Il significato del crimine – sentenza appello strage di Bologna 16.05.1994

Al fine di verificare la fondatezza della tesi accusatoria -secondo cui Fioravanti e Mambro avrebbero messo a tacere un testimone della loro responsabilità per la strage- ci si deve porre una domanda: quali notizie avrebbe potuto propalare “Ciccio” circa la strage tanto da ingenerare in Fioravanti e Mambro il timore per quelle divulgazioni?

Per rispondere a questa domanda è necessario stabilire, preliminarmente, di che ordine fosse stato il coinvolgimento di “Ciccio” nella strage. Al riguardo vanno formulate due ipotesi, nel novero delle quali -va osservato- si esaurisce l’ambito delle possibili, concrete evenienze. La prima, è che il Mangiameli fosse semplicemente venuto a conoscenza di quanto si stava per commettere.

Qui basterà ricordare che Fioravanti, Mambro e Mangiameli vissero nella stessa casa per due settimane nella seconda metà di luglio e si separarono solo tre giorni prima della strage (il 30).
Sarebbe stato del tutto naturale che Mangiameli fosse stato messo a parte del progetto o che avesse colto segni inequivocabili dei preparativi. La seconda, è che “Ciccio” avesse avuto un ruolo attivo nell’approntamento di taluni strumenti necessari per la esecuzione del crimine, provvedendo al reclutamento dei gregari di cui avevano bisogno i due imputati. Per fare ciò egli si sarebbe avvalso della sua posizione di leader di Terza Posizione ed avrebbe attinto tra i simpatizzanti o gli stessi aderenti al movimento. Di simili iniziative del Mangiameli esiste una traccia precisa nelle dichiarazioni di Raffella Furiozzi: “Diego Macciò mi disse che dell’omicidio Mangiameli esistevano varie spiegazioni. Egli mi riferiva che secondo alcuni Mangiameli era stato ucciso per ragioni di denaro, ma secondo altri era stato ucciso perché era il contatto tra Valerio Fioravanti e i ragazzi di Terza Posizione che materialmente collocarono l’ordigno in stazione” (8 apr.86, PM Bologna).

Questa Corte, poi, ha ricostruito i legami -sui quali ci si soffermerà nell’apposito capitolo- che esistettero tra Sergio Picciafuoco e il movimento di T.P. in generale, mentre sono già stati esaminati dalla sentenza di primo grado gli elementi che riconducono lo stesso Picciafuoco ad Alberto Volo, l’amico di Mangiameli.

La ulteriore, ma non meno importante considerazione da fare in margine alla vicenda Spiazzi discende dalla constatazione che l’uccisione di Mangiameli seguì con immediatezza alla pubblicazione dell’intervista. Si può, infatti notare che, passati pochissimi giorni dalla pubblicazione del servizio dell’Espresso, nelle stesse ore in cui Mangiameli si affannava a trovare le contromisure (la lettera anonima di Volo è del 30 agosto) che lo mettessero al riparo dalle possibili contestazioni dell’autorità giudiziaria, Valerio F. era già alla ricerca dei mezzi (auto di Soderini) per colpire la sua vittima. Le conclusioni sono obbligate.

Mangiameli era nelle condizioni di conoscere fatti e circostanze estremamente importanti in relazione alla strage. La vicenda Spiazzi aveva rivelato che egli era un inaffidabile depositario di quelle conoscenze.
Gli imputati, conseguentemente, avevano fondati motivi di preoccuparsene e di volere la eliminazione del pericolo.

Il volantino sull’85a vittima
Del resto, il convincimento che l’omicidio Mangiameli fosse direttamente connesso con la strage di Bologna non è soltanto il risultato di una argomentazione logica compiuta in sede giudiziaria a distanza di tempo dagli eventi. Invero, il volantino diffuso dai militanti palermitani di Terza Posizione tre giorni dopo il ritrovamento del cadavere sta chiaramente a dimostrare che gli amici di Mangiameli giunsero subito alla medesima conclusione. Si legge, infatti, nel volantino: “L’ignobile strage di Bologna, che tanto da vicino ricorda … quelle di piazza Fontana, di Brescia, di Peteano, del treno Italicus, ha forse fatto la sua 85a vittima?” (*)

Ma non basta, perchè gli amici di Mangiameli ebbero subito chiaro anche il ruolo decisivo che in quel delitto aveva giocato l’intervista di Spiazzi. Si legge, infatti, nello stesso volantino: “Poi, qualche giorno prima del blitz, Amos Spiazzi -uomo dei servizi segreti, ex imputato in quel processo della Rosa dei Venti dietro cui aleggiava l’ombra di Andreotti- in una puerile e provocatoria intervista al settimanale L’Espresso allude a un certo ‘Ciccio’ coinvolto, a suo dire, in faccende relative ai NAR. E’ forse l’ultimo avviso, lanciato in ‘chiave’, come sempre. Adesso, quasi per caso, affiora a Tor dei Cenci la prova del macabro e orrendo finale.”

