L’istruttoria Italicus bis – terza parte

A questo punto occorre notare come le indagini sul MANNUCCI BENINCASA si intrecciarono con un altro filone di indagini, pertinente anch’ esso all’ operazione “Terrore sui Treni”. Infatti, il 24.1.92 , venne tratto in arresto a Caracas e quindi estradato in Italia tale Maurizio ABBATINO, esponente di spicco della banda della Magliana, organizzazione criminale quest’ultima- strettamente collegata al gruppo di eversori facenti capo a Valerio FIORAVANTI(che come si è visto nel precedente capitolo è ritenuto uno degli autori della strage) e utilizzata ripetutamente dai Servizi Segreti quale agenzia per la gestione di “dirty affairs”.

L’ ABBATINO divenne un collaboratore di giustizia e, fra le molte altre cose, riferì che Massimo CARMINATI, personaggio legato sia alla Banda della Magliana che ai. N.A.R. (Nuclei Armati Rivoluzionari) di Valerio FIORAVANTI, si era impossessato, senza mai più restituirlo, di un mitra M.A.B., appartenente alla dotazione della banda, mitra che poi venne identificato nell’ analoga arma che era stata collocata in’ una vettura del treno Taranto-Milano (assieme, come si è già visto, a documenti e a sostanze esplosive) per realizzare l’ operazione “Terrore  sui Treni”.

STRAGE BOLOGNA: FIORAVANTI E GELLI INEDITI IN DOCUMENTARIO

Il CARMINATI, svolti gli accertamenti del caso, venne tratto in arresto per i delitti di cui in rubrica. Occorre segnalare che l’ABBATINO non si limitò a parlare del mitra cui si è accennato, ma fece riferimento anche ad altri oggetti (un fucile, caricatori, proiettili, passamontagna, guanti, micce) nella disponibilità della banda e del tutto analoghi a oggetti dello stesso genere rinvenuti sul treno.

L’ABBATINO, inoltre, descrisse dei rudimentali ordigni esplosivi entrati in uso presso la Banda della Magliana, consistenti in dei barattoli per conserva riempiti di esplosivo e con il coperchio forato al centro per farvi passare una miccia. Analoghi barattoli erano stati collocati sul treno Taranto-Milano con all’ interno dell’ esplosivo identico a quello usato per la strage di Bologna. A questo punto si verificarono due singolari circostanze che saranno oggetto di ogni possibile tentativo di comprensione. Il 10.3.93 infatti, i Carabinieri di Firenze rinvennero -in un appartamentino in uso al centro C.S. di Firenze (e di fatto nella disponibilità del MANNUCCI BENINCASA)- armi, munizioni ed altri oggetti, fra i quali due barattoli metallici, vuoti, con un buco al centro del coperchio, analoghi dunque a quelli del treno.

In data 5.5.93 , poi, tale OSMANI Guelfo -falsario, arrestato per traffici di stupefacenti- nel contesto di più ampie dichiarazioni rese con intento collaborativo affermò che il MANNUCCI BENINCASA che ben conosceva ed al quale, per parecchi anni, aveva prestato la propria opera, aveva detenuto -all’ interno del bagagliaio della propria auto- alcuni barattoli, forati al centro e muniti di miccia, da lui OSMANI casualmente notati.

Si ricordi che il MANNUCCI -e ciò risulta inconfutabilmente sulla base di elementi documentali- aveva passato al Gen. SANTOVITO (Direttore del Servizio, affiliato alla P.2 e certo implicato nell’ operazione “Terrore sui Treni”) la composizione dell’ esplosivo utilizzato per la strage di Bologna ed era stato presente a Bologna in occasione del rinvenimento delle armi e degli esplosivi sul treno Taranto-Milano senza che la sua funzione di Capo Centro di Firenze gliene desse motivo.

Quale valore annettere alle dichiarazioni di OSMANI e al rinvenimento delle armi (e dei barattoli) di Firenze verrà detto trattando specificamente la posizione del MANNUCCI BENINCASA; qui occorre solo rilevare che Guelfo OSMANI risultò in stretto contatto, anzi in un vero e proprio rapporto di amicizia, col Capitano Antonio LABRUNA, già iscritto alla P.2 e già braccio destro del Gen. Gianadelio MALETTI in una struttura del Servizio Segreto Militare denominata N.O.D. (si ricordi che sia il MALETTI che il LABRUNA sono stati condannati con sentenza passata in giudicato per il favoreggiamento e la procurata evasione di Marco POZZAN, cui -nel corso delle indagini per Piazza Fontana- avevano procurato un passaporto intestato a persona affiliata alla P.2 e che il LABRUNA aveva procurato altresì un passaporto falso a Maurizio GIORGI).

Anche LABRUNA aveva assunto un atteggiamento parzialmente collaborativo, e le sue dichiarazioni, quelle dell’ OSMANI ed un complesso di ulteriori elementi di prova già acquisiti nel corso delle indagini sulle stragi avevano portato a delineare una struttura interna al servizio cui risultarono riferibili tutta una serie di attività di provocazione, disinformazione, depistaggio ecc..

Si era intanto rilevato che il LABRUNA, pochi giorni dopo la deposizione resa al G.I che scrive , si era recato a far visita a Licio GELLI ed aveva avuto un lungo colloquio con lui. Si trattava a questo punto di chiarire gli effettivi rapporti fra il MANNUCCI BENINCASA da un lato e il LABRUNA e l’OSMANI dall’altro e di chiarire i rapporti fra i predetti ed il GELLI, anche al fine di meglio comprendere il movente del MANNUCCI BENINCASA nell’esecuzione dei reati a lui ascritti (v. motivazione dei decreti di intercettazione telefonica di data 29.6.93) relative alle utenze in uso all’OSMANI, al LABRUNA e al GELLI. Venne così disposta una serie di intercettazioni telefoniche, fra le quali l’intercettazione dell’ utenza del GELLI e di quelle dell’ OSMANI.

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Queste ultime portarono all’ ascolto di numerose conversazioni fra l’OSMANI, il LABRUNA e tale Salvatore PIRAS (già dipendente della D.I.G.O.S. di Roma), conversazioni d’ interesse di altri procedimenti e perciò trasmesse alle competenti autorità, giudiziarie. L’ intercettazione effettuata sul GELLI, invece, svelò un’ ulteriore insidia cui stava andando incontro l’accertamento della verità sulla strage del 2.8.80. Venne infatti ascoltata una conversazione in cui il GELLI, parlando con una sua amica di Bologna, tale MASSARI Nunzia, affermava di avere trovato ” un altro personaggio tipo MONTORZI….”(vedi rapporto U.I.G.O.S. Arezzo di data 11.4.88 e seguenti).

