Fulvio Martini – dichiarazioni 27.10.1993

Adr: attualmente sono indiziato presso il tribunale dei ministri nel procedimento relativo alla struttura Gladio. Non ho altre pendenze.

Il GI. fa presente all’amm. Martini che intende sentirlo unicamente su questione concernenti la posizione del ten. Col. Mannucci Benincasa; che in questo atto non verranno prese in considerazione questioni concernenti la struttura Gladio, riservandosi di acquisire presso l’ag competente le dichiarazioni già rese. Che quindi a parere dell’ufficio appare appropriata l’audizione nella forma della deposizione testimoniale. L’amm. Martini concorda.

Adr: prendo atto che vengo sentito in ordine all’apposizione del segreto di stato circa le fonti utilizzate per stabilire il collegamento fra il Mannucci e il Cauchi. Ricordo che il col. Lombardo aveva l’esigenza di coprire dette fonti in quanto in Toscana avevamo soltanto tre fonti nell’estremismo di destra e sarebbe stato particolarmente grave doverle bruciare. Questo spiega l’annotazione di Lombardo di “coprire ad ogni costo” dette fonti che lei G.I. afferma di avere rilevato in un appunto del servizio concernente la questione. Circa questa questione ho avuto contatti solo col col. Lombardo, allora capo della prima divisione e non ho avuto invece rapporti diretti col capocentro cs di Firenze. Certo è che il col. Lombardo diceva che Mannucci insisteva per la copertura di queste fonti.

Adr: non ricordo in questo momento come si chiamasse il collegamento fra Mannucci e Cauchi. Il nome di Oggioni non mi dice nulla, non l’avevo mai neppure sentito ed in ogni caso ora non lo ricordo. Prendo atto che questo Oggioni, medico di Montevarchi sarebbe stato, secondo il materiale documentale del servizio, uno degli elementi di collegamento fra il Cauchi e il Mannucci. Prendo atto che lei g.i. mi fa presente che detto Oggioni è risultato iscritto alle liste P2 e che era un amico personale di Mannucci ed era uno dei medici dei quali si serviva il personale del centro cs di Firenze. Di tutto questo non so nulla. Forse se avessi saputo che Oggioni era stato iscritto alla p2 avrei fatto qualcosa.

Adr: prendo atto che l’Oggioni e la Ghelli (anch’essa indicata come raccordo fra il Cauchi e il Mannucci), negano strenuamente quanto invece risulta nelle carte del servizio sul loro rapporto con Cauchi e Mannucci. Tutte le notizie relative alla questione e che si trovano agli atti del servizio, sono state acquisite tramite il Mannucci. Che io sappia non sono state fatte indagini a riscontro. In ogni caso non sarebbe la prima volta che un capocentro per ragioni sue si inventa delle fonti.

Adr: chiestomi per quali ragioni abbia allontanato Mannucci dal centro CS di Firenze, devo premettere che non ho mai capito per quale motivo si sia a suo tempo occupato di questioni concernenti la strage di bologna e che perciò non rientrava nella sua competenza territoriale. Non mi sembra che abbia avuto istruzioni in tal senso dalla centrale. Probabilmente quelle del Mannucci furono iniziative provocate dalla sua voglia di protagonismo. Non ho elementi per fornire altre spiegazioni. Non ricordo quale sia stato l’elemento scatenante che determinò, infine, l’allontanamento del Mannucci da Firenze. C’erano comunque già da tempo ragioni di incompatibilità ambientale che consigliavano il suo allontanamento. Ricordo che era in rotta di collisione con il dr. Vigna e, in precedenza, anche con il capo della prima divisione col. Notarnicola.

Adr: non mi risulta che il Mannucci sia affiliato ad organizzazioni massoniche.

Adr: in questo momento non ricordo che al Mannucci vennero attribuiti due anonimi, l’uno relativo all’omicidio Pecorelli, l’altro consistente in una lettera da lui inviata, assieme al col. Nobili al giudice istruttore di Bologna dr. Gentile. Prendo atto che in detta lettera si accusava Gelli fra l’altro di implicazioni in attività stragiste e nella strage di Bologna del 2 agosto. Sul punto non ho ricordi precisi. Non so dire perché avute dette notizie non sia stato immediatamente sospeso; forse perché era in corso un’indagine della magistratura.

Adr: so che il col. Nobili, del Sios aeronautica venne proposto per l’assunzione presso il servizio. Io non ne volevo sapere nulla di questo col. Nobili poiché un’inchiesta fatta presso il Sios non ci aveva convinto.

Adr: conosco sia il Boccassin, ufficiale dell’esercito che per un certo periodo venne distaccato presso la prima divisione, che il Narciso, ufficiale dell’aeronautica. So che proposero l’assunzione del Nobili, ma non so per quali ragioni. Probabilmente su suggerimento del Mannucci. Ricordo che venne fatta un’indagine sul soggetto ed in esito a questa fu deciso di non farlo entrare nel servizio. Non ricordo sulla base di quali elementi di fatto in un appunto della prima divisione si sia giunti all’affermazione che la visita fatta dal Nobili al noto Licio Gelli non era determinata da esigenze di servizio ma semplicemente da esigenze personali del Nobili stesso.

Adr: nulla so circa il rinvenimento di armi in un appartamento di Firenze in uso al servizio.

Adr: il nome di Osmani Guelfo non mi dice nulla.

Adr: conosco il cap. Labruna soltanto di vista. A richiesta del gen. Jucci e del comando generale dei carabinieri, talvolta gli ho fatto dare, tramite la prima divisione, dei sussidi dell’ordine di 500 mila lire o un milione. Ciò è sicuramente più di una volta, ma non so per quale totale, comunque modesto. Il cap. Labruna non h mai stato utilizzato da me.

