“Per quel giorno non ho l’alibi. Questo prova che sono innocente” – La Repubblica 19.11.1986

Io l’ alibi per il giorno dell’ attentato non ce l’ ho, ma questa è la miglior prova della mia innocenza. Piero Malentacchi, un po’ invecchiato, sfogliando un pizzetto alla D’ Artagnan, si difende così dall’ accusa di essere l’ uomo che ha collocato la bomba sul treno Italicus. Il processo d’ appello entra nella quinta udienza e lui parte sicuro, ma ogni tanto s’ inceppa e al difensore, durante una pausa, mormorerà: Questi qui mi vogliono far dire cose che non ho detto!. Appare ancora più deciso di Mario Tuti nel negare ostinatamente tutto o quasi.

Non solo non ha mai partecipato ad attentati, ma ha frequentato solo saltuariamente i camerati e quando, al momento dell’ arresto, gli hanno trovato in tasca il volantino di rivendicazione di una bomba che doveva scoppiare alla camera di commercio di Arezzo, si difende dicendo che quel foglietto gliel’ aveva passato Franci, che lui non ne sapeva niente. Io sono sempre stato trascinato in queste storie di bombe da Franci, le accuse contro di me sono sempre state indefinite e non ho mai potuto difendermi. Il presidente Pellegrino Iannacone lo lascia dire, ma poi lo incalza facendosi raccontare i particolari di quanto accadde nel carcere di Arezzo. Tra quelle mura Aurelio Fianchini, quello che diverrà il superteste della strage e che tuttora rappresenta il cardine dell’ accusa, raccolse le confidenze di Franci sull’ attentato. Malentacchi nega che tra i due ci fosse confidenza, ma dimentica di aver scritto una lettera al giudice istruttore nella quale raccontava che Franci faceva da cuciniere a Fianchini al punto da organizzare con lui e con un terzo detenuto, Felice D’ Alessandro, un progetto (riuscito) di evasione. Malentacchi nega anche di aver avuto una particolare dimestichezza con gli esplosivi. Quando gli viene fatto notare che sotto le armi ha frequentato un corso per artificiere risponde: Però non ci hanno mai insegnato a fabbricare ordigni a tempo! Ci mancherebbe altro! replica serafico il presidente della corte. Continua a negare anche quando l’ avvocato di parte civile Roberto Montorzi gli contesta una frase pronunciata in primo grado secondo la quale Malentacchi insieme a Cauchi avrebbe partecipato ad una riunione durante la quale si commentarono i grandi attentati di quel periodo, la strage di Brescia in particolare. Non ho mai detto queste cose sbotta l’ imputato, ma a contraddirlo c’ è il verbale d’ udienza.

Ed è proprio sui rapporti con Augusto Cauchi, l’ eterno latitante in contatto con servizi segreti e P2, che le sicurezze di Malentacchi vacillano. L’ ho conosciuto ammette, ma dalle carte del processo viene alla luce una conoscenza un po’ più approfondita di quanto Malentacchi vorrebbe far credere. Tra l’ altro si parla di un viaggio in camion compiuto tra Arezzo e Rimini nei primi mesi del 1974 per trasportare dei mobili. Di un viaggio analogo, ma a ritroso, da Rimini alle Fonti del Clitumno, ha parlato recentemente un pentito nero, Andrea Brogi. Non è ancora chiaro se il viaggio sia lo stesso, ma il periodo coincide. Brogi racconta che con un camion furono prelevati a Rimini armi ed esplosivo che Cauchi aveva comprato da un personaggio misterioso utilizzando una notevole quantità di denaro che due giorni prima aveva ricevuto da Licio Gelli. Io e Cauchi aggiunge Brogi prendemmo solo l’ esplosivo che sistemammo in un deposito dove venne Tuti a prelevarne una parte. Anche Franci sapeva dell’ esplosivo. L’ udienza a questo punto s’ è accesa, ma vista l’ ora tarda, il presidente ha rinviato tutto a stamani.

Sull’attendibilità di Fianchini – Sentenza appello 1986

Nello sviluppo dell’argomentazione molto si è insistito sulla venalità del Fianchini, con parti­colare riferimento all’episodio Rosini -Vitellazzi- Fioravante. Richiamato al riguardo il punto 36° dell’espo­sizione in fatto, va sottolineato come l’avv.Rosi­ni fosse un esponente locale del M.S.I., pacifica­mente interessato a screditare il Fianchini facendolo apparire pubblicamente come un teste prezzo­lato.

