“Le stragi si fanno così” – L’Espresso 29.01.1984

“Ecco come nasce una strage. Ve lo racconto io”. Per la prima volta, un terrorista fascista, in carcere già con una condanna per omicidio e un’accusa di strage, parla degli eccidi “neri”, della strategia della tensione, spiega perché la strage è stata ed è il folle strumento della lotta armata d’estrema destra. Rivendica la matrice Fascista delle stragi. Ne parla in un clamoroso documento che “L’Espresso” ora pubblica. Il terrorista è Sergio Calore, 31 anni, già aderente a Ordine Nuovo, condannato all’ergastolo in primo grado per l’assassinio a Roma di Antonio Leandri. Calore ora è in carcere con l’accusa anche di aver fatto parte del gruppo che ammazzò il giudice romano Vittorio Occorsio e che organizzò il più terribile massacro della storia d’Italia: la strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Finora Calore non aveva mai parlato, e nessun altro terrorista fascista aveva mai discusso in pubblico delle tante stragi nere ancora impunite che hanno insanguinato l’Italia dal 1969. La testimonianza di Calore è il primo risultato di un vivacissimo dibattito che si sta sviluppando soprattutto in carcere tra i terroristi fascisti.
Un dibattito che finalmente può portare alla verità sulle stragi. Ecco la testimonianza di Calore che spiega la discussione in corso fra i fascisti e che è stata consegnala all’Espresso dai suoi avvocati difensori, Germano Sangermano di Firenze e Grazia Paola Camparini di Roma.

DOMANDA. Perché nell’ambiente neofascista si è aperto il dibattito sulle stragi?
RISPOSTA’- L’atteggiamento del nostro ambiente nei confronti delle stragi ha conosciuto una certa evoluzione. Prima si pensava che le stragi fossero attribuibili in blocco ai “servizi”, poi, sotto la spinta di dati inoppugnabili che dimostravano in modo chiaro le responsabilità neofasciste, si è ritenuto di paterne attribuire la paternità a poche persone isolate. A questo punto il problema de1le stragi non è stato, per lungo tempo più affrontato. Semplicemente si è cercato di negarne l’esistenza. Si è ritenuto che bastasse emarginare i personaggi coinvolti in queste strategie, o attaccarli con accuse generiche, per allontanare da se stessi ogni accusa di connivenza. In un quadro simile è chiaro che ogni discorso che miri a individuare le basi di quella che poi si è materializzata nella strategia stragista, per la mentalità dell’ambiente viene a rappresentare un discorso di rottura.

D. Un momento. Ma perché i fascisti accettano la strage come folle momento di lotta armata?
R. In un ambiente nel quale “gli altri” costituiscono il nemico, anche per il solo fatto di essere diversi da “noi”, non si sente alcuna esigenza etica a usare strumenti che rispettino quelli che vengono considerati gli oggetti dell’azione politica e “militare”. La strage viene rifiutata solo perché produce effetti visibilmente negativi per chi la provoca. Ma non esiste un rifiuto di principio. Gli “altri” sono solo nemici da schiacciare e, in questo senso, la strage viene a rappresentate il modo di essere normale della politica neofascista: sia quando viene materialmente consumata, sia quando la si compie solo verbalmente, negando a tutti coloro che sono diversi da “noi” il diritto alla loro esistenza. E’ chiaro però che un discorso simile non può essere facilmente accettato, perché tutti vengono chiamati in causa direttamente e non possono invocare l’alibi dell’«io non c’ero ». Comunque non credo si possano isolare le stragi dalla storia politica del decennio 1969-1978.
Un dato che balza immediatamente agli occhi in questa prospettiva è quello della concomitanza tra le campagne di attentati culminati con le stragi e le azioni golpiste. In questo quadro la strage non rappresenta più un evento occasionale, ma si colloca in un punto di intersezione tra diverse volontà e strategie, rivelandone connessioni e spiegandone origini e finalità.

D. Il discorso sulle stragi quindi comporta oggi una rottura nell’ambiente neofascista. Con quali effetti?
R. Da questa “rottura” non deriva alcuna presa di coscienza che permetta di costituire le basi di un diverso modo di intendere il rapporto fra se stessi e gli altri, cioè di far politica. Questo avviene perché il «collante ideologico” è costituito solo da fattori prepolitici o addirittura emotivi che rinsaldano i gruppuscoli al loro interno e ne impediscono ogni coagulazione in progetti di respiro appena più ampio della loro stessa sopravvivenza. Una rifondazione prevede la possibilità di una produzione-riproduzione di idee e pratiche politiche. Questo oggi non solo non si verifica, ma viene addirittura combattuto ferocemente. Tutti, o quasi, si battono solo per salvaguardare i loro piccoli poteri all’interno dell’ambiente. Questa situazione rende, ad esempio, impossibile una presa di posizione sulle stragi chiara e condivisibile da tutto l’ambiente.

D. Ma come è formato l’ambiente neofascista? Si è trasformato negli anni?
R. Definire cosa è l’ambiente neofascista è un problema. In quest’area convivono elementi molto diversificati, sia dal punto di vista delle concezioni “politiche” che delle scelte di vita. Per chiarire, posso dire che si riscontrano nell’ambiente tutte le contraddizioni che già furono del fascismo storico. Tradizionalisti, populisti, elitari, corporativisti convivono uniti solo da vincoli di “amicizia” fra loro: questo spiega la struttura a “bande”. In fin dei conti, questi vincoli sono stati originati dall’unica motivazione di fondo comune a tutti, cioè dal rifiuto del mondo quale esso è e ciò spiega i fenomeni di misticismo e neopaganesimo esoterico. E il riconoscersi come diversi facilita l’aggregazione di persone e tendenze altrimenti inconciliabili. Il fascismo ha sempre rappresentato il nemico comune a tutte le forze dello Stato e quindi, per dimostrare la propria esternità nei confronti di questo, nulla di meglio che definirsi fascisti.
Negli ultimi anni, sulla spinta dei dibattiti aperti dalle più varie prese di posizione, in base all’esigenza di rompere con gli equivoci del passato, si è avuta una modificazione di questa situazione.
Ma non nel senso di una progressiva presa di coscienza e veri fica delle proprie idee e delle proprie aspirazioni (o almeno molto pochi hanno sentito questa esigenza di confrontarsi con la realtà). Si è arrivati invece a una sclerotizzazione delle “bande” preesistenti (anche se a volte hanno cambiato, per così dire, “ragione sociale”) che ha reso impossibile ogni processo di maturazione generale dell’ambiente e di chiarificazione delle sue motivazioni e aspirazioni.