Adr: ho conosciuto il col. Mannucci negli anni ‘70 allorquando portai uno del Mossad in Toscana e mi appoggiai per questo al centro di Firenze. A parte questo episodio, fintanto che non sono divenuto capo del servizio non ho mai avuto rapporti diretti col Mannucci.

Adr: penso di potermi identificare in quell'”Orazio” che compare negli appunti del Mannucci Benincasa del 1990.

Adr: l’incontro col Mannucci cui sopra ho fatto cenno non saprei datarlo esattamente, ma lo colloco negli anni 74 – 75. Non so aggiungere altri elementi sul punto se non precisare che ero semplicemente in transito per la toscana con un agente del Mossad.

Adr: se qualcuno del servizio ha bisogno di un passaporto estero, ci sono due possibilità: o questo viene richiesto ed acquisito da un servizio collegato o, in caso estremo, ne viene fabbricato uno falso a cura del servizio italiano, come è avvenuto in un caso che è sfociato nell’arresto di due terroristi.

Alle ore 17,40 sopraggiunge il pm dr. Libero Mancuso.

Lcs

La P2 e gli estremisti neri toscani – commissione stragi

Altro esponente di rilievo nelle vicende terroristiche di quegli anni è Augusto Cauchi, iscritto al MSI, uomo di fiducia del “federale” di Arezzo, avvocato Ghinelli. Vanta rapporti informativi con i carabinieri di Arezzo tramite il maresciallo Cherubini, e con il capo centro SID di Firenze, colonnello Mannucci Benincasa, accusato di favoreggiamento nella sua fuga in Spagna da Delle Chiaie, e riceve sovvenzioni, anche durante la sua latitanza, da Licio Gelli. E’ al centro di una cellula dinamitarda che martorierà la tratta ferroviaria Firenze-Bologna negli anni 1973 e 1974.

A tutela del professor Oggioni, alla guida di una clinica privata, che fornirà un falso alibi a Luciano Franci allorché questi viene accusato (e condannato, in un primo processo, dalla Corte d’assise d’appello di Bologna), per la strage dell’Italicus, verrà opposto il segreto militare dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, sui legami tra Gelli, SID, Cauchi e Franci. Ma soprattutto, e la cosa non poteva sfuggire, il segreto venne opposto a tutela, oltre che di Oggioni, di Gelli, del SID, della P2 e degli autori di attentati dinamitardi interni ancora una volta al MSI e di evidente provenienza neofascista. Sarà il colonnello Lombardo, nume tutelare di Mannucci Benincasa, e vecchia espressione del SISMI nelle mani delle bande piduiste con cui non era mai entrato in conflitto, e successore del generale Notarnicola allorché verrà liquidato il gruppo di militari alle dipendenze del generale Lugaresi (notoriamente voluto dall’allora Presidente del Consiglio Spadolini e dal PCI per smantellare gli intrighi della gestione Pazienza-Santovito-Musumeci), ad apporre, di suo pugno, la frase riferita all’Oggioni «coprire ad ogni costo».

birindelli

Eppure, come ricorda Brogi, Oggioni «[…] era amico di Franci, aveva rapporti con Cauchi ed era uno di cui noi ci si poteva fidare […]». Ma era anche amico di un altro terrorista nero, Batani, intimo di Cauchi, il quale, nel ricordare quanto gli aveva riferito Cauchi, di essere stato «messo in contatto col SID tramite il professor Oggioni», aggiungeva che «voleva collaborare con i Servizi nella prospettiva di un colpo di Stato». E si stupì quando Cauchi gli rivelò «che la notte dell’attentato di Moiano risultava ricoverato nell’ospedale del professor Oggioni un certo Batani Massimo. Io, ovviamente, ero altrove, e non ho mai saputo spiegare il senso e la consistenza di questa affermazione del Cauchi […]». Era dunque l’Oggioni una pedina fondamentale per assicurare, oltre che rapporti istituzionali e non, anche coperture in occasione di attentati. Oggioni era anche iscritto alla P2, ed era uno dei principali reclutatori, per conto della loggia, di vertici dell’Arma e del SID. Aveva stretti rapporti con Palumbo, Bittoni, Birindelli, tutti espressione della P2, ed era un assiduo frequentatore di villa Wanda. Si trattava, dunque, di notizie assolutamente preziose nelle indagini del giudice istruttore di Firenze dottor Minna, cui venne impedito l’accesso opponendo il segreto di Stato. Sarebbe risultato che fu lui a presentare Cauchi a Mannucci Benincasa, all’interno di un rapporto che legava Cauchi a Gelli, e che tra lui e Franci vi erano eguali rapporti di amicizia, per cui la copertura data al Franci in occasione della strage dell’Italicus rientrava in questa congerie di rapporti massonico-eversivi che faceva capo al SID, a lui ed a Licio Gelli.

Del resto, come ricorda lo stesso Luciano Franci, terrorista nero, egli fu impiegato dal «maresciallo Cherubini, che aveva rapporti con Batani e con Cauchi […] nella irruzione nella presunta sede di “Stella rossa” di Lucignano […] organizzata da Batani e Cauchi», in una collaborazione con l’Arma che riguardava anche il gruppo neofascista di Tivoli che faceva capo a Tisei, con scambio di saluti romani e militari. Ma dell’attività di Cauchi, compresi gli omicidi portati a termine su mandato del servizio segreto spagnolo, parleranno in molti: da Brogi, che con lui e con Zani portò a termine l’attentato dinamitardo all’altezza della stazione di Vaiano, a Vinciguerra, da Franci a Batani, da Maurizio Bistocchi a Gallastroni, da Orlando a Bumbaca, dal massone di piazza del Gesù Giovanni Rossi, alla Sanna, da Gubbini a Maurizio Del Dottore che, al pari di altri, riferisce come obiettivo di Cauchi «erano i mezzi di comunicazione» ed in particolare i «binari della tratta Firenze-Bologna» Anzi, gli precisò di avere fatto un sopralluogo in quella zona, ed aggiunse che «l’attentato doveva avvenire sulla ferrovia tra Firenze e Bologna […]. A Gelli e penso anche a Birindelli, fu detto chiaramente che eravamo un gruppo che si armava e che era pronto alla lotta armata nel caso di una vittoria delle sinistre al referendum […]. Gelli sapeva che eravamo pronti per la lotta armata e che gli chiedevamo finanziamenti, ma non gli fu detto nulla di singoli attentati, né di armamenti».