Per apprezzare il senso -e la rilevanza per i procedimenti relativi alla strage- di tale frase, occorre ricordare che l’avv. Roberto MONTORZI, già difensore di parte civile nel primo processo per l’attentato del 2.8.80 (processo nel quale il Gelli era imputato per associazione sovversiva), aveva avuto un incontro col predetto GELLI presso la sua abitazione di Arezzo, dopodiché aveva rinunciato al mandato difensivo ricevuto ed aveva pesantemente attaccato l’ istruttoria ed alcuni magistrati bolognesi, ponendo perciò le premesse di una durissima campagna di stampa delegittimante le indagini e il processo. E ciò proprio mentre era in corso il dibattimento per la strage del 2 Agosto innanzi alla Corte d’ Assise d’ Appello di Bologna che, come si è visto in precedenza, annullerà la maggior parte delle condanne inflitte in primo grado, e fra queste anche quella del GELLI.
Fatta questa premessa -e tenuto conto del fatto che al tempo in cui venne intercettata quella telefonata era da poco cominciato innanzi alla Corte di Assise di Appello di Bologna il secondo procedimento di appello- risulta evidente il motivo della preoccupazione generata negli inquirenti dalla frase intercettata.
Da altra conversazione telefonica effettuata sull’ utenza del GELLI risultò poi che la persona indicata come “un altro MONTORZI” non poteva essere altri che tale Mara LAZZERINI, teste d’accusa nella prima istruttoria. Costei, già intima del GELLI, aveva fra l’altro segnalato agli inquirenti la sussistenza di rapporti mai riconosciuti dal capo della P.2. e -in particolare- aveva parlato di telefonate intercorse fra il GELLI e Stefano DELLE CHIAIE, telefonate di particolare importanza ai fini dell’ accusa in quanto comprovanti l’ esistenza di un rapporto diretto fra due dei principali imputati dei delitto associativo { v. cap. XX, ff. 251 e ss. del rapp. n. 3468 – 181 CC. Bologna).

Dall’ attività istruttoria dispiegata a seguito delle telefonate sopra dette, risultò che la LAZZERINI aveva scritto al GELLI un biglietto di rappacificazione cui questi aveva risposto con la richiesta -formulata telefonicamente- di ritrattare le dichiarazioni fatte a suo tempo: solo a queste condizioni la LAZZERINI avrebbe avuto il suo “perdono ” (e l’ aiuto per un figlio che versava in difficoltà economiche).

La subornazione della LAZZERINI da parte di GELLI nel delicato contesto determinato dalla contemporanea celebrazione del secondo processo di appello risultò avvalorata da esiti di perquisizioni, dichiarazioni di testi ecc. e gli atti furono quindi stralciati e inviati alla Procura presso la Pretura territorialmente competente. A questo punto va ricordato che, precedentemente a queste ultime emergenze, l’Ufficio, in data 11.10.’93, aveva disposto la riunione del procedimento relativo all’ ITALICUS e di quello relativo alla strage di Bologna, e ciò per ragioni soggettive e probatorie (in entrambe le istruttorie risultavano imputati BALLAN, DELLE CHIAIE e TILGHER; i fatti ascritti al BONGIOVANNI erano di interesse comune alle due istruttorie; le illecite attività del MANNUCCI BENINCASA riguardavano parte fatti risaliente al 1974 e parte le indagini concernenti la strage di Bologna del 2.8.1980).

Nel frattempo erano in corso ulteriori attività di indagine. In particolare continuavano le acquisizioni di atti presso i Servizi e cominciavano a venire a maturazione i frutti di un vasto lavoro investigativo svolto da tempo dal R.O.S dei Carabinieri. (…). Venne inoltre disposta una perizia storico-archivistica sulla documentazione acquisita dal S.I.S.M.I..

Nel corso dell’ istruttoria, inoltre, emersero elementi concernenti le posizioni degli imputati del primo procedimento perla strage di Bologna, che furono di volta in volta trasmessi alla Procura Generale per l’eventuale versamento nell’ istruttoria dibattimentale, fra questi si ricorda per la sua notevole rilevanza la deposizione di Giuseppe DE BELLIS, dirigente di Terza Posizione per l’Emilia-Romagna.

Sentenza Italicus bis pag 29-32

L’istruttoria Italicus bis – seconda parte

Tale era la situazione delle istruttorie, allorquando, nel luglio agosto del 1990 fu portata a conoscenza dell’ opinione pubblica l’esistenza -all’interno del Servizio Segreto Militare- di una struttura di guerra non convenzionale denominata ” GLADIO “, dotata di depositi di armi, esplosivi ecc., che secondo la versione ufficiale era destinata ad attivarsi in caso di invasione dell’ Italia da parte dell’ Unione Sovietica con la costituzione di nuclei di resistenza e la predisposizione di una rete di comunicazione .

Lo svelamento di una siffatta struttura apparve di estremo interesse in tutti i processi per strage allora ancora aperti in primo luogo poiché già in precedenza molteplici elementi avevano fatto ritenere l’esistenza di collegamenti fra lo stragismo che aveva insanguinato l’Italia dal 1969 in avanti e oscure strategie di provocazione, disinformazione ecc. che avevano visto coinvolti eversori di destra assieme a esponenti dei Servizi Segreti nel contesto di attività anticomuniste e in secondo luogo poiché la versione che “GLADIO” avesse unicamente una funzione anti- invasione apparve ben presto smentita da numerosi e concordanti indizi (ad esempio la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle Stragi), nella relazione sull’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio di data 22 aprile 1992, così si esprime:

“…non vi è alcuna giustificazione per GLADIO. Né all’inizio né alla fine. Vi è invece un accrescimento della sua pericolosità e della sua illegittimità con il passare degli anni. Non tutto ciò’ che è accaduto negli anni torbidi della nostra storia recente va addebitato a GLADIO. Ma GLADIO è stata una componente di quella strategia che, immettendo nel sistema elementi di tensione, ha giustificato la necessità di opportuni interventi stabilizzatori. Alla magistratura spetta di individuare quali di questi interventi abbiano avuto rilevanza penale…”.

