“I soldi: da dove venivano, chi li procurava” – L’Espresso 10.11.1974

Chi finanziava i piani eversivi di Junio valerio Borghese? Ecco uno degli argomenti sui quali attualmente stanno indagando, a Roma, il sostituto procuratore Claudio Vitalone e il giudice istruttore Filippo Fiore. Si parla anche di prossimi avvisi di reato per noti industriali e finanzieri genovesi. Cerchiamo di vedere quali sono le fonti cui si ispirano i magistrati.
Come prima cosa, i giudici romani hanno riesumato un breve rapporto del SID (tre cartelle dattiloscritte), che risale al 1969. Esso contiene il resoconto di tre riunioni, tenutesi fra aprile e maggio dello stesso anno, nella villa dell’industriale Guido Canale, in via Capo Santa Chiara, a Genova. Alle riunioni, oltre al padrone di casa, parteciparono fra gli altri: gli armatori genovesi Alberto e Sebastiano Cameli, l’avvocato Gianni Meneghini (che ha difeso Nico Azzi), il direttore dell’Imi di Genova Luigi Fedelini, il dirigente della IBM, Niccolò Cattaneo della Volta; e poi Gian Luigi Lagorio Serra, il costruttore Giacomo Berrino, presidente del Genoa, l’agente marittimo Giacomo Cambiaso e Giancarlo de Marchi, tesoriere della Rosa dei Venti. In tutto una ventina di persone.
Borghese – che presiedette la prima di queste riunioni – dichiarò ai convenuti che era già in piedi “un’organizzazione militare di professionisti, pronta ad agire per impedire con la forza l’avvento al potere dei comunisti e per instaurare un regime di tipo gollista”. Durante la terza riunione, l’ingegner Fedelini, che aveva assunto la carica di delegato provinciale del Fronte Nazionale, precisò che il Fronte era articolato in due settori specializzati: “quello militare, con il compito di occupare e presidiare le città principali, e quello civile, con la funzione di orientare l’opinione pubblica”. Sembra accertato, ma da fonte diversa del SID, che a seguito delle tre riunioni, industriali e notabili liguri sottoscrissero circa 100 milioni. Il fatto che Borghese si rivolgesse direttamente ad esponenti del mondo industriale e finanziario può trovare una sola spiegazione: che cioè i suoi precedenti canali di finanziamento – che lo avevano sostenuto fino al 1969 – ormai non funzionavano più.
Per quale ragione il principe si trova improvvisamente senza fondi per attuare i suoi disegni eversivi? E, ancora, chi lo aveva finanziato fino a quel momento? La risposta a questi interrogativi va cercata neo fascicoli di due altri processi. Il primo (che si è già concluso nel luglio del ’73 con la condanna di tutti gli imputati davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Roma) è quello per il crack avvenuto nel ’68 della Banca del Credito Commerciale e Industriale (Credilcomin) presieduta da Borghese.
Il secondo (iniziato solo il 14 ottobre scorso a Milano) è invece contro otto amministratori della SFI, la Societaria finanziaria italiana, per un fallimento di molti miliardi avvenuto una decina di anni fa. E proprio attraverso le vicende della SFI è possibile ricostruire l’intera storia. Questa società finanziaria si era sviluppata nel ’60 con l’ingresso di alcuni personaggi legati al Vaticano, come Carlo Baldini, o alla DC (Antonio Marazza, Alfonso Spataro, Antonio Cova). Per arricchire il suo portafogli, la SFI acquista da Sindona la Credicomin, cioè la futura società di Valerio Borghese. Servirà per alcune operazioni particolari come il finanziamento dell’agenzia giornalistica Italia.
Due anni dopo, però, alcune speculazioni sbagliate mettono in gravi difficoltà la SFI. Con la mediazione del Vaticano, Baldini riesce a trovare i capitali necessari per avere un po’ di fiato. A portarglieli sono Gil Robles e don Julio Munoz, entrambi legati all’Opus Dei spagnola, ai quali sono stati affidati 10 miliardi di lire da Rafael Trujillo junior, figlio dell’ex dittatore di Santo Domingo. Fuggito dal suo paese, Trujillo ha scelto come suo avvocato a New York Richard Nixon, non ancora presidente degli Stati Uniti ma già buon amico di Michele Sindona.
Nata all’insegna di personaggi così potenti, la trattativa tra la SFI e gli spagnoli non poteva che concludersi rapidamente e bene: cioè la SFI ottiene i 10 miliardi. Il trust porta alla costituzione di due società alla cui presidenza viene chiamato Valerio Borghese. Subito dopo una delle due società, la Ventana, acquista la Credicomin per 3 miliardi e 375 milioni e il principe ne diventa il presidente.
L’operazione di finanziamento è ormai messa a punto alla perfezione: attraverso la SFI e le società collegate, i miliardi di Trujillo passano alla banca di Borghese e svaniscono nel nulla. Sono gli anni in cui si prepara la strategia della tensione (del ’65 è il convegno all’Hotel Parco dei Principi) e i soldi servono ai golpisti: se 2 miliardi vanno all’agenzia Italia, il resto finisce a Borghese e a società fantasma. E quando nel ’65 la SFI crolla e la banca di Borghese è sottoposta ad amministrazione straordinaria, interviene la Privata Finanziaria di Sindona che risarcisce i piccoli creditori e ottiene in cambio dalla Banca d’Italia “anticipazioni e autorizzazioni ad aprire nuovi sportelli”. Già alla fine degli anni ’60 il nome di Sindona viene associato a quello dei golpisti. I magistrati stabiliranno se è soltanto un caso.

“Parola del Sid” – Panorama 26.06.1975 – terza parte

8.L’attuazione del «golpe» viene fissata per la notte dell’8 dicembre 1970. Il 7 dicembre inizia l’af­flusso in Roma dei Gruppi B e lo schieramento iniziale dei nuclei. Il Gruppo di La Spezia si raduna al Motel Agip di via Aurelia, il Gruppo di Gros­seto si concentra presso la Tipografia Rotoprint di Pomezia (di proprietà di Federico Bonvicini); altri, tra cui il Gruppo di Genova, convergono nel cantiere di Remo Or­landini; il Gruppo Saccucci si reca nella palestra di via Eleniana. Il Gruppo delle Guardie Forestali che dalla sede stanziale (Cittaduca­le) doveva muovere nella notte sull’8 dicembre 1970 in direzione di Roma per una esercitazione in autocolon­na, risulta senz’altro disponibile agli ordini di un certo tenente colonnel­lo Berti. Lo « stato maggiore » del Fronte è riunito nel cantiere di Orlandini.
Intorno alle ore 11-12 si procede all’attuazione della prima parte del piano (ingresso nel ministero dell’ Interno). Nel pomeriggio del 7 dicembre giungono in Roma anche elementi di Avanguardia Nazionale della Li­guria e Toscana (Cardellini, Sturlese, Carmassi, Mario Bottari).

