Sabino Gervasio – dichiarazione 05.06.1981

Alle ore 11,20 di oggi 5 giugno 1981 sul telefono interno dell’ufficio dello scrivente, tramite il centralino di questa caserma, ha parlato allo scrivente, da località ignota, una persona presentatasi come dott. Marinelli che lo scrivente conosce perché “fonte informativa” con cui ebbe contatti quando dal settembre al novembre 1977 ricopriva l’incarico di Capo Centro periferico di Roma del II° Reparto.
Qualche altro contatto telefonico con la fonte lo scrivente l’aveva avuto mentre comandava la Sezione Stupefacenti del Nucleo regionale pt di Napoli, al fine di sollecitare qualche notizia “su Napoli”, notizie peraltro non fornite dalla fonte perché dichiaratasi non addentrata nell’ambiente delinquenziale campano.
Nel corso della telefonata la fonte in sintesi ha riferito quanto segue:
– era costernato per la morte di Luciano (Rossi), uomo integerrimo, di sani principi e sempre timorato di non infrangere minimamente leggi e regolamenti. Esortava “a fare quadrato” intorno alla sua memoria per non permettere per non permettere ad alcuno di “infangare” la sua memoria. L’esortazione era rivolta a tutte le persone conosciute. Esortava le persone oneste a prodigarsi per impedire qualsiasi manovra contro la memoria di Luciano.
– Alla richiesta dello scrivente circa le motivazioni dell’insano gesto la fonte riferiva di non conoscere direttamente i motivi, in quanto da qualche tempo non si incontrava più con Luciano; inframmezzando poi il discorso con la domanda se il telefono dello scrivente fosse “buono” (con risposta positiva) la fonte riferiva di aver saputo dal Luciano circa una convocazione del giudice Dell’Osso di Milano per motivi non riferiti e che il Luciano cercava di indovinare. Poteva trattarsi di un’indagine su Gelli segretamente affidatagli dal “suo capo di allora”, quando Luciano era al Centro Occulto. Al termine di questa indagine il Luciano fece “un appunto informale” che consegnò “al suo capo” nel quale era citato che Gelli era uomo del “Gobbetto” (la fonte ha precisato “Gobbo” di Roma riferendosi all’uomo politico che in altri contatti così soprannominava). Subito dopo il ritorno da Milano, la fonte ha riferito, il Luciano era “più sollevato” dalla preoccupazione precedentemente espressa di poter eventualmente essere considerato testimone reticente dato che nulla sapeva del Gelli all’infuori delle notizie informali e di contenuto non rilevante espresse nell’appunto. La fonte (durante tutta la telefonata sembrava che piangesse e comunque era molto addolorata) si rammaricava di non poter partecipare al dolore della moglie del Luciano e di non poter assistere ai funerali perché attualmente “ricercata” (per ordine o mandato di cattura) da un giudice di sesso femminile di Roma per un procedimento non precisato.
Ha riferito anche che avrebbe preferito essere in carcere piuttosto che subire questo grave lutto. Ha riferito di voler contattare anche il Maggiore Betti ed il Colonnello Terranova per pregarli di mantenere integra la memoria del Luciano e di vigilare che nessuno la infangasse.
Nel corso della telefonata la fonte ha anche riferito che non aveva potuto tenere ultimamente neanche contatti telefonici con Luciano perché sia la sua utenza che quella dell’ufficiale non le considerava sicure, ha detto testualmente “non erano buone”. Ha anche insistito sulla figura morale ineccepibile del Luciano precisando che se qualche “porcheria” dovesse risultare sarebbe tutta colpa di “Munnezza” che “è sceso in tempo dal treno in corsa” ed ha continuato poi “a combinare casini” (Munnezza si riferisce al Capitano Mancusi, all’epoca ufficiale del Centro Occulto di Roma).
Preciso che la fonte è conosciuta presso il II Reparto del Comando Generale con il nome in codice di “Ireneo”. Preciso infine di aver riferito alla fonte che “Ignazio” (col. Terranova) è in licenza fuori Napoli. Immediatamente dopo la telefonata ho informato il mio superiore diretto, che a sua volta ha informato il Comandante del Nucleo Centrale di Polizia Tributaria e mi ha quindi ordinato di compilare la presente dichiarazione.