Anche alla stregua di quanto dichiarato dalla assistente sociale Antonietta Taranto e dal dott. Sergio Sabalich, magistrato di sorveglianza a Ma­cerata, deve considerarsi accertato che negli anni ’79-’80 il Fianchini era da un canto gravemente preoccupato per le minacce ricevute; dall’altro bisognoso d’aiuti, tanto da essersi indotto a trasferirsi per molti mesi a S.Benedetto del Tronto, ospite della Fioravante. Di qui le sue successive richieste di d naro, inoltrate senza esito dalla Taranto al Ministero di Grazia e Giustizia. Non meraviglia quindi che il Fianchini possa aver parlato con la Fioravante del la sua speranza di ricevere degli aiuti in danaro e che questa notizia, passando dalla Fioravante al fratello e da costui alle orecchie interessate dello avv.Rosini, abbia assunto una consistenza ed un pe­so tutto diverso.

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Anche l’inquietante episodio riferito dal dott. Sabalich (cfr. la narrativa sub 37°) merita qualche approfondimento per rilevare l’ingenuità dell’originaria asserzione di aver ricevuto dal P.M. o dal G.I. un’offerta di danaro come incentivo alla te­stimonianza.

Infatti il Fianchini fin dal giorno del suo arresto a Roma aveva ampiamente e compiutamente esposto quanto aveva appreso in carcere dal Franci sul l’attentato all’Italicus e sul modo con cui era stato attuato dal Tuti, dallo stesso Franci, dai Malentacchi e dalla Luddi. Nei successivi esami non ha fatto che confermare la sostanza di quelle prime dichiarazioni, naturalmente ampliandole ed arricchendole di particolari, così come risulta dalla dettagliata esposizione di cui al punto 8° della narrativa.

Né il P.M. né il G.I. – a parte ovvie consi­derazioni di deontologia professionale – avrebbero avuto quindi motivo di offrire del danaro, di cui non disponevano, per “incentivare” una testimonianza che ben sapevano essere stata già resa. D’altra parte non v’era neanche un accenno di ritrattazione tale da far ipotizzare un’offerta dì danaro diretta ad impedirla. L’ipotesi più verosimile è allora che veramente il Fianchini abbia equivocato su qualche frase del G.I. (“Ma tu, non sei venuto a testimoniare perché c’è una taglia?”) o su qualche accenno a possibili aiuti. Rimuginandovi ed avendo un effettivo bisogno d’aiuti, in una situazione di pericolo che a suo avviso gli imponeva di star lontano da Tolentino, è verosimile che il Fianchini sia giunto a convincersi di come quegli accenni altro non fos­sero che larvata offerta di danaro. La spiegazione data dal Fianchini al dott.Sabalich per la quale si fa rinvio al richiamato punto 37° della narrativa – non manca quindi di verosimiglianza, e consente di dare in qualche modo ragione di un atteggiamento che sulle prime lascia francamente sconcertati. Si deve poi considerare come in definitiva il Fianchini volesse interessare il dott.Sabalich alla sua posizione, tanto che alla fine il magistrato si indusse ad inoltrare una segnalazione al ministero. Poteva quindi apparirgli utile prospettare che in precedenza altri magistrati gli avessero offerto del danaro, pensando che ciò potesse in qualche mo­do impegnare il dott.Sabalich ad aiutarlo.

Quel che è certo è che il Fianchini, per le sue dichiarazioni accusatorie contro gli attuali imputati, non ha ricevuto nulla, ne danaro né benefici di altro genere. Da “Epoca” – come si è visto – non v’è prova che abbia ricevuto alcunché. Tutto ciò milita in favore dell’attendibilità- del teste, il quale, nonostante le minacce ricevute (si richiamano al riguardo le dichiarazioni della Taranto e del dott.Sabalich sintetizzate al punto 37° della narrativa) ed in ogni caso in una situazione di obbiettivo pericolo, ha tenuto fermo un impian­to accusatorio che non solo si sottrae ad ogni critica – già lo si è visto – ma in molti punti è sicuramente veritiera.

Come si è evidenziato in narrativa al già ri­chiamato punto 8°, il Fianchini nella deposizione al G.I. del 20.12.1975 ebbe testualmente a dichiarare: “Fu questa forse la chiave che riuscì a vince­re la diffidenza del Franci, che un giorno a proposito dell’attentato di Terontola mi confidò che egli scontava colpe di altri. Mi disse infatti che il detto attentato era stato materialmente eseguito da tali Morelli e Gallastroni: che l’esplosivo era stato fornito dal Tuti e che era stato trasportato da un tale “Luca” con la macchina del Tuti medesimo. L’unico ruolo da lui svolto era stato quello di collegamento”. Orbene, dalla sentenza della Corte d’Assise di Arezzo in data 28 aprile 1976, allegata al verbale di dibattimento di primo grado (Voi.27°, fol. 223 e segg.) risulta  che il Morelli ed il Gallastroni, pur assolti per insufficienza di prove dall’accusa di strage per il fatto di Terontola, sono stati riconosciuti come militanti nel movimento eversivo di estrema destra che si qualificava “Fronte Nazionale Rivoluzionario”, facente capo al Tuti ed al Franci (cfr. pag.22 della sentenza) – che l’esplosivo per Terontola proveniva in realtà dal Tuti (cfr. pag.15 della sentenza stessa, con la puntuale e convincente critica del successivo assunto del Franci di averlo rubato in una cava).