D. Cosa è possibile fare allora per arrivare alla verità sulle stragi?
R. A questo punto, per chi sente l’esigenza di una reale chiarificazione, l’unica alternativa diventa l’iniziativa personale. Questo perché solo poche persone riescono a sfuggire da quelle autentiche trappole che sono diventati i gruppuscoli.
Fino a oggi queste energie sono state disperse, ma credo sia arrivato il tempo di indirizzarle verso la rottura degli equilibri esistenti. C’è da augurarsi che le forze che potranno liberarsi in seguito a questo scossone si rendano conto che occorre veramente lavorare moltissimo per sviluppare l’unico discorso di dissociazione che sia importante per il nostro ambiente. Mi spiego meglio. Parlare di dissociazione dalla lotta armata è per noi solo un falso problema. In teoria, la lotta armata in quanto tale è solo una tecnica di per sé neutra: ciò che rende una lotta giusta o sbagliata sono i suoi fini, i suoi risultati e i suoi mezzi e quindi ci può essere giustezza della lotta democratica o della lotta armata oppure una loro riprovazione a seconda dei casi. Ciò che per noi invece è importante è la dissociazione dal fascismo, prima come forma mentale, poi come prodotto politico. La chiarificazione dei discorsi sulle stragi può essere un momento determinante per affrontare e risolvere una volta per tutte il problema del fascismo.

D. Esattamente come è stato usato finora il dibattito sulle stragi fra i neofascisti? Cioè, coloro che sanno si sono serviti di quel che sanno?
R. Fino a oggi si è fatto un gran parlare sottovoce, smentendo o confermando di volta in volta le più grosse verità o le più infami menzogne, a seconda che il personaggio coinvolto era più o meno simpatico a chi ne parlava. Le stragi sono state usate come strumento di lotta interna, come bestemmia in grado di mettere fuori gioco gli avversari, di rafforzare il proprio gruppuscolo. Questa strategia del colpo di spillo, in sostanza del ricatto, è uno squallido sintomo di una realtà ancora più squallida. Questo deve finire. Chiarire vuol dire esplicitare chi sono gli uomini, le pratiche e il discorso politico che hanno permesso il successo della strategia delle stragi. Non si può essere neutrali. La scelta è tra la copertura di chi ha commesso le stragi, di chi le ha volute e il suo smascheramento. A questo punto non è più possibile rimandare ancora, Bisogna scegliere. Se si è contro le stragi, lo si dimostri con la chiarezza dei fatti e delle parole. Se no, ci si rassegni a esserne complici.

D. Essere contro le stragi vuol dire smascherarle, permettere allo Stato di arrivare alla verità. E’ questa una strada accettabile anche per chi, come voi, si è definito rivoluzionario e ha posto fra i suoi obiettivi proprio quello di lottare contro questo Stato?
R. Credo che la parola “rivoluzionario” sia quanto meno inflazionata e quindi non in grado di esprimere esattamente alcunché. Se poi la vogliamo ricondurre al sua significato politico originario, noi ex fascisti non possiamo rivendicarne l’uso. Noi ci siamo limitati a rivendicare il diritto di opporci come “noi stessi” al mondo intero. E questo non basta per chiamarsi rivoluzionari. Quanto al rapporto con lo Stato, il nostro discorso, come ogni discorso che vuol produrre effetti politici, vogliamo rivolgere alla pubblica opinione e le conseguenze penali non ci interessano. Ancora una volta è un problema di scelta: certi discorsi si può solo farli o non farli. Omettere in tutto o in parte la verità, serve solo a coprire e a diventare complici degli stragisti.

D. Chi, nell’ambiente neofascista, condivide queste posizioni, che evidentemente possono consentire allo Stato di arrivare alla verità?
R. Un’iniziativa di carattere politico generale, l’ho già detto, è impossibile nel nostro ambiente. Ciò non vuoi dire che ciascuno debba per forza fare la strada per conto suo. Anzi, capita di trovarsi in compagnia insospettata. Per esempio, su Queste posizioni si trovano anche Valerio Fioravanti [il killer fascista già condannato al carcere a vita per una lunga serie di delitti, ndr.] e Angelo Izzo [uno degli assassini del Circeo, all’ergastolo per aver massacrato la giovane Rosaria Lopez, ndr.]. Su quest’ultimo vorrei fare un breve inciso. So bene che si tratta di un nome “scomodo”, della persona che forse più di ogni altra viene identificata come il “cattivo”. Io l’ho conosciuto in carcere e posso dire che oggi non è così. E’ una persona che faticosamente sta conquistando equilibrio e coscienza delle sue idee dopo aver riconosciuto la gravità delle sue azioni passate. Io penso che debba essere valutato non solo per ciò che è stato, ma anche per quel che è oggi. Detto questo, voglio precisare che tra noi tre non si è stabilito alcun rapporto di dipendenza. So che è ancora di moda cercare capi o cose del genere. Noi cerchiamo di portare il nostro contributo di idee l’uno all’altro, ciascuno con il proprio bagaglio di esperienze e capacità.

Omicidio Mattarella – articolo Alberto Di Pisa 12.07.2016

A meno di un anno dall’uccisione di Michele Reina, il 6 gennaio 1980, in via Libertà, una delle principali strade di Palermo, sotto gli occhi della moglie, veniva ucciso il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Le indagini fecero emergere indizi a carico di esponenti della destra eversiva quali Valerio “Giusva” Fioravanti; si indirizzarono verso la pista del terrorismo nero a seguito delle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti secondo cui il fratello gli avrebbe detto di essere stato lui stesso, insieme con Gilberto Cavallini, l’esecutore materiale dell’omicidio di Piersanti Mattarella.

