“Per quel giorno non ho l’alibi. Questo prova che sono innocente” – La Repubblica 19.11.1986

Io l’ alibi per il giorno dell’ attentato non ce l’ ho, ma questa è la miglior prova della mia innocenza. Piero Malentacchi, un po’ invecchiato, sfogliando un pizzetto alla D’ Artagnan, si difende così dall’ accusa di essere l’ uomo che ha collocato la bomba sul treno Italicus. Il processo d’ appello entra nella quinta udienza e lui parte sicuro, ma ogni tanto s’ inceppa e al difensore, durante una pausa, mormorerà: Questi qui mi vogliono far dire cose che non ho detto!. Appare ancora più deciso di Mario Tuti nel negare ostinatamente tutto o quasi.

Non solo non ha mai partecipato ad attentati, ma ha frequentato solo saltuariamente i camerati e quando, al momento dell’ arresto, gli hanno trovato in tasca il volantino di rivendicazione di una bomba che doveva scoppiare alla camera di commercio di Arezzo, si difende dicendo che quel foglietto gliel’ aveva passato Franci, che lui non ne sapeva niente. Io sono sempre stato trascinato in queste storie di bombe da Franci, le accuse contro di me sono sempre state indefinite e non ho mai potuto difendermi. Il presidente Pellegrino Iannacone lo lascia dire, ma poi lo incalza facendosi raccontare i particolari di quanto accadde nel carcere di Arezzo. Tra quelle mura Aurelio Fianchini, quello che diverrà il superteste della strage e che tuttora rappresenta il cardine dell’ accusa, raccolse le confidenze di Franci sull’ attentato. Malentacchi nega che tra i due ci fosse confidenza, ma dimentica di aver scritto una lettera al giudice istruttore nella quale raccontava che Franci faceva da cuciniere a Fianchini al punto da organizzare con lui e con un terzo detenuto, Felice D’ Alessandro, un progetto (riuscito) di evasione. Malentacchi nega anche di aver avuto una particolare dimestichezza con gli esplosivi. Quando gli viene fatto notare che sotto le armi ha frequentato un corso per artificiere risponde: Però non ci hanno mai insegnato a fabbricare ordigni a tempo! Ci mancherebbe altro! replica serafico il presidente della corte. Continua a negare anche quando l’ avvocato di parte civile Roberto Montorzi gli contesta una frase pronunciata in primo grado secondo la quale Malentacchi insieme a Cauchi avrebbe partecipato ad una riunione durante la quale si commentarono i grandi attentati di quel periodo, la strage di Brescia in particolare. Non ho mai detto queste cose sbotta l’ imputato, ma a contraddirlo c’ è il verbale d’ udienza.

Ed è proprio sui rapporti con Augusto Cauchi, l’ eterno latitante in contatto con servizi segreti e P2, che le sicurezze di Malentacchi vacillano. L’ ho conosciuto ammette, ma dalle carte del processo viene alla luce una conoscenza un po’ più approfondita di quanto Malentacchi vorrebbe far credere. Tra l’ altro si parla di un viaggio in camion compiuto tra Arezzo e Rimini nei primi mesi del 1974 per trasportare dei mobili. Di un viaggio analogo, ma a ritroso, da Rimini alle Fonti del Clitumno, ha parlato recentemente un pentito nero, Andrea Brogi. Non è ancora chiaro se il viaggio sia lo stesso, ma il periodo coincide. Brogi racconta che con un camion furono prelevati a Rimini armi ed esplosivo che Cauchi aveva comprato da un personaggio misterioso utilizzando una notevole quantità di denaro che due giorni prima aveva ricevuto da Licio Gelli. Io e Cauchi aggiunge Brogi prendemmo solo l’ esplosivo che sistemammo in un deposito dove venne Tuti a prelevarne una parte. Anche Franci sapeva dell’ esplosivo. L’ udienza a questo punto s’ è accesa, ma vista l’ ora tarda, il presidente ha rinviato tutto a stamani.