E l’ammiraglio Birindelli, poi parlamentare missino, successivamente interrogato dalla Corte d’assise di Bologna in riferimento ai collegamenti con il maggiore Pecorella, Licio Gelli ed i finanziamenti ai neofascisti Cauchi, Brogi, Batani, etc., ha ricordato di essere stato avvicinato in quel periodo da esponenti aretini neofascisti che gli chiesero cosa fare delle armi che avevano messo da parte. Ulteriore conferma che Gelli fosse il sovventore di quella micidiale banda armata neofascista viene ancora una volta da Brogi che riferisce che «fu il danaro datoci da Gelli a consentirci di acquistare le armi e l’esplosivo di Rimini». Che tutti gli attentati degli anni dal 1969 al 1975 fossero da ascrivere ad esponenti neofascisti, è provato anche da una serie di condanne definitive per fatti di eversione e di terrorismo di esponenti di quell’area, Mario Tuti, Fabrizio Zani, Jeanne Cogolli, Augusto Cauchi, Luciano Franci, Andrea Brogi, Benardelli e Di Giovanni. Ma anche tanti altri furono sorpresi in quegli anni a maneggiare esplosivo e tutti sono risultati appartenenti alla destra, eversiva e non, e rapidamente scarcerati o mai arrestati (i vari Borromeo e Spedini, D’Intino e Danieletti, Nardi e Ferri, Loi e Murelli, Negri Pietro, e Silvio Ferrari e quelli del gruppo MAR-Fumagalli, della “Rosa dei Venti” o della “Fenice”, la micidiale cellula veneta, e Giancarlo Esposti, sul punto di realizzare una terrificante progressione di attentati).

Augusto Cauchi: il Sid fa il distratto

Nel 1975 il terrorista toscano Augusto Cauchi, accusato di essere coinvolto in attentati a impianti ferroviari, fa perdere le sue tracce favorito anche dalla copertura concessagli dal capo del Centro controspionaggio di Firenze del Sid colonnello Federigo Mannucci Benincasa, con il quale è in rapporti così come lo è con il maestro venerabile della loggia P2 Licio Gelli. Il giudice istruttore di Firenze titolare dell’inchiesta su quegli attentati (almeno tre dei quali si configurano giuridicamente come stragi) non conosce chi dall’interno del Sid teneva i contatti con Cauchi e tenta di accertarlo. E’ così che va a urtare contro il segreto di Stato.
Il conflitto non si rivela immediatamente. Anzi, il Sismi collabora con il magistrato quando questi chiede notizie su persone, organizzazioni e attentati. Ma poi il magistrato, interrogando alcuni ufficiali del Sismi tra i quali lo stesso Mannucci Benincasa, chiede maggiori delucidazioni sui fatti che il Sismi ha riferito e sulle fonti, e a questo punto gli ufficiali del Sismi interrogati alzano il muro del segreto di Stato. Accade il 23 gennaio 1985 e il giudice istruttore ricorre allora al Presidente del Consiglio Bettino Craxi perché dichiari infondata l’opposizione del segreto, facendo notare che l’inchiesta in corso riguarda anche delitti di strage.
Ma l’onorevole Craxi conferma invece la validità del segreto, informando il giudice e, come vuole la legge, i Presidenti di Camera e Senato il 28 marzo 1985:

A norma dell’articolo 17 della legge 24 ottobre 1977 n. 801, comunico di aver confermato, ai sensi dell’articolo 352 del codice di procedura penale, l’opposizione del segreto di Stato eccepita da un dipendente del Sismi, su disposizione del Direttore, nel corso del procedimento penale contro Cauchi Augusto e altri, pendente presso il Tribunale di Firenze, in ordine a taluni quesiti posti dal giudice istruttore e riguardanti la identità di fonti del Servizio. Tale conferma è motivata dal fatto che la violazione del fondamentale principio di riserbo sulle fonti dei Servizi, compromettendo l’efficienza operativa di questi ultimi, è idonea ad arrecare danno agli interessi indicati all’articolo 12 della legge 24 ottobre 1977 n 801, quali l’integrità dello stato democratico e la difesa delle istituzioni, alla cui tutela sono posti i servizi stessi. 

Ecco un esempio esauriente di un certo uso del segreto di Stato per proteggere ufficiali dei Servizi compromessi col terrorismo o quanto meno con terroristi riconosciuti come tali (…) e per lasciare fuori dalla porta delle indagini, come si vedrà, personaggi imbarazzanti appartenenti ala loggia massonica P2.

