L’attività di depistaggio – sentenza strage di Brescia luglio 2015 – prima parte

E’ questa, forse, la pagina più amara della vicenda in esame, come altri hanno già autorevolmente rilevato. Non è un fuor d’opera introdurla nell’ ambito della valutazione degli elementi di prova a carico di Carlo Maria Maggi.
Dagli atti processuali emerge, in effetti, la prova certa di comportamenti ascrivibili ai vertici territoriali dell’Arma dei Carabinieri e ad alti ufficiali del S.I.D., che sono incompatibili con ogni principio di lealtà e fedeltà ai compiti istituzionali loro affidati. Le distorsioni operate nel processo di trasmigrazione, verso la naturale sede giudiziaria, delle informazioni acquisite in ordine alle pericolose derive verso cui da mesi si erano avviate le frange della destra eversiva che nel Nord Italia e soprattutto in Lombardia ed in Veneto erano fortemente radicate hanno indubbiamente giovato al prosperare dell’ attività di ricompattamento delle fila degli ex ordinovisti e consentito la concreta attuazione di progetti destabilizzanti dei quali sussistevano da tempo segnali inquietanti.

Nulla si è mosso. Almeno non nella direzione istituzionale. E quando pure è stato fatto, l’ottica seguita, almeno per ciò che riguarda i Servizi segreti, non è stata certo quella di consentire agli inquirenti di fare luce sull’ accaduto, sulle trame sottostanti, sui responsabili. E’ doveroso domandarsi: cui prodest?

La risposta è fin troppo ovvia, ove si tenga conto del contesto politico dell’ epoca e dell’ attenzione che pezzi importanti dell’ apparato, civile e militare dello Stato, e centrali di potere occulto prestavano all’ evoluzione del quadro socio-politico del Paese, condividendo l’interesse – comune a potenze straniere che godevano di un osservatorio privilegiato grazie alla massiccia presenza sul territorio di basi militari e di operatori dei servizi di intelligence – a sostenere l’azione della destra, anche estrema, in chiave anticomunista.

L’azione di depistaggio – termine destinato ad entrare nel lessico giuridico con ben altra portata a seguito dell’introduzione dello specifico omonimo reato nel codice penale – non può avere altro senso se non quello di sviare l’attenzione della magistratura dai reali responsabili dell’attentato. E’ sotto tale profilo che essa assume, in questo processo, la valenza di indizio, grave e preciso, a carico di Maggi e del suo gruppo operativo, rispetto ai quali è stata alzata una rete di protezione, fatta di ritardi, omissioni, tentennamenti, connivenze, sviamenti, cortine fumogene, che hanno gravemente pregiudicato i tempi, la durata e gli esiti delle indagini.

Ma, ancora una volta, procediamo con ordine, nel dare conto, di tali conclusioni sulla base degli atti processuali. Si è già fatto cenno, nel trattare la posizione di Tramonte, al carteggio interno fra i vertici del S.I.D.. Trattasi di prove documentali di notevole rilevanza, in quanto dimostrano, inequivocabilmente, come l’atteggiamento dei Servizi segreti militari verso l’Autorità giudiziaria fosse tutt’altro che collaborativo. Ritiene la Corte di accogliere in toto i rilievi unanimemente mossi sul punto dai difensori delle Parti civili Comune di Brescia, Natali, Trebeschi Giorgio e altri alla quasi nulla importanza attribuita a tale aspetto dalla sentenza di primo grado, appena attenuata da quella d’appello.

Per non incorrere nel rischio di ulteriori sottovalutazioni, giova ripercorrere la cronologia ed il contenuto di quel carteggio interno, che ruota attorno a due dei più importanti appunti informativi del Centro CS. di Padova: quelli allegati alle note del 23 maggio e del 8 luglio 1974. Sempre nel trattare la posizione di Tramonte, è stato fatto riferimento alla nota trasmessa il 23 maggio 1974 dal magg. Bottallo, capo del CS. di Padova, al gen. Maletti ed alle peculiari caratteristiche della stessa. Trattasi, infatti, con evidenza, di una nota non ufficiale, perché manoscritta, priva di numero di protocollo e del seguente testuale tenore:

“Sig. Generale, unisco un appunto “informale” su argomento oggetto di conversazione. Ritengo che, volendo proseguire nell’azione in maniera incisiva, esista la possibilità di individuare componenti ed intenzioni di uno o, probabilmente, due dei ‘gruppi’ citati”.

In data 25 maggio, la risposta di Maletti, che, in calce alla medesima nota stila e sottoscrive la seguente annotazione – collegata con tanto di freccia al secondo periodo e diretta al col. Genovesi, che la riscontra – “sì. Dire con mia lettera s.n. che proceda senz’altro”.

La non ufficialità del rapporto epistolare fra il capo del Reparto D e il capo del C.S. di Padova, dunque, perdura con l’ordine del primo di non protocollare neppure la risposta da dare al secondo, ordine puntualmente eseguito, come si evince dalla minuta in atti.

Segue l’annotazione manoscritta e firmata con la quale il col. Genovesi, il 10 luglio, esprime al gen. Maletti il proprio pensiero: “Non ritengo si possa dire solo ‘qualcosa o due nomi’, ma sono del parere che tutto, per la sua gravità, debba essere urgentemente riferito all’A.G., sia pure attraverso organi di P.G. Per le decisioni.”. Quasi piccata la risposta di Maletti, il quale, il giorno successivo, scrive al suo vice: ” <Dire almeno due nomi> era espressione figurata. Ritengo anch’io che della vicenda debba essere messa al corrente l’AG. Intanto, rappresentiamo (‘per le decisioni’) a Sig. C.S.”. Con calma, con molta calma: in effetti, l’appunto riservato, contenente le informazioni della fonte Tritone di cui alla nota del 8 luglio, viene inoltrato al Capo Servizio, gen. Vito Miceli, il 13 luglio, ed all’ordine (definito “urgente”) dello stesso – “Diciamo tutto agli organi P.G. interessati (conservando traccia delle segnalazioni)“- Maletti dà seguito solo il 15 luglio, demandandone al Genovesi l’esecuzione. In realtà, nulla accade. Anzi, la documentazione proveniente dal S.I.D. dimostra che vi è stato un netto ripensamento dei vertici sull’atteggiamento da tenere.

Il 3 agosto, invero, il col. Genovesi, facendo riferimento, a strage avvenuta, alla nota inviata da Bottallo il 23 maggio, esprime a Maletti il suo dissenso sulla comunicazione delle informazioni in loro possesso nei seguenti termini: “Recentemente V.S. mi ha dato fornito foglio di CS Padova. Alla luce dei recenti ed attuali fatti, sarei del parere di non ‘far procedere’ nella direzione richiesta dal Centro e di fare, invece, cadere la cosa. Un elemento di prova della non validità della fonte può scaturire dal ‘sorriso enigmatico’, a domanda sugli attentati (per dare ad intendere di saperne) e, poi, della necessità di dover acquisire notizie al riguardo. Contrasto evidente che denuncia una potenziale ‘bufala’. Per le definitive decisioni di V.S”.

Sconcertante la risposta di Maletti del 4 agosto, data in cui ha luogo la strage dell’Italicus: “Concorderei se non dovessi rischiare anche il ‘bidone’ soprattutto ora che il nuovo fatto terroristico suggerisce intensificazione azione info nella direz. Extra dx”.