Sull’attendibilità di Fianchini – Sentenza appello 1986

Nello sviluppo dell’argomentazione molto si è insistito sulla venalità del Fianchini, con parti­colare riferimento all’episodio Rosini -Vitellazzi- Fioravante. Richiamato al riguardo il punto 36° dell’espo­sizione in fatto, va sottolineato come l’avv.Rosi­ni fosse un esponente locale del M.S.I., pacifica­mente interessato a screditare il Fianchini facendolo apparire pubblicamente come un teste prezzo­lato.

Anche alla stregua di quanto dichiarato dalla assistente sociale Antonietta Taranto e dal dott. Sergio Sabalich, magistrato di sorveglianza a Ma­cerata, deve considerarsi accertato che negli anni ’79-’80 il Fianchini era da un canto gravemente preoccupato per le minacce ricevute; dall’altro bisognoso d’aiuti, tanto da essersi indotto a trasferirsi per molti mesi a S.Benedetto del Tronto, ospite della Fioravante. Di qui le sue successive richieste di d naro, inoltrate senza esito dalla Taranto al Ministero di Grazia e Giustizia. Non meraviglia quindi che il Fianchini possa aver parlato con la Fioravante del la sua speranza di ricevere degli aiuti in danaro e che questa notizia, passando dalla Fioravante al fratello e da costui alle orecchie interessate dello avv.Rosini, abbia assunto una consistenza ed un pe­so tutto diverso.

aurelio-fianchini

Anche l’inquietante episodio riferito dal dott. Sabalich (cfr. la narrativa sub 37°) merita qualche approfondimento per rilevare l’ingenuità dell’originaria asserzione di aver ricevuto dal P.M. o dal G.I. un’offerta di danaro come incentivo alla te­stimonianza.

Infatti il Fianchini fin dal giorno del suo arresto a Roma aveva ampiamente e compiutamente esposto quanto aveva appreso in carcere dal Franci sul l’attentato all’Italicus e sul modo con cui era stato attuato dal Tuti, dallo stesso Franci, dai Malentacchi e dalla Luddi. Nei successivi esami non ha fatto che confermare la sostanza di quelle prime dichiarazioni, naturalmente ampliandole ed arricchendole di particolari, così come risulta dalla dettagliata esposizione di cui al punto 8° della narrativa.

Né il P.M. né il G.I. – a parte ovvie consi­derazioni di deontologia professionale – avrebbero avuto quindi motivo di offrire del danaro, di cui non disponevano, per “incentivare” una testimonianza che ben sapevano essere stata già resa. D’altra parte non v’era neanche un accenno di ritrattazione tale da far ipotizzare un’offerta dì danaro diretta ad impedirla. L’ipotesi più verosimile è allora che veramente il Fianchini abbia equivocato su qualche frase del G.I. (“Ma tu, non sei venuto a testimoniare perché c’è una taglia?”) o su qualche accenno a possibili aiuti. Rimuginandovi ed avendo un effettivo bisogno d’aiuti, in una situazione di pericolo che a suo avviso gli imponeva di star lontano da Tolentino, è verosimile che il Fianchini sia giunto a convincersi di come quegli accenni altro non fos­sero che larvata offerta di danaro. La spiegazione data dal Fianchini al dott.Sabalich per la quale si fa rinvio al richiamato punto 37° della narrativa – non manca quindi di verosimiglianza, e consente di dare in qualche modo ragione di un atteggiamento che sulle prime lascia francamente sconcertati. Si deve poi considerare come in definitiva il Fianchini volesse interessare il dott.Sabalich alla sua posizione, tanto che alla fine il magistrato si indusse ad inoltrare una segnalazione al ministero. Poteva quindi apparirgli utile prospettare che in precedenza altri magistrati gli avessero offerto del danaro, pensando che ciò potesse in qualche mo­do impegnare il dott.Sabalich ad aiutarlo.

Quel che è certo è che il Fianchini, per le sue dichiarazioni accusatorie contro gli attuali imputati, non ha ricevuto nulla, ne danaro né benefici di altro genere. Da “Epoca” – come si è visto – non v’è prova che abbia ricevuto alcunché. Tutto ciò milita in favore dell’attendibilità- del teste, il quale, nonostante le minacce ricevute (si richiamano al riguardo le dichiarazioni della Taranto e del dott.Sabalich sintetizzate al punto 37° della narrativa) ed in ogni caso in una situazione di obbiettivo pericolo, ha tenuto fermo un impian­to accusatorio che non solo si sottrae ad ogni critica – già lo si è visto – ma in molti punti è sicuramente veritiera.