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Nel contempo si definiscono gli ul­timi accordi per l’esecuzione com­pleta dell’intero piano eversivo. (Nel quadro di tale disegno eversivo il 7 dicembre 1970, a sera inoltrata, un gruppo di Avanguardia Nazionale, capeggiato da Mario Bottari, muove per compiere un sequestro di perso­nalità non nota. Sbaglia indirizzo e, tra l’altro, resta bloccato nell’ascen­sore del palazzo. Solo nelle prime ore del giorno successivo riesce a rientrare senza aver condotto l’ope­razione). Il centro operativo è costituito, ol­tre che dal predetto, da Salvatore Drago, Giacomo Micalizio (medico palermitano amico di Drago e di Ste­fano Delle Chiaie), Bonvicini, De Ro­sa, Adriano Monti, Junio Valerio Borghese, Lo Vec­chio, il generale di squadra aerea (ri­serva) Casero e Rosa sono riuniti nello studio di quest’ultimo e costi­tuiscono il comando politico dell’ operazione.

9.Intorno alle ore 24, il maggio­re Enzo Capanna fa uscire dal mini­stero dell’interno un autocarro con 180 mitra Mab destinati a Remo Or­landini. Ma, contemporaneamente, il centro operativo riceve da Junio Bor­ghese l’ordine di sospendere l’operazione e di far rientrare gli uomini. Motivazione data da Borghese: nessun militare è stato disposto ad agevolare l’ingresso nel ministero della Difesa.

In tutta fretta, i convenuti si al­ lontanano da Roma, mentre il com­mando entrato nel ministero dell’Interno guadagna l’uscita portando con sé parte delle armi ricevute in con­segna (sembra n. 7 mitra Mab). (Il camion con i 180 Mab viene rintrac­ciato per le vie di Roma e fatto rientrare al ministero dell’Interno. Le armi vengono scaricate e riposte dal commando prima di uscire dal pre­detto dicastero). Al momento di abbandonare il can­tiere Oriandini, Salvatore Drago rie­sce a impossessarsi delle tute mime­tiche, cinturoni, baschi da carabinie­ri e altro equipaggiamento che il gruppo La Spezia aveva al seguito per l’operazione ministero della Di­fesa (totale 50 combinazioni).

10.Il 20 gennaio 1971, nella sede del Direttivo del Fronte Nazionale in Roma, via XXI Aprile, ha luogo una riunione di tutti i delegati per un esame della situazione. Borghese non dà alcuna spiegazio­ne convincente della sospensione dell’azione Tora-Tora (così definita tra i partecipanti), mentre alcuni tra i presenti ripropongono nuove imprese. Tra questi si evidenzia Giancarlo De Marchi di Genova venuto al con­vegno insieme al delegato della cit­tà ligure, Frattini. Nella circostan­za, De Marchi fa una crìtica dell’ operato e si offre di finanziare, tra­mite i suoi « amici » qualcosa « di nuovo ma serio ».
Il giorno successivo Remo Orlandini va a Genova e incontra De Marchi per un discorso più appro­fondito. Il 22 gennaio, Frattini vie­ne esonerato e l’avvocato genovese diventa il nuovo delegato di Ge­nova.

11.Le attività successive del Fron­te Nazionale, alle quali è sempre assente Borghese, possono sintetiz­zarsi in :
-27 gennaio 1971, riunione in Ro­ma presso un circolo culturale im­precisato. Scopo: discutere sull’opportunità della ripresa dell’azione. Partecipan­ti: on. Filippo Di Iorio, Remo Orlandini, Fabio e Renzo De Felice, Ciabatti, Zanelli, Quattrone (farma­cista, del Gruppo A di Genova), Bonvicini ;
-primi di marzo 1971, riunione in Roma, presso i De Felice (sembra in via Abetone). Scopo: quello del giorno 27 gennaio. Partecipanti: fra­telli De Felice, Rosa, Ciabatti, Orlandini, De Marchi. Risultano altre­sì presenti due ufficiali dei carabi­nieri. (Nell’occasione, Orlandini pre­ga De Marchi di acquistare e conse­gnare a Rosa 100 tute e accessori per equipaggiamento da carabiniere. Incarico successivamente assolto).

12.Il 17 marzo 1971 la Rai-Tv pub­blicizza il tentativo di « golpe » e avviene l’arresto di Remo Orlandini e altri. Immediatamente, un gruppo di affiliati si riunisce e si autodefinisce nuovo Direttivo Nazionale del Fron­te. I soggetti sono : De Marchi, Bon­vicini, Zanelli, il figlio del chirurgo Pietro Valdoni, Ciabatti, Costanti­ni (medico di Padova), Stefano Di Luia (esponente di Lotta di Popo­lo), Stefano Delle Chiaie, un rappre­sentante non noto di Ordine Nuovo di Rieti, Pomar, Micalizio e Salva­tore Drago.
Nell’estate 1971 i predetti si riu­niscono sul monte Terminillo, in una villa privata, ed eleggono Cia­batti rappresentante in Italia dei ca­po del Fronte Nazionale (Valerio Borghese infatti è fuggito in Spagna per sottrarsi al mandato di cattura).
Inoltre, in uno sforzo di rimpasto organizzativo, vengono nominati :
-Giancarlo De Marchi, delegato responsabile per il Nord-Italia;
-Bonvicini, delegato responsabi­le per il Centro;
Micalizio, delegato responsabi­le per il Sud-Italia.

“Parola del Sid” – Panorama 26.06.1975 – seconda parte

1.Nel 1968, con il proposito di sovvertire le istituzioni dello Stato attraverso un « golpe », Junio Va­lerio Borghese, Remo Orlandini e Mario Rosa decidono la costituzio­ne di un « Fronte Nazionale », cioè di una organizzazione di massa di intonazione anticomunista. Sin dall’inizio delle attività pro­pagandistiche, si affianca al presi­dente del Fronte Nazionale (Junio Valerio Borghese) un costruttore edile romano, dottor Benito Guada­gni, che assicura finanziamenti e ri­solve anche problemi personali di Borghese. La sede del Fronte viene fissata presso l’impresa Guadagni in Roma, via Giovanni Lanza n. 30. Mario Rosa, ex-maggiore della Mvsn (Milizia volontaria per la si­curezza nazionale), già comandante del III battaglione del reggimento « Cacciatori degli Appennini » dell’ Esercito della Rsi ( Repubblica so­ciale italiana) assume le funzioni di segretario organizzativo.