Sergio Betti – dichiarazione 05.06.1981

Aderendo alla richiesta verbale odierna del Generale di Divisione Ispettore per l’Italia, Giuliano Oliva, riferisco quanto segue:

Stamani, alle ore 11,30 circa, attraverso il centralino della caserma Zanzur, ho ricevuto una telefonata da località a me ignota – da tale Marinelli, che conobbi nel 1970, allorché comandavo la Sezione Stupefacenti del Nucleo Centrale pt;

A quel tempo il Marinelli era una valida fonte confidenziale gestita dall’allora capitano Luciano Rossi, addetto al Centro Occulto di Roma del II Reparto del Comando Generale;

Utilizzando la sua collaborazione, anche dopo il trasferimento ad altro incarico, furono conseguiti importanti successi nella lotta al traffico di stupefacenti;

L’individuo, che al di là del predetto rapporto di collaborazione, era divenuto anche amico dell’ufficiale, mi ha comunicato – con tono molto accorato – il decesso del Tenente Colonnello Rossi, suicidatosi stamani in un locale del Nucleo Centrale pt;

Il Marinelli mi ha riferito concitatamente e piangendo che:
– il Tenente Colonnello Rossi, la settimana scorsa, era stato convocato a Milano ed esaminato quale teste dal magistrato Dall’Osso o Dell’Osso, nel quadro dell’inchiesta sulla Loggia Massonica P2 e dei petroli;
-al ritorno a Roma, si erano incontrati alcuni giorni fa ed erano rimasti a parlare sino alle 4 del mattino;
-in quell’occasione l’ufficiale gli aveva rivelato che la sua convocazione a Milano era connessa ad un “appunto” che egli, su incarico dei superiori gerarchici, aveva redatto su Licio Gelli e che era stato prescelto per tale incombenza perché anch’egli nativo di Arezzo, città dove tuttora dimorano i familiari;
-dopo aver portato a termine tale incarico, una sera era stato occasionalmente avvicinato in un ristorante dal Licio Gelli, il quale gli aveva seccamente chiesto perché stesse indagando su di lui. In quel frangente, l’ufficiale, ovviamente, aveva negato di conoscerlo ed aveva respinto ogni altro tentativo di approccio. Il Marinelli ha ipotizzato che tale episodio fosse in qualche modo imputabile al Capitano Renato Mancusi – ora congedatosi – che a quell’epoca era addetto allo stesso Centro Occulto di Roma;
-dopo la sua andata a Milano, l’ufficiale gli era apparso scoraggiato, turbato, depresso, frustrato e molto demoralizzato e non aveva taciuto il timore che potesse essere coinvolto involontariamente nei noti fatti della Loggia P2, sebbene non avesse nulla a che vedere con lo scandalo in atto. Si rammaricava profondamente che la sua reputazione, dopo tanti anni di onorata carriera ed onesto lavoro, potesse essere seppure scalfita dallo scandalismo in atto, lui che non aveva nulla da rimproverarsi. Temeva anche che la difficoltà a ricordare , a distanza di tanti anni (6-7), fatti ormai sfumati nel tempo, potesse essere interpretata erroneamente per reticenza;
-in questo sfogo con il Marinelli, il Tenente Colonnello Rossi lamentava di essere rimasto da solo ad affrontare gli eventi che minacciavano di coinvolgerlo indebitamente e che non aveva trovato alcuna solidarietà intorno a sé;
-aveva anche esternato il conforto che gli veniva dalla consorte che aveva cercato di rincuorarlo, dal momento che non aveva nulla da temere;