Estratto “Segreto di Stato”, Claudio Nunziata, Gianni Flamini

La fuga di Cauchi – Italicus bis

Questo, nella sua materialità, è sostanzialmente ammesso dallo stesso MANNUCCI BENINCASA, dapprima in un appunto agli atti del Servizio di data 20.12.77 inviato al Capo Reparto D e quindi nella sua dichiarazione al P.M. di data 20.2.82:

“…Della vicenda tra il Gen. BITTONI e l’Ammiraglio BIRINDELLI ho appreso dai giornali quindici giorni fa, quando è emerso nel processo di Bologna…Prendo atto che mi rendete edotto che l’Ammiraglio CASARDI nella sua veste di Capo del Servizio e Autorità Nazionale di Sicurezza certificava che il CAUCHI Augusto nel 1974 aveva avuto contatto telefonico con il nostro Ufficio e ritengo di poter chiarire che la comunicazione del Capo Servizio dovrebbe ripetere in realtà una nostra attestazione. Preciso il fatto: nell’ambito degli accertamenti sul gruppo di cui poteva aver fatto parte il BATANI riuscii a stabilire personalmente un contatto con il CAUCHI Augusto in Firenze. Nel nostro incontro in Firenze il CAUCHI avallò l’alibi del BATANI, di cui affermò l’estraneità per il fatto di Moiano. Il CAUCHI, circa il gruppo ORDINE NUOVO, affermava poi che esistevano degli ex appartenenti di ORDINE NUOVO che pensavano di riorganizzarsi, di non disperdersi, che però lui li considerava gente di nessun conto, un fenomeno irrilevante e comunque contrari alla sua posizione.

CAUCHI riaffermava di essere a tutti gli effetti dentro al M.S.I. e di essere rientrato nella linea politica del partito. Si dissociava dall’estremismo di destra. Ritengo che i miei incontri personali col CAUCHI fossero due, cercati da lui. Nel secondo incontro mi riferì di aver subito perquisizione per l’omicidio di un giovane di Cortona, Donello GORGAI, come ora lei mi specifica. Non sono in grado di ricordare se il CAUCHI ammettesse che il FRANCI e il MALENTACCHI erano suoi amici o membri del gruppo. Parlando degli ex ordinovisti parlava di individui di Perugia o Roma. Non fece nomi specifici e non indicò i fratelli CASTORI.

Del BROGI disse che, oltre ad essere ladro, era un “balordo”. Costui era andato in giro per le federazioni M.S.I. anche dell’Emilia, dormendoci dentro, chiedendo soldi per fare servizi. E disse che nelle federazioni dove aveva soggiornato il BROGI erano poi scoppiati dei “casini”, tanto che lui poi si era preoccupato di informare le federazioni del partito che il BROGI era sospetto come provocatore. Per quanto ricordo i miei incontri col CAUCHI avvenivano prima dell’attentato all’ITALICUS.
Quando nel gennaio 1975, dopo il 23 se non erro, il gruppo di Arezzo andò sotto pressione con l’arresto del FRANCI e del MALENTACCHI, cercai, anzi sperai che il CAUCHI si facesse vivo.

Una sera sul tardi il CAUCHI cercò il contatto telefonico con me e disse che ritelefonerà di lì a breve. Gli feci dire di lasciare un numero di telefono e infatti lasciò un numero che corrispondeva ad un telefono dentro le ferrovie di Milano. Lo richiamai li e lui mi disse che lo stavano puntando, ma che lui non c’entrava niente e cercavano di coinvolgerlo. Mi chiese se io potevo metterlo in contatto con l’A.G., intuitivamente di Arezzo.

Gli consigliai di mettersi in contatto con l’A.G. per chiarire la sua estraneità, mi annunciò che l’avrebbe fatto ci accordammo per una sua telefonata l’indomani. Io personalmente mi recai ad Arezzo e incontrai in carcere non avendolo trovato in ufficio, il   Dr. MARSILI, al quale dissi di questa possibilità, che il CAUCHI cercava mio tramite un contatto per dimostrare la sua estraneità. Il Dr. MARSILI si dimostrò felicissimo della prospettiva, e mi autorizzò a combinare l’incontro, che invece poi non avvenne, perchè il CAUCHI non si fece più trovare… Per quanto concerne la posizione del noto GELLI, posso dire che, dopo un certo tempo che ero arrivato al mio ufficio, sulla base di precedenti d’archivio, mi feci l’impressione che detto personaggio fosse assai meno affidabile di quanto l’opinione comune volesse far apparire…”.

Come ben si nota il MANNUCCI BENINCASA aveva ricevuto dallo stesso CAUCHI -latitante- l’indicazione di un’ utenza telefonica della stazione ferroviaria di Milano presso la quale sarebbe stato (e fu effettivamente) reperibile e, nonostante l’evidente facilità di pervenire alla cattura del latitante, non fece assolutamente nulla per conseguire tale risultato. Non fece che riferire l’ indomani al P.M. MARSILI che il CAUCHI desiderava un contatto “per dimostrare la sua estraneità”.

A dire del MANNUCCI BENINCASA, come si è notato, il dr. MARSILI si dimostrò felicissimo della prospettiva. Ponti d’ oro, dunque, per la fuga del CAUCHI.
Tanto più che questi, protetto al punto di venire preavvertito dell’ emissione nei suoi confronti di ordine di cattura, finanziato dal GELLI nei propri traffici di armi ed esplosivi, intimo di militari di grado elevato quali il Gen. Mario GIORDANO, sodale di altri affiliati di Ordine Nero, a loro volta forniti di robuste protezioni all’ interno delle forze di polizia (si pensi a Bruno Luciano BENARDELLI), se catturato, avrebbe potuto determinare situazioni compromettenti per molti.
Circa la vicenda CAUCHI resta da capire soltanto per quali motivi l’informativa concernente i rapporto CAUCHI-MANNUCCI BENINCASA risalga al 1977 e non vi sia agli atti del Servizio una documentazione contemporanea al tempo in cui il rapporto in questione era in fase di svolgimento.