Sta di fatto che neppure la nuova strage smuove i vertici del S.l.D. e a prevalere è ancora la linea del silenzio. In realtà, il 17 luglio figura come trasmesso al Centro C.s. di Padova un marconigramma a firma Maletti, col quale quest’ultimo dispone che, “qualora non ancora provveduto”, il contenuto della nota n. 4873 del 8 luglio (si badi, non anche quello dell’ appunto precedente, allegato alla nota di Bottallo) sia portato a conoscenza dell’Arma territoriale e che copia della comunicazione sia trasmessa anche all’ufficio centrale. Trattasi, tuttavia, di un sicuro falso. Ed in effetti:

a) il testo del marconigramma è evocativo di una precedente comunicazione di identico tenore, della quale non è stata trovata traccia;

b) è in atti altro marconigramma a firma di Maletti, recante la data del 13 luglio ed indirizzato ai Centri C.s. ed al Raggruppamento degli stessi, col quale veniva raccomandata la massima vigilanza verso ex appartenenti al Fronte Nazionale, ad Ordine Nuovo e al M.A.R. avendo varie fonti segnalato la possibilità di attentati eversivi su scala nazionale tra il 10 e il 15 agosto, ma, nel contempo veniva inibita , fino a nuovo ordine, la comunicazione delle informazioni anzidette all’Arma dei Carabinieri, alla Polizia di Stato ed alle Autorità militari.

c) non si è trovata traccia neppure dell’avvenuta comunicazione all’Arma territoriale e tanto meno di un riscontro da parte di quest’ultima, nonostante l’esplicita richiesta in tal senso, contenuta nel marconigramma;

d) il mar. Felli ha escluso di avere avuto notizia di quel comunicato;

e) 1’11 novembre 1980 è stato sequestrato, presso l’abitazione del gen. Maletti, un appunto relativo all’incontro tenutosi il 6 agosto 1974 presso il S.I.D. con tutti i capi dei centri territoriali, dal quale emerge che, ancora a quella data Bottallo chiedeva istruzioni sulle modalità con cui comunicare ai CC. ed alla Polizia notizie destinate ad essere trasfuse in atti di polizia giudiziaria;

f) a metà agosto ancora non era stata effettuata alcuna segnalazione, posto che, con nota del 7 agosto, il gen. Maletti rappresenta al gen. Miceli che il Centro di Padova “ha un’ottima fonte (Tritone) che potrebbe essere bruciata da un’intempestiva segnalazione agli organi di P.G.” e che Miceli, con nota del 14 agosto, risponde: “attendiamo seguito da PD“. Il marconigramma del 17 luglio aveva, dunque, la funzione di “coprire” artificiosamente il perdurante vuoto di notizie all’ A.G. ed agli organi di polizia giudiziaria su quanto appreso dalla fonte Tritone.

Giuseppe Serrentino – dichiarazioni 26.05.1981

Mi sono congedato dalla Guardia di Finanza nell’ottobre del 1974. Dal settembre 1970 al maggio 1974 sono stato ufficiale di collegamento per il II° reparto della GdF ed il reparto “D” del Sid. (…) Circa il contenuto del promemoria in questione, rilevo, come elementi di stranezza e comunque peculiare, che manca la dizione “come risulta in atti” o qualche dizione analoga o equipollente. Tale dizione io adoperavo giacché io attingevo le notizie dall’archivio del Reparto “D” del Sid, facendo apposita richiesta al riguardo. Per la precisione mi recavo dal segretario del reparto, cui ero obbligato a fare capo per disposizione specifica interna (…) e rappresentare le esigenze e le richieste del Capo del II° Reparto della GdF, ricevo quindi l’autorizzazione a fare richieste all’archivio ed in tal modo venivo in possesso della documentazione esistente in archivio, dalla quale ricavai le notizie che mi interessavano e che a mia volta riportai in appunti da me redatti per il II° Reparto della GdF. Solitamente consegnavo siffatti appunti nel corso degli incontri settimanali. Nel caso di specie la mancata annotazione nel promemoria in questione della dizione “come risulta dagli atti” mi porta a collegare siffatta circostanza con un ricordo ben preciso. Rammento infatti che in un’occasione, nel rivolgermi al segretario del reparto D del Sid cui dovevo fare capo e nel prospettare l’esigenza di avere dette notizie su una certa persona le stesse mi furono fornite dal detto segretario. Più specificamente il segretario, nell’udire il nome della persona, mi disse di conoscerlo e me ne parlò diffusamente. Non sono in grado di ricordare se ciò avvenne nell’occasione in cui richiesi delle notizie riguardanti la persona di Gelli Licio. La cosa è certamente probabile per la mancanza nel promemoria della dizione di cui ho detto prima. Siffatta mancanza per la verità non esclude che io mi sia effettivamente rivolto all’archivio come in tutti gli altri casi e che abbia omesso la dizione per dimenticanza o per la fretta. (…)
ADR All’epoca della redazione del promemoria del bigliettino il segretario del reparto D del Sid era il tenente Colonnello Viezzer, che noi chiamiamo “Il Professore”. Il comandante del Reparto D era il generale Gianadelio Maletti.
ADR L’episodio che ho prima ricordato, relativo all’occasione in cui il segretario del reparto D mi diede direttamente notizie su una persona in ordine alla quale le richiedevo, è dunque da riportare al col. Viezzer. Come ho già detto e ripeto non sono in grado di dire con precisione se si trattò della volta in cui chiesi notizie di Gelli Licio. (…)
ADR Non ho più parlato né con il col. Florio né con altri di notizie riguardanti Gelli, né mi sono mai più occupato di tale persona. Peraltro appena qualche mese dopo, come ho già detto, ho lasciato il servizio per andare a comandare il gruppo esterno della GdF di Roma.
ADR Escludo che il col. Florio possa avermi rivelato i motivi per i quali richiedeva notizie riguardanti il Gelli. Non credo di avere ulteriori delucidazioni da fornire. Evidenzio che mi preoccuperò di comunicare tempestivamente alla SV eventuali ulteriori ricordi in ordine alla questione.

Il dossier Mi.Fo.Biali

Preliminarmente occorre precisare che con il termine Mi.Fo.Biali si intende un dossier formato dal SID negli anni 1974/75 su Mario Foligni fondatore del Nuovo Partito Popolare con cui questi voleva contrastare la Democrazia Cristiana, che, secondo quello che egli riteneva, era degenerata perdendo i suoi originari valori. L’indagine su Mario Foligni era stata ampliata alla Guardia di Finanza durante la quale erano state fatte anche intercettazioni telefoniche ed ambientali illegali, perché non autorizzate dalla magistratura, anche se erano state utilizzate strutture esistenti presso organi pubblici. L’autorizzazione a indagare su Mario Foligni e sul Nuovo Partito Popolare era stata data dal ministro della difesa che, all’epoca, era Giulio Andreotti. Tale circostanza è affermata da Gianadelio Maletti ed appare credibile, malgrado la smentita di Giulio Andreotti e l’astio che può avere spinto Maletti a fare dichiarazioni contrarie all’imputato, perché Gianadelio Maletti riferisce di avere appreso la circostanza dal capo del servizio segreto ammiraglio Casardi e ha annotato l’ordine di continuare a indagare su Mario Foligni e sul Nuovo partito Italiano e di riferire direttamente o all’ammiraglio Casardi o a Giulio Andreotti; la circostanza peraltro è stata pubblicamente ammessa dal governo della repubblica italiana che rispondendo al senato e alla camera dei deputati, ha dato notizia della conoscenza del dossier da parte del ministro e della sua autorizzazione all’indagine.

Il dossier era pervenuto nella mani di Carmine Pecorelli –ad ulteriore prova della bontà delle fonti di prova di cui egli disponeva- il quale ne aveva pubblicato ampi stralci sottolineando che da tale dossier emergeva non solo l’attività politica di Mario Foligni e del Nuovo Partito Popolare, ma, soprattutto, episodi di corruzione ed esportazione illegale di valuta degli alti gradi della Guardia di Finanza (in particolare del comandante generale dell’arma generale Raffaele Giudice, di sua moglie e del suo segretario particolare Giuseppe Trisolini, del vice comandante generale dell’arma Donato Lo Prete) e un traffico di petrolio con la Libia a cui erano interessati non solo Mario Foligni, ma anche il fratello del premier dello stato di Malta Don Mintoff, petrolieri italiani, alti prelati ed ancora il comandante della guardia di finanza generale Raffaele Giudice.

Si trattava, quindi, di un grosso scandalo anche alla luce di quello che stava emergendo in sede giudiziaria, in quel periodo, in ordine al contrabbando di petrolio. Per tale fatto la corte non ravvisa alcun interesse di Claudio Vitalone, ma solo quello di Giulio Andreotti nella sua qualità di ministro della difesa che aveva autorizzato lo spionaggio politico utilizzando mezzi illegali, nonché gli appartenenti alla Guardia di Finanza che dalla pubblicazione degli articoli vedevano compromessa la loro posizione.
E’ stato prospettato da alcuni difensori che il movente dell’omicidio sia da individuare proprio nel possesso del dossier Mi.fo.biali, derivando tale affermazione dalle dichiarazioni, che, seppure a contestazione, sono state fatte da Franca Mangiavacca la quale ha dichiarato, allorquando ha consegnato il dossier alla magistratura, che solo il possesso del dossier le aveva salvato la vita in quegli anni.

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Ritiene la corte, al contrario, che tale affermazione non sia conferente perché dal raffronto tra il dossier e quello che era stato pubblicato su OP si raggiunge la convinzione che oramai non vi era altro di scottante da rivelare in ordine alla corruzione dei vertici della Guardia di Finanza e al traffico di petrolio con la Libia. Peraltro non si comprende come il dossier in parola possa avere salvato la vita a Franca Mangiavacca, circostanza questa che presume la segretezza della notizia in suo possesso con il timore della sua divulgazione, se fin dalle prime indagini il dossier era stato sequestrato nell’abitazione di Carmine Pecorelli ed era a disposizione della magistratura. Evidentemente si tratta di una conclusione errata della testimone.