Questi particolari potevano essere forniti al Fianchini solo da chi – come il Franci – avesse vissuto in prima persona i fatti verificatisi nell’aretino fra la fine del ’74 e l’inizio del ’75. Il Fianchini li ha riferiti esattamente ed in parte – per quanto attiene alla provenienza dell’esplosivo – trovano riscontro nel giudicato formatosi sulla sentenza anzi richiamata della Corte d’As­sise di Arezzo (cfr. Vol.27°, fol.263, nonché per la sentenza d’appello, il Vol.37°, all.13). Nello stesso esame del 20 dicembre 1975 il Fianchini precisa che secondo il Franci “detto attentato (quello dell’Italicus) era stato compiuto con un or­digno confezionato con esplosivo diverso da quello usato per l’attentato di Terontola….”.

Il particolare è senz’altro esatto: come si è visto si sono fatte delle ipotesi su come il Fianchini potrebbe averlo dedotto dalla lettura dei giornali e su come lo stesso potrebbe aver fatto il Fran­ci, ove non avesse partecipato all’attentato allo Italicus. Resta, il fatto che anche su questo punto il Fianchini non può essere smentito. Anzi v’è la prova di come il particolare fosse stato annotato dal D’Alessandro nel suo diario ben prima dell’ingresso in carcere del Fianchini.

Sentenza appello Italicus pag 367-373

Avv. Nino Filastò – requisitoria processo di appello 09.12.1986 – prima parte

Io sono certo che al termine di questa fatica, nostra dei difensori di parti civili, e anche vostra, loro apprezzeranno quello che è stato lo sforzo di questi difensori e dell’accusa privata. Riflettevo su quest’argomento ascoltando le ultime parole del collega avvocato Trombetti. Quando, al termine della sua disamina, di una delle posizioni certamente più rilevanti del processo che riguarda il testimone Fianchini e vi chiedeva insomma, ma perché questo signore avrebbe dovuto inventarsi queste cose? Quale motivazione, quale ragione? Con questo, sia il collega avvocato Trombetti che l’avvocato Montorzi, che chi modestamente vi sta parlando adesso, è questo in sostanza che vi vogliono dire: che questo processo è a doppio, è il processo dell’Italicus e il processo del contro-Italicus.

1974_Italicus

Contiene dentro di sé una specie di negazione di se stesso. E il compito fondamentale che si sono assunti questi difensori è proprio quello di aiutarvi a liberare la materia processuale. Da che cosa? Dalle congetture che mettono in forse quelle acquisizioni processuali che di primo acchito hanno una loro indiscutibile validità. Congetturando si può arrivare a negare tutto, voi mi capite. Ma è difficile. Perché proprio ontologicamente la congettura è un procedimento apparentemente logico per il quale si può affermare una determinata cosa facendo a meno di sostenerla con dati emergenti altrove. Quindi è questo il compito che ci siamo assunti, e l’avevamo svolto in primo grado ed è stata fonte per noi di amarezza riconoscere come la sentenza di primo grado invece è rimasta invischiata dentro a questo perverso meccanismo del “doppio processo”. Ora io, dovendo evidentemente limitare il mio contributo a cose che non sono state o che non saranno dette, mi occuperò, forse in maniera che potrebbe apparire disorganica, di alcuni aspetti della vicenda processuale, finendo per – io lo dico immodestamente – dimostrarvi come, con riferimento all’episodio De Bellis, quando si va per congetture, si rischia di restare smentiti, ma smentiti male, capite, male. Nettamente, in un modo che non potrebbe essere più plateale. L’episodio De Bellis, che tratterò alla fine, proprio dimostra fino a che punto il giudice, quando abbandona il criterio sereno, freddo, ragionato di argomentare, di pesare le circostanze per affidarsi ad un’impostazione di tipo soggettivo, attraverso la quale appunto si finisce per sostituire alle carte, anche all’argomentazione concatenata sotto un profilo logico, il salto… la congettura finisce per trovarsi, talvolta, con il tempo, di fronte ad una smentita netta.