Sentenza ordinanza Italicus bis pag 255-256

Lettera “anonima” su Gelli scritta da Mannucci Benincasa e Umberto Nobili, e spedita il 14.04.1981

“…Egregio Signor Giudice, mi accingo a scrivere dopo che la televisione ed alcuni giornali hanno dato notizia di un certo fatto avvenuto giorni fa in casa di tale Licio GELLI ad Arezzo.
Il nome di questa persona mi ha fatto letteralmente sobbalzare e mi ha scosso dalla letargica assuefazione ai drammi grandi e piccoli della vita di tutti i giorni. Dopo 36 anni !.

Il passato che torna imperiosamente a sconvolgere una coscienza a 36 anni di distanza, un passato che pensavo sepolto dal lungo tempo trascorso dai tragici giorni della guerra, che consideravo ormai cristallizzato nella storia non scritta dei tanti episodi fulgidi e fatti nefandi ormai accomunati e sedimentati nel fondo di una medesima retorica. Il nome, le dicevo, mi ha ricondotto ad un’epoca in cui, trentunenne, insieme ad altri più o meno giovani come me, sognavo una Italia nuova che sarebbe dovuta nascere da quel, l’immane crogiolo di una disfatta morale prima che militare. Appartengo ad una generazione che rispose più di altre alle lusinghe del regime e più di altre patì sulla propria pelle le conseguenze di un’illusione di grandezza ed ingannatrice.

Da quella generazione, pensavo che, pur avendo in ritardo raccolto il messaggio dei MATTEOTTI, dei TURATI, degli AMENDOLA e dei GOBETTI, si sarebbe sviluppata vigorosa la pianta di quella democrazia che pur era stata vagheggiata dagli spiriti illuminati del nostro Risorgimento. Quale amara delusione oggi!

La formazione partigiana cui mi unii operava nella Valle del Reno verso i confini della provincia di Pistoia ed avevamo molti rapporti con i Patrioti che agivano oltre la displuviale anche se in taluni casi erano contatti meramente personali essendo sul piano dei programmi da attuare emersi fra noi ed altre formazioni dissidi pressoché insanabili. Particolari divergenze erano sorte con i compagni comunisti. Questo riferirsi continuo alla Causa della Rivoluzione, quasi fosse stata una loro invenzione, mi appariva oltre tutto disumanizzante. Si, Signor Giudice, al centro di ogni loro discorso e programma non c’erano mai uomini e vicende umane.

C’era il Partito, questa entità demiurgica cui tutto si riconduceva, in nome di cui tutto si svolgeva e che, da ultimo, pensava per tutti e sopra di tutti. “Ma come -si pensava tra noi- si sta combattendo contro qualcosa che ha determinato tante tragedie ma, soprattutto, ci ha per vent’anni impedito di pensare ed ora eccoci compagni di strada di gente che al proprio libero pensiero antepone la logica del Partito!”. Non ci piaceva quel loro schematismo burocratico, quel loro freddo determinismo così lontani dalla nostra cultura. Fra quanti si andavano commentando queste cose non sfuggiva addirittura la paradossale rassomiglianza di codesti Bolscevichi con i nazi-fascisti che proprio combattevamo!

Le riserve di allora verso i Compagni Comunisti, che per molti versi ci sembravano derivare dalle particolari contingenze, non vennero, purtroppo, mai smentite anche in seguito dai fatti, anche nelle Organizzazioni Sindacali, segnatamente per me in quello della scuola, quando ci ritrovammo a percorrere la stessa strada, la loro tracotanza di sempre ed il rifiuto di ogni logica che non fosse quella del Comitato Centrale hanno finito per determinare il caos ed il collasso di cui siamo tutti testimoni.
Ma oggi tali riserve hanno un’incredibile, allucinante conferma con la questione GELLI, con l’utilizzazione che il Partito Comunista ha fatto per perseguire finalità abiette e fatali per la nostra Democrazia! Ma ritorniamo per un momento alle vicende passate.

Nei ricorrenti incontri con i Partigiani del Pistoiese si sentì più volte parlare di un certo Licio GELLI, subalterno presso il Comando della G.N.R. di Pistoia e descritto come asservito all’invasore tedesco con zelo vile quanto sfrenato. I comunisti, in un primo tempo, lo cercarono per eliminarlo. Apprendemmo poi che era entrato in contatto con i compagni della “BOZZI” ed in un secondo tempo con i Comunisti Libertari della formazione di Silvano FEDI. Con questi ultimi GELLI partecipò sicuramente ad una operazione che consentì la liberazione di numerosi detenuti da un carcere pistoiese. Poi, improvvisamente, la morte in un agguato di Silvano FEDI e di alcuni suoi Uomini. Si era negli ultimi giorni del luglio del 1944. Subito dopo, fra i Patrioti circolò la voce che GELLI stesso avesse consentito l’agguato e l’uccisione di FEDI.

La voce, benché circostanziata, fu presto sopravanzata dalle successive vicende che portarono di lì a due mesi alla liberazione della Provincia di Pistoia. Scomparso il FEDI i suoi uomini residui confluirono nelle altre formazioni della zona e particolarmente nel gruppo di Manrico DUCCESCHI, detto “Pippo”, che comandava l’II’- zona di operazioni partigiana. Era costui un ufficiale di carriera del Regio Esercito che dopo l’8 Settembre si era trovato sbandato ed aveva con altri organizzato un Formazione preminentemente formata da militari.