Il chiamante ha anche precisato che:
-ieri sera, intorno alle 20, aveva telefonato al Rossi, in ufficio, senza trovarlo;
era preso dal rimorso di non averlo potuto avvicinare e rincuorare ieri sera, asserendo che in tal caso, forse, non sarebbe giunto a tale estrema decisione;
-gli aveva suggerito anche il nome di un legale, qualora ne avesse avuto bisogno;
la moglie del Rossi non era a Roma e ignorava ancora la tragedia, in quanto si trovava nel comasco, con il figlioletto adottivo, a visitare i propri genitori;
-tutti i colleghi e gli amici del Rossi, compreso io, si sarebbero dovuti adoperare per evitare che la sua memoria potesse essere infangata dopo la sua morte;
-egli non poteva fare molto in tal senso, perché era persona ricercata dalla giustizia, circostanza non nota al tenente colonnello Rossi;
ieri sera, non avendolo trovato in ufficio, si era astenuto dal chiamarlo a casa, in quanto l’ufficiale l’aveva pregato di non farlo, ritenendo che la sua utenza privata fosse stata posta sotto controllo da organi di polizia.

“Tutta la Procura si rivolge a Pertini” – L’Unità 12.07.1981

L’intera Procu­ra della Repubblica di Mila­no si è rivolta a Pertini, nel­la sua qualità di presidente del Consiglio superiore della magistratura, e ai membri del  nuovo organismo perché vi sia una chiara e netta presa di posizione che ponga fine agli attacchi e alle insinua­zioni di cui vengono fatti bersaglio i magistrati che corag­giosamente indagano su Licio Gelli e sulla Loggia segre­ta P2.

Un telegramma, fatto pro­prio e firmato anche dal pro­curatore generale Carlo Ma­rini, è stato inviato a Pertini: in esso si chiede un incontro urgente per trattare di perso­na l’allarmante situazione in cui i magistrati milanesi sono costretti a lavorare. L’inter­vento della Procura generale sottolinea ovviamente, l’asso­luto accordo esistente fra i due uffici e la unanime richiesta di intervento.

Al termine di una lunga e appassionata riunione a cui hanno partecipato tutti i so­stituti procuratori e i dirigen­ti dell’ufficio, compreso il procuratore capo Mauro Gre­sti, i magistrati che rappre­sentano l’ufficio della pubbli­ca accusa a Milano sono sta­ti unanimi: con un articola­to documento essi chiedono chiarimenti sulla campagna diffamatoria che ha investito la magistratura lombarda e pongono risolutamente l’esi­genza che la loro indipendenza non sia messa in discus­sione e minacciata. Anche la procura generale pare in pro­cinto di compiere un passo identico. Il documento della procura non è stato reso no­to alla stampa.

Uno dei fatti più clamoro­si che ha provocato la pro­testa dei magistrati si è ve­rificato due giorni fa. Am­bienti vicinissimi al ministro delle finanze, il socialista For­mica, hanno tentato di attri­buire alla guardia di finanza, e ad un rapporto amministra­tivo da questa stilato sul sui­cidio del colonnello Luciano Rossi, dell’ufficio « I ». Gra­vissime insinuazioni proprio sul sostituto procuratore mila­nese che aveva interrogato l’ufficiale una settimana pri­ma del suo tragico gesto.