Sentenza omicidio Pecorelli primo grado

Antonio Labruna dichiarazioni 07.02.1990

Confermo quanto ho gia’ detto alla sv, di cui ricevo lettura, nel pp 318/87 contro Zamir e Maletti e altri per fatti relativi alla caduta di Argo 16. Circa la gestione del reparto D da parte del generale Maletti, periodo coincidente con l’epoca: 23.11.73 della caduta del velivolo, preciso che detta gestione fu caratterizzata da fatti che ho gia’ narrato, e ribadisco che il velivolo, fino al giorno della caduta, era gestito dal colonnello Minerva, l’ aereo veniva adoperato anche da lui per la coltivazione di contatti da egli intrattenuti con Malta, Don Mintoff, e con i libici. Tanto mi disse lui stesso nelle circostanze gia’ da me narrate.

Cio’ ovviamente previo accordo autoritativo del generale Miceli. Ritengo che la gestione dell’ Argo 16 da parte di Minerva non fosse di carattere esclusivo. Circa la gestione Maletti voglio precisare che il 06.01.74, lo ricordo perche’ era il giorno della Epifania, io, dietro segnalazione del consigliere Niutta, del consiglio di stato, amico di Cefis, mi recai nello studio del professor vassalli. Tanto accadeva in un contesto in cui le pubblicazioni di Pecorelli mi attaccavano continuamente.

Vassalli mi ricevette e io, oltre ai predetti attacchi, gli parlai degli accertamenti sul golpe Borghese, cominciati nel 1972, e della circostanza cui io, ero stato estromesso dagli accertamenti conseguenti alle rivelazioni di Orlandini, accertamenti devoluti dal generale Maletti al solo Romagnoli, capo della III sezione polizia militare: tanto era avvenuto subito dopo l’ incontro, di cui gia’ ho detto, con il ministro della Difesa. I nastri di Lugano che erano due, e quelli ulteriori e pregressi registrati, da me solo, nel corso degli incontri avuti con Orlandini, per ordine di Maletti assieme alle trascrizioni relative – e dopo l’ incontro con il ministro – furono gestite solo da Romagnoli, che redasse il rapporto avvalendosi progressivamente solo del maresciallo esposito, che in sostanza mi sostitui’ e cio’ anche nei miei rapporti con Maletti.

L’ incontro con il ministro della Difesa voglio precisare che avvenne successivamente al 06.01.74, data del mio contatto con il professor Vassalli, e verosimilmente va inquadrato come mi viene detto ha sostenuto il Romagnoli, nel giugno luglio del 1974, allorche’ io, gia’ estromesso dalle indagini, ero delegato dal Romagnoli unicamente a intrattenere contatti esterni. Al 06.01.74, ovviamente, il rapporto Romagnoli non era stato consegnato alla magistratura e io temevo la conseguenza del fatto che si era deciso da parte di Maletti e Romagnoli, di dare una impostazione al rapporto finale diverso dal reale contenuto delle rivelazioni di Orlandini, di cui alle bobine nonche’ dalle risultanze della relazione, da me prodotta in copia, di Giannettini, risalente al 1973, relazione che ricevetti io dalle mani dello stesso a Roma, corredata da un appunto sulle attivazioni del Torrisi circa il golpe, appunto che io rividi con la relazione nel 1977, esibitami da Maletti, priva pero’ dell’ allegato appunto.
In tale circostanza Maletti mi disse di non produrre la relazione Giannettini alla corte di assise di Catanzaro e di non parlare del Torrisi “che dovra’ diventare capo di stato maggiore della difesa”. Tale incontro e’ inquadrabile temporalmente nell’ intervallo tra l’interrogatorio di Maletti ed il mio, sostenuto dopo una settimana.

Nel rapporto finale non fu denunciato Delle Chiaie nonche’ altri: il predetto era il capo effettivo di Avanguardia Nazionale, cio’ emergeva – e mi riferisco al ruolo di Delle Chiaie – dalle dichiarazioni di Orlandini, Degli Innocenti, Nicoli. Sempre in ordine alla gestione del generale Maletti preciso che egli si rapportava, con incontri ripetuti, direttamente al Giannettini, che, dai tempi del generale Aloja, e’ stato sempre in contatto con i vertici militari e del Sid. Fu alla fine del 1972 che Maletti mi chiese di fare da tramite e non volle piu’ contattarlo personalmente.

All’ epoca io portavo a Giannettini 50 mila lire al mese, datemi all’ uopo dal generale Maletti. Io, a quest’ ultimo, nel successivo novembre del 1972, dissi che il suo amico Paglia guido mi aveva proposto un contatto con Delle Chiaie a Barcellona, raccomandandomi che non gli dovevo chiedere fatti pertinenti al golpe. Gia’ il Paglia mi aveva consegnato un rapporto sulla attivita’ di avanguardia nazionale, molto dettagliato, e ove si adduceva anche che il Delle Chiaie era in contatto con d’ amato e con gli uomini dell’ ufficio affari riservati: dr Drago. Il rapporto precitato l’ ho consegnato al pm Ionta nel 1989 e, all’ epoca, lo consegnai a Maletti, senz’ altro prima del novembre 1972: tale rapporto Maletti, non lo produsse nel procedimento contro il Borghese ed altri, ne’ a Catanzaro. Tale rapporto io l’ ho ricevuto tre o quattro anni fa dal giornalista Biasucci di “Momento Sera”.

Quando io volli esperire verifiche di archivio o pratiche in ordine alle rivelazioni di Orlandini e che sapevo giacere al servizio, Maletti mi rispose negativamente in presenza del genovesi della 1 sezione, che confermò che nell’ archivio del servizio del D nulla c’ era, in quanto il materiale riguardante gli extraparlamentari di destra – quindi anche il materiale sul golpe Borghese – era custodito nella cassaforte della 1 sezione da lui gestita. In sostanza Maletti mi rappresento’ che voleva cominciare gli accertamenti ex novo. ­

Giulio Andreotti – audizione in commissione stragi – 17.04.1997 seconda parte

(…)

CORSINI. (…) Nell’ottobre del 1975 il generale Maletti, che allora era capo del reparto D del Sid, fu improvvisamente trasferito al comando della divisione Granatieri di Sardegna. La decisione fu presa credo dal suo successore, il Ministro della difesa Forlani, con giustificazioni che, nel corso dell’audizione di Johannesburg, il generale ha definito false. Negli anni precedenti vi era stato un duro scontro tra il generale Maletti e il suo superiore diretto, il generale Miceli. Qualcuno che si è occupato di ricostruire questa vicenda avanza l’ipotesi che questo scontro fosse un riflesso di un supposto scontro politico tra lei e Aldo Moro. Altri, invece – forse ne ha avuto sentore anche adesso nella domanda che le è stata rivolta dal collega Manca – rimanda questa divaricazione tra i due ad una conseguenza dei rapporti che il generale Maletti aveva con gli israeliani e il generale Miceli con il mondo arabo. Lei può confermare questo scontro politico tra lei e l’onorevole Moro? Può confermare se quelle divergenze erano riconducibili a questo scontro politico o alle motivazioni internazionali cui prima abbiamo fatto riferimento?

PRESIDENTE. Aggiungo una domanda, anche in base a quanto ci ha detto Maletti: ci è potuta essere sull’allontanamento di Maletti una influenza americana?

ANDREOTTI. Circa il cambiamento di Maletti, io non sono intervenuto anche se ho visto che lui ritiene che io ne sia stato un poco il suggeritore.

PRESIDENTE. Forse che non lo abbia difeso.

