di cui affermò l’estraneità per il fatto di Moiano. Il CAUCHI, circa il gruppo ORDINE NUOVO, affermava poi che esistevano degli ex appartenenti di ORDINE NUOVO che pensavano di riorganizzarsi, di non disperdersi, che però lui li considerava gente di nessun conto, un fenomeno irrilevante e comunque contrari alla sua posizione.

CAUCHI riaffermava di essere a tutti gli effetti dentro al M.S.I. e di essere rientrato nella linea politica del partito. Si dissociava dall’estremismo di destra. Ritengo che i miei incontri personali col CAUCHI fossero due, cercati da lui. Nel secondo incontro mi riferì di aver subito perquisizione per l’omicidio di un giovane di Cortona, Donello GORGAI, come ora lei mi specifica. Non sono in grado di ricordare se il CAUCHI ammettesse che il FRANCI e il MALENTACCHI erano suoi amici o membri del gruppo. Parlando degli ex ordinovisti parlava di individui di Perugia o Roma. Non fece nomi specifici e non indicò i fratelli CASTORI.

Del BROGI disse che, oltre ad essere ladro, era un “balordo”. Costui era andato in giro per le federazioni M.S.I. anche dell’Emilia, dormendoci dentro, chiedendo soldi per fare servizi. E disse che nelle federazioni dove aveva soggiornato il BROGI erano poi scoppiati dei “casini”, tanto che lui poi si era preoccupato di informare le federazioni del partito che il BROGI era sospetto come provocatore. Per quanto ricordo i miei incontri col CAUCHI avvenivano prima dell’attentato all’ITALICUS.
Quando nel gennaio 1975, dopo il 23 se non erro, il gruppo di Arezzo andò sotto pressione con l’arresto del FRANCI e del MALENTACCHI, cercai, anzi sperai che il CAUCHI si facesse vivo.

Una sera sul tardi il CAUCHI cercò il contatto telefonico con me e disse che ritelefonerà di lì a breve. Gli feci dire di lasciare un numero di telefono e infatti lasciò un numero che corrispondeva ad un telefono dentro le ferrovie di Milano. Lo richiamai li e lui mi disse che lo stavano puntando, ma che lui non c’entrava niente e cercavano di coinvolgerlo. Mi chiese se io potevo metterlo in contatto con l’A.G., intuitivamente di Arezzo.

Gli consigliai di mettersi in contatto con l’A.G. per chiarire la sua estraneità, mi annunciò che l’avrebbe fatto ci accordammo per una sua telefonata l’indomani. Io personalmente mi recai ad Arezzo e incontrai in carcere non avendolo trovato in ufficio, il   Dr. MARSILI, al quale dissi di questa possibilità, che il CAUCHI cercava mio tramite un contatto per dimostrare la sua estraneità. Il Dr. MARSILI si dimostrò felicissimo della prospettiva, e mi autorizzò a combinare l’incontro, che invece poi non avvenne, perchè il CAUCHI non si fece più trovare… Per quanto concerne la posizione del noto GELLI, posso dire che, dopo un certo tempo che ero arrivato al mio ufficio, sulla base di precedenti d’archivio, mi feci l’impressione che detto personaggio fosse assai meno affidabile di quanto l’opinione comune volesse far apparire…”.

Come ben si nota il MANNUCCI BENINCASA aveva ricevuto dallo stesso CAUCHI -latitante- l’indicazione di un’ utenza telefonica della stazione ferroviaria di Milano presso la quale sarebbe stato (e fu effettivamente) reperibile e, nonostante l’evidente facilità di pervenire alla cattura del latitante, non fece assolutamente nulla per conseguire tale risultato. Non fece che riferire l’ indomani al P.M. MARSILI che il CAUCHI desiderava un contatto “per dimostrare la sua estraneità”.