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2. Le prime attività di proseliti­smo del Fronte Nazionale consisto­no nell’agganciare elementi di destra, già impegnati con il preceden­te regime. Tra i propagandisti più attivi è Manente, ex-funzionario dell’ufficio politico della Mvsn, all’epoca rappresentante itinerante della Cen (Casa Editrice Nazionale) che con­tatta, tra gli altri, i futuri delegati della Toscana. Il 19 marzo 1969, il Fronte Nazio­nale compie la prima sortita pub­blica con una riunione presso l’Hotel Royal di Viareggio. Nel corso della riunione (presen­ti 200 persone circa, n.d.r.), l’unico accenno di interesse è quello fatto da Borghese in merito alle Forze armate che, secondo il presidente del Fronte, non avrebbero fatto mancare il loro appoggio nella lot­ta al comunismo.

3. Nel quadro delle attività di­vulgative delle idee, nell’ottobre 1969 vengono indette altre riunioni. Una ha luogo a Fiesole, con pa­tecipazione di circa 300 persone tra cui il generale della riserva Marini, medaglia d’oro dell’Aeronautica mi­litare, e dello staff del Fronte (Bor­ghese, Guadagni, Rosa) che, al ter­mine dell’assemblea, incontra i pri­mi responsabili provinciali della To­scana e della Liguria nella hall dell’ Albergo Savoia per una messa a punto organizzativa. Una seconda, più ristretta, viene tenuta presso il Circolo Forze ar­mate di Firenze.

4. Il Fronte Nazionale assunse inizialmente un’organizzazione ba­sata su « delegati provinciali » ai quali sono affidati compiti di pro­selitismo e di studio di iniziative da assumere nel caso di lotta aper­ta e armata con i comunisti. I primi e più attivi « delegati » sono :

– Giachi, ex-centurione della Mvsn, per Firenze ;
– Elio Pomar, per Varese;
– De Rosa, per Roma;
– ingegner Pavia per Torino;
– Giuseppe Zanelli, per La Spezia ;
– Costantini, per Padova.

L’organizzazione assume poi la se­guente fisionomia :
-articolazione provinciale con co­stituzione, nell’ambito di ciascun elemento, di due « gruppi » : grup­po A (palese) destinato al proseli­tismo in ambiente civile; gruppo B (occulto) destinato all’approntamen­to di « strumenti operativi » (es­senzialmente : raccolta e conserva­zione armi; acquisizione di perso­nale valido per azioni « disinvolte » ; approntamenti di « santuari ») con caratterizzazione militare ;
– dipendenza dei Gruppi B da un responsabile a livello nazionale (in­gegner Adami Rook, Vice Direttore della Galileo di Firenze, già ufficia­le della Regia Marina, congedato con il grado di capitano di corvetta) ;
-autonomia, a livello provincia­le, del gruppo B rispetto al « dele­gato » istituzionalmente Capo del lo­cale Gruppo A.

Parallelamente a livello direzio­nale centrale i responsabili si ado­perano per far acquisire al movi­mento una concreta capacità operativa. Si provvede in conseguenza :
– alla costituzione di un « nucleo speciale », alle dirette dipendenze di Borghese (verosimilmente con a capo Remo Orlandini) per il tenta­tivo di realizzare un reclutamento in ambiente militare e del ministe­ro all’Interno ;
– all’inquadramento del persona­le reclutato in « gruppi » (gruppo ex-paracadutisti di Saccucci; grup­po Berti della Guardia forestale) che, all’attuazione del « golpe », avrebbero dovuto insieme ai « grup­pi B » procedere alla occupazione dei posti-chiave (Ministeri, Rai-Tv, Questura di Roma, centrale elettri­ca di Nazzano, ponti radio);
– all’agganciamento di « Avanguar­dia Nazionale » al « Fronte ».

5.Dopo la riorganizzazione, i Gruppi B assumono particolare im­portanza nel Fronte. Le riunioni dei capi gruppo avven­gono a Nugola Nuova (Pisa) in una villa di proprietà del veterinario Paoletti e sono particolarmente cen­trate sull’armamento.
L’organizzazione dei Gruppi B è costituita da:
responsabile nazionale : ingegner Adami Rook (è anche a capo del Gruppo B di Firenze);
Vice: Cappellini (è anche capo del Gruppo B di Pistoia);
Capo gruppo B di Pisa: profes­sor Mazzari ;
Capo gruppo B di Grosseto : Cia­batti ;
Capo gruppo B di Livorno : Bal­zarini ;
Capo gruppo B di Viareggio : Giannotti (Concessionario Fiat di Forte dei Marmi);
Capo Gruppo B di La Spezia : Zanelli (che, eccezione, è anche capo gruppo A, cioè delegato di La Spezia) ;
Capo gruppo B Apuania: Pelù (del Msi);
Capo gruppo B di Genova; Frattini.

Alle riunioni del « collettivo » gruppi B partecipano, quasi sempre, elementi di Avanguardia Nazionale e Porta Casucci.

6.Una prima, concreta intenzione operativa del Fronte Nazionale si registra a fine aprile 1970. Per quanto riguarda la parte as­segnata ai Gruppi B, l’ingegner Ada­mi Rook convoca nella sua villa di Pisa i responsabili delle bande ar­mate ed espone loro l’esigenza di predisporre uomini e armi per l’occupazione di un obiettivo in Ro­ma, lasciando intendere che l’azio­ne sarà condotta il 24 maggio suc­cessivo. Nella circostanza, Adami Rook :
-non fornisce indicazioni sul « pia­no generale » ;
-esprime alcune fantasiose mo­dalità esecutive per l’occupazione dell’obiettivo (che volutamente non precisa) assegnato ai Gruppi B;
-preannuncia che l’azione verrà svolta in ore notturne;
-indica quale punto di concen­tramento di Gruppi B la zona di Lucus Feroniae, prossima all’Autostrada del Sole, casello di Fiano Ro­mano;
-fa riserva di comunicare l’ora di concentramento al punto fissato.

L’esposizione del piano lascia per­plessi i convenuti che avvertono la non fattibilità dell’operazione per la superficialità con cui l’azione è stata concepita e le scarse indicazioni for­nite. Una serrata critica del piano viene fatta alcuni giorni dopo nel corso di una riunione ristretta di aderenti ai Gruppi B, in Pisa. Alle riunioni sono presenti:

-Cappellini, Capo del Gruppo B di Pistoia e vice di Adami Rook (che nonostante ciò aveva partecipato al­la pianificazione);
-Mazzari, Capo del Gruppo B di Pisa;
-i fratelli Piccardo (del Gruppo B di Pistoia);
-Fiori, tipografo di Monsummano (del Gruppo B di Pisa);
-Sturlese e Cardellini, di La Spe­zia, aderenti ad Avanguardia Nazio­nale;
-Piero Carmassi di Massa Carra­ra, aderente ad Avanguardia Nazio­nale;
(I citati elementi di Avanguardia Nazionale « seguivano » sempre le riunioni dei Gruppi B).