ANDREOTTI. Non so da cosa dovessi difenderlo. Per la verità, può darsi che nelle Forze armate per lo sconquasso che si era verificato (l’arresto di un generale di corpo di armata non è un fatto ordinario) ci fosse anche qualcuno cui ciò non era andato giù. Può darsi benissimo, però Maletti non ha avuto nessuna misura negativa assunta nei suoi confronti. Questo poi può essere accertato e mi sembra che avete detto che sentirete anche Forlani. Io non ebbi alcuna occasione di parlare con Forlani di questa storia. Maletti era generale di divisione ed i militari sanno che per poter essere scrutinati (e si ha diritto ad essere scrutinati entro un determinato tempo, perché altrimenti vi sono poi tutta una serie di conseguenze negative anche su terzi) occorre avere avuto il comando di un’unità. In precedenza, ma ciò era stato censurato, nel periodo del generale De Lorenzo, era stato fatto un decreto del Ministro pro tempore, che penso fossi io, della cosiddetta equipollenza. Cioè, la direzione del Servizio era considerata come il comando di un’unità militare. L’equipollenza è prevista dalla legge, non è un sopruso, però creava sempre delle irritazioni.
Allora il generale Maletti, che doveva comandare la divisione, fu mandato a comandare la divisione dei granatieri di Sardegna, che era una delle più prestigiose delle Forze armate; quindi, non era un atto di ostilità. Quali fossero poi i rapporti interni tra lui e Miceli, io non lo so. Successivamente si è scoperto che tutti e due appartenevano ad una medesima confraternita massonica (erano dei rapporti un po’ intermittenti se queste cose sono vere, anche se poi mi sembra che Maletti abbia sostenuto che lui figurava come iscritto ma non partecipava. Peraltro, quasi tutti mi pare che dicano qualcosa del genere, non so se i nomi li prendessero dall’elenco telefonico, comunque questo è un affare loro).
Siccome la domanda che mi ha rivolto è specificamente politica, le rispondo che con Moro non ho mai avuto dissensi, salvo proprio sulla questione Miceli. Moro pensava forse che io dovessi fare di più per togliere il generale Miceli dalle «grinfie» della magistratura, poichè riteneva che fosse stato colpito un uomo buono. Miceli era una brava persona, però a mio avviso in alcune circostanze dimostrò di essere molto sprovveduto; e probabilmente l’errore fu di averlo nominato ad un posto per il quale non era qualificato.
Sui contrasti nei confronti di Moro, anche se poi se ne è voluto porre un accento, devo dire che certamente all’interno di un partito ci sono momenti in cui due posizioni divergono e momenti in cui convergono.
Certamente, io appoggiai Moro per bloccare quello che sembrava un cammino troppo rapido verso il centro-sinistra, che era portato avanti da Fanfani; qualche mese dopo, Moro scavalcò Fanfani in questa stessa direzione. Ma direi che sono questioni interne di partito mentre, per il resto, non abbiamo mai avuto dei dissensi. Mi riferisco a quella che si chiama la politica araba, ad esempio, che poi io ritengo sia tanto valida da essere stata adottata nel 1980 a Venezia dalla Comunità europea: la politica di spingere perchè ci fosse un accordo, un negoziato intorno ad uno stesso tavolo, tra palestinesi ed israeliani; e d’altra parte di non accettare demonizzazioni nei confronti di nessuno, anche perchè gli alleati uno se li sceglie, ma i vicini se li trova; e quando ci sono dei vicini uno deve cercare di avere possibilmente almeno un colloquio e non avere motivi di contrasto, se non strettamente necessari.
Quindi, voler fare un’equazione tra il rapporto politico tra Moro e me e il rapporto politico tra Miceli e Maletti è proprio fantapolitica.

PRESIDENTE. Vorrei un chiarimento su questo punto, senatore Andreotti. D’altra parte, non ho fatto domande e i colleghi mi scuseranno se mi intrometto per cercare pure io di dare un contributo all’audizione. Tutto questo avviene dopo il 1974. Lei, nella scorsa audizione, ci ha spiegato che quando è tornato al Ministero della difesa nel 1974, dato che vi era stata tutta la vicenda di De Lorenzo e i risultati della Commissione Alessi, ha cercato di porre ordine nella materia dei Servizi. E devo dire che, da quello che ci ha detto lei e da quello che ci ha detto anche il generale Maletti, penso di dover correggere un giudizio espresso nella parte finale della mia relazione, quando sottolineo che nell’epoca della guerra fredda, da una parte e dall’altra, i Servizi acquistavano una straordinaria autonomia e che questo fenomeno mi sembrava in Italia più accentuato, quasi con un atteggiamento proprio recessivo della classe politica nei confronti dei Servizi. Penso che effettivamente il giudizio debba essere corretto, distinguendo la fase anteriore al 1974 da quella successiva a tale data. Per quello che riguarda la fase anteriore, lei, ascoltato dalla Commissione P2, ha detto testualmente: «Una delle cose che ho imparato quando nel 1959 ho cominciato a fare il Ministro della difesa – sotto un aspetto era sbagliata, ma sotto un altro no – è che il Ministro, per avere prestigio, non doveva occuparsi né di servizi segreti né di forniture. Per i servizi segreti forse detti una confidenza eccessiva agli esperti; infatti la seconda volta» – quindi nel 1974 – «me ne sono occupato piuttosto attivamente. Ma per quello che riguarda le forniture non me ne sono occupato». La mia domanda è: da chi ha imparato che per avere prestigio un Ministro della difesa non si deve occupare né di servizi segreti né di forniture? Chi erano gli esperti che le dettero tale consiglio? Questo è un giudizio che in parte conferma l’esattezza della mia valutazione per il periodo anteriore al 1974.

ANDREOTTI. Credo di averlo anche accennato l’altra volta: quando inopinatamente mi trovai ad essere Ministro della difesa, il primo o quasi che mi venne a trovare fu l’ex comandante dei carabinieri generale Cerica, che conoscevo poiché era della regione laziale e fu anche nostro senatore. Egli mi disse di non avere preoccupazioni riguardo alla tecnica militare, l’essenziale era che io non mi occupassi né di Servizi né di forniture. Io apprezzai questa valutazione, di cui lui dava anche una spiegazione. Sulle forniture non c’era necessità, anche se successivamente ho visto che una delle tante maldicenze nei miei confronti è che io avrei fatto dare una fornitura di materassi Permaflex alla Nato…

PRESIDENTE. Di questo lei parla poi nell’audizione.

ANDREOTTI. L’ho letto e tra l’altro non è nemmeno una cosa fantasiosa: è stupida e falsa. Sui Servizi, naturalmente egli mi dava una spiegazione, poichè l’ambito in cui si muovono i Servizi è di estrema riservatezza. Quindi – egli diceva – il Ministro non deve sapere nè chi sono gli informatori nè che cosa fanno; l’essenziale è che i Servizi possano essere lasciati operare e che le persone siano affidabili. È uno dei settori in cui l’elemento fiduciario è estremamente vasto, molto più che in quasi tutte le altre mansioni.
Però, quando sono tornato per la seconda volta, avendo vissuto invece – specialmente tramite la Commissione Alessi – tutte le vicende e le polemiche ed avendo anche appreso, man mano, che spesso le posizioni di antagonismo personale erano micidiali, non solo tra le persone ma tra i rispettivi entourages, sono stato ad occhi più aperti ed ho cominciato a predisporre la riforma dei Servizi. Come ho detto prima, tale riforma fu poi elaborata in seno al Governo, fu presentata al Parlamento, il quale la cambiò totalmente, creando appunto i due Servizi più il coordinamento. A mio avviso, se si dovessero rimettere le mani in tale materia (è augurabile che ciò accada), bisognerebbe tornare indietro per semplificare molto tutta questa struttura.

PRESIDENTE. A me dispiace dover fare questo rilievo, però lei ammetterà che nel 1959 c’era la guerra fredda e che quindi di tutto questo si può dare una lettura diversa. I servizi segreti obbedivano ad altra catena di comando, quella atlantica. Sulle forniture poi non si doveva mettere il naso perchè le forniture militari possono coprire grosse vicende di finanziamento politico; la faccenda della Lockheed è questa: è la vicenda di un grosso finanziamento politico che nasce da una fornitura materiale militare, di aerei, da parte di una società notoriamente vicina ai Servizi statunitensi. Questa è naturalmente una mia valutazione.

ANDREOTTI. Presidente, secondo me, siccome ho visto che anche Maletti insiste molto su questa posizione di soggiacenza agli americani, devo dire che non ho mai sentito nessuno di loro lamentarsi di questo. Come ho già detto l’altra volta, io sono veramente sorpreso nell’apprendere la deposizione qui dell’ammiraglio Martini, che avrebbe affermato che i servizi segreti stranieri per cinquant’anni potevano fare il comodo loro in Italia. Non capisco allora perchè ci fossero i nostri servizi segreti e il contro spionaggio.
Io non credo che il fatto di avere una Alleanza, tra l’altro regolarmente votata dal Parlamento – che quindi obbliga lo Stato come tale – ci mettesse, o addirittura mettesse i Servizi, in una posizione quasi di dipendenza gerarchica, con una sovrapposizione degli americani. Non ho mai considerato che l’Alleanza porti a questo, cioè ad un declassamento della nostra struttura amministrativa od altro. Certamente vi sono degli obblighi di rapporti, degli obblighi di controlli. L’altro giorno mi sono in un certo senso rallegrato giacchè in un atto venuto alla ratifica della Commissione esteri del Senato, che è stato approvato, in materia di strutture difensive Ueo, si parla di nullaosta di segretezza per questa struttura difensiva ed ho visto che nessuno assume una posizione di scandalo rispetto a ciò. Queste sono delle esigenze; tuttavia la subordinazione nel senso di impedire l’esercizio libero e approfondito del proprio lavoro di informazione non credo fosse legittima; se qualcuno la intendeva così è perchè aveva una mentalità coloniale.