Quindi tentando di inserirmi nelle pieghe del discorso che gli altri vi hanno fatto o che vi faranno, uno dei primi argomenti che mi pare il caso di additarvi, come argomento, circostanza processuale che indica questa doppia anima del processo, e questa doppia anima della sentenza, intendo parlarvi dell’episodio che si potrebbe intitolare come “la bomba a Firenze”. Cioè, l’esplosivo è stato messo alla stazione di Firenze? Questa valigetta che conteneva questa materia terribilmente letale, ha avuto una collocazione in quel luogo e la ricostruzione che noi sappiamo, per indiretta voce di Franci, recepita da Fianchini, per cui arriva in quel certo modo alla stazione di Firenze, Malentacchi la colloca sul treno, Franci fa da palo: è una ricostruzione attendibile? Perché è questo che dobbiamo chiederci. L’indicazione c’è nel processo, è data in quel modo, cos’è che vi contrasta? E qui ecco la sentenza di primo grado: “Sì – dice la sentenza di primo grado – è attendibile, anzi, molto probabile, quasi certo, che l’esplosivo sia stato innescato alla stazione di Firenze”. Perché? Qui a pagina 95 la sentenza espone una serie di dati, tutti concatenati, tutti certi, tutti validi, impressionanti, per affermare che: coloro i quali hanno ideato il piano, per forza hanno dovuto innescare, dare inizio al procedimento di esplosione in quel luogo. Perché? Vi rimando alla lettura di quel che è scritto in sentenza, ci sono vari motivi: se fosse stato fatto prima si correva il rischio che esplodesse prima; si è dovuto tener conto del ritardo del treno, quei diciassette minuti di ritardo; perché si era previsto che la termite che con il suo effetto di incendio, di fumo e di asfissiamento, indica che così si era programmato. Si era previsto che il treno dovesse arrivare all’interno della lunga galleria, al centro della lunga galleria appenninica e là esplodere, e quindi si è dovuto valutare anche e non solo il percorso, il tempo di percorso della tratta Roma-Bologna, ma quella tratta, quel tempo e quel percorso inferiore Firenze-Bologna detratto il ritardo, o meglio aggiunto il ritardo. E se invece le cose non sono andate come previsto lo si deve a quei tre minuti che il treno ha recuperato… quindi tutta una serie di considerazione valide per dire: sì è così. Io posso affermare che l’innesco è avvenuto qui. Però, detto questo, la sentenza contraddittoriamente signori, in maniera che non esito a definire contraddittoria, dice però inattendibile, improbabile, pressoché impossibile affermare che, non l’innesco ma l’operazione di collocamento, sia avvenuto a Firenze, con quelle modalità che vengono descritte. Ma perché? Cominciamo col dire che tutte quelle considerazioni che militano e che suffragano la ipotesi dell’innesco avvenuto alla stazione di Firenze valgono anche per il collocamento dell’esplosivo. Collocarla prima avrebbe evidentemente accresciuto i rischi di una scoperta prematura. Avrebbe accresciuto anche i rischi di una esplosione prematura benché non innescata. Voi tutti sapete, forse qualcuno non lo sa, è il caso di dirlo adesso, come talvolta un esplosivo possa deflagrare anche senza innesco. Per effetto di circostanze le più varie e circostanze che per l’appunto possono inserirsi in un lungo viaggio ferroviario: il calore, una scossa brusca, un colpo, quelle che si chiamano le correnti vaganti, cioè di correnti elettriche capaci di attivare il timer – meccanismo di esplosione per una serie di circostanze talvolta imperscrutabili. E poi che qualcuno si accorgesse di un certo bagaglio, ne chiedesse conto, un controllo di polizia, una qualsiasi circostanza… certamente tutte quelle considerazioni che fa la sentenza per dire l’innesco è certamente avvenuto a Firenze valgono anche per dire il collocamento, nella prospettiva di un piano ben preordinato, è avvenuto a Firenze.
Ma si dice: “E’ improbabile che Malentacchi sia salito fuori della pensilina, mentre il treno era ancora in corsa, perché non si sale su un treno in corsa, specialmente con un bagaglio in mano”. Questa è tipicamente una forzatura, un appesantimento pseudo logico. Sapete sulla base di quale, e di quale consistenza, argomento la sentenza a pagina 97 per esattezza, esclude questa ipotesi? Perché il Malentacchi si sarebbe venuto a trovare con una mano impiegata per attaccarsi al supporto verticale del treno e l’altra sarebbe stata usata per aprire la portiera: quindi dove sta la valigetta? Dove sta il bagaglio? Ma che si sale così su un treno in corsa? La portiera si apre prima. Si spalanca, il treno continua a procedere, con l’altra mano ci si issa a bordo. Avete mai visto qualcuno che salga su un treno in movimento usando contemporaneamente le due mani? Costui sarebbe uno sciocco, un matto, si tirerebbe sulla faccia la portiera, no? Mi par chiaro. Bloccato con questa mano all’appoggio, con quest’altra apre, la portiera la prende sul viso… Vedete, è quasi umoristica questa descrizione che vi sto proponendo, ma indica abbastanza bene, la debolezza, la inconsistenza di una congettura, di un meccanismo pseudo logico, con la quale la sentenza va a contrastare un’emergenza di prova specifica, di prova logica. Certo la foto non c’è in questo processo, il cinema, la sequenza cinematografica, la registrazione non c’è e non la troverete mai. Troverete solo delle tracce, delle immagini e una in particolare, una ingiustamente trascurata dalla sentenza. E qual è? La porta del quinto vagone trovata da alcuni viaggiatori, e per l’esattezza quelle parti civili che io qui rappresento, aperta. Al momento in cui il treno ancora sta arrivando. Circostanza eccezionale. Certamente non consueta, rilevata come stranezza immediatamente da Lascialfari Valentina che ne parla il giorno successivo alla Questura, che ne resta talmente colpita per l’anormalità del fatto da chiedere una collaborazione ai cittadini. Pubblica un trafiletto su un giornale dicendo: “Ho visto questo… i viaggiatori che fossero eventualmente scesi da questo vagone si rivolgano a me, spieghino, raccontino”.
(…) Dice: “Arrivato il treno ho notato che lo sportello della quinta carrozza, quella interessata dallo scoppio aveva una portiera aperta, come se qualcuno fosse sceso mentre il treno si fermava”. Come si fa a dire impossibile, incredibile, quando non solo non lo è sul piano della normale prevedibilità e probabilità. Ma questa ricostruzione, questo evento, il fatto che qualcuno sia salito sul treno ancora in movimento o ne sia sceso dal treno ancora in movimento, questo fatto trova una traccia una conferma. Certo non una fotografia, ma un dato che lo conforta.