Dall’incontro scaturisce l’esigenza di un abboccamento con Borghese perché dirima dubbi e perplessità. Il Capo del Fronte Nazionale, sen­tito da Cappellini in proposito al pia­no illustrato da Adami Rook:
-afferma che il piano non è defi­nitivo;
-smentisce che debba essere ese­guito il 24 maggio;
-definisce Adami Rook un inca­pace e preannuncia che, in sua vece, designerà Capo dei Gruppi B Stefano Delle Chiaie (capo riconosciuto di Avanguardia Nazionale).

Per rendere ufficiale la sostituzio­ne, Borghese accetta di indire un’assemblea di tutti i delegati del Fron­te e di tutti i Capi Gruppo B. La riunione in argomento ha luogo il 1° giugno 1970, in Roma, presso lo studio del segretario organizzati­vo del Fronte Nazionale, Mario Rosa, in via Sant’Angela Merici. Alla stessa partecipano tutti i delegati e i Capi Gruppi B, nonché lo « stato maggiore » dell’organizza­zione. Fra la sorpresa generale, Borghe­se provoca un profondo risentimen­to soprattutto nel promotore del « chiarimento » (Cappellini) che co­munica l’uscita dal Fronte Naziona­le del Gruppo di Pistoia.

7.La crisi del Fronte Nazionale, a questo punto, assume dimensioni veramente allarmanti ove si consi­deri che:
-in effetti, l’organizzazione è pre­sente solo in Liguria, Toscana, La­zio e Sicilia;
-i tentativi di agganciare militari in servizio non erano riusciti a causa della diffidenza degli stessi verso pro­positi avventuristici. Il fatto che Borghese non attri­buisca importanza alla scarsa ramificazione del movimento è giustifi­cato dal sempre più stretto rapporto fra Fronte Nazionale e Avanguardia Nazionale che, nei propositi del co­mandante, è destinata a costituire il « braccio armato » del Fronte.

Dopo la riunione del 1° giugno 1970, Borghese convoca sovente il Direttivo nazionale del Fronte nella sede romana di via XXI Aprile per discussioni di « strategia politica », peraltro vuote di ogni contenuto. Il Direttivo del Fronte Nazionale, al momento comprende :
-Remo Orlandini;
-Mario Rosa;
-Matta, di Milano, funzio­nario della Sip;
-Di Spirito, di Bari, fun­zionario del ministero dei Trasporti;
-Frattini, capo del Grup­po B di Genova.

Nel luglio del 1970, il pia­no eversivo del Fronte Na­zionale è praticamente com­pletato. Per quanto specificamente riguarda i Gruppi B, Adami Rook deve fornire uomini per l’occupazione del mini­stero deirìnterno e la costi­tuzione di una riserva da impiegare a seconda delle esigenze. Per la prima necessità, nell’ultima domenica del luglio 1970, convergono in Roma una ventina di elementi dei gruppi di La Spezia e Genova (tra cui Lunetta, federale del Msi) per una ricognizione del dicastero. La ricognizione, condotta per nu­clei di 3-4 uomini, è diretta da Sal­vatore Drago. Zona di attesa è la Galleria della Stazione Ter­mini.
Nei primi giorni di agosto, la ricognizione viene ripetu­ta a beneficio del Capo Grup­po B di Genova (Frattini) e del suo « aiutante » (soprannominato « La Bestia ») che durante il soggiorno ro­mano mettono a punto con Salvatore Drago un piano di occupazione del ministero. Tale piano, però, dopo breve tempo, viene aggiorna­to perché, si afferma, è sta­to reclutato un maggiore di Ps (tale Enzo Capanna) che si dice operi non all’insapu­ta del suo superiore, indica­to in certo tenente colonnel­lo Barbieri all’epoca comandante di un reparto di P.S. stanziato nella Caserma del Castro Pretorio (Roma). Egli sarebbe disposto ad age­volare l’ingresso di nuclei di uomini nel ministero ren­dendo più facile l’attuazio­ne del proposito.

Panorama 26.06.1975

“Parola del Sid” – Panorama 26.06.1975 – prima parte

Siglando con una G e una A, le iniziali del suo nome, la lettera di quat­tro cartelle indirizzata al procuratore capo della Repubblica di Roma Elio Siotto, il ministro della Difesa Giulio Andreotti ebbe un momento di indecisione nonostante la sua proverbiale freddezza di nervi. Rivolgendosi a Giorgio Ceccherini, suo braccio destro da sempre, mormorò: « Qui scoppia il finimondo ».

Erano le 11 del mattino del 15 set­tembre 1974. Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana un ministro in carica forniva ufficialmente alla magistratura le prove di un tentativo di colpo di Stato che avreb­be dovuto rovesciare nel sangue il regime democratico.

Le prove erano contenute in 30 cartelle accluse alla lettera, rimaste sino a oggi segrete, che narrano la storia completa di quella che nella cronaca politica degli anni Settanta e conosciuta come la congiura golpista di Junio Valerio Borghese. A dare il rapporto ad Andreotti era stato il generale Gian Adelio Maletti, capo dell’ufficio D del Sid, una sezione del con­trospionaggio composta da 13 uomini guidati dal capitano dei carabinieri Antonio Labruna.

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Nella lettera che accompagnava il documento, Andreotti era esplicito. Confermava la gravità dei « temuti fatti », sollecitava un intervento massiccio della magistratura contro i congiurati i cui nomi figuravano nel rapporto del servizio segreto, anche se « pur avendo criticamente selezionato le notizie acquisite, il Sid non poteva assumere la garanzia di corrispondenza al vero ». E concludeva consigliando gli organi di polizia giudiziaria a « verificare e sviluppare autonomamente » gli « indizi » raccolti dal Sid. Battute in bella copia con una macchina dai grandi caratteri, le 30 cartelle fitte di nomi e cognomi raccontano la storia autentica di come nacque e si sviluppò la strategia dei congiurati, di come fallì l’occupazione del ministero dell’Interno la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, sino alla recente riorganizzazione della congiura dopo la morte di Borghese.