L’indagine si presentava particolarmente complessa in quanto bisognava capire se la “pista nera” fosse alternativa rispetto a quella mafiosa oppure si compenetrasse con quella mafiosa.Quest’ultima ipotesi era di particolare importanza dato che, ove accertata, avrebbe costituito la prova di una saldatura tra diverse organizzazioni criminali (mafia e terrorismo) e sarebbe forse stata idonea a spiegare altre vicende del nostro Paese. Questa compenetrazione non è stata accertata giudiziariamente dato che i giudici, esclusa la responsabilità Di Valerio Fioravanti, ritennero che ad ordinare l’omicidio fosse stato Totò Riina che per tale omicidio venne condannato all’ergastolo insieme ai soliti Michele Greco, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò e Nenè Geraci, tutti componenti della cupola mafiosa. Rimasero sconosciuti gli esecutori materiali; circostanza questa anomala nei delitti di mafia nei quali in genere vengono individuati gli esecutori materiali ma non i mandanti.

In questi giorni si apprende dalla stampa che la Procura della Repubblica di Palermo avrebbe riaperto le indagini in direzione della “pista nera” che allora, come si è detto, non portò ad alcun risultato giudiziario rilevante dato che Giusva Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, rinviati a giudizio e processati quali esecutori materiali del delitto, vennero assolti malgrado alcuni terroristi neri pentiti li avessero indicati appunto quali esecutori materiali dell’omicidio. Lo stesso Cristiano Fioravanti, che aveva accusato il fratello Giusva, ritrattò le accuse. L’avvocato Crescimanno che ha sollecitato la riapertura delle indagini, ha dichiarato : “la mafia c’entra, certo che c’entra. Ma quello di Mattarella lo ritengo un omicidio più politico che mafioso”

Secondo le prime indagini l’omicidio sarebbe stato eseguito da Giusva Fioravanti su richiesta di Pippo Calò, elemento di spicco di Cosa Nostra e della banda della Magliana a Roma. Indusse allora a ritenere il coinvolgimento di Valerio Fioravanti il fatto che l’omicidio venne rivendicato con la sigla di Nuclei fascisti rivoluzionari, la stessa sigla cioè con la quale erano stati rivendicati alcuni attentati commessi a Roma dallo stesso Valerio e dal fratello minore Cristiano. La rivendicazione perveniva all’ANSA di Palermo, alle 14,45 del 6/1/1980: qui Nuclei fascisti rivoluzionari, rivendichiamo l’uccisione dell’On. Mattarella in onore dei caduti di Acca Laurentia” . Cristiano Fioravanti disse in proposito . “Prendo atto per la prima volta che con la sigla Nuclei fascisti rivoluzionari fu rivendicato anche l’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana. Io ho sempre espresso la convinzione che gli autori materiali di quest’omicidio fossero mio fratello e Cavallini coinvolti in ciò dai rapporti equivoci che stringeva Mangiameli (altro estremista di destra, n.d.r.) in Sicilia (….). Peraltro mi risultava che in quei giorni mio fratello e Cavallini e Francesca Mambro erano in Sicilia per loro contatti con Mangiameli. Quando furono pubblicati gli identikit degli autori materiali dell’omicidio Mattarella sui giornali ricordo che mio padre esclamò per la somiglianza degli identikit con mio fratello e Cavallini che io stesso avevo rilevato immediatamente : “Hanno fatto anche questo”.

Si accertò inoltre che all’epoca dell’omicidio Mattarella, Giusva Fioravanti si trovava certamente in Sicilia. Nell’interrogatorio reso al giudice istruttore di Roma il 28.10.1982 dichiarava Cristiano Fioravanti: “Un altro episodio delittuoso che, senza averne le prove istintivamente ricollego a mio fratello Valerio è stato l’omicidio di un personaggio siciliano, non so dire se un uomo politico o un magistrato, che venne ucciso in una piazza, o in una strada di Palermo, in presenza della moglie. Si era nel luglio 1980 e Valerio era in Sicilia ospite di Mangiameli e, all’epoca, progettava l’evasione di Concutelli ed una rapina in una mega gioielleria di Palermo.Nel vedere gli identikit, convenni, assieme a mio padre che sembravano somigliare moltissimo sia a Valerio che a Gigi (Cavallini nd.r).

Dopo avere ritrattato le dichiarazioni accusatorie nei confronti del fratello, il 26/3/1986 chiedeva di essere ascoltato dal PM di Firenze al quale riferiva : “ (…) Ed allora voglio dire quello che so sull’omicidio Mattarella. (….). E allora Valerio mi disse che avevano ucciso un politico siciliano in cambio di favori promessi da Mangiameli e relativi sempre alla evasione di Concutelli, oltre ad appoggi logistici in Sicilia (….)Mi disse Valerio che, per decidere l’omicidio del politico siciliano vi era stata una riunione in casa Mangiameli e in casa vi erano anche la moglie e la figlia di Mangiameli, riunione cui aveva partecipato anche uno della regione Sicilia che aveva dato le opportune indicazioni e cioè la “dritta” per commettere il fatto.

Mi disse Valerio che al fatto di omicidio avevano partecipato lui e Cavallini e che Gabriele De Francisci aveva dato loro la casa….in un luogo non lontano da quello ove si svolse il fatto di omicidio”.

In effetti accertammo che Gabriele De Francisci, altro terrorista nero, disponeva di una abitazione nella via Ariosto di Palermo, a poco distanza dal luogo dove fu commesso l’omicidio. Mangiameli verrà ucciso da Valerio Fioravanti che intendeva uccidere anche la moglie e la figlia in quanto essendo state le stesse presenti alla riunione, una volta ucciso il marito, erano pericolose quanto lo stesso Mangiameli. L’uccisione delle due donne non avvenne essendo stato poco dopo rinvenuto il cadavere di Mangiameli. Queste dichiarazioni venivano poi confermate dal Cristiano Fioravanti al Giudice istruttore di Palermo il 29/3/1986.