Inoltre, anche le dichiarazioni di VINCIGUERRA avevano adombrato l’esistenza di strutture composte da estremisti di destra ed operanti in funzione anticomunista per conto dei Servizi Segreti. Unitamente al G. I. di Brescia si effettuò dunque un accesso presso i locali della 7° Divisione del S.I.S.M.I. ove venne acquisita copia di documentazione “GLADIO”, già sottoposta a sequestro dalla Procura della Repubblica di Roma.

Successivamente vennero richiesti ai Servizi Segreti, al Ministero degli Interni ed al Comando Generale dei Carabinieri numerosi atti, al fine di riscontrare le connessioni fra l’eversione di destra e le strutture di guerra non convenzionale che avevano operato in Italia al tempo in cui era in atto la strategia stragista. Era in corso detta attività istruttoria allorquando fece il suo ingresso nel processo un altro inquietante personaggio, tale Guglielmo SINIBALDI, già operante nel sottobosco del mondo finanziario, informatore di polizia legato all’ ambiente della Banda della Magliana.

Questi certo ben conosceva alcuni ambienti della destra romana e certo aveva conoscenza di molti aspetti delle indagini sino ad allora svolte sulla strage di Bologna e così riuscì ad imbastire un complesso di dichiarazioni particolarmente insidiose in quanto contenenti numerosi elementi di verosimiglianza.

Alcuni vistosi errori del SINIBALDI, tuttavia, svelarono la sua macchinazione. La sua posizione venne stralciata e venne rinviato a giudizio per calunnia ed altro. Circa lo scopo e i contenuti di questa iniziativa depistante si dirà meglio in una parte successiva di questa esposizione. Poco dopo l’intrusione nell’ istruttoria di Guglielmo SINIBALDI, venne tratto in arresto a Firenze il noto Elio CIOLINI. Questi aveva sconvolto la prima istruttoria per la strage di Bologna con allucinanti dichiarazioni che attribuivano la responsabilità di tale fatto criminoso al DELLE CHIAIE (che il Ciolini aveva personalmente conosciuto in Sud America) e ad una Loggia massonica di Montecarlo cui, assieme al GELLI, avrebbero appartenuto qualificati esponenti del mondo politico e finanziario italiano.

L’!impatto sull’ istruttoria era stato enorme e le indagini sulla strage avevano rischiato di arenarsi definitivamente. Il disegno depistante del CIOLINI, tuttavia, era venuto alla luce, tant’è che -contumace in quanto latitante all’estero- era stato condannato per calunnia a gravi pene detentive, inflittegli dalle autorità giudiziarie di Bologna e di Firenze. Rientrato in Italia e infine catturato, si trattava di accertare per conto di chi avesse agito e chi doveva coprire con la sua sconcertante e spregiudicata attività di sviamento delle indagini.

Elio CIOLINI, tuttavia, non smentì i suoi precedenti ed il tentativo compiuto si rivelò inutile, oltre che -ancora una volta – pericoloso per la credibilità dell’ istruttoria. Proseguivano, intanto, le indagini sul versante dei Servizi Segreti, con ulteriori acquisizioni di atti ai sensi dell’art. 342 C. P. P. e, infine, con 1′ incriminazione del Capo Centro S.I.S.M.I. di Firenze, il Col. Federigo MANNUCCI BENINCASA.

La sua posizione verrà analiticamente trattata in un’ altra parte di questo provvedimento. Qui basta accennare al fatto che il predetto ufficiale, che già negli anni 70 era stato in contatto col terrorista toscano Augusto CAUCHI e ne aveva favorito la latitanza, si era reso responsabile dell’invio di scritti anonimi concernenti l’omicidio di Mino PECORELLI e la strage di Bologna (con i quali attribuiva a Licio GELLI responsabilità in entrambi i reati).

omicidio pecorelli

Numerose acquisizioni processuali fanno ritenere che almeno quest’ ultimo anonimo non costituisse un seppur irrituale contributo alle indagini, bensì rappresentasse un’ articolazione di un complesso disegno depistante, ben sintetizzato al capo di rubrica, collegato all’ ulteriore azione di sviamento infine portata a compimento dal CIOLINI e finalizzato, non già a perseguire il GELLI per sue specifiche responsabilità, quanto piuttosto a costruire uno schermo -fatto di accuse indimostrabili e di atti suggestivi ma privi di qualsiasi valore processuale- dietro il quale tenere celate le vere responsabilità del GELLI e dietro il quale proteggere i responsabili dell’ attentato.

Le indagini relative alla posizione del MANNUCCI BENINCASA comportarono un accesso alla sede del centro C.S. di Firenze e la perquisizione delle abitazioni dell’ imputato. Presso il centro di Firenze venne rinvenuta, fra l’altro, documentazione dalla quale emerse che il MANNUCCI BENINCASA ed il Col. SPAMPINATO -perito esplosivista nel processo per la strage di Bologna- avevano comunicato i risultati di detta perizia al Gen. SANTOVITO, direttore del S.I.S.M.I., ufficiale che successivamente risulterà implicato in attività di depistaggio delle indagini e, in particolare nell’ operazione tristemente nota con la denominazione “Terrore sui Treni” nel cui contesto ufficiali del servizio segreto avevano simulato il rinvenimento, su di un treno, di armi, documenti ed esplosivi che loro stessi vi avevano fatto collocare.

E’ importante notare che le sostanze esplosive rinvenute in quel contesto sono del tutto identiche a quelle utilizzate per la strage di Bologna e che l’operazione “Terrore sui Treni” aveva una funzione di sviamento delle indagini, in quanto volta ad avvalorare una fantomatica pista internazionale delineata grazie al materiale documentale collocato sul treno assieme agli esplosivi ed a una serie di false informative.

 

Sentenza Italicus bis pag 26-29

“Quando Almirante collabora” – Panorama 22 agosto 1974

La «pista rossa» rivelata dal leader missino in parlamento e strombazzata a tutta pagina per più giorni sul quotidiano del Movimento sociale era solo l’invenzione di un poveraccio in cerca di quattrini.