Sino a oggi, oltre che da Andreot­ti e dai magistrati che dirigono l’inchiesta sul tentato golpe, il famoso rapporto del Sid è stato letto soltanto dal comandante dei carabinieri Enrico Mino, da quello della Finanza Raffaele Giudice, dall’ex-presidente del Consiglio Mariano Rumor, dall’attuale presidente Aldo Moro e dal capo dello Stato Giovanni Leone. Adesso Panorama lo pubblica. Il rapporto abbraccia un arco di tempo che va dal 1968 al 1974. È composto da quattro fascicoli, due dei quali presentati sotto forma di allegati (A e B). Il primo fascicolo con­tiene la storia dell’organizzazione e poi del tentato golpe della notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 da parte del Fronte nazionale di Valerio Borghese: il secondo (allegato A), i rapporti tra il Fronte nazionale e Avanguardia na­zionale, il gruppo nazifascista guidato da Stefano Delle Chiaie, e la parte che questo gruppo ebbe nel golpe. Questi due primi fascicoli Panorama pubblica in questo numero. Il terzo e il quarto saranno pubblicati la setti­mana prossima. Il terzo (allegato B), contiene le vicende del dopo golpe e gli agganci del Fronte nazionale con la Rosa dei venti e col Movimento azione rivoluzionaria (Mar) di Carlo Fumagalli; il quarto e ultimo fascicolo svela una serie di progettate azioni dinamitarde e attentati alla vita di leader politici e sindacali.

Panorama pubblicherà nel prossimo numero anche un quinto documento. Fu consegnato direttamente dal Sid alla magistratura romana nell’ot­tobre 1974, senza passare ufficialmente dalle mani di Andreotti. Contiene notizie riguardanti la riorganizzazione del Fronte nazionale e una nuova « Intesa » con Avanguardia nazionale, assieme a ennesimi progetti di attentati e uccisioni per raggiungere il fine di sempre: gettare il paese nel caos e scatenare la guerra civile.

Romano Cantore – Panorama 26.061975

Relazione di Guido Paglia su A.N. e il Golpe Boghese – documento trovato presso la sede di OP

Per forza di cose questa relazione si riferisce all’attività svolta dall’Avanguardia Nazionale nel periodo compreso tra la fine del 1967 ed il corrente mese di novembre del 1972. Di volta in volta si cercherà di narrare anche fatti antecedenti dei quali, tuttavia, si hanno per il momento soltanto particolari frammentari.
Innanzi tutto è bene precisare subito che quando si parla di Avanguardia Nazionale ci si riferisce in generale ad un certo ambiente che gravita inevitabilmente intorno alla figura di Stefano Delle Chiaie, uno dei leader più rappresentativi delle frange della destra extraparlamentare. La metodologia studiata da Delle Chiaie per la battaglia politica ha fatto però in modo che l’Avanguardia Nazionale non sia altro che la facciata “ufficiale” di un’organizzazione che può contare sopra tutto su un “apparato” clandestino di notevole capacità operativa. Questo “apparato” costituisce la vera e propria forza del gruppo di Delle Chiaie.
Di esso fanno parte personaggi più o meno noti dell’estrema destra, ma anche (ed è questo un punto di ulteriore forza) per­sone assolutamente sconosciute agli archivi “politici”. Ciò permette all’organizzazione una notevole libertà di movimento.

Il metodo di lavoro politico si basa così sui seguenti punti:
1) gli attivisti più noti e comunque tutti coloro che in qualche modo hanno avuto a che fare con la polizia, i carabinieri e naturalmente la magistratura, vengono inquadrati in seno all’Avanguardia, la “facciata ufficiale” dell’organizzazione; sono loro che conducono le battaglie che riguardano la “politica attiva”, quella di stretta concorrenza al MSI;
2) gli aderenti meno noti e soprattutto coloro i quali hanno dimo­strato delle capacità organizzative più adatte alla clandestinità, vengono invece destinati alla struttura “secondaria”, quella dell’apparato; di esso comunque fanno parte anche attivisti notissimi che però, almeno “ufficialmente” non svolgono più attività politica; a questa struttura “secondaria” appartengono proprio i componenti dei “commandos” terroristici; per garantire la loro attività sono stati studiati particolari accorgimenti quali ad esempio il fatto di non conoscersi neppure tra membri dell’apparato, di non sapere mai chi ha compiuto una certa “azione” etc.;
3) l’Avanguardia oltre che condurre la battaglia ufficiale ha anche il compito di “filtrare” per l’”apparato” gli elementi che via via vengono giudicati idonei a svolgere un lavoro di maggiore responsabilità;
4) infine, proprio per quanto detto finora, c’è anche da tenere presente che non tutti (anzi è meglio dire la stragrande maggioranza) gli appartenenti all’Avanguardia appartengono alla struttura secondaria; l’inquadramento in quest’ultima avviene per meriti (e soprattutto per fiducia) soltanto in un secondo momento.

Elencati i principi generali sui quali si fonda la metodologia di lotta ideata e messa in pratica da Delle Chiaie, passiamo a qualche dato più concreto sull’organizzazione. Attualmente, ad esempio, il ver­tice è composto, oltre che da Delle Chiaie, dalle seguenti persone:

MAURIZIO GIORGI (senz’altro il più autorevole ed il più capace tra i luogotenenti), abitante in via Olindo Malagodi 25, numero di tele­fono 4383430;
FLAVIO CAMPO, già numero due del gruppo e attualmente destinato all’organizzazione e all’esecuzione dei pro­grammi clandestini, abitante in via Cerveteri ed impiegato presso il Ministero delle Finanze dove lavorano anche il padre e la sorella); CESARE PERRI, laureando in Medicina, studente fuori sede residente a Catanzaro (è colui che curò più da vicino i rapporti con il “Fronte Nazionale” di Borghese in occasione del “colpo di stato”); GIULIO CRESCENZI, idraulico, abitante al quartiere Nuovo Salario (Val Melaina); FAUSTO FABBRUZZI, impiegato presso la Cassa di Risparmio di Rieti in via in Aquiro. Gli ultimi due sono di scarse capacità ed appartengono al vertice più in quanto amici fedelissimi di Delle Chiaie che per meriti individuali; eccellenti esecutori di ordini e niente più. Pur non facendo parte del “vertice” è alla stessa altezza dei sunno­minati anche ADRIANO TILGHER (il padre, Mario, lavora al “Roma” di Napoli al servizio interni), abitante in via dei giornalisti 6 o 8 (telefono 341548). Tilgher ha assunto l’incarico di Presidente Nazio­nale dell’Avanguardia dopo le dimissioni di Guido Paglia. È anch’egli soprattutto un buon esecutore d’ordini, ma non difetta neppure di qualità organizzative ed ideative. Instancabile, svolge quotidianamente una molo di lavoro impressionante. Attualmente, in seguito al noto mandato di cattura per falsa testimonianza circa l’istruttoria della strage di Milano, Delle Chiaie è sostituito al vertice da una specie di triumvirato del quale fanno parte Campo, Giorgi e Perri.