Ricevevano, ricordo, equipaggiamenti ed armi dagli Alleati con i quali esistevano solidi rapporti. Anche tra loro e noi i rapporti erano frequenti e buoni. Anche di lui converrà riparlare in seguito. Ecco quindi, signor Giudice, chi era GELLI nel 1944. Un volgare grassatore e assassino e per certo anche traditore. Oggi, con qualche sorpresa lo può bene immaginare, apparendo che questo “gentiluomo” è divenuto un gran faccendiere e niente di meno che depositario di chissà quali segreti economici e politici. Sono una persona che conduce vita assai ritirata e che legge poco i giornali. Quel poco che leggo mi lascia stupefatto ed avvilito proprio perché da giovane avevo creduto sinceramente ad un autentico riscatto del nostro Paese. E non mi piacciono neanche questi giovani di oggi, che pur son nostri figli, che cianciano di rivoluzione immersi nel più degradante consumismo e che sembrano aver posto la violenza al vertice dei loro ideali, ammesso che ne abbiano qualcuno. Mi creda se affermo che, dopo una esistenza dedicata ai giovani, sono stato contento di venire in pensione tanta era la sofferenza, negli ultimi tempi, che mi procurava il contatto con gli esponenti di questa generazione perduta, anche per colpa nostra.

Apprendendo dei collegamenti GELLI-SINDONA e tra costoro e vasti settori del potere politico ed economico con devastanti risultati per la credibilità, non foss’altro, del nostro Paese all’Estero che per la stabilità economica e sociale della nostra Repubblica, ho avuto l’immodestia di compiere per mio conto una piccola indagine. Mi sono, ecco tutto, limitato a parlare con vecchi compagni di lotta e con persone che so essere, riguardo alla cronaca, piuttosto aggiornate le quali mi hanno fatto leggere alcuni numeri di settimanali “Panorama” ed “Espresso” degli ultimi cinque anni. Sono venuto così a sapere che il “nostro” è il capo di una potentissima e misteriosa Loggia Massonica che riunisce il fior fiore di politica, economia, burocrazia e chi più ne ha ne aggiunga. Non c’è storia scandalosa in Italia che non annoveri come protagonisti personaggi di codesta massoneria di GELLI. Ma, cosa veramente incredibile, riferitami con estrema crudezza da vecchi Compagni, è la conferma che quanto a suo tempo si disse del ruolo avuto da GELLI nell’uccisione di FEDI è non solo corrispondente al vero, ma trova spiegazione nei comportamenti degli uomini di allora e nel succedersi delle vicende fino ad oggi:
GELLI non esitò ad eliminare l’amico per fugare i sospetti che i tedeschi andavano accumulando sul suo conto, per compiacere le mire egemoniche delle formazioni Comuniste che non sopportavano più i successi del FEDI, ma soprattutto per salvare se stesso, vigliaccamente, da un immancabile severo rendiconto dei propri delitti al termine della Lotta.

Successivamente gli stessi che lo avevano salvato, fra cui per primi CORSINI e CAROBBI, noti per le cariche in seguito ricoperte in Parlamento e nella Provincia di Pistoia, sfruttarono, legati a GELLI da un tragico ricatto, la sua doppia sinistra figura fino ad inserirlo, e con qualche ruolo e successo, nel cuore dell’apparato dello Stato.

Così ho appreso che GELLI ed i suoi accoliti, biechi quanto lui, compaiono anche nelle più tragiche vicende dei nostri tempi quali le stragi di innocenti tra cui quella del treno “ITALICUS” e recentemente proprio quella della Stazione Ferroviaria di Bologna. Sapendo cosa è stato Licio GELLI, ahimè, non mi stupisco poi tanto, così pesantemente sospettato fin da allora, insieme alle sue attività, non sia stato ancora, e da parte degli Uffici preposti a farlo, sottoposto ad una severa ed attenta indagine che scavi in profondità nel suo passato poiché è di la che scaturiscono i suoi comportamenti attuali.
Se è discutibilmente passabile che si possa sorvolare su taluni fatti scandalosi che pur tanta rovina producono al nostro Paese, è moralmente inaccettabile che si tralasci di sceverare ogni possibile indizio in presenza di stragi, come l’ultima di Bologna, le cui immagini agghiaccianti sono sotto gli occhi di tutti o di fronte all’uccisione di un Magistrato, il cui volto appare sfigurato dentro la propria autovettura in una strada di Roma.

Non è più ammissibile che in nome di ideologie che nella pratica ed alla luce dei fatti appaiono permeate di rivoltante cinismo, si continui a tutelare ed a far vivere nello sfarzo un ribaldo criminale di cui tanti conoscono la vera natura e che per paura o peggio hanno fin qui taciuto ma che, forse ora, non sono più disposti a farlo. Traggo quest’ultima conseguenza da conversazioni avute proprio in questi giorni in occasione di incontri, anche a livello Nazionale, con associati dell’ANPI.

E vorrei soggiungerle ancora una cosa, così per inciso, nella certezza stante il mio passato di Partigiano, di essere assolto dal sospetto di una mia difesa di ufficio del neofascismo. Quali vantaggi, mi dica, ha fin qui, oltre la propria criminalizzazione, conseguito la destra nei fatti più clamorosi di eversione violenta negli ultimi anni? Chi altro ha realizzato profitto dai fatti in questione?
La Democrazia Cristiana forse? Ma se è sotto gli occhi di tutti che è dentro fino al collo negli scandali che la stanno demolendo?
Via, Signor Giudice, sono la Destra, la D.C., il Partito Socialdemocratico la burocrazia, l’alta finanza, in una parola lo Stato, una congrega di imbecilli autolesionisti che organizzano stragi, complotti e scandali per farseli poi ritornare addosso, oppure è qualcun’altro che manovra tutto ciò, traendone bene evidenti vantaggi con lo strumento di un miserabile individuo che è riuscito, a quanto vengo a sapere, a penetrare nei massimi vertici dello Stato?
Quello stesso miserabile che tacita la propria coscienza, ammesso che ne possegga una, in una alternativa mostruosa di conservare il proprio lussuoso tenore di vita o di finire i suoi giorni in una galera a scontare le decine e decine di omicidi, primo dei quali quello commesso 36 anni fa in danno di Silvano FEDI.
Che pena, Signor Giudice, tutto il coro della stampa che dovrebbe, in un Paese libero, essere libera voce, unito a narrare le imprese fasciste di una persona che ha in realtà in tasca documenti che attestano la sua partecipazione “volontaria” alla Guerra di Liberazione.