 

Gli fosse andata bene «la sòla» (a Roma sta per bidone), avrebbe preso, dice lui, 40-50 milioni. Gli è andata male: ha preso un milione, ha fatto in tempo a spendere meno di 200 mila lire, la notte di martedì 13 agosto è stato arrestato a Bologna per calunnia. La notte prima, passeggiando per i corridoi bui del palazzo di giustizia di Roma, aspettando di essere interrogato dal sostituto procuratore Enrico De Nicola, aveva sghignazzato per mezz’ora: «Chi sa che colpo si sarà preso Almirante. Che bello, un partito politico preso in giro da un fesso come me».

La presa in giro del Msi, Francesco Sgrò, trentenne, romano autentico, usciere all’università di Roma, facoltà di chimica, garagista nelle ore libere, precedenti penali per furterelli vari, l’aveva organizzata esattamente un mese prima, il 12 luglio.

All’avvocato Aldo Basile, esponente missino (membro della commissione provinciale di vigilanza del partito, è stato candidato alle elezioni amministrative) aveva confidato con aria preoccupata mentre gli sistemava la macchina in rimessa: «Negli scantinati della facoltà di fisica c’è una santabarbara. Ho visto su un tavolo 30 candelotti di dinamite, una piantina della stazione Tiburtina disegnata su carta millimetrata, in alto da una parte sono riusciti a leggere la scritta: Palatino, ore 5,30».

Aveva anche aggiunto che rivelare quel segreto lo spaventava a morte e che bisognava fargli passare la paura con un po’ di soldi. Basile rispose che ci avrebbe pensato. Non successe niente fino al 17 luglio quando, di prima mattina, Sgrò telefonò all’avvocato avvertendolo che due uomini e due donne si stavano portando via la santabarbara. Diede anche qualche nome e qualche sommario cenno d’identificazione: David Iò, grande barba rossa, Luciano Proietti, Giuliana Santucci.

Sbagliato. Erano tutti inventati (di Luciano Proietti alla facoltà ce ne sono tre, esiste una Santucci che però si chiama Luciana) tranne quello di Iò, riferito volutamente sbagliato: David Ayò, assistente indicato «perché ha la tessera del partito comunista, fa sempre un gran casino e poi a me mi sta antipatico».

A quel punto Basile avvertì Giorgio Almirante, segretario del Msi. In compagnia del presidente del partito, Alfredo Covelli, Almirante si precipitò da Emilio Santillo, capo dell’ispettorato antiterrorismo al ministero dell’Interno, e raccontò tutta la storia, senza fare i nomi dei presunti bombardieri né quello dell’informatore, perché Basile aveva preferito fare a meno di darglielo almeno per il momento.

Nonostante che Almirante dichiari il contrario, la polizia si mosse con grande rapidità: Umberto Improta, capo della squadra politica della questura di Roma, bloccò l’università: di bome e bombaroli nessuna traccia. Alla stazione Tiburtina, dove ogni giorno passano o si formano 157 treni, venne stabilito un servizio di vigilanza straordinaria per tutte le 24 ore: quattro turni, ciascuno di cinque uomini.

Al ministero, intanto Santillo e i suoi funzionari cominciavano a capire che le carte erano imbrogliate: il Palatino (Roma-Parigi, tutto letto e cuccette) non parte dalla Tiburtina ma da Termini, e non alle 5,30 ma alle 19,30. I conti non quadravano; se Almirante voleva veramente collaborare doveva dire di più.

Lo disse il 20 luglio, mandando a Santillo, su un foglietto della Camera dei deputati, i nomi che Basile aveva avuto da Sgrò. Rintracciati attraverso l’archivio elettronico dell’università, i sospetti vennero pedinati: i tre Proietti giravano come trottole tra Ostia, Fregene e i castelli romani abbordando straniere di passaggio, Ayò faceva la vita di sempre, la ragazza aveva lasciato Roma con tutta la famiglia e non c’era tornata da più di un anno.

Il Palatino venne «coccolato» (secondo l’espressione di un funzionario) fino al 31 luglio: un uomo per ogni vagone. Alla fine ci si convinse che quella di Almirante era soltanto una delle 260 segnalazioni infondate che arrivano ogni anno al ministero.

Ma il botto venne , la notte sul 4 agosto, su un treno internazionale, l’Italicus, che parte dalla stazione Tiburtina e che viene portato sotto le pensiline alle 17,30. Sgrò incassò il milione (e sostiene che gliene furono promessi altri dieci) e si tagliò i baffi spioventi; Basile partì per Salsomaggiore; Almirante diede fiato alle trombe sul Secolo, il quotidiano del Msi: questa volta la pista era inequivocabilmente rossa, il Movimento sociale aveva avvertito per tempo ministro e poliziotti i quali non avevano fatto niente; la colpa dei morti toccava in parti eguali alla sinistra e allo Stato.

Sostenne la stessa tesi nel pomeriggio di lunedì 5 agosto, durante il dibattito alla Camera. Prese una doccia fredda mercoledì 7: Sgrò, di cui ormai Basile aveva fatto nome e indirizzo, è andato in questura a denunciare che una Mini Minor rossa aveva cercato di investirlo, disse a Improta, e lo ripeté davanti a due altri funzionari e un maresciallo, che s’era inventato tutto e che era stato pagato. Rifiutò di firmare il verbale, ma ormai la verità era uscita, anche se erano in pochi a saperla.

L’impalcatura crollò la sera del 12 agosto: nella redazione di Paese sera, davanti a un registratore, fumando in continuazione, e bevendo aranciata, Sgrò aveva rifatto la storia del suo «bidone ad Almirante», confessando pubblicamente di aver ricevuto un milione: «ammazza come so’ bravo, so’ stato proprio bravo».

Troppo bravo, ha commentato però un magistrato del tribunale di Roma. Sgrò infatti ha «inventato» anche molte cose quasi vere. Ha «inventato» di aver visto 30 candelotti di dinamite, che nel complesso pesano circa tre chili (la bomba sul treno pesava con tutta probabilità tre chili). Ha «inventato» che si trattava di un treno internazionale, Palatino, che non ha una sigla ma un nome preciso (come il treno della bomba, Italicus). Ha «inventato» un’ora (le 5,30) e una stazione (la Tiburtina) «a caso». Il treno della bomba venne portato sul binario di partenza alle 17,30 alla stazione Tiburtina.