Elementi di sicura affidamento per l’apparato sono anche Roberto Palotto, Tonino Fiore, Saverio Ghiacci, Bruno Di Luia, Marco Marchetti, Saverio Savarino, Riccardo Minetti, Enzo Casale, Fabio Regoli, Carmine Palladino etc. In tutt’Italia, la struttura dell’Avanguardia rispecchia fedelmente i principi generali già elencati: agli attivisti di piazza, inquadrati ufficialmente, fanno riscontro i membri dell’apparato clandestino. Punto di forza è naturalmente la Calabria: in tutte e tre le province, l’Avanguardia ha raggiunto posizioni di indiscutibile autorità  riuscendo perfino a scalzare dalle piazze i missini (l’emorragia di giovani verso la linea dura dell’Avanguardia è incessante).

Responsabile delle due “strutture” in Calabria è il marchese Felice (Fefè) Zerbi di Reggio Calabria. Persona di grande prestigio, gode di incondizionate protezioni anche presso l’ambiente mafioso che in più di un’occasione è stato assai utile all’Avanguardia. In passato ha ricoperto l’incarico di “reggente” del Fronte Nazionale e in occasione della visita a Reggio di Borghese (ottobre 1969) dimostrò ampiamente lo sue capacità organizzative. Suoi strettissimi collaboratori sono Pino Barletta e Carmelo Dominici (attualmente in carcere). A Catanzaro, fiduciario risulta tale Totonno, un professore facilmente meglio identificabile in quanto già “reggente” anche lui del Fronte Nazionale.

La presenza dell’Avanguardia è particolarmente consistente anche nelle seguenti città: Messina, Catania, Bari, Taranto, Avellino, Napoli, Latina, Rieti, Grosseto (qui per l’apparato è responsabile tale Ciabatti, fedelissimo di Borghese), Massa (Piero Carmassi), Pistoia, Firenze, Perugia, Terni, Viareggio (e tutta la Versilia), La Spezia, Lucca, Siena (Pierfranco Di Giovanni), Ravenna (tale Alvaro), Bologna, Reggio Emilia (Paolo Pecoriello), Pavia, Trento (Cristiano De Eccher), Trieste, Padova, Novara, etc. Recentemente è stato costituito il gruppo di Avanguardia anche a Milano (responsabile tale Marco, un nobile molto amico di Flavio Campo). In poche settimane di attività, il gruppo ha già acquistato notevole forza e prestigio.

Il Colpo di Stato
A questo proposito il discorso va riallacciato alla nascita del “Fronte Nazionale” di Borghese. Per decisione di Delle Chiaie i rapporti tra i due ambienti si fecero sempre più stretti, tanto che spesso era l’Avanguardia, a camuffarsi da “Fronte” per svolgere azioni di una certa importanza. Borghese poté comunque contare sempre sulla dispo­nibilità dell’apparato. I primi discorsi sulla possibilità di effettuare un “golpe” con l’aiuto delle Forze Armate cominciarono a circolare tra i membri dell’apparato verso la fine del 1969. Si parlò sempre di scadenze brevi e di organizzazione perfetta (in poche ore era­no pronte -secondo i discorsi dei responsabili del Fronte- tutte le soluzioni per assicurare la continuità dell’apparato statale). I rapporti tra il Fronte e l’Avanguardia vennero curati da Borghese in persona e in sua assenza o indisponibilità dal maggiore Orlandini.
Per l’Avanguardia partecipavano alle riunioni Delle Chiaie, Campo e Perri. La prima data stabilita per agire doveva e sa ere compresa nel mese di giugno del 1970. Nel cantiere che l’impresa edilizia di Orlandini aveva nei presai della Buffalotta, le riunioni si intensificarono sempre più: vi partecipavano senza dubbio alti ufficiali e personaggi del mondo politico (testimonianze dirette); Orlandini e Adria­no Monti (membro del consiglio nazionale del PLI, medico, molto noto a Rieti) sostenevano che c’era un appoggio praticamente incondizionato anche da parte dei carabinieri, della, polizia e di stessi ambienti governativi. Tutto sembrava procedere senza intoppi di sorta e se non altro la coreografia che circondava i preparativi, pareva avva­lorare lai credibilità del discorso di fondo. La complicità all’interno del Ministero degli Interni era assicurata da un certo dottor Drago che sembrava essere uno dei più autorevoli «golpisti».

Si arrivò così alla famosa notte sul 4 dicembre quattro giorni prima di quella prestabilita per l’azione. Il 7 dicembre, Delle Chaie rifinì gli ultimi particolari. Divise i compiti e affidò a Flavio Campo i compiti dinamitardi, riservando a se stesso quelli riguardanti l’azione al Viminale. I membri fedelissimi dell’Avanguardia sarebbero stati convocati in sede per le 18 del 7 stesso. Dovevano essere circa una cinquantina e sarebbero stati informati dei loro compiti all’ultimo momento poiché soltanto pochissimi di loro facevano già parte dell’apparato clandestino. Ufficialmente essi dovevano restare a disposizione presso la sede dell’Avanguardia (via dell’Arco della Ciambella 6, ter­zo piano) perché i dirigenti avevano saputo che proprio quella notte i comunisti avrebbero dato l’assalto alla sezione. Contemporanea­mente tutti gli altri membri dell’apparato si sarebbero riuniti in una serie di appartamenti dislocati in varie zone della città. Ai romani (un centinaio) si aggiunsero un’altra cinquantina di elementi di varie città fatti affluire precipitosamente, nella capitale. E’ scontato che anche al di fuori di Roma i membri dell’apparato erano pronti ad intervenire: gli ordini prevedevano però il passaggio allo scoperto soltanto dopo una precisa comunicazio­ne proveniente da Roma e diramata solo nel caso in cui tutti gli obiettivi strategici fossero stati occupati secondo i piani pre­stabiliti.

Si seppe che oltre all’Avanguardia risultavano mobilitati per l’azione la stragrande maggioranza degli aderenti all’associazione paracadutisti (punto di raccolta la famosa palestra, di via Eleniana), il gruppo “Europa Civil­tà” diretto da Loris Facchinetti, Stefano Serpieri e Mauro Tappella, ed elementi del MSI raccolti intorno all’on. Giulio Caradonna (particolar alquanto stridente con quanto proclamato fin dal principio dai responsa­bili del “Fronte”, i quali avevano assicurato che in nessun caso i missini sarebbero stati resi partecipi del “colpo di stato”). All’ora prestabilita gli attivisti dell’Avanguardia si trovarono all’appuntamento fissato in sede, periodicamente, i dirigenti vennero informati degli sviluppi della situazione da altri membri dell’appa­rato. Alle 19,30, ad esempio, Giulio Crescenzi giunse in via dell’Arco della Ciambella per comunicare che il gruppo dell’Avanguardia guidato da Adriano Monti e da Alberto Mariantoni (responsabili delle due strutture del capoluogo) era già all’interno del Viminale pronto ad agire.
Alle 23, sempre il Crescenzi avvertiva che un secondo gruppo si tro­vava nel garage del Ministero degli Interni dove era stato armato da un maggiore della “Celere” di Centro Pretorio (non sarebbe diffici­le individuarlo perché si seppe che quel giorno era di turno). Insieme a quelli dell’Avanguardia (tutti appartenenti al gruppo del Quadraro e guidati da Roberto Palotto, Saverio Ghiacci e Carmine Palladino), c’erano comunque anche alcuni (tre o quattro) agenti di polizia che avevano naturalmente il compito di inquadrare gli attivisti. Particolare significativo; il maggiore fece un discorsetto di circostanza affermando che lui non era affatto fascista ma che comunque credeva in quello che stava facendo; concluse chiedendo la massima collaborazione e soprattutto l’esecuzione di qualsiasi ordine senza discussioni.