PRESIDENTE. Le do atto che le cose sarebbero dovute andare come lei dice; le do anche atto che in più occasioni della sua lunga carriera politica lei si è comportato coerentemente con quanto ci sta dicendo, e lo abbiamo anche sottolineato nella scorsa audizione. Tuttavia l’impressione che traggo dall’insieme delle vicende è che non sempre le cose siano andate così. Ritengo che a tal proposito il senatore Manca possa fornirci una testimonianza.

MANCA. Ritengo che forse a livello politico questo non sia accaduto, ma a livello tecnico militare c’era effettivamente una soggezione nei riguardi degli Stati Uniti d’America. Questo credo fino ai primi anni ’70. Non so se la svolta sia avvenuta per direttive politiche o per altre ragioni, ritengo anche perchè cominciavamo ad avere dimestichezza con alcune tecniche e ad avere qualche mezzo in più, eravamo insomma cresciuti. Comunque fino ai primi anni ’70 – per quanto riguarda i Servizi americani e non altri – esisteva effettivamente una soggezione tecnica ed a volta una guida su come si assumono informazioni. Questo posso testimoniarlo per quanto riguarda l’intelligence esterna; eravamo in apprendistato per quanto riguarda questo aspetto.
D’altronde ciò era anche logico perchè come ho detto in altre occasioni gli aerei che avevamo in quel periodo ci erano stati donati da questo grande Stato; le tecniche di addestramento ed altri aspetti ponevano l’organizzazione militare italiana in una posizione di soggezione, di questa natura e non di altra; a livello politico può darsi non vi fosse soggezione, però quando si parlava di tecniche è ovvio che loro avevano molta più esperienza di noi. Il generale Maletti ci ha parlato di uno scontro tra il Capo dei Servizi americani ed il nostro Capo dei Servizi. Lo ritengo possibile perchè la soggezione tecnica porta anche ad una soggezione di carattere funzionale.

CORSINI. Senatore Andreotti, sarai molto curioso di conoscere in base a quali considerazioni nel gennaio del 1978 – lei all’epoca era se non sbaglio Presidente del Consiglio – alla guida del Sismi e del Sisde non furono nominati quelli che allora potevano apparire i candidati naturali e cioè il generale Dalla Chiesa e l’ispettore Santillo. Sarebbe interessante conoscere chi suggerì o impose il nome del generale Santovito, che sarebbe stato poi coinvolto, seppure in modo abbastanza marginale, nelle attività di Edgardo Sogno, nell’estate del 1974, attività sulle quali Edgardo Sogno è tornato recentemente in occasione di alcuni convegni. Vorrei soprattutto conoscere quali sono state le ragioni, ammesso che fossero a sua conoscenza, per le quali Santillo non fu nominato capo dell’Ucigos e alla guida dell’organismo fu invece chiamato un altro funzionario.

Emilio Santillo

ANDREOTTI. Circa le proposte per coprire questi incarichi, per quanto riguarda l’Interno ciò andrebbe chiesto alla struttura degli interni. Non so se Santillo fosse stato proposto da qualcuno; personalmente non ero grato a Santillo perchè insieme all’ammiraglio Casardi aveva compiuto un atto non troppo leale nei confronti del Governo, e cioè portare alla Commissione una memoria di critica ad un testo del Governo. Questo non perchè essi non potessero esprimere il loro avviso ma perchè avrebbero almeno dovuto informare di ciò il Presidente del Consiglio.

PRESIDENTE. A quale memoria si riferisce e a quale Commissione?

ANDREOTTI. Mi riferisco alla stesura del testo di riforma dei Servizi con la creazione di un Servizio unico. L’ammiraglio Casardi ed il dottor Santillo portarono questa memoria unica; non voglio definirlo un atto di sedizione, ma comunque non mi piacque. Ciascuno può esprimere le proprie idee, ma andare a soffiare alle Commissioni che si voleva mettere in piedi uno strumento di potere, chissà con quali macchinazioni, mi sembrò scorretto. Detto questo, non ho mai saputo se Santillo fosse candidato a questa posizione. Dalla Chiesa non fu candidato a dirigere il Servizio nè, che io sappia, aveva mai chiesto di fare ciò. Egli fu poi utilizzato in altra maniera; in quel momento si stava occupando molto efficacemente dell’ispettorato delle carceri, svolgendo un lavoro di grande importanza.
La proposta del generale Santovito fu fatta dallo Stato Maggiore; io non lo conoscevo di persona. Quanto alla persona di Sogno, andrei più cauto perchè, come ho detto, tutto sommato quello che era stato l’estensore di questo programma (che oggi fa parte di uno degli aspetti di cui si occupa anche la Bicamerale, cioè di questa idea di struttura dello Stato), divenne poi procuratore generale della Corte d’appello di Milano, laddove altri ebbero delle grane; può darsi che Sogno abbia fatto anche altre cose ma non voglio addentrarmi su questo. In ogni caso non vi furono pressioni o imposizioni per quanto riguarda le nomine ai Servizi. Anzi per il Cesis vi fu difficoltà a trovare qualcuno. In un primo tempo si era nominato il prefetto Napoletano, che io conoscevo bene in quanto era stato prefetto a Roma e prima a Latina. Direi che il Cesis era di maggior correlazione con il Presidente del Consiglio; egli tuttavia lasciò, in parte perchè i due Servizi non gli riconoscevano un potere effettivo ed anche perchè cominciò a star male, tanto è vero che poco dopo morì. Vi fu difficoltà a trovare qualcuno che lo sostituisse. Ricordo che venne interpellato un prefetto e non accettò; venne interpellato un generale dei carabinieri e non accettò. Fu poi proposto dal Ministero il prefetto di Venezia, il quale tra l’altro venne senza grande entusiasmo, forse perché era più prestigioso ricoprire l’incarico di prefetto di Venezia che non quello di direttore del Cesis. Non vi furono però imposizioni da parte di nessuno, nè da parte di americani, nè di altre nazionalità, nè da parte di confraternite.

CORSINI. Vorrei ora venire al caso Moro. Durante quel periodo lei era Presidente del Consiglio. Vorrei anzitutto una sua valutazione: lei ritiene che i nostri servizi segreti abbiano fatto tutto quanto era loro possibile per individuare la prigione di Moro e quindi per salvargli la vita? O ritiene plausibile che i due capi dei Servizi, ambedue aderenti alla loggia P2, abbiano tenuto una condotta per qualche verso passiva o addirittura ostativa, tale da facilitare una conclusione tragica, come poi è drammaticamente avvenuto, del sequestro?
Visto che ha poc’anzi nominato il prefetto Napoletano, nel corso del sequestro lei forse ricevette comunicazioni scritte da parte del direttore del Cesis, prefetto Napoletano, in cui si denunziava la passività del Sismi e del Sisde? E ammesso che abbia ricevuto tali comunicazioni, ebbe occasione di rispondere?
Quando il prefetto, dopo gli eventi legati al falso comunicato del lago della Duchessa, rassegnò le dimissioni lei accettò senza avere un colloquio chiarificatore? Come mai? E come mai nominò in sostituzione il prefetto Walter Pelosi, il cui nome mi sembra sia poi finito nelle liste di Licio Gelli? Desidererei comunque in prima battuta una valutazione sul ruolo dei Servizi.