 

Roberto Fabiani, Panorama 22 agosto 1974

“Chi sono gli arrestati di Bologna” – Epoca 17.8.1974

Italo Bono, 20 anni; Gaetano Casali, 42 anni, scapolo; Emanuele Bartoli, 19 anni. Sono i tre neofascisti indiziati per la strage di San Benedetto Val di Sambro. Sono stati bloccati dagli agenti martedì notte, a Bologna, un’ora dopo il fallito attentato alle commissariato Due Torri, nel centro della città. Una quarta persona che era con loro è riuscita a fuggire ed è ricercata. Chi sono gli indiziati?

Italo Bono, figlio di un fascista disoccupato, ha vissuto fin dall’infanzia in diversi istituti per handicappati e minorati. A quindici anni è scappato, ha fatto diversi lavori, è andato militare a Palermo. Tornato a Bologna entra nel giro del neofascismo. All’assistente sociale Annamaria Cantelli, che lo conosceva bene da molti anni, un giorno Bono dice: «Non ho più problemi di denaro, adesso posso guadagnare due milioni al giorno. Mi sono iscritto al Msi, lì ci sono dei signori». In un’altra occasione parla con l’assistente di attentati, di follie. Per la signora Cantelli, Bono, pur essendo gravemente menomato, è anche in molti momenti «lucido o addirittura furbo».

Gaetano Casali ha una vita riservata, fa l’elettricista, è a Bologna da quattordici anni, è nato a Ospitaletto, vicino a Brescia. Abita con la madre, un’ex attrice, al settimo piano di una casa popolare. Faceva parte del «Club del Retaggio», diramazione bolognese della cosiddetta Maggioranza silenziosa. Nella sua «500» gli agenti hanno trovato alcuni pezzi di carta marrone dello stesso tipo di quella che era accanto all’ordigno posto davanti alla porta del commissariato Santo Stefano.

Emanuele Bartoli, figlio di un rappresentante di una ditta farmaceutica di Milano, abitava fino a poco tempo fa con la madre separata e due altri fratelli in una villetta di Roviglio, un paese a pochi chilometri da San Benedetto Val di Sambro. Lui e Bono erano frequentatori del Fronte della Gioventù e un anno fa Bartoli fu accusato di un grave pestaggio di uno studente di sinistra. Bartoli si è recato a Firenze in motocicletta nelle giornate di sabato e domenica. A far cosa?

Alla domanda degli agenti Italo Bono ha affermato di «non voler tradire un amico». Nello stanzone dove i tre vivevano gli agenti hanno trovato la minuta del volantino di «Ordine Nero» che rivendicava la paternità della strage, una sveglia di marca tedesca, armi improprie e documenti compromettenti. Italo Bono agli agenti che gli chiedevano di recarsi all’obitorio per vedere i cadaveri della strage, ha risposto: «Non mi impressiono di certo. Penso ai due morti missini di Padova».
Poche ore più tardi, in cella, Italo Bono tentava il suicidio cercando di impiccarsi, ma era salvato in tempo da un agente di custodia.

 

Piero Fortuna – Epoca 17.8.1974

“Sì, sono stati quelli di Tuti” – Epoca 7 gennaio 1976 –

Dopo le rivelazioni fatte a «Epoca» da Fianchini, mancava la controprova consistente nella conferma della sua tesi da parte dell’altro latitante: siamo ora in grado di fornirla noi. Adesso si spera che tutto non si concluda definendo mitomani coloro che hanno fornito la nuova pista.

Sono passati diciassette mesi dalla notte in cui, a pochi metri dalla stazione di San Benedetto Val di Sembro, l’esplosione sul treno Italicus dilaniò e arse i corpi di dodici passeggeri. Se l’inchiesta su quel mostruoso atto di terrorismo ha preso oggi nuovo vigore, ciò è dovuto in gran parte alle dichiarazioni rese nella sede romana del nostro giornale, il 18 dicembre scorso, da Aurelio Fianchini, evaso dal carcere di Arezzo dove scontava una condanna per furto. La parte sostanziale del racconto di Aurelio Fianchini è già nota. Noi della redazione di Epoca, quando ci rendemmo conto della gravità delle accuse formulate dal giovane, ritenemmo infatti doveroso informarne immediatamente l’opinione pubblica e gli inquirenti con la rapidità che soltanto i quotidiani possono offrire. Ciononostante abbiamo deciso di tornare sull’argomento perché ci pare di avere ancora qualche particolare importante da riferire, ed è nostro dovere di cronisti farlo fino in fondo. Sarà utile, tutto ciò, a chiarire le responsabilità di chi ordì e mise in atto la strage  dell’Italicus? I precedenti, nel nostro paese, non ci consentono, invero più d’un tenuissimo filo di speranza. Eppure anche questo tenue filo va seguito, bisogna tentare tutto per smascherare i criminali.

Prima di passare al racconto dettagliato che Fianchini, provato da tre giorni e tre notti di latitanza, ci fece con disagio ma sollievo insieme nel pomeriggio del 18 dicembre, bisogna fare una importante premessa. Chi ha messo in dubbio le «rivelazioni» dell’evaso di Arezzo si è spesso posto la domanda: cosa ne è di felice D’Alessandro, il suo compagno di fuga? Perché, se anche lui sa le stesse cose di Fianchini, non si fa vivo, magari soltanto con uno scritto, anche se non vuole costituirsi, per convalidare le affermazioni dell’amico? Ma è poi così sicuro che D’Alessandro le convaliderebbe?

A quest’ultima domanda siamo in grado di dare una risposta affermativa. Felice D’Alessandro può avere avuto delle motivazioni sue particolari per quel che riguarda l’evasione (la sua condanna per omicidio è ben altra cosa che quella per furto inflitta a Fianchini), ma su quello che Franci ha raccontato nel carcere d’Arezzo, e sulla necessità di divulgare quelle affermazioni, egli si è espresso in maniera identica ad Aurelio Fianchini. Ciò è avvenuto durante un colloquio assai breve, la mattina stessa dopo l’evasione. Fianchini e D’Alessandro, che credevano di essere ancora in grado di rintracciare Luciano Franci, dissero che quest’ultimo sapeva tutto della strage dell’Italicus, era fuggito insieme con loro perché convinto con una promessa di espatrio ed era disposto a dire la sua verità. In quel momento sia Fianchini che D’Alessandro erano ansiosi di trovare un rifugio per poter mettere a punto il piano: far parlare Franci prima di costituirsi. Va sottolineato che nessuno dei due ci ha mai rivolto richieste di denaro o di aiuto in cambio delle loro «rivelazioni».