All’una la “doccia fredda”: dal quartier generale, dopo che tutti i giovani dell’Avanguardia, informati sul reale motivo della convoca­zione, si apprestavano a salire su un automezzo che sarebbe dovuto giun­gere nel giro di pochi minuti dal Viminale, giunse l’ordine di “fer­mare” tutto e di tornare a casa senza creare complicazioni. Si disse che l’ordine giungeva direttamente da Orlandini e quindi da Borghese.

Il maggiore si mostrò estremamente contrariato e iniziò a congedare quelli dell’Avanguardia che si trovavano nel garage del Viminale di­cendo: “Mi dispiace ragazzi, purtroppo è finita… è finita… gli ordini di Orlandini e Drago sono precisi… si sospende tutto e si torna a casa”. Fu a questo punto che Palotto e Ghiacci pensando ad una possibile e futura manovra “ad incastro” decisero di impadronir­si di alcune “machine-pistolen” e dei relativi proiettili. Queste armi –pensarono – fanno parte della dotazione del Ministero degli Interni. Se domani dovesse andarci male, potremo almeno, grazie a queste, andare fino in fondo a questa storia.

I membri più fedeli dell’apparato vengono convocati da Delle Chiaie che informa gli intervenuti circa le disposizioni alle quali ciascu­no dovrà attenersi in concomitanza con lo scoccare dell'”ora X”.
Secondo le decisioni del comandante Borghese, l’Avanguardia dovrà occuparsi di due obiettivi:
1) alcuni “commandos” avranno il compito di far saltare in aria tutto le strade che potrebbero permettere alle unità dell’esercito di stanza ad Anzio-Nettuno (al “Fronte” viene spiegato trattarsi di truppe corazzate fedelissime al presidente Saragat): di raggiungere Roma. I golpisti distribuiscono a questo proposito mappe e schizzi a membri dell’Avanguardia.
2) Il grosso dei membri dell’Avanguardia ufficiale e clandestina si dovrà invece occupare di occu­pare il Ministero degli Esteri. A loro verranno affiancati tecnici specializzati che subito dopo l’occupazione degli edifici, dovranno preoccuparsi di utilizzare, a seconda dogli ordini, la importantissima centrale di comunicazioni radio e telefoniche. A questo proposito viene fatto un discorso del genere: “agiremo servendoci di complicità interne. Con voi ci saranno anche parecchi carabinieri. Altri ne troverete dentro il ministero. Questi ultimi dovrebbero immediatamente unirsi a noi; nel caso in cui però ciò non avvenisse allora non bisognerà avere esitazioni: se necessario, dovrete usare le armi!”.

La seconda parte del “golpe” prevedeva poi questa ulteriore utilizzazione degli elementi di Delle Chiaie: “Dopo l’occupazione del Ministero degli Esteri, dovrete attendere fino all’alba del giorno appresso (l’azione naturalmente si sarebbe dovuta svolgere intorno alla mezzanotte). Vorrete infatti rimpiazzati da truppe rego­lari. Compiuto così la prima fase del colpo di Stato, sarete destina­ti ad un altro incarico di fiducia: insieme ad i carabinieri andrete a rastrellare nelle prime ore del mattino una serie di persone che viene ritenuto opportuno allontanare coattivamente da Roma por qualche tempo. Quelli del “Fronte” spiegarono trattarsi soprattutto di sindacalisti molto importanti la cui eventuale libertà d’azione avrebbe potuto provocare uno sciopero generale immediato che avrebbe fatalmente arrestato e forse compromesso l’esito dell’insurrezione delle forze armate. Que­ste persone dovevano essere caricate a bordo di autocarri dei carabinieri e della celere e scortate fino a Civitavecchia. Qui, al porto, sarebbero state messe a disposizione diverse navi che avrebbero poi accompagnato gli arrestati in due isole dell’arcipelago delle Eolie o Lipari.

Il fatto di essere subito estromessi da un punto-chiave quale il Ministero degli Esteri e naturalmente il timore che tutto il “golpe” potesse rivelarsi una trappola per stroncare l’estrema destra provocò non poche perplessità e perfino proteste. Tra l’altro si paventava il pericolo di un arresto in massa degli appartenenti all’Avanguardia all’uscita del Ministero: in questo modo, in un certo senso si poteva ripetere  quanto era avvenuto in Grecia dove, subito dopo il colpo di stato, i colonnelli avevano pensato bene di mettere in galera sia estremisti di destra che di sinistra. Le obiezioni trovarono quasi subito l’appoggio incondizionato di Delle Chiaie e di altri autorevoli responsabili del “vertice” d’apparato. Venne pertanto deciso di chiedere ufficialmente ai responsabili del “Fronte” di fare svolgere a quelli dell’Avanguardia un compito di maggiore responsabilità e che soprattutto potesse in pratica fornire quelle garanzie di sicurezza futura che stavano a cuore di tutti.
La proposta fu accettata quasi subito e a questo proposito va sotto­lineato come un appoggio autorevole alle richieste dell’Avanguardia venne dal dott. Drago il quale non mancò di ricordare gli indiscutibili meriti dei giovani guidati da Delle Chiaie nell’organizzazione di tutto il “pre-golpe”. Il 6 dicembre venne cosi deciso che l’Avanguardia avrebbe avuto il compito di occupare il Ministero degli Interni. Drago fornì Delle Chiaie ed al­tri di una pianta del Viminale. La mappa era fatta a mano ma appariva corrispondente alla realtà. Drago spiegò per filo e per segno le tappe dell’occupazione mostrando bene dove si trovava la centrale operativa del Ministero.