Tuti, Franci e il FNR – sentenza G.I. Vella

Contemporaneamente il Tuti, iscrittosi al MSI ai primi del ’72, ne esce agl’inizi del ‘73 lacerando la tessera di fronte al segretario detta sezione del M.S.I. di Empoli che gliene chiedeva la restituzione (ff.81 e 82/48).
Ai primi dei ’74 nasce il Fronte Nazionale Rivoluzionario (f. 65/49). In tale epoca i rapporti Tuti-Franci, istituitisi da tempo (il Rossi, che venne presentato al Tuti dal Franci verso il febbraio ’73, autorizza a presu­mere che i due dovevano conoscersi bene a ancor prima: f. 66/48), si svolgevano in incontri frequenti e riservati, sistematicamente alla Stazione di Firenze (ff. 9 e 58/48) ove i due vennero visti insieme da due compagni di lavoro del Franci. Uno di essi, il Grossi Brenno (f. 58 cit.) ri­ferisce di avere visto i due (riconobbe il Tuti successivamente quando la stampa ne pubblicò la foto) “una mattina di un mese della prima primavera o della fine dell’inverno del 1974”.
La mattina del 22 gennaio ‘75 il Tuti è alla Foce di Ca­stiglione Fiorentino a presiedere la riunione preparatoria dell’attentato alla Camera di Commercio di Arezzo. I premessi rilievi consentono di ritenere che il Franci co­stituiva l’elemento di collegamento tra il Tuti e la cellu­la aretina, di cui figura di spicco era il Cauchi, resosi irreperibile nello stesso giorno in cui il Tuti commise l’ec­cidio di Empoli e come lui misteriosamente preavvertito del­la pendenza di un ordine di cattura nei suoi confronti; che perciò i componenti della cellula aretina del Fronte Nazionale Rivoluzionario dovevano essere più numerosi dei protagonisti della presente vicenda; che il Fronte Nazionale Rivoluzionario, può ritenersi organizzazione fi­liata da “Ordine Nuovo”, in parallelo con “Ordine Nero”, ma caratterizzantesi per modalità operative assolutamen­te diverse da quelle seguite dai primi due movimenti. In­fatti, diversamente da questi ultimi, mai il Fronte aveva ri­vendicato le imprese terroristiche sicuramente compiute da suoi esponenti.
E’ da ritenere che il volantino rinvenuto in tasca del Malentacchi la sera del 23 gennaio ‘75 sia stato l’espediente malizioso per una tempestiva manovra di sganciamento concepita ed orchestrata da chi temeva di poter essere alfine coinvolto e compromesso dalla temerarietà criminosa del Fran­ci e del Malentacchi (l’esplosivo, scoperto il 22 gennaio, che la sera del 23 gennaio costoro si recavano a ritirare e la stessa loro presenza in quella zona, vennero denunciate dalla Questura di Arezzo da un anonimo, mai identificato, ma forse non del tutto ignoto, informatore!)