Il sostituto in questione è il giu­dice Pierluigi Dell’Osso, ma­gistrato che ha mostrato un grandissimo impegno nell’individuare le fonti segrete à cui ricorreva Licio Gelli. Del­l’Osso ha infatti individuato la strada attraverso cui Gelli è venuto in possesso di un diario dettagliato sullo scan­dalo Eni-Petromin (tangenti a uomini politici dell’area di go­verno pagate dietro il para­vento di commesse petrolifere). Il diario che Gelli aveva, era stato scritto di pugno dall’ex ministro Stammati (ora gli at­ti sono stati inviati all’Inqui­rente). Nell’ambito degli ac­certamenti tesi a chiarire co­me mai Gelli avesse docu­menti dei servizi segreti, Del­l’Osso aveva scoperto che quei documenti erano stati in un primo tempo messi as­sieme da ufficiali della guar­dia di finanza che avevano avuto l’incarico di diradare le tenebre attorno a Licio Gelli e di indagare sul suo conto. Dell’Osso era riuscito ad accertare che l’ex comandante generale Raffaele Giudice (in carcere per lo scandalo dei petroli) nel 1974 aveva sotto­posto ad una sorta di perse­cuzione gli ufficiali che indagavano su Gelli e li aveva trasferiti dopo avere seque­strato le loro carte.

Preziosissima, a questo pro­posito. si era rivelata la de­posizione del colonnello Rossi: questi aveva addirittura in­viato una lettera in cui mani­festava la disponibilità a for­nire ulteriori elementi. Ma qualcuno , cominciò a sorve­gliarlo a Roma e, probabil­mente, a fare pressioni su di lui, evidentemente perché non si recasse di nuovo da Dell’ Osso per deporre. Il fatto è documentato dallo stesso so­stituto procuratore di Roma Domenico Sica che, in un do­cumento inviato a Milano, ha rammentato come, poco pri­ma del suicidio, il colonnello Rossi si fosse accorto che qualcuno gli aveva sottratto perfino dei documenti. Dell’ Osso, insieme ad altri colle­ghi, stava stringendo il cer­chio attorno alle « fonti » anzi attorno alle « talpe » insospettabili che Gelli continua ad avere a disposizione.

E’ a questo punto che ogni sorta di intralcio si è veri­ficata. A cominciare da una discutibilissima e inopportuna rivendicazione di competenza sollevata dalla magistratura romana davanti alla Cassazio­ne. seguita poi da attacchi a livello politico contro l’indipendenza del pubblico ministero e, più in generale, contro tutti i settori della ma­gistratura che indagano e giu­dicano episodi in cui siano coinvolti personaggi legati al­la P2 e a Licio Gelli.

Questi attacchi si sono in­fittiti di recente quando una nuova inchiesta condotta dal­la procura della repubblica ha cominciato a scavare, di nuo­vo sulle tangenti distribuite dall’Eni a uomini politici. E’ questa, come si ricorderà, l’inchiesta che ha portato all’ invio di comunicazioni giudi­ziarie a Di Donna e Fiori­ni, dirigenti dell’Eni. e al so­cialista Claudio Martelli. Si parla ancora di tangenti di miliardi di lire, di conti sviz­zeri e ancora una volta, del Banco Ambrosiano di Rober­to Calvi.

Attacchi e insinuazioni sono stati indirizzati anche al tri­bunale che sta giudicando Calvi per esportazione di ca­pitali. Ieri da Milano è partita un’altra lettera importante. L’hanno spedita il sostituto pro­curatore Guido Viola e il giu­dice istruttore Giuliano Tu­rone. La lettera è indirizzata al presidente del consiglio superiore e alle procure del­la repubblica di Brescia e di Roma. I due magistrati fan­no riferimento alla scoperta manovra proveniente da Gelli che attribuisce loro conti all’estero come compenso per un loro, rabbonimento.

« In merito alle notizie re­lative a pretesi rapporti ban­cari accesi a nostro nome e a nostra, insaputa — scrivo­no Viola e Turone — presso banche della Confederazione elvetica chiediamo che siano svolte con la massima: urgen­za e incisività le più appro­fondite indagini. Per quanto ci riguarda nessun segreto bancario potrà essere prete­stuosamente invocato e, an­zi, chiediamo che siano fatti, a tutti i livelli possibili, i dovuti passi perché detto segreto non venga frapposto da chicchessia ». I due magistrati vogliono sottolineare la loro assoluta estraneità, e bloccare ogni effetto possibile della mano­vra di Gelli. E’ chiaro, infatti, che il se­greto bancario elvetico può operare solo nel caso che an­che il diretto interessato sia d’accordo. Non è un caso che nessuno di coloro inquisito per le carte sequestrate a Gelli contro la sua volontà (e non fatte trovare) si è fin qui dichiarato disponibile à tanto.