Ancora -ed è il rilievo più importante da cogliere nel volantino- emerge con tutta evidenza che, individuando nei fatti connessi alla strage la causa dell’omicidio, i militanti palermitani di T.P. compirono una inequivocabile identificazione degli autori dell’omicidio con gli autori della strage. E a questo proposito, vanno tenute ben presenti due cose. La prima è che la moglie di “Ciccio” era perfettamente consapevole, per averlo saputo già il 12 settembre da Roberto Fiore, uno dei capi di T.P., che gli assassini del marito erano Fioravanti e i suoi amici (interr. 17 sett. 80 al PM di Roma).

La seconda è che il volantino – e, dunque, le valutazioni in esso contenute- scaturivano dall’ambiente di T.P. più vicino a Mangiameli; vale a dire dall’ambiente palermitano di cui “Ciccio” era il leader e che, necessariamente, a lui faceva riferimento e da lui riceveva non solo le direttive, ma anche le informazioni e le confidenze che in un gruppo di sodali politici inevitabilmente ci si scambia.
Gli autori del volantino, quindi, basandosi su elementi di prima mano provenienti dallo stesso Mangiameli, nonché dall’ambiente, sia politico che familiare, a lui più vicino, giunsero, nella immediatezza dei fatti, a formulare giudizi (a- sulla stretta dipendenza dell’omicidio dalla strage, b-sul ruolo determinante dell’intervista Spiazzi, c- sulla riconducibilità agli autori della strage anche della eliminazione del Mangiameli) che rappresentano un avallo di straordinario valore per le conclusioni -sopra enunciate- cui è pervenuta questo giudice di rinvio in piena sintonia con la Corte d’Assise di primo grado.

Il proposito di uccidere anche la moglie e la figlia
Da ultimo, ci si deve soffermare sulla circostanza che, secondo quanto ha rivelato Cristiano Fioravanti (interr. 26 mar.86 cit.), il fratello riteneva ugualmente necessario procedere alla soppressione anche della moglie e della figlia del Mangiameli. E poiché si è visto che la ragione data da Valerio a Cristiano (omicidio Mattarella) è insostenibile, si deve arguire che durante le due settimane trascorse da Fioravanti e Mambro a Tre Fontane moglie e figlia siano state, quanto meno, presenti a colloqui o a incontri da cui era facile risalire alla imminente strage. Solo così può spiegarsi una determinazione omicida (si pensi alla intenzione di sopprimere la bambina) che, riguardata sotto qualsiasi altro profilo, appare del tutto inspiegabile e gratuita.

Purtroppo, la Amico e il Volo, comprensibilmente terrorizzati dal pericolo di cadere essi stessi sotto i colpi degli assassini di “Ciccio”, hanno evitato accuratamente di offrire il benché minimo elemento capace di aiutare gli inquirenti a comprendere con la dovuta completezza le motivazioni degli intendimenti omicidi del Fioravanti. Ne dà conto la Corte d’Assise di Roma che ha così commentato il loro comportamento (sent. cit., p.101) : “Gli interrogatori di Alberto Volo e di Rosaria Amico -valutati criticamente- lasciano trasparire la preoccupazione dei medesimi di non dire tutto quanto è a loro conoscenza in ordine al crimine e al terreno che lo maturò, e di velare il falso con il vero, alterandone i contorni, per impedire la completa ricostruzione del fatto e del suo retroscena”.

Analogie con il caso di Ciavardini
L’assoluta coerenza logica delle conclusioni formulate sub 13), confermate dai riscontri sbalorditivi che emergono dal volantino diffuso dai militanti palermitani di Terza Posizione, suffragano la sussistenza di un movente dell’omicidio Mangiameli che si pone in direzione perfettamente convergente con gli altri indizi finora illustrati.
In particolare, è opportuno segnalare che il proposito di eliminare Mangiameli ha avuto caratteri sorprendentemente sovrapponibili a quello di uccidere Ciavardini.
Invero, in entrambi i casi il piano di eliminazione è maturato:
– malgrado fosse stato preceduto da un lungo periodo di collaborazione con Fioravanti e Mambro in imprese delicate ed altamente qualificanti sul terreno terroristico-eversivo;
– subito dopo il 2 agosto;
– quando uno specifico evento (la telefonata alla fidanzata, in un caso; le confidenze a Spiazzi, nell’altro) ha rivelato a Valerio Fioravanti e a Francesca Mambro la inaffidabilità di un testimone delle loro gesta.