Va peraltro detto che dinanzi alla Corte di primo grado Cristiano Fioravanti si avvalse della facoltà di non rispondere. Un riscontro alle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti sembrò il riconoscimento che la moglie del Presidente fece individuando in Giusva Fioravanti uno degli esecutori materiali dell’omicidio del marito.

A seguito di ricognizione fotografica effettuata il 19.3.1984 dichiarò la signora Mattarella: “…debbo comunque dire che ho provato una forte sensazione nel vedere le fotografie di Giusva Fioravanti. Lo stesso Fioravanti è quello che più corrisponde all’assassino che ho descritto nell’immediatezza dei fatti”. Il 25/9/1986 veniva effettuata una ricognizione formale (alla quale chi scrive partecipò a Roma insieme a Giovanni Falcone). In questa sede la signora Mattarella dichiarò : “Riconosco con certezza nell’individuo posto alla mia sinistra quel Fioravanti Valerio la cui fotografia ho visto più volte sui giornali. In particolare l’altezza coincide e lo stesso dicasi per quanto si riferisce alla fisionomia. (….) In sostanza quando dico che è probabile che nel Fioravanti si identifichi l’assassino ho inteso dire che è più che possibile che lo stesso sia autore dell’omicidio, ma che non sono in grado di formulare un giudizio di certezza”

I giudici di appello, così come i giudici di primo grado, non ritennero tuttavia del tutto attendibile la ricognizione. Si legge infatti nella sentenza: “Senonchè, in data 8/7/1986, nel confermare i precedenti interrogatori la vedova Mattarella non si esprimeva più in termini di certezza, mentre, nell’esame dibattimentale ritornava ad indicare, con quasi assoluta sicurezza, nel Fioravanti, il killer del marito” (sentenza di appello pag.296). I giudici quindi avanzarono delle perplessità in ordine al riconoscimento effettuato dalla vedova Mattarella, intervenuto a distanza di anni dal delitto ed espresso in termini di semplice probabilità avendo parlato sempre di notevole somiglianza e non di certezza. E ciò a maggior ragione considerato che tanto Buscetta che Marino Mannoia avevano escluso categoricamente che all’attentato avessero partecipato elementi estranei a Cosa Nostra, indicando addirittura i mafiosi che avrebbero eseguito il delitto (Salvatore Federico, Francesco Davì, Santo Inzerillo ed Antonino Rotolo).

Il collaboratore Di Carlo, poi, rivelò di avere appreso da Bernardo Brusca che il “Killer” che aveva esploso i colpi d’arma da fuoco all’indirizzo di Mattarella si identificava nel mafioso Nino Madonia che tra l’altro presentava una notevole somiglianza con il Fioravanti che, come quest’ultimo, aveva gli occhi chiari e dall’espressione glaciale. In effetti l’esame delle fotografie dei due soggetti e delle schede antropometriche evidenziò una notevole somiglianza tra i due. Tutti i collaboratori poi, sentiti in dibattimento, dichiararono unanimemente che il delitto era stato deliberato dalla ”commissione” con il consenso di tutti i componenti dovendosi escludere qualsiasi coinvolgimento di soggetti esterni all’organizzazione mafiosa e in particolare di terroristi neri.

Per quanto riguarda le ritrattazioni di Cristiano Fioravanti, alternate a dichiarazioni accusatorie, le stesse però potrebbero trovare una giustificazione nel tentativo, sotto le spinte dei familiari, di alleggerire la posizione del fratello. E d’altra parte non si vede per quale ragione Cristiano Fioravanti avrebbe dovuto formulare delle false accuse nei confronti del fratello Valerio.                                 

La pista nera nell’omicidio Mattarella emerse anche nel 1993 dai documenti della Commissione parlamentare antimafia in occasione della audizione di Angelo Izzo, terrorista di destra ed autore del massacro del Circeo che era ben a conoscenza dell’ambiente della eversione nera. Si legge infatti nei documenti della Commissione: “Qualche mese dopo l’assassinio di Piersanti Mattarella, il neofascista (Izzo) aveva aggiunto che era stato proprio Bontate a commissionare l’omicidio Mattarella ai “camerati”. Cristiano Fioravanti ritratterà le accuse mosse al fratello sostenendo di essere stato indotto a ciò da Izzo che avrebbe voluto rendersi utile ai giudici per potere trarre dei benefici nella sua situazione carceraria. Nel corso poi di un confronto tra Izzo, e Cristiano Fioravanti affermava il primo : “ …..Sia Valerio che Concutelli mi dissero che erano la mafia e gli ambienti imprenditoriali legati alla massoneria, nonché esponenti romani della corrente democristiana avversa a quella di Mattarella a volere la morte dell’On. Mattarella. Valerio mi disse che questi ambienti, mandanti   dell’omicidio Mattarella si erano fidati di lui poiché vi era stata la garanzia della sua persona direttamente dagli ambienti della Magliana a Roma….”.

Queste affermazioni trovavano poi conferma in altrettanto affidabili dichiarazioni di Sergio Calore, altro terrorista di destra. Anche le dichiarazioni di Izzo, che venne imputato di calunnia, non furono ritenute attendibili dai giudici. Scrissero in proposito sia i giudici di primo grado che quelli di appello a proposito di Izzo : “ Del resto, l’attività di “investigatore carcerario” e di promotore di false collaborazioni (oggetto di personali ricostruzioni e proprie deduzioni logiche) dell’Izzo emerge in tutta la sua evidenza”

Va peraltro osservato, per ciò che riguarda il riferimento fatto da Izzo a Bontate, che, come sostenuto dall’Accusa, sono stati accertati rapporti tra terroristi neri ed esponenti della banda della Magliana, a sua volta collegata a Pippo Calò, il che potrebbe fare pensare ad una saldatura tra elementi di Cosa Nostra e terroristi neri.