Paolo Maranini – dichiarazioni 20.06.1981

D.R. Ho conosciuto assai bene il defunto tenente colonnello Luciano Rossi al quale mi legava profonda amicizia. Feci la sua conoscenza a Ravenna quando Luciano assunse il comando del locale Nucleo di Polizia Tributaria e lo conobbi per ragioni di lavoro in quanto all’epoca ero vice intendente di Finanza. Ho visto l’ultima volta Luciano il giovedì della settimana precedente a quella in cui costui si è suicidato.

Avevo chiamato Luciano per telefono per avere sue notizie in quanto sapevo che il medesimo si era recato a Milano per essere interrogato da un magistrato. Luciano telefonicamente mi disse che desiderava incontrarmi e alla mia domanda se si trattasse di una cosa grave mi replicò dicendo che non si trattava di cosa grave ma “seria”. Giunsi a Roma e ci vedemmo in mattinata a Porta Pia. Nel corso del colloquio Luciano mi disse che quello che stava per dirmi era “una bomba” facendomi giurare di non dire nulla a chicchessia. Mi riferì che il giudice di Milano gli aveva detto che alcune minute molto riservate relative all’ufficio ove Luciano prestava servizio prima di essere trasferito a Napoli erano state ritrovate da Licio Gelli, minute che concernevano una vicenda relativa a petroli.
Mi disse anche che aveva paura di essere “incastrato” senza però fornirmi particolari, invitandomi a pensare alla moglie Luisa ed al piccolo Davide qualora “gli fosse successo qualcosa”. Anche di quest’ultima frase Luciano non mi fornì spiegazioni.
Nel corso del nostro colloquio Luciano mi apparve non particolarmente preoccupato. Notai però che assai spesso Luciano si guardava intorno per controllare chi ci fosse nelle vicinanze. Io non detti peso a quel particolare. Il nostro incontro sarà durato circa mezz’ora, dopo di che ci salutammo e Luciano mi invitò a non cercarlo, giacché temeva di coinvolgermi nella vicenda. Io cercai di minimizzare le preoccupazioni di Luciano ma quest’ultimo mi replicò: “So io quello che mi sono messo in testa” riferendosi al fatto che cercavano di incastrarlo. Da allora non ci siamo più sentiti neppure per telefono.
D.R. Nell’estate del 1975 convinsi Luciano ad iscriversi alla massoneria cui io avevo aderito nel 1968. Approfittando del fatto che si trovava a Roma il prof. Giordano Gamberini di Ravenna per iniziare da quest’ultimo Luciano secondo il rito “sulla spada” e cioè in attesa di designazione della Loggia. La cerimonia ebbe luogo a Palazzo Giustiniani e per due o tre mesi Luciano rimase in posizione di attesa (in gergo viene tenuto alla memoria del Gran Maestro) fino a che non si iscrisse alla mia stessa loggia, denominata “Santi Muratori”, a Ravenna. Subito dopo che scoppiò lo scandalo della P2, Luciano si preoccupò che anche noi massoni ortodossi, potessimo in qualche modo venir coinvolti. Io, nel timore che Luciano potesse essere inserito a sua insaputa nella loggia P2 nel breve periodo compreso tra la iniziazione e l’iscrizione alla mia loggia, verificai i suoi documenti massonici e constatai che ciò non era avvenuto comunicandoglielo.
D.R. E’ mia ferma convinzione che Luciano abbia accettato la mia proposta di aderire alla massoneria unicamente per compiacermi: non è mai stato un massone osservante nel senso che avrà partecipato sì e no a tre o quattro riunioni per di più con finalità prevalentemente conviviali. Ero io che pagavo le quote di iscrizione.
D.R. Nel periodo in cui Luciano ha prestato servizio a Ravenna ha espletato, prima del trasferimento a Roma, due grosse operazioni, una nei confronti della cooperativa Cofar ai fini Ige e imposte dirette ed una per frode in materia di prodotti petroliferi a carico della Soc. Alma Spa, indagine che non portò a termine perché già trasferito.
Circa tale trasferimento, se ben ricordo, Luciano lo accolse volentieri. Rimase invece molto perplesso quando venne trasferito da Roma a Napoli, perché il trasferimento fu repentino ed inatteso.
D.R. Nulla so di pressioni che Luciano avrebbe ricevuto avrebbe ricevuto in relazione alle due operazioni effettuate a Ravenna, da ultimo citate.
D.R. Luciano è sempre stata una persona esternamente equilibrata: il suo suicidio è per me assolutamente inspiegabile. Nel nostro incontro di Porta Pia, come già detto, Luciano pur essendo preoccupato non aveva a mio avviso certamente maturato propositi suicidi. Lo stesso Luciano, d’altra parte, mi manifestò l’opinione che la vicenda dei documenti sottratti non era grave, pur essendo  seria, in tal modo consentendomi di ritenere che la situazione poteva essere controllata e che poteva scagionarsi da eventuali sospetti. Luciano mi disse inoltre che il magistrato di Milano era stato cordiale con lui.
D.R. Luciano non mi ha detto se sospettava di qualcuno come autore del trafugamento di documenti.
LCS