Sull’omicidio Mangiameli – sentenza appello Strage di Bologna 16.05.1994

(…)  Il crimine fu commesso a Roma il 9 settembre 1980 da Valerio e Cristiano Fioravanti, dalla Mambro, da Giorgio Vale e da Dario Mariani. Il cadavere fu gettato in un bacino artificiale dopo essere stato zavorrato, ma riaffiorò e fu scoperto il successivo giorno 11.

Il Mangiameli era uno dei massimi esponenti di Terza Posizione in campo nazionale; da molti mesi egli agiva in stretta collaborazione con il Fioravanti per mettere a punto e realizzare il progetto di evasione dal carcere di Pier Luigi Concutelli, l’omicida del giudice Occorsio. Nell’ambito di tale operazione era stato deciso di prendere in affitto un appartamento a Taranto per costituirvi una base logistica in previsione del trasferimento del prigioniero in quella città per un processo. Anche per questo incombente era stato incaricato il Mangiameli, il quale vi aveva provveduto attorno alla metà di luglio del 1980 muovendosi da Tre Fontane, la località siciliana di villeggiatura marina nella quale egli possedeva una casa e in cui ospitava in quei giorni il Fioravanti e la Mambro.

Questi ultimi si erano recati a Palermo il 14 luglio, pernottando all’hotel Politeama, ed avevano, quindi, trascorso i successivi quindici giorni a Tre Fontane.

Sulle dichiarazioni di Sparti – sentenza appello strage di Bologna 16.05.1994

Tali dichiarazioni, rese nel corso dell’interrogatorio del giorno 11 aprile 1981 avanti al magistrato del P.M. di Roma, possono essere schematicamente riprodotte nelle seguenti, distinte proposizioni :

1- “esattamente due giorni dopo la strage di Bologna, subito dopo pranzo Valerio si presentò a casa mia con la Mambro;

2- riferendosi alla strage mi disse testualmente: “Hai visto che botto!”;

3- aggiunse che a Bologna si era vestito in modo da sembrare un turista tedesco;

4- mentre la Mambro poteva essere stata notata, per cui aveva bisogno urgentissimo di documenti falsi;

5- e le aveva anche fatto tingere i capelli;

6- dovevano andare in Sicilia.

La prima cosa da notare è che negli interrogatori successivi queste proposizioni furono sempre fermamente ribadite senza tentennamenti, salvo che per un particolare del quale si dirà ampiamente; esse, poi, una volta che lo Sparti fu interrogato dagli inquirenti di Bologna specificamente sul punto, si arricchirono soltanto di elementi idonei a chiarirne la consequenzialità logica e di notazioni di commento.

Così, nell’interrogatorio 23 luglio 81 Sparti ha dichiarato (pag.2) : “Valerio Fioravanti mi disse, nel richiedermi i documenti, che aveva timore per la Mambro giacché qualcuno poteva averla vista in stazione e che egli era, invece, tranquillo perché era vestito da turista tedesco. Da ciò ho desunto che i due dovevano essere stati a Bologna il 2 agosto, dato che, altrimenti, non vi sarebbe stata ragione di timore per la ragazza. Anzi, Valerio mi ha detto di essere stato a Bologna il giorno 2.8.80 con la Mambro ed a questo proposito si lasciò andare con questa espressione: “hai visto che botto” ed alla mia domanda piena di costernazione per il sospetto che si andava affacciando alla mia mente, questi ha avuto un atteggiamento misto di vanteria e di spavalderia, tanto da farmi seriamente riflettere sulla sua responsabilità nell’attentato.”

Così, nel confronto con Cristiano Fioravanti 6 maggio 1982 Sparti ha dichiarato (pag.2) : “Intendo precisare a questo punto che Valerio ha pronunciato la frase “hai visto che botto” in tono esaltato e compiaciuto; questa frase poteva anche avere un significato equivoco, vale a dire il significato di un commento di un fatto accaduto per opera di altri, ma successivamente quando ha aggiunto che era passato da Bologna e che era vestito in modo da sembrare un turista tedesco, ho pensato che potesse essere implicato nell’attentato stesso ed è per questo che ho parlato a Cristiano”.

E’ da notare, ancora, che talune variazioni al suo racconto furono apportate dallo Sparti esclusivamente con riferimento a dettagli di contorno, vale a dire a vicende del tutto marginali rispetto ai passaggi sopra evidenziati che, lo si ripete, non subirono mai modificazioni.