Aggiunse che la notte sull’8 dicembre sarebbe stato senz’altro necessario far uso del le armi in quanto le guardie ed i funzionari che orano all’interno della sala che ospitava la cen­trale radio non avrebbero aperto la porta se non di fronte a persone più che conosciute e soprattutto in possesso di precise credenziali. Venne garantito che i membri dell’Avanguardia sarebbero stati fatti entrare nel Ministero degli Interni grazie ad una serie di complicità sfuggendo ai frettolosi controlli delle guardie, le armi uscirono così dal Viminale.
Dopo una riunione convulsa svoltasi nel quartiere generale (installato nella sede del Fronte in viale XXI Aprile) si predisposero gli ultimi accorgimenti affinché la macchina del golpe si potesse arrestare senza provocare una serie di reazioni a catena contro i partecipanti all’azione. All’alba tutti gli attivisti convocati fecero così ritorno a casa con l’impegno di non fare parola con alcuno di quanto accaduto nel corso della notte. Nei giorni seguenti, naturalmente, si svolsero diverse riunioni per tentare di capire cosa avesse inceppato l’ingranaggio definito fino all’ultimo momento come “assolutamente perfetto”. Fu lo stesso comandante Borghese a spiegare che le difficoltà maggiori erano giunte nel corso dell’occupazione del Ministero della Difesa. “Qualcuno” infatti si era tirato indietro e non era stato più possibile procedere senza troppi rischi ed entrare nei palazzi di via XX settembre da dove, secondo quanto stabilito in precedenza, un altissimo ufficiale avrebbe rivolto un appello comunicato attraverso la radio.

Si seppe anche un altro particolare. Un ufficiale dei carabinieri, tale Pecorella, che doveva arrivare da fuori Roma accompagnato da quaranta militi, era giunto portando con sé soltanto sedici carabinieri. Per rimediare allora Orlandini e gli altri avevano proposto di armare e rivestire con l’uniforme alcuni attivisti. Pecorella si era però recisamente opposto a questa soluzione, minacciando di rinunciare ad entrare in azione. Poiché il suo obiettivo doveva essere proprio il Ministero della Difesa per l’occupazione del quale erano già sorte complicazioni delle quali si è detto, anche questo atto convinse i golpisti a rimandare l’operazione.
E’ chiaro (e borghese a questo proposito non volle aggiungere altro che vi furono comunque anche altri intoppi poiché non è certo giustificabile in questo modo l’arresto di un “colpo di stato”.

Fu proprio questa considerazione che contribuì a far sorgere i primi sospetti circa l’inattendibilità delle intenzioni “golpiste” di certi personaggi che circondavano Borghese, primo fra tutti il Drago. I sospetti divennero quasi certezza quando l’entourage dell’Avanguardia apprese che il Drago altri non era se non un fedelissimo del dottor Federico Umberto D’Amato, capo della sezione “Affari Riservati” del Ministero degli Interni.
Si rivelò comunque fondamentale la mossa del trafugamento delle armi e delle munizioni dal Viminale: fu infatti probabilmente grazie a quello stratagemma che l’ambiente dell’Avanguardia non subì alcun danno dall’azione poi intrapresa sia dalla polizia (Provenza, l’amico di D’Amato in testa) che dalla magistratura.
Nessuno del giro di Delle Chiaie finì in carcere e questo particolare confermò che evidentemente lo stesso D’Amato doveva aver ritenuto più prudente non colpire chi avrebbe potuto svelare sconcertanti retroscena dell’inchiesta contro il Fronte Nazionale.
Naturalmente il Drago cerco in tutti di farsi restituire le armi e le munizioni trafugate. Si mise in contatto più volte con Flavio Campo affermando che se le armi non fossero state restituite, il maggiore della “Celere” di Castro Pretorio avrebbe passato dei guai seri perché i mitra facevano parte di una dotazione numerata. Disse anche che non era possibile farne copia (particolare falso perché invece così fu poi fatto).
Tutte le sue preghiere non sortirono effetti di sorta e ancora oggi le armi sono in possesso del gruppo di Delle Chiaie, così come probabilmente anche altri documenti significativi riguardanti i preparativi del famoso “colpo di Stato”. Risulta che al corrente del golpe erano anche diversi altri ambienti. Fra questi quello che fa capo ai giornalisti Gianfranco Finaldi e Raffaello Della Bona (proprietari del Bagaglino). Fu proprio Finaldi, parlando con alcuni elementi dell’Avanguardia, a rivelare che si era trattato di una “azione provocatoria” organizzata dal Ministero degli Interni.

Vincenzo Vinciguerra sul capitano Delfino – 12.01.95

“Avanguardia Nazionale è stato un gruppo che ha operato per conto del Principe BORGHESE , l’ufficiale DELFINO rientra tra coloro che si trovavano in una posizione sovrastante tale gruppo e non all’interno di esso. Voglio aggiungere che successivamente all’operazione di PG. che portò all’arresto dei noti BORROMEO e SPEDINI, Stefano DELLE CHIAIE me ne parlò in tono abbastanza risentito in quanto il Capitano DELFINO , e genericamente i Carabinieri della zona, conoscevano l’attività svolta dai due anche per quanto riguardava il trasporto di armi e munizioni e pertanto l’arresto era stato strumentale finalizzato all’operazione successiva contro il MAR di FUMAGALLI. Non voglio sbagliare , ma credo di ricordare che DELLE CHIAIE collegasse l’allora Capitano DELFINO al Generale Gianadelio MALETTI e mi giustificasse in tal modo l’azione antiavanguardista di quel periodo.
Sempre a livello di ipotesi posso suggerire che un eventuale collegamento fra DELFINO ed Avanguardia possa essersi stabilito al tempo del Golpe BORGHESE, quando Toni NIRTA attivò 1000-1500 uomini in Calabria la notte del sette sull’otto dicembre del 1970 per concorrere all’operazione predisposta con l’ausilio di forze militari e di polizia. Posso aggiungere che i rapporti tra DELFINO e NIRTA mi sono stati indicati in più occasioni come buoni mentre il NIRTA conosceva personalmente lo Stefano DELLE CHIAIE. Gaetano ORLANDO ebbe a dirmi esplicitamente nel carcere di Parma che del M.A.R. faceva parte anche un certo MOTTA che lavorava nel Ministero degli Interni e che non poteva essere confuso con il MOTTA ex-ufficiale degli Alpini e dei Partigiani Bianchi. ORLANDO sottolineò che di questo MOTTA del Ministero degli Interni non si era mai parlato. Voglio fare presente che l’attività di contrasto dell’Arma di Brescia verso il M.A.R. non va assolutamente interpretata nello scenario di uno scontro personale tra il Capitano DELFINO e il FUMAGALLI ma tra gli apparati dello Stato che in quel momento fra loro si scontravano e cioè il S.I.D. e l’Ufficio Affari Riservati”.

Memoria pm strage piazza della Loggia