Le informative della guardia di Finanza del 1974 – relazione Tina Anselmi

Nel 1974 anche l’Ufficio I della Guardia di Finanza si interessò a Licio Gelli predisponendo nella primavera tre relazioni, alle quali non fu riservata una sorte migliore di quella toccata alle due note del Centro SID di Firenze prima ricordate.

Emilio Santillo

Le indagini sembra che furono avviate su richiesta dell’Ispet­torato antiterrorismo di Santillo — in relazione a quelle svolte su Lenzi Luigi di Quarrata (P2), sospetto di traffico di armi — e furono affidate dal comandante dell’Ufficio I, colonnello Florio, al tenente colonnello Giuseppe Serrentino, al maggiore Antonino De Salvo ed al capitano Luciano Rossi. Il più completo dei tre rap­porti è senza dubbio quello del maggiore De Salvo che riferisce delle nuove attività economiche di Gelli e degli incarichi ricoperti in due società del gruppo Lebole nel settore dell’abbigliamento: la GIOLE e la SOCAM. Circa la posizione politica di Gelli, la qualifica «spiccatamente destrorsa», dopo aver peraltro riferito che il Gelli « in Pistoia sino al 1956 era di orientamento comunista »; il rapporto si dilunga sulle amicizie sui apporti politici e con le autorità civili e militari di colui che indica come « un alto esponente della massoneria internazionale » ed afferma che proprio attra­verso la massoneria passerebbero i suoi rapporti con Peron e Campora (nel 1973 ha ricevuto la nomina a console onorario d’Argentina). Il maggiore dà anche notizia dei rapporti di Gelli con i paesi arabi ed avanza l’ipotesi che egli svolga funzioni di public relation man per i rapporti non palesi e non ufficiali intrattenuti dall’Italia con Stati arabi, chiedendosi se ciò non sia in relazione al trafficodi armi. Questo filone di indagine non fu più ripreso da nessun apparato informativo, nonostante nel rapporto si documenti in modo certo il contatto tra Licio Gelli e Luigi Lenzi. Il rapporto accennava anche al sicuro possesso, da parte del Centro di Firenze, di un fascicolo personale intestato a Licio Gelli, del quale non gli fu pos­sibile prendere visione.