Come si è evidenziato in narrativa al già ri­chiamato punto 8°, il Fianchini nella deposizione al G.I. del 20.12.1975 ebbe testualmente a dichiarare: “Fu questa forse la chiave che riuscì a vince­re la diffidenza del Franci, che un giorno a proposito dell’attentato di Terontola mi confidò che egli scontava colpe di altri. Mi disse infatti che il detto attentato era stato materialmente eseguito da tali Morelli e Gallastroni: che l’esplosivo era stato fornito dal Tuti e che era stato trasportato da un tale “Luca” con la macchina del Tuti medesimo. L’unico ruolo da lui svolto era stato quello di collegamento”. Orbene, dalla sentenza della Corte d’Assise di Arezzo in data 28 aprile 1976, allegata al verbale di dibattimento di primo grado (Voi.27°, fol. 223 e segg.) risulta  che il Morelli ed il Gallastroni, pur assolti per insufficienza di prove dall’accusa di strage per il fatto di Terontola, sono stati riconosciuti come militanti nel movimento eversivo di estrema destra che si qualificava “Fronte Nazionale Rivoluzionario”, facente capo al Tuti ed al Franci (cfr. pag.22 della sentenza) – che l’esplosivo per Terontola proveniva in realtà dal Tuti (cfr. pag.15 della sentenza stessa, con la puntuale e convincente critica del successivo assunto del Franci di averlo rubato in una cava).

Questi particolari potevano essere forniti al Fianchini solo da chi – come il Franci – avesse vissuto in prima persona i fatti verificatisi nell’aretino fra la fine del ’74 e l’inizio del ’75. Il Fianchini li ha riferiti esattamente ed in parte – per quanto attiene alla provenienza dell’esplosivo – trovano riscontro nel giudicato formatosi sulla sentenza anzi richiamata della Corte d’As­sise di Arezzo (cfr. Vol.27°, fol.263, nonché per la sentenza d’appello, il Vol.37°, all.13). Nello stesso esame del 20 dicembre 1975 il Fianchini precisa che secondo il Franci “detto attentato (quello dell’Italicus) era stato compiuto con un or­digno confezionato con esplosivo diverso da quello usato per l’attentato di Terontola….”.

Il particolare è senz’altro esatto: come si è visto si sono fatte delle ipotesi su come il Fianchini potrebbe averlo dedotto dalla lettura dei giornali e su come lo stesso potrebbe aver fatto il Fran­ci, ove non avesse partecipato all’attentato allo Italicus. Resta, il fatto che anche su questo punto il Fianchini non può essere smentito. Anzi v’è la prova di come il particolare fosse stato annotato dal D’Alessandro nel suo diario ben prima dell’ingresso in carcere del Fianchini.

Sentenza appello Italicus pag 367-373

Avv. Nino Filastò – requisitoria processo di appello 09.12.1986 – prima parte

Io sono certo che al termine di questa fatica, nostra dei difensori di parti civili, e anche vostra, loro apprezzeranno quello che è stato lo sforzo di questi difensori e dell’accusa privata. Riflettevo su quest’argomento ascoltando le ultime parole del collega avvocato Trombetti. Quando, al termine della sua disamina, di una delle posizioni certamente più rilevanti del processo che riguarda il testimone Fianchini e vi chiedeva insomma, ma perché questo signore avrebbe dovuto inventarsi queste cose? Quale motivazione, quale ragione? Con questo, sia il collega avvocato Trombetti che l’avvocato Montorzi, che chi modestamente vi sta parlando adesso, è questo in sostanza che vi vogliono dire: che questo processo è a doppio, è il processo dell’Italicus e il processo del contro-Italicus.