Tali marginali variazioni hanno riguardato :
a) la percezione del cambiamento del colore dei capelli della Mambro (il 13/5/81 : “aggiunse anche, appunto per tale timore, che la ragazza, come effettivamente io potetti constatare, si era tinta i capelli”; il 23/7/81 : “Valerio mi disse anche che le aveva fatto tingere i capelli, ma io debbo con tutta onestà dichiarare che non avrei fatto caso a ciò se questi non ne avesse parlato …”; il 5/5/82 : “il particolare che la Mambro si fosse tinta i capelli mi fu dichiarato da Valerio ed io potei constatarlo personalmente in quanto i capelli della Mambro avevano degli strani riflessi rossicci come se al colore naturale fosse stato sovrapposto un colore artificiale”);

  1. b) il punto se i documenti fossero da consegnare in bianco o meno (11/4/81 : “… patente e carta di identità di cui mi fornì le generalità ma non i numeri”; 13/5/81 : “I documenti erano in bianco; il nome e le generalità della ragazza sarebbero stati apposti successivamente. Valerio non mi ha detto quali generalità sarebbero state usate”; 23/7/81 : “non sono certo, a questo punto, se i due documenti erano in bianco ovvero recavano il nome di un falso intestatario”);
  2. c) il punto relativo alla persona che materialmente effettuò la falsificazione dei documenti richiesti dai due imputati. Lo Sparti, invero, aveva affermato (11/5/81) di essere riuscito a procurarli “tramite Mario” ma, messo a confronto con Mario Ginesi, aveva subito chiarito che in realtà egli si era rivolto all’amico Fausto De Vecchi, il quale era solito avvalersi dell’opera del Ginesi (conformemente a quanto quest’ultimo aveva dovuto ammettere -confronto 23.7.81 e interr. 30.6.83 con riferimento a due targhe richieste da Cristiano Fioravanti) e che esso Sparti aveva voluto evitare di coinvolgere direttamente.

Ora, deve osservarsi che i mutamenti di versione circa la percezione del colore dei capelli della Mambro attengono ad un dato che, oltre ad affidarsi in gran parte ad una percezione molto soggettiva, nella specie sembra essere stato soprattutto il frutto di una suggestione indotta dalla affermazione fatta dal Fioravanti (vedasi la schietta e leale affermazione di Sparti del 23.7.81 riportata più sopra); che la questione se i documenti fossero in bianco o meno è assolutamente marginale e di nessun rilievo; che la mancata indicazione del De Vecchi rifletteva, palesemente, la volontà -dell’incallito delinquente comune- di non coinvolgere il socio di tante imprese di criminalità e, nel contempo, consentiva allo Sparti di indicare direttamente la persona da lui ritenuta autrice materiale della falsificazione, siccome abituale collaboratore del De Vecchi per quelle incombenze. A ben vedere, quindi, non si può negare che la sua dichiarazione avesse incontestabili aspetti di verità soggettiva.

In definitiva, si deve affermare che le variazioni di cui si è detto non appaiono minimamente utili al fine di contribuire significativamente al giudizio sulla credibilità generale dello Sparti. Per contro, e tornando alle proposizioni fondamentali di cui si è detto all’inizio, occorre mettere in luce che le stesse costituiscono, tanto sotto il profilo espositivo adottato dallo Sparti quanto sotto quello concettuale, un blocco unico, perché tutti gli enunciati fanno parte del medesimo periodo sintattico e, comunque, si presentano uno di seguito all’altro; un blocco, nello stesso tempo, dove tutti gli enunciati si richiamano direttamente ad una partecipazione del Fioravanti alla strage.

Si tratta, all’evidenza, di una sequenza di fatti strettamente legati tra loro su cui si è appuntata subito -come era logico che fosse- l’attenzione dello Sparti. Ebbene, queste proposizioni -lo si è già detto- furono sempre fermamente ribadite senza tentennamenti nel corso dei vari interrogatori ed anche in occasione dei confronti sostenuti con Cristiano Fioravanti (6 maggio 1982) e, ancora più significativamente, con lo stesso Valerio (ud. 8 gennaio 90, dibattimento di appello).

Vi fu, tuttavia, un momento, come si è anticipato sopra, nel quale Sparti parve essere venuto meno a questo suo atteggiamento lineare e coerente. Nell’interrogatorio del 5 maggio 1982, infatti, egli dichiarò : “…Devo, peraltro, rettificare quanto ho precisato nelle precedenti deposizioni circa il giorno della visita del Valerio e della Mambro; infatti, quando ho deposto ho precisato la data del 4 agosto, ma poi riandando ai miei movimenti del mese di agosto e parlandone in famiglia, mi sono dovuto ricredere; non sono cioè affatto sicuro che la visita abbia avuto luogo il 4 agosto … In definitiva, non so dire in quale epoca il Valerio Fioravanti e la Mambro siano venuti a casa mia.