ANDREOTTI. Intanto, dobbiamo dire che bisogna guardare nel suo complesso e in tutte le sue articolazioni la pubblica amministrazione civile e militare. Non era certamente un compito esclusivo riservato dei servizi quello di individuare dove era tenuto prigioniero Aldo Moro. A me non risulta, nè ebbi alcuna dichiarazione in senso contrario, che non si siano, cioè, impegnati adeguatamente e – ancor meno, mi rifiuto di accettare questa idea – che addirittura fosse una passività voluta per ragioni quali P2 o altra loggia.
Non lo ritengo accettabile: le difficoltà obiettive che ci furono nel rinvenire dove Moro era tenuto prigioniero furono difficoltà vere. Ricordo anche una delle critiche fatte, secondo cui bisognava essere molto più penetranti, per esempio, nella perlustrazione in città. A Roma ci sono alcune migliaia di appartamenti occupati da singoli o da coppie che lavorano entrambi e che durante tutta la giornata sono vuoti. Quindi, non si poteva – credo – sfondare porte. Ritengo che abbiano fatto quello che nel momento era ritenuto possibile. Penso che lo sforzo fosse stato fatto; certamente la volontà di arrivare ad una conclusione positiva era una volontà ed una tensione partecipata da tutti noi; purtroppo non si riuscì in questo. Inoltre, non ricordo affatto che mi abbia mandato – ma dovrei escluderlo – una lettera Napoletano. Tra l’altro, ero anche in grande rapporto personale con lui; lo sono tuttora con la sua vedova tramite mia moglie perchè – ripeto – era stato prefetto di Latina e ci conoscevamo benissimo, egli lasciò perchè era veramente malato: aveva un cancro ed è morto dopo poco tempo. Per quanto riguarda la nomina di Pelosi, come ho detto prima, dopo che erano stati interpellati un prefetto, segnalato dal Ministero ed il generale Ferrara che non avevano accettato, il Ministero dell’interno ci propose il prefetto di Venezia il quale si lamentò e – da quello che si è visto dopo – alla P2 si sarebbe iscritto dopo.

PRESIDENTE. Senatore Andreotti, scusi la mia intromissione: i vertici del Partito socialista informarono lei ed il Ministro dell’interno dei contatti che avevano con Piperno e Pace, cioè con ambienti di Metropolis e dell’Autonomia con cui cercavano di lanciare la via della trattativa?

ANDREOTTI. No, Presidente. Allora non ho saputo questo; probabilmente se avessero avuto – ritengo almeno – delle possibilità concrete di proporre, questo sarebbe stato portato a conoscenza, come il segretario del Partito socialista certamente mi parlò di alcune iniziative (l’avvocato Guiso, che essendo difensore a Torino si sperava potesse aver qualche contatto; la cosa poi non andò in porto). Però, devo anche dire un fatto sulla linea, chiamata della fermezza, che è la linea del rispetto e non di una legalità astratta. Pensiamo a cosa sarebbe successo se, dinanzi a persone che avevano ucciso carabinieri, guardie di finanza, magistrati, giornalisti, per salvare uno di noi avessimo mollato e accettato di liberare i tredici che loro volevano e di riconoscere il loro status politico. Questa era una linea su cui ci si trovava con una grande concordia. Ho conservato una dichiarazione di Enrico Berlinguer quando i rapporti, per altri motivi, con il Partito comunista, non erano più gli stessi del 1978. In occasione di una polemica fu resa una dichiarazione di Berlinguer molto ferma a questo riguardo dicendo che nulla è stato trascurato di quello che si poteva fare. Per il resto, l’approvazione della politica seguita dal Governo era fondamentale.

PRESIDENTE. Su questo voglio essere chiaro per quello che può valere una mia valutazione: all’epoca ero completamente fuori dalla politica; ero un modestissimo avvocato di provincia. Da cittadino italiano, ritenevo che la linea della fermezza fosse quella giusta; lo sviluppo della linea della fermezza però sarebbe stato cercare di fare di tutto, di rintracciare la prigione e liberare Moro. La mia impressione, vivendo adesso nel mondo politico, è che però si attivò allora un conflitto politico, ancora una volta tutto spiegato sulla attualità, per cui, per i fautori della trattativa, la liberazione da parte delle forze di polizia di Moro sarebbe stata una sconfitta politica e quindi potevano non dare le informazioni che potevano servire a rintracciare ed a trovare Moro.
D’altra parte, il partito della fermezza poteva avere la grossa preoccupazione del rischio (che indubbiamente c’era nella liberazione manu militari di Moro) di un esito tragico dell’intera vicenda, perchè allora sarebbero stati responsabilizzati della sua morte. Questo poteva portare a quello che la Commissione di indagine sul caso Moro disse: «quello stato quasi di rassegnata attesa che gli eventi giungessero al loro esito naturale».

ANDREOTTI. Signor Presidente, questa credo sia una ricostruzione che rispetto, ma che non corrisponde minimamente al vero: siamo stati in una tensione enorme in quel periodo, sentendo veramente la drammaticità del fatto e nessuno pensava che qualcosa dovesse essere trascurato o faceva delle ipotesi subordinate di che cosa succedesse e di un rischio nel caso di un conflitto a fuoco. Se noi avessimo saputo dove, certamente sarebbe stato meglio affrontato questo rischio che non lasciare Moro in mano loro. Questo purtroppo non si è mai verificato, nè credo che potesse verificarsi. Se veramente ci fosse stato qualcuno dell’amministrazione che avesse fatto questi ragionamenti sarebbe stato arbitrario ed un folle, anzi direi un mascalzone.

PRESIDENTE. Vorrei precisare che lei non condivide una valutazione che non è mia, ma della Commissione Moro che parlò appunto di questa rassegnazione di questo atteggiamento di inerzia e di impreparazione. Per quanto riguarda l’altro aspetto della vicenda (cioè che il partito della trattativa non desse le informazioni possibili) in fondo sarebbe stato sufficiente pedinare Pace per arrivare a Morucci e pedinare Morucci per arrivare a Moretti. Loro andavano a parlare con Pace; evidentemente sapevano che Pace era un interlocutore possibile, un tramite della trattativa.

ANDREOTTI. Probabilmente, lo avranno fatto in maniera riservata e non informando allora di questa situazione, forse per mantenere un contatto, se questo fosse stato noto, certamente si sarebbe operato il pedinamento. Seguimmo tutte le strade, anche delle strade indirette e demmo anche il consenso a che da parte di una personalità importante del Vaticano (il segretario di Paolo VI) si potesse tentare anche una possibilità di riscatto. Dispiaceva da un lato mettere un certo numero di miliardi in mano a questi poichè significava non farli utilizzare per cose innocue però, dicemmo che non c’era nessuna difficoltà anche a questo riguardo. Quindi, fu tentato di tutto; parlare di rassegnata inerzia…

PRESIDENTE. …e da parte della famiglia potrebbe esserci stato per esempio il silenzio su alcune informazioni importanti, perchè vi era una atmosfera di sfiducia; il cosiddetto canale di ritorno.

ANDREOTTI. Voglio fare due osservazioni. Siccome qui è stato evocato tra l’altro Cazora, voglio dire che ho appreso che vi era una intercettazione telefonica tra Cazora e Sereno Freato; l’ho notato adesso leggendo gli atti, ma non lo avevo mai saputo. Ebbene, che la famiglia potesse cercare di avere anche dei contatti personali era normale. Comunque, conservo un biglietto molto eloquente che ricorda che proprio la sera del 9 maggio Guerzoni mandò a Evangelisti, che era Sottosegretario, per ringraziare per tutto quello che noi avevamo fatto e pregandolo di ringraziare anche me. Fra l’altro, non so se qui o in altra sede, ho visto che Guerzoni aveva detto che io avrei fatto aggiungere o togliere alcune frasi nella lettera del Papa.

PRESIDENTE. Lo ha detto in questa sede.

ANDREOTTI. Questo appartiene ad una fantasia anche piuttosto fervida. Capisco che Guerzoni era attaccatissimo a Moro e che abbia sofferto la tragedia in maniera direi più che filiale, però non so chi abbia potuto pensare che il Papa mi abbia fatto leggere la lettera prima di mandarla.

PRESIDENTE. Lei avrà notato che, nella mia proposta di relazione, io esamino le ipotesi ricostruttive di Guerzoni e dico che non ci sono elementi per ritenerle nemmeno altamente probabili.

ANDREOTTI. Noi abbiamo seguito tutto. Si ricorderà che vi era stata anche la possibilità di quell’avvocato svizzero che la famiglia voleva contattare. Noi avevamo dato tutti i consensi perchè potesse essere attivata anche quella strada, che poi si dimostrò una pista non valida.