Si trattò quindi di un incontro preliminare, che doveva precedere quello definitivo con il Franci stesso o senza di lui (se fosse stato impossibile «trovarlo» di nuovo), in cui si sarebbe parlato a fondo dei fascisti e dei loro attentati. D’Alessandro disse soltanto: «Lo abbiamo convinto a parlare; gli abbiamo fatto capire che per lui è meglio così. Franci aveva paura di Tuti; Tuti sapeva che era stato Franci a denunciarlo (poco prima della perquisizione nella casa di Empoli e dell’assassinio degli appuntati Falco e Ceravolo, ndr)».
Prima di allontanarsi i due evasi accennarono anche alla particolare situazione di omertà in cui si muovevano i fascisti aretini, riferendosi al fatto che Augusto Cauchi, uno dei capi del gruppo e personaggio di primo piano nell’organizzazione di Ordine Nero, sarebbe stato avvertito in una pensione di Firenze dove aveva trovato alloggio dell’ordine di cattura spiccato contro di lui ad Arezzo: l’avvertimento gli sarebbe giunto la sera stessa in cui Tuti sfuggiva alla cattura uccidendo chi gli sbarrava la strada, da un altro personaggio aretino. Cauchi è tuttora latitante e sul suo rifugio sono state fatte numerose congetture: dal Canada alla Spagna all’Inghilterra.
Fianchini giunse quindi due gironi dopo nella sede di Epoca, accompagnato dal suo legale Giovanni De Benedictis di Macerata, il quale fu presente a tutto l’incontro e ci fece, all’inizio, il punto sulla situazione processuale riguardante il suo assistito. Poi Fianchini ci parlò del suo incontro con Franci, nel carcere d’Arezzo.

“Sono stato arrestato il 5 agosto di quest’anno; con me erano detenuti vari fascisti aretini fra i quali Franci, Malentacchi, il professor Giovanni Rossi e Luca Donati (imputati per gli attentati dinamitardi di Ordine Nero; Rossi laureato in fisica, chimica e matematica, ricopriva una carica importante nel MSI di Arezzo ndr). Appena arrivato io ero in isolamento. Un giorno si avvicina il Franci allo spioncino, aveva una certa libertà, faceva lo scopino, girava come voleva. Mi dice: io sono il Franci, so che sei comunista, comunque qui è meglio evitare discussioni, il carcere è piccolino, abbastanza sereno, disteso. Mi ha allungato una mano, io non l’ho presa, naturalmente sapevo chi era, avevo letto i giornali. Comunque quello di Arezzo è un carcere piccolissimo, si è in contatto, quasi fisico, direi 24 ore su 24. I primi giorni cercavo di evitarlo, passeggiavo da solo; poi una battuta, poi un’altra. Ci sono 35 detenuti. D’Alessandro c’era già prima, ha fatto 18 mesi di carcere preventivo. A un certo momento ho capito che poteva essere utile fingere di essere amico del Franci e ho accettato addirittura di andare a mangiare nella sua cella. Sono entrato in confidenza. Dopo tre mesi circa ha cominciato a raccontare. Le cose non me le ha dette tutte insieme, piano piano, mi chiedeva consiglio, come si doveva comportare. Aveva uno spavento terribile del Tuti, del confronto con lui, perché Franci lo aveva accusato di aver consegnato l’esplosivo che poi fu rinvenuto a Castelfiorentino.
«In quel periodo dunque», continua il racconto di Fianchini, «sono venuto a conoscenza di fatti veramente clamorosi. Franci ci confida gli attentati terroristici fatti in Toscana. Quello di Terontola, quello della Camera di Commercio di Arezzo.

A proposito di questo ultimo Franci ci disse che il testo del volantino che fu trovato in tasca di Piero Malentacchi e che rivendicava al Fronte Nazionale Rivoluzionario la paternità di tale azione (vi era scritto tra l’altro che nuovi attentati sarebbero stati compiuti se non fosse stato liberato il “camerata” Fred, ndr) era stato suggerito a Franci da un noto professionista aretino. Poi si venne all’Italicus. La domanda gliela facemmo D’Alessandro ed io: “Ma Franci, e l’Italicus?». Ci disse che la bomba era stata messa alla stazione di Firenze, lui era in servizio quella sera alla stazione, fu messa dal Malentacchi ed era stata confezionata addirittura dal Malentacchi insieme al Tuti e al Franci stesso. Franci era quindi insieme al Malentacchi quella sera e la bomba era stata portata a Firenze con la 500 della Luddi. Il Franci ha fatto dei segnali, al momento giusto, aveva tutta la libertà di movimento. Sulla 500 hanno viaggiato Malentacchi e la Luddi, “comunque con la complicità mia”, precisò Franci. L’esplosivo diceva sempre Franci, non era dello stesso tipo di quello trovato nella cappella vicino a Castiglion Fiorentino; quindi si sentiva abbastanza sicuro di non esser collegato con l’Italicus. Materialmente la bomba sul treno la collocò Malentacchi, poi scappato insieme alla Luddi. Franci restò in stazione. «Quanto ai loro collegamenti, Franci diceva di essere amico di Affatigato, di Cauchi, di Elio Massagrande che era anche amico dell’avvocato Ghinelli (difensore di tutti i neofascisti aretini ndr) e del professor Rossi. Questo Rossi sarebbe stato addirittura uno dei capi di questa manovalanza locale, insieme a Clemente Graziani. Ma anche Franci era al corrente solo di certe cose, poi, a un certo punto più in là non andava. Nei riguardi della strage non esprimeva alcun senso di colpa. Franci aveva dunque confessato che l’esplosivo della chiesina era stato portato da un amico del Tuti con la macchina del Tuti. La notte dell’attentato a Terontola, Franci era di servizio a Firenze. L’esplosivo fu messo da tre fascisti che sono stati scarcerati. Gli ordini venivano appunto da questa gente di Arezzo, se poi c’erano altre persone sopra, ripeto, il Franci non ne era a conoscenza. Confessandoci la parte avuta nella strage dell’Italicus, lui era convinto, in base alla nostra promessa di espatrio, di riacquistare la libertà. Una volta fuori avrebbe dovuto confermare tutte le ammissioni che ci aveva fatto in carcere».