gelli peron

Le indagini svolte su Licio Gelli non sembra giovarono agli ufficiali che se ne erano occupati. Il maggiore De Salvo appare iscritto alla Loggia P2; Luciano Rossi finì suicida dopo essere stato, come sembra, minacciato da Gelli; Serrentino abbandonò il Servizio per infermità; quanto al colonnello Florio, dopo aver subito una vera e propria persecuzione nell’Arma con l’arrivo di Giudice e Trisolini (su Giudice, a dire della vedova, aveva raccolto uno scot­tante dossier), morì in un incidente d’auto. Ai fini dell’analisi successiva quello che preme qui rilevare è che il 1974 è l’anno in cui certi settori dei Servizi (Centro SID di Firenze, Ispettorato antiterrorismo. Ufficio I della Guardia di Fi­nanza) si sono attentamente interessati di questo « personaggio emer­gente ». Il quadro complessivo che viene fuori da una lettura com­binata dei rapporti è ancora oggi pienamente valido e significativo, e tanto più ci colpisce in quanto compilato nel 1974, l’anno che segna, come vedremo, l’apice del fenomeno terroristico, di conno­tazione nera, in Italia.

Maria Luisa Scala – dichiarazioni 17.06.1981

ADR. Ero presente a Roma quando mio marito si è recato a Milano per rendere l’interrogatorio al giudice Dell’Osso. Quando Luciano è tornato a casa era molto preoccupato perché temeva di essere incriminato per la scomparsa di un suo memorandum concernente una indagine su Gelli che aveva svolto quando prestava servizio presso il Centro Occulto della Guardia di Finanza a Roma. Tale scomparsa era comprovata dal fatto che il documento in questione – secondo l’informazione avuta da mio marito – sarebbe stato trovato tra la documentazione sequestrata nella villa di Licio Gelli. Mio marito era anche preoccupato perché alcuni anni fa si era iscritto alla massoneria per far un piacere al suo amico Paolo Maranini di Ravenna. Conoscemmo il Maranini quando Luciano prestava servizio a Ravenna, ove costui svolgeva funzioni di vice intendente di Finanza e per tale qualità aveva frequenti rapporti di lavoro con mio marito. Tra noi si è instaurato un rapporto di amicizia, tanto che il Maranini, spontaneamente, ci prestò 5 milioni per comprare la casa di via Primo Carnera, somma che abbiamo restituito. A tali versamenti si riferiscono le ricevute di vaglia postale che la SV mi esibisce nonché la matrice di assegno di c/c n. 8401120 tratto sulla BNA per L.1.703.000 il 20.1.1980 a favore del Maranini.
ADR. So che mio marito dopo la deposizione resa a Milano ha contattato telefonicamente il Maranini, ma non so se i due si siano incontrati. Qualche giorno dopo l’interrogatorio, mi invitò caldamente ad andare fuori Roma con il piccolo Davide: mi disse che potevano sorgere complicazioni e che, non meglio precisate persone, potevano rifarsi su me e sul bambino. Io cercai di tranquillizzare Luciano e quest’ultimo mi fece leggere una lettera che aveva predisposto per il giudice Dell’Osso al fine di chiarire la sua posizione. Luciano mi giurò che tutta la verità in ordine alla vicenda del documento era contenuta in quella lettera. Io gli dissi che se anche lo avessero arrestato gli sarei stata sempre vicino e di non preoccuparsi delle conseguenze. Luciano si diceva ovviamente innocente in ordine ad una eventuale imputazione ma esprimeva il suo dubbio circa la possibilità di provare la sua estraneità ai fatti. Mi disse comunque che se lo avessero arrestato, dovevo interessarmi di fornirlo di un buon avvocato. Sinceramente, anche nel corso dei colloqui telefonici che abbiamo avuto tutte le sere dopo che andai a Como, Luciano non è mai apparso tanto agitato per la vicenda da ritenere che la stessa sia stata la causa del suo suicidio. Vi sono in effetti una serie di interrogativi che ancora adesso non sono riuscita a spiegarmi. Poco prima che partissi per Como, Luciano, temendo una perquisizione, bruciò nel caminetto di casa alcuni documenti, che mi disse essere di poca importanza, portando poi le ceneri nel raccoglitore dei rifiuti. In seguito Luciano mi disse di essere riuscito e di aver accertato e che era pedinato senza fornirmi particolari.