Giulio Andreotti – audizione in commissione stragi – 17.04.1997 prima parte

PRESIDENTE. Proseguiamo oggi l’audizione del senatore Giulio Andreotti che è qui ancora una volta e di questo lo ringrazio. Prima di dare la parola ai colleghi, vorrei fissare alcuni principi per l’audizione, alcuni monocraticamente, altri da valutare insieme alla Commissione. Come voi sapete, il senatore Andreotti è oggetto di due noti processi penali, che si svolgono uno a Perugia e uno a Palermo. Voglio allora dire subito che non riterrò ammissibili domande che possono in qualche modo riguardare questi due processi. Lo faccio per due considerazioni, la prima delle quali è di carattere istituzionale, circa il rapporto tra indagine parlamentare e indagine giudiziaria. In molti paesi occidentali le due indagini non possono essere contemporanee e al Parlamento è inibito indagare su vicende che sono oggetto di indagini giudiziarie. In Italia non abbiamo questa regola: se così fosse, noi non potremmo indagare sulle stragi, che sin dall’inizio della vita della Commissione sono sempre stato oggetto dell’indagine giudiziaria. Dobbiamo però muoverci su un difficile crinale, e quindi non possiamo creare interferenze tra i due versanti. Aggiungo poi che vi è da considerare una esigenza di garanzia. Infatti, il senatore Andreotti è qui in sede di libera audizione, non è munito di difensore, e quindi io porrò un ostacolo a qualsiasi domanda che mi sembrerà poter interferire con i due processi, salvo che il senatore Andreotti di sua volontà non mi faccia sapere che intende rispondere a quella domanda. L’altro principio, sul quale dovremmo metterci d’accordo, riguarda invece il tempo degli interventi. Vorrei assegnare un tempo di sette minuti a ciascuno dei Commissari, i quali cercheranno di utilizzare tale tempo per fare delle domande brevi, secche ed incisive, senza fare discorsi, dissertazioni, commenti e valutazioni, che sono cose che potremo fare quando inizieremo a discutere tra di noi sulle conclusioni cui dobbiamo pervenire.
(…)
MANCA. Signor Presidente, cercherò di essere breve e di fare domande appunto brevi e secche: incisive non lo so, dovrebbero essere giudicate dagli altri. Presidente Andreotti, toccherò, per così dire, due temi e mezzo. Il primo è relativo alla reazione dell’onorevole Moro all’arresto del generale Miceli; poi qualche domandina sul generale Maletti; quindi qualcosa sulla Gladio, ivi compresa una notizia – se la conosce – riguardante l’organizzazione cosiddetta Ossi. Salto il preambolo e le faccio le prime domande. Come giudicò le parole di stima e di solidarietà che l’onorevole Moro volle indirizzare al generale Miceli dopo il suo arresto? È vero, a suo parere, che il generale Miceli e Mino erano particolarmente vicini all’onorevole Moro? A suo parere, ha qualche fondamento la tesi, sostenuta da molte ricostruzioni storiche, secondo cui il generale Maletti sarebbe stato in qualche modo «andreottiano», come si suol dire? E, a proposito di Maletti, quest’ultimo sostiene – ce lo ha detto a Johannesburg – di essere stato in disaccordo con la politica filo-araba del governo italiano dell’epoca, in particolare con il trasferimento di armi alla Libia, considerandola scarsamente compatibile con la lealtà nei confronti degli Stati Uniti. Il generale Maletti è teso pertanto a ricondurre a questa ragione il suo contrasto personale con il generale Miceli. Possiamo sapere, Presidente Andreotti, quale fu la sua personale posizione in merito a questa linea politica? Passo al secondo gruppo di domande, sulla Gladio. Per quanto attiene alla rimozione del segreto sull’organizzazione Gladio, nel 1990, come si sa e come ha confermato in questa Commissione, lei decise di rimuovere il segreto di Stato, ritenendo che la situazione internazionale fosse tale che non vi era più bisogno di quell’organismo. Ci può dire se acquisì in merito il parere preventivo dei Ministri competenti? Quella decisione fu concordata con il Presidente della Repubblica? Fu concordata con il Governo degli Stati Uniti, partner nell’accordo stipulato? Quali reazioni determinò la decisione del Governo italiano nell’ambito dell’Alleanza? Quale reazione determinò la sua decisione da parte del Presidente della Repubblica? Ebbe a questo riguardo colloqui, preventivi o successivi, con il capo dell’opposizione, onorevole Occhetto, o con altri esponenti del mondo politico, imprenditoriale o dell’informazione?
Infine, ci può dire se era a conoscenza dell’organizzazione dei cosiddetti Ossi (Operatori speciali dei servizi segreti) di cui avrebbe fatto parte un addestratore della Gladio, il maresciallo Licausi, una organizzazione preposta ad attività di guerra non ortodossa?

PRESIDENTE. La ringrazio per la sinteticità e precisione delle sue domande, senatore Manca.

ANDREOTTI. Ritengo che le parole di apprezzamento dell’onorevole Moro, in modo particolare una lettera che egli mandò al generale Miceli, debbano essere interpretate sotto un profilo umanitario e non sotto quello di condivisione di una politica, segnatamente in dissenso da quelle che erano iniziative adottate prima dai magistrati e poi da me (in quanto avevo dovuto rimuovere il generale Miceli dal suo incarico e avevo dovuto annullare anche la sua destinazione a comandare il Corpo d’armata di Milano). Per quello che riguarda le dichiarazioni del generale Maletti, non so bene cosa voglia dire «andreottiano». Certamente, con il generale Maletti il mio è stato un rapporto solo formale, d’ufficio. Personalmente l’ho visto soltanto due volte, la prima, come ho ricordato l’altro giorno, quando venne a rendermi edotto dell’inchiesta che lui aveva fatto sul golpe Borghese; la seconda, quando venne a dirmi dell’iniziativa di approfondimento nei confronti del partito che quel signor Foligni stava allestendo, di cui il Servizio si era occupato legittimamente, anzi doverosamente (in quanto si parlava di una formazione politica che faceva affidamento su militari e su ambasciate straniere); mi disse: «Guardi, abbiamo fatto le indagini, si tratta di quattro «sfessati» (o un’espressione equipollente). Per il resto, che vi sia stato un dissenso all’interno dei Servizi nei confronti della cosiddetta politica araba è una interna corporis che a me non fu mai manifestata; peraltro non ritengo che fossero i Servizi ad adottare la linea politica, bensì i responsabili politici.
L’opinione di Maletti che la fornitura di armi – oltretutto, se non vado errato, da parte dell’Oto Melara, società a partecipazione statale, del tutto in conformità delle leggi – fosse un modo di contrariare gli Stati Uniti è un’opinione, non voglio dire apprezzabile, perchè non l’apprezzo molto, comunque un’opinione personale che non devo io commentare. Per quanto riguarda la pubblicazione dell’elenco degli appartenenti della struttura Gladio, non dovevo domandare a nessuno; vi era un apprezzamento politico, essendo una struttura predisposta per il caso di invasione dell’Italia ed essendo completamente cambiata la situazione politica internazionale. Non essendovi quindi alcun motivo (almeno allo stato) di temere invasioni, a mio avviso era più che dovuto rendere pubblico quell’elenco. Arrivammo alla decisione dopo una riunione, che ho ricordato l’altra volta, fatta con i responsabili dei Servizi, con il Comandante dei carabinieri, il Capo della polizia ed altri colleghi Ministri competenti. Nella riunione dicemmo: «Se vi sono elementi che voi ritenete debbano essere coperti dal segreto, diteli, noi li valuteremo». Però dissi pure che se qualcuno non diceva tutta la verità in quella occasione, si poteva considerare dimissionario; perchè era veramente un atto dovuto.

gianadelio maletti

E che vi sia stata, secondo l’opinione di alcuni e dello stesso ammiraglio Martini, una reazione internazionale, a me non risulta affatto. Anche nei mesi successivi, ho avuto occasione di incontrarmi con colleghi Capi di Governo e di parlare con gli americani: non ho sentito una sola lamentela per questo. So che poi anche altri paesi hanno fatto lo stesso. E ritengo che non vi era nessun motivo per fare diversamente. Della organizzazione Ossi ho appreso l’esistenza solo di recente, in occasione di un processo che c’è stato. Per quanto riguarda il Presidente della Repubblica, con cui ero in contatto si può dire quotidiano, non ho mai avuto da parte sua manifestazioni di dissenso circa la pubblicazione di questi elenchi o sulla messa a conoscenza del Parlamento – specificamente della Commissione – delle liste di composizione dell’organizzazione.