Sentenza ordinanza G.I. Vella 1980 pag 298-300

“Una sfilza di processi per giungere al nulla” – L’Unità 25.03.1992

Il 4 agosto del 74, poco dopo l’una del mattino, la bomba all’Italicus. Dopo quasi due anni di indagini la magistratura deci­de alcuni provvedimenti. Nel maggio del ‘76 l’ufficio istru­zione dì Bologna emette tre mandati di cattura a carico di Mario Tuti, impiegato del Co­mune di Empoli, già in carce­re a Volterra, Luciano Franci, un ferroviere di Firenze, e Piero Malentacchi, che all’e­poca ha solo 26 anni. I giudici sono convinti di aver messo le mani su esponenti di una centrale eversiva responsabile di numerosi at­tentati alle ferrovie. Tuti, Franci e Malentacchi appar­tengono al «Fronte Nazionale Rivoluzionario» e sono colle­gati al latitante Augusto Cauchi. Cauchi, secondo una sentenza della Corte d’Assise di Firenze annullata in appel­lo, aveva ricevuto da Licio Gelli il denaro necessario per compiere attentati ai treni in Toscana.

A mettere gli inquirenti sul­le tracce dei neofascisti è Au­relio Fianchini, un detenuto comune che in carcere rice­ve le confidenze di Franci, ar­restato nel gennaio del 75, dopo un altro attentato alla linea ferroviaria nei pressi di Terontola. In quell’occasio­ne Mario Tuti è riuscito inve­ce a fuggire, dopo avere as­sassinato due poliziotti che stavano per arrestarlo. Ma prima del Fianchini, altri testi hanno indicato la pista nera agli inquirenti. Voci strana­mente trascurate come quel­la di Maurizio del Dottore, un giovane che pochi giorni do­po la strage dell’ltalicus fa scoprire ai carabinieri un de­posito d’esplosivo sull’Apperinino. Il sottufficiale che ha ricevuto la confidenza, il maresciallo Cherubini, non mette le cariche a disposizio­ne dei giudici che indagano sull’attentato: le fa brillare. Chi ha dato l’ordine? Al pro­cesso. Cherubini dirà di non ricordarlo.

Il procedimento approda per la prima volta al dibatti­mento nell’83 e si risolve con tre assoluzioni per insuffi­cienza di prove. Tre anni do­po, il 18 dicembre dell’86, la sentenza viene ribaltata. Tuti e Franci vengono condanna­ti all’ergastolo. Malentacchi è assolto. Ma la Cassazione (presidente Carnevale) an­nulla la sentenza per inatten­dibilità del Fianchini. Il 4 aprile del ’91 i giudici d’ap­pello assolvono nuovamente Tuti e Franci, ma definiscono la strage “inequivocabilmen­te fascista” e riabilitano il te­ste Fianchini.
Nelle motivazioni sosten­gono però che Franci, duran­te la detenzione, potrebbe avergli raccontato delle frot­tole. Un’ipotesi illogica, se­condo il pm: a chi può venire in mente di accusarsi falsa­mente di un reato tanto gra­ve?

Udienza 25.01.1983 – confronto Gallastroni, m.llo Baldini, dott. Luongo

Maresciallo Sergio Baldini, già qualificato in atti: “Sono in pensione dal 22 gennaio scorso”.

A.D.P.R. “Malentacchi e il Franci furono fermati sul Fiat 1100; furono condotti in Questura di Arezzo. Mi pare che l’operazione scattasse il 22/1/1975 poi istituimmo il servizio in Castiglion Fiorentino nei pressi della chiesa sconsacrata. Il primo turno lo effettuai io, cioè la notte fra il 22 ed il 23 gennaio; il secondo turno lo effettuò il maresciallo Lucani, deceduto; il terzo turno lo effettuò il maresciallo Peruzzi ed avvenne nel pomeriggio del 23, penso di sì. Il 23 vennero bloccati il Franci e il Malentacchi, vennero perquisiti e vennero condotti in Questura nel tardo pomeriggio. Il Franci venne interrogato per primo, mi pare che intervenne anche l’avvocato Ghinelli e mi pare che fece un cicchetto ad uno dell’antiterrorismo; il Malentacchi in attesa venne condotto nel mio ufficio e guardato a vista.

A.D.P.R. “Senz’altro fermammo il Franci e il Malentacchi il 23 pomeriggio, io ricordo così”.

A.D.P.R. “Dopo l’arresto, anzi il fermo il Marsili emise ordine di cattura e vennero condotti nella stessa giornata nel carcere di Arezzo; non passarono la notte del 23 nei locali della Questura, furono portati alle carceri di Arezzo. (…) Noi sapevamo i nomi già in precedenza e aspettavamo il Franci e il Malentacchi. Trovammo l’esplosivo e lasciammo questo nel luogo d’accordo con il Dott. Marsili”.