In tale circostanza, sempre a dire di Luciano, l’aveva constatato anche in altra occasione, sempre dopo l’interrogatorio di Milano.
Luciano inoltre mi disse di essere certo che avesse il telefono sotto controllo, senza tuttavia dirmi la ragione di tale convinzione. Debbo anche dire che, come le precedenti sere, ebbi un colloquio telefonico con Luciano, anche la sera prima che si suicidasse, verso le ore 23. Tale colloquio lo definisco “strano” nel senso che Luciano tenne con me una condotta formale e frettolosa, come di una persona che parla al telefono mentre accanto a sé si trova un estraneo.
ADR. Luciano non girava mai armato, salvo che non stesse compiendo delle operazioni, e ricordo che prima di partire, mi disse – non so per quale ragione –  che teneva il fucile da caccia in cantina e la pistola di ordinanza sul cassetto della scrivania dell’ufficio.
ADR. Nel periodo in cui Luciano era di servizio a Ravenna compì da ultimo due operazioni molto importanti una concernente una raffineria e una riguardante una cooperativa comunista. Luciano mi riferì che per entrambe queste operazioni aveva ricevuto notevoli pressioni da Roma (anche da un ministro) e che per la cooperativa comunista aveva ricevuto anche offerte in denaro. Ricordo inoltre che Luciano si diceva stupito del perché la stampa locale non avesse fatto alcun cenno della operazione concernente l’impresa petrolifera che pur era stata assai rilevante anche perché aveva coinvolto grossi nomi di Ravenna. Il trasferimento a Roma presso l’ufficio I venne come un fulmine a ciel sereno e Luciano lo spiegò nel fatto che era considerato un elemento “scomodo” a Ravenna. Infatti, prima che lui prendesse servizio a Ravenna, la guardia di Finanza del luogo godeva di pessima fama circa la correttezza ed integrità di alcuni dei suoi uomini, mentre Luciano era riuscito a mettere a posto le cose con l’aiuto di colleghi. Giunto a Roma alle dipendenze di Lo Prete, Luciano trovò in un primo tempo difficoltà di inserimento. Successivamente passò al Centro Occulto dove rimase alcuni anni, assumendone negli ultimi otto mesi il comando. Fu proprio in tale periodo che Luciano ebbe alle proprie dipendenze Renato Mancusi, persona nel conto del quale tanto mio marito che altri colleghi si sono sempre espressi in termini assai sfavorevoli (era addirittura soprannominato “monnezza”) e di cui si diceva fosse l’uomo di Lo Prete. Dopo essere stato interrogato dal giudice Dell’Osso, mio marito mi disse che sospettava di Mancusi come il trafugatore dei documenti che riguardavano Gelli senza però dirmi perché formulava tali sospetti che però mi prospettava in termini di certezza. Il Mancusi, dopo aver assunto il comando del Centro Occulto, venne trasferito con la caduta di Lo Prete, in Sicilia; sostanzialmente in Sicilia non prese servizio e, dopo un lungo periodo di aspettativa, si dimise dal corpo. Per quanto mi risulta desso fa l’avvocato. Anche il trasferimento a Napoli di Luciano giunse del tutto inaspettato, data la brevità del periodo di comando del Centro Occulto.
ADR. Escludo, per quanto a mia conoscenza, che Luciano abbia mai incontrato personalmente Licio Gelli.