Altri personaggi dell’estrema destra (Paolo Bianchi, Sergio Calore, Stefano Soderini, Paolo Aleandri)confermarono le accuse mosse da Cristiano Fioravanti al fratello in ordine alla di lui partecipazione all’omicidio Mattarella. Anche tali dichiarazioni non furono peraltro ritenute attendibili dai giudici trattandosi di “testimonianze “de relato”, fondate su confidenze ricevute dallo stesso Cristiano Fioravanti e da un altro estremista di destra, Roberto Nistri” (sent. di appello pag.305, vol. 3, parte prima).

Fonte: http://www.siciliainformazioni.com/fonso-genchi/367389/1-uno-della-regione-sicilia-decise-lassassinio-di-mattarella

Valerio Viccei dichiarazioni 29.01.1993

L’ ufficio chiede innanzitutto al Viccei quale sia la sua situazione processuale e penitenziaria a partire dal suo rientro in Italia il 11.11.92 e se attualmente abbia procedimento in corso.
Posso innanzitutto dire che sono stato estradato dalla Gran Bretagna in relazione all’ esecuzione pena relativa alle rapine che ho commesso in Inghilterra ed in particolare la piu’ grossa in danno della Knightsbridge Deposit centre di Londra.
In relazione a questa rapina e alle altre che l’ hanno preceduta sono stato condannato alla pena di anni 22 di reclusione.

In Italia ho ancora pendenti, anzi gia’ definiti 18 anni per una serie di rapine avvenute in centro Italia, ed ho inoltre in corso alcuni altri procedimenti per rapine sia in fase di indagine sia in fase dibattimentale. Complessivamente ho scontato in Inghilterra ed in Italia circa 12 anni di carcere. Posto che e’ mia intenzione chiudere definitivamente le mie pendenze giudiziarie e’ mia intenzione confessare all’AG di Teramo una serie di episodi anche gravi per i quali in passato ero stato indiziato e poi prosciolto; tra questi episodi vi sono le circostanze della morte di Nicolai Giovanni, persona che con me ha commesso dei reati. In relazione al processo per l’ attentato di Silvi Marina tale procedimento si trova attualmente presso la Corte d’Assise d’ Appello dell’ Aquila e siamo imputati io ed Ortenzi entrambi assolti per insufficienza di prove nel processo di primo grado. Questa in sintesi la mia situazione processuale.

Quanto chiedo attualmente all’ autorita’ Italiana e’ una sistemazione migliore dal punto di vista penitenziario in quanto mi trovo in un carcere in cui pur essendovi una sezione per pentiti le condizioni di vivibilita’ sono pessime e mi sono negate anche cose minime come poter aver la mia scacchiera essendo io appassionato di giochi di scacchi. Un eventuale spostamento, come io ho gia’ richiesto al competente ufficio del ministero, uno spostamento potrebbe anche avvicinarmi alla mia famiglia che risiede in Ascoli Piceno.

Attualmente le visite dei miei familiari sono anche rese difficili dal fatto che l’ attesa per i colloqui non distingue in alcun modo fra attese di parenti di detenuti pentiti e cosi’ detti irriducibili e di conseguenza i rischi connessi all’ attesa nella sala comune sono concreti.

A dimostrazione della mia volonta’ di chiudere ogni pendenza e pur tenendo presente che questa sede verrei in particolare sentito sui miei rapporti con elementi dell’ estrema destra di Milano, intendo ammettere per la prima volta la mia partecipazione attiva alla tentata rapina in danno del gioielliere Mazzoni Manlio che avvenne nella sua casa di via Nomentana a Roma nel 1974. In merito a tale episodio mi ero sempre rifiutato di rispondere. Per tale rapina sono stato rinviato a giudizio e sono in attesa di processo innanzi alla Corte d’ Assise di Roma.

Vi partecipammo io, Izzo e Esposito Gian Luigi come materiali esecutori dell’ azione e cioe’ entrammo noi tre nell’ appartamento. Fui io che esplosi materialmente il colpo di pistola che pero’ fu accidentale e comporto’ il ferimento del gioielliere. Appena il colpo di pistola parti’ scappammo. Fu deva Maurizio a darci le informazioni che ci consentirono di entrare in contatto con il basista che a sua volta ci diede la dritta per penetrare nell’ appartamento del Mazzoni.

In sintesi fu escogitato il sistema di fare la copia della chiave di accesso al palazzo che il portinaio lasciava incustodita durante il giorno mentre faceva la manutenzione del giardino e cosi’ salimmo davanti alla porta dell’ appartamento. L’ ulteriore stratagemma fu un colpo di citofono di Izzo il quale disse al gioielliere di aver danneggiato accidentalmente la vettura Rover marrone e di conseguenza indusse il Mazzoni ad aprire la porta per scendere permettendo cosi’ l’intervento mio e di Esposito.

Non ricordo il nome del basista e tuttavia Izzo dovrebbe conoscere bene e che penso abbia gia’ indicato. Comunque questo informatore gravitava nell’ ambiente di estrema destra. La pistola da cui parti’ il colpo nell’ abitazione del gioielliere era stata da me poco tempo prima acquistata insieme ad Izzo nell’ armeria Frinchillucci di Roma grazie ad una falsa licenza intestata ad un mio amico di Ascoli. Chiedo che il presente verbale sia logicamente trasmesso alle autorita’ competenti per valutare il mio comportamento.

Poiche’ l’ ufficio mi fa presente che e’ in corso a Milano una istruttoria relativa all’ attivita’ a Milano negli anni 70 del gruppo la fenice di Rognoni Giancarlo e Azzi Nico e relativa altresi’ ai collegamenti di questi e degli altri personaggi milanesi come esposti con ambienti golpistici ed apparati di sicurezza dello stato posso dire in linea generale che ho fatto cenno di tali argomenti durante gli interrogatori resi in particolare all’ AG di Bologna ed anche al GI di Firenze.