1974_Italicus

Contiene dentro di sé una specie di negazione di se stesso. E il compito fondamentale che si sono assunti questi difensori è proprio quello di aiutarvi a liberare la materia processuale. Da che cosa? Dalle congetture che mettono in forse quelle acquisizioni processuali che di primo acchito hanno una loro indiscutibile validità. Congetturando si può arrivare a negare tutto, voi mi capite. Ma è difficile. Perché proprio ontologicamente la congettura è un procedimento apparentemente logico per il quale si può affermare una determinata cosa facendo a meno di sostenerla con dati emergenti altrove. Quindi è questo il compito che ci siamo assunti, e l’avevamo svolto in primo grado ed è stata fonte per noi di amarezza riconoscere come la sentenza di primo grado invece è rimasta invischiata dentro a questo perverso meccanismo del “doppio processo”. Ora io, dovendo evidentemente limitare il mio contributo a cose che non sono state o che non saranno dette, mi occuperò, forse in maniera che potrebbe apparire disorganica, di alcuni aspetti della vicenda processuale, finendo per – io lo dico immodestamente – dimostrarvi come, con riferimento all’episodio De Bellis, quando si va per congetture, si rischia di restare smentiti, ma smentiti male, capite, male. Nettamente, in un modo che non potrebbe essere più plateale. L’episodio De Bellis, che tratterò alla fine, proprio dimostra fino a che punto il giudice, quando abbandona il criterio sereno, freddo, ragionato di argomentare, di pesare le circostanze per affidarsi ad un’impostazione di tipo soggettivo, attraverso la quale appunto si finisce per sostituire alle carte, anche all’argomentazione concatenata sotto un profilo logico, il salto… la congettura finisce per trovarsi, talvolta, con il tempo, di fronte ad una smentita netta.