A.D.P.R. “I nomi del Franci e del Malentacchi ce li aveva dati il Del Dottore. (…) Su disposizione del dott. Luongo io fui mandato nel negozio della Patrassi e dopo poco che fui lì pervenne una telefonata dalla figlia della signora Patrassi, fu una telefonata non ricordo se del dott. Carlucci, da cui appresi che il telefono era sotto controllo. Io ho saputo che il telefono era sotto controllo dopo che fui mandato là con l’incarico di aspettare un certo Mario, era la mattinata, ma non ricordo l’ora. Io andai nel negozio con il Dott. Esposito che mi chiamò con lui, ma non sapevo della intercettazione telefonica di cui venni a conoscenza dopo che mi ero presentato alla Patrassi. Io la Luddi non la conoscevo si sentiva dire da quelli della squadra che (Franci) aveva un’amante”.

A.D. del P.C. R. “Il Del Dottore non mi confidò nulla. Il dott. Luongo mi chiamò il 22 e quella sera andammo ed incontrammo il Del Dottore che ci portò nel fosso dove rinvenimmo l’esplosivo ed il mitra. Non credo che l’iniziativa dell’intercettazione partisse dal mio dirigente, ma io so che furono quelli dell’antiterrorismo a chiedere che il telefono della Patrassi venisse messo sotto controllo; io ciò lo seppi dopo, a fatto avvenuto. (…) andammo nel luogo vicino al fossato accompagnati dal Del Dottore, informammo Roma, ed arrivarono quelli dell’antiterrorismo che presero i contatti con il Del Dottore. (…)”.

A.D. del P.C. R. “Il Del Dottore fece i nomi del Franci e del Malentacchi come coloro che dovevano andare a ritirare l’esplosivo, non fece il nome del Tuti; non dette indicazioni atte ad individuare il numero della Patrassi, credo che tale numero sia stato trovato in una rubrica da quelli dell’antiterrorismo sotto la guida del dott. Carlucci”.

Dott. Sebastiano Luongo già qualificato in atti “Io avvalendomi anche degli uomini dell’antiterrorismo ho sequestrato l’esplosivo nel fossato, ma non sapevamo che dovevano arrivare il Franci e il Malentacchi”.

A.D.P.R “Il Del Dottore ci indicò la chiesetta, così come ci indicò il luogo vicino al fossato, ma non ci fece i nomi né del Franci, né del Malentacchi, che peraltro non era neppure conosciuto. Il Del Dottore a quel che ricordo non ci fece dei nomi, mi pare dicesse qualcosa sul gruppo, sul Franci che apparteneva a quel gruppo”.

A.D.P.R. “Il Del Dottore ci disse di un gruppo che compiva anzi di cui faceva parte anche il Franci, anzi non sono nemmeno sicuro che ci fece il nome del Franci perché lo avremmo catturato subito. Supponemmo che qualcuno sarebbe venuto a ritrovare l’esplosivo e ci appostammo, seguì poi l’arresto del Franci e del Malentacchi. (…) “Prendo visione della copia della missiva datata Arezzo 23/1/1975 con la quale è stata richiesta al comandante del carcere di Arezzo di ricevere Franci Luciano. Tale missiva non è stata firmata da me, però posso affermare per quella che è la prassi tra i rapporti vigenti tra il carcere e la questura, che la stessa, accompagnò il Franci nel momento dell’entrata in carcere, in caso contrario non avrebbero consentito l’ingresso del detenuto in carcere”.
Il teste dichiara: “Se il giorno 22 è stato il giorno del ritrovamento del mitra e dell’esplosivo nel luogo vicino al fossato, l’arresto del Franci e del Malentacchi avvenne certamente il giorno 23 gennaio 1975, perché ricordo che avvenne il giorno dopo il rinvenimento del mitra e dell’esplosivo. Ricordo anche che il Franci ed il Malentacchi furono portati in carcere dopo l’interrogatorio in Questura, in due momenti successivi: il Franci alle 20 ed il Malentacchi più tardi”.

A questo punto il Presidente chiama il teste Gallastroni Giovanni per il disposto confronto (…). Il Presidente dà lettura della deposizione resa dal teste Luongo all’udienza del 16/12/1982 sul punto delle dichiarazioni riferite a lui dal teste Gallastroni riguardo ai finanziamenti dati al Cauchi.
Il dott. Luongo dichiara: “Io non ho mai avuto nessun contatto con il dott. Persico, fui chiamato dal dr. Di Francisci e la circostanza riportata dal Gallastroni fu detta informalmente dallo stesso al maresciallo Baldini in occasione di un interrogatorio. Il Gallastroni disse che il Cauchi si recava dal Gelli e aveva dei finanziamenti dallo stesso Gelli; ma ripeto che ciò fu detto dal Gallastroni al maresciallo Baldini, il quale poi mi riferì la circostanza”.