Posso confermare che io di persona non ho mai conosciuto Rognoni ed Azzi ma tuttavia di loro mi parlo’ abbastanza frequentemente Esposti Giancarlo, il quale li conosceva. In relazione all’ attentato in occasione del quale Azzi fu arrestato, poiche’ gli scoppio’ addosso il detonatore, esposti gli parlo’ dell’episodio in concomitanza con un altro discorso che riguardava una analoga incapacita’ operativa da parte questa volta di Ortenzi in occasione dell’ attentato di Silvi Marina.

Esposti mi aggiunse che l’ attentato di Azzi, che lui personalmente non condivideva in quanto avrebbe coinvolto numerosi civili, era comunque inserito in una strategia volta a far ricadere la responsabilita’ sui gruppi di estrema sinistra ed a suscitare quindi una reazione da parte delle strutture militari; in questo senso il fallimento di Azzi secondo esposti era stato grave perche’ aveva evidenziato la responsabilita’ dei gruppi di estrema destra.

In relazione ai contatti di questi gruppi con apparati dello stato posso confermare che esposti mi confido’ in piu’ occasioni di essere stabilmente in contatto con due alti ufficiali, uno dell’ esercito e uno dei carabinieri di stanza nel veneto e sui quali poteva contare. Su questi argomenti esposti era abbastanza discreto per cui non mi forni’ altri particolari. Al momento non mi viene in mente niente altro di utile in relazione all’attivita’ del gruppo milanese; mi riservo di mettermi in contatto col suo ufficio qualora mi vengano in mente altri elementi utili.

Omicidio Mattarella – sentenza primo grado 1996

Il 6 gennaio 1980, come ogni domenica, il Presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella, si accingeva, in compagnia dei suoi familiari, a recarsi alla chiesa di S. Francesco di Paola, per assistere alla celebrazione della S. Messa. In tale occasione, come ogni volta che usciva per motivi privati, l’on. Mattarella aveva manifestato la precisa intenzione di non utilizzare la scorta di sicurezza predisposta a cura dell’Ispettorato Generale di P.S. presso la Presidenza della Regione Siciliana. Alle ore 12,45 circa l’On. Mattarella ed il figlio Bernardo, di venti anni, scendevano nel garage, sito in fondo ad uno scivolo prospiciente via Libertà e distante dall’abitazione circa 15 metri, per prelevare l’autovettura.

Il Presidente effettuava, quindi, la manovra di retromarcia e fermava l’auto sul passo carrabile per consentire alla moglie di prendere posto sul sedile anteriore ed alla suocera di sistemarsi sul sedile posteriore. Frattanto il figlio si attardava per chiudere la porta del garage ed il cancello che dallo scivolo immette nella strada.
Improvvisamente, al lato sinistro dell’autovettura, che era rimasta con la parte anteriore rivolta verso lo scivolo, si avvicinava un individuo dall’apparente età di 20-25 anni, altezza media, corporatura robusta, capelli castano-chiari sul biondo, carnagione rosea, indossante una giacca a vento leggera (“piumino” o “K-way”) di colore celeste, il quale, dopo avere inutilmente cercato di aprire lo sportello anteriore sinistro, esplodeva alcuni colpi d’arma da fuoco all’indirizzo dell’On. Mattarella, che sedeva al posto di guida. La vittima cadeva riversa sul lato destro e veniva parzialmente coperta dal corpo della moglie, che si era piegata su di lui, appoggiandogli le mani sul capo, nel tentativo di fargli da scudo.
Dopo avere esploso alcuni colpi, il giovane Killer si avvicinava ad una Fiat 127 bianca sulla quale si trovava un complice armato con il quale parlava per qualche attimo in modo concitato e dal quale riceveva un’altra arma con cui tornava a sparare contro il presidente Mattarella, già accasciatosi sul sedile dell’auto, dal finestrino posteriore destro della Fiat 132. In tale ultima occasione feriva anche la signora Irma Chiazzese, china sul corpo del marito.

I due assassini si allontanavano a bordo della Fiat 127 bianca che veniva poi ritrovata, verso le ore 14.00, poco distante dal luogo del delitto.
Al momento del rinvenimento, si constatava che sulla Fiat 127 erano montate targhe contraffatte: la targa anteriore era composta da due pezzi, rispettivamente “54” e “6623 PA”; quella posteriore da tre pezzi, rispettivamente “PA”, “54” e “6623”. Questi ultimi due pezzi presentavano superiormente del nastro adesivo di colore nero verosimilmente posto per meglio trattenerli alla carrozzeria. La Fiat 127 risultava sottratta, verso le ore 19,30 del precedente giorno 5 gennaio, a Fulvo Isidoro, che l’aveva momentaneamente parcheggiata, in seconda fila e con le chiavi inserite nel quadro, in via De Cosmi. Le targhe originali dell’auto (PA 536623) erano state alterate, come si è detto, mediante l’applicazione degli spezzoni delle targhe PA 549016 asportate dopo le 23,00 dello stesso giorno 5 gennaio, dalla Fiat 124 di Verga Melchiorre, posteggiata in via delle Croci.

Risultava quindi, e veniva evidenziato nel rapporto di P.G., che i luoghi dell’agguato, dei furti (della Fiat 127 e delle targhe della Fiat 124)e del rinvenimento della Fiat 127 distavano poche centinaia dimetri l’uno dall’altro. Nell’arco dello stesso giorno, 6 gennaio, l’omicidio veniva rivendicato con quattro contraddittorie telefonate. La prima giungeva all’ANSA alle 14,45: “Qui Nuclei Fascisti Rivoluzionari. Rivendichiamo l’attentato dell’On. Mattarella in onore dei caduti di Acca Larentia”.

La seconda giungeva al Corriere della Sera alle 18.48: “Qui Prima Linea. Rivendichiamo esecuzione Mattarella che si è arricchito alle spalle dei terremotati del Belice”. La terza telefonata perveniva alla Gazzetta del Sud di Messina alle 19.10: “Qui Brigate Rosse. Abbiamo giustiziato Mattarella. Segue comunicato”.