Vero è che io sono rimasto assente da Roma per tutto il mese di agosto, ma è anche vero che talvolta ho fatto una scappata a Roma a prendere qualcosa in casa ed è anche vero che conservo l’impressione che quando il Valerio mi disse “hai sentito che botto a Bologna?” si riferisse ad un fatto recente … ripeto, ripensandoci, la data effettiva della visita non riesco a ricordarla … non essendo in grado di precisare la data, l’incontro con Fioravanti e la Mambro potrebbe essere avvenuto anche ai primi di settembre, ma non era passato molto dalla strage.”

Al dibattimento di primo grado (ud. 30.9.1987) lo Sparti è ritornato sulla sua originaria versione anche in ordine alla data dell’incontro con il Fioravanti e, rispondendo alle contestazioni del presidente circa i dubbi manifestati al riguardo nell’interrogatorio del 5 maggio 82, ha vivacemente replicato che “questi dubbi sono venuti da un’altra parte, più che da me. Ci sono state delle persone che hanno insistito per farmi ritrattare dicendo che era meglio se non mi interessavo di queste cose.”
Ora, delle ragioni di quella parziale ritrattazione vi è in atti una spiegazione che poggia su inoppugnabili ed eloquenti basi documentali (raccoglitore 203, p.27 e ss.).

Il 21 dicembre 1986, invero, i Carabinieri di Fidenza facevano irruzione in una stanza dell’albergo cittadino “Due spade”, dove avevano preso alloggio Massimo Sparti e Fausto De Vecchi. Nel corso della perquisizione venivano sequestrati numerosi arnesi da scasso che erano posseduti dai due ospiti senza giustificato motivo e per i quali i medesimi individui venivano condannati ad otto mesi di arresto dal Pretore del luogo. Nell’occasione, inoltre, i Carabinieri rinvenivano nelle tasche dello Sparti una istanza scritta di suo pugno ed indirizzata al Presidente della IX sezione del Tribunale di Roma e per conoscenza ad altri Uffici Giudiziari della capitale (Procura della Repubblica, Corte d’Assise d’Appello, Tribunale per i Minori e Giudice Tutelare). Detta istanza, che risulta depositata il 27.1.86, contiene le lagnanze dello Sparti nei confronti della moglie che, ottenuto l’affidamento dei figli in occasione della separazione dal marito, aveva totalmente allontanato questi ultimi dal padre; nella esposizione delle sue ragioni lo scrivente si soffermava anche su tutto quanto egli sosteneva di avere dovuto subire nella speranza, rivelatasi vana, che questo giovasse ai figli; al riguardo, soggiungeva (pag.3) : “…una separazione estortami con l’assicurazione, pure dello studio De Cataldo allora anche mio difensore, che era solo una finzione per la Magistratura e per la sicurezza dei figli. Ho taciuto sui tentativi di farmi modificare la versione sulla strage di Bologna, sui suggerimenti a tacere su eventuali ricordi di fatti e persone in merito ad alcuni episodi di terrorismo …”.

Al magistrato della Procura della Repubblica di Bologna che si era recato ad interrogarlo (31 gennaio 1987) dopo avere preso visione del documento sequestrato, lo Sparti forniva, tra i molti altri, i seguenti chiarimenti (pag.2) : “Per quanto riguarda le pressioni a modificare la mia versione sulla strage di Bologna, dopo l’intervento iniziale dell’avvocato De Cataldo di cui ho detto (“mi redarguì con asprezza dicendomi che mi ero cacciato in un ginepraio” -ibid., pagina precedente), fu successivamente mia moglie ad invitarmi più volte a togliermi dai pasticci dicendomi anche che era sufficiente che io dichiarassi che il documento per la Mambro era stato richiesto mesi prima, che io mi confondevo con le date e che nel mese di agosto, anzi il 4 di agosto eravamo a Prato allo Stelvio…”.

A questo punto possono comprendersi appieno le dichiarazioni rese dallo Sparti al dibattimento di primo grado, dichiarazioni che si sono riportate più sopra e che hanno avuto questa appendice conclusiva : “il fatto del 4 agosto che non era sicuro è perché in quel mese io e la mia famiglia siamo andati a Prato allo Stelvio per una vacanza e anche in seno alla famiglia c’era insistenza nel dirmi che non ero sicuro. Non è sicuro il 4, noi stavamo a Prato allo Stelvio, dicevano che mi ero dimenticato e sbagliato. Invece io sono sicurissimo che non mi sbaglio, perché noi il 4 stavamo a Roma e dopo qualche giorno siamo partiti e penso che questo sia accertabile anche dai registri degli alberghi”.