PRESIDENTE. Senatore Andreotti, mi consenta la richiesta di un chiarimento. La questione di Miceli e di Maletti ci riporta all’indagine sul golpe dell’Immacolata. Ho riletto il verbale che abbiamo approvato della sua audizione e lei ci ha confermato di ritenere quell’episodio grave, da non sottovalutare. Poichè normalmente lei non è persona che enfatizza le cose, che lei ci abbia detto che è una questione che deve essere tenuta in considerazione è un fatto che valuteremo. Lei ci ha anche detto che probabilmente il golpe si arresta perchè Almirante non dà la solidarietà del Movimento Sociale Italiano. Da questa ricostruzione però Borghese fa la figura di uno sprovveduto, perchè era mai pensabile che si potesse progettare un colpo di Stato con la guardia forestale, un po’ di giovanotti scalmanati e armati che si erano radunati in una nota palestra, senza che ci fosse un qualche affidamento di qualche copertura politica importante e, soprattutto, che ci fosse un affidamento sulla non reazione delle Forze armate e degli apparati di sicurezza Quello su cui mi sono interrogato è che Borghese non era uno sprovveduto; la sua storia, il ruolo che ha avuto durante tutta la Resistenza, della X Mas, il modo con il quale viene salvato nel 1945, descrive Borghese come un uomo d’arme ma anche come un uomo che conosce la logica del potere, e direi anche la logica occulta del potere. È verosimile che si sia messo alla testa di un’avventura di questo tipo senza avere una serie di affidamenti che a un certo momento vengono meno, o forse fin dall’inizio era stato deliberato che venissero meno per farlo «scoprire», e poi arrestare a un certo momento l’intero movimento? La sua valutazione su questo, qual è?

ANDREOTTI. Intanto vorrei confermare quel che ho detto l’altro giorno, che nella istruttoria fatta dalla Procura della Repubblica e nella requisitoria che ho inviato alla Commissione, e che può essere letta, si conferma che quanto ha detto Maletti, cioè che l’istruttoria del procuratore fosse stata superficiale, è completamente falso. L’istruttoria fu molto approfondita e anzi, se eventualmente c’è da poter fare una critica alla requisitoria – potrete leggere quel documento – è che forse è stata di un’eccessiva severità.

PRESIDENTE. Senatore, la mia domanda è proprio questa: forse è non aver dato risposta alle domande che ho posto che rendeva debole quell’ipotesi accusatoria.

ANDREOTTI. Aggiungo che dopo le arringhe dei difensori – anche questo è depositato nella documentazione che ho chiesto al senatore Vitalone e che ho inviato alla Commissione – Vitalone riprese la parola proprio nei confronti del generale Miceli dicendo che, se l’attribuzione specifica del reato addebitato a Miceli era meno grave, però il suo ruolo e proprio la sua funzione rendevano molto più forte la sua responsabilità. Alla domanda: «aveva valutato le proprie forze il Borghese?»… Io non l’ho conosciuto, quindi non so se avesse questa capacità di valutazione e se pensasse che, creando una condizione di eccezionalità, cioè in una notte di vigilia di un giorno festivo (quando in fondo gli apparati dello Stato sono normalmente meno guarniti) andando a occupare la radio e compiendo anche azioni ciò provocasse una specie di consenso militare. Credo probabilmente sia stato vittima di informazioni sbagliate che gli venivano date; perchè credo di aver conosciuto in profondità le Forze armate e non ho mai pensato che fossero disponibili come tali per manifestazioni contro l’ordine costituzionale, contro la legalità. Chi si faceva illusione di questo genere era, nell’ipotesi migliore, un visionario. Se guardiamo anche alla qualità umana delle persone che stavano intorno al principe Borghese…

PRESIDENTE. Erano di basso livello.

ANDREOTTI. Probabilmente sono vere entrambe le ipotesi, cioè un timore oggettivo che il gesto potesse veramente sovvertire l’ordine costituzionale non sarebbe fondato, però una valutazione grave su quello che fu l’atto è altrettanto fondata. Nel documento di Vitalone si riporta, per esempio, il testo del messaggio che Borghese aveva (o gli avevano) preparato con un appello al Paese perchè tutti riconoscessero qual era la verità, la giustizia, la bandiera e cose del genere.
A mio avviso è stato più che giusto irrogare delle condanne, però storicamente la libertà in Italia non ha corso un oggettivo pericolo. Sono due cose che non sono in contrasto come valutazione, nè credo veramente che potesse fare affidamento reale su appoggi consistenti.

CORSINI. In questa sede mi limiterò ad avanzare domande e non esporrò valutazioni in merito al contenuto dell’audizione della volta scorsa. Sento però il dovere, anche alla luce di polemiche giornalistiche che ho potuto leggere e senza voler qui anticipare valutazioni o la discussione che si farà nell’Ufficio di Presidenza di manifestare apprezzamento, stima e anche solidarietà personale al presidente Pellegrino, che mi pare coinvolto in polemiche del tutto pretestuose.

PRESIDENTE. La ringrazio.

CORSINI. Passando direttamente alle domande, torno all’audizione che la Commissione ha avuto con il generale Maletti a Johannesburg. In quell’occasione il generale Maletti ha riferito che lei – all’epoca era Ministro della difesa – suggerì di non comunicare all’autorità giudiziaria i nomi di alcune persone. In seguito avremo la certezza che si trattava di Licio Gelli, dell’ammiraglio Torrisi e di altri a vario titolo coinvolti nel golpe Borghese, ma rispetto al cui coinvolgimento gli accertamenti del Servizio erano incompleti e le informazioni in gran parte incontrollate. Il generale Maletti, sempre nel corso della sua audizione, ha parlato di due incontri, avvenuti l’uno in un pomeriggio di luglio o di agosto del 1974 – un incontro a quattr’occhi tra lei e Maletti nel suo ufficio al Ministero – e l’altro all’inizio di agosto nel suo ufficio privato, con gli ammiragli Casardi ed Henke e un altro ufficiale, con la partecipazione del tenente colonnello Romagnoli e del capitano Labruna. Lei ricorda le due riunioni e ha qualcosa da dire in proposito, in modo particolare per quanto riguarda la dichiarazione di Maletti circa il suggerimento di espungere alcuni nomi dal «malloppone» che riguardava le indagini sul golpe Borghese?

ANDREOTTI. Non entro nel merito della sua premessa, però sono anch’io rammaricato di interpretazioni esterne che sono state poi date, perchè citando un determinato episodio sembra che uno voglia attaccare questo o quel personaggio – in questo caso Prodi – ma non è certo così. Anche perchè, che si trattasse di quel gruppo lì non lo ricordavo nemmeno bene, mi ricordavo bene il fatto ma non il gruppo.
Quel che dice il generale Maletti è vero per le due riunioni. La prima, più che una riunione fu un’udienza che lui chiese e ottenne da me al ministero quando mi venne a mettere al corrente appunto dell’inchiesta che avevano condotto, domandandomi come doveva comportarsi nei confronti del generale Miceli. Gli dissi: «Lei gerarchicamente è un subordinato del generale Miceli. Lei riferisca al generale Miceli; se poi il generale Miceli non prende delle conseguenze, non porta il fatto a mia conoscenza, lei torna da me e vedremo allora quello che dovremo fare». Lui riferì al generale Miceli, il quale invece mi venne immediatamente a parlare e stabilimmo insieme di fare una audizione dei nastri di questa inchiesta che era stata portata avanti dagli uffici del generale Maletti. La facemmo nel mio studio anche per una maggiore riservatezza, presenti le persone che lei ha ricordato e, in più, i Capi di stato maggiore, il comandante dell’Arma e il comandante della Guardia di finanza. Intanto i nomi che lei ha fatto (siccome ha detto che «poi» avete acquisito la certezza, ma io non so da chi abbia acquisito tale certezza) non sono mai stati fatti, è un dato certo. Furono in particolare i militari a dire che bisognava distinguere quelli che erano fatti da quelle che erano invece solo speranze di adesioni. Nel senso che vi erano frasi di questo genere: si spera di avere anche l’appoggio del…; e si trattava sempre di militari, mai sono stati citati dai civili. I Capi di stato maggiore dissero che prima di portare questo materiale all’autorità giudiziaria dovevano fare un approfondimento; perchè era inutile esporre dei nomi senza motivo. Furono proprio il Capo di stato maggiore della difesa e il Capo di stato maggiore dell’Esercito che riguardarono questi atti e mi portarono poi il testo da inviare all’autorità giudiziaria nel quale, del resto, qualche nome di militare, ma non erano molti, fu omesso ed erano proprio quelli che non c’entravano niente, tanto è vero che poi sono rimasti completamente fuori anche dall’inchiesta giudiziaria successiva. Quindi, si tratta assolutamente di questo e siccome è un fatto notorio nell’amministrazione e più che documentabile che non c’era nessuna ragione di inviare nomi di estranei; condivisi la preoccupazione legittima delle Forze armate di non esporre alcuni nomi, che figuravano solo come oggetti di una speranza che potessero aderire, ma non c’era assolutamente nessun elemento per dire che avessero manifestato una predisposizione o ancor meno un’adesione.