La quarta ed ultima telefonata giungeva al Giornale di Sicilia alle 21.40: “Qui Brigate Rosse. Abbiamo giustiziato l’On.Mattarella. Mandate subito tutta la gente nelle cabine telefoniche di Mandello. Troverete il ciclostilato delle B.R.”, ma in realtà il ciclostilato non veniva rinvenuto. Le risultanze delle indagini venivano riferite dagli uffici di P.G. con rapporti dell’8 e 10 febbraio, del 14 e del 26 marzo e -da ultimo – del 23 dicembre 1980 con i quali, pur esprimendo il convincimento che l’On. Mattarella fosse stato ucciso per bloccare la sua azione di rinnovamento e moralizzazione della vita pubblica, si formulava la conclusione che non era stato possibile identificare né gli autori materiali né i mandanti del gravissimo delitto.

In data 24 dicembre 1980 gli atti venivano quindi trasmessi al Giudice Istruttore per la formale istruzione contro ignoti. Nel corso della ulteriore attività istruttoria, le indagini si svolgevano in una triplice direzione:

– da un lato veniva sempre meglio precisato, mediante l’escussione di numerosi testimoni e l’acquisizione di altra documentazione, il quadro complessivo in cui si era svolta l’attività politica ed amministrativa del Presidente Mattarella;
– da un altro lato, mediante intercettazioni telefoniche, indagini bancarie e patrimoniali, perizie tecniche – e in particolare balistiche, e soprattutto mediante le dichiarazioni di altri imputati che avevano deciso di collaborare con l’Autorità Giudiziaria (Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, Marsala Vincenzo, Marino Mannoia Francesco), veniva approfondito il ruolo svolto nel perpetrare il delitto dalla “Commissione” e dai singoli imputati nell’ambito di “Cosa Nostra”.

-da ultimo, infine, venivano svolte approfondite indagini su Fioravanti Valerio e Cavallini Gilberto soprattutto dopo che Fioravanti Cristiano aveva dichiarato che il fratello gli aveva confidato di essere stato, insieme al Cavallini, l’autore materiale dell’omicidio del Presidente della Regione Siciliana.

In tale quadro venivano interrogati numerosi esponenti dei movimenti eversivi di destra e venivano acquisiti molti atti dei procedimenti penali instaurati contro di loro in varie parti d’Italia. In relazione a tali ulteriori acquisizioni e dopo che il Fioravanti Valerio e il Cavallini erano stati sottoposti con esito positivo a ricognizione personale da parte della Signora Irma Chiazzese, vedova del Presidente Mattarella, nei loro confronti veniva emesso, in data 19.10.1989, mandato di cattura quali autori materiali dell’omicidio del Presidente della Regione. Poco prima di tale data, e cioè nell’agosto 1989, Pellegriti Giuseppe e Izzo Angelo rendevano dichiarazioni sull’omicidio Mattarella, ma il G.l. riteneva palesemente mendaci le affermazioni degli stessi, sia per le modalità del racconto che per la inverosimiglianza di alcune circostanze riferite dal Pellegriti e soprattutto per le inequivocabili smentite che venivano immediatamente operate sulla asserita partecipazione da parte di alcuni soggetti, indicati come responsabili sia di tale delitto che di quello ai danni del Prefetto Dalla Chiesa, episodio sul quale pure il Pellegriti aveva reso dichiarazioni.

Veniva pertanto emesso mandato di cattura nei confronti di entrambi gli imputati per il reato di calunnia, nei termini specificati in epigrafe. Confermata comunque la matrice mafiosa dell’omicidio Del Presidente Mattarella, nonché le ulteriori risultanze processuali a carico degli esecutori materiali del delitto e quelle nei confronti del Pellegriti e dell’Izzo, il G.L disponeva il rinvio a giudizio di Greco Michele, Riina Salvatore, Provenzano Bernardo, Brusca Bernardo, Calò Giuseppe, Madonia Francesco e Geraci Antonino, ritenendoli responsabili del delitto, in quanto membri della “commissione”, organismo di vertice dell’organizzazione criminosa denominata Cosa Nostra; di Fioravanti Giuseppe Valerio e Cavallini Gilberto, in qualità di esecutori materiali e di Pellegriti Giuseppe e Izzo Angelo, perchè ritenuti responsabili del reato di calunnia.