Quindi tentando di inserirmi nelle pieghe del discorso che gli altri vi hanno fatto o che vi faranno, uno dei primi argomenti che mi pare il caso di additarvi, come argomento, circostanza processuale che indica questa doppia anima del processo, e questa doppia anima della sentenza, intendo parlarvi dell’episodio che si potrebbe intitolare come “la bomba a Firenze”. Cioè, l’esplosivo è stato messo alla stazione di Firenze? Questa valigetta che conteneva questa materia terribilmente letale, ha avuto una collocazione in quel luogo e la ricostruzione che noi sappiamo, per indiretta voce di Franci, recepita da Fianchini, per cui arriva in quel certo modo alla stazione di Firenze, Malentacchi la colloca sul treno, Franci fa da palo: è una ricostruzione attendibile? Perché è questo che dobbiamo chiederci. L’indicazione c’è nel processo, è data in quel modo, cos’è che vi contrasta? E qui ecco la sentenza di primo grado: “Sì – dice la sentenza di primo grado – è attendibile, anzi, molto probabile, quasi certo, che l’esplosivo sia stato innescato alla stazione di Firenze”. Perché? Qui a pagina 95 la sentenza espone una serie di dati, tutti concatenati, tutti certi, tutti validi, impressionanti, per affermare che: coloro i quali hanno ideato il piano, per forza hanno dovuto innescare, dare inizio al procedimento di esplosione in quel luogo. Perché? Vi rimando alla lettura di quel che è scritto in sentenza, ci sono vari motivi: se fosse stato fatto prima si correva il rischio che esplodesse prima; si è dovuto tener conto del ritardo del treno, quei diciassette minuti di ritardo; perché si era previsto che la termite che con il suo effetto di incendio, di fumo e di asfissiamento, indica che così si era programmato. Si era previsto che il treno dovesse arrivare all’interno della lunga galleria, al centro della lunga galleria appenninica e là esplodere, e quindi si è dovuto valutare anche e non solo il percorso, il tempo di percorso della tratta Roma-Bologna, ma quella tratta, quel tempo e quel percorso inferiore Firenze-Bologna detratto il ritardo, o meglio aggiunto il ritardo. E se invece le cose non sono andate come previsto lo si deve a quei tre minuti che il treno ha recuperato… quindi tutta una serie di considerazione valide per dire: sì è così. Io posso affermare che l’innesco è avvenuto qui. Però, detto questo, la sentenza contraddittoriamente signori, in maniera che non esito a definire contraddittoria, dice però inattendibile, improbabile, pressoché impossibile affermare che, non l’innesco ma l’operazione di collocamento, sia avvenuto a Firenze, con quelle modalità che vengono descritte. Ma perché? Cominciamo col dire che tutte quelle considerazioni che militano e che suffragano la ipotesi dell’innesco avvenuto alla stazione di Firenze valgono anche per il collocamento dell’esplosivo. Collocarla prima avrebbe evidentemente accresciuto i rischi di una scoperta prematura. Avrebbe accresciuto anche i rischi di una esplosione prematura benché non innescata. Voi tutti sapete, forse qualcuno non lo sa, è il caso di dirlo adesso, come talvolta un esplosivo possa deflagrare anche senza innesco. Per effetto di circostanze le più varie e circostanze che per l’appunto possono inserirsi in un lungo viaggio ferroviario: il calore, una scossa brusca, un colpo, quelle che si chiamano le correnti vaganti, cioè di correnti elettriche capaci di attivare il timer – meccanismo di esplosione per una serie di circostanze talvolta imperscrutabili. E poi che qualcuno si accorgesse di un certo bagaglio, ne chiedesse conto, un controllo di polizia, una qualsiasi circostanza… certamente tutte quelle considerazioni che fa la sentenza per dire l’innesco è certamente avvenuto a Firenze valgono anche per dire il collocamento, nella prospettiva di un piano ben preordinato, è avvenuto a Firenze.
Ma si dice: “E’ improbabile che Malentacchi sia salito fuori della pensilina, mentre il treno era ancora in corsa, perché non si sale su un treno in corsa, specialmente con un bagaglio in mano”. Questa è tipicamente una forzatura, un appesantimento pseudo logico. Sapete sulla base di quale, e di quale consistenza, argomento la sentenza a pagina 97 per esattezza, esclude questa ipotesi? Perché il Malentacchi si sarebbe venuto a trovare con una mano impiegata per attaccarsi al supporto verticale del treno e l’altra sarebbe stata usata per aprire la portiera: quindi dove sta la valigetta? Dove sta il bagaglio? Ma che si sale così su un treno in corsa? La portiera si apre prima. Si spalanca, il treno continua a procedere, con l’altra mano ci si issa a bordo. Avete mai visto qualcuno che salga su un treno in movimento usando contemporaneamente le due mani? Costui sarebbe uno sciocco, un matto, si tirerebbe sulla faccia la portiera, no? Mi par chiaro. Bloccato con questa mano all’appoggio, con quest’altra apre, la portiera la prende sul viso… Vedete, è quasi umoristica questa descrizione che vi sto proponendo, ma indica abbastanza bene, la debolezza, la inconsistenza di una congettura, di un meccanismo pseudo logico, con la quale la sentenza va a contrastare un’emergenza di prova specifica, di prova logica. Certo la foto non c’è in questo processo, il cinema, la sequenza cinematografica, la registrazione non c’è e non la troverete mai. Troverete solo delle tracce, delle immagini e una in particolare, una ingiustamente trascurata dalla sentenza. E qual è? La porta del quinto vagone trovata da alcuni viaggiatori, e per l’esattezza quelle parti civili che io qui rappresento, aperta. Al momento in cui il treno ancora sta arrivando. Circostanza eccezionale. Certamente non consueta, rilevata come stranezza immediatamente da Lascialfari Valentina che ne parla il giorno successivo alla Questura, che ne resta talmente colpita per l’anormalità del fatto da chiedere una collaborazione ai cittadini. Pubblica un trafiletto su un giornale dicendo: “Ho visto questo… i viaggiatori che fossero eventualmente scesi da questo vagone si rivolgano a me, spieghino, raccontino”.
(…) Dice: “Arrivato il treno ho notato che lo sportello della quinta carrozza, quella interessata dallo scoppio aveva una portiera aperta, come se qualcuno fosse sceso mentre il treno si fermava”. Come si fa a dire impossibile, incredibile, quando non solo non lo è sul piano della normale prevedibilità e probabilità. Ma questa ricostruzione, questo evento, il fatto che qualcuno sia salito sul treno ancora in movimento o ne sia sceso dal treno ancora in movimento, questo fatto trova una traccia una conferma. Certo non una fotografia, ma un dato che lo conforta.