Perché quest’uomo non si difende mostrando le sue credenziali di Partigiano? Il motivo è semplice: perché Partigiano in effetti non lo fu mai e non poteva esserlo. Semmai, questo si, è stato ed è uno schiavo di chi lo tiene in pugno perché conosce il suo tragico segreto di bandito assassino. Dal 1944. Ma tante altra persone sanno eppure stanno zitte.
Possibile che in questo crepuscolo di Democrazia dove oscure forze zelano per risospingersi in una collocazione da Alto Medioevo, nessuno si faccia avanti a denunciare, per elementare senso della verità, le macroscopiche e strumentali inesattezze ed omissioni che la stampa va propinando a tanti Italiani onesti ed ignari?

Possibile che nella cura meschina dello “proprio particulare” tante coscienze si siano addormentate? E’ soprattutto pensabile che quello che balza evidente agli occhi anche di un uomo come me che, lo ripeto, non è lettore assiduo di giornali, sia potuto passare inosservato ai poteri dello Stato appositamente istituiti per guardare dietro certe facciate di benessere e rispettabilità conseguiti in maniera tanto rapida quanto misteriosa? si deve, e vorrei, mi creda, proprio non farlo, argomentare qualcosa di peggio?

E le persone che vissero da vicino i tragici fatti di quei giorni solo apparentemente lontani, a qualunque partito appartengano, perchè non smascherano questo delinquente? Non posso credere che i legami ideologici siano più forti dell’imperativo morale che nasce dal profondo di ogni uomo onesto. Non hanno costoro sotto gli occhi le immagini di quei maciullati estratti dalle rovine della Stazione di Bologna? Non pensano che un giorno un loro congiunto potrebbe saltare in aria mentre tranquillamente attende un treno o si trova all’interno di una banca senza che, dopo anni, si sappia chi dover ringraziare?

Io sono convinto che alla fine quella luce che distingue l’Uomo dalla bestia abbia a prevalere e forse allora il tempo dell’insania starà veramente per finire. E’ solo per questo che mi sono preso l’ardire di scriverle dopo aver fatto cenno di questa mia iniziativa, ed averne ricevuto conforto, ad alcuni compagni più attivi di me e più partecipi in seno all’ANPI. Certo la strada verso la verità, me ne rendo conto, sarà lunga e difficile tanta è ancora la paura, e lo posso comprendere, che certe cose suscitano. Pensi, Signor Giudice, che quel Manrico DUCCESCHI, Partigiano di cui accennavo all’inizio di questo mio scritto, era a conoscenza della verità, tutta intera, della vicenda GELLI-FEDI. Ed anche lui mori stranamente suicida, nel 1948, in circostanze le cui spiegazioni non hanno mai soddisfatto nessuno.

Il non conoscerla personalmente, mi trattiene per ora dal sottoscrivermi, ugualmente certo, tuttavia, di aver compiuto, informandola, un ben preciso dovere dettatomi dalla coscienza. Segni futuri di un interesse verso questa storia, che ritengo non debbano mancare, mi indurranno a porre a sua disposizione ogni mia possibile energia.
Voglia gradire l’augurio di un lavoro il più possibile proficuo per il bene di tutti”.

Gianluigi Oggioni – dichiarazioni 23.06.1992

A.d.r. prendo atto che vengo sentito in qualità di testimone nell’ambito di procedimenti relativi all’attentato al treno Italicus e alla strage di Bologna del 2.8.80. Chiestomi se abbia mai conosciuto Augusto Cauchi, ricordo di averlo incontrato soltanto una volta al pronto soccorso di Montevarchi. Con lui non ho avuto nessun tipo di rapporto.

A.d.r. non sapevo che aveva avuto una relazione con la Ghelli Mirella, mia infermiera. La Ghelli era una persona di mia fiducia, ma escludo di aver avuto io stesso rapporti diversi da quelli professionali con la predetta.

A.d.r. chiestomi se sia stato in contatto con il centro CS di Firenze, ricordo che ho operato la madre del col. Mannucci Benincasa. Conosco il col. Mannucci da molto tempo, ma non lo vedo da circa due anni.

A.d.r. escludo nel modo più assoluto di aver messo in contatto il Cauchi con il Mannucci. Escludo altresì di avere svolto, seppure occasionalmente, attività per conto del centro CS di Firenze. Prendo atto che da documenti provenienti dal S.i.s.m.i. – a suo tempo addirittura coperti dal segreto di stato risulta il contrario. Lei G.I. mi rammenta nuovamente i miei doveri di testimone ed io insisto a dire che non ho mai messo in contatto Cauchi con Mannucci. Le hanno raccontato delle balle.

A.d.r. Franci era un amico di Cauchi, ma non l’ho mai conosciuto. Non e stato certo ricoverato nel mio reparto. Ricordo che il direttore sanitario del tempo mi disse che era stato ricoverato in chirurgia generale, credo per un appendicite acuta.

A.d.r. prendo atto che lei G.I. insiste ulteriormente ad incoraggiarmi a dire la verità nel modo più chiaro e completo. La verità e quello che ho già detto.