Vincenzo Vinciguerra – dichiarazioni 29.06.1984

Premetto che nella giornata di ieri ho deposto davanti al GI di Venezia che indaga sulla strage di Peteano ed ho gia’ riferito a lui quando fino sino ad ora mi ero ripromesso di dire su tale fatto. Non ho difficolta’ a dire che nella sede suddetta mi sono attribuito la responsabilita’ della organizzazione, dell’ ideazione e della esecuzione dell’attentato. E’ evidente pertanto che la mia decisione di contribuire a tale chiarezza intorno ad un periodo di tempo che si e’ caratterizzato anche per le stragi costantemente definite di marca “fascista” , non trae origine da motivi di interesse personale bensi’ da una insopprimibile esigenza politica.
Ripeto che i nomi e le indicazioni concrete mi riservo di farle soltanto dopo essermi consultato con i miei camerati posto che è mio intendimento che una operazione politica come questa non sia decisa da me solo, ma portata avanti da tutto il mio gruppo politico, il quale e’ estraneo alle stragi ed al terrorismo.
Per fare questo in ogni caso bisognerà prendere le mosse fin dai primi anni sessanta, piche’ da tale data che viene portata avanti in Italia una strategia politica unitaria, la quale si e’ servita anche delle stragi, ma non solo queste, in funzione di potere. Il fine politico che attraverso le stragi si e’ tentato di raggiungere e’ molto chiaro: attraverso gravi “provocazioni” innescare una risposta popolare di rabbia da utilizzare poi per una successiva repressione. In ultima analisi il fine massimo era quello di giungere alla promulgazione di leggi eccezionali o alla dichiarazione dello stato di emergenza. In tale modo si sarebbe realizzato quella operazione di rafforzamento del potere che di volta in volta sentiva vacillare il proprio dominio. Il tutto ovviamente inserito in un contesto internazionale nel quadro dell’ inserimento italiano nel sistema delle alleanze occidentali. Se questo meccanismo non ha funzionato cio’ e’ dovuto, almeno in parte non tanto nella sua inidoneità intrinseca a conseguire gli scopi suddetti, quanto per la capacita’ di controllo dimostrata dal Pci sul proprio apparato, sicche’ le masse popolari non sono state coinvolte. Tutto quanto ho affermato sulle finalita’ politiche delle stragi si appoggia non a mie soggettive opinioni, ma a fatti concreti ed alla conoscenza esatta dei meccanismi di azioni relativi. Anche per riferire in dettaglio di cio’ riservo la mia decisione ai prossimi giorni. E poiche’ , come ho detto, sono pronto anche a fare dei nomi, desidero sin d’ ora chiarire che non faro’ i nomi di coloro che io so essere stati coinvolti inconsapevolmente in certe operazioni perche’ me lo vietano precise ragioni etiche, mentre indichero’ con nome e cognome coloro che dalla militanza politica sono passati ad un inserimento in strutture dei servizi di sicurezza divenendo in tale modo agenti di tali servizi destinati ad operare in ambito politico, essendo inseriti nelle formazioni di destra. I loro nomi li posso fare perche’ non riconosco ad essi la qualifica di “camerati” . Per quanto concerne la mia conoscenza di elementi direttamente rilevati come prova sulla strage di Bologna del 02.08.1980 faccio presente in primo luogo che all’ epoca ero detenuto e che quindi per mia scienza diretta su tale fatto non posso sapere nulla. Mi consta tuttavia che “AN” è del tutto estranea a tale fatto.
Indico sin d’ora come teste una persona che fu detenuta con me a Volterra certo Hirsch Hans cittadino austriaco autodefinitosi di destra, il quale mi avvicino’ nel giugno del 83 per dirmi: “che era a conoscenza della estraneita’ di AN alla strage” .

Poiche’ cio’ fu detto nel corso di un discorso piu’ generale, e non conoscendo io in modo approfondito la persona non chiesi ulteriori delucidazioni. Ricordo tuttavia che Hirsch uso’ la parola “so’ ” e non penso o ritengo. In sostanza espresse non una opinione ma una precisa conoscenza. Hirsch era in contatto con Dragutin Petrovic ed altri elementi dell’ ambiente milanese a cavallo tra la destra e la malavita comune, ritengo pertanto che se ha detto di essere a conoscenza dell’ estraneita’ di “AN” alla strage, sia opportuno interrogarlo. Avuta integrale lettura delle dichiarazioni rese da Izzo Angelo al pm di Firenze in merito a confidenze che avrebbe ricevuto dal Sinatti, dichiaro:
In primo luogo non e’ vero che io abbia mai detto al Sinatti le cose riferite da Izzo; in secondo luogo escludo che Sinatti possa avergliele dette. Infatti nel giugno del 1982 Sinatti aveva collaborato con me alla spedizione in varie carceri di un articolo da scritto sulle stragi nel quale veniva esplicitata quale fosse la nostra posizione. E’ evidente dunque che nel parlare della strage di Bologna Sinatti si sarebbe necessariamente attenuto al contenuto di tale documento nel quale erano pesantemente attaccate le posizioni stragiste. Tale documento fu inviato anche a Freda da Sinatti a nome proprio, (non volli firmarlo io non volendo che il gesto fosse interpretato come una ripresa di un dialogo politico che non mi interessava). Avuta lettura delle dichiarazioni di Izzo a pagina 1 del verbale del 20.01.84 al pm di Firenze nella parte in cui lo stesso riferisce di aver appreso da Sinatti Gaetano particolari sulla strage di Peteano dichiaro:
A questo punto mi sono convinto che realmente l’ ispiratore di Izzo non puo’ che essere Calore Sergio. Infatti, poiche’ io non ho mai parlato al Sinatti di Peteano, e quindi nulla egli poteva sapere di tale fatto, debbo ritenere che neppure possa aver detto ad Izzo le cose che questi riferisce. Invero notizie del genere circolarono nell’ ambiente di destra nell’ ottobre 1972,quando ne’ Izzo ne’ Sinatti gravitavano in ambienti di destra (Izzo neppure in seguito) mentre Calore gia’ occupava una posizione in “ON” .

– Posso sin d’ ora affermare che sono in possesso di informazioni relative la strage del 02.08.1980 che sono intenzionato a rivelare al seguito del mio incontro con i “camerati di AN”. Dopo questo incontro, qualunque sia l’esito dello stesso, saro’ disponibile nei limiti che ho sopra precisato, a dire quanto è a mia conoscenza in merito all’ attentato di Bologna.

Letto confermato e sottoscritto­

 

Verbale di confronto Vincenzo Vinciguerra e Maurizio Giorgi 19.09.1984

Giorgi:
– non ho mai avuto alcun motivo di contrasto con il Vinciguerra nego assolutamente di avere avuto a che dire con lui prima della sua costituzione. Parimenti non e’ vero che io fossi favorevole alle stragi e Vinciguerra contrario.

Vinciguerra:
– prendo atto volentieri di cio’ non ho mai detto a nessuno di avere motivi di contrasto con Giorgi come in effetti non ho mai avuto. Avevo piuttosto intenzione di rappresentare a Giorgi la necessita’ di portare avanti un discorso di ricostruzione politica in una linea di difesa di Avanguardia Nazionale rispetto alle accuse che mi sono state formulate di recente e contenute nelle deposizioni di Izzo Angelo che mi e’ stata contestata.

Giorgi:
– Premetto che sono scettico sulla utilita’ di dare una nostra versione dei fatti perche’ sino ad ora nessuno ha mai voluto crederci. Dichiaro tuttavia che se prevarrà l’ idea di portare avanti una ricostruzione da contrapporre a quella operata da Calore, Izzo ed altri che vogliono coinvolgerci in fatti ai quali siamo estranei, mi accodero’ a tale iniziativa dando il mio contributo.

Letto confermato sottoscritto.­