A.D.P.R. “Io ricevetti dal maresciallo Baldini la notizia, ma non chiesi nulla al Gallastroni sul punto, mi limitai a comunicarle sia al mio superiore diretto, sia al Questore, sia al dottor Persico con una relazione che riguardava altre circostanze. Io ho precisato in questi termini quanto verbalizzato sul punto all’udienza del 16/12/1982.

Il teste Gallastroni dichiara: “io in quella circostanza ho solo detto della cena, ma non fu fatta quella affermazione. Io ho solo detto che il Cauchi era andato a cena con Gelli o con il figlio di Gelli.

A.D.P. il teste Luongo risponde: “il rapporto che feci al Dott. Persico è dell’estate ’80, dopo la strage di Bologna alla stazione, verso i primi di settembre, la circostanza la appresi circa un mese prima di riferirne i fatti”.

A questo punto il Presidente fa allontanare il dott. Luongo e fa chiamare il M.llo Baldini.
A.D.P. il teste Baldini risponde: “Conosco il Gallastroni. Il Gallastroni accennò al gruppo, dicendomi che Cauchi era stato a cena dal Gelli e che Cauchi disponeva di molto denaro facendomi capire che il Gelli dava del denaro al Cauchi e ciò riferii al Dott. Luongo. Il Gallastroni mi disse che Cauchi frequentava Licio Gelli e che il Cauchi disponeva di molto denaro, lasciandomi capire chiaramente che detto denaro proveniva dal Gelli”.

A.D.P. il teste Baldini risponde: “Il Gallastroni mi disse queste due circostanze: il Cauchi disponeva di molto denaro. Io mi sono domandato perché il Gallastroni ha fatto questo abbinamento ed ho intuito che il Gallastroni mi volesse far capire che il denaro il Cauchi lo riceveva dal Gelli”.

A.D.P. il teste Baldini risponde: “A me non risulta che il padre di Cauchi fosse persona facoltosa, mi risulta che fosse impiegato del comune e la madre insegnante”.

A.D.P. il teste Gallastroni risponde: “Io ho sempre detto il discorso della cena, non ricordo le parole precise dette a Baldini. Dissi a Baldini: Ho sentito dire che Cauchi è stato a casa di Gelli una sera per cena. Io durante i miei interrogatori ho sempre confermato la disponibilità di denaro da parte del Cauchi. Io escludo di avere voluto fare intendere al M.llo Baldini che Cauchi riceveva i soldi dal Gelli”.

A questo punto il Presidente fa allontanare il teste Gallastroni.
A.D.P. il teste Baldini risponde: “Confermo che sapevo da ciò che mi disse Luongo che aspettavano Franci e Malentacchi”.

Il Presidente fa chiamare il Dott. Luongo.
A.D.P. il teste Luongo risponde: “Per ciò che ricordo il Del Dottore non mi fece il nome del Franci e del Malentacchi, sono passati tanti anni, ma io ricordo così”.

Il teste Baldini dichiara: “Il Del Dottore fece i nomi del Franci e del Malentacchi che non conoscevamo nell’ufficio”.

Il teste Luongo dichiara: “Io non ricordo, ma non lo escludo e non ho nessun motivo per smentire il maresciallo Baldini: io ricordo che il Del Dottore non fece i nomi”.

A questo punto il Presidente fa allontanare il maresciallo Baldini.
A.D.P. il teste Luongo risponde: “Ho chiesto l’intercettazione telefonica sul telefono della Patrassi a seguito della comunicazione di un mio dipendente che mi disse che il Franci se la faceva con la Luddi, per cui disponemmo l’intercettazione per controllare la Luddi in quanto amica del Franci. La mia richiesta di intercettazione telefonica è successiva alla data dell’arresto del Franci e del Malentacchi”.

Il PM contesta al teste che la data della richiesta dell’intercettazione è antecedente la data dell’arresto del Franci e del Malentacchi.
A.D.P. il teste Luongo risponde: “Il Del Dottore era l’unica fonte di informazione, io non so di altre fonti di informazione; io non ricordo che il Del Dottore abbia fatto i nomi del Franci e del Malentacchi, ma non posso smentire il maresciallo Baldini che si ricorda i nomi del Franci e del Malentacchi, in quanto non ho nessun motivo per farlo”.

L’avv. Ghinelli insiste perché si senta il teste Gelli Licio.

A.D.P. il teste Luongo risponde: “Oltre al Del Dottore non c’è altra fonte fiduciaria”.
A questo punto il Presidente licenzia il teste Luongo.