A.d.r. anche circa i miei rapporti col Mannucci confermo che l’ho visto per l’ultima volta soltanto due anni or sono. Eravamo amici ed io curavo sotto l’aspetto ortopedico tutto il personale del centro CS di Firenze, ma appunto due anni or sono mia moglie venne operata a Marsiglia ed il Mannucci non si fece neppure vivo, cosa che mi ha contrariato.

A.d.r. assieme ad altri ho fondato la loggia Setteponti, fra gli altri fondatore c’era il Lauri, ex capocentro CS di Firenze. Dalla Setteponti sono stato immesso, senza che io lo volessi, nella loggia P2.

A.d.r. prendo visione della nota a firma licio Gelli del 28.6.78 dalla quale risulta che avrei sollecitato io il trasferimento nella P2. Prendo visione altresì della nota indirizzata a Salvini e datata Montevarchi 11.5.76, dalla quale risulta che ho chiesto esplicitamente di entrare nella P2. La firma effettivamente e la mia. E’ vero che volevo entrare nella P2, ma solo per liberarmi dagli impegni settimanali richiesti dall’appartenenza alla Setteponti. Nella loggia, inoltre, era entrata della gente che non mi piaceva. Sono stato l’ortopedico di Gelli ed ho operato uno dei suoi figli per una frattura al femore.

A.d.r. ho conosciuto anche il gen. Bittoni, la cui moglie era una compagna di studi di mia moglie e si e laureata assieme a lei.

A.d.r. ho conosciuto anche l’ammiraglio Birindelli, che incontrai per la prima volta a la spezia presso il reparto sommozzatori dove conoscevo un medico ortopedico.

A.d.r. ho visto spesso Gelli in quanto suo medico ortopedico. Per ogni minimo disturbo, sia lui che i suoi famigliari venivano a Montevarchi. Io ero amico di Maria Grazia Gelli. Io andavo spesso a casa di Gelli.

A.d.r. nulla so in merito ad eventuali rapporti fra Gelli e Cauchi.

A.d.r. non so se Gelli e Mannucci si siano conosciuti. Non lo credo. Gelli sospettava che Mannucci fosse uno del servizio. Lei G.I. mi contesta l’incongruenza di questa mia affermazione, posto che Gelli conosceva benissimo i vertici del servizi segreti ed io insisto a dire che e cosi.

A.d.r. per parte sua il Mannucci mi chiedeva in continuazione notizie su Gelli, notizie che fornivo nei limiti delle mie conoscenze. In particolare il Mannucci mi chiedeva notizie su Gelli dopo la sua fuga dal carcere in Svizzera.

A.d.r. Gelli non l’ho mai visto durante la latitanza. E’ moltissimo tempo che non lo vedo. Ricordo che non lo incontrai neppure in occasione della morte della figlia Maria Grazia, mia buona amica.

A.d.r. anche Viezzer l’ho conosciuto. Ricordo di averlo incontrato una volta, mi pare a un pranzo al quale partecipò anche Gelli. A.d.r. non conosco ne Giunchiglia, ne von Berger.

A.d.r. prendo visione della nota 11.5.66 indirizzata a Ghinazzi. Il Lagi che vi e menzionato è un tale che aveva ucciso la moglie, si era laureato in medicina in carcere ed era diventato un 33 nella loggia di Ghinazzi. La lettera si riferiva al fatto che Lagi non voleva dare il resoconto delle spese della loggia.

A.d.r. mi sono iscritto alla massoneria a bologna, non ricordo in quale anno, nella loggia di Ghinazzi, mi pare nel 61 – 62. Abbandonai la loggia di Ghinazzi, insieme all’avvocato valenti proprio per una questione di quattrini, per il fatto che non venivano fatti i resoconti mensili delle spese.

A.d.r. Ghinazzi l’avro visto una volta sola. Non so quali fossero i suoi orientamenti politici e non so se avesse rapporti con ambienti della destra, in particolare extraparlamentari. Ricordo che ad un certo punto, verso il 79 – 80 ci fu un tentativo di unione tra Ghinazzi e Gelli e i rispettivi gruppi. Di tale fatto me ne parlo Gelli. Non ho mai saputo se questa riunione ci sia stata o meno.

A.d.r. non ho mai conosciuto personalmente Giovanni Rossi di Arezzo, anche se mi pare di averne sentito parlare.

A.d.r. proseguendo nel tratteggiare la mia carriera massonica ricordo che lasciato Ghinazzi fondai la loggia Setteponti a Montevarchi e che successivamente entrai nella loggia P2.

A.d.r. Gelli l’ho conosciuto nel 62 – 63 quando operai il figlio.

A.d.r. non ho mai conosciuto il giornalista Coppetti.

A.d.r. ho conosciuto bene il gen. Palumbo in quanto era il predecessore di Bittoni come comandante di brigata a Firenze.

A.d.r. Bittoni e Gelli si conoscevano, come pure Palumbo e Gelli. E’ possibile che sia stato io a presentare Palumbo a Gelli, ma non ricordo esattamente. Chiestomi se abbia presentato io Palumbo a Salvini, faccio presente che Salvini era legato a Gelli e che quindi e possibile.

A.d.r. circa la vicenda Szal, io mi limitai a curare la moglie che aveva subito una frattura nell’incidente e a segnalare l’incidente al prefetto. Della vicenda di Szal mi parlo poi Mannucci Benincasa il quale affermava che la fuga era falsa e che in realtà l’ambasciatore faceva spionaggio industriale per i paesi comunisti.

A.d.r. Mannucci mi parlava male di Gelli, ma io ero molto abbottonato perché ero molto più amico di Gelli che di Mannucci. Ribadisco che non incontro il Mannucci da due anni e che non gli ho fatto cenno che ero stato citato innanzi lei come testimone. Il Mannucci da tempo si serve da un altro ortopedico

Ed anche per questo mi sono risentito.

L.c.s.­