E veniamo all’evasione. «L’idea della fuga l’abbiamo avuta circa un mese fa. Le rivelazioni più importanti sono quasi 40 giorni che Franci le ha fatte. Avevamo pensato anche che scrivesse un memoriale, ma poi ci convincemmo che era più importante farlo uscire. Malentacchi non sapeva niente dell’evasione. Ho iniziato a segare le sbarre della mia cella sabato 13 dicembre, ho fatto dei tagli, poi li ho chiusi con dello stucco; la domenica ho segato ancora fino a lasciarne un pezzettino di un centimetro circa e lunedì siamo fuggiti. Fuori dovevano esserci due macchine ad aspettarci, ma le indicazioni che Franci ci aveva dato sulle strade intorno al carcere erano sbagliate. Doveva esserci un cancello aperto, quello che dà sui campi da tennis, e invece era chiuso. Siamo saltati dal muro di cinta ed è lì che abbiamo perso i quaderni che D’Alessandro aveva scritto in carcere, quattro o cinque. Siamo rimasti a piedi e siamo scappati tutti e tre lungo la ferrovia. Poi Franci non ci ha seguito».

Fin qui il racconto di Aurelio Fianchini. A noi restano da fare un paio di considerazioni. Abbiamo seguito questa storia da cronisti, riferendo con distacco quello che eravamo venuti a sapere. Adesso ci pare giusto insistere su due punti. E’ importante, in primo luogo, che tutto quello che può essere considerato vago, approssimativo o addirittura poco chiaro nel racconto dell’evaso di Arezzo a proposito dei motivi e delle modalità della fuga dal carcere, non debba in alcun modo indebolire la sostanza delle rivelazioni. Non debba cioè servire come alibi per abbandonare una pista, quella delle responsabilità del gruppo neofascista toscano, che altre volte si è persa tra difficoltà e intoppi alquanto strani.

Già una volta una donna indicò in Tuti e nei suoi “camerati” i colpevoli della strage di San Benedetto in Val di Sembro. Si trattava di Alessandra De Bellis, moglie del latitante Augusto Cauchi. Parlando con alcuni parenti aveva detto: “Della faccenda dell’Italicus io sono una delle pochissime persone a sapere tutto”.

I magistrati bolognesi non sono mai riusciti a interrogare la De Bellis, in quanto la donna è stata ricoverata in una clinica per forte esaurimento nervoso. Fu data in poche parole per folle.

Così, se oggi le rivelazioni di Aurelio Fianchini dovessero, per avventura, esser accantonate come frutto della fantasia di un “mitomane” (pare che questa definizione in certi ambienti aretini goda di una certa popolarità), sarebbe purtroppo legittimo il sospetto che il gruppo di Mario Tuti, perfino dopo che il geometra di Empoli è stato condannato all’ergastolo, per qualche ragione, debba restare “intoccabile”. La follia, si sa, è un’accusa molto dura da togliersi di dosso.

Sandra Bonsanti – Epoca 7-1-1976 n. 1318 (pagg. 60 – 63).

Attentato – Sentenza appello Italicus 1986

Alle ore 1.16′.30″ circa del 4 agosto 1974, sulla linea ferroviaria Firenze-Bologna, avveniva una esplosione a bordo della quinta vettura del treno Espresso 1486 “Italicus” mentre il convoglio era in fase di uscita dalla “Grande Galleria dell’Appennino”.

All’esplosione seguiva un incendio di vaste pro­porzioni, sì che 12 viaggiatori restavano carbonizza­ti, mentre altri 44 riportavano lesioni di diversa entità. Il convoglio, avente in composizione 18 elementi compreso il locomotore, era partito dalla stazione di Roma Tiburtina alle ore 20.42′, con 7′ di ritardo, giungendo a Chiusi-Chianciano Terme alle 22.34′, con 15′ di ritardo. Era ripartito per Firenze S.Maria No­vella alle 22.38′ (ritardo 18′), giungendovi alle ore 0.17′, con 17′ di ritardo. Era ripartito per Bologna alle 0.36′, con 26′ di ritardo sull’orario. Poiché al momento del fatto il treno viaggiava con un ritardo dell’ordine dei 27′, si stabilirà che, se l’orario fosse stato rispettato, l’esplosione sarebbe avvenuta sugli scambi d’ingresso alla stazione di Bologna centrale.

A poche ore dall’attentato veniva rinvenuta al­l’interno della galleria, a circa 50 metri dall’imbocco, deformata e lievemente combusta, una sveglia costruita dalla ditta Peter Uhren di Rottweil, importata dalla ditta Crassi di Milano e distribuita dal la ditta Collina di Firenze.

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Sulla sveglia venivano riscontrate alcune modifiche: l’apposizione, nei pressi della chiavetta di comando della suoneria, di un tassello in presspan, elettricamente isolato; la sovrapposizione a tale tassello di due piastrine rettangolari in rame, parallele tra loro, l’una fermata da due viti, e quindi fissa, l’altra dotata di libertà di movimento con perno sull’uni­ca vite di fissaggio; l’interposizione di nastro iso­lante fra il tassello in presspan e la piastrina fis­sa; l’isolamento elettrico della chiave di suoneria mediante copertura della farfalla con nastro isolante; l’apposizione infine di un piccolo lembo di nastro isolante sul coperchio della sveglia, fra il dispositivo di regolazione ed il foro di alloggiamento della vite per lo spostamento delle lancette orarie.

Poiché tra la piastrina fissa e la più estrema delle viti di fissaggio al presspan vi era un serra­fili elettrico e la piastrina mobile recava evidenti tracce di una saldatura a stagno, si concludeva che con gli adattamenti descritti si era ottenuto un in­terruttore elettromeccanico, comandato a tempo dal congegno di suoneria della sveglia. La piastrina mobile veniva costretta, sotto la pressione della chiave della suoneria, ruotante in senso orario alla ora prefissata, a contattare la piastrina fissa, sì che, fissata la suoneria ad una determinata ora, in tal momento si aveva il contatto fra le due piastri­ne, elettricamente isolate dalla chiave della suone­ria e dal corpo della sveglia.