A dire del MANNUCCI BENINCASA, come si è notato, il dr. MARSILI si dimostrò felicissimo della prospettiva. Ponti d’ oro, dunque, per la fuga del CAUCHI.
Tanto più che questi, protetto al punto di venire preavvertito dell’ emissione nei suoi confronti di ordine di cattura, finanziato dal GELLI nei propri traffici di armi ed esplosivi, intimo di militari di grado elevato quali il Gen. Mario GIORDANO, sodale di altri affiliati di Ordine Nero, a loro volta forniti di robuste protezioni all’ interno delle forze di polizia (si pensi a Bruno Luciano BENARDELLI), se catturato, avrebbe potuto determinare situazioni compromettenti per molti.
Circa la vicenda CAUCHI resta da capire soltanto per quali motivi l’informativa concernente i rapporto CAUCHI-MANNUCCI BENINCASA risalga al 1977 e non vi sia agli atti del Servizio una documentazione contemporanea al tempo in cui il rapporto in questione era in fase di svolgimento.

Sentenza ordinanza Italicus bis pag 255-256

Estratti quaderni Felice D’Alessandro sul Pm di Arezzo e altri

Estratto quaderno n.13 – pag 9:
Sono arrivati i fascisti: 4 .
Due hanno fatto tre giorni d’isolamento e poi sono stati messi in compagnia.
N. B . le indagini sono ancora in alto mare e gli interrogatori proseguono quotidianamente anche per questi due. Li ho sentiti dire stasera ricordiamoci di avvisare il G. e dirgli che si faccia mettere anche lui in compagnia . Celle vicine per tutti. Il P.M. durante gli interrogatori promette di aiutarli.
I capoccia della cricca non vengono rastrellati per tempo (V. Cauchi).
Eppure sia carabinieri che questura erano bene al corrente dei legami che tenevano uniti tutti i componenti della banda.
Italicus: lavoravo a Firenze; vidi uno della questura (?) entrare nel vagone che poi esplose, affacciarsi al finestrino e fare un segno con il capo. “So certe cose su Tanassi!”
L’attentato alla camera di commercio era stato rinviato perchè in giro tirava aria balorda.
“L’esplosivo dell’Italicus non era uguale a quello che avevo a casa io” ( ! )

Quaderni 4-10:
Dopo l’arresto della ragazza Marsili chiamò Franci e gli disse di ritrattare. Lui ritrattò e la Luddi se ne andò. (…) Il P.M. a più riprese lasciava soldi e sigarette a tutti e 4. Promise a ??? l’interessamento per la pensione della moglie. Negli interrogatori gli inquirenti non insistevano sui mandanti bensì sulle mezze tacche e in particolare puntavano a scoprire il nascondiglio di  Tuti, colpo a sensazione.

Quaderni 4-10 pag 9-10:
Fuga Cauchi: passò il confine in treno, in auto fino a … venne fermato due o tre volte e sempre rilasciato andare. Cauchi.
Luddi collegamento fra cellule e Tuti (?) registrazioni telefoniche e detenzione roba.
Una sera trasporta esplosivi attentato. La fonte confidenziale riconosce Franci fra 4 occupanti dell’auto. Due di questi si sostengono l’alibi a vicenda. La fonte confidenziale informa la pula della presenza di un mitra ed esplosivo presso la camera del commercio. Non viene interrogato sulla loro provenienza. Il M. ha inoltre detto testualmente che la polizia, dopo aver stretto il cerchio ha dato modo ai principali interessati di battersela o di arrangiarsi in qualche modo.

Quaderno blu n.11 pag 13:
Il Franci e il Malenta seguono con apprensione gli sviluppi delle indagini sul Tuti. C’è anche questa cattura per far venire sui giornali che la maggior parte degli arrestati fascisti sono già stati rimessi fuori.
Dentro sono rimasti più coglioni e pagheranno (anche se poco) per tutti.
Il Marsili vuole ancorare a sè le indagini e gli interrogatori del Tuti. Per insabbiarle un’altra volta, come ha già fatto con il famoso F.N.R.