Dall’esame di questo episodio emerge, dunque, con chiarezza quali siano state le ragioni dell’unica variazione apportata dallo Sparti al nucleo essenziale del suo racconto circa gli avvenimenti del 4 agosto. Tale variazione, pertanto, non può minimamente assurgere ad argomento idoneo a scalfire il giudizio di assoluta coerenza e linearità del comportamento del dichiarante.

Omicidio Mattarella – articolo Alberto Di Pisa 12.07.2016

A meno di un anno dall’uccisione di Michele Reina, il 6 gennaio 1980, in via Libertà, una delle principali strade di Palermo, sotto gli occhi della moglie, veniva ucciso il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Le indagini fecero emergere indizi a carico di esponenti della destra eversiva quali Valerio “Giusva” Fioravanti; si indirizzarono verso la pista del terrorismo nero a seguito delle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti secondo cui il fratello gli avrebbe detto di essere stato lui stesso, insieme con Gilberto Cavallini, l’esecutore materiale dell’omicidio di Piersanti Mattarella.

L’indagine si presentava particolarmente complessa in quanto bisognava capire se la “pista nera” fosse alternativa rispetto a quella mafiosa oppure si compenetrasse con quella mafiosa.Quest’ultima ipotesi era di particolare importanza dato che, ove accertata, avrebbe costituito la prova di una saldatura tra diverse organizzazioni criminali (mafia e terrorismo) e sarebbe forse stata idonea a spiegare altre vicende del nostro Paese. Questa compenetrazione non è stata accertata giudiziariamente dato che i giudici, esclusa la responsabilità Di Valerio Fioravanti, ritennero che ad ordinare l’omicidio fosse stato Totò Riina che per tale omicidio venne condannato all’ergastolo insieme ai soliti Michele Greco, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò e Nenè Geraci, tutti componenti della cupola mafiosa. Rimasero sconosciuti gli esecutori materiali; circostanza questa anomala nei delitti di mafia nei quali in genere vengono individuati gli esecutori materiali ma non i mandanti.

In questi giorni si apprende dalla stampa che la Procura della Repubblica di Palermo avrebbe riaperto le indagini in direzione della “pista nera” che allora, come si è detto, non portò ad alcun risultato giudiziario rilevante dato che Giusva Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, rinviati a giudizio e processati quali esecutori materiali del delitto, vennero assolti malgrado alcuni terroristi neri pentiti li avessero indicati appunto quali esecutori materiali dell’omicidio. Lo stesso Cristiano Fioravanti, che aveva accusato il fratello Giusva, ritrattò le accuse. L’avvocato Crescimanno che ha sollecitato la riapertura delle indagini, ha dichiarato : “la mafia c’entra, certo che c’entra. Ma quello di Mattarella lo ritengo un omicidio più politico che mafioso”

Secondo le prime indagini l’omicidio sarebbe stato eseguito da Giusva Fioravanti su richiesta di Pippo Calò, elemento di spicco di Cosa Nostra e della banda della Magliana a Roma. Indusse allora a ritenere il coinvolgimento di Valerio Fioravanti il fatto che l’omicidio venne rivendicato con la sigla di Nuclei fascisti rivoluzionari, la stessa sigla cioè con la quale erano stati rivendicati alcuni attentati commessi a Roma dallo stesso Valerio e dal fratello minore Cristiano. La rivendicazione perveniva all’ANSA di Palermo, alle 14,45 del 6/1/1980: qui Nuclei fascisti rivoluzionari, rivendichiamo l’uccisione dell’On. Mattarella in onore dei caduti di Acca Laurentia” . Cristiano Fioravanti disse in proposito . “Prendo atto per la prima volta che con la sigla Nuclei fascisti rivoluzionari fu rivendicato anche l’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana. Io ho sempre espresso la convinzione che gli autori materiali di quest’omicidio fossero mio fratello e Cavallini coinvolti in ciò dai rapporti equivoci che stringeva Mangiameli (altro estremista di destra, n.d.r.) in Sicilia (….). Peraltro mi risultava che in quei giorni mio fratello e Cavallini e Francesca Mambro erano in Sicilia per loro contatti con Mangiameli. Quando furono pubblicati gli identikit degli autori materiali dell’omicidio Mattarella sui giornali ricordo che mio padre esclamò per la somiglianza degli identikit con mio fratello e Cavallini che io stesso avevo rilevato immediatamente : “Hanno fatto anche questo”.

Si accertò inoltre che all’epoca dell’omicidio Mattarella, Giusva Fioravanti si trovava certamente in Sicilia. Nell’interrogatorio reso al giudice istruttore di Roma il 28.10.1982 dichiarava Cristiano Fioravanti: “Un altro episodio delittuoso che, senza averne le prove istintivamente ricollego a mio fratello Valerio è stato l’omicidio di un personaggio siciliano, non so dire se un uomo politico o un magistrato, che venne ucciso in una piazza, o in una strada di Palermo, in presenza della moglie. Si era nel luglio 1980 e Valerio era in Sicilia ospite di Mangiameli e, all’epoca, progettava l’evasione di Concutelli ed una rapina in una mega gioielleria di Palermo.Nel vedere gli identikit, convenni, assieme a mio padre che sembravano somigliare moltissimo sia a Valerio che a Gigi (Cavallini nd.r).

Dopo avere ritrattato le dichiarazioni accusatorie nei confronti del fratello, il 26/3/1986 chiedeva di essere ascoltato dal PM di Firenze al quale riferiva : “ (…) Ed allora voglio dire quello che so sull’omicidio Mattarella. (….). E allora Valerio mi disse che avevano ucciso un politico siciliano in cambio di favori promessi da Mangiameli e relativi sempre alla evasione di Concutelli, oltre ad appoggi logistici in Sicilia (….)Mi disse Valerio che, per decidere l’omicidio del politico siciliano vi era stata una riunione in casa Mangiameli e in casa vi erano anche la moglie e la figlia di Mangiameli, riunione cui aveva partecipato anche uno della regione Sicilia che aveva dato le opportune indicazioni e cioè la “dritta” per commettere il fatto.

Mi disse Valerio che al fatto di omicidio avevano partecipato lui e Cavallini e che Gabriele De Francisci aveva dato loro la casa….in un luogo non lontano da quello ove si svolse il fatto di omicidio”.

In effetti accertammo che Gabriele De Francisci, altro terrorista nero, disponeva di una abitazione nella via Ariosto di Palermo, a poco distanza dal luogo dove fu commesso l’omicidio. Mangiameli verrà ucciso da Valerio Fioravanti che intendeva uccidere anche la moglie e la figlia in quanto essendo state le stesse presenti alla riunione, una volta ucciso il marito, erano pericolose quanto lo stesso Mangiameli. L’uccisione delle due donne non avvenne essendo stato poco dopo rinvenuto il cadavere di Mangiameli. Queste dichiarazioni venivano poi confermate dal Cristiano Fioravanti al Giudice istruttore di Palermo il 29/3/1986.

Va peraltro detto che dinanzi alla Corte di primo grado Cristiano Fioravanti si avvalse della facoltà di non rispondere. Un riscontro alle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti sembrò il riconoscimento che la moglie del Presidente fece individuando in Giusva Fioravanti uno degli esecutori materiali dell’omicidio del marito.

A seguito di ricognizione fotografica effettuata il 19.3.1984 dichiarò la signora Mattarella: “…debbo comunque dire che ho provato una forte sensazione nel vedere le fotografie di Giusva Fioravanti. Lo stesso Fioravanti è quello che più corrisponde all’assassino che ho descritto nell’immediatezza dei fatti”. Il 25/9/1986 veniva effettuata una ricognizione formale (alla quale chi scrive partecipò a Roma insieme a Giovanni Falcone). In questa sede la signora Mattarella dichiarò : “Riconosco con certezza nell’individuo posto alla mia sinistra quel Fioravanti Valerio la cui fotografia ho visto più volte sui giornali. In particolare l’altezza coincide e lo stesso dicasi per quanto si riferisce alla fisionomia. (….) In sostanza quando dico che è probabile che nel Fioravanti si identifichi l’assassino ho inteso dire che è più che possibile che lo stesso sia autore dell’omicidio, ma che non sono in grado di formulare un giudizio di certezza”

I giudici di appello, così come i giudici di primo grado, non ritennero tuttavia del tutto attendibile la ricognizione. Si legge infatti nella sentenza: “Senonchè, in data 8/7/1986, nel confermare i precedenti interrogatori la vedova Mattarella non si esprimeva più in termini di certezza, mentre, nell’esame dibattimentale ritornava ad indicare, con quasi assoluta sicurezza, nel Fioravanti, il killer del marito” (sentenza di appello pag.296). I giudici quindi avanzarono delle perplessità in ordine al riconoscimento effettuato dalla vedova Mattarella, intervenuto a distanza di anni dal delitto ed espresso in termini di semplice probabilità avendo parlato sempre di notevole somiglianza e non di certezza. E ciò a maggior ragione considerato che tanto Buscetta che Marino Mannoia avevano escluso categoricamente che all’attentato avessero partecipato elementi estranei a Cosa Nostra, indicando addirittura i mafiosi che avrebbero eseguito il delitto (Salvatore Federico, Francesco Davì, Santo Inzerillo ed Antonino Rotolo).

Il collaboratore Di Carlo, poi, rivelò di avere appreso da Bernardo Brusca che il “Killer” che aveva esploso i colpi d’arma da fuoco all’indirizzo di Mattarella si identificava nel mafioso Nino Madonia che tra l’altro presentava una notevole somiglianza con il Fioravanti che, come quest’ultimo, aveva gli occhi chiari e dall’espressione glaciale. In effetti l’esame delle fotografie dei due soggetti e delle schede antropometriche evidenziò una notevole somiglianza tra i due. Tutti i collaboratori poi, sentiti in dibattimento, dichiararono unanimemente che il delitto era stato deliberato dalla ”commissione” con il consenso di tutti i componenti dovendosi escludere qualsiasi coinvolgimento di soggetti esterni all’organizzazione mafiosa e in particolare di terroristi neri.

Per quanto riguarda le ritrattazioni di Cristiano Fioravanti, alternate a dichiarazioni accusatorie, le stesse però potrebbero trovare una giustificazione nel tentativo, sotto le spinte dei familiari, di alleggerire la posizione del fratello. E d’altra parte non si vede per quale ragione Cristiano Fioravanti avrebbe dovuto formulare delle false accuse nei confronti del fratello Valerio.                                 

La pista nera nell’omicidio Mattarella emerse anche nel 1993 dai documenti della Commissione parlamentare antimafia in occasione della audizione di Angelo Izzo, terrorista di destra ed autore del massacro del Circeo che era ben a conoscenza dell’ambiente della eversione nera. Si legge infatti nei documenti della Commissione: “Qualche mese dopo l’assassinio di Piersanti Mattarella, il neofascista (Izzo) aveva aggiunto che era stato proprio Bontate a commissionare l’omicidio Mattarella ai “camerati”. Cristiano Fioravanti ritratterà le accuse mosse al fratello sostenendo di essere stato indotto a ciò da Izzo che avrebbe voluto rendersi utile ai giudici per potere trarre dei benefici nella sua situazione carceraria. Nel corso poi di un confronto tra Izzo, e Cristiano Fioravanti affermava il primo : “ …..Sia Valerio che Concutelli mi dissero che erano la mafia e gli ambienti imprenditoriali legati alla massoneria, nonché esponenti romani della corrente democristiana avversa a quella di Mattarella a volere la morte dell’On. Mattarella. Valerio mi disse che questi ambienti, mandanti   dell’omicidio Mattarella si erano fidati di lui poiché vi era stata la garanzia della sua persona direttamente dagli ambienti della Magliana a Roma….”.

Queste affermazioni trovavano poi conferma in altrettanto affidabili dichiarazioni di Sergio Calore, altro terrorista di destra. Anche le dichiarazioni di Izzo, che venne imputato di calunnia, non furono ritenute attendibili dai giudici. Scrissero in proposito sia i giudici di primo grado che quelli di appello a proposito di Izzo : “ Del resto, l’attività di “investigatore carcerario” e di promotore di false collaborazioni (oggetto di personali ricostruzioni e proprie deduzioni logiche) dell’Izzo emerge in tutta la sua evidenza”

Va peraltro osservato, per ciò che riguarda il riferimento fatto da Izzo a Bontate, che, come sostenuto dall’Accusa, sono stati accertati rapporti tra terroristi neri ed esponenti della banda della Magliana, a sua volta collegata a Pippo Calò, il che potrebbe fare pensare ad una saldatura tra elementi di Cosa Nostra e terroristi neri.

Altri personaggi dell’estrema destra (Paolo Bianchi, Sergio Calore, Stefano Soderini, Paolo Aleandri)confermarono le accuse mosse da Cristiano Fioravanti al fratello in ordine alla di lui partecipazione all’omicidio Mattarella. Anche tali dichiarazioni non furono peraltro ritenute attendibili dai giudici trattandosi di “testimonianze “de relato”, fondate su confidenze ricevute dallo stesso Cristiano Fioravanti e da un altro estremista di destra, Roberto Nistri” (sent. di appello pag.305, vol. 3, parte prima).

Fonte: http://www.siciliainformazioni.com/fonso-genchi/367389/1-uno-della-regione-sicilia-decise-lassassinio-di-mattarella