In sede di perizia tecnico-balistica si stabilirà che l’ordigno, probabilmente confezionato con un paio di chili di una miscela esplosiva del tipo “Amatolo” (20% circa di tritolo ed 80% circa di nitrato di ammonio), integrati con una quantità pressoché pari di una miscela incendiaria denominata “termite” (25% di alluminio e 75% di sesquiossido di ferro), era stato presumibilmente collocato sotto il sedile della poltrona-continua al corridoio e rivolta contro il senso di marcia – del secondo scompartimento di I classe della quinta unità del convoglio, una vecchia vettura mista di I e II classe, di proprietà delle Ferrovie della Germania Federale, contrassegnata dal n.50/80-38/40/063/8, che solo per l’emergenza estiva era stata destinata al servizio internazionale.

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Riterranno i periti, tenuto conto della particolare e pericolosa sensibilità del congegno di attivazione nonché della presumibile collocazione, che l’ordi­gno fosse stato messo sul treno ed attivato al momen­to della formazione del convoglio alla stazione di Roma-Tiburtina o in un momento precedente, disposto presumibilmente perché esplodesse all’arrivo del treno nella stazione di Bologna Centrale.

Le indagini disposte presso i rivenditori di sveglie Peter Uhren (nella mattina del 5 agosto alla stazione di Firenze Campo di Marte era stato scoperto il furto di 4 scatoloni di sveglie “Peter CD/1206” spediti da Rottweil il 26 giugno via Svizzera – Verona P.N, Bologna S.Donato) e presso i depositi di termite non davano alcun esito, nonostante la vastità e l’accura­tezza delle ricerche.

Particolarmente accurate erano le indagini della Polfer presso lo scalo di Boma Tiburtina. Si stabili­va che il materiale rotabile in composizione nel tre­no 1486 era giunto in quello scalo alle ore 11,28′ del 3 agosto come treno 1487 proveniente da Monaco-Brennero – Calalzo; che il treno 1486, dopo la sostituzione di una vettura cuccetta con altra prelevata verso le 14 dal parco lavaggio, era stato definitivamente com­posto sul III binario alle ore 14.30 circa,con l’aggiunta di due vetture letto; che alle ore 19.40′ circa erano stati aggiunti in testa due carri SE trasportanti autovetture, mentre il locomotore era stato ag­ganciato tra le 20.10′ e le 20.15′; che il lavoro di pulizia del materiale rotabile era stato iniziato verso le 13.30′ partendo dalla coda del treno ed era terminato poco prima delle 20 con il rifornimento di carta igienica nelle ritirate; che 1’affluenza dei viaggiatori era iniziata verso le 17.30′-18 soprat­tutto nelle vetture dirette a Calalzo, si che verso le 19.30′ tutti i posti erano occupati; che alla partenza i viaggiatori presenti sul treno erano circa 400; che né il personale addetto alle manovre, né quello incaricato delle pulizie e dei rifornimenti avevano notato alcunché di sospetto, anche in funzione dell’anticipato e consistente afflusso di viaggiato­ri in partenza.

Né sortivano risultati apprezzabili gli esami dei viaggiatori superstiti, del personale di scorta al treno e di quello a vario titolo presente nella stazione di S.Benedetto Val di Sambro, nelle cui immediate adiacente il treno era andato ad arrestarsi dopo lo scoppio.

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A parte alcuni viaggiatori i quali adducevano di aver avvertito subito prima dell’esplosione una puzza simile a quella della nafta o della gomma bruciata; a parte alcune persone che sostenevano di aver avvertito chi una, chi due piccole deflagrazioni prima e subito dopo quella più violenta, veniva attri­buito un certo interesse alle dichiarazioni di tale Carletti Giuliano, un militare di leva salito sul treno a Firenze per Verona, il quale sosteneva di aver notato alla stazione di Firenze, poco prima della par­tenza, un giovane dell’apparente età di 26/27 anni, alto m.1.65-1.68, di corporatura normale, vestito con jeans e maglietta e recante qualcosa sotto il braccio, attraversare di corsa la quinta vettura da un marcia­piede all’altro, salendo da uno sportello e scendendo subito dopo da quello di fronte.

Dalle indagini svolte al riguardo dalla Polizia Ferroviaria emergerà che verosimilmente il giovane notato dal Carletti si identificava con tale Pignataro Romolo, pulitore addetto alla manutenzione delle vetture, il quale, dovendo portare dei rotoli di carta igienica ad un treno in sosta al binario n.13, aveva attraversato l’Italicus, fermo al binario n.11, all’altezza del sottopassaggio, ossia all’incirca dove era in sosta la vettura che di lì a poco sarebbe esplosa.

Di un certo rilievo venivano considerate anche le dichiarazioni di tale Lascialfari Valentina, la quale, salendo a Firenze sulla quarta vettura di testa, aveva notato che il treno si era arrestato al marcia piede con lo sportello della vettura successiva — la quinta, ossia quella di poi esplosa – aperto, come se qualcuno fosse sceso mentre il treno si fermava. La donna descriveva anche un giovane, probabil­mente straniero, che dopo una ventina di minuti dal la partenza da Firenze era passato di corsa – senza necessità – nel corridoio della quarta vettura, provenendo dalla quinta e diretto verso la testa del treno. Se ne ricavava un identikit, la cui diffusione portava ad alcune segnalazioni senza esito. Così come non daranno esito le indagini svolte a seguito di una telefonata anonima giunta ai Carabinieri della Compagnia di Venezia nel pomeriggio del 4 agosto, che segnalava come certo Renzulli sapesse qualcosa dell’attentato.

Immediati accertamenti permettevano di stabilire che tale Renzullo Benedetto era un dipendente del la Società SIETTE addetto a lavori lungo la linea Firenze-Bologna. Il 10 agosto però era stato trasferito a Venezia, si che la pista, nonostante il Ren­zullo fosse amico di certi Simoni Umberto e Peressini Alvaro, sorpresi la sera del 26.6.1974 in Comune di Prato, nei pressi della linea ferroviaria Firenze- Bologna, a bordo di una Fiat 500 contenente armi ed esplosivo da mine, e nonostante che i due arrestati si dicessero diretti a Vaiano per andare a trovare certo Rizzi Pietro, dipendente della Società SIETTE ed a sua volta conoscente del Renzullo, veniva ab­bandonata come carente di concretezza.

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Sentenza appello Italicus 1